CAPITOLO XVI.

Quod erat in fatis.

Mentre noi ci perdiamo in chiacchiere, Tizio Caio Sempronio ha

abbandonata l'essèdra.

Il nostro cavaliere prendeva poca parte alla festa. Clodia Metella gli

aveva fatto giurare che non avrebbe ballato, ed egli manteneva la data

parola. Aveva giuocato due o tre colpi ai dadi, ma s'era annoiato,

e, non sapendo che fare, e vedendo di fuori un bel lume di luna, era

andato a passeggiare in giardino.

A che pensava? Miei giovani, ditelo voi. Quando la luna falcata

veleggia nel firmamento, temperandone coi miti chiarori l'azzurro, e

la brezza notturna, ricca di tutti i profumi della fiorente natura, va

susurrando tra le ombre misteriose del bosco, dove grugano le tortore

e gorgheggiano i rosignuoli, non si può pensare che ad una cosa. Luce

soavemente diffusa, canti, fragranze, mistero, tutto vi accarezza lo

spirito, v'inebria i sensi e vi consiglia ad amare.

Il mio eroe s'era messo, dirò così, su d'una strada di dolce pendio,

che conduceva al precipizio. E lo sapeva; ma pensava altresì che, prima

di giungere allo scrimolo, avrebbe raccolte le sue forze per piegare

da un lato e non dare ai Romani lo spettacolo di una grande caduta.

Ricordate a questo proposito i suoi discorsi col vecchio Lisimaco.

Intanto, viveva a furia, coglieva avidamente i baci dell'amica

fortuna, come chi sa quanto ella sia capricciosa ed instabile.

Clodia, la più bella, se non la più reputata delle patrizie romane,

lo amava d'un amore intenso, smisurato, furibondo. E l'uomo è sempre

felice d'ispirare una passione selvaggia. S'intende, in mezzo a tutte

le raffinatezze della vita; chè altrimenti è molestia ineffabile.

L'antitesi governa il mondo; niente di bello senza un po' di contrasto.

Luce ed ombra, non erano forse le due cose che facevano bello in

quell'ora il bosco di Numeriano?

Esser giovani e piacere alle belle; in una amarle tutte, sentendo

confusamente dentro di sè che si può essere amati da tutte, sol che si

voglia; e non volerlo tuttavia; non è egli forse il colmo delle umane

voluttà? E il pensiero di Caio si volgeva con intensità di desiderio

a Clodia Metella, Venere discesa in terra, con tutte le possenti

attrattive, le care debolezze e le adorabili cattiverie del suo

sesso, invidiata, odiata, calunniata, fors'anche colpevole, ma bella,

sovranamente bella. Che faceva in quel punto? Pensava a lui, com'egli

a lei? Come doveva esser dolce quell'ora, nei giardini di Clodia! Come

dovevano splendere, a quel lume di luna, e mormorare soavemente alla

riva, le bionde acque del Tevere sacro!

— Andiamo; — pensò Caio tra sè; — qui non c'è più nulla che mi

trattenga, ed ella certamente mi aspetta. —

Si era già volto indietro per ritornare sopra i suoi passi, allorquando

gli venne udito un fruscìo di vesti tra gli alberi. Poco stante,

sbucata da un viale lì presso, gli si parò davanti una forma bianca e

leggiera di donna.

Caio Sempronio pensò alle Driadi, protettrici delle selve, e credette

di vederne una in quel punto.

La gentile apparizione si avvicinò, e la sua veste, di bianca che

pareva da lunge, si mostrò azzurra agli occhi del giovane. Non era

una ninfa, era alcun che di più saldo e palpabile, e voi, lettori, al

colore della stola, già l'avete conosciuta. Era Delia.

— Oh! la vezzosissima sposa! — gridò Caio, inchinandosi. — Come qui

sola? E Numeriano?

— È andato al balcone sul pròtiro, per gittar noci alla ragazzaglia

dell'Esquilino. E poi, — soggiunse la bella, crollando la testa, come

una passera spensierata, — Cinzio ha tutte le cure del ricevimento

sulle braccia e non può farmi compagnia. Fa un caldo così soffocante,

là dentro! Ed io avevo bisogno d'aria.

— Come io.

— Bene, siam dunque pari. Torna indietro, bel cavaliere, e dammi il tuo

braccio.

— Volentieri; — si affrettò egli a rispondere, non intendendo bene per

qual spedizione si mettesse alla vela.

