Il ricevimento.
Compiute le cerimonie dell'entratura, la nuova sposa fu condotta con
gran pompa nelle sue camere, dove Cinzio Numeriano, con molta gravità,
si fece a slacciare il nodo d'Ercole, simbolico nodo della verginità
che la donna recava nella casa del marito.
Ciò fatto, lo sposo fu licenziato; e la pronuba e le ancelle attesero a
spogliar Delia delle vesti nuziali, troppo dimesse, come avete veduto,
perchè ella avesse ad indossarle per tutto il rimanente della giornata.
Una stola di porpora azzurra, con fregi d'argento, prese il luogo della
stola di lana semplice, che continuava la modesta tradizione di Caia
Cecilia. La ghirlanda di fiori e verbene fu tolta e consacrata ad un
simulacro di Giunone Cingia, che sorgeva allato del talamo. Fu tolta
del pari la vitta di lana che tratteneva i biondi capegli della sposa,
e in sua vece vi fu intrecciato il vezzo di perle che aveva donato
l'auspice alla novella matrona.
Un grido di ammirazione salutò la bellissima Delia al suo riapparire
nell'atrio. Numeriano si avanzò, la prese per mano e la condusse nel
tablino, dove, fattala sedere nella cattedra matronale, ad uno ad uno
le presentò tutti gli amici che aveva convitati pel banchetto geniale,
che doveva incominciare poco stante.
Ho già descritta una cena, e non ne descriverò una seconda, quantunque
sia una cena nuziale. Soltanto noterò due particolarità: che a Caio
Sempronio fu dato a tavola il posto d'onore, _imus in medio_, per modo
che Delia, seduta alla sinistra di Numeriano, si trovasse tra l'auspice
e lo sposo; che poi, ad un certo punto della cena, fu recato agli sposi
il succo di papavero, mescolato con latte e miele.
Era il papavero, appresso i Romani, un simbolo di fecondità. Epperciò
vediamo, in tutte le monete e marmi antichi, le donne Auguste,
incominciando da Livia, portar le spighe e i papaveri.
La cena non fu lunga, e, contrariamente all'uso romano, ci si bevve
poco. La solennità della circostanza e la presenza della novella
matrona consigliavano un po' di misura. Inoltre, quella sera bisognava
levar le mense più presto del solito, perchè alla cena doveva tener
dietro un po' di ricevimento, un _quid medium_ tra l'accademia e la
festa da ballo.
Anche qui, i moderni non hanno inventato niente, neanche le lettere
d'invito. I nostri padri facevano di più; incominciavano da una
illuminazione generale, sulla facciata della casa e nel pròtiro, con
lucerne inghirlandate di fiori. Gl'invitati deponevano la toga, la
rica, il pallio e simili, nelle mani dell'ostiario, e ricevevano in
cambio la tessera di avorio, in cui era inciso il numero corrispondente
a quello che doveva distinguere i panni depositati nell'androne. Poi
si faceva innanzi il nomenclatore e vi domandava: «_quis tu?_» cioè a
dire: chi sei? chi debbo annunziare? Davate il nome ed egli lo ripeteva
ad alta voce nell'atrio, perchè lo sentissero i padroni di casa e
potessero farvisi incontro con le più degne accoglienze.
Non vi dirò nulla dei sontuosi arredi; nulla dei torchietti accesi
sui lampadarii di cristallo, i cui prismi ne riflettevano e ne
moltiplicavano la luce; vi parlerò di tutti quei giovani patrizi
azzimati e profumati, che si erano arricciati i capegli col calamistro
e rase le gambe con la pietra pomice; di quelle vezzose matrone, che,
pur di passare una sera in festa, non si erano mostrate schizzinose
e non avevano badato a certe minuzie. Già, non era di quel tempo la
massima proverbiale: _de minimis non curat praetor_? E poteva credersi
che quelle mogli, sorelle, figliuole di pretori e di consoli fossero da
meno dei lori padri, fratelli e mariti?
Ce n'erano di belle e di brutte, di fatticciate e di magre, come nella
famosa lista di Leporello, il faceto cameriere di Don Giovanni Tenorio.
E fin d'allora avevano l'uso di correggere con l'arte i difetti della
natura e di secondare con la scelta dei colori le lusinghe della
conscia bellezza. Non erano sole le giovani a inghirlandarsi il capo
di fiori, o di foglie d'edera, alla guisa delle Baccanti; anche le
dame mature cercavano in tal modo di levarsi di dosso una diecina di
primavere.... o di autunni. Abbondavano le matrone coperte di gemme,
che più tardi dovevano far dire ad Ovidio: «l'acconciatura c'inganna;
tutte si coprono di oro e di pietre preziose; la minor parte di ciò che
vedete è la donna; _pars minima est ipsa puella sui_.» Già fin d'allora
le brune amavano vestirsi di bianco e le bianche di nero. Le magre si
coprivano volontieri le spalle ed il petto con sottilissimi veli di
Coo. Senonchè, la magrezza non era neanche allora un difetto romano, e
la più parte potevano presentarsi degnamente scollacciate. «O voi che
avete la pelle bianca, diceva il poeta, mettete gli òmeri in mostra».
