CAPO VI.

Le norme fondamentali della psicologia criminale.

1. Si riassumono le principali verità in precedenza svolte.—2. Norma

che guidar deve la conoscenza dei rapporti interni con i fenomeni

esterni; legge principale di anomalia del delitto.—3. L’ordine

morale ed il processo di arresto inibitorio.—4. L’_autosuggestione

motrice_; legge della risultante impulsiva al delitto.—5.

Rapporti dinamici e logici tra i motivi.—6. Processo organico ed

accidentale dei motivi criminosi.—7. Conservazione e sviluppo dei

fattori psicofisici del delitto.—8. Legge di _atipicità_; tipo

antropologico del criminale.—9. Disintegrazione dell’anima del

criminale; dissoluzione della funzionalità psicofisica organica.—10.

In che, psicologicamente, consiste tale dissoluzione.—11. La

teoria degenerativa del delitto.—12. La fenomenologia clinica

di dissoluzione della personalità.—13. Norma per constatare la

ipotesi del processo evolutivo della energia criminosa e la ipotesi

d’intervento di qualche affezione patologica; differenza tra anomalia

ed infermità; importanza psicologica del criterio della pena.—14.

Inefficacia scientifica e pratica delle perizie psichiatriche.—15.

Disposizioni dell’articolo 46 e 47 del Codice penale; quali sieno

le norme dei periti perchè riescano a constatare le condizioni

di integrità psichica necessaria alla imputabilità penale.—16.

Necessità, pel perito, di una seria coltura psicologica.—17. In che

consistano il metodo di _esperimento_ e quello di _osservazione_;

l’indirizzo sperimentale nei fenomeni psicologici; come debbano

servirsene i periti psichiatri.—18. Ragioni di antagonismo tra periti

e magistrati: dovere del perito psichiatra; dovere del psicologo e del

giurista.

=1.=—Pervenuti a questo punto sentiamo il bisogno di riassumere le

verità che sono la base di ciò che in prosieguo verrà svolto.

Abbiamo detto che il delitto sia un prodotto di attività psicofisica

effettuata nell’azione antigiuridica esteriore. Questa attività è

sottoposta alla _continuità_; il suo processo, nel tempo, ha un

principio ed una serie di atti consecutivi i quali cessano con la

violazione della legge penale. La detta attività, soggettivamente

presa, tende alla formazione della coscienza criminosa; gli atti

psichici corrispondenti si risolvono nell’associazione di fatti

elementari organizzati ed unificati secondo leggi statiche e dinamiche.

I fatti psichici criminosi non sarebbero possibili senza il fondo

di degenerazione ereditaria o acquisita, senza la _divergenza_ o

l’_allontanamento_ dell’attività psichica dalla comune linea di

condotta sociale. L’attività soggettiva del delinquente è causata

pel funzionamento di un’_energia criminosa_ specializzatasi nella

trasformazione, dell’azione esterna o interna dei motivi, in impulsi al

delitto; oggettivamente essa consiste nella serie dei fattori fisici e

sociali che predispongono l’azione esterna in antagonismo con l’interno

processo di arresto inibitorio e con i controstimoli reattivi.

=2.=—Ammessa l’anomalia del delitto, le leggi che ne accompagnano la

genesi e lo sviluppo debbono presiedere fin dai fattori elementari

dell’attività psichica; da quando incomincia la organizzazione della

coscienza criminosa con integrazione degli elementi costitutivi.

Nella serie dei rapporti interni con i fenomeni esterni, in particolar

guisa se trattasi di conoscenza di fenomeni sociali, la norma che

ne regola la disamina e la nozione è quella che non si scosta dalla

costanza di realtà delle cose. Sorprendere e concepire la realtà dei

fenomeni esterni val quanto sentire e rappresentare nel campo visivo

della coscienza la identica _attualità_ statica o dinamica di ciò che

corrisponde alla verità degli obbietti presi a considerare. Il che, a

ben riflettere, non si verifica se le condizioni antropologiche del

soggetto non sono in istato di equilibrio funzionale; se tra esse non

esiste coerenza di facoltà ed armonia di atti. Or, nella dinamica

del mondo psichico in relazione col mondo esterno, l’alterazione di

funzionamento avviene o perchè l’obbietto della cognizione non si

percepisce adeguatamente per difetto dei sensi, o perchè, percepito,

non si assimila che in modo erroneo. L’errore è relativo o alla

conoscenza o all’affettività, perchè o nasce da alterazione di nessi

di causalità, o è prodotto da esuberanza passionale del sentimento che

ci offusca la mente e fuorvia la volontà. Dicendo _condotta retta_,

vogliamo intendere conformazione delle nostre azioni alla realtà delle

esigenze sociali: con lo scostarci dalla realtà non soltanto neghiamo

implicitamente ed esplicitamente il nesso intrinseco di verità tra le

cose, ma ci allontaniamo dalla maniera onde le cose ci si rappresentano.

Ciò premesso, osserviamo che la legge principale di anomalia del

delitto è inerente allo stato di squilibrio di coscienza in contatto

col mondo esterno; essa si concreta nella tendenza ad alterare l’ordine

reale delle cose col seguire dettami di falsa logica. Questa tendenza,

che assomma i coefficienti psicofisici degenerativi, si sostanzia nella

preponderanza di sentimenti egoistici e nel difetto di adattamento di

relazione.

=3.=—L’ordine morale, o armonia di doveri e di diritti, non è che

adattamento di arresto delle tendenze individuali entro i limiti

imposti dalla necessità della vita in comune. Nel detto arresto è

riposto il fondamento del dovere etico. Chi non possa o non sappia

comprenderlo trovasi straniero tra simili: in lui gl’impulsi alla

soddisfazione dei bisogni s’impongono senza freno e la vita di

relazione si svolge attraverso continui sacrificî della felicità altrui

per assicurare la propria. Si consideri la fase evolutiva dell’anima

del criminale: ogni tappa sulla via del delitto è segnata da un

accumulo e da una scarica di energia; accumulo il quale, in definitiva,

non appare altrimenti che quale aumento di attitudine a date azioni

esteriori, mediante l’opera dell’adattamento. Gli atti psichici, dalla

sensazione alla volizione, sia che integrino o che disintegrino la

coscienza, sono riducibili ad accumulo o scarica di energia: in altri

termini, essi sono gli equivalenti di stimoli ed impulsioni, isolate od

organizzate, nel ritmo perenne della vita dello spirito.

=4.=—Il processo qui descritto di _selezione organica_ è specialmente

l’effetto di _autosuggestione motrice_. La vita sensitiva e la

percettiva, addivenute coscienti, si convertono in cause interne di

analoghi atti esteriori. Si giunge così—attraverso mutamenti di

coscienza—a rinnovare di continuo la fisonomia della personalità,

pur rimanendo integra l’unità sostanziale. Ma questi rinnovamenti non

restano inefficaci: essi finiscono con lo scuotere le basi naturali

dell’io e col creare delle inclinazioni, dei sentimenti e delle

volizioni per lo innanzi sconosciute.