Che cosa dirle, frattanto? Una galanteria, certamente, perchè una bella

donnina, che si appiccica al vostro braccio, ha sempre diritto ad un

simile omaggio, anche quando il cuore non si sia infiammato. Ma quella

donna era in una condizione così diversa dalle altre, che Tizio Caio

Sempronio poteva rimanere perplesso, senza passare davanti ai vostri

occhi per un collegiale. O non poteva la sposa novella aver proprio

sentito il bisogno d'un po' d'aria e d'una passeggiata all'aperto? E

che c'era di strano, se, trovato in giardino il suo auspice, uomo in

cui naturalmente doveva riporre maggior fede, gli domandava il suo

braccio? Era proprio il caso di atteggiarsi a corteggiatore, foss'anche

per celia, e di farla pentire della sua confidenza?

Tutti questi dubbi, come parvero gravi a lui, così spero che parranno

ragionevoli ai lettori, e gli meriteranno un pochino di compatimento,

se il nostro eroe lì per lì non sapeva che pesci pigliare.

— E così, — diss'egli finalmente, per rompere, il ghiaccio, — sei

felice, ora?

— Ora, sì; — rispose Delia, con una strana intonazione di voce;

Caio Sempronio ci perdette la tramontana.

— Perchè ora? — ripigliò, tirato su quello sdrucciolo come la biscia

all'incanto.

— Ma.... non l'hai chiesto tu stesso? — ribattè la giovine Greca. — Mi

domandavi se ero felice ora; ed io t'ho risposto: ora, sì.

— Sta bene, — osservò Caio Sempronio, impappinandosi sempre più, —

ma io intendevo un «ora» di più largo significato, come a dire tutto

questo primo periodo di felicità coniugale.

— Ah, ah, con te ci voglion le glosse! — esclamò Delia, ridendo. —

Orbene, ti parlerò anch'io per grammatica. Nel maggiore può esser

compreso il minore; ne convieni?

— Certamente.

— Ed è così, che il mio significato, assai più ristretto, io lo fo

stare nel tuo. —

Il cavaliere non credette opportuno di replicare più altro; ma

involontariamente strinse col suo il braccio di Delia. Era il meno che

egli potesse fare, non è egli vero? La galanteria non l'aveva detta

lui; se l'era in quella vece sentita dire. Il ringraziamento era dunque

necessario; e tanto meglio se era muto, perchè non occorrevano glosse

pericolose, se la galanteria di Delia esprimeva un sentimento profondo,

nè attenuazioni prudenti, se quella risposta di lei era semplicemente

uno scherzo.

Andarono per buon tratto di strada silenziosi; egli duro, stecchito,

quasi a dissimulare nella saldezza delle membra la perplessità dello

spirito, lei tutta sfiaccolata, reggendosi al braccio di lui e con la

bionda testa appoggiata al suo òmero.

La luna falcata veleggiava nei sereni del cielo, su cui si disegnavano

spiccati i bruni profili dei cipressi e dei pini. Le fragranze della

selva e gli effluvii sottili che si svolgono da una bella donna

mollemente sospesa al nostro braccio, i gorgheggi dei rosignuoli, le

ombre discrete che spaziavano sotto i diffusi rami degli elci e dei

roveri, tutto parlava un arcano linguaggio allo spirito del nostro

giovine eroe.

In fondo al bosco, sotto ad un arco di lieta verzura, biancheggiava un

simulacro di marmo. Era una statua di Venere, che pareva uscisse allora

dal bagno. Infatti la dea sorgeva col piede a fior d'acqua, dal mezzo

di una vasca, donde uscivano intorno a lei cespi di odorose giunchiglie

e su cui si cullavano le foglie spante delle tarde ninfèe.

— Madre, — le disse Delia, con accento sommesso, appoggiandosi sempre

più languidamente al fianco del suo compagno, — inspira un po' d'amore

per me nel cuore di Caio!

— Che dici tu? — esclamò il cavaliere, dando un sobbalzo a quella

confessione inattesa.

Zitto! — rispose Delia, stringendosi a lui e ponendogli la mano

sulla bocca. — Ho fatto un voto. Non turbare l'invocazione e lasciami

attendere la risposta della dea. —

Lettori cortesi, che cosa avreste fatto voi altri, nei panni di Caio

Sempronio? Cioè, intendiamoci, non ve lo domando, o, per dire più

veramente, non aspetto la vostra risposta. Vi dico in quella vece, e

subito, che Caio Sempronio fece su per giù quello che avreste fatto voi

in una occasione consimile. Stette zitto come Delia voleva; arrossì

e si pentì di avere arrossito; da ultimo, poichè a lui toccava di

abbracciare un partito, abbracciò.... abbracciò quello che piaceva alla

dea. Ora, che poteva mai volere la dea, se non che egli si dimostrasse

un buon cavaliere e prendesse la cosa pel suo verso?

