Luci ed ombre.
Ricordo d'aver letto, ai tempi della guerra di Crimea, una storia
pittoresca di Russia, dove le vignette usurpavano il luogo del testo.
Pochi versi di stampa, messi a piè di pagina, aiutavano a spiegare, e
sempre in modo burlesco, i capricci della matita. Ad un certo punto mi
avvenne di leggere che il regno di Ivano III (o secondo, o quarto, chè
non rammento bene, e del resto importa poco) fu tutto una macchia di
sangue. E la macchia c'era, e occupava i due terzi della pagina.
Ora, per dirvi qualche cosa del soggiorno di Tizio Caio Sempronio negli
ozi di Baia, dovrei far capo anch'io ad uno spediente di quella fatta;
e questo capitolo potrebb'essere rappresentato utilmente da una foglia
di fico. Scelgo questa, perchè è la più larga tra tutte le foglie
classiche; ma, se a voi piacesse meglio, o lettori, potrebb'essere
anche una foglia di banano.
L'amore è una cosa che non si racconta. Perchè m'indugerei io a
sminuzzarvi un affetto, in cui entrano tanti ingredienti disparati e
bizzarri? Neanche l'essenza di gelsomini, stillata con tanta cura dal
profumiere, ci guadagnerebbe nella nostra estimazione, ad essere veduta
in tutte le trafile per cui deve passare, prima di esserci servita in
una ampollina di cristallo arrotato.
Si volevano bene; erano belli; erano giovani. Lui più di lei, ma una
donna ha soltanto gli anni che mostra; e poi, Caio Sempronio non faceva
all'amore col calendario alla mano, e la lista dei consoli l'aveva
lasciata in Campidoglio, affidata alle cure dei custodi del Tabulario.
Qualche lettrice avrebbe voluto nel mio protagonista un amore in cui
c'entrasse per due terzi la stima, quella stima che ci è inspirata
dalla verecondia e dalla dignità della donna. Ma a que' tempi l'amore
non era tanto sofistico. Si facevano statue alla verecondia, alla
pudicizia e a tutte l'altre virtù congeneri; ma erano bei simulacri
di donne, a cui s'appiccicava quella scritta; donne molto vestite,
per ottenere bei partiti di pieghe; e la cosa non portava altre
conseguenze.
Del resto, il mio cavaliere non aveva neanche veduto quella bellissima
statua della Pudicizia, che ho veduta io, allogata in una nicchia, al
primo piano dello scalone del palazzo Capitolino; bellissima statua,
scolpita probabilmente dopo di lui e in tempi anche peggiori del suo,
perchè erano i tempi di Roma imperiale. Clodia Metella era bellissima
tra le belle; era patrizia, e in eleganze, in sottigliezze d'amore,
valeva tre Greche. Poteva egli chieder di più?
Inoltre, egli amava con furia, senza guardarsi intorno, nè avanti.
Sentiva così confusamente nel suo cervello che era un uomo perduto, che
quella vita spensierata non sarebbe potuta durare più molto, e chiudeva
gli occhi.... Cioè, intendiamoci, gli occhi della mente, perchè gli
altri, i più utili ai bisogni della vita quotidiana, li teneva aperti e
fissi nel volto della donna amata, di cui non poteva saziarsi.