In ciò è a segnalare lo sforzo sopportato per fissare il motivo così

da renderlo centro del nucleo accumulativo di energia la cui azione

immediata è di mutare i precedenti stati di coscienza nel novello stato

che è l’ambiente morale meglio adatto agli ulteriori gradi evolutivi

degli interni atti psichici. I modi, onde il novello stato di coscienza

si esplica, sono: _a_) di sopire o reprimere le correnti di attività

psichica inerenti agli accumuli di energie di precedenti stati; _b_) di

creare novelli centri di impulsività in proporzione della spinta del

motivo; _c_) di restringere o allargare il campo visivo della coscienza

nei confini permessi dalla efficacia quantitativa della energia

volontariamente accumulata.

Il motivo, tuttochè sia da noi concepito quale unità astratta, è, a

sua volta, risultanza di coefficienti dinamici decomponibili. L’idea

di offesa comprende tante idee sottostanti; il sentimento ed il

concetto della dignità personale violata, l’ingiustizia dell’atto,

le conseguenze del medesimo e via dicendo. «In un pensiero—scrive

l’Ardigò—anche singolo, di un uomo, molti e diversi sono gli elementi

psichici costitutivi: come gli elementi materiali in ogni individualità

fisica. E l’unità propria di un pensiero non è altro che il fenomeno

accidentalissimo della concorrenza dei momenti mentali, che entrano a

formarlo; vale a dire, in ultima analisi, delle sensazioni elementari

e dei tenuissimi risentimenti non avvertiti ed innumerevoli, nei quali

ciascuna di esse si risolve»[26]. L’estimare l’idea di offesa nel senso

logico di causa a reagire o di forza motrice alla vendetta, trascurando

gli elementi onde promana, sarebbe grave errore, poichè si verserebbe

nella ipotesi di spiegare l’ignoto con l’ignoto; l’ignoto della ragione

del delitto con l’ignoto insito a ciascun elemento inavvertito del

motivo impulsivo all’azione.

Raccogliendo le esposte osservazioni e facendone l’applicazione alla

nostra disciplina, abbiamo l’infrascritta legge: _che nella serie

consecutiva di stati di coscienza, per l’accumulo o la scarica di

energia criminosa, la risultante impulsiva al delitto è proporzionata

alla somma degli elementi psichici del motivo_.

=5.=—Non basta: proseguendo l’analisi degli elementi del motivo, ci

troviamo a considerare i rapporti dinamici e logici tra gli stessi.

Così, nella idea di offesa, gli elementi sopra enumerati si compongono

diversamente tra loro e la diversità trae al risultato: _a_) di

differenza qualitativa o quantitativa del motivo; _b_) di modalità o

fisonomia peculiare del medesimo. Il predominio della idea di dignitá

individuale violata, su i rimanenti componenti della idea di offesa,

ci trascinerà, per esempio, a ricorrere ad una riparazione per le vie

cavalleresche; prendendo la reazione, dirò così, fisonomia più analoga

allo stato di civiltà in cui si vive.

Il sentimento di ingiustizia dell’atto, se accompagnato da ambiente

morale corretto del paziente, indurrà costui a ricorrere all’ausilio

della legge. Ma, data la preponderanza, nell’offeso, di energia

reattiva impulsiva, con deficiente potere di arresto, si vedrà subito

l’effetto di immediata personale vendetta.

=6.=—Gli elementi dei motivi criminosi s’integrano per processo

organico, ovvero accidentale. L’integrazione organica è per

sovrapposizione di fattori similari agli ereditarî. La tendenza

ereditaria, per esempio, ai reati di sangue non raggiungerà subito

il grado estremo; ma si rafforzerà durante la perpetrazione di reati

consecutivi, passando dai delitti di lesioni all’omicidio; il che, nei

riguardi della forza dei motivi, vi dice che gli elementi, onde questi

si compongono, acquistano efficacia maggiore secondo la progressiva

integrazione nel tempo.

La integrazione si concreta o per _concezione_ e _discriminazione_

dei fattori fisici e sociali, o in virtù di _esperienza_. La serie

cogitativa degli elementi del motivo, obbietto della conoscenza,

comincia dalla oscura visione d’un mondo, dello spirito, confinante

con l’inconscio, e si estende ed eleva alla forma più complessa ed

evoluta del pensiero. Ne acquistiamo consapevolezza soltanto dopo

che ne _concepiamo_ la forza rinnovatrice di stati precedenti: ciò

che ratifica la legge di relatività, secondo il concetto di Bain, il

quale ammette che noi non percepiamo una impressione, non diventiamo

coscienti senza un cambiamento di stato o d’impressione.

Il processo di _discriminazione_ comincia dal momento che, accumulato

il materiale integrativo del motivo, ci sentiamo in grado di porre tra

gli elementi una distinzione qualitativa o quantitativa. Colui che

voglia dare sfogo all’ira, col far ricorso alla vendetta, dapprima

avverte in complesso i coefficienti determinanti all’azione criminosa,

non scorgendo innanzi a sè che l’intento d’un castigo da infliggersi

all’avversario; poscia egli distingue e misura la importanza (qualità)

e la efficacia (quantità) di ciascuno dei detti coefficienti in

relazione al fine da conseguire pel mezzo del delitto.

La esperienza completa la discriminazione, dando peso, per la

conoscenza degli effetti degli atti a compiersi, al valore

rappresentativo e logico di ciascun elemento del motivo. In che mai

va riposto questo valore? Nella possibilità maggioro o minore di

creare il nesso causale tra la idea astratta del motivo e l’intento

ultimo e reale del delitto: possibilità la quale, relativamente alla

ricerca della prova, si traduce in quel _perchè_ logico di imputabilità

generalmente inteso con la espressione di _causale a delinquere_.

=7.=—Un’altra legge qui ricorre: quella di _conservazione di sviluppo

dei fattori psicofisici del delitto_. Lo sviluppo non significa

soltanto accrescimento dinamico dei fatti, o aumento della energia

risultante pel composto organico degli stati di coscienza; ma significa

ben anche maggiore coerenza degli stati di già rassodati.

La educazione morale, abituandoci all’idea del bene, alla pratica

della virtù, forma il tipo dell’onesto; l’azione lenta o rapida,

che sia, del male, aiuta i germi degenerativi a metter radice e a

crescere; il rigoglio, che ne segue, è effetto duraturo di alterazione

e ricomposizione di sopravvenuti stati di coscienza.

Insomma, la energia criminosa, conservandosi, non perde le forme

psichiche acquisite; onde, in estremo limite, i caratteri differenziati

delle specie di delinquenti. È interessante osservare, oltre al già

detto, che la enunciata legge di conservazione è soggetta ad un ritmo

di qualità morali, che indicherò col principio di _compensazione di

qualità negative_. I termini più opposti e contrarî si compensano con

costanza infallibile.

