Quod erat in fatis.
Mentre noi ci perdiamo in chiacchiere, Tizio Caio Sempronio ha
abbandonata l'essèdra.
Il nostro cavaliere prendeva poca parte alla festa. Clodia Metella gli
aveva fatto giurare che non avrebbe ballato, ed egli manteneva la data
parola. Aveva giuocato due o tre colpi ai dadi, ma s'era annoiato,
e, non sapendo che fare, e vedendo di fuori un bel lume di luna, era
andato a passeggiare in giardino.
A che pensava? Miei giovani, ditelo voi. Quando la luna falcata
veleggia nel firmamento, temperandone coi miti chiarori l'azzurro, e
la brezza notturna, ricca di tutti i profumi della fiorente natura, va
susurrando tra le ombre misteriose del bosco, dove grugano le tortore
e gorgheggiano i rosignuoli, non si può pensare che ad una cosa. Luce
soavemente diffusa, canti, fragranze, mistero, tutto vi accarezza lo
spirito, v'inebria i sensi e vi consiglia ad amare.
Il mio eroe s'era messo, dirò così, su d'una strada di dolce pendio,
che conduceva al precipizio. E lo sapeva; ma pensava altresì che, prima
di giungere allo scrimolo, avrebbe raccolte le sue forze per piegare
da un lato e non dare ai Romani lo spettacolo di una grande caduta.
Ricordate a questo proposito i suoi discorsi col vecchio Lisimaco.
Intanto, viveva a furia, coglieva avidamente i baci dell'amica
fortuna, come chi sa quanto ella sia capricciosa ed instabile.
Clodia, la più bella, se non la più reputata delle patrizie romane,
lo amava d'un amore intenso, smisurato, furibondo. E l'uomo è sempre
felice d'ispirare una passione selvaggia. S'intende, in mezzo a tutte
le raffinatezze della vita; chè altrimenti è molestia ineffabile.
L'antitesi governa il mondo; niente di bello senza un po' di contrasto.
Luce ed ombra, non erano forse le due cose che facevano bello in
quell'ora il bosco di Numeriano?
Esser giovani e piacere alle belle; in una amarle tutte, sentendo
confusamente dentro di sè che si può essere amati da tutte, sol che si
voglia; e non volerlo tuttavia; non è egli forse il colmo delle umane
voluttà? E il pensiero di Caio si volgeva con intensità di desiderio
a Clodia Metella, Venere discesa in terra, con tutte le possenti
attrattive, le care debolezze e le adorabili cattiverie del suo
sesso, invidiata, odiata, calunniata, fors'anche colpevole, ma bella,
sovranamente bella. Che faceva in quel punto? Pensava a lui, com'egli
a lei? Come doveva esser dolce quell'ora, nei giardini di Clodia! Come
dovevano splendere, a quel lume di luna, e mormorare soavemente alla
riva, le bionde acque del Tevere sacro!
— Andiamo; — pensò Caio tra sè; — qui non c'è più nulla che mi
trattenga, ed ella certamente mi aspetta. —
Si era già volto indietro per ritornare sopra i suoi passi, allorquando
gli venne udito un fruscìo di vesti tra gli alberi. Poco stante,
sbucata da un viale lì presso, gli si parò davanti una forma bianca e
leggiera di donna.
Caio Sempronio pensò alle Driadi, protettrici delle selve, e credette
di vederne una in quel punto.
La gentile apparizione si avvicinò, e la sua veste, di bianca che
pareva da lunge, si mostrò azzurra agli occhi del giovane. Non era
una ninfa, era alcun che di più saldo e palpabile, e voi, lettori, al
colore della stola, già l'avete conosciuta. Era Delia.
— Oh! la vezzosissima sposa! — gridò Caio, inchinandosi. — Come qui
sola? E Numeriano?
— È andato al balcone sul pròtiro, per gittar noci alla ragazzaglia
dell'Esquilino. E poi, — soggiunse la bella, crollando la testa, come
una passera spensierata, — Cinzio ha tutte le cure del ricevimento
sulle braccia e non può farmi compagnia. Fa un caldo così soffocante,
là dentro! Ed io avevo bisogno d'aria.
— Come io.
— Bene, siam dunque pari. Torna indietro, bel cavaliere, e dammi il tuo
braccio.
— Volentieri; — si affrettò egli a rispondere, non intendendo bene per
qual spedizione si mettesse alla vela.
