Il processo cosciente del delitto. Stadio di formazione.
1. Formazione naturale della psiche.—2. I germi malefici del delitto
nei primordi della vita. 3. La genesi di forze antagoniste nella
vita di relazione.—4. Il periodo primordiale di tendenze criminose
nel fanciullo.— 5. Il secondo periodo formativo della personalità
individua del delinquente.—6. La legge di imitazione nell’infanzia
del delinquente.—7. La selezione organica degli elementi integrativi
del delitto.—8. Il fenomeno della _simpatia_ e le sue leggi—9.
Influenza dell’ambiente di famiglia e del fattore economico sul
delitto; la educazione ed i pervertimenti ereditarî. —10. Influenza
delle necessità sociali.—11. Effetto degenerativo dell’azione
suggestiva criminosa.—12. Influenza dei motivi sentimentali che
agiscono sulla immaginazione.
=1.=—La nostra vita psichica non è che un alternarsi di stati di
coscienza. Dalla sensazione alla ideazione, dalla volizione all’azione
il processo integrativo dell’io si risolve in atti successivi che o
si collegano o si elidono o si fondono insieme. La consapevolezza
della vita psichica comincia dal momento che lo stimolo, coefficiente
dinamico, agendo sulle nostre tendenze ereditarie od acquisite, entra
nel campo visivo della coscienza e ne muta la superficie.
Da siffatto momento ha principio la vita psichica con equivalenti
paralleli alle funzioni organiche. Da siffatto momento comincia il
processo di formazione della coscienza e nel singolo individuo si
rendono percepibili le prime distinzioni di qualità destinate ad
ulteriori progressi nel tempo.
Chi desideri formarsi esatti giudizî sul perchè di tendenze spiccate
ad azioni virtuose o meno, deve, fin da questo primo periodo, dirò
embrionale, della psiche, non tralasciare di notare tutti i modi onde
l’organismo psicofisico si va formando, e le leggi che ne regolano lo
sviluppo.
Avanti ci occupammo della delinquenza nella età dell’infanzia e ne
rassegnammo le somiglianze con la natura dell’uomo selvaggio. Simile
analogia ontogenetica e filogenetica, in gran parte, ha la origine
in germi ereditarî non per anco differenziati per l’adattamento
dell’ambiente sociale; ciò che, con l’opera del tempo, molto facilmente
potrà avvenire.
Volendo, frattanto, conoscere come, fin dall’indicato periodo, l’anima
del delinquente a poco a poco si venga plasmando, egli è d’uopo
rifarci alquanto indietro e, ripigliando la trattazione dei motivi o
dei determinanti al delitto, vedere quale efficacia essi giuochino in
concorso a tutti gli altri coefficienti, esterni ed interni, nel dare
il primo contenuto organico alla coscienza.
=2.=—La forma indistinta delle tendenze ereditarie ci apprende, che
nei primordi della vita i germi malefici del delitto siano involuti in
centri di energie di natura siffatta da non sottostare necessariamente
alla immanenza di speciale differenziazione. La ereditarietà,
tuttochè sia la principale scaturigine del bene o del male operato
dall’individuo, non è a concepirsi sotto l’aspetto di _causa fatale_;
chè, così dicendo, si trascurerebbero tutti gli elementi di ambiente e
di adattamento, i quali concorrono, simultaneamente o successivamente,
alla formazione dell’organismo psicofisico. Invece egli sembra più
esatto il pensare, che i germi ereditarî o, meglio, le energie
costituenti l’organismo dell’individuo, nella loro forma involuta
primigenia, diano luogo all’apparire di caratteri che facilmente
si confondono insieme ed agevolmente sono convertibili negli atti
esteriori.
La inclinazione al mal fare, all’altruismo, alla carità, alla
beneficenza sono qualità che in pratica possono effettuarsi in maniere
svariate. Mal fa l’egoista, l’ambizioso, il delinquente; eppure non si
dirà che l’uno equivalga gli altri. In breve, è verità incontrastabile
che la ricerca del male, o etico o giuridico, debba eseguirsi non
già in sè o nella essenza organica germinativa, bensì nei primi atti
esteriori con note differenziali.
Proponiamoci, dunque, il dovere di vedere perchè ordinariamente nel
fanciullo si riscontrino le qualità dell’uomo selvaggio; vale a dire
perchè nei primordi della nostra esistenza il delitto rimugghi dal
fondo dell’anima e desti l’allarme in chi n’è spettatore.