Rise adunque e pensò che la sorte era una gran capricciosa. Povera

gita disegnata alla riva del Tevere! Intanto, al soffio della brezza

stormivano le fronde, sorridevano i Fauni e bisbigliavano le più

matte cose alle Amadriadi, eterne prigioniere nei tronchi ramosi degli

alberi.

Tutto ad un tratto, si udì dal sentiero vicino un rumore di passi.

Delia prese la mano di Caio Sempronio e scivolò guardinga dietro una

macchia di mortelle.

— Dove sarà andata a rimpiattarsi? — diceva una voce, che egli

riconobbe per quella di Postumio Floro.

— Il bello si è, — soggiungeva un'altra voce, — che manca pure il

nostro bel cavaliere, l'auspice delle nozze. Che sia andato anche lui a

prender gli auspicii?

Caio riconobbe la voce di Giunio Ventidio.

— Giriamo da questa parte; bisbigliò il giovane a Delia; — ci vedranno

nel gran viale, al loro ritorno.

— No, lasciamoli andare; mentre essi ci vanno cercando, noi giungeremo

a casa. —

Così dicendo, Delia studiava il passo, seguendo il tragetto che doveva

avvicinarla alla meta.

Le voci degli indiscreti cercatori si andavano perdendo dall'altra

parte del bosco. Non visti, nè uditi, Caio Sempronio e Delia pervennero

alla radura che separava il giardino dalla casa.

— Resta; — diss'ella; — tu verrai dopo. —

E veduto che in quello spazio aperto non c'era nessuno, uscì risoluta

dalla macchia.

Sull'entrata del peristilio si trovò faccia a faccia con Numeriano, che

andava in traccia di lei.

— Ah! — esclamò egli, prendendola amorevolmente per mano.

— Chi cercavi? Caia? — diss'ella sorridendo. — Eccoti Caia! —

Il nostro cavaliere ebbe una stretta al cuore, udendo quelle audaci

parole. E rimase lì, incerto, tra il desiderio di uscire dal suo

nascondiglio e la paura di farsi scorgere alle calcagna di lei.

Tutto ad un tratto udì le voci de' suoi degnissimi amici, che tornavano

dalla loro esplorazione.

— Vi dico, — insisteva Giunio Ventidio, — che erano essi. Elio Vibenna,

non li hai tu riconosciuti?

— Ma, ecco, — rispose Vibenna, — ho veduto uno, qui nel viale, che

si avviava da quella parte, e al suo portamento mi è sembrato Caio

Sempronio. Quanto a lei, è chiara; se non era in casa.... Che ne dite

voi altri?

— Certo, doveva esser fuori. Ah, come vogliamo ridere! — gridò Postumio

Floro.

— Amici, date retta a me; — ripigliò Giunio Ventidio. — Piantiamoci

qui, in vista dell'uscio. Da quel prato scoperto avranno sempre a

passare. —

Caio Sempronio fremette, pensando alle conseguenze, se Delia non fosse

stata più pronta ad uscire.

— Bricconi! — borbottò egli tra i denti. — Ecco gli amici! —

Il suo soliloquio fu interrotto alle prime parole da una esclamazione

di Elio Vibenna.

— Che vedo! Guardate là, nel vano dell'uscio....

— È Numeriano; — disse Postumio.

— Con una donna; — soggiunse Vibenna. — Non vi par Delia?

— Sicuro, è lei. Per Ercole, da dove è passata?

— Forse non era in giardino.

— Anzi, c'era, ed è rientrata or ora, mentre noi stavamo per giungere

in vista della casa.

— Vedete che disdetta!

— Si sapesse almeno dov'è Caio Sempronio! —

Il cavaliere si morse le labbra.

— È appunto quello che non saprete; — pensò egli tra sè.

E quatto quatto si allontanò da un'altra banda. Conosceva poco gli orti

Ventidiani, ma capiva così in digrosso che il dio Termine non doveva

essere troppo lontano. Infatti, seguitando un viale che andava in

direzione parallela al lato posteriore della casa, dopo fatti trecento

passi, trovò il muro di cinta.

— Ci siamo; — diss'egli; — ora bisognerà trovar modo di

scavalcarlo. —

Il muro era piuttosto alto, ed egli, quantunque aitante della persona,

non giungeva colle mani ad afferrarne la cima. Diede un'occhiata

in giro, invocò Mercurio, il dio degli astuti, ed ebbe la fortuna

di trovare il fatto suo in un tronco di betulla, che giaceva mezzo

fradicio in un angolo. Lo prese, lo trasse a sè, e appoggiatolo al

muro, tastò col piede l'inforcatura di un ramo. Sembrandogli che

potesse resistere quanto gli bisognava per afferrare la meta, prese

subitamente l'abbrivo. Scricchiolò il ramo e si ruppe; tremarono gli

embrici che facevano tetto alla cima del muro; ma il nostro eroe si

tenne aggrappato alla sua conquista, e facendosi puntello dei gomiti

giunse finalmente a mettere un ginocchio sull'embriciata. Oramai non

c'era più da temere; Caio Sempronio stava a cavalcioni sul muro.