Ed anche lei non restava da meno. Come non amare un uomo giovane e
bello, che contentava tutti i suoi capricci, e quasi quasi non le
dava il tempo di averne, tanto era sollecito a precorrerli con le sue
splendidezze? Tenera, obbediente e carezzevole come una schiava, quella
fiera matrona, per cui tanti uomini avevano palpitato e tanti erano
finiti male, gli si prostrava qualche volta ai piedi, e, puntellando
i gomiti sulle ginocchia del giovane, sorreggendosi tra le palme la
bellissima testa arrovesciata, e figgendo i suoi grandi occhi in quelli
di lui, quasi volesse leggergli in fondo dell'anima, gli chiedeva con
accento infantile: — dimmi su, bel cavaliere, quante donne hai amato? E
quante t'hanno amato al pari di me? —
Care domande astute, lacci tesi, sotto le apparenze ingannevoli di
uno slancio di tenerezza! Un uomo non deve lasciarsi cogliere a queste
lustre; non deve risponder mai la verità, anche quando gli paia meno
pericoloso il farlo. Se avviene che Don Giovanni apra la bocca e si
lasci cadere uno o due nomi, anche l'Elvira meno gelosa va tosto su
tutte le furie. Il sentimento della vanità e quello della rivalità,
naturale, a quanto dicono i pratici, nelle figlie d'Eva, assai più che
l'amore, ed anche dove non entri l'amore, le fanno dare nei lumi.
E voi, signori, non siete forse della medesima pasta? Che cosa
fareste voi, se una donna, pregata e supplicata, perdesse tanto della
sua accortezza, da lasciarvi intendere quanti siano stati i vostri
antecessori, non già nelle sue grazie, ma solamente nei ricorsi in
grazia?
Io so, per esempio, di un mio svisceratissimo amico, il quale si
era nei primi anni della sua giovinezza perdutamente invaghito di
una madonna di Raffaello, che egli credette spiccata dal quadro
espressamente per lui. La prima volta che egli potè trovarsi accanto
alla diva e passeggiare con lei a lume di luna, credete pure che gli
parve di toccare il cielo col dito, e che, da buon figliuolo, lasciò
trapelare tutte le sue intenzioni coniugali. Non l'avesse mai fatto!
La madonna di Raffaello, anzi del beato Angelico, trovò modo di
passare in rassegna, a quel lume di luna, tre splendide occasioni di
matrimonio, che le erano trascorse davanti, ma ohimè, senza fermarsi
il tempo necessario per essere afferrate. Immaginate voi con che cuore
la udisse il mio innamorato e che muso lungo rischiarasse quel poetico
lume di luna. Alla prima cantonata guardò l'orologio, tirò in ballo un
appuntamento, e prese commiato, promettendo una visita pel giorno dopo.
La madonna del beato Angelico l'aspetta ancora.
— Ne ha persi tre; — diceva l'amico in cuor suo, mentre andava
svoltando il canto; — orbene, al primo che le capita, potrà
raccontare... d'averne persi quattro. —
Gabellatemi la digressione, mentre io ritorno a Caio Sempronio. Il mio
cavaliere, da uomo prudente, si tenne sui generali; rise, menò il can
per l'aia, non volle dir nulla. Sarebbe stata bella davvero, che avesse
raccontate lì per lì tutte le sue mirabili imprese! Ce n'era una tra
l'altre, e la più recente di tutte, che non gli lasciava la coscienza
tranquilla.
Nei primi due mesi del suo soggiorno a Citera, aveva ricevuto lettere
da tutti gli amici, perfino di quelli da starnuti; ma neppur una da
Numeriano, dal più caro di tutti. Era quello il suo sopraccapo, l'_atra
cura_ che di tanto in tanto gli dava un picchio al cervello.
Si sentiva colpevole, ma non per suo deliberato proposito. I fati
l'avevano voluto; _sic fata tulere_. Ora, se Cinzio gli avesse scritto,
il nostro cavaliere si sarebbe levato un gran peso dal cuore.
Un giorno gli capitò un uomo fidato da Roma. Gli recava parecchie
lettere, una delle quali in carta jeratica, che egli svolse per la
prima, dopo averne rotto il suggello.