=3.=—Il sentimento primo fondamentale della nostra vita è il
sentimento di esistenza. Esistere non significa soltanto essere o
vivere, ma avere il senso immanente della potenzialità ad agire ed a
mettersi a contatto col mondo esterno. Insieme a questo sentimento un
altro ne sorge: il sentimento della difficoltà nell’esplicarsi, ossia
il senso di ostacoli frapposti al proprio funzionamento organico. È
dal contrasto dei due sentimenti suddetti che sorge la prima forma di
forze antagoniste nella vita di relazione; è dalle successive vittorie,
effettuate dalla potenzialità sugli ostacoli funzionali, che il
progresso personale si concreta con gradi vieppiù ascendenti.
Dagli atti riflessi dei primi mesi di vita, del fanciullo, alle azioni
reattive contro qualunque ostacolo si frapponga alla soddisfazione
dei più vivi suoi desideri, vi sono esempî d’una coscienza automatica
ed istintiva ad affermare vieppiù la prevalenza di energia del tutto
personale, base della vita incipiente della psiche e della identità
dell’io in mezzo alla varietà incessante dei fenomeni. Fra le relazioni
interne, o delle funzioni interne, e le relazioni esterne si stabilisce
un rapporto sempreppiù costante: più l’ambiente addiviene complesso e
più l’individuo, differenziandosi, si organizza, fino a che egli, in
mezzo a’ simili, assume fisonomia personale stabile.
=4.=—Or, considerate il fanciullo nel descritto periodo primordiale
di vita di relazione, e vi accorgerete, di leggieri, che, se germi
malefici egli ha ereditati, questi faranno la loro prima comparsa
nell’accentuare la energia reattiva personale verso intenti per nulla
altruisti, con la scelta di mezzi meno adatti all’ambiente civile.
In somma, a dir breve, la genesi psicofisica del delitto, mentre
biologicamente non si allontana dalle leggi dell’ontogenesi e della
filogenesi, leggi comuni a tutte le specie degli organismi viventi, si
ricongiunge al principio generale di perenne lotta per l’esistenza,
con la prevalenza degli organismi più adatti all’ambiente. Il senso
di delitto, a certe azioni eticamente condannabili e legalmente
reprimibili, trova la spiegazione giuridica nella necessità
dell’ordine sociale: la sua origine naturale deve attingersi
direttamente alle leggi della vita ed alle condizioni ond’essa si
accompagna pel progresso dell’organismo umano. Data la lotta tra
l’energia individuale e le energie antagoniste, si ha contrasto tra
stimoli e controstimoli, e l’aumento di potenzialità è a detrimento
della possibilità ad essere indirizzati dalla forza degli agenti
esterni che, o naturalmente o artificialmente, hanno effetto su noi.
La prima ed elementare differenza avvertita dal fanciullo,
nell’apprezzare l’entità d’un’azione, è improntata dall’attrattiva
di sentimento piacevole o doloroso. L’ostacolo, un impedimento alle
nostre funzioni, reca dispiacere; l’azione istintiva è di allontanarlo.
Il contrario avviene con obbietti piacevoli, i quali ci attraggono a
contendercene il possesso.
Il sacrificio di astenersi da ciò che piaccia è ben raro che si
esperimenti nel bambino. La ragione è perchè esso si connette ad un
processo di arresto, che nei primi anni della vita manca in noi.
Nel bambino la sensazione del piacere è seguìta immediatamente da
impulsione esterna: mancando l’ideazione dell’atto, il fenomeno è
semplicemente riflesso ed istintivo.
=5.=—Formatosi il primo abbozzo della personalità individua, i
dati della coscienza si vanno gradatamente aumentando e spunta la
prima volta la distinzione in principio semplicemente intuita poi
imposta dalla necessità di adattamento tra le azioni lecite e le non
lecite o, meglio, tra ciò che è conseguibile e ciò che dev’essere
rispettato. Le impulsioni verso oggetti o atti piacevoli sono frenate
dal contrasto dei controstimoli, di cui si comincia a percepire la
esistenza; il mondo esterno, durante la lotta, è rappresentato con più
precise modalità e confini; fino a che, nel ritmo di azioni e reazioni
crescenti, non cominci ad apparire la prima forma di equilibrio o di
squilibrio.
Il fanciullo, proiettando al di fuori la sua personalità, assorbe
dalle personalità altrui le energie similari alle ereditarie o,
accidentalmente, acquisite per sopravvenute modificazioni organiche.
Di qui i due potenti coefficienti della evoluzione o dissoluzione
personale, la _imitazione_ e la _simpatia_.