Che cosa dirle, frattanto? Una galanteria, certamente, perchè una bella
donnina, che si appiccica al vostro braccio, ha sempre diritto ad un
simile omaggio, anche quando il cuore non si sia infiammato. Ma quella
donna era in una condizione così diversa dalle altre, che Tizio Caio
Sempronio poteva rimanere perplesso, senza passare davanti ai vostri
occhi per un collegiale. O non poteva la sposa novella aver proprio
sentito il bisogno d'un po' d'aria e d'una passeggiata all'aperto? E
che c'era di strano, se, trovato in giardino il suo auspice, uomo in
cui naturalmente doveva riporre maggior fede, gli domandava il suo
braccio? Era proprio il caso di atteggiarsi a corteggiatore, foss'anche
per celia, e di farla pentire della sua confidenza?
Tutti questi dubbi, come parvero gravi a lui, così spero che parranno
ragionevoli ai lettori, e gli meriteranno un pochino di compatimento,
se il nostro eroe lì per lì non sapeva che pesci pigliare.
— E così, — diss'egli finalmente, per rompere, il ghiaccio, — sei
felice, ora?
— Ora, sì; — rispose Delia, con una strana intonazione di voce;
Caio Sempronio ci perdette la tramontana.
— Perchè ora? — ripigliò, tirato su quello sdrucciolo come la biscia
all'incanto.
— Ma.... non l'hai chiesto tu stesso? — ribattè la giovine Greca. — Mi
domandavi se ero felice ora; ed io t'ho risposto: ora, sì.
— Sta bene, — osservò Caio Sempronio, impappinandosi sempre più, —
ma io intendevo un «ora» di più largo significato, come a dire tutto
questo primo periodo di felicità coniugale.
— Ah, ah, con te ci voglion le glosse! — esclamò Delia, ridendo. —
Orbene, ti parlerò anch'io per grammatica. Nel maggiore può esser
compreso il minore; ne convieni?
— Certamente.
— Ed è così, che il mio significato, assai più ristretto, io lo fo
stare nel tuo. —
Il cavaliere non credette opportuno di replicare più altro; ma
involontariamente strinse col suo il braccio di Delia. Era il meno che
egli potesse fare, non è egli vero? La galanteria non l'aveva detta
lui; se l'era in quella vece sentita dire. Il ringraziamento era dunque
necessario; e tanto meglio se era muto, perchè non occorrevano glosse
pericolose, se la galanteria di Delia esprimeva un sentimento profondo,
nè attenuazioni prudenti, se quella risposta di lei era semplicemente
uno scherzo.
Andarono per buon tratto di strada silenziosi; egli duro, stecchito,
quasi a dissimulare nella saldezza delle membra la perplessità dello
spirito, lei tutta sfiaccolata, reggendosi al braccio di lui e con la
bionda testa appoggiata al suo òmero.
La luna falcata veleggiava nei sereni del cielo, su cui si disegnavano
spiccati i bruni profili dei cipressi e dei pini. Le fragranze della
selva e gli effluvii sottili che si svolgono da una bella donna
mollemente sospesa al nostro braccio, i gorgheggi dei rosignuoli, le
ombre discrete che spaziavano sotto i diffusi rami degli elci e dei
roveri, tutto parlava un arcano linguaggio allo spirito del nostro
giovine eroe.
In fondo al bosco, sotto ad un arco di lieta verzura, biancheggiava un
simulacro di marmo. Era una statua di Venere, che pareva uscisse allora
dal bagno. Infatti la dea sorgeva col piede a fior d'acqua, dal mezzo
di una vasca, donde uscivano intorno a lei cespi di odorose giunchiglie
e su cui si cullavano le foglie spante delle tarde ninfèe.
— Madre, — le disse Delia, con accento sommesso, appoggiandosi sempre
più languidamente al fianco del suo compagno, — inspira un po' d'amore
per me nel cuore di Caio!
— Che dici tu? — esclamò il cavaliere, dando un sobbalzo a quella
confessione inattesa.
Zitto! — rispose Delia, stringendosi a lui e ponendogli la mano
sulla bocca. — Ho fatto un voto. Non turbare l'invocazione e lasciami
attendere la risposta della dea. —
Lettori cortesi, che cosa avreste fatto voi altri, nei panni di Caio
Sempronio? Cioè, intendiamoci, non ve lo domando, o, per dire più
veramente, non aspetto la vostra risposta. Vi dico in quella vece, e
subito, che Caio Sempronio fece su per giù quello che avreste fatto voi
in una occasione consimile. Stette zitto come Delia voleva; arrossì
e si pentì di avere arrossito; da ultimo, poichè a lui toccava di
abbracciare un partito, abbracciò.... abbracciò quello che piaceva alla
dea. Ora, che poteva mai volere la dea, se non che egli si dimostrasse
un buon cavaliere e prendesse la cosa pel suo verso?