Potremmo tracciare una tabella quasi esatta per scriverci, l’una

accanto all’altra, qualità di natura opposta e che pure ricorrono

nei singoli individui. La timidezza, per esempio, è compensata

dall’astuzia; la mancanza di discernimento e di riflessione è

compensata da grande impulsività. Sono osservazioni di pratica comune;

caratteristiche non sfuggite a scrittori di antropologia criminale. Ma

che questo debba riferirsi ad una legge, non credo sia stato detto.

=8.=—Avanzandoci nel processo di differenziazione dei caratteri dei

delinquenti, comprendiamo che ciò segue un’altra legge, la quale,

allontanando i singoli caratteri da quelli della comune degli uomini,

ci fa acquistare il concetto più preciso dell’anormalità integrata

di ciascuna specie di delinquente. Tale legge la denomineremo di

_atipicità_, appunto perchè per essa il delinquente, differenziandosi

dal tipo dell’uomo comune, ne apparisce da questo palesemente

dissimile. Quanto più l’atipicità è perfetta, altrettanto si ingenera

il tipo antropologico del criminale.

Discutere se questo tipo esista o non esista in forma perfetta, cioè

distinto al grado da essere una individualità a sè, è ignorare la

relatività delle umane concezioni, delle nozioni scientifiche.—Il

diritto penale è il portato della civiltà sociale; esso spunta tostochè

le relazioni individuali si tramutano in relazioni collettive, e la

idea della difesa personale si allarga fino al concetto di guarentigia

dell’ordine giuridico. Eguale processo evolutivo ha subita la idea

di delinquente. Dall’inimico individuale al tipo criminale evvi una

serie indefinita di concezioni di atipicità, le quali si distinguono

a seconda il grado di avanzamento del concetto del diritto di difesa,

dalla guarentigia della persona privata, rispetto alla integrità fisica

o morale ed ai beni patrimoniali, alla guarentigia delle relazioni tra’

simili e dei bisogni nascenti dallo stato di avanzata civiltà sociale.

Dire, dunque, secondo qualcuno, che il criminale rappresenti un tipo a

sè e che esso abbia qualità tali da non trovare riscontro se non con

folli e degenerati, non altrimenti deve intendersi che nel senso di un

essere racchiudente note sì spiccate da indurre se ne abbia speciale

concetto antropologico.

=9.=—Le svolte osservazioni ci agevolano il mezzo onde studiare la

psiche del delinquente da un punto nuovo di vista.

Ci siamo sforzati di dimostrare come dalla cenestesi, o sensibilità

generale, agli estremi e più complessi atti della coscienza criminosa

si proceda per alterna integrazione e disintegrazione, assorbendosi

ed assimilandosi i germi malefici ed affievolendosi i poteri morali

di arresto, con risultato ultimo di squilibrio funzionale instabile.

L’anima del criminale, abbiamo anche detto, si accompagna a forme

specifiche di degenerazione; ond’è che molta analogia esiste tra i

suoi atti e gli atti di persone affette da affezioni morbose. Anzi

alcuni non dissimularono il convincimento che il delitto, in fondo, non

sia che una delle tante specie della umana degenerazione, mettendo,

così, più in evidenza il lato patologico dello stato psicofisico del

criminale, e confondendo questo col pazzo morale e con l’epilettico

psichico. Noi, proseguendo il precedente sistema di studi, diciamo che

la morbosità del delitto sia un altro lato della genesi e sviluppo di

fenomeni psicofisici che, avendo la base in leggi puramente naturali,

possono però giungere ad assumere caratteri talmente patologici da

costringerci a ravvisarli sotto l’aspetto di vere affezioni morbose.

Lo stadio di formazione della psiche criminale, nel processo, dirò,

ordinario, non è che graduale trasformazione evolutiva di una energia

che, messa in moto dalla dinamica dei motivi, si organizza in istati

specifici di coscienza ed è la causa di azioni la cui equivalenza

morale è nella negazione della condotta comune informata a principî di

ordine sociale.

Ma—dato che il lato degenerativo del delitto si accentui ed affetti

sì il delinquente da trasformarlo in soggetto del tutto patologico—la

conseguenza è di assistere, non più a processi _evolutivi_ della

energia criminosa, ma ad uno stadio di _dissoluzione psicofisica_.

Anche nel delitto, dunque, e negli analoghi stati psichici, ha vigore

la legge della evoluzione e della dissoluzione; legge universale

degli esseri inorganici, organici e superorganici, ed a cui dobbiamo

riferire le nozioni della nostra disciplina se non vogliamo che essa si

distacchi dalla conoscenza unitaria fondamento dell’odierno indirizzo

positivo scientifico.

Vi sono forme fisiologiche e forme patologiche del delitto; la

distinzione serve a farci meglio apprendere il doppio lato

dell’identico fenomeno, non che il grado minore o maggiore del germe

degenerativo fondamentale del medesimo.

Delle distinzioni, per esempio, fin’ora seguite di delinquente di

occasione e di delinquente nato o epilettico psichico o pazzo morale,

possiamo ritenere che la prima specie risulti propriamente dalla forma

comune fisiologica di manifestazione della energia criminosa: non così

la seconda specie che si sostanzia nello stato morboso di evidente

_dissoluzione_ della funzionalità psicofisica organica.

=10.=—In che, psicologicamente considerata, consiste essa mai questa

dissoluzione?

Abbiamo detto che lo stato interno normale del delinquente sia

contraddistinto da _squilibrio_ funzionale _instabile_; ne abbiamo

inferito che da ciò appunto nasce il carattere di _anomalia_ del

delitto. Ora, ammesso il caso di malattia ereditaria od acquisita,

che, aumentando l’effetto degenerativo di germi criminosi, giunga ad

alterare talmente l’organismo da invertire o pervertire completamente

lo stato funzionale psicofisico, si avrà, in conseguenza, che lo

squilibrio instabile addiverrà _stabile_ e l’anomalia si convertirà in

_affezione morbosa_.