Mentre egli legge, parliamo un po' della carta da scrivere presso gli
antichi Romani. Era fatta di sottili falde di corteccia di papiro
e se ne conoscevano dieci qualità differenti: la _jeratica_, detta
anche regia, che era la più antica, e che vediamo menzionata anche
da Catullo; la _fanniana_, fabbricata in Roma, e così chiamata dal
fabbricante Fannio; la _dentata_, così detta, non perchè avesse i
denti, ma perchè era lisciata e ripulita con un dente d'animale, per
ottenere una superficie levigata da sdrucciolarvi sopra la penna,
come la carta lustra dei moderni; l'_anfiteatrica_, la _saitica_, la
_lenotica_, qualità inferiori, così denominate nei luoghi nei quali
erano fabbricate; l'_augustana_, chiamata più tardi _claudiana_, che
fu, sotto l'impero, la qualità migliore; la _liviana_, così detta in
onore dello storico Tito Livio, che era la seconda in bontà; poi la
carta _bibula_, o sugante, così spugnosa e trasparente, da lasciar
filtrare l'inchiostro e da mostrare le lettere attraverso; e finalmente
la carta straccia, da involtare le merci, donde il suo nome di carta
_emporetica_.
Quanto alle tavolette di cera e ai pugillari, che servivano anche per
scriver lettere, segnatamente se brevi, ne ho già parlato altrove. Ma
poichè mi ricordo di avervi detto che sulla cera si scriveva con uno
stilo di avorio, aggiungerò, tornando al papiro, che ci si scriveva
su con un _calamus_, o penna di canna, spaccata sul becco (donde
l'appellativo di _fissipes_) e intinta nell'_atramentum_, o liquido
nero, che si conteneva nell'_atramentarium_. Questo era il calamaio,
nel significato moderno della parola; laddove il _calamarius_ degli
antichi significava il portapenne, o astuccio per portare attorno le
cannuccie da scrivere. Anche la penna d'uccello si usava; ma il costume
non va più su del secondo secolo dell'êra volgare, avendone noi il
primo esempio in mano ad una Vittoria, scolpita nei bassorilievi della
colonna Traiana.
Questo po' di erudizione scolastica, messa qui pei collegiali, miei
invidiabili amici, non farà arricciare il naso ai provetti, i quali
vorranno sapere, io m'immagino, che cosa ci fosse scritto in quel
rotolo di carta regia, che andava leggendo Tizio Caio Sempronio. Quei
signori io li contento subito. Ecco la lettera:
«Lisimaco Liberto, a Tizio Caio, suo signore, salute.
Un servo ossequente, ma probo, deve dir sempre la verità intiera al
padrone. Ora sappi che le cose tue, e non per colpa del tuo servo, che
ci ha messo ogni studio maggiore...»
— Le solite storie! — interruppe il cavaliere stizzito. — La leggerò un
altro giorno. —
E arrotolato da capo il foglio, lo gettò nella _capsa_, scatola
circolare e profonda, col suo coperchio da chiudersi a chiave, che era
l'arnese necessario di tutti i Romani in viaggio, per metterci dentro i
loro libri e le carte di maggior conto.
Ciò fatto, prese, a mo' d'antidoto per la stizza, un altro rotolo; ma
questo era di carta dentata, e non avea l'aria di appartenere alla
categoria dei fogli noiosi. Lo aperse; era una lettera scritta in
greco, che allora, mi pare d'averlo già detto, era conosciuto in Roma
quasi come oggi da noi il francese.
Il cuore gli diede un sobbalzo, avendo egli riconosciuti alla bella
prima i caratteri di Delia Cinzia.
«Egli sa tutto (diceva la lettera, in cui, per la fretta, erano ommesse
le frasi di cerimonia). Come ne sia venuto in chiaro, non so, nè mi è
importato cercare. Non ho negato nulla, perchè non son usa a mentire;
ma ho alzata alla mia volta la voce ed ho minacciato di andarmene. Egli
è tornato mansueto come un agnello; piange e m'ama sempre più. Ma se
tu vuoi, esco da questa casa e per sempre, non lasciando altro che il
dolce ricordo di un'ora felice.»
— » No, per gli Dei! Non ci mancherebbe altro! — gridò Caio Sempronio,
come se ella fosse davanti a lui e sul punto di mandare la sua
risoluzione ad effetto.