Rise adunque e pensò che la sorte era una gran capricciosa. Povera
gita disegnata alla riva del Tevere! Intanto, al soffio della brezza
stormivano le fronde, sorridevano i Fauni e bisbigliavano le più
matte cose alle Amadriadi, eterne prigioniere nei tronchi ramosi degli
alberi.
Tutto ad un tratto, si udì dal sentiero vicino un rumore di passi.
Delia prese la mano di Caio Sempronio e scivolò guardinga dietro una
macchia di mortelle.
— Dove sarà andata a rimpiattarsi? — diceva una voce, che egli
riconobbe per quella di Postumio Floro.
— Il bello si è, — soggiungeva un'altra voce, — che manca pure il
nostro bel cavaliere, l'auspice delle nozze. Che sia andato anche lui a
prender gli auspicii?
Caio riconobbe la voce di Giunio Ventidio.
— Giriamo da questa parte; bisbigliò il giovane a Delia; — ci vedranno
nel gran viale, al loro ritorno.
— No, lasciamoli andare; mentre essi ci vanno cercando, noi giungeremo
a casa. —
Così dicendo, Delia studiava il passo, seguendo il tragetto che doveva
avvicinarla alla meta.
Le voci degli indiscreti cercatori si andavano perdendo dall'altra
parte del bosco. Non visti, nè uditi, Caio Sempronio e Delia pervennero
alla radura che separava il giardino dalla casa.
— Resta; — diss'ella; — tu verrai dopo. —
E veduto che in quello spazio aperto non c'era nessuno, uscì risoluta
dalla macchia.
Sull'entrata del peristilio si trovò faccia a faccia con Numeriano, che
andava in traccia di lei.
— Ah! — esclamò egli, prendendola amorevolmente per mano.
— Chi cercavi? Caia? — diss'ella sorridendo. — Eccoti Caia! —
Il nostro cavaliere ebbe una stretta al cuore, udendo quelle audaci
parole. E rimase lì, incerto, tra il desiderio di uscire dal suo
nascondiglio e la paura di farsi scorgere alle calcagna di lei.
Tutto ad un tratto udì le voci de' suoi degnissimi amici, che tornavano
dalla loro esplorazione.
— Vi dico, — insisteva Giunio Ventidio, — che erano essi. Elio Vibenna,
non li hai tu riconosciuti?
— Ma, ecco, — rispose Vibenna, — ho veduto uno, qui nel viale, che
si avviava da quella parte, e al suo portamento mi è sembrato Caio
Sempronio. Quanto a lei, è chiara; se non era in casa.... Che ne dite
voi altri?
— Certo, doveva esser fuori. Ah, come vogliamo ridere! — gridò Postumio
Floro.
— Amici, date retta a me; — ripigliò Giunio Ventidio. — Piantiamoci
qui, in vista dell'uscio. Da quel prato scoperto avranno sempre a
passare. —
Caio Sempronio fremette, pensando alle conseguenze, se Delia non fosse
stata più pronta ad uscire.
— Bricconi! — borbottò egli tra i denti. — Ecco gli amici! —
Il suo soliloquio fu interrotto alle prime parole da una esclamazione
di Elio Vibenna.
— Che vedo! Guardate là, nel vano dell'uscio....
— È Numeriano; — disse Postumio.
— Con una donna; — soggiunse Vibenna. — Non vi par Delia?
— Sicuro, è lei. Per Ercole, da dove è passata?
— Forse non era in giardino.
— Anzi, c'era, ed è rientrata or ora, mentre noi stavamo per giungere
in vista della casa.
— Vedete che disdetta!
— Si sapesse almeno dov'è Caio Sempronio! —
Il cavaliere si morse le labbra.
— È appunto quello che non saprete; — pensò egli tra sè.
E quatto quatto si allontanò da un'altra banda. Conosceva poco gli orti
Ventidiani, ma capiva così in digrosso che il dio Termine non doveva
essere troppo lontano. Infatti, seguitando un viale che andava in
direzione parallela al lato posteriore della casa, dopo fatti trecento
passi, trovò il muro di cinta.
— Ci siamo; — diss'egli; — ora bisognerà trovar modo di
scavalcarlo. —
Il muro era piuttosto alto, ed egli, quantunque aitante della persona,
non giungeva colle mani ad afferrarne la cima. Diede un'occhiata
in giro, invocò Mercurio, il dio degli astuti, ed ebbe la fortuna
di trovare il fatto suo in un tronco di betulla, che giaceva mezzo
fradicio in un angolo. Lo prese, lo trasse a sè, e appoggiatolo al
muro, tastò col piede l'inforcatura di un ramo. Sembrandogli che
potesse resistere quanto gli bisognava per afferrare la meta, prese
subitamente l'abbrivo. Scricchiolò il ramo e si ruppe; tremarono gli
embrici che facevano tetto alla cima del muro; ma il nostro eroe si
tenne aggrappato alla sua conquista, e facendosi puntello dei gomiti
giunse finalmente a mettere un ginocchio sull'embriciata. Oramai non
c'era più da temere; Caio Sempronio stava a cavalcioni sul muro.
