CAPITOLO XIII.

Amori in vista.

L'apparizione della bellissima Clodia destò per tutto il teatro quella

attenzione e quel bisbiglio che destano sempre le belle, quando entrano

in una numerosa adunanza. Ciò che parrebbe sommamente disdicevole in

una ristretta compagnia, diventa naturalissimo in una gran folla di

persone, dovunque ella si trovi, o tempio, o teatro, dove nessuno ha da

portare la malleveria di quel pissi pissi generale, di quel fruscìo di

vesti e di quello scricchiolìo di sedie, in cui tutti hanno pure avuta

la parte loro.

Le donne volsero una rapida occhiata alla nuova venuta e arricciarono

il naso. Già, si capisce, Clodia non era quel fior di bellezza

che dicevano gli uomini e non meritava che tante nobili matrone si

storcessero il collo per lei. Ma tratto tratto gli occhi tornavano

là e lampeggiavano sguardi invidiosi ad una stola di porpora nera

intessuta a liste d'oro, che dava tanto risalto alla bianchezza perlata

delle carni. Annia Domizia, la impazientissima tra le seguaci della

moda, e Giunia Sillana, una pallidona che passava per la più bella tra

le patrizie romane e che faceva disperare coi suoi eterni rigori il

vecchio console Servio Sulpicio Rufo, si morsero le labbra dal dispetto

e sentenziarono che quella stola era di pessimo gusto.

Anche le vergini Vestali diedero la loro sbirciata alla terza fila

del quarto cuneo; ma, sia detto ad onore di quelle santissime donne,

non tanto per sacrificare alla vanità, guardando alle vesti di Clodia

Metella, quanto per vedere un po' da vicino quel leggiadro giovinotto

che l'accompagnava, e per cui più d'una tra loro avrebbe lasciato

spegnere il fuoco sacro, anche a dover finire nel campo Scellerato.

Non meno curiosi delle Vestali, e delle matrone, si volsero a guardare

Clodia gli edili, dall'alto dei loro tribunali, e i magistrati e

gli altri uomini consolari, dal basso dell'orchestra. Marco Tullio

Cicerone, il famoso giureconsulto, che contava allora i suoi

cinquantacinque suonati, si voltò sul bisellio anche lui ed onorò di un

lungo sguardo la giovine coppia.

— A chi s'è ora attaccata, la sanguisuga? — domandò egli tra sè, poco

rispettosamente per la sorella del suo vecchio nemico. — Mi par di

conoscerlo; è un Caio Sempronio. Povero giovane! Vuole dar fondo con

lei alle ricchezze che gli ha accumulate quel gravissimo uomo di suo

padre nella pretura di Sicilia. —

Marco Tullio, lo sapete, dava facilmente il titolo di gravissimo e di

santissimo, ed anche più facilmente quello di ladro e di assassino. Era

un vezzo oratorio, che finì per costargli la testa.

Ora, se i vecchi si scomodavano sui loro sedili, lascio pensare a voi,

lettori umanissimi, che cosa dovessero fare i giovani. Stavo già per

dirvi che tutti i cannocchiali erano volti su Clodia Metella, ma ho

ricordato in buon punto che l'invenzione di quell'utile istrumento

doveva tardare ancora milleseicento e più anni. In mancanza di

cannocchiali, lavoravano gli occhi, e giova credere che in quel tempo

fosse più scarso il numero dei miopi.

Clodia Metella, come forma, era molto ammirata; per contro, non si

risparmiavano le frecciate alla sua fama.

— Non temete, — notava argutamente un tale, ripreso di troppa severità

da uno spettatore più temperato, — non si dirà mai tanto di Clodia

Metella, quanto ella stessa ha mostrato di volere che si pensi di lei.

— La frase è lunga e contorta; — osservò Giunio Ventidio. — Non si

potrebbe dire brevemente che essa ha fatto d'ogni erba fascio?

— O d'ogni fior ghirlanda; sarebbe più cortese, la metafora.

— Sì, sì, usategli cortesia; ella non ve ne serberà gratitudine. La

quadrantaria preferisce i quattrini. —

Quadrantaria! Era questo il nomignolo grazioso di cui Marco Tullio, con

quella sua lingua tabana, aveva gratificato Clodia Metella. L'immagine

era ardita e ci voleva anche uno sforzo di volontà singolare per

appioppare quel brutto appellativo ad una donna come lei, sapendo che

_quadrantaria_, si forma da _quadrante_, piccola moneta di rame, pari

in valore alla quarta parte di un soldo. Lisimaco, verbigrazia, il

dispensatore di Tizio Caio Sempronio, non le avrebbe fatto un torto

così grave, egli che vedeva andare così lestamente l'oro e l'argento di

casa.