— Che c'è? — dimandò Clodia Metella, che entrava in quel mentre nel
tablino.
— Nulla, nulla; — rispose il giovane, lasciando che il foglio
si arrotolasse da sè, e riponendolo nella _capsa_ con l'aria più
tranquilla del mondo. — È il mio arcario che fa un piagnisteo.
— Dicevi che non ci mancherebbe altro....
— Sì, perchè vuol lasciarmi, se io non metto un po' di misura nello
spendere. È liberto e può andarsene a sua posta. Ma gli scriverò oggi
stesso e vedrò d'ammansirlo. —
Quelle spiegazioni, date con molta tranquillità (e lascio immaginare
a voi quanto gli costasse), appagarono Clodia Metella, che non amava
molto ragionare di cose gravi, e meno ancora di conti.
La bella e scaltra patrizia ci aveva per questo le sue buone ragioni.
Non era lei la causa delle lagnanze di Lisimaco, e non doveva anche
saperlo?
Quel giorno i nostri due amanti dovevano fare una gita a Pompei,
dove Clodia era stata invitata dalla sua buona amica Giunia Sillana,
che passava l'estate in quella graziosa città. Bisognava soverchiare
un'altra volta quella superba matrona, baciarla amorevolmente su
ambedue le guancie e mettere in mostra un monile di smeraldi, che
l'avrebbe fatta schiattar dalla rabbia.
Erano corse continue, in cerca di sempre nuovi piaceri. Il talamègo,
ancorato nelle acque di Baia, era ogni giorno in faccende; oggi a
Capri, per visitare la grotta azzurra; domani al lago Lucrino, per
mangiar le ostriche annaffiate col Cecubo; un'altra volta per andare
a Pozzuoli e passar sotto il naso a Marco Tullio Cicerone, che si era
fatto lecito di chiamar _quadrantaria_ la più bella e la più desiderata
tra le patrizie di Roma; e via via, sempre scampagnate, merende,
conviti, musica, danze e bagni di ninfe.
S'intende che Clodia Metella era sempre gelosa. Guai al nostro
cavaliere, se gli accadeva di dire a qualche amica di Clodia una frase
che arieggiasse il complimento!
Quel medesimo giorno essa gli aveva dato i suoi bravi ricordi, prima di
salir sulla nave.
— Bada, mio bel cavaliere! Giunia Sillana mi vuole; ma l'invito è per
te. Essa ti guarda troppo e il suo petto è sempre gonfio di sospiri.
Bada, mio bel cavaliere! Io possiedo un filtro sicuro; se tu non mi ami
più, mi uccido; e tu morrai dentro l'anno.
— Padrona mia dolce; non ti uccidere, te ne supplico; — rispose Caio
Sempronio, abbracciandola. — Mi vedresti capitare al passo d'Acheronte
prima che il vecchio navalestro avesse dato un grido di meraviglia, al
vedere una così bella conquista. —
Così la chetava egli, tra un complimento e un sorriso, godendo
profondamente in cuor suo d'essere amato a quel modo.
— Vada a farsi impiccare Lisimaco mio, con tutte le sue spilorcerie!
Come potrei io abbandonare una donna simile? E possedendola, come non
circondarla d'oro e di gemme? Per Giove Capitolino, non ne abbiamo noi
ricoperta una rozza pietra, venuta di Frigia, decorandola col nome di
Cibele? Ed io non farei altrettanto per una bella donna, che non è di
sasso per me? Infine, domando io, perchè si vive? —
Io qui capisco benissimo che, se lo avessero udito certi grand'uomini
di Grecia e di Roma, la logica del mio cavaliere sarebbe stata ridotta
a mal partito. Socrate, per esempio, gli avrebbe risposto: si vive per
la virtù; Platone: per la sapienza; Fabrizio: per la patria; Cicerone:
per la gloria e per tutte le altre cose insieme. Ma questi grand'uomini
non erano fortunatamente ad udirlo; e se ci fossero stati e gli
avessero sciorinati i loro altissimi veri, io metto pegno che Caio
Sempronio non li avrebbe capiti. L'amore non è cieco soltanto; è anche
un po' sordo.