Diede allora un'occhiata dall'altra parte. Gli orti Ventidiani
confinavano di là con una viottola campestre, il vico di Silvano,
che egli ben conosceva. Una rifiatata di contentezza salutò la
scoperta. L'altezza del muro l'aveva misurata nel salire; poteva
dunque discendere, anzi lasciarsi cadere senza pericolo nella
viottola sottostante. Detto fatto, spiccò il salto e cadde in piedi,
ma tirandosi dietro due tegoli dell'embriciata, che già aveva scossi
nell'ascendere.
Potete immaginare che non istette a raccattarli. L'essenziale era di
avere delusa la curiosità indiscreta dei suoi garbatissimi amici. Una
ripulita alla tunica, che in quello strofinìo sul muro doveva essersi
un po' stazzonata, ed egli avrebbe potuto, seguendo la viottola,
riuscire sulla piazzetta davanti alla casa di Numeriano.
Per altro, aveva fatto i conti senza un certo bruciore, che sentì
d'improvviso al ginocchio, nel muovere i primi passi. Tastò dove gli
doleva e si accorse d'essersi fatta una scorticatura alla pelle. Di
certo grondava sangue; poco, probabilmente, ma quanto bastava per
accusarsi, se alla vista di tutti gli fosse sgocciolato lungo la gamba.
Anche qui non gli venne meno l'assistenza del nipote d'Atlante. Una
casetta campestre era là, a mezza strada. Tizio Caio andò a quella
volta, diede una spinta al cancello ed entrò. Una povera vecchia stava
in cucina, rigovernando alcuni piatti di stagno. Chiese un po' d'acqua
e lavò la sua scalfittura, che non era gran cosa, e poteva nascondersi
benissimo sotto il lembo della tunica inferiore. Pose mano alla borsa,
diede alla vecchia una moneta d'oro, non avendone d'argento, ed uscì,
senza badare agli atti di meraviglia e agli inchini della povera donna.
Tutto ciò in un brevissimo spazio di tempo. Giunto sulla piazzetta,
si ficcò in mezzo alla plebe, che stava sempre accalcata davanti alla
casa, a contemplare l'illuminazione della facciata, che si andava
spegnendo man mano. Il rientrare non gli fu difficile, e nemmeno il
raccontare una frottola all'ostiario, per colorire in qualche modo la
sua uscita in istrada.
— Ah, finalmente, ti trovo! — esclamò Numeriano, vedendolo nell'atrio.
— Credevamo che tu fossi partito senza dir nulla e Delia ne era
addoloratissima, perchè voleva salutarti, ringraziarti ancora una volta
di quanto hai fatto per noi.
— Delia è troppo buona; — mormoro Caio Sempronio. — Ero venuto dietro
di te al balcone, quando gettavi le noci, ed ho veduto nella folla un
servo di Clodia Metella. Pensando che chiedesse di me, sono uscito per
andarlo a cercare. —
La bugia era detta e l'amico se l'aveva bevuta. Caio Sempronio entrò
allora dalla fauce nel peristilio e andò a piantarsi sull'uscio che
metteva in giardino. Ventidio, Vibenna e Postumio Floro, erano ancora
laggiù alle vedette.
— Amici, che si fa? — gridò Caio Sempronio. — Si piglia il fresco?
Badate, il tempio della dea Mefite non è lontano e l'aria della notte è
pericolosa pei capi scarichi. —
I tre curiosi si guardarono in faccia. Avevano l'aria di cascar delle
nuvole.
— Come? Anche lui, dentro? — borbottarono. — Non ce n'è andata una
bene! —
La notte era inoltrata e i convitati ad uno ad uno abbandonavano
la casa di Numeriano. Il nostro cavaliere adempì all'ultimo ufficio
dell'auspice, conducendo gli sposi alla camera nuziale.
— Salve, o Caia, — diss'egli alla sposa. — Giunone ti guardi.
— Si, son Caia davvero; — mormorò ella, dandogli un'occhiata assassina.
Quella notte, l'auspice di Numeriano se ne andò difilato a casa,
facendo questo conto tra sè:
— Non ne ho più due alle spalle, ne ho tre. Glicera, Clodia, Delia;
le tre Grazie, insomma. Apollo non saprebbe desiderarsi di più.
E quel brontolone di Lisimaco sarebbe capace di non mostrarsene
contento. —