Krafft-Ebing scrive: «Tra gli arresti di sviluppo e le alienazioni

mentali v’ha un gruppo intermedio che comprende delle forme

psicopatiche le più svariate a seconda dei varî individui. Esse, in

rapporto con le malattie mentali propriamente dette, vanno considerate

come dei semplici vizî di conformazione, e tra questi e quelle

intercorre la stessa differenza che passa tra una _anomalia_ di

sviluppo ed una malattia. Del resto, la parentela che queste speciali

forme, di cui veniamo ad occuparci, hanno con le malattie mentali è

dimostrata prima di ogni altra cosa dal fatto che quelle molto spesso

rappresentano il rudimento, il periodo premonitorio, od uno stato di

transizione alle psicosi vere e proprie. Immenso è il pericolo che

corrono questi individui di perdere il _labile equilibrio_. A ciò

portano facilmente le critiche situazioni nelle quali essi facilmente

si trovano a causa della loro stravaganza e del deficiente adattamento

alla vita sociale, in dissolutezze di ogni genere (eccessi sessuali,

alcoolici, ecc.), ai quali essi sono singolarmente predisposti a motivo

della deficiente evoluzione del loro carattere, dell’astenia del loro

sistema nervoso e dell’anomalia della loro vita istintiva, ed in fine a

causa delle passioni e delle nevrosi le quali rappresentano una delle

molte manifestazioni della labe organica da cui sono bollati.—Ora,

appunto per il fatto che le loro funzioni psichiche più elevate

in parte non hanno raggiunto la loro maturità di evoluzione ed in

parte sono foggiate in modo pervertito; e altresì per il fatto che

in conformità di ciò questi individui deviano dal normale sviluppo

psichico e da ciò che costituisce il normale processo di formazione

della individualità psichica, essi si possono designare come dei

_degenerati_ e l’anomalia della loro esistenza psichica come una

_degenerazione psichica_.—Questi stati degenerativi hanno dei punti

di ravvicinamento e di transizione negli stati d’arresto di sviluppo,

inquantochè anche in quelli si tratta, in definitiva, di un cervello in

via di sviluppo che in questa sua evoluzione naturale viene disturbato

per delle cause organiche. Per altro, questo danno che il cervello

viene a risentire non ne ferma addirittura l’ulteriore sviluppo in

modo da portare per effetto finale la idiozia o una imbecillità; chè

anzi permette che esso sviluppo progredisca; soltanto ciò avviene in

una direzione morbosamente pervertita e spesso in maniera incompleta.

Questo disturbo della evoluzione cerebrale, pur non portando, come

dicemmo, ad una vera e propria debolezza mentale (a meno che nei

casi in cui trattasi di forme di transizione), rende difettoso lo

sviluppo delle funzioni psichiche più elevate (giudizio, sentimenti

ed idee morali). Mentre il processo formale della ideazione può

essere risparmiato, la elaborazione delle intuizioni fondamentali ed

universali superiori, sia nell’orbita della morale che in quella della

ragione e che guidar debbono un ben determinato volere, è incompleta e

non può farsi addirittura.

Ne risulta che in questi individui manca il carattere e lo spirito di

penetrazione del valore, dei doveri e dell’importanza della propria

esistenza. Le conseguenze psichiche di ciò sono la inettitudine a

raggiungere ed a mantenere una posizione nella società; la incapacità

a pensare e ad agire con salda energia e con coscienza sicura dello

scopo a cui mirasi, ad utilizzare i mezzi, come, ad esempio, il danaro,

a conseguire uno scopo elevato nella vita; la incapacità a condursi

secondo i dettami della morale, con il pericolo di dover soccombere

ad istinti immorali ed anche criminosi, i quali, per giunta, per lo

più sono pervertiti e si fanno sentire con una potenza veramente

morbosa. Il pubblico non vede in questi individui che dei vagabondi,

della gente di scarsa moralità, degli scialacquatori, dei delinquenti;

l’uomo di scienza, invece, vi riscontra le stigmate di un infralimento

delle funzioni psichiche più elevate, il quale può a volte aver i

caratteri di una vera e propria imbecillità.—Questi stati degenerativi

si distinguono poi dalle psicosi—quali malattie acquisite di un

cervello che nella maggior parte dei casi ha raggiunto il suo completo

sviluppo e che fin qui ha funzionato normalmente,—per il fatto che

sollecitamente e stabilmente le funzioni psichiche si alterano, per il

sopravvento che le anomalie dei sentimenti superiori e degli istinti

ed in generale del carattere prendono sopra i fenomeni intellettuali

(imbecillità, delirio, illusioni sensoriali); però anche sotto questo

rispetto è da avvertire che talvolta trovansi delle sfumature e delle

forme di transizione per il fatto che su questo fondo degenerativo si

possono sviluppare, sia a mo’ di episodio o come forme terminali, delle

psicosi. Talchè può dirsi che in questi stati degenerativi l’intimo

nucleo della personalità psichica venga colpito mentre trovasi in via

di sviluppo»[27].—Ed il Sergi: «Di che parlano quelle anomalie, quelle

deformità, quegli stati morbosi, quelle perturbazioni funzionali,

quando s’incontrano nel delinquente? di che sono indizio? Ricerchiamo.

O l’organismo psichico non si è mai formato, o è in dissoluzione; manca

l’equilibrio delle funzioni e manca assai spesso qualche elemento

integrante dello stesso organismo psichico. Il carattere o non esiste

affatto, o è a frammenti, mescolati i nuovi coi vecchi strati e

confusamente. La condotta diventa frammentaria e perciò squilibrata.

L’organismo psichico, cioè, non è normale, quando non è normale il

fisico; l’abnormità totale o parziale di questo apporta abnormità

analoga in quello: ciò è una condizione morbosa»[28].

=11.=—La unilateralità della teoria degenerativa del delitto segna

una fase dell’antropologia criminale, con i nomi, specialmente, del

Morel, Lucas, Ferrus, Despine, Thompson, Wilson, Nicolson, Maudsley,

Féré. Oggi appena, con i progressi fatti dalla psicologia sperimentale

e dalla psichiatria, i due campi dell’antropologia criminale, il

psicologico ed il patologico, hanno proprî confini delineati. È quindi

oggi possibile integrare le cognizioni tutte scientifiche intorno alla

psiche del delinquente, seguendone le ricerche funzionali nella fase

affatto normale o fisiologica e nella fase patologica, nello stadio di

evoluzione e nello stadio di dissoluzione.

=12.=—La fenomenologia clinica degli stati morbosi, a cui si riferisce

la fase degenerativa di dissoluzione della umana personalità,

è svariatissima quant’altra mai. La ereditarietà ha importanza

principalissima, fino ad ammettersi che vi sieno intere famiglie

fatalmente destinate alla degenerazione criminosa. Nel campo della

_funzionalità sensitiva_ spesso verificasi una abnorme suscettibilità;

dal _lato sensoriale_ si trova la propensione alle iperestesie, fin

anco alle allucinazioni, ed una accentuazione estremamente energica e

talvolta anche pervertita (idiosincrasia) delle percezioni piacevoli

o spiacevoli; in ciò che si riferisce alla _funzionalità vasomotoria_

si manifesta il labile equilibrio dei centri nervosi; dal lato della

_motilità_ si riscontrano, quali residui del disturbo funzionale

indotto da quei processi morbosi che colpirono il cervello durante la

vita fetale o l’età infantile, il nistagmo, lo strabismo, le paralisi

spastiche, gli accessi epilettici ed epilettoidi, ecc.; oppure, quali

estrinsecazioni di una reattività convulsivante agli stimoli sensitivi,

le smorfie della faccia, il tic convulsivo e via dicendo (Krafft-Ebing).

Nel campo della ideazione manca la coordinazione, la coerenza; vi è,

ora sistematicamente ora ad intervalli, insorgenza di idee coatte, di

intenti fissi o a sbalzi, senza motivi o interesse reale.