=6.=—Nessuno scrittore, che io mi sappia, ha dato al adeguata
importanza alla imitazione quale coefficiente genetico del delitto,
anzi quale mezzo principale di organizzazione spontanea della coscienza
del delinquente.
La origine della imitazione si connette ad un fenomeno di vera
_suggestione_, che distingueremo col nome di _motrice_. Ogni atto,
anzi ogni pensiero, ogni sentimento implicano movimento o muscolare o
cerebrale: movimento che deve trasmettersi esternamente.
I fenomeni telepatici, e ciò che la quotidiana esperienza ci apprende,
sono lì per dimostrarci che nei nostri centri cerebrali, ideativi,
emotivi o volitivi, si ripercuotono ininterrottamente movimenti che
ci vengono dal di fuori e che rispondono alla equivalenza di energie
in via di trasformazione. Reciprocandosi, in tal modo, la relazione
dinamica tra noi ed i nostri simili, finiamo col prendere le abitudini
mentali, le inclinazioni morali trasmesseci a contatto od a distanza.
La imitazione è il fatto più complesso del riferito principio. Essa si
connette dall’un lato alla energia potenziale delle qualità ereditarie,
dall’altro alle influenze attrattive degli atti o delle azioni
costituenti l’ambiente morale e civile in mezzo al quale ci esplichiamo.
È sì grande la influenza imitativa che, qualche volta, arriva alla
forza di contagio. Tra la infezione delle malattie fisiche e la
infezione delle malattie morali evvi sì stretta analogia che quasi noi
possiamo, per spiegarcene l’essenza, supporre dei microbi del vizio e
del delitto.
Alcuni scrittori, sforzandosi con pazienti osservazioni di costruire
una psicologia scientifica dell’infanzia, incorsero nel difetto di
origine di porsi sempre da un sol punto di vista; facendo le loro
osservazioni e gli esperimenti in ambienti privilegiati, tra fanciulli
nati e cresciuti in famiglie civili, con qualità ereditarie normali.
Ben altrimenti dovrebbe praticare chi desiderasse formarsi opinioni
illuminate sulla psicologia della delinquenza, il cui massimo esponente
si ritrova nei bassi fondi sociali, negli ambienti preparati alla
fecondazione spontanea dei germi del male.
Non giova farsi illusioni: la vita sociale, come ovunque si svolge, è
formata a strati sì differenti tra loro da non permettere neppure la
rassomiglianza di analogia. Pensieri, costumi, azioni son tanto diversi
dall’uno all’altro strato sociale che erroneo sistema sarebbe quello
di confonderne le osservazioni e le illazioni; peggiore il credere di
aver conseguito l’intento scientifico col raccogliere dei principî o
dei cànoni d’indole interamente relativa, di valore unilaterale.
=7.=—La imitazione ad assorbire, ad assimilare gli elementi
psicofisici del delitto succede, in ambienti adatti, per legge
spontanea di selezione organica. Il delinquente, piccolo o adulto, non
si accorge neppure delle infezioni malefiche delle quali è la vittima;
proprio allo stesso modo onde le più letali malattie ci trasmettono il
loro germe senza che ne avessimo consapevolezza. Durante il periodo di
incubazione, embriologico del delitto, la imitazione, agevolandoci i
mezzi di contatto e di riproduzione dei germi del male, è la via meglio
adatta per la trasmissione di energie criminose destinate a causare,
nel soggetto passivo, cambiamenti ed impulsioni a futuri delitti.
Per comprendere il meccanismo o la statica e la dinamica della
imitazione criminosa, noi dobbiamo ricordare un altro fenomeno
abbastanza trascurato in psicologia, il fenomeno della _simpatia_,
sulla quale non a torto Adamo Smith fondava la morale.
=8.=—La simpatia fisiologicamente si rapporta alla teoria delle
azioni riflesse; psicologicamente è l’attitudine a riprodurre in noi
i piaceri ed i dolori dei simili; sociologicamente è la base della
legge di solidarietà umana; naturalmente non è che uno dei tanti modi
della legge universale di attrazione. Le distinzioni, che delle forme
svariate della simpatia, massime sotto il riguardo fisio-patologico,
fecero gli scrittori, sono argomenti della importanza ad essa
generalmente attribuita e dell’obbligo che si ha di tenerne quel conto
che effettivamente merita.