Il nostro eroe viveva tanto bene laggiù! Neanche a Roma si era mai
sentito così pienamente felice. Già, Roma era tutta nel golfo Cumano,
ma Roma allegra e spensierata, senza foro e senza liti, senza ambizioni
di potere e zuffe al ponte dei suffragi, Roma condiscendente e buona,
per cui tutto era bene, e che non vi metteva gli occhi addosso, se
passavate con una bella donnina al braccio, e magari anche con due.
Un giorno egli aveva dovuto allontanarsi dal suo dolce nido, per andare
fino a Napoli, e far cambiare la forma d'un certo diadema, che Clodia
Metella doveva portare qualche giorno dopo ad una festa notturna. Tizio
Caio Sempronio si adattava anche a questi servigi; e credo anzi che
qualche volta andasse dal calzolaio per scegliere la più aggraziata
foggia di sandalo o di mulleo, o per raccomandare, pena il suo
corruccio, che il lavoro fosse fatto a quel Dio.
Clodia Metella era dunque sola, nel suo asilo di Citera, allorquando le
fu annunziata una visita.
All'udire il nome di chi domandava d'entrare, la bella patrizia fece
il viso brutto anzi che no. E vedete, di grazia, se non n'era il caso;
quel tale era Cepione, Servilio Cepione, che si era rotolato fin là,
attraversando i colli Albani e i monti Tifati, ripetendo insomma una
parte delle imprese di Annibale. Che cercasse anche lui gli ozi di
Capua? _Videbimus infra._
— Come? Tu qui? esclamò Clodia Metella, in atto di grande stupore.
— Io, sicuramente... — rispose Cepione, sbuffando dal caldo peggio d'un
toro. — Ed anche da qualche giorno.
— Bravo! E non sei venuto subito a vederci? — diss'ella, con aria di
rimprovero, quantunque non ne pensasse proprio una maledetta.
— Come fare, con quel tuo colombo, che è sempre nel nido? Ero venuto
qua per fare quattro bagnature. È il medico che me le ha ordinate.
Dice che gli umori serpeggiano, che certe macchie alla pelle non gli
piacciono (e neanche a me, pel gallo d'Esculapio, neanche a me!), che
infine l'acqua salsa mi farà bene. Ed io mi diguazzo nell'acqua salsa
da tre giorni, e la gente mi piglia per un Tritone.
— E già m'immagino che farai fuggir le Nereidi.
— Eh, eh! — rispose il vecchio argentario, con un suo risolino
asciutto, che era sincero come i rimproveri di Clodia Metella. —
Padrona mia bella, le Nereidi non somigliano mica tutte a te, che ti
sei innamorata d'un mercante di tibie. —
Servilio Cepione alludeva alle gambe snelle di Caio Sempronio, che
certo, paragonate alle sue, così tozze e corte, potevano offrire una
rassomiglianza con le tibie, che erano i flauti, o, se vi piace meglio,
i clarinetti degli antichi Romani. Per altro, a Clodia Metella non
facea comodo di capire l'allusione, così sciocca com'era.
— Che cosa intenderesti di dire? — domandò essa con piglio altezzoso.
— Che il povero Servilio Cepione non conta più nulla, ai tuoi occhi.
Eppure, padrona mia, egli fu un tempo... un tempo!...
— Sospiri? In verità, ci hai grazia. Par di sentire il mantice di
Vulcano.
— Venere si ricorda dei giorni passati nella fucina; sta bene; —
ripigliò Cepione, facendo bocca da ridere. — Sii Venere adunque per
intiero, e riamami un poco. Vedi, cuoricino, il tuo Vulcano ha la
fortuna di non essere neanche zoppo.
— Mi fai orrore; va via! — diss'ella, schermendosi.
