CAPITOLO XX.

Una va e l'altra viene.

Egli ritornò alla riva con la morte nel cuore. Con che animo avrebbe

egli detto a Clodia Metella: partiamo alla volta di Roma? Non sarebbe

bisognato confessarle ogni cosa? E quella confessione non l'avrebbe

fatta arrossire?

Pure, non si poteva fare altrimenti. Caio Sempronio si rassegnò,

implorando da Minerva una buona ispirazione, pel momento in cui si

sarebbe trovato da solo a solo con Clodia.

La navicella toccò la riva di Baia, senza che egli avesse trovato

niente di meglio nella gran confusione del suo cervello. Balzò tuttavia

sollecito a terra, e corse, volò, al nido dei suoi poveri amori; nido

diletto, da cui gli era pur necessario allontanarsi tra breve.

Il silenzio regnava in Citera. La sua bella compagna non era ad

attenderlo, come soleva, sotto il vestibolo. L'atrio era deserto, e

deserto il tablino.

— Ahimè! — pensò egli in cuor suo. — così sarà deserto il luogo domani.

Vedete come è già triste fin d'ora. —

Caio Sempronio tornò indietro, per chiedere della signora all'ostiario.

— È uscita; — gli disse Piramo, il servo che già conosciamo fin dai

principio di questo racconto.

— E dove è andata?

— Non so. Ma aspetta, padrone; forse te l'ha scritto in una lettera,

che ha consegnata alle sue donne, poco prima di uscire. —

Caio Sempronio sentì al cuore una stretta violenta. Piantò l'ostiario

al suo posto, infilò la fauce che s'apriva a fianco del tablino, e

riuscì nel peristilio, dove stavano le ancelle di Clodia. Erano tre,

quelle che Clodia aveva condotte seco da Roma, l'ornatrice e due

cosmète; ma Caio Sempronio non vide che queste due, intente a ripiegare

panni e chiuderli in certi forzieri, come se facessero i preparativi

per mettersi in viaggio.

Il cavaliere si avvicinò alle donne, e, senza porre tempo in mezzo,

domandò:

— C'è una lettera per me?

— Sì, mio signore; — disse una delle cosmète. — Eccola qui. La padrona

mi ha raccomandato di non smarrirla, e la tenevo in tasca aspettando il

tuo arrivo. —

Caio Sempronio prese il messaggio di Clodia. Era un pugillare, come

il primo che aveva ricevuto da lei. Ruppe il suggello con ansia

indicibile, e lesse.

Non erano che pochi versi, segnati in fretta, e come a mano volante.

«Io parto. Non cercare di raggiungermi, perchè tutto è finito tra noi.

Pensa agli orti Ventidiani, e consòlati.»

Il povero giovane rimase esterrefatto. Mentre egli ritornava, pensando

tra sè come dirle delle sue strettezze, ella si allontanava da lui, lo

abbandonava, e per sempre! Gli orti Ventidiani! Chi mai aveva potuto

informarla?... Era gelosa; questo almeno appariva dalla lettera. Ma una

donna veramente gelosa non sarebbe rimasta, per rinfacciargli prima

il suo tradimento? Costei invece partiva, senza attendere nemmeno le

sue discolpe, o i suoi recisi dinieghi. Perchè, infine, quali erano i

testimonii? E non poteva anche esser falsa la accusa?

Tutte queste erano belle ragioni; chè il nostro eroe, quando voleva,

ragionava anche lui e meglio d'un libro. Ma, anche col torto dalla

parte sua, Clodia Metella era sparita, e il pensiero della sua insigne

durezza non era quello che potesse lì per lì consolare il povero Caio

Sempronio.

Egli rimase un tratto sospeso, col suo pugillare tra le mani.

Finalmente, gli balenò l'idea di domandare alle donne con chi fosse

andata la loro padrona.

— Non sappiamo; — risposero.

