CAPITOLO XIV.

Le nozze di Numeriano.

La mattina del sesto giorno sopra gli Idi d'aprile....

Ma qui, prima di andar oltre, bisognerà spiegarci un tratto. Il

calendario romano è così disforme dal nostro, con le sue calende, le

sue none, i suoi idi, e l'uso di contare i giorni alla rovescia! Gli

Idi d'aprile cadevano al 13; dunque, tornando indietro sei giorni,

abbiamo il _sexto Idus_, corrispondente agli 8 d'aprile.

È un bel giorno per Cinzio Numeriano, e un giorno di grandi faccende

per Tizio Caio Sempronio, che ha dovuto perfino rinunziare alla sua

visita mattutina in casa di Clodia Metella. Per altro, come vedrete, ha

pensato a lei, e fa conto di vederla dopo il tramonto del sole.

Quella mattina, adunque, Tizio Caio Sempronio si alzò da letto più

presto del solito, e, preso il bagno consueto, stette allo specchio

un'ora di più che non facesse negli altri giorni; indi, tutto azzimato,

spirante ambrosia alla guisa d'un Nume, si dispose ad uscire di casa.

Il vecchio Lisimaco lo attendeva nell'atrio.

— Mio signore! — disse l'arcario, inchinandosi.

— Orbene, Lisimaco, che c'è?

— Chiederei di trattenerti per breve ora, se non ti spiace. Ho certi

conti da farti vedere....

— A proposito, — interruppe Caio Sempronio, — hai mandati i fiori a

Clodia Metella?

— Sì, mio signore.

— Col silfio cirenaico?

— Col silfio cirenaico; — rispose Lisimaco, traendo un sospiro.

E aggiunse tra sè, commentando quel sospiro malinconico:

— Mille denari, per una pianticella che non è la metà del mio

braccio! —

Il silfio era una pianta preziosissima e celebre tra gli antichi per

le miracolose proprietà che le erano attribuite. Risanava ogni male,

purificava l'aria e l'acqua, e, come se ciò non bastasse, addormentava

le pecore e faceva starnutare le capre. Tolgo questi particolari

da Teofrasto e da Plinio, che ci indicano il silfio come una pianta

fornita d'una radice carnosa, d'un gambo simile a quello del finocchio,

e d'una foglia a un dipresso come quella del selino. A Cirene lo si

aveva per sacro, essendo apparso di botto, come diceva la leggenda,

dopo una pioggia di bitume, sette anni dopo la fondazione della

città, nell'anno 420 di Roma. I compagni d'Alessandro il Macedone

trovarono questa pianta copiosamente sparsa sulle montagne di Candahar.

Aristofane fa dire ad un sicofante che egli non muterebbe vita, neppur

se gli regalassero del silfio, consacrato a Batto, il fondatore di

Cirene. Giulio Cesare vendette per mille cinquecento marchi d'argento

la provvista di silfio che si custodiva nel pubblico erario di Roma.

Nerone un giorno ne ricevette una pianta in dono, e a palazzo se ne

fecero molti discorsi, come di un presente straordinario. Infine, il

silfio è rappresentato sul rovescio delle monete di Cirene, che non è

celebre solamente per questo, ma anche per aver dati i natali al poeta

Callimaco e al filosofo Carneade, quello che va debitore della sua

fama, in uguale misura, ai grandi elogi di Cicerone e alla poco salda

memoria di Don Abbondio.

— Bene! — esclamò Caio Sempronio. — Dunque, sta sano, mio vecchio

Lisimaco.

— Ma... vorrei dirti...

— Sì, sì, capisco che vorrai dirmi qualche cosa; ma non ho tempo, sai?

Oggi si tratta di lavorare per la felicità degli altri, e non è tempo

da pensare alla propria. —

Ciò detto, diè una voltata sulle calcagna e si avviò verso il pròtiro,

lasciando il suo vecchio arcario a crollar mestamente il capo, com'era

suo costume da parecchi giorni.

Lisimaco non aveva anche finito di ciondolare, che il cavaliere tornò

indietro.

— Vedi che bestia! Dimenticavo l'essenziale. Sono andati i servi agli

Orti Ventidiani?

— Sì, mio signore.

— Col monile di perle?

— Col monile di perle; — ripetè l'arcario.

E aggiunse mormorando:

— Trentamila sesterzi! E non è ancora contento!

— Che cosa borbotti? — domandò il cavaliere, sorridendo.

— Che l'hai pagato trentamila sesterzi, e ti pare d'aver fatto un dono

di poco.