— Ah, ah! Siamo davvero a questi punti? — esclamò l'argentario,
inarcando le ciglia e allungando le labbra con quel suo vezzo tra
l'orgoglioso e il beffardo, che lo faceva rassomigliare ad uno
scimmiotto quando fa le boccacce. — Tu dunque non vuoi la tua parte?
— Di che?
— Di Caio Sempronio, del tuo fido colombo. Sai, padrona mia bella? Tu
lo pelavi; noi lo abbiamo arrostito.
— Non capisco.
— Amabile candore! Ti parlerò dunque alla buona. Noi prestavamo i
danari che tu spendevi, o facevi spendere così allegramente. E ce ne
sono andati, sai! Come poteva esser diverso? Viaggi e salmerie, da far
ricordare una legione quando cambia presidio; vesti a carra, ori, perle
e pietre preziose a palate; uno sciame di servitori; una villa da re;
una nave di gala, come quella dei Tolomei; feste, conviti, scampagnate;
tutto ciò rallegra la vita, ma costa caro, assai caro. Lo sappiamo
ben noi, perchè era tutto sangue nostro. Sicuro, siamo stati noi gli
spenditori; io, Furio Spongia e Crispo Lamia. Sebbene, quasi quasi si
potrebbe dire che sono stato io solo, mentre gli altri due non erano
che i miei prestanomi. Tu mi costi già due milioni di sesterzi, hai
capito? due milioni di sesterzi. E in meno di sei mesi! Tutto ciò è
maraviglioso, e Giulio Cesare, il più grande scialacquatore di Roma,
non avrebbe saputo far meglio. —
Clodia Metella taceva.
— Vuoi tu sapere come io mi sia arrisicato a fargli credito? — prosegui
l'implacabile argentario. — Dei buoni! Avevo preso a volergli bene.
È opera tua; amo chi tu ami; tu graffi, io bevo il sangue; tu peli,
io arrostisco. Il nostro bel cavaliere ha ereditata da suo padre una
larga sostanza; non così larga come si diceva per Roma, dove tutto
si esagera, ma pur sempre ragguardevole; poniamo un quattro milioni
di sesterzi. Ma vedi, quando il giovanotto ha conosciuto, te, divina
Clodia Metella, ne aveva già divorato due milioni, o quello che certi
usurai gli avevano dato per questa valuta, ipotecando i suoi fondi. Un
milione lo ha mangiucchiato lì per lì; tra male spese e regali agli
amici nella corsa primavera. Due milioni glieli abbiamo imprestati
noi...
— E ne rimane uno scoperto; — interruppe Clodia Metella.
— Mi piace di vedere come calcoli a volo; — notò Cepione. —
Sicuramente, c'è un milione di sesterzi, o giù di lì, per cui temiamo
di dover rimanere allo scoperto.
— E adesso? — chiese ella.
— E adesso vogliamo vederci chiaro. Capirai che non si vuol restare
così, mentre egli ci domanda dell'altro, e i primi creditori vogliono
esser pagati. Io, per esempio, comprerei il credito, insieme con Furio
Spongia e Crispo Lamia, ma prima di far questo passo dobbiamo guardare
se nelle sue sostanze c'è il pieno per esser pagati.
— Ma dimmi, — ripigliò Clodia Metella, — quanto a imprestargli
dell'altro...
— Noto con piacere che ti prendi molta cura dei fatti suoi; — disse
Cepione, ammiccando. — Ma sono dolente di doverti rispondere che,
quanto a imprestargli dell'altro, non ne faremo nulla. Non ti ho detto,
e non hai riconosciuto tu stessa, che c'è un milione di sesterzi in
pericolo?
— Egli dunque...