— E tu? — chiese all'ostiario che aveva indovinata la catastrofe e

seguito a rispettosa distanza il padrone.

— Ê andata con un vecchio... con quel grasso che pare il dio Sileno....

— Ah, per gli Dei infernali! — gridò il cavaliere.

Voleva dire dell'altro, ma si trattenne in tempo, ricordando che ci

aveva quei tre, a testimoni delle sue furie.

— Contate di partire, voi altre? — chiese alle due cosmète, dopo un

istante di pausa.

— Se tu ce lo consenti; — rispose la più vecchia di loro. — La padrona

ci ha detto di aspettare i tuoi ordini. —

Al nostro eroe toccava ancora di pagare alle due ancelle di Clodia le

spese del viaggio. Era l'atellana dopo la tragedia!

— Bene! — replicò Caio Sempronio, con lo stesso accento con cui avrebbe

detto: male! — Andrete quando vi piacerà. E tu e i tuoi compagni, —

soggiunse, volgendo la parola all'ostiario, — aspettate. —

Ciò detto, andò fuori, per respirare più libero, e mettere, se gli

riusciva, il cervello a partito. Baia, il suo golfo, i colli tutto

intorno, gli parvero un deserto. Per giunta, il cielo s'era abbuiato,

e il mare, ai primi soffi dello scirocco, aveva preso un colore di

piombo.

Guardando a caso dalla parte di Cuma, il nostro cavaliere vide venire

per la via maestra una reda, tirata rapidamente da due robusti cavalli

bianchi. Quel cocchio, come fu giunto davanti al cancello di Citera, si

fermò, e Caio Sempronio vide una matrona che si disponeva a discendere.

— Forse lei, che ritorna? — pensò, senza badare che la dama era sola e

che quei cavalli bianchi non erano i suoi.

Intanto, attratto da una forza irresistibile, volò verso il cancello.

La matrona era discesa e gli veniva incontro sorridendo. Non era

Clodia; era Giunia Sillana.

— Oh, come son lieta di vederti! — esclamò la bella patrizia. — E come

mi rallegro di non essere tornata indietro! Ero già sul punto di farlo,

vedendo il mal tempo; la qual cosa mi avrebbe tolto il piacere di

stringerti la mano. —

Caio s'inchinò, e le porse la destra, così per rispondere alla sua

cortesia, come per aiutarla a salire su pel viale. Per altro, non aveva

aperto bocca.

— Tu sei triste; perchè? — dimandò Giunia Sillana, notando il suo

silenzio e non potendo ascriverlo a mancanza di riguardi.

— Signora mia... — balbettò il cavaliere.

E finì la sua frase con un sospiro tanto fatto.

— Ma che c'è? Voglio saperlo. Ah, forse, — soggiunse, sorridendo, —

qualche nuvola viatrice?

— Sì, viatrice, l'hai detto; — rispose il giovine, crollando la testa.

— Clodia Metella è partita. —

E poichè Giunia Sillana mostrava di maravigliarsi del fatto, cavò il

pugillare dalla cintura e lo aperse sotto gli occhi di lei.

— Ed io che ero venuta a visitarla! — gridò la signora, giungendo le

mani. — Ma come? che capriccio l'ha presa?

— Lo so io? Così avessi saputo prima a chi gittavo il mio cuore! —

rispose egli, sbuffando.

— Povero Caio! E con chi è andata? Con qualche pantomimo?

— No; con Servilio Cepione, con l'argentario.

— Ah, con quel vecchio otre? con quella montagna di carne? Consolati,

bel cavaliere! Una donna che cambia così male non merita una

lagrima.... e neanche il sospiro che ora le dài. —

Caio Sempronio non sospirava in quel punto per Clodia. Sospirava,

pensando che Cepione era ricco, e che egli, invece, era rimasto povero

in canna.

— Senti; — proseguiva Giunia Sillana, fermandosi con delicatezza

femminile a mezza strada, dove era un sedile di marmo, all'ombra d'un

pergolato; — il mondo è pieno di consolazioni, per un uomo tuo pari.