Barthez distingue le _sinergie_ dalle _simpatie_; Tissot le simpatie
_attive_ e le _passive_; Hunter le simpatie per continuità e le
simpatie per contiguità. Noi, riferendoci al sistema meccanico
unitario, diciamo che anche la simpatia debba spiegarsi con la
legge di attrazione di centri di energie e con la più agevole
trasformazione di movimenti per le vie di _minore resistenza_. Quindi
è che la simpatia, nelle relazioni con i simili, è la ragione davvero
efficiente della imitazione; poichè questa non si verificherebbe se
tra esseri consimili intercedesse tale avversione da allontanarci
irremissibilmente l’uno dall’altro. In conclusione, e tenuto presente
tutto quanto è sopra detto, possiamo tirare l’infrascritta prima legge:
L’_attitudine ereditaria inclina verso l’azione attrattiva di energia
similare per la prevalenza di potere di simpatia_. L’osservazione
quotidiana è che i simili si attraggono con i simili; tra essi, qualche
volta, si desta una corrente di affinità irresistibile. Sono le
molecole fisiche sociali, che si attraggono, si unificano per formare
l’essere virtuoso o il delinquente: è l’immanente potere della vita
nelle variazioni delle forme omogenee ed eterogenee, è la perpetuazione
degli individui e delle specie nella selezione continua organica e
sociale.
La seconda legge, di evidente applicazione all’ambiente del delitto,
è che _la simpatia agisce con l’attenuare la forza di arresto delle
tendenze antagoniste, col rafforzare la efficacia degli stimoli
analoghi tra energie a contatto, con l’abituare l’attenzione a
trascurare ciò che meno ci alletta, con l’unificare i motivi sinergici_.
Chi abbia l’agio di osservare l’amicizia di individui dediti al
delitto, vedrà che tra gli stessi ogni divergenza di opinioni o di
abitudini tace allorchè trattasi di stringersi nella vicendevole
fiducia di sentirsi adatti a commettere date azioni, e nel
suggestionarsi, con sforzi reciproci, a non temere la minaccia della
legge o le difficoltà che ostacolano la perpetrazione del reo disegno.
La forza di simpatia duplica in ciascuno la spinta al delitto, come
smorza o attenua l’opera della controspinta; oltre che fa sorgere
un senso di compiacimento per l’opera propria, purchè questa riesca
gradevole altrui.
Una terza legge, che nelle osservazioni pratiche potrà tanto giovare,
è la seguente: _La simpatia, in quanto influisce ad organizzare
la coscienza criminosa, distinguesi in individuale o collettiva,
diretta od indiretta; la prima attiene alle persone con cui si abbia
uniformità; la seconda dipende dalla inclinazione a voler commuovere
favorevolmente la pubblica opinione_.—L’influsso della pubblica
opinione sull’animo del delinquente è di estrema considerazione.
Consistendo, d’ordinario, il delitto in prevalenza di _forza_ o di
_astuzia_, porta seco la lusinghiera persuasione del compiacimento
di coloro da cui amiamo essere ammirati e dell’ammirazione della
generalità degli uomini.
=9.=—La prima fonte di morale degenerazione è la mal costituita
famiglia; il primo rimarchevole fattore è l’economico.
Anche a non accettare le estreme conclusioni del materialismo storico,
che coordina tutti i fenomeni sociali al sottosuolo dei rapporti
economici e pretende che dall’espandersi delle energie produttive sieno
determinati gli incessanti contrasti, cause di cambiamenti nella vita
pubblica o privata, egli è ragionevole ritenere che la mancanza o la
deficienza dei mezzi necessarî alla esistenza ed alla disciplina delle
personali facoltà debba molto concorrere all’arresto d’incremento
progressivo dell’organismo fisico e morale. Il problema, tuttochè
complesso negli elementi, è di facilissima soluzione a chi attenda
a quanto avviene tuttodì sotto gli stessi suoi occhi. La miseria
è baratro scavato ai più nobili sentimenti morali, alle migliori
iniziative dell’esistenza: è tenebra in cui il lume della intelligenza
poco a poco si spegne; è causa di sconforto e di esaurimento per
le volontà più robuste e meglio agguerrite. A contatto forzato con
genitori scioperati, bevoni, dediti al vizio, al delitto; in mezzo a
gente non guidata che da motivi di egoismo; privi di controstimoli o
di esempî di virtù; col microbo latente e costituzionale del delitto,
chi vorrà pretendere atti onesti da uomini sì sventurati? Aggiungasi
l’opera incessante, potente dei pregiudizî, il falso convincimento
d’una morale fittizia esclusivista, e si avrà il dato giusto del come
e perchè la famiglia sia, nei bassi fondi sociali, la vera scuola
della demoralizzazione e degli istinti perversi.—Dimandato F. B., un
giovanetto di 17 anni, da me difeso pel reato di omicidio, dopo altre
due condanne per ferimenti, perchè mai, senza sufficiente motivo, in
tenera età si fosse reso colpevole di delitto sì grave, rispondendomi,
mi raccontò una lunga istoria di reati in famiglia, dei quali uno di
assassinio commesso dal padre morto in carcere, e concluse: «Che cosa
potevo far io se non uccidere il primo che mi avesse offeso?». Difesi,
in tempi diversi, sei individui della famiglia D. F., tutti per delitti
di sangue: l’ultimo rivoltosi al mio patrocinio, perchè responsabile
di ferimento, essendo stato richiamato sui precedenti dei congiunti, mi
rispose: «Non è a meravigliarsi; è malattia di famiglia!...».