La vita affettiva è disturbata da impreveduti turbamenti, da morbosa

eccitabilità, che dà luogo, il più delle volte, a passioni impulsive,

ad atti irresistibili. Nell’animo di cotesti degenerati ora evvi la

calma ed il sereno, ora la tempesta e l’uragano: manca il centro

sicuro di gravità delle correnti psichiche, manca qualunque freno

morale. La facoltà che più se ne risente è la volontà, che è debole,

ed obbedisce alla azione rapida di stimoli accidentali, in forma

esplosiva; ovvero mostra impronte di tanta apatia ed indifferenza

da far sospettare che qualunque energia personale siasi spenta. Il

delitto, che sì di frequente corona l’opera disordinata di costoro,

finisce col concorrere a prestare le occasioni di più celere

dissoluzione psichica. La vita in prigione, tra stenti, al contatto di

altri degenerati, che facilmente si prestano a porgere l’esempio e le

istruzioni del male, crea l’ambiente meglio adatto di pericolosissimo

contagio morale, le cui tracce restano, durante la vita seguente, a

maggiormente disintegrare le poche attitudini che ancora rimanevano in

istato di integrità.

In generale, la media della intelligenza—nei

degenerati—delinquenti—è molto bassa. Molte volte noi ci inganniamo

alle apparenze. Confondiamo l’intelligenza con l’astuzia, con

l’avvedutezza nel disimpegno di peculiari atti della vita. Chi

è abituato, però, a frequentare la popolazione carceraria, ed a

studiarla, si accorge subito che la media dei delinquenti è affetta da

palese depressione psichica e che coloro, i quali mostrano maggiori

anomalie fisiche teratologiche od atipiche, sono anche meno adatti

ad un’associazione ideativa coordinata o ad atti volitivi coonestati

da intenti logici. «Malizia, simulazione ed insensibilità—scrive il

Marro—sono i tratti caratteristici di questi miserabili, discendenti

quasi sempre di genitori alcoolisti, neuropatici od alienati.

Le sorgenti dell’affettività sono in essi pressochè inaridite:

disamorati della famiglia, incapaci di amicizia ai compagni, essi

sono indifferenti per lo stesso loro benessere, che ogni momento

compromettono, ed incuranti della propria vita, di cui per un nulla

tentano spogliarsi col suicidio. La loro esistenza segna un tormento

continuo per tutti; per le famiglie cui procurano mille angustie, non

che per la società che è continuamente minacciata dalle stranezze dei

loro impulsi; ed in carcere, dopo avere stancate guardie e direttore,

vengono colle loro finzioni e simulazioni a mettere in imbarazzo

il medico, il quale, mentre le scopre, è obbligato a riconoscere

l’anormalità del loro stato psichico ed a tenerne conto nei giudizî

che emette su di essi, non che nel trattamento che adotta a loro

riguardo»[29]. Son cotesti i caratteri spiccati della forma più

culminante della dissoluzione psichica, la forma della pazzia morale.

Essa, secondo le osservazioni fatte dal Marro e che corrispondono a

verità, è così connaturata coi delinquenti che il numero dei pazzi, a

stretto rigore, abbraccierebbe buona parte di quanti frequentano il

carcere.

=13.=—Il psicologo criminalista, contemplando il delinquente nella

doppia fase, di uomo il cui organismo psicofisico si distingue per

speciali anomalie e di un degenerato affetto da grado più o meno di

dissoluzione, ha il dovere di domandarsi: come si farà a porre un

criterio teoretico il quale riesca sufficiente, nella pratica, a far

bene indicare quando, per assodare la causa del delitto, si debba far

ricorso al processo evolutivo di energia criminosa, e quando si debba

accontentarsi di constatare l’azione morbosa di qualche affezione

patologica? Ben osserva il Maudsley, che come in tutti i fatti naturali

v’hanno gradazioni d’intelligenza dal genio all’idiozia, così ancora,

secondo la legge naturale, v’hanno gradazioni della forza morale fra la

suprema energia d’una volontà ben costrutta e l’assenza completa del

senso morale. Ed in oltre, egli aggiunge: fra il delitto e la pazzia

corre una linea intermedia; da una parte osservasi poca pazzia e molta

perversità; dall’altra è insignificante la perversità e tiranna la

pazzia[30].

Insomma, ritornando a quanto già scrivemmo, lo squilibrio psicofisico,

caratteristica del delinquente, allorchè si arresta a semplice anomalia

funzionale o percettiva o di stati di coscienza, ci faculta a servirci

delle comuni nozioni che sono il fondamento della imputabilità; se poi

esso giunga a prendere le parvenze di stato patologico, effetto di

disintegrazione psichica morbosa, ci costringe a ricorrere al giudizio

peritale del medico, con previsioni di trovarci dinanzi piuttosto ad un

infermo che ad un delinquente.

Ma—si aggiungerà—e qual’è la differenza tra anomalia ed infermità?

Comincio con l’accettare quanto scrive il Maudsley a proposito della

nota zona intermedia tra pazzia e stato di ragione, e che essa sia

popolata da così fatti equivoci che mette bene studiare. «A nostro

avviso—la conseguenza d’un simile studio, sebbene a tutta prima

sembra miri a cancellare distinzioni da tutti accettate, e a rendere

incerto ciò che prima appariva sicuro, non può che riuscire ad una

reale utilità. L’esperienza giornaliera ci addita come molte persone,

senz’essere pazze, presentano talune originalità di pensieri, di

sentimenti, di carattere che le fan ben spiccare dalla comune degli

uomini e le rendono oggetto di rimarco. Può darsi che queste persone

divengano o non divengano mai pazze, ma esse discendono da famiglie

in cui esiste o la pazzia o qualche altra affezione nervosa; esse,

infatti, portano nel loro carattere l’impronta della loro peculiare

eredità: hanno un temperamento nervoso particolare, una certa

_nevrosi_, e talune altre ancora un temperamento più peculiarmente

pazzo, vale a dire una _nevrosi mattesca_» [31].

Ritenuta la continuità di processi psicofisici dallo stato normale

all’esquilibrato ed al patologico, a meno che non ricorrano casi

spiccati e tipici da non farci dubitare del grado cosciente di azione

nella perpetrazione del delitto, il criterio da seguire, in pratica,

credo che debba, _a posteriori_, attingersi da una nozione estranea

alla diretta indagine del delinquente, dalla nozione della _pena_. Il

perito, il magistrato, invitati a pronunciarsi sulle condizioni fisiche

e morali d’un delinquente, sono obbligati, mercè il cumulo di fatti che

potranno assodare, di risolvere il quesito, se, nella specie, trattisi

di fatto imputabile e punibile _penalmente_, ovvero se trattisi di atti

che si rapportano ad una causa morbosa, priva delle qualità necessarie

perchè si ricorra a mezzi repressivi. Assunto gravissimo, siccome

ognun vede; ma che, con l’uso dei mezzi sperimentali o peritali, onde

disponiamo, può essere conseguito con speranza di molta esattezza.