Chi non ti compiangerebbe? Chi, conoscendo te e lei, non imprecherebbe

a lei? Essa è già punita abbastanza dalla sua scelta, non dubitare!

Sarà la favola di tutta Roma. A proposito, quando ci torni, a Roma?

— Subito, per vederla, per....

— No, non devi far nulla contro di lei; — interruppe Giunia Sillana.

— Ci sono delle donne per cui s'incontrerebbe volentieri la morte,

e delle altre che basta disprezzare, quando non è d'avanzo. Chètati

dunque; un giorno le passerai davanti, al fianco di una donna più

bella, e riderai degli spasimi che essa ti ha fatto provare in

passato. —

E si faceva rossa, a dirgli queste cose. Incominciò a credere che

Giunia Sillana ci avesse un miccino di cuore, se ci metteva tanta cura

a consolare quel povero abbandonato.

Caio Sempronio era rimasto pensoso, con gli occhi a terra.

— Sei dunque persuaso? — continuò Giunia Sillana. — Mi prometti di

esser calmo?

— Sì, — rispose egli, — te lo prometto. Oh, non temere, strapperò

l'immagine sua dal mio cuore.

— Bene, così va fatto. E adesso per non rimanere qui, dove tutto ti

parlerà di cose tristi, vieni da noi; Pompeia è una bella città, ricca

di passatempi, e ti darà pace allo spirito. —

Caio Sempronio alzò gli occhi a guardarla, e, per una consigliera di

calma, per una invitatrice agli svaghi pompeiani, gli parve troppo

bella. Un altro, poniamo l'innamorato console Servio Sulpicio Rufo,

avrebbe trovato che quello fosse per l'appunto il caso di accettare;

lui no.

— Grazie; — rispose. — Debbo andare a Roma, o domani, o doman l'altro.

— Non puoi aspettare? Tra otto, o dieci giorni al più tardi, si viene

anche noi.

— Non posso; — replicò Caio Sempronio, chinando la testa.

Giunia Sillana battè sdegnosamente del suo piedino sulla ghiaia del

viale.

— Sempre lei! — esclamò, con accento d'amarezza.

— Ti giuro che non vado per lei; — disse il giovane. — Sappi, poichè

mi credi così fanciullo, che le cose mie non vanno troppo bene. Il mio

arcario mi ha scritto l'altro giorno di gravi dissesti. Temo di restar

povero....

— Già! — interruppe Giunia Sillana, precorrendo di cinquant'anni una

sentenza di Orazio. — La sanguisuga non ha lasciata la pelle, se non

quando è stata piena di sangue. —

Caio Sempronio acconsentì col silenzio all'osservazione della sua bella

vicina.

— Or dunque, — riprese egli poscia, — stamane sono andato a Puteoli per

chieder consiglio a Marco Tullio Cicerone. Ero appunto da lui, quando

essa è fuggita. Il grand'uomo mi ha promesso il suo patrocinio.

— Cicerone è un insigne giureconsulto, — notò Giunia Sillana, — e vede

molto giusto in ogni cosa. Ricordi tu come l'ha giudicata, tre anni fa,

la bella quadrantaria?

— Ah, di grazia, non parliamo più di costei! Ti dicevo di Cicerone.

Egli parte domani per alla volta di Roma, e appena giunto colà vuol

prender cognizione del caso mio, per provvedere in tempo ad ogni

necessità. Tu vedi adunque che debbo partire ancor io senza indugio.

— Quand'è così, non insisto; — disse Giunia Sillana, acquetandosi a

quella buona ragione.

Ma subito dopo ella aggiunse:

— Vai per mare?

— No; — rispose il cavaliere rabbruscandosi a un tratto. — Per mare son

venuto, e per mare non tornerò certamente. Andrò a Capua, e di là sulla

via Appia.