Ma, quadrantaria o no, nè Giunio Ventidio, nè altri linguacciuti, che

erano adunati con lui in un angolo del podio, dove si riducevano per

solito i giovinotti eleganti di Roma, potevano parlare di scienza

propria intorno agli atti di Clodia. È già stato notato come, in

simiglianti negozi, che toccano la vanità mascolina, parla chi non ha

niente a dire, mentre chi potrebbe parlare con un po' di ragione sta

zitto.

— Vedetela là, quella sirena, come lo ha tirato a' suoi piedi! —

esclamava Giunio Ventidio, dimenticando di essere stato egli stesso

cinque giorni addietro il galeotto tra quei due. — Bisognerà che io lo

avverta, il nostro povero Caio.

— Avvertirlo! E perchè? — disse Postumio Floro.

— Eh, mi pare che le ragioni non manchino. Siamo amici o non siamo?

Egli si rovina.

— Ah, baie! Se non è lei, sarà un'altra.

— Sicuro, ma sia almeno tal donna, — soggiunse gravemente Ventidio,

— che egli possa condurre attorno senza ignominia. Clodia Metella è

troppo.... come ho da dire?

— Di' quel che vuoi; s'impresta ai ricchi.

— Diciamo dunque.... devastata.

— Nella fama, s'intende. Vedete Marco Tullio, che ci ha fatto lo

strappo più grande, nella causa di Celio Rufo, come la guarda a

squarciasacco!

— Amore antico, che s'è inacetito!

— Marco Tullio almeno non ci ha lasciate le penne. È un merlo vecchio.

— Terenzia sua gli avrebbe cavati gli occhi.

— E fu ad un pelo di farlo.

— Guardate, guardate! Si può essere più sciocchi del nostro amico Caio

Sempronio?

— Che cos'è?

— Non vedete? Le fa fresco col suo ventaglio di penne di pavone.

Poverina, che non avesse a riscaldarsi troppo, con questi ardori....

d'aprile!

Caio Sempronio non aveva fatto soltanto ciò che notavano di lui, in

quel crocchio di caritatevoli amici. Entrato con Clodia Metella nel

meniano, e vigilato con molta cura il passaggio di lei, perchè nessun

piede profano le calpestasse lo strascico della stola, si era inchinato

con sollecita galanteria, per disporre acconciamente il cuscino su

cui ella doveva sedersi. Egli stesso, ricusando l'opera del servo

designatore, aveva collocato lo scannello di legno sotto i delicati

piedini della sua dolce padrona. Egli stesso, di tanto in tanto, si

voltava indietro, per tenere in rispetto con una provvida occhiata

i vicini del quarto scaglione, affinchè nessuno di loro, mettendo

sguaiatamente innanzi le ginocchia, venisse ad urtarla da tergo.

E la divina Clodia arrossiva dal piacere di vedersi così attentamente

servita. Gli sguardi fugaci che ella volgeva tutto intorno a sè, in

quella moltitudine di spettatori, tra cui dovevano essere parecchi dei

suoi antichi corteggiatori, dicevano chiaramente: vedete, o Quiriti,

non è anche finito il mio regno.

Infatti, quel biondo cavaliere poteva considerarsi come la prima e la

più invidiabile tra le conquiste che potesse fare un'alunna di Venere

tra quei giovani patrizii di Roma. E quando egli sollevò tra le dita

quel suo meraviglioso flabello, che raffigurava la coda spiegata d'un

pavone, agitandolo soavemente da presso alle tempie di Clodia Metella,

molte nobili matrone allibbirono; molti giovanotti eleganti invidiarono

quella graziosa novità, che doveva trovare imitatori in buon dato;

e un vecchio Alcibiade, che pizzicava di poeta, sentenziò che Venere

spogliatrice aveva rapiti gli onori a Giunone.

A chiarire questa immagine classica, ricorderò che il pavone era sacro

alla moglie di Giove. Quanto a Venere spogliatrice, il lettore ha già

visto chi fosse; Cicerone, che vien sempre in ballo quando si tratti di

uno di quei frizzi che levano la pelle, aveva proprio bollata la povera

Clodia, come si bollano i buoi, col marchio rovente dei gabellieri alle

porte.

Il prologo della commedia distolse un tratto dalla nostra coppia

amorosa l'attenzione dell'uditorio. I lazzi del personaggio scenico

parevano fatti a bella posta pei giovani eleganti che sedevano

all'estremità del podio.

— «Date retta, vi prego, alla compagnia; — diceva in un certo punto

il prologo della _Casina_. — Mandate a quel paese la malinconia e

non pensate ai debiti. Oggi nessuno ha da aver paura dei creditori.