— Non ha più un asse di suo. E il suo arcario Lisimaco, che ha saputa
l'intenzione dei primi creditori e conosciuta l'esistenza dei nuovi,
deve averglielo scritto l'altro dì. Ah, tu hai lavorato di fine,
Clodia Metella; te lo dico io, che me ne intendo. E adesso, senti;
quantunque tu sia la donna più generosa del mondo e il cuore di Caio
Sempronio basti ad ogni tuo desiderio, son pronto, in nome della triade
argentaria, a farti un presente, che sarà il nostro rendimento di
grazie.
— Vediamo; — disse la matrona, guatandolo in viso con una espressione
singolare.
— È un consiglio; — soggiunse egli, ridendo.
— Ah! non so che farne.
— No, rassicùrati, non è nemmeno un consiglio. È una notizia, dalla
quale tu caverai tutto ciò che ti parrà meglio. Il tuo amante.... ti ha
tradita.
— Come? — gridò Clodia Metella, i cui occhi scintillarono
improvvisamente, ma forse non al tutto dalla rabbia.
— Ecco qua; si parla in Roma di certe nozze, alle quali un biondo
cavaliere era stato invitato, di cui anzi egli era stato l'auspice. Si
accenna ad una passeggiata in giardino. L'auspice e la sposa tornarono
in casa per vie diverse. Le apparenze, lì per lì, erano salvate. Ma
c'è della gente curiosa, al mondo, che troverebbe il nodo nel giunco. E
questa gente ha trovato.....
— Che cosa?
— Parecchie cose, ha trovato. Anzitutto, un tronco d'albero appoggiato
in un certo luogo al muro di cinta; poi due embrici rotti sulla corona
del muro; poi una povera vecchia del vicinato, che aveva dato acqua al
biondo cavaliere per lavarsi una scalfittura al ginocchio, ricevendone
in dono una moneta d'oro. Ecco una moneta bene spesa, affè mia, per
farsi conoscere da mezza Roma. Per Ercole, non tornava lo stesso salire
su d'un tetto e gridare il suo nome alla gente?
— Ah, l'infame! — mormorò Clodia Metella, che ben ricordava quella
assenza di Caio Sempronio dagli orti Tiberini e la circostanza della
scalfittura, da lui spiegata con una mezza bugia.
— Vedi? — incalzò Cepione. — Ecco il bel guadagno che si fa ad
impacciarsi coi giovani, con questi farfalloni, che non stanno mai
fermi in un luogo, e il cui solo diletto par quello di vagabondare
dalle rose ai ligustri.... quando non è quello di dare una scorsa su
qualche cesto di cavolo. E adesso che il nostro bel farfallone dal
cavolo torna alla rosa, vedremo questa dischiudergli amorosamente le
foglie, come se niente fosse...
— Oh, non lo speri! — ribattè Clodia Metella. — Lo manderò dove va
mandato, agli orti Ventidiani. Capisco ora perchè li aveva comprati
e regalati, lui, che in fin dei conti non possedeva la sostanza di
Lucullo, e non era stato nominato erede di un secondo Attalo! —
Attalo era il personaggio favorito dei Romani, quando volevano citare
un grande esempio di ricchezza. E la ragione era questa che Attalo III,
re di Pergamo, detto Filometore, essendo morto senza figli ottant'anni
addietro, aveva lasciato erede di tutte le sue sostanze il popolo
romano. Il quale, colpito da tanta magnificenza, dimenticò volentieri
che il testatore era un fior di briccone, che coltivava nel suo
giardino tutte le piante velenose conosciute a' suoi tempi e impregnava
del loro succo i fiori e le frutte che inviava a' suoi prediletti. Ma
che cosa non fa dimenticare un bel gruzzolo di monete?
— Sì, un bel ricco! — notò Cepione. — E dove si sia ridotto, mi pare di
avertelo detto poc'anzi. Se tu non lo soccorri, io temo...
— Soccorrerlo, io? — interruppe Clodia Metella. — Tu se' pazzo, o
Servilio. Mi vorresti così sciocca da rovinarmi per lui e da mandare
la villa d'Albano e gli orti sul Tevere nel baratro in cui si sono
sprofondati i suoi quattro milioni di sesterzi? Già, soccorrerlo!