E le dame di Roma antica non avevano neppure bisogno di cosiffatte
raccomandazioni; vi prego di crederlo.
Ho detto poc'anzi che i moderni non hanno inventato nulla, in materia
di eleganze donnesche. Aggiungo che non hanno neanche inventati
i guanti. Parecchie delle matrone invitate agli orti Ventidiani,
ne avevano d'intieri, chiamati _digitales_, o di mezzi, chiamati
_manicae_, e corrispondenti ai manichini del tempo nostro. Per
altro, la moda non le obbligava tutte a questo accessorio importuno;
le matrone che avevano una bella mano non facevano alle altre il
sacrifizio di portare un guanto _Joséphine_, che coprisse le loro dita
affusolate, rappicciolisse più del bisogno una palma morbida e bianca
di neve, e sottraesse all'ammirazione dei popoli un polso tornito
dalle Grazie. Avessero poi guanti, o non ne avessero, tutte portavano
in mano il fazzoletto, che all'uopo diventava un ventaglio, e riempiva
l'aria di soavi fragranze. Perchè il fazzoletto? direte. Ed eccomi a
contentare la vostra curiosità. Perchè dalla finezza della tela e dalla
delicatezza dei fregi, si vedesse chiaro che quel capo importantissimo
dell'ornamento femminile veniva proprio da Setabo, città della Spagna,
famosa allora per quei gentili tessuti.
La bellissima Delia sosteneva assai nobilmente la nuova parte che
le era stata assegnata dal caso, ricevendo con molta disinvoltura il
bacio delle dame e la stretta di mano dei cavalieri, ed accogliendo
con modesti inchini le lodi che si facevano da ogni parte al buon gusto
della sua acconciatura, alla perfezione della divisa dei capegli, così
difficile ad ottenersi con una chioma abbondante come la sua, al vezzo
di perle che le adornava il capo, ai ciondoli a tre goccie che le
pendevano dagli orecchi, ma sopratutto alla sua bellezza, stragrande
bellezza, insuperabile, divina bellezza.
Anche smaccate, le lodi piacevano fin d'allora alle belle. Ovidio,
che le conosceva _intus et in cute_, ha detto nella sua Arte d'amore:
«Lodate, lodate; è difficile non essere creduti. Ogni donna si reputa
adorabile; la più brutta si compiace di sè; la più casta gradisce un
complimento. Vedete il pavone; lodato, fa tosto la ruota. E dopo tutto,
badate di non dire ad una donna se non quello che capirete dovergli
piacere senz'altro.»
L'essèdra era già piena stipata, quando fu annunziato Verannio Fabullo.
Quel nome fu accolto dall'adunanza coi segni del più manifesto favore.
Verannio, il prediletto delle Grazie! Verannio, il Musagete, Apollo
tornato in terra! Ci furono delle matrone che si sentirono venir meno,
per la dolcezza infinita, che quel nome gli aveva sparsa nel cuore.
L'argomento di tutte quelle tenerezze comparve nella sala. Era un coso
piccolo e tozzo, inferraiolato, con una fascia di lana girata a più
doppi intorno al collo, e la testa coperta da una specie di berretto
frigio, i cui orecchioni gli pendevano sulle guance ed erano legati
da un soggolo sotto il mento. Nessuno si meravigliò di quell'assetto
freddoloso, che tanto contrastava con tutte le buone creanze. Verannio
Fabullo era un recitatore di professione, e passava in quel tempo pel
primo di Roma. L'artista temeva a ragione per la sua gola; un colpo
d'aria non poteva guastargli di botto quella bellezza di voce, che
la natura benigna gli aveva largita e l'arte educata con tante cure
gelose?
Applaudito, accarezzato, Verannio Fabullo si profondeva in inchini a
dritta ed a manca. Le matrone facevano a gara per liberarlo da tutti
quegli impicci che portava addosso; ed egli frattanto, cavata una
scatolina dal seno della tunica, ingoiava pastiglie di mucillaggine.
La conclusione di tutto questo maneggio si fu che Verannio Fabullo,
il prediletto delle Grazie, il vecchio fanciullo allattato dalle Muse,
recitò un carme epitalamico, facendo andare in visibilio l'udienza, con
le inflessioni della voce, con gli atti e contorcimenti della persona,
con le languide occhiate e con le abili pause, che domandavano i
battimani.