Il criterio della pena, innanzi enunciato, è criterio, oltre che

giuridico, sopratutto psicologico; perchè esso implica il concetto

che, e riguardo all’individuo e riguardo alla società, sia vano

ricorrere a mezzi repressivi nel caso che l’individuo, incapace a

comprenderne e risentirne la efficacia, non ne otterrebbe alcun utile;

e la società, in contemplazione della incoscienza del soggetto,

ne risentirebbe piuttosto pietà e repugnanza. Anzi, il criterio

psicologico ne avverte che la pena, in esseri degenerati o mentecatti,

è nuova cagione di danno all’individuo e di pericolo alla società;

all’individuo che, nell’ambiente propizio del carcere, perverrebbe

al risultato di definitiva dissoluzione psichica, ed alla società

che da un essere di simile specie dovrebbe, in avvenire, temere

maggiori delitti. Non sarà mai proclamata abbastanza la verità, che

rischiarar deve l’attenzione di ognuno sulla necessaria instituzione

di ricoveri di cura di uomini la cui eccezionale natura degenerata

attende dalla scienza e dalla pratica illuminata i pronti rimedî! La

legge repressiva, la pena per costoro non ha effetto di sorta, quando

pure non concorra ad esserne di nocumento. Il pubblico, che assiste

nelle aule di giustizia, il magistrato che pronuncia la sentenza, pur

troppo si accorgono della differenza onde la pena è accolta da molti

condannati: essi ciò chiamano cinismo, depravazione morale!—Nessuno,

o qualcuno appena, si accorge che il presente stato di indifferenza

cinica sia causato da incoscienza; da sì profondo ottundimento morale

che non lascia neppure il modo, al disgraziato, di comprendere quanto

avvenga a lui dintorno. Non una, ma tante volte, dopo grave condanna,

il detenuto è stato condotto via tra la curiosità ed i lazzi del

pubblico: il dì seguente—dopo 24 ore!—recatomi in carcere a porgere

la parola di conforto al misero, che indarno io cercai dimostrare

ai giudici trattarsi di epilettico o di pazzo morale, egli, tra lo

stordito e l’apatico, mi ha dimandato quale condanna si abbia ricevuta,

non avendo nulla compreso della sentenza del tribunale!

Le guardie carcerarie, se dotate di alquanta coltura e sano

discernimento, hanno intimo il convincimento della inutilità della

pena per la maggior parte dei detenuti. Essi sanno che costoro, nelle

carceri, sono il tormento dei superiori: la disciplina, per loro,

è motivo non di freno ma di intemperanza, di stranezze, di atti

pazzeschi. Molte volte, per liberarsene o aver tregua, li assegnano

nelle infermerie dove il detenuto è trattato da infermo, mentre non ha

mali apparenti; trova, però, la calma relativa, vivendo lontano dagli

incentivi ad esaltarsi, a commettere atti pericolosi verso le persone

con cui tratta.

=14.=—È utile aggiungere alcune altre osservazioni, che riflettono

sopratutto il modo onde generalmente si suol procedere alle perizie

psichiatriche su delinquenti il cui stato di mente offra dei sospetti

di infermità. Oggi, in generale, i cultori di psichiatria comprendono

il dovere di erudirsi negli studi di psicologia per le ricerche da

praticare sugli stati mentali dei soggetti loro affidati. Ma, oh

quanto talune perizie lasciano a desiderare di esattezza scientifica

e di chiarezza di vedute!—Ordinariamente gli esami procedono

piuttosto bene nella constatazione delle misure antropometriche, delle

rilevanti note somatiche, della vita psichica minore (sensibilità,

emotività, affetti, sentimenti); ma quando si passa alla vita psichica

superiore, a dover assodare la maniera onde funziona la coscienza, la

intelligenza, la volontà, i periti psichiatri, se non posseggono soda

coltura psicologica, incorrono in inesattezza ed errori da meritare il

biasimo del giudice, chiamato, sui lumi da essi forniti, a decidere

sulla imputabilità del prevenuto. Lo stesso Lombroso, che con l’ultimo

suo libro dal titolo «La perizia psichiatrico-legale» si è proposto

di assegnare i cànoni ed i metodi da seguire nell’esame peritale dei

delinquenti, è abbastanza limitato nella parte psicologica. Egli dà

molto rilievo alla scrittura, alla pronunzia, alla misura dell’emozione

e riflessi vasali; alla attenzione; alla suggestibilità visiva; alla

misura del campo appercettivo; alla memoria, ed a niente altro!

Dovremmo concludere che, a seguire i dettami peritali del Lombroso, ben

scarso materiale psicologico avrebbe a sua disposizione chi volesse

risolvere, nei singoli casi, il problema della responsabilità.

=15.=—L’ultima conclusione, cui deve tendere il perìto psichiatra, nel

campo psicologico, è di risolvere il problema giuridico col constatare

se nel fatto in esame esista o non esista punibilità per colui che

n’è autore, tenuto conto del suo stato di mente. Acciò si riesca

nell’arduo còmpito, è necessario che, prima di qualunque altra nozione,

il perito abbia il concetto esatto del contenuto giuridico degli

art. 46 e 47 del nostro Codice penale. Nel primo articolo è detto:

«Non è punibile colui che, nel momento in cui ha commesso il fatto,

era in tale stato di infermità di mente da togliergli la coscienza

o la libertà dei proprî atti». La parola _mente_, giusta quando

scrisse il Zanardelli, va intesa nel suo più ampio significato, sì da

comprendere tutte le facoltà psichiche dell’uomo, innate ed acquisite,

semplici e composte, dalla memoria alla coscienza, dall’intelligenza

alla volontà, dal raziocinio al senso morale. Il legislatore, con la

formola sanzionata, non ha voluto, dunque, indicar altro se non uno

stato psichico affetto da tale malattia che tolga il funzionamento

di qualcuna o di tutte le facoltà onde promana la consapevolezza

dell’atto antigiuridico e la libera esplicazione della volontà. Chi

non ha compresa la natura criminosa di ciò che operava o, per forza

irresistibile impulsiva, non era in condizione di far uso dei poteri

inibitorî, non deve rispondere penalmente del suo operato: egli è un

povero infermo, non un delinquente.

Il perito, usando delle cognizioni tecniche, desunte dalla psichiatria,

ha il dovere, primamente, di constatare l’esistenza d’una malattia,

fisica o psichica, che affetti il funzionamento cosciente ed affettivo

del soggetto; e non basta: dopo di aver fatto questo, egli entra nel

dominio esclusivo della psicologia, perchè è chiamato a dire se e fino

a che punto lo stato morboso abbia agito sugli atti coscienti e liberi.

Poichè, o lo stato morboso è sì grave da far scomparire completamente

la imputabilità penale dell’atto, e quindi la responsabilità, e si

versa nella ipotesi dell’art. 46; ovvero esso è tale da scemare

grandemente la imputabilità, senza escluderla, e si versa nella

ipotesi dell’art. 47. Riassumendo, dunque, il problema complesso, la

cui soluzione formar deve il còmpito del perito, diciamo che questi

debba: _a_) intendere chiaramente il disposto di legge, sulla cui base

il giudice è necessitato di far ricorso al di lui giudizio tecnico;

_b_) indagare se nel soggetto si riscontri, o non, una malattia la

quale interessi il suo funzionamento psichico; _c_) determinare la

facoltà lesa o, meglio, quale regione cerebrale e quale serie di atti

psichici ne risentano la patologica influenza; _d_) dire il grado

maggiore o minore della malattia e della sua influenza; _e_) esaminare

se la detta influenza si versi nel campo della coscienza od in quello

della volontà, e se produca l’effetto di alterare, di restringere,

di sopprimere il primo, annullandone la interna _visione_; od anche

di turbare il secondo sì da abbattere e distruggere il potere della

pienezza di arbitrio.