— Ma sì, pur troppo! — esclamò Tizio Caio. — Le son perline da nulla,

e mi duole non averne trovato di più vistose. Non sai tu, vecchio

Lisimaco, che ce ne sono di grosse come le noci e più ancora? Si

racconta che in Egitto, nella reggia dei Tolomei, ce ne siano due molto

più grosse degli occhi che mi stai ora facendo.

— Sono in Egitto; che fortuna! — gridò l'arcario, che proprio non se la

poteva rattenere fra i denti.

— Chiamala una disgrazia; — rispose il cavaliere. — Noi, per averle,

dovremmo far guerra all'Egitto. E chi sa, che un giorno o l'altro non

me ne salti il ticchio?

— La guerra è una bella cosa; — notò il vecchio servitore; — essa

riempie i forzieri, non li vuota.

— Ed io, vedi, ho risoluto; andrò nella milizia. —

Lisimaco ebbe un barlume di speranza.

— Quando, mio signore? — domandò egli sollecito.

— Appena avrò speso l'ultimo quattrino; — rispose Caio Sempronio.

La fronte del vecchio si rannuvolò di bel nuovo. Intanto il nostro

cavaliere si avviò da capo all'uscio di casa, e questa volta per non

tornare più indietro.

Tizio Caio Sempronio andava a piedi, perchè i Romani di quel tempo

non si erano ancora tanto infemminiti da adoperar la lettiga. Ma

i suoi servi lo avevano preceduto agli orti Ventidiani, ed uno

di loro portava, tra gli altri arnesi, un paio di mullei, calzari

elegantissimi, dello stesso colore della tunica, affinchè il padrone

potesse comparire in casa di Cinzio Numeriano senza traccia di polvere.

Quel giorno il nostro cavaliere faceva l'ufficio di auspice; un

quissimile di ciò che è presso i moderni francesi il _garçon de la

noce_. Era lui che qualche giorno prima aveva assistito al contratto

degli sponsali e che quella stessa mattina aveva osservati gli augurii;

senza ridere, vi prego di crederlo. Inoltre, da buon romano, aveva

posto mente a non stabilire le nozze in giorno nefasto, come sarebbero

state le Calende, le None e gli Idi, le feste Parentali, le Salie, ed

altre che per brevità si ommettono.

Tre giorni si spendevano dai Romani nella celebrazione delle nozze. Nel

primo, lo sposo visitava la sposa in casa del padre di lei; nel secondo

la sposa andava a dormire in casa del suocero, per uscirne sull'alba

del terzo, che era propriamente il giorno nuziale, e quello in cui

si celebrava il matrimonio nei modi già detti altrove, della mutua

compera, e della confarreazione, e con tutte le cerimonie che or ora

vedremo, se non vi dà noia lo assisterci.

Le prime cerimonie erano state compiute, e non al tutto secondo gli usi

romani. Rammentate che Delia era greca e che viveva in Roma da sola,

fuori d'ogni potestà di parenti. Perciò il nostro Numeriano non aveva

potuto andare dal padre di lei per fargli la domanda rituale: «volete

voi darmi la vostra figliuola in moglie?» Neanche era stato il caso di

fare per due giorni, tra le due case degli sposi, quei viavai che ho

accennato pur dianzi. Erano andati dal pontefice massimo, e là, alla

presenza del gran sacerdote, e di dieci testimoni, il Flamine Diale, o

sacerdote di Giove, aveva sacrificata una pecora e divisa tra gli sposi

la tradizionale focaccia di fior di farina. Quindi la bella etèra di

Corinto se ne era tornata alla sua casa, donde il giorno seguente gli

amici dello sposo dovevano andarla a levare per forza.

Era anche questa una cerimonia inutile, perchè non si trattava più

d'una fanciulla, che si dovesse strappare dal seno della famiglia. Ma

questa era la forma più antica e più solenne di matrimonio, a ricordo

del modo in cui Romolo e i suoi celibi compagni si erano impadroniti

delle belle Sabine; e Delia, poichè aveva a maritarsi, voleva fare le

cose con ogni maggior pompa, a conforto della sua vanità femminile.

Ora, argomentate se l'innamorato Numeriano non volesse contentarla

anche in questo.

Il giovane poeta era fuori di sè dalla gioia. Quando il suo auspice

giunse agli orti Ventidiani (li chiameremo ancora con questo nome, per

intenderci alla bella prima), Numeriano, tutto vestito di bianco e coi

capegli tagliati di fresco secondo il rito, stava disponendo ogni cosa

pel sacrificio augurale di quel giorno. Un popa, specie di sacerdote

beccaio, era già in attesa, coi suoi _cultrarii_, o sgozzatori

assistenti; la vittima grugniva ai piedi dell'altare, davanti all'uscio

di casa.

Lettori, io non ci metto di mio nè sal nè pepe. Si sacrificava il dì

delle nozze una scrofa, simbolo di fecondità coniugale presso i Romani.

Virgilio stesso ha creduto necessario di citare nel suo poema la scrofa

meravigliosa, trovata da Enea sotto un leccio, presso la riva del

Tevere, con trenta porcellini intorno; _triginta capitum foetus enixa_.

Compiuto il sacrificio nelle debite forme, di cui vi fo grazia, venne

il giro di una breve refezione d'amici. Era l'ultimo addio dato da

Cinzio Numeriano al suo celibato, e l'avverbio _feliciter_ suonò da

tutte le labbra, mentre si andavano vuotando le tazze.

La giornata era bella e il pranzo s'era fatto fuori della casa, in

giardino, per non guastare i preparativi del triclinio, destinato alla

cena nuziale. Era un bel giardino, anzi un bosco senz'altro, quello che

Ventidio aveva venduto a Caio Sempronio e questi liberalmente donato

al suo giovane amico. Elci, roveri e pini vi erano cresciuti fitti

abbastanza per far riparo dai raggi del sole, ed altri arbusti più

umili, come il biancospino, la betulla e il corbezzolo, consolavano gli

occhi con le varie temperanze del verde ond'erano rivestiti.

Quello era davvero il luogo per un poeta. Fauni, Naiadi, Driadi ed

Amadriadi, ci dovevano esser tutti, quei cari numi, di cui la religione

pagana aveva popolate le selve del Lazio. Quei sassi coperti di

muschio, quelle acque zampillanti, quegli ombrosi recessi, dovevano

aver voci arcane e piene di attrattive per un seguace d'Apollo. E il

nostro Numeriano prendeva moglie! Abitatrici del sacro monte, Pierie,

Castalie, e comunque vi piaccia esser nomate, dove eravate voi in quel

punto?

Intanto che i nostri celibi finiscono di pranzare (e più non occorre di

dire che cosa fosse il pranzo dei Romani) andiamo poco lunge, caliamo

dall'Esquilino verso ponente e ascendiamo il Celio, dov'è la regione

più popolosa della eterna città. Lassù, presso il tempio di Tullo

Ostilio, in una casetta modesta di fuori, ma arredata internamente con

greca eleganza, troveremo la sposa, in mezzo ad un cerchio di amiche,

intente ad ornarla per l'ultima cerimonia, e ad invidiarla per la sorte

che le tocca, di doventare una matrona romana.

Delia era semplicemente vestita, come l'uso portava. Non ori, non

perle, non porpora, ma solamente la stola di lana bianca, tessuta in

casa, per seguitare l'esempio di Caia Cecilia. E qui bisognerà fare

un po' di parentesi per raccontare chi fosse costei. Caia Cecilia, o,

per dire il suo nome arcaico, Tanaquilla, era la moglie di Tarquinio

Prisco, famosa per cento domestiche virtù, tra cui prima di filare e

tessere la lana. _Lanam fecit_, diventò, dopo questa donna esemplare,

il più bel vanto d'una matrona romana; portare il dì delle nozze una

stola come la sua, fu obbligo a tutte le sue pronipoti. Come se ciò non

bastasse, fu costume universale di assumere per quel giorno il nome di

lei. Tutte le spose, nella cerimonia nuziale, si ornavano del nome di

Caia.

La stola nuziale di Delia era stretta al fianco da una zona, o cingolo,

di lana di pecora. Anche qui c'era la sua ragione, trovata dai teologi

del tempo. Festo Pompeio vi dirà che, nella medesima guisa in cui

la lana della pecora, ravvolta in gomitolo, appare tra sè congiunta,

così il marito è congiunto e legato alla moglie. Troppa sottigliezza,

signor Festo Pompeio! Il vero si è che la sposa, per somigliare a Caia

Cecilia, doveva essere tutta vestita di roba fatta in casa; epperciò

la zona non poteva non essere di lana, come lo era la stola. Il cappio

di questa zona dicevasi il nodo d'Ercole (_Herculaneus nodus_) e lo

scioglieva alla sera il marito, a titolo di buon augurio, per essere

felice di molta prole, come lo era stato Ercole, famoso per molte

fatiche e più ancora per avere avuto una settantina di figli, che Dio

ne scampi ogni fedel cristiano.

Delia era vestita oramai di tutto punto, e i capegli biondi aveva

attorcigliati e raffermati alla nuca con una piccola asta di ferro.

Era l'asta di Giunone Curite, così detta dal vocabolo sabino _curis_,

che significava per l'appunto quell'arma. I teologi di cui sopra hanno

lasciato scritto che quell'asta nei capegli augurava una prole maschia,

forte e bellicosa. Gli amici della storia pura vedono in questa

cerimonia un altro accenno alle prime nozze romane, che furono fatte

con l'armi alla mano.

Mancava ancora la ghirlanda di fiori e di verbene, e mancava il

flammeo, velo finissimo che col suo colore ranciato doveva nascondere

il rossore, il «color di fiamma viva» come è stato detto così

bene da Dante Alighieri, che disse bene ogni cosa. Ma, per venire

a quest'ultima parte dell'acconciamento nuziale, occorreva che

giungessero all'uscio di strada i rapitori.

E giunsero finalmente, guidati da Tizio Caio Sempronio, che, nella

sua qualità d'auspice, d'amico e di protettore, doveva avere gli onori

della giornata. Delia aspettava lui per l'appunto, e, vedendo lui, non

badò a Postumio Floro, ad Elio Vibenna, nè a Giunio Ventidio, che lo

accompagnavano in quella facile impresa.

— È dunque vero che tu vuoi rapirmi la figlia? — disse l'amica più

vecchia di Delia, che faceva presso di lei l'ufficio di pronuba.

— Sì, madre, è necessario; ed avverrà con tua buona pace, — rispose

Tizio Caio, sorridendo amabilmente, — se pure non vuoi che scorra il

sangue fino alle falde del Celio.

— Se lo volessi pur io, non lo vorrebbe Giunone; — mormorò la pronuba,

trattenendo le risa, — E dove la condurrai tu?

— A Publio Cinzio Numeriano, che l'ha ottenuta ieri col farro e col

sale, che l'ama e che la farà padrona di casa sua. Come fu portata la

più bella tra le Sabine a Talassio, così noi porteremo la più bella tra

le Corinzie a Numeriano.

— Talassio! Talassio! — gridarono festosamente alcuni adolescenti

vestiti di bianco e inghirlandati di fiori.

Chi era questo Talassio? Rimontiamo al ratto delle donne Sabine e

lo vedremo. Il fatto avvenne, come sapete, in occasione dei giuochi

solenni ordinati da Romolo, in onore del Dio Nettuno equestre. Giunta

l'ora della festa, e mentre i padri Sabini erano intenti ai giuochi, i

giovani romani, al segno dato, corsero a rapire le fanciulle dei loro

vicini. La maggior parte furono possedute da coloro che le rapirono;

alcune delle più belle, come destinate a taluno dei principali patrizi,

erano condotte loro a casa da certi della plebe, che di ciò (narra

Tito Livio) avevano avuto commissione. Tra le quali essendo stata

presa una di eccellente bellezza dalla compagnia di un certo Talassio,

e domandando molti che la incontravano a chi mai fosse condotta, i

portatori, perchè non le venisse fatta violenza, rispondevano ch'era di

Talassio e che essi la portavano appunto a Talassio. Onde fu poi questa

voce nelle nozze gridata e celebrata.

Talassio, dunque, Talassio! E mentre tutti così gridavano in coro,

uno dei _matrimi_, che così, ed anche _patrimi_, erano chiamati gli

adolescenti del cortèo, andato ad un'ara che ardeva nell'atrio davanti

ad un simulacro di Giunone Cingia, la dea degli sponsali, v'accese

la face di biancospino. Anche questa era una cerimonia d'importanza.

Il biancospino era stimato di gran virtù per discacciare le malìe.

Inoltre, quella face, prima che il cortèo entrasse nella casa del

marito, era contesa e rapita dagli amici di lui, affinchè non avesse

da estinguersi in casa, o non si conservasse, per abbruciarla poi

nei funerali d'uno dei coniugi. Ambedue questi casi, come ben vede il

lettore, potevano riuscire di pessimo augurio.

Postasi in fronte la corona e velata la testa col flammeo, la

bellissima etèra uscì dalla sua casa sul Celio. La seguivano le amiche

più fidate e gli amici di Numeriano. Andavano innanzi i giovinetti, uno

dei quali, come ho già detto, con la face di biancospino, un altro con

la conocchia, col pennecchio di lana e col fuso, a simbolo di ciò che

la donna romana doveva fare in casa del marito; un altro ancora col

cùmero, o vaso nuziale, in cui si recavano tutti gli utensili della

sposa. Tutto intorno e dietro al cortèo, gran numero di curiosi, la

più parte ragazzi della plebe, che aspettavano una gettata di noci

dalla liberalità del marito, quando fossero giunti alla casa di lui.

_Talassio!_ gridavano tutti. _Talassio!_ ripetevano i viandanti,

che s'imbattevano nel cortèo e si tiravano da un lato per lasciarlo

passare. E non mancavano le lodi alla bellezza singolare della sposa,

che veramente le meritava, nè gli augurii di felicità, tutta roba che

costa poco, val poco, e lascia il tempo che trova.

Così, sceso dal Celio e traversata la via Nevia, il cortèo nuziale salì

all'Esquilino, per andare agli orti Ventidiani. La casa di Numeriano,

davanti a cui già s'era adunata gran gente, aveva l'uscio spalancato

e le mura tutte ornate a festoni di rose, di lauro e di mirto,

intrecciati fra loro. Altri festoni di fiori adombravano il tabernacolo

del vicino crocicchio, dov'erano esposte alla venerazione dei viandanti

le immagini dei Lari compitali.

L'usanza delle nicchie e degli altarini sugli angoli delle vie, come

vedete, è antica. Scambio delle anime purganti, di Sant'Antonio, o di

San Rocco, c'erano i Lari compitali, custodi del passeggiero, oppure

i due serpenti affrontati, con un'ara nel mezzo, che rappresentavano

il _genius loci_, e, mercè la riverenza dovuta alla divinità tutelare,

distoglievano i viandanti dal meritarsi una multa, per contravvenzione

ai regolamenti municipali.

Gli stipiti della porta erano tutti coperti con fasce di lana rossa,

e drappelloni della medesima stoffa pendevano dall'architrave, non

dissimilmente dai parati con cui si rivestono nelle grandi solennità

gli archi e i pilastri delle chiese. Quanto alla soglia, essa luccicava

di un unto che le avea dato poco dianzi lo sposo, strofinandovi sopra

un cencio impiastricciato di grasso di lupo. Plinio mi dice a questo

proposito che il grasso di lupo era indicatissimo contro le malìe, come

la face di biancospino. E qui vorrei chiedere al mio amico Degubernatis

se l'usanza sia d'origine ariana o semitica. Io tra i popoli del

Sennaar ho trovato molte di queste ubbie; ma certo il mal occhio e

simili altre diavolerie sono di tutti i popoli, come il timore, di cui

parla Lucrezio, che lo ha celebrato artefice e padre di tutti gli Dei.

Del resto, lettori umanissimi, tornando all'unto di cui sopra, non

temete pei leggiadri calzari e per la stola di Delia. Essa non toccherà

in nessun modo il limitare dell'uscio. Ha in quella vece toccata col

sommo delle dita la brocca dell'acqua e l'orlo del focolare, collocati

davanti all'ingresso. Il fuoco e l'acqua erano due elementi, presso

gli antichi, e, secondo la grammatica, maschile il primo, femminile

il secondo. Nella loro congiunzione era adunque simboleggiato il

matrimonio. Infatti, soggiungeranno gli arguti, l'acqua spegne il

fuoco, e il matrimonio è spesso un grande spegnitoio. Ma queste sono

malignità dei moderni. Noi diremo in vece cogli antichi che l'acqua

era la purità, il fuoco la incorruttibilità, e che ambedue convenivano

egregiamente a significare la fede.

La brocca dell'acqua, toccata appena, fu portata dentro dai servi,

perchè con quell'acqua così consacrata si dovevano lavare i piedi agli

sposi. Così i due coniugi erano uniti per sempre, salvo il caso del

divorzio, con le mani e co' piedi.

Compiuta quella prima cerimonia della toccatina ai due sacri elementi,

Delia si fermò davanti all'uscio. Numeriano era apparso di là dalla

soglia, pallido per la commozione, ma con gli occhi scintillanti di

desiderio.

— Chi sei? — domandò egli, per obbedire alle uggiose lungherie del rito.

L'auspice si avvicinò in quel punto alla sposa e le bisbigliò la

risposta all'orecchio.

— Dove tu sei Caio, io sarò Caia; — rispose Delia, ripetendo le parole

dell'auspice.

Le quali parole volevano dire: ove tu sei signore e padre di famiglia,

io sarò signora e madre di famiglia con te.

— Ben vieni; — ripigliò Numeriano. — Sii Caia dunque, secondo il rito

dei nostri maggiori, Caia secondo i voti del mio cuore. —

L'invito era pieno d'ardore e di tenerezza. Ma la signora Caia

nicchiava. Ed anche questo era d'obbligo; dovendosi intendere che

la pudica fanciulla entrasse di mala voglia in una casa, dove, anche

padrona, aveva a perdere qualche cosa del suo. Ora, la bella etèra di

Corinto doveva far tutto romanamente quel giorno, anche a risico di

veder ridere i maligni.

Tizio Caio Sempronio era lì pronto, per tutti i casi difficili.

— La soglia della casa maritale è consacrata a Vesta, la castissima

Dea; — entrò egli a dire sollecito. — Calpestarla sarebbe un

sacrilegio. Sposa di Numeriano, consenti all'auspice di sormontare

l'ostacolo. —

Così dicendo Caio Sempronio si chinò verso di lei e, stendendo

con pronto atto le palme, sollevò di peso la bella persona. Tremò

la fanciulla e mise il grido adatto alla circostanza; ma tosto

si ricompose, secondando la destra operazione del suo rapitore, e

aiutandosi coi piedini a far ricadere in caste pieghe i lembi della

stola. Così, com'ella faceva, io mi son sempre figurato il primo atto

di Proserpina, anche in mezzo alle angosce del suo istintivo terrore,

quando si sentì levata da terra, nelle braccia dell'innamorato Plutone.

E non è forse vero, mie vezzose lettrici, che voi in un caso simile vi

diportereste tutte del pari? Se mi diceste di no, sarei costretto à non

credervi. La donna porta in ogni cosa l'indole sua. Vedete la Niobe di

Scopa; anche in quel brutto momento della sua vita, la bella donna ha

l'aria di domandare a qualcheduno se le pieghe della sua veste e i suoi

atti siano artisticamente composti, davanti agli occhi dei critici.

Non si tiene impunemente tra le braccia un peso così dolce, come quello

che teneva Caio Sempronio tra le sue. Il nostro eroe pensò che la cosa

non era stata male ideata e che l'usanza meritava di conservarsi. Ma

egli amava Numeriano, era tutto compreso della dignità dell'ufficio, e

respinse prontamente quel pensiero così poco dicevole alla circostanza.

Si affrettò, quindi, mirando a scavalcare anche lui lo sdrucciolo

limitare, e, giunto dall'altra parte, depose la trepidante colomba

davanti a Numeriano, che la baciò divotamente sugli orli del flammeo e

la condusse a sedere sul letto geniale, collocato nell'atrio.

Si avanzarono allora i servi della casa, l'ostiario, l'atriense, il

cubiculario, il cuoco, il dispensatore e va dicendo, ognuno dei quali

s'inginocchiò davanti alla nuova padrona e pose nelle sue mani una

chiave, significando così che a lei toccava la custodia di tutte le

cose domestiche. Tra costoro era anche il cellario; ma egli, dopo

essersi inginocchiato, non consegnò altrimenti la sua chiave, che era

quella della cantina.

Una chiave di quella fatta non si dava alla sposa. E ciò per seguire,

almeno nella cerimonia, gli antichi Romani, che vietavano l'uso del

vino alle donne, perchè il vino, dicevano essi, era incentivo a certe

marachelle. Così cantava la legge di Romolo: «_Si vinum biberit domi,

uti adulteram puniunto._» Si ricordava a questo proposito l'esempio di

Fauna che, per aver bevuto vino contro la legge, perdè la vita tra le

battiture datele dal marito. Per altro, ingentiliti i costumi, la donna

che beveva vino non si uccideva più; bensì era lecito al marito di

ripudiarla, tenendosi bravamente la dote.

Ed anche questa rimase nella storia come una severità soverchia del

tempo di Catone, il quale stabilì che le donne, entrando in casa del

marito, fossero baciate da tutti gli astanti, acciò non potessero

nascondere il grave odore del vino, caso mai ne avessero bevuto.

Il lettore discreto immaginerà che Publio Cinzio Numeriano facesse

in questo particolare una piccola eccezione alle patrie leggi, e non

amasse lasciar esercitare da altri un così piacevole sindacato.

Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana · 第 19 / 35 题