La educazione può molto modificare i pervertimenti ereditarî, ed
aiutare lo sviluppo dei buoni semi: ma per educazione, osserva
Lombroso, intendiamo non le semplici istruzioni teoriche che di raro
giovano, anche agli adulti, per cui vediamo sì poco approdare la
letteratura, i discorsi, le arti dette moralizzatrici, e meno ancora
le violenze con cui al più si ingenerano degl’ipocriti, si trasforma
non il vizio in virtù, ma il vizio in un altro vizio; bensì una serie
di impulsioni, moti riflessi sostituiti lentamente a quegli altri che
furono cause dirette o almeno favorevoli al mantenimento delle prave
tendenze, e ciò col mezzo dell’imitazione, delle abitudini gradualmente
introdotte colla convivenza in mezzo a persone oneste e con precauzioni
sapienti per evitare che sorga in terreno adatto a proliferarsi l’idea
fissa che vedemmo divenire sì fatale nell’infanzia»[23].
=10.=—La seconda fonte più abbondante e più probabile di morale
degenerazione e di preparazione al delitto è l’ambiente di necessità
sociali analogo alla classe a cui ciascun di noi appartiene.
I fattori dell’umano progresso, generalmente intesi sotto il nome
comune di civiltà, in quanto sono elementi differenziati di maggiori
attitudini nella lotta per la vita portano la conseguenza di accrescere
la incapacità di adattarsi alle risorse di cui si contentavano i nostri
avi. Indi è che, come bene osserva Féré, la consumazione di alimenti,
di eccitanti, di materie d’ogni specie da soddisfarsi si accresce di
giorno in giorno.
«Per soddisfare i suoi bisogni incessantemente moltiplicati, l’uomo
si esaurisce nella lotta contro gli elementi; ed è per compensare gli
effetti di questo esaurimento ch’egli si sforza di chiamare in aiuto
delle deboli sue braccia le risorse del suo spirito, le quali dovranno
compensare con molteplici invenzioni la insufficienza delle lor proprie
forze. Ma ciascun nuovo sforzo di adattazione, ciascun progresso di ciò
che noi chiamiamo civilizzazione, è una nuova causa di esaurimento
il quale si manifesta ognora con più intensità sugli individui
maggiormente indeboliti. Questi individui divengono ben tosto incapaci
di continuare la lotta, e soccombono sia a disordini generali della
nutrizione, sia a degenerazioni più o meno localizzate, trasformandosi
in affezioni organiche diverse o in disordini funzionali con predominio
verso l’organo il più debole»[24].
Nelle attuali condizioni di lotta per l’esistenza, in particolare nelle
città, è sopratutto il sistema nervoso centrale che sopporta le spese
del lavoro d’adattazione; l’esaurimento può risultare tanto per sforzi
fisici che psichici. «Uno dei principali effetti dell’esaurimento
nervoso è l’incapacità dello sforzo continuato. È vero che per i
soggetti congenitamente sani e ben conservati il lavoro eccessivo non
determina che una fatica in generale facilmente riparabile; ma, se a
questo lavoro eccessivo si aggiungono delle privazioni di ogni sorta,
ne segue un esaurimento più profondo e più duraturo, il quale non pure
favorisce la discesa individuale, ma ancora prepara le attitudini
morbose della generazione seguente. È meno in ragione della fatica
personale che in ragione dell’esaurimento ereditario, dello spossamento
capitalizzato, che la razza subisce l’imposta progressiva della
degenerazione e diviene meno capace di sforzi produttivi»[25].