— In questo caso, — osservò Giunia Sillana, — il talamègo non ti serve

più a nulla.

— A nulla, — ripetè Caio Sempronio.

— Benissimo; potresti dunque venderlo a me.

— Ê tuo, padrona; — rispose egli, che nel suo improvviso mutamento di

fortuna non aveva perduti gli istinti del gran signore.

Giunia Sillana accolse quella profferta con un amabile sorriso.

Ti ringrazio; — diss'ella; — ma a questi patti non lo voglio. Non

insistere, ti prego; mi troveresti più ferma a ricusare, che non è

facile Clodia Metella a prendere. Sappi, del resto, che avevo già

domandato ad Elvio Sillano, mio ottimo marito, di comperarmi una barca

di gala, somigliante alla tua. Noi donne siamo un po' come i bambini,

e vogliamo tutto quello che ci dà negli occhi. Elvio Sillano ha detto

di sì; il negozio è dunque già fatto per metà. A lui, anzi, parrà di

toccare il cielo col dito, se potrà risparmiare qualche migliaio di

sesterzi, comperando il talamègo di seconda mano e ancor nuovo per

giunta.

Con queste ragioni, vere o non vere, ma certamente pietose, Giunia

Sillana cercava di persuadere il giovinotto.

— Dunque, siamo intesi; — conchiuse ella, per non dargli tempo a

ravvedersi. — E se non vuoi tenere i servi che hai condotti a Baia,

compreremo volentieri anche quelli.

Caio Sempronio pensava per l'appunto a tutte quelle bocche inutili che

avrebbe dovuto mantenere. E l'offerta di Giunia Sillana, rincalzata

dall'autorità del marito, gli fe' dare una rifiatata di contentezza.

— Sta bene; — diss'egli; — accetto.

— E adesso, — ripigliò con aria di trionfo la matrona, — tu vedi pure

che devi accompagnarmi a Pompeia. —

Caio Sempronio rimase perplesso; ma Giunia Sillana gli diede il colpo

di grazia.

— Vorresti forse che mio marito, alla sua età, facesse lui la strada,

da Pompeia fin qua? —

Il nostro cavaliere s'inchinò. A quella argomentazione non c'era nulla

da opporre.

Frattanto la bella matrona si era alzata da sedere, e accompagnata da

Caio Sempronio si avviava al cancello.

— A proposito, — diss'ella, mentre erano già davanti al montatoio della

reda, — come si chiama il tuo talamègo?

— La _Sirena_; — rispose il cavaliere.

— Un mostro adunque? Metà donna e metà pesce, per allettarti con la sua

bellezza e poi sguizzarti di mano? No, no, — proseguì ella ridendo,

— questo nome non mi piace. Se permetti, quind'innanzi sì chiamerà

l'_Amicizia_; il nome di una cosa sacra ed umana ad un tempo, non

favolosa, nè mostruosa, nè paurosa; ne convieni? —

Come resistere a quelle parole? Il santo nome dell'amicizia non era

egli una malleveria, una guarentigia contro ogni sospetto di secondi

fini?

Or dunque, sotto il manto dell'amicizia, Caio Sempronio salì sulla

reda. E mentre la Sirena Clodia Metella, a fianco dell'adiposo Cepione,

viaggiava per Linterno e Gaeta, alla volta di Roma, il nostro bel

cavaliere, al fianco di Giunia Sillana, viaggiava per Cuma e Neapoli,

alla volta di Pompeia.

Convenite, lettrici umanissime, che c'era più garbo e più eleganza in

questo rapimento che in quello. Giunia Sillana pareva un trionfatore

romano che si avviasse al Campidoglio, conducendo in mostra il più

nobile dei suoi prigionieri.

Due differenze erano per altro a notarsi: che il trionfatore era una

bellissima donna pallida con due grandi occhi neri, da valere essi soli

un paio di legioni, e che il prigioniero era in cocchio, senza catene

alle braccia.

Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana · 第 25 / 35 题