Giorno di giuochi è giorno feriato, anche per gli strozzini. Tutto

è tranquillo; il Foro ha vacanza; gli usurai fanno giudizio e non

chiedono niente a nessuno. Pensate forse al poi? Quando i giuochi sono

fatti, a nessuno si rende più niente.» —

Questa _Casina_ era una delle ultime e delle migliori commedie

di Plauto; però piaceva ancora, un secolo e mezzo dopo la morte

dell'autore. S'intitolava dal nome di una bella schiava, a cui volevano

dare marito in due, il padre ed il figlio, per una ragione che i

discreti non vorranno domandarmi di certo. L'intento della commedia,

secondo che notano i savii, era morale abbastanza, vedendosi in

essa un vecchio innamorato che finisce col portare le pene della sua

ridicola zerbineria; ma nella favola poi, ci si riscontrava una libertà

veramente plautina e il buon costume ne usciva assai mal trattato.

E ci andavano, direte, lo vergini Vestali? Mah, che ci posso far io? Ci

andavano anche le più savie e costumate matrone, gli edili, i consoli e

tutti i personaggi più gravi di Roma. E ridevano vi so dir io, con la

scorta degli autori, e ci si spassavano un mondo. Era quello il tempo

in cui si poteva dire e sentire ogni sorta di capestrerie, a patto che

si giurasse di non farne mai. Ovidio diceva: «io vivo onestamente; solo

la mia Musa è un po' scollacciata». E Marziale seguitava: «il mio libro

è lascivo, ma la mia vita è proba». Ambedue imitavano Catullo, l'antico

amante di Clodia, che aveva scritto di se:

_Nam castum esse decet pium poetam_

_Ipsum; versiculos nihil necesse est._

Quella cara società antica somigliava in cotesto alla medievale e

a quella del risorgimento; quando le signore leggevano le novelle

del Certaldese e del vescovo Bandello, e quando papi e cardinali

assistevano alla rappresentazione della _Calandra_, amenissima

commedia del loro collega Dovizi, detto il Bibiena. E in Francia e

in Inghilterra non era lo stesso? Conchiudiamo; più di noi, i nostri

antichi amavano farsi un po' di buon sangue e non badavano alla qualità

dei sali con cui si otteneva l'intento. Così avveniva che le commedie

di Plauto, in cui, a detta d'Orazio, i sali erano così grossolani,

piacessero a tutti i Quiriti, e ci prendesse gusto il severo Catone,

come più tardi aveva a prenderci gusto san Gerolamo, che si era

portato l'autore prediletto nel deserto e se lo andava centellando

saporitamente, a riposo delle notti vegliate nelle lagrime della

penitenza.

Tra un atto e l'altro della commedia, ripigliava il cicaleccio dei

nostri giovinotti eleganti. In mezzo a loro era capitato Quinto

Servilio Cepione, che li conosceva tutti intimamente, come potete

argomentare, e che con la sua presenza ne fece scantonare parecchi.

— Ohè, Cepione, — gli disse Postumio Floro, battendogli con molta

confidenza sul ventre, — come va? siamo sconfitti?

— Sconfitti! Che vuoi tu dire?

— Debellati, per Bacco! Laggiù, alla terza fila del quarto cuneo, il

vincitore trionfa.

— Eh, eh! — rispose Cepione, ridendo di mala voglia. — Vuol durar poco,

il trionfo.

— Che importa la durata, se il tuo competitore ascende la via Sacra?

— Questa, poi, è troppo forte; — esclamò Giunio Ventidio. — La via

Sacra! Lo dirai forse pel tratto delle Botteghe Vecchie! —

Una risata generale accolse l'arguzia di Giunio Ventidio. I lettori

rammenteranno che le Botteghe Vecchie, ritrovo degli usurai, erano

appunto nel Foro, accanto alla via che metteva al Campidoglio.

Ma, se risero i giovani sconclusionati, non rise mica Servilio Cepione.

L'argentario fece anzi il muso più lungo del solito.

— Eh, eh! ne parlate allegramente, delle Botteghe Vecchie, padroni

miei, — rispose egli, con amarezza, — ora che avete pagato, non so

come, i vostri debiti a questo odiato Servilio!

— O che? — disse Postumio, dissimulando con un ghigno d'aver ricevuto

il colpo in pieno. — Ti piacerebbe di non essere stato pagato? Forse

per farci fare il viaggio dei tre mercati? Attàccati ai panni di Tizio

Caio Sempronio, se l'hai proprio con lui.

— Con lui? Io? E perchè avrei dovuto averla più con lui che con te?

Caio Sempronio è un bravo giovinotto. Spende del suo, e, se lo getta

via come un pazzo, è padrone di farlo. Noi uomini savi contentiamoci di

raccogliere.

— Ah, lo confessi? — gridò Postumio Floro.