Diede allora un'occhiata dall'altra parte. Gli orti Ventidiani

confinavano di là con una viottola campestre, il vico di Silvano,

che egli ben conosceva. Una rifiatata di contentezza salutò la

scoperta. L'altezza del muro l'aveva misurata nel salire; poteva

dunque discendere, anzi lasciarsi cadere senza pericolo nella

viottola sottostante. Detto fatto, spiccò il salto e cadde in piedi,

ma tirandosi dietro due tegoli dell'embriciata, che già aveva scossi

nell'ascendere.

Potete immaginare che non istette a raccattarli. L'essenziale era di

avere delusa la curiosità indiscreta dei suoi garbatissimi amici. Una

ripulita alla tunica, che in quello strofinìo sul muro doveva essersi

un po' stazzonata, ed egli avrebbe potuto, seguendo la viottola,

riuscire sulla piazzetta davanti alla casa di Numeriano.

Per altro, aveva fatto i conti senza un certo bruciore, che sentì

d'improvviso al ginocchio, nel muovere i primi passi. Tastò dove gli

doleva e si accorse d'essersi fatta una scorticatura alla pelle. Di

certo grondava sangue; poco, probabilmente, ma quanto bastava per

accusarsi, se alla vista di tutti gli fosse sgocciolato lungo la gamba.

Anche qui non gli venne meno l'assistenza del nipote d'Atlante. Una

casetta campestre era là, a mezza strada. Tizio Caio andò a quella

volta, diede una spinta al cancello ed entrò. Una povera vecchia stava

in cucina, rigovernando alcuni piatti di stagno. Chiese un po' d'acqua

e lavò la sua scalfittura, che non era gran cosa, e poteva nascondersi

benissimo sotto il lembo della tunica inferiore. Pose mano alla borsa,

diede alla vecchia una moneta d'oro, non avendone d'argento, ed uscì,

senza badare agli atti di meraviglia e agli inchini della povera donna.

Tutto ciò in un brevissimo spazio di tempo. Giunto sulla piazzetta,

si ficcò in mezzo alla plebe, che stava sempre accalcata davanti alla

casa, a contemplare l'illuminazione della facciata, che si andava

spegnendo man mano. Il rientrare non gli fu difficile, e nemmeno il

raccontare una frottola all'ostiario, per colorire in qualche modo la

sua uscita in istrada.

— Ah, finalmente, ti trovo! — esclamò Numeriano, vedendolo nell'atrio.

— Credevamo che tu fossi partito senza dir nulla e Delia ne era

addoloratissima, perchè voleva salutarti, ringraziarti ancora una volta

di quanto hai fatto per noi.

— Delia è troppo buona; — mormoro Caio Sempronio. — Ero venuto dietro

di te al balcone, quando gettavi le noci, ed ho veduto nella folla un

servo di Clodia Metella. Pensando che chiedesse di me, sono uscito per

andarlo a cercare. —

La bugia era detta e l'amico se l'aveva bevuta. Caio Sempronio entrò

allora dalla fauce nel peristilio e andò a piantarsi sull'uscio che

metteva in giardino. Ventidio, Vibenna e Postumio Floro, erano ancora

laggiù alle vedette.

— Amici, che si fa? — gridò Caio Sempronio. — Si piglia il fresco?

Badate, il tempio della dea Mefite non è lontano e l'aria della notte è

pericolosa pei capi scarichi. —

I tre curiosi si guardarono in faccia. Avevano l'aria di cascar delle

nuvole.

— Come? Anche lui, dentro? — borbottarono. — Non ce n'è andata una

bene! —

La notte era inoltrata e i convitati ad uno ad uno abbandonavano

la casa di Numeriano. Il nostro cavaliere adempì all'ultimo ufficio

dell'auspice, conducendo gli sposi alla camera nuziale.

— Salve, o Caia, — diss'egli alla sposa. — Giunone ti guardi.

— Si, son Caia davvero; — mormorò ella, dandogli un'occhiata assassina.

Quella notte, l'auspice di Numeriano se ne andò difilato a casa,

facendo questo conto tra sè:

— Non ne ho più due alle spalle, ne ho tre. Glicera, Clodia, Delia;

le tre Grazie, insomma. Apollo non saprebbe desiderarsi di più.

E quel brontolone di Lisimaco sarebbe capace di non mostrarsene

contento. —

Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana · 第 21 / 35 题