Perchè seguiti a fare il vagheggino con la moglie di Cinzio Numeriano!
Neanche per sogno; o non son io, o lo pianterò su due piedi.
— Brava! così va fatto; è il miglior modo per non lasciarsi intenerire.
M'immagino, — soggiunse con arguzia feroce il banchiere, — che ciò
non avverrà senza sdegni e maledizioni, perchè, siamo giusti, sei tu,
padrona mia bella, che l'hai ridotto allo stremo.
— Io? Sono forse io che l'ho consigliato a spendere? Io non gli ho
chiesto mai nulla. Io son patrizia romana, e della gente Claudia, la
più nobile e la più antica di tutte.
— O dove metti la gente Giulia? — domandò l'argentario, che ci prendeva
gusto a punzecchiare la sua alleata.
— Sì, davvero, gran nobiltà! — rispose Clodia Metella. — Discendono da
Giulo, il figlio di Enea. Ma, a buon conto, nella storia di Roma non
compariscono che verso i principii della guerra punica. I Claudii, in
quella vece, vennero dalla Sabina in Roma, sei anni dopo la cacciata
dei re. —
Era graziosa, quella quistione di antenati, in mezzo alle smanie per la
infedeltà, o, a dire più veramente, la povertà di Tizio Caio Sempronio!
Ma bisogna pensare che Claudia Metella ci aveva il suo pudore anche
lei, ed era naturale che volesse nascondere sotto la nobiltà della
stirpe quel brutto esempio d'ingratitudine che si disponeva a dare.
Cepione, per altro, non volle menarle buono il suo fumo nobilesco.
— Senti, padrona mia, — diss'egli col suo tono beffardo, — lasciamo in
disparte gli antenati Sabini e i Troiani. Gli uomini si conoscono dalle
opere loro. Tu fa vedere che sei nobile davvero per te, non volendo
aver che fare più oltre con gli straccioni. Io, domani o doman l'altro,
gli fo sequestrare il suo talamègo e tutto quanto ha portato di buono
con sè... anche le gioie.
— Oh, queste poi!
— Certamente; — ripigliò l'argentario, facendole il bocchino; — ma
insieme con lo scrigno, o, se ti piace meglio, con la dea che le
porta. —
Clodia chinò la testa e pensò. Infatti, era il caso di pensare da
senno. Con quelle notizie che recava Cepione, e che del resto ella si
aspettava un giorno o l'altro, la compagnia del bel cavaliere diventava
un gran peso. Uscire di là, bisognava. E come ne sarebbe venuta a capo,
se qualcheduno, a lei noto e interessato a servirla, non le dava una
mano?
Dopo alcuni istanti di pausa, in cui il suo cervello sottile fece
molte miglia di cammino, Clodia Metella alzò con piglio risoluto la
fronte, e, guardando fisso Cepione, gli disse, così tra il dubbio e
l'affermazione.
— La dea conserva i suoi donativi, non è egli vero? Sarebbe sacrilegio
spogliarla.
— S'intende. I voti non sono essi il premio delle grazie che ha fatte
la dea? E non è giusto che conservi i suoi cuori d'oro, le sue armille,
i suoi monili, dopo averseli così ben guadagnati?
— Ne parleremo; — rispose Clodia, dopo un'altra piccola pausa.
— Perchè non parlarne subito? — disse Cepione. — Padrona mia, queste
risoluzioni si prendono a volo. Non si tratta per l'appunto di volar
via?
— Verissimo; ma senti, ecco il tuo cavaliere che torna.
— Il mio! questa è buona davvero.
— Tuo, o di Furio Spongia, o di Crispo Lamia; non siete voi altri che
lo avete dissanguato? —
Il degno argentario stava già per rispondere qualche altra malignità,
quando Caio Sempronio comparve nell'atrio, con la sua baldanza negli
occhi e col sorriso sul labbro.