=11.=—I moltiplici esempî di vizî e di azioni delittuose agiscono,
sulla organizzazione della coscienza criminosa, con la forza di
stimoli suggestivi. Nè alcuno più dubita sull’effetto degenerativo
della suggestione in ambiente propizio alla germinazione di esempî
viziosi. Essa altera profondamente la psiche, producendo perversioni
nella sensibilità e nelle più alte funzioni cerebrali; giunge perfino
a mutare interamente i caratteri della personalità ed a far sorgere
inclinazioni e bisogni per lo innanzi sconosciuti. L’effetto equivale
ad una stratificazione graduale di sentimenti e di idee, all’abitudine
d’adattazioni coscienti o incoscienti a percepire in diverso modo la
realtà, a creazione di poteri psichici difformi dai precedenti, a
risultati psicofisici con relazioni ed indirizzi nuovi. Dopo alcun
tempo, più o meno lungo, il candidato al delitto si trova preformato e
preparato all’esperimento; non mancano che le occasioni, le quali, di
certo, non si faranno guari attendere.
Lo avete voi mai osservato quel fanciullo che, poco amante di
un’ordinata e costante occupazione, ama spesso sfuggire all’autorità
paterna e si abbandona al vagabondaggio; buona parte della giornata, di
niente altro preoccupato che di provar gusto nel giuoco, nei piccoli
vizî, negli atti di sopraffazione, nell’uso di audace astuzia pel
conseguimento di qualche intento, con imprevidenza dell’avvenire,
con trascuratezza di ogni atto meritevole di lode? Seguitelo nei
susseguenti anni della vita. Egli un bel giorno si ribellerà
all’autorità dei genitori; ne schernirà i consigli, acquisterà di sè
la coscienza autonoma d’una energia disordinata, in lotta con i freni
sociali, con chiunque gli apparisca di ostacolo alla soddisfazione
di bisogni resi urgenti dalla eccezionalità di vita. Lo sforzo di
vincere le difficoltà, nella lotta impegnata, si traduce in un aumento
di pericoli di soccombere, da un istante all’altro, sia sotto la
sanzione repressiva della legge, sia sotto la reazione altrui; finisce,
però, sempre o con l’esaurire la energia, causando qualche forma di
degenerazione, ovvero col trasformare fisicamente e psichicamente il
soggetto e spingerlo irremissibilmente nel baratro del delitto. È la
storia uniforme di quasi tutti i frequentatori della prigione: dalla
vita di disordine si passa al vizio; dal vizio al delitto.
=12.=—Non poca influenza deve attribuirsi a tutti i motivi
sentimentali che agiscono direttamente sulla immaginazione. È
incredibile dire quanta forza suggestiva sulla pubblica opinione e
sui singoli animi possano esercitar delle credenze artificiosamente o
morbosamente ridestate; dei sentimenti di malintesa pietà, di falso
entusiasmo, di un’attesa ansiosa, di un volere imposto fin con la
costrizione di morale supremazia. Dapprima quello che è impossibile fin
anche a pensarsi, appare possibile, ma sotto condizioni eccezionali;
poi si rende plausibile con le date circostanze di fatti; indi si
ritiene per sicuro, anzi certo, e finisce con l’impossessarsi degli
animi e col trascinarli fatalmente là dove la ragione non avrebbe
giammai permesso che si arrivasse.
La immaginazione, massimamente se ravvivata dal sentimento, è la
facoltà magica che tutto trasforma e colorisce, alcuna volta in bene,
quasi sempre in male. Chi potrà mai calcolare l’effetto dinamico,
sulla immaginazione di poveri degenerati o deboli di mente, prodotto
per la teatralità di drammi giudiziarî dai colori i più foschi, dalle
scene le più atroci? Chi è abituato, avvocato o magistrato, nelle
aule dei Tribunali e della Corte di assise, ha dovuto, oh! quante
volte, accorgersi che di fronte alla figura audace, feroce d’un
imputato od accusato, il pubblico minuto di persone indifferenti,
di donne, di ragazzi, restava estasiato, ammirato. In quelle ore di
pubblico spettacolo, in quel periodo di ansie, di godimento morboso,
la coscienza degli spettatori è così suggestionata, è così scossa che,
quando si arriva all’epilogo o della condanna o dell’assoluzione,
molti buoni sentimenti si saranno affievoliti, correnti passionali han
preso possesso della coscienza, germi deleterî di pervertimenti futuri
han messo radice: e dire che tutto questo succede perchè la giustizia
funzioni!