— Sicuramente; che male c'è? Dovrei vergognarmi di imitare Porcio

Catone, il rigido censore, che imprestava danaro alla gente, per

cavarne un frutto maggiore del reddito dei suoi campi Tuscolani?

Giovinotti, giovinotti, quando intenderete il prezzo della pecunia....

— Non sarà più tempo; — interruppe Giunio Ventidio. — È questo che

volevi dire? Ti s'è risparmiata la fatica. Del resto, vedi, amico

Cepione, quando voi, uomini savi, vorrete usare della ricchezza, non

sarà più tempo neanche per voi, e un bel giovinotto vi farà mettere

alla porta senza tanti riguardi.

— Quanto alla porta, lasciamola lì! — borbottò l'usuraio.

— È pure toccata ad uno che conosco io; — aggiunse Postumio Floro. — E

se egli non fosse stato messo alla porta, poniamo per via di metafora,

Clodia Metella non sarebbe oggi in teatro, al fianco di Caio Sempronio.

— Se parli per me, t'inganni a partito, — rispose Cepione, sbuffando.

— Clodia Metella è là, col vostro amico, perchè.... perchè non me ne

importa un fico.

— Hai torto; è così bella! — disse Postumio.

— Dieci volte più bella del solito; — aggiunse un altro. — Quella stola

frangiata d'oro....

— Listata!

— Anzi meglio, vergata d'oro, le sta a meraviglia.

— E non è certamente un dono di Servilio Cepione; — notò quella

linguaccia di Ventidio.

— E perchè non lo sarebbe? — domandò l'usuraio inviperito. — Potrei,

meglio di voi, far questo ed altro, potrei coprirla d'oro....

— Del nostro!

— Del vostro, o di mezza Roma, potrei farla risplendere più di Cibele,

o di Venere vincitrice, se la cosa mi piacesse. Ma non mi piace, ecco

tutto. —

Il nostro banchiere incominciava a pentirsi d'essere andato a ficcarsi

in quel vespaio. Postumio e Ventidio gli davano più noia degli altri;

erano i più accaniti contro di lui. Se non avessero pagato in quegli

stessi giorni i loro debiti, con che gusto si sarebbe vendicato! Ma

tutti i giorni vengono, chi sappia aspettarli, pensò il nostro Cepione,

ed una ne paga cento.

Que' zerbinotti, poi, non sapevano spiccarsi da Clodia Metella; non

sapevano spiccarsene con gli occhi, nè coi discorsi. Clodia Metella,

argomento di tutte le invidie, lo diventava altresì di tutti i

desiderii.

È questa l'arcana virtù (mi perdoni la virtù, se adopero in questa

guisa il suo nome) di certe donne perdute. Le illustri scostumatezze

tirano a sè tutti gli animi deboli. Si sa di andare a rovina; tanto

meglio. Così va la farfalla al lume, pazzamente, sentendo bruciarsi

il sommo dell'ali. Quella donna, poi, non era neanche una greca, una

etèra, una di quelle arpie calate in Roma per mandare in rovina i

severi Quiriti; era una matrona, una patrizia romana, e, volere o no,

figlia e moglie di uomini consolari.

Vedete, ad esempio; poco lunge da Clodia Metella, sull'orlo del quinto

cuneo, sedeva un'altra donna, bella come lei e di parecchi anni più

giovane. Anch'essa era piaciuta a molti. Ma non era che una greca;

tra pochi dì sarebbe stata la moglie di un povero poeta; l'etèra

appariscente vestiva con semplicità, come si conveniva alla vigilia

del nuovo e modesto suo stato; perciò scompariva, si confondeva nella

moltitudine delle Lucrezie di Roma.

E lo sentiva anche lei, non dubitate; e a risico di rimpicciolire ai

vostri occhi l'immagine di Cinzio Numeriano, vi dirò che quell'onesta

ma umile condizione a cui la chiamava il poeta, non le pareva un

gran che. Ancora un mese o due, e le sarebbe parso un errore. Essere

in vista, corteggiata, desiderata, e magari come una saltatrice,

un'_ambubaia_ di Siria, quello era il buono. E invece, guardate che

disdetta, la povera Delia si sacrificava a Cinzio Numeriano, un giovine

di belle speranze, ma di poche sostanze; e queste, poi, frutto d'una

liberalità di Tizio Caio Sempronio. Quello era un uomo!

— Eccolo là, — pensava la bionda Delia, guardandolo lungamente,

attraverso le ciglia semichiuse, e facendo le viste di badare a

tutt'altro; — eccolo là, giovane, ricco e felice. È bello di una lieta

ed altera bellezza, non mesta, non umile, non timorosa, come quella di

Cinzio. L'uomo ha da essere ardito. Vedetelo, con quella fronte alta e

quel suo sguardo sfavillante. Pare che sfidi tutta Roma ad essere più

felