CAPITOLO XIX.

Siamo agli sgoccioli.

Clodia Metella si era prontamente ricomposta con quella balìa di sè,

che è propria delle donne. Non se l'abbiano a male, di grazia, le mie

buone lettrici. Io penso che sia una virtù il sapersi padroneggiare,

così nelle piccole cose come nelle grandi, e se è vero che la necessità

aguzza l'ingegno dell'animale pensante, come svolge e perfeziona

l'istinto del bruto, si può ben dire che la soggezione in cui, da che

mondo è mondo, fu sempre tenuta la donna, le abbia appunto accresciuta

la virtù del dissimulare, e data in pari tempo la scusa.

Quanto a Servilio Cepione, il nostro vecchio argentario ci aveva un

grugno così fatto, che poco ci voleva a nascondere i moti nell'animo.

Il sorriso e la smorfia erano tutt'uno per lui.

Caio Sempronio rimase un po' sconcertato alla vista inattesa del suo

ippopòtamo. Ma infine, quella medesima qualità che più doveva dargli

molestia, poteva anche rendergli gradita la presenza di lui. Era un

creditore. Ora, coi creditori, non ci son vie di mezzo; o sprofondarsi

in inchini, o buttarli dalla finestra. Almeno, questa è l'opinione dei

debitori, che in questa materia sono i giudici più autorevoli. Caio

Sempronio, debitore maraviglioso, non poteva onestamente appigliarsi

al secondo partito, anche per la ragione che incominciava a trovarsi

al verde, e, alla vista di Servilio Cepione, gli parve che gli si

presentasse la fortuna, col corno dell'abbondanza tra mani.

Lo accolse dunque benissimo, e gli mosse incontro con le braccia

distese.

— Oh Cepione! Che buon vento ti ha condotto tra noi?

— In verità, — disse quell'altro, — il vento non ci ha avuto a far

nulla. Son venuto per terra. Del resto, come dicevo poc'anzi alla

nostra Clodia Metella, una ragione poco piacevole mi ha tirato fin qua.

I medici mi hanno ordinati i bagni di mare, per una certa salsedine che

m'è venuta alla pelle.

— Malattie dei ricchi! — notò Caio Sempronio ridendo.

— Ah, non parlar di ricchezze! Non si fa nulla.....

— E i danari dormono nelle arche, infruttuosi, non è vero? Ma sta di

buon animo, Servilio; presto ti darò occasione io, di srugginire le

chiavi del forziere. —

Cepione fece un muso lungo una spanna.

— Basta, ne parleremo; — prosegui Caio Sempronio. — Oggi si sta

allegri. Rimani con noi, ci s'intende?

— No, ti ringrazio. Sono qui per curare la mia salute e non posso fare

la vostra vita da epicurei.

— Che! Ti spaventi di poco. Pensa che l'allegria fa buon sangue.

— Vieni almeno a cena da noi; — disse Clodia Metella, secondando

abilmente le premure del compagno.

Cepione si lasciò persuadere. Oramai era accettato in casa e poteva

aspettare tranquillamente il buon punto. Fatte poche altre chiacchiere

sul più e sul meno, il degno uomo prese commiato per andare alla sua

bagnatura, e Caio Sempronio lo accompagnò cortesemente fino all'uscio

di strada.

— Poveraccio! — diss'egli tornando nel tablino, ove Clodia Metella

attendeva ad alcuno di quei nonnulla, che le donne chiamano lavori,

mentre non sono altro che passatempi. — È un avaro, uno strozzino; ma

in fondo in fondo è migliore della sua fama. —

Il nostro cavaliere vedeva tutto color di rosa, in quel giorno.

— Padrona mia dolce, — soggiunse egli, — sono stato fuori un po'

troppo. Ma la colpa fu del lavoro, che non era finito. Ecco il tuo

diadema. Va bene così?

Clodia ammirò, e si volse a guardare il giovine col più lusinghiero dei

suoi dolci sorrisi.

Ora, chi nol sa? i sorrisi d'una bella donna si bevono, e scendono al

cuore più soavi dell'ambrosia, o del nèttare. «Niente è più dolce del

miele» ha detto Salomone; e certo l'autorità è grande, nè si può così

leggermente contraddirgli. Pure, io porto opinione che il sapientissimo

re non badasse troppo a quel che diceva. Se ci avesse pensato un

pochino, metto pegno che si sarebbe ricordato. Poffaremmio! Che tra

i mille sorrisi raccolti nel suo palazzo (e dico mille, perchè ne ha

tenuto il conto la storia), non ce n'avesse uno da valer più d'un favo

di miele?

Caio Sempronio bevette senz'altro quel sorriso di Clodia, e nella

dolcezza ond'era tutto compreso dimenticò ogni sopraccapo.

— Mia bella amica, — le bisbigliò quindi all'orecchio, — io ti amo. E

tu? —

Clodia Metella non rispose. Ma fece meglio; gli gettò le braccia al

collo.

— Dopo tutto, è un bel giovane; — pensò la bella patrizia, che se ne

intendeva. — Peccato che non sia più ricco! —

Fu quella l'orazione funebre agli amori di Tizio Caio Sempronio. Ma che

importava ciò, se il morto era calato nel monumento con una ghirlanda

di rose?

Quel giorno la cena fu gaia oltre l'usato. Il nostro cavaliere avea

l'aureola dei beati intorno alla fronte; e Clodia Metella..... Abbiamo

veduto come sapesse padroneggiarsi e dissimulare, quella gentile alunna

di Venere.

In mezzo a tutti i piccoli episodii della serata, Cepione trovò il

modo di dire alcune parole all'orecchio di Clodia. Ma Caio Sempronio,

dal canto suo, trovò il modo di parlare un tratto da solo a solo con

Cepione.

— Amico mio, quattro parole.

— Ci siamo! — pensò l'argentario. — Attenti a parare la botta. —

E ad alta voce soggiunse:

— Mio cavaliere, sentiamole.

— Forse già le indovini. Ho bisogno di danaro.

— Non ne ho. Ti parrà strano, e i tuoi occhi me lo dicono chiaramente,

prima che parlino le labbra. Ma il fatto è questo: non ne ho. In questi

mesi mi sono andati a male parecchi negozi e mi trovo in secco.

— Mi duole..... per te e per me; — disse, dopo una breve pausa, Caio

Sempronio. — Ma, poichè mi sei amico.....

— Amicone! Amicone! — interruppe l'argentario, prendendogli una mano e

battendogli così amorevolmente sul braccio, che non pareva più lui.

— Orbene, poichè così è, potrai parlarne o scriverne, che sarà meglio,

al tuo collega Furio Spongia, a Crispo Lamia, a qualcun altro delle

Botteghe Vecchie.

— Ahi, ahi! — esclamò Cepione, con quell'aria di soave malinconia che

assumono i mercanti sulle difese, e in generale tutti gli uomini che

stanno per negarvi un servizio. — Le Botteghe Vecchie sono chiuse.

— Da quando? — domandò Caio Sempronio, che lì per lì non aveva capito

il senso riposto della frase di Cepione.

— Da quando hanno incominciato a diffidare. Bada, non sono io che

parlo; riferisco i discorsi degli altri. C'è Furio Spongia che

asserisce aver tu preso ad imprestito per somme di gran lunga superiori

alle tue sostanze.

— Ah! dice questo, il briccone?

— Sicuro, ed aggiunge di averne le prove. A me, che volevo persuaderlo

del contrario, perchè ho fede in te, e dopo tutto non mi spaventerei

d'aver perduta una parte del mio, pur di averti potuto rendere un

servizio, a me, dico, Furio Spongia ha risposto di essersi abboccato

col tuo arcario e di averlo costretto a convenirne, dopo tirata la

somma di tutti i tuoi debiti, antichi e nuovi. Anzi, mi aggiungeva che

Lisimaco... Ê così che si chiama il tuo cassiere?

— Sì, va innanzi; — disse Caio Sempronio, impaziente di giungere al

fine.

— Mi aggiungeva dunque che Lisimaco, turbato da quella improvvisa

scoperta, che rendeva inutile il suo ufficio, ti aveva scritto una

lettera.

— A me? Non so nulla di ciò.

— Eppure, quella medesima sera il messaggiero era partito da Roma.

— Aspetta; — disse Caio Sempronio. — Ora mi rammento. Dev'essere stato

quindici giorni fa. Lisimaco infatti mi scriveva..... Ma in verità, non

so che cosa mi scrivesse, perchè non ho letto il messaggio.

— Leggilo ora, e vedrai. —

Il nostro cavaliere, scombussolato da quelle ingrate notizie, andò

nella sua camera, aperse la capsa e trovò la lettera del suo povero

arcario. Era un piagnisteo dalla prima all'ultima parola. Lisimaco

aveva riconosciuti ad uno ad uno gli sdruci fatti dal cavaliere nel

suo patrimonio, e conchiudeva malinconicamente col dirgli: «tu non hai

più nulla del tuo; i creditori sequestreranno ogni cosa, e, quel che è

peggio, i tuoi poderi non basteranno a coprire i debiti, così numerosi

ed ingenti, come hai avuto il senno di farli.»

Rimase di sasso. Non ignorava già di andare alla rovina, ma non credeva

di giungerci così presto. Altro che fermarsi allo scrimolo! Egli era

già a gambe levate nel vuoto.

Il primo pensiero che gli usci formato ed intiero da quella gran

confusione, fu per la donna amata da cui avrebbe pure dovuto separarsi.

— E Clodia? Che dirà Clodia? Come l'avvertirò io di tanta

sciagura? —

La conclusione del suo soliloquio si fu che per quella sera non avrebbe

parlato di nulla. Rimettere le noie al dimani è sempre stata la gran

regola degli uomini a modo.

Il giorno dopo, era meno che mai disposto a parlare. Andò in

quella vece a trovar l'argentario, per vedere se fosse possibile di

intenerirlo.

— Senti; — gli disse; — l'autunno è inoltrato e a giorni mi bisognerà

ritornare a Roma. Fa ancora uno sforzo, e t'assicuro che sarà l'ultimo.

— Lo vorrei, per Saturno, ma non posso. Tu vuoi cavar sangue da una

rapa. Ho appena il danaro bastante per viver qui una ventina di giorni,

da solo e senza uscire di riga. Quanto a Furio Spongia e a' suoi degni

colleghi, mi pare di avertene detto abbastanza ier sera. Credo anzi che

abbiano intenzione di rivolgersi al pretore, se già non lo hanno fatto,

per tutelare i loro diritti. —

Al nostro eroe cascarono a dirittura le braccia.

— Siamo già a questi punti! — diss'egli.

— Mah! Io non ne so nulla; ti ripeto quello che ho inteso a dire e ti

aggiungo quello che temo. —

Caio Sempronio usci disperato dal diversorio, in cui era alloggiato il

feroce argentario.

Quel giorno fu tutto per Clodia. E lei? Quanto a lei, lettori

umanissimi, non so dirvi che pensieri le girassero per la fantasia.

Sbadigliare non fu vista da alcuno, e se vi dicessi, per certe mie

induzioni, che reprimeva gli sbadigli e gli atti d'impazienza, temerei

di asserire una cosa non vera. L'hanno tanto lacerata, quella povera

Clodia Metella, che non ci sarebbe misericordia da parte nostra ad

imitare i suoi contemporanei. Ammettiamo, per farla finita, che le

dolesse di vedere il suo Caio Sempronio così presto andato a male, ma

che, da donna assennata qual era, desiderasse in cuor suo di trovare

un'uscita, e per lui e per sè.

— Stamane, se permetti, — le disse il povero cavaliere, — vo fuori.

— Dove?

— Fino a Puteoli. Ho da vedere un amico. —

Clodia Metella indovinò così a mezz'aria che tutto stava per finire, e

non volle trattenerlo. Per altro, una parola ci voleva; e la parola fa

questa:

— Purchè non si tratti d'una donna!

— Ah, non temere! Chi ama te, le dimentica tutte. —

Ciò detto, si allontanò, ma non senza volgere dal fondo dell'atrio una

lunga occhiata a lei, che gli sorrideva dal tablino aperto, bella e

fresca come l'aurora.

— Lasciarla! pensava egli intanto. — Non ne sento il coraggio. Udiamo

prima il consiglio di un savio. —

Chi era costui, che doveva metter bocca sulle faccende di Tizio Caio

Sempronio? Aspettate, e lo vedrete. Il pensiero di far capo a costui

gli era nato nella notte, e, cosa strana, posando al fianco di Clodia.

Il mondo è pieno d'antitesi, e il cervello dell'uomo, che è un piccolo

mondo, ne ha una ad ogni svolta delle operose sue cellule.

La barca su cui era salito il nostro cavaliere andava a tutta forza

di remi verso Puteoli; ma volse a riva, prima di giungere in vista

di quel piccolo porto. Colà si vedeva una villa graziosa, le cui mura

dipinte di cinabrese s'inerpicavano per la verde costiera, andando a

congiungersi al sommo di un poggio, dove sorgeva una casa foggiata a

mo' di tempio greco. Questa almeno era l'apparenza sua, derivata dal

portico d'ordine dorico, che correva lungo la fronte dell'edifizio.

Quel luogo dicevasi l'Academia, e gli eruditi hanno già capito a

chi appartenesse. Noi che non siamo eruditi (e ci corre) prenderemo

ad imprestito un po' della loro dottrina, per dirvi che Acadèmo era

un cittadino ateniese, il quale aveva nominato il popolo erede dei

suoi orti, convertiti poscia in pubblico passeggio, cinto di mura da

Ipparco, abbellito da Cimone, illustrato dai discepoli di Platone,

che vi si raccoglievano a disputare; donde la scuola ebbe il nome di

Academia. Ma perchè tuttociò non vi chiarirebbe ancora le origini

dell'Academia di Puteoli, aggiungeremo che un grande romano aveva

imposto quel classico nome alla sua casa di campagna, posta colà, tra

Puteoli e il lago d'Averno, abbellendola di portici e circondandola di

giardini, ad imitazione dell'Academia di Atene. E quest'uomo, ormai

lo hanno indovinato anche i non eruditi, si chiamava Marco Tullio

Cicerone.

Caio Sempronio, smontato dal burchiello alla riva, salì per un

sentieruolo, che, serpeggiando attraverso una macchia di corbezzoli e

di frassini, metteva all'abitazione del magno oratore. Tutto in quel

luogo era grazioso e severo ad un tempo; si capiva alla bella prima che

dovesse essere il romitorio d'un filosofo, e che quel filosofo fosse

anche un uomo di buon gusto. Alla mente del nostro cavaliere s'affacciò

per l'appunto una sentenza dell'Arpinate, che doveva essere nata colà:

_hic mihi jucundior solitudo, hic et amicitia jucundior_.

Fu annunziato l'arrivo del nostro eroe, mentre il più elegante dei

pensatori romani stava dettando una delle auree sue pagine al suo

liberto, amico e discepolo, Marco Tullio Tirone. Non ignorate per fermo

che i liberti prendevano il nome dei loro antichi padroni.

Caio Sempronio non voleva riuscire molesto in quell'ora solenne, e il

filosofo approfittò delle cortesi sollecitazioni di lui, per finir di

dettare uno dei suoi capitoli immortali. Cicerone stava appunto per

condurre a termine il trattato «Della Vecchiaia» che è senza fallo uno

dei suoi migliori, anzi l'ottimo fra tutti, per la purezza della forma

e la dignità dei pensieri.

In quel libro parlava Catone il Maggiore, ma un Catone riveduto e

corretto dall'ingegno altissimo di Marco Tullio, che si levava nella

chiusa ad inarrivabili altezze.

— «Nessuno, o Scipione, mi persuaderà mai, che il padre tuo Paolo,

o i due avi Paolo e l'Africano, o il padre dell'Africano, o lo zio,

o molti altri valentuomini che non accade di enumerare, avrebbero

operato tante cose degne del ricordo della posterità, se non avessero

veduto con l'occhio della mente che la posterità era ad essi dovuta. O

pensi che io (per lodare un tratto anche me, alla guisa dei vecchi) mi

sarei tolti sugli omeri tanti assidui travagli in città e nel campo,

se avessi pensato di dover chiudere la mia gloria in quei medesimi

confini in che la mia vita doveva esser chiusa? E non sarebbe stato

assai meglio trarre oziosa la vita e quieta, senza alcuna fatica,

o contrasto? Senonchè, io non so come, l'animo mio, sollevandosi,

sempre così vedeva la posterità, come se, dopo la morte, avesse a

continuargli la vita. La qual cosa se non procedesse in tal modo,

che le anime nostre fossero immortali, l'intelletto degli ottimi non

si travaglierebbe di certo per conseguire una gloria immortale. E

perchè credete voi che muoiano di buon animo i sapienti, e tutto al

contrario gli stolti? O non vi pare che l'animo il quale più scorge, e

più lontano, s'avveda per l'appunto di partire per regioni migliori,

mentre chi ha ottusa la vista nol vede? Sì, veramente, io m'esalto

nel desiderio di vedere i padri vostri, che ho rispettati ed amati; nè

quei soli che io stesso conobbi, ma altresì coloro dei quali udivo e

leggevo, e intorno ai quali scrissi nei miei libri di storie. Pronto

alla partenza per quei luoghi, nessuno varrebbe a trattenermi, volesse

anco ritornarmi alla prima giovinezza, ricuocendomi, come si narra

del vecchio Pelia aver fatto Medea. E se pure un Dio mi concedesse

di tornar bambino, così che io dovessi vagire in cuna, in verità

ricuserei, non volendo, quasi alla fine del mio corso, dalle riprese

essere ricondotto alle mosse.» —

— Stupendo! — esclamò Caio Sempronio, che non seppe trattenere lo

scoppio della sua ammirazione.

Marco Tullio, a cui piaceva la lode, pagò quella esclamazione con

un sorriso e con un cenno amichevole del capo; indi continuò la sua

dettatura:

— «Invero, che cos'ha la vita di utile, o non piuttosto di travaglio?

Ma l'abbia pure; essa ha certamente, dopo tutto, la sua noia e il suo

termine. Non mi piace adunque di rimpiangere la vita, come molti ed

anche savii hanno fatto. Neanche mi pento di essere vissuto, perchè

sono vissuto in tal guisa da non credermi nato invano, e da questa vita

mi parto, come si fa da un ospizio, non come da una casa. Infatti a

noi la natura diede l'albergo per soggiornarvi, non già per abitarvi. O

splendido giorno, nel quale io parta per quel consesso di anime divine

e mi allontani da questa turba e confusione di gente! Nè solo andrò

a quegli uomini dei quali ho detto poc'anzi, ma eziandio a Liciniano

mio figlio, di cui non nacque uomo migliore, nè chi lo avanzasse in

pietà; il cui corpo fu abbruciato da me, quando era più naturale che

il mio lo fosse da lui. L'anima sua non mi abbandonò, veramente; anzi,

mirando a me di continuo, s'avviò a quel luogo dove sapeva che io

pure avrei dovuto giungere un giorno. La quale sventura mia io parvi

sopportare con fortezza, non perchè mi vi acconciassi di buon animo,

ma perchè me ne consolavo, stimando non esser lontane tra noi la

dipartita e l'assenza. Per queste cose, o Scipione (che mi dicevi di

averne fatte spesso le meraviglie con Lelio), la vecchiezza, non che

molesta, mi torna dilettevole e cara. Che se io m'inganno nel credere

immortali le anime umane, volentieri m'inganno, nè voglio mi si tolga

un errore, che abbellisce la mia vita. Se morto non sentirò più nulla,

come credono certi filosofastri, non temo che i filosofi, morti anche

loro, abbiano a deridere questa mia illusione. Che se poi non dobbiamo

essere immortali, tuttavia è desiderabile per l'uomo di estinguersi al

suo tempo. Imperocchè la natura, come in tante altre cose, così ha una

misura nel vivere. E la vecchiezza è come il compimento della vita; è

il quint'atto della commedia, in cui dobbiamo sfuggire ogni ombra di

stanchezza, segnatamente dove si aggiunga la sazietà. Queste cose avevo

a dire della vecchiaia, a cui v'auguro di pervenire, affinchè le cose

udite da me possiate trovar giuste, mercè la vostra esperienza.» —

L'amanuense aveva finito di scrivere, e Cicerone diede una rifiatata di

contentezza.

Anche questa è condotta a termine; — diss'egli. — E quasi quasi mi

duole. Ci si separa mal volentieri da un amico; e questo lavoruccio era

un amico per me.

— Tu lavori sempre, ad onore di Roma, — notò con timido accento il

giovine cavaliere.

— Così tu dicessi il vero! Confermeranno i posteri la tua sentenza?

Ecco il punto. Ad ogni modo, fo quanto è in me per meritarla. Le

lettere mi consolano in ogni studio della vita, e, come tu vedi, mi

seguono anche in villa. E adesso, o Tirone, — soggiunse il grande uomo,

— va a ricopiare lo scritto; lo manderemo agli amici, se credi che ne

valga la spesa. Io udrò frattanto questo umanissimo giovine. —

Tirone raccolse le sue tavolette e si ritirò, mentre Caio Sempronio si

faceva innanzi.

— Tu vorrai perdonarmi l'indugio; — continuò Cicerone. — Noi vecchi

abbiamo sempre qualche ricordo da lasciare a chi verrà dopo; e guai

a noi, se perdiamo il filo, perchè il tempo incalza e la Parca ci

attende. —

Il grande oratore e filosofo sentiva già forse vicina la morte.

Infatti, sei anni dopo, egli moriva coraggiosamente, nel sessantesimo

quarto anno d'età, vittima delle ire d'Antonio che egli aveva fulminato

con le sue filippiche, piene di tanto amore per la patria e di tanta

devozione alla causa della libertà, che pur vedeva perduta. I soldati

recarono la sua testa a Fulvia, la moglie di Antonio, e la fierissima

donna, impugnato lo spillo che le teneva raccolti i capegli, vendicò

sulla lingua del morto le dure verità dette dai rostri al suo secondo e

al suo primo marito. Ricorderete che innanzi di dar la mano al futuro

amante di Cleopatra, il quale la trattò poi secondo i suoi meriti,

facendola morire di dolore e di gelosia, Fulvia era stata la moglie di

Publio Clodio.

— Ma lasciamo questi vani discorsi; — proseguì Cicerone. — In che cosa

può giovarti l'opera mia? —

Caio Sempronio gli espose allora in poche parole il caso suo,

riserbandosi di tornarci sopra con maggior diffusione, per tutti

quei particolari che al sommo giureconsulto mettesse conto di sapere.

Cicerone, che aveva conosciuto da vicino il padre di lui, lo ascoltò

con molta benevolenza e volle conoscere tutto, dall'a fino alla zeta.

— C'è una donna, di mezzo! — esclamò. — Dovevo immaginarmelo. Giovani

matti, che non ricordate essere stata una donna la causa dell'eccidio

di Troia! È vero per altro — soggiunse egli, ridendo umanamente della

sua medesima osservazione, — che, se non cadeva Troia, non nasceva

Roma. Dunque, perdoniamo alle donne, e tiriamo avanti. —

Il nostro cavaliere proseguì il suo racconto, nel quale gli occorse

anche di profferire il nome di Clodia Metella. E questo non giunse

nuovo a Marco Tullio, che rammentò allora il teatro di Pompeo e la

rappresentazione della _Casina_ di Plauto, alla quale abbiamo fatto

assistere i lettori.

— Io non ti dirò nulla di lei; — disse il magno oratore. — Sarei un

testimonio sospetto. A me basta che tu, sapendo quello che io ne ho

detto al tribunale pochi anni or sono, non abbia temuto di venire da me

per consiglio. Forse intendevi che, dopo quanto t'è occorso, ero io il

tuo alleato naturale. —

Queste parole di Cicerone svegliarono nel cuore di Caio Sempronio

un vago senso di tristezza. Egli non aveva pensato a nulla di tutto

ciò che il suo illustre interlocutore vedeva in quella visita, fatta

piuttosto a lui che ad un altro. Era andato da Marco Tullio, per la

stima che aveva grandissima del suo ingegno, per la stessa urgenza

del caso, che non portava di andare a cercare un consigliere lontano,

mentre ce n'era uno a pochi passi da Baia, e in fondo in fondo anche

per quella virtù dell'istinto, che nei supremi momenti ci fa indovinare

da qual parte si trovino gli aiuti più poderosi. Ma quell'accenno del

grand'uomo al passato, gli fece provare una specie di rimorso, che si

mutò in corruccio, non contro Cicerone, bensì contro sè stesso.

— Forse ho dubitato di lei? — pensò Caio tra sè. — E venendo a chieder

consiglio da Marco Tullio, intendevo forse di vendicarmi su lei? Mi

sono rovinato per quella donna, è vero, ma come mi sarei rovinato per

un'altra, nè più, nè meno. —

L'interna battaglia che io vi ho descritta con tante parole, durò a

mala pena un istante. E in pari tempo il nostro cavaliere sentì il

bisogno di sviare il discorso.

— Forse, — diss'egli, — la causa non è degna di te, ed io ho abusato....

— No, non credere che sia da meno del mio povero ingegno; — interruppe

Cicerone. — Te lo dirò con Terenzio: sono uomo, e nessuna delle umane

miserie ha da essermi straniera. Mi occuperò del tuo caso, appena

sarò di ritorno in Roma. Io non mi sono trattenuto a Puteoli che per

finire il mio libro. Ma il Foro mi richiama da un pezzo, e fo conto di

partire domani o doman l'altro. Vieni a vedermi laggiù e conducimi il

tuo Lisimaco, per tutti i ragguagli e per tutti gli schiarimenti che mi

saranno necessarii. Comunque esso valga, il mio patrocinio lo avrai.

— Ah! — gridò il cavaliere. — Tu mi ridoni la vita. Con te si vince di

sicuro.

— No, non cantar vittoria, te ne prego. Un cattivo avvocato può perdere

una causa buona; un buon avvocato non può guadagnarne una cattiva.

Almeno, — soggiunse, con una restrizione che gli pareva necessaria, —

se il giudice è onesto. —

Caio Sempronio si accomiatò finalmente dal grande oratore,

promettendogli che pochi giorni dopo si sarebbe presentato a lui, nella

sua casa al Palatino.

Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana · 第 24 / 35 题