I versi erano di Cinzio Numeriano, che si fece tutto di bragia, quando
l'artista applaudito lo prese per mano, degnandosi di averlo a parte
dei suoi trionfi declamatorii.
Dopo la recitazione, entrarono i servi con grandi vassoi di
metallo in cui erano paste e rinfreschi. Le paste chiamate _liba_ e
_crustula_, erano focacce e biscotti, composti di farina, latte ed
uova, non differendo per nulla dai sapientissimi intrugli dei moderni
pasticcieri. I rinfreschi, _sorbta, sorbilla, gelata_, vi dicono col
nome loro che cosa fossero, cioè a dire acque acconcie, con neve o
ghiaccio per entro.
L'invenzione dei refrigeranti era ancora di là da venire. Fu Nerone il
primo che diaciasse l'acqua e il vino, mettendo l'anfora in un secchio
ripieno di neve. Prima di lui, si metteva il ghiaccio, o la neve, a
dirittura, nelle bevande. Lettori, quando berrete dello _Champagne
frappé_, ringraziate Nerone, buon'anima sua. Queste delicatezze sono
state trovate da lui.
Le acque acconce e le gramolate erano per le dame, già si capisce; gli
uomini preferivano il vino, che nelle feste soleva offrirsi indolcito
col miele. «Attico miele mescolate col vecchio Falerno (ha detto il
poeta); ecco un vino degno di essere mesciuto da Ganimede, nel convito
degli Dei.»
Dopo la recitazione, i canti e i suoni. Chi aveva una bella voce
cantava qualche canzoncina, accompagnandosi sulla citara, istrumento
conforme alla moderna chitarra, o sul nablio, arpa di forma
quadrangolare, di cui si pizzicavano le corde con le dita, senza
bisogno del plettro. Anche qui abbiamo il maestro Ovidio, che ne
raccomanda lo studio a tutte le fanciulle desiderose di farsi ammirare.
Il nablio era uno strumento fenicio, e senza dubbio il medesimo del
_nevel_ ebraico, menzionato così spesso nei salmi. Dalla Fenicia era
passato ai Greci, e da questi ai Romani. Delia lo suonava egregiamente,
e potete credere che quella sera, dopo essersi fatta pregare un
tantino, non negasse un saggio dell'arte sua al plauso dei convitati.
Ed ora, eccoci al ballo. Dove ci son donne e musica, come non muover
le gambe? L'orchestra era all'ordine, coi suoi varii strumenti, sui
quali dominava il flauto. Si fecero avanti le danzatrici più brave,
quelle che potevano ballare da sole, farsi ammirare per la grazia delle
loro movenze, accompagnandosi col sistro egiziano, o con le nacchere
spagnuole (_crusmata gaditana_). Vennero quindi i passi a due, petto
a petto, e il braccio dell'uomo intorno alla vita della danzatrice.
_Velle latus digitis et pede tange pedem._ Non vi par di vederci la
posizione dei nostri balli di società? E badate, non mancavano neppure
le quadriglie, o contraddanze, che vogliam dire; il nome antico di
_coronae saltantes_ vi mostra le coppie dei ballerini disposte a
cerchio, in atto di menare la ridda.
Intorno ai ballerini e nelle camere attigue, le vecchie, le brutte e
le svogliate, chiacchieravano insieme; e i discorsi loro erano, come
adesso, il _celeber ludus_, il _nobilis actor_, le _fori lites_, cioè
a dire lo spettacolo in voga, l'attore famoso, il processo celebre.
Più in là si rideva alle spese d'un medico, a cui si era rivolta la
consueta domanda: _quem trucidasti hodie?_ corrispondente alla moderna
frase: «dottore, quanti, stamane?»
In un'altra camera c'erano le tavole da giuoco. Si giuocava al
_ludus latrunculorum_, giuoco d'ingegno, che si faceva su d'una
scacchiera, con pezzi di legno, d'avorio, o di vetro, distinti in due
squadre, diversamente colorate, e mossi in tal guisa, che un pezzo
dell'avversario rimanesse preso tra due dell'altro giuocatore, o
cacciato in un posto donde non si potesse più muovere. C'era anche il
_ludus duodecim scriptorum_, o delle dodici linee, somigliantissimo
alla nostra tavola reale, come l'altro lo era al giuoco delle dame. I
più arrisicati giuocavano ai dadi, ma con tre dadi, non già con due,
come ora si costuma. Gettar tre numeri differenti fuori del bossolo
dicevasi il punto di Venere e vinceva su tutti; gettar tre assi era il
punto del cane e perdeva da tutti.
Il tiro cane, il tiro da cani, non ci verrebbero per avventura di là?