A prescindere dalle cognizioni tecniche attenenti alle forme molteplici

di malattie che affettano la sensibilità, la ideazione, l’attenzione,

la emotività, la personalità, la volontà, la libera o spontanea

esplicazione degli atti interni; il perito, nel risolvere il problema

psicologico, cioè il problema del _funzionamento normale o meno

della coscienza e della volontà, non che il grado di responsabilità

soggettiva dell’atto formante obbietto d’imputazione_, deve _a_) aver

chiare ed esatte nozioni psicologiche sulle leggi onde si producono e

si effettuano tutti i fenomeni interni, dalla sensazione all’ideazione,

dall’attenzione al giudizio, dalla riflessione alla volizione,

dalla consapevolezza dell’io alla sua spontanea manifestazione nel

mondo esterno; _b_) saper cogliere il _motivo_ vero dell’azione

incriminata, misurarne ed apprezzarne l’efficacia dinamica in relazione

agli stadî di coscienza del prevenuto; _c_) mettere in palese, non

solo il rapporto logico tra il motivo e l’azione, ma ancora lo

stato _funzionale_ della coscienza e della volontà circa l’effetto

esercitato dal motivo o isolatamente (ipotesi di _responsabilità_) o

in concorso con cause patologiche (ipotesi di _irresponsabilità_), per

concludere alla normalità o non degli atti psichici ed alla spontaneità

(_libertà_) dell’azione, ovvero al carattere di _necessità_ della

medesima.

=16.=—Donde trarrà il perito le cognizioni utili ed i metodi per

riuscire nell’intento di risolvere il problema concernente lo stato

psichico del prevenuto, non che le condizioni di responsabilità per

l’atto da lui compiuto? Dai sommi scrittori di psicologia. Ma non è

sufficiente; chè, in complesso, i risultati della odierna psicologia,

per quanto ammirevoli, non sono poi tali da suffragare abbastanza tutte

le esigenze pratiche a cui deve giungere l’esame peritale. Per provare

l’asserto e perchè nello studio del delinquente si abbia il concetto

dei giusti confini, entro i quali debbono limitarsi le pretese del

perito, ci permetteremo, a compimento di questo capo, di tracciare

sommariamente le nozioni alle quali deve farsi ricorso se vuolsi avere

i criterî scientifici in materia di coltura generale psicologica.

=17.=—Qualunque fenomeno psichico è di sua natura un processo composto

risolvibile in elementi. Anche in ciò evvi la riprova d’una legge

fondamentale di natura, che ogni parte sia un tutto e che ogni tutto

sia il prodotto di parti; non solo, ma che ogni formazione naturale

sia il risultato di unità relative. Così, i primi elementi psichici,

secondo l’Ardigò, sono i proestemi, le sensazioni minime, i dati

ipotetici non sperimentabili direttamente e che entrano nella somma di

ciascuna sensazione da noi percepita.

La psicologia, avendo per proprio oggetto non contenuti specifici

dell’esperienza ma l’_esperienza generale nella sua natura immediata_,

non può servirsi di altri metodi che di quelli usati dalle scienze

empiriche, così per l’affermazione dei fatti, come per l’analisi e pel

causale collegamento di essi (Wundt).

Due sono i metodi, di cui dispongono le scienze naturali,

l’_esperimento_ e l’_osservazione_. L’_esperimento_ consiste,

giusta le definizioni del Wundt, in un’osservazione, nella quale i

fenomeni da osservare sorgono e si svolgono per l’opera volontaria

dell’osservatore; l’_osservazione_, poi, in senso stretto, studia i

fenomeni senza un tale intervento dello sperimentatore, ma così come si

presentano all’osservatore nella continuità dell’esperienza.

L’indirizzo sperimentale (e vedremo fino a che punto) nei fenomeni

psicologici è tutto una conquista dell’odierno positivismo filosofico.

Esso, per non parlare che dei fondatori, si deve sopratutto all’opera

di Tetens, del Weber, del Fechner, del Wundt. Gli esperimenti che

si eseguono nei laboratorî sono di due specie; alcuni attengono

alla misura della sensazione ed all’esame delle rappresentazioni,

rientrando nel còmpito della _psicofisica_; altri si estendono ai

processi psichici più complessi ed interessanti, formando materia

della _psicometria_. L’indole del mio libro mi dispensa dal rassegnare

tutti i sistemi pratici che si tengono per constatare le leggi,

a cui obbediscono i rapporti tra gli stimoli e le sensazioni, le

rappresentazioni di spazio e di tempo; non che dal ricordare che,

con l’uso degli esperimenti _psicometrici_, si pervenga a misurare

il cosidetto _tempo di reazione_, l’estensione della coscienza e

dell’attenzione, i processi mnemonici ed associativi. Il Wundt pretende

che la psicologia, per il modo naturale in cui sorgono i processi

psichici, è costretta al metodo sperimentale, appunto come la fisica

e la fisiologia. Egli spiega: «Una sensazione si presenta in noi

sotto condizioni favorevoli all’osservazione, se essa è suscitata

da uno stimolo esterno; una sensazione di suono, ad esempio, da un

movimento sonoro esterno, una sensazione di luce da uno stimolo

luminoso esterno. La rappresentazione di un oggetto è originariamente

determinata da un insieme sempre più o meno complesso di stimoli

esterni. Se noi vogliamo studiare il modo psicologico in cui sorge una

rappresentazione, noi non possiamo usare alcun altro metodo che quello

di imitare questo processo nel suo svolgimento naturale. In questo

modo abbiamo il grande vantaggio di potere volontariamente variare le

rappresentazioni stesse, facendo variare le combinazioni degli stimoli

agenti nelle rappresentazioni, e così di giungere ad una spiegazione

dell’influenza che ogni singola condizione esercita sul nuovo prodotto.

Le rappresentazioni della memoria non sono, è ben vero, direttamente

suscitate da impressioni sensibili esterne, bensì le seguono solo

dopo un tempo più o meno lungo; ma è chiaro che anche sulle loro

proprietà, e specialmente sul rapporto loro alle rappresentazioni

primarie svegliate da impressioni dirette, si giunge alla più sicura

spiegazione quando non ci si affidi alla loro casuale apparizione,

ma si tragga vantaggio di quelle immagini che sono lasciate dagli

stimoli precedenti in un modo sperimentalmente regolato. Non altrimenti

si fa coi sentimenti e coi processi volitivi; noi li potremo porre

nella condizione più opportuna ad un’esatta ricerca, se a nostra

volontà produrremo quelle impressioni che, secondo l’esperienza, sono

regolarmente legate alla reazione del sentimento e del volere. Non vi

è quindi alcuno dei fondamentali processi psichici pel quale non sia

possibile usare il metodo sperimentale ed egualmente alcuno per la cui

ricerca questo metodo non sia richiesto da ragioni logiche»[32].

Io non oso contestare al Wundt quanto egli ritiene nel campo della

psicologia generale; forse qualche eccezione va fatta per i sentimenti

e la volontà; ma, ripeto, fino a che noi versiamo nell’esame di

processi psichici comuni, il metodo sperimentale riuscirà di

inestimabile vantaggio. È lo stesso per i processi psichici criminosi?

I periti psichiatri se ne servono, con buon risultato, nell’esame della

vita psichica inferiore (la sensazione, la emotività, l’appercezione,

la memoria); ma che diremo delle applicazioni da essi fatte nel

dominio della intelligenza o della coscienza, e tanto più nel proporsi

l’intento di risolvere il quesito psicologico-giuridico intorno alla

responsabilità del prevenuto pel reato da lui commesso? I periti, di

consueto, credono di aver adempito al dovere se, con adatti istrumenti,

abbiano avuto i dati psicofisici del soggetto; convinti che gli atti

di coscienza, di intelligenza o di volontà non dipendano che dalla

vita fisica, o che il parallelismo psicofisico si estenda, non solo

ai processi sensitivi ed appercettivi, ma eziandio a tutti gli altri

che costituiscono la nostra vita psichica superiore. L’errore non è

perdonabile. Poichè la vita dello spirito, nella crescente evoluzione

delle funzioni coscienti, si appalesa di grado in grado più svariata,

più complessa: dagli elementi protoestematici, o dalle impercettibili

e minime sensazioni, alle più alte concezioni dei rapporti causali tra

le cose ed alle ideali aspirazioni d’un bene altruista, vi è, è vero,

continuità di processi, ma vi è puranco sì differenziata distinzione

qualitativa di fenomeni, che, ad estimarne l’intima essenza, non

bastano le leggi apprese per spiegarci gli atti puramente fisici

della vita psichica inferiore. A tutti ormai è noto, che negli atti

o nelle manifestazioni della psiche non è a cogliere solamente una

somma di elementi informativi, quantitativamente multipli; ma un’unità

ed identità che, nel mentre suppongono dei processi composti, si

staccano dalla serie degli stati sottostanti e permangono con attività

e leggi proprie. La sensibilità, la emotività, chi ne dubita?,

si ricongiungono, per leggi dinamiche, con la potenzialità della

intelligenza e della volontà: ma altra cosa è la eccitazione prodotta

da movente passionale, altra cosa scorgere il nesso causale tra un atto

e la responsabilità che se ne assume; tra la scelta di qualsiasi mezzo

e l’effetto che vuolsi raggiungere; tra la rappresentazione del motivo

a delinquere ed i moltiplici stati di coscienza prodotti; tra il cumulo

di nozioni e di apprezzamenti sulla natura soggettiva dell’agente

e la conclusione giuridica di ammettere od escludere o graduare la

responsabilità delle azioni di cui questi fu causa.

=18.=—Il delitto, avvisato soggettivamente, è un processo di

organizzazione della energia criminosa. La scienza sua propria è la

psicologia criminale. E, allo stesso modo che ogni scienza si risolve

in unità elementare—la biologia nella molecola, la fisica nell’atomo,

la chimica nella monade eterea—la psicologia criminale si risolve nei

motivi, che sono i minimi psicofisici del fenomeno complesso dell’anima

del delinquente.

Ha il perito la coltura sufficiente per risalire, con analisi minuta,

dal motivo criminoso alla determinazione del delitto? Ha egli

l’abitudine, per non dir l’attitudine, di riunire in sintesi i dati

raccolti e rivolgerli ad illuminare sè medesimo ed il giudice nella

risoluzione, alla base di criterî affatto giuridici, del problema

penale? Quante volte mi son trovato di fronte a coltissimi medici, i

quali, credendo di avere esaurientemente risposto all’ufficio di perito

psichiatra, col constatare la esistenza, nel soggetto sottoposto ad

esperimenti, di qualsiasi manifestazione psicopatica, concludevano,

senz’altro considerare, pel vizio totale o parziale di mente; per la

irresponsabilità o per la semiresponsabilità! Essi, come negli esercizî

acrobatici, facevano un salto nel vuoto: e se la parola del magistrato

o del difensore li richiamava all’apprezzamento psicopatologico della

causale del delitto, al decorso dell’azione impulsiva di qualche

motivo; eppoi, allo stato normale o transitorio di coscienza, al grado

e specie di coordinazione associativa delle idee, dei sentimenti, delle

volizioni del prevenuto; alla estensione del di lui campo visivo di

coscienza, all’attitudine di attendere, di riflettere, di prevedere;

alla forza maggiore o minore di far uso dei poteri inibitorî; alla

fisonomia che d’ordinario prendono gli affetti; alla vivacità delle

immagini, alla energia delle idee; alla specie dei ligami delle vita

di relazione; ed, in ultimo, al complesso di levatura della mente

del soggetto, di energia della sua volontà; i periti, d’ordinario, o

rimanevano incerti e reticenti, ovvero finivano col confessare che

ciò non rientrava nel loro assunto tecnico. Peggio, poi, è avvenuto

nel caso siasi richiesto al perito, che cosa ne pensasse, tenuto

conto dello stato psicopatico dell’imputato, circa la responsabilità

attribuitagli del fatto compiuto. O non si aveva che risposta evasiva,

ovvero i giudici doveano accorgersi che una qualsiasi risposta era

data senza tener punto calcolo, non solo dello stato del soggetto,

bensì di tutti i coefficienti processuali; epperò si è sempre finito

coll’annettere minima importanza al giudizio dell’uomo che dicesi

_tecnico_! Di qui l’antagonismo sistematico tra periti e magistrati.

Si riconosca una volta per sempre: le perizie, come generalmente son

praticate, hanno gran valore pel lato esclusivo dell’esame patologico

dell’imputato: il rimanente appartiene al cultore di psicologia,

appartiene al giurista: voler confondere l’un ufficio con l’altro è lo

stesso che emettere giudizî unilaterali, o erronei o punto confortati

dai lumi della scienza. Le nozioni peritali debbono servire di punto di

partenza nell’apprezzamento dello stato psichico dell’accusato; esse,

cioè, debbono servirci per premettere che l’atto incriminato non possa

avere che decorso morboso; mentre, il pronunziarsi sul come e perchè

del decorso istesso, sulla genesi e sulle fasi di progresso, non che

sulla opportunità di ricorrere, tenuto riguardo alla difesa sociale

ed al pericolo di ripetizione dell’atto commesso, a mezzi repressivi,

rientra nella sfera di altra coltura che non sia la patologia o la

psichiatria: è per altra via, che quella segnata dal perito, che il

criterio _a posteriori_ della pena, del quale avanti facemmo motto, si

integrerà col criterio _a priori_ dell’intima conoscenza del prevenuto,

ed è così che il giudice emetterà il suo giudizio retto ed illuminato.

Psicologia criminale · 第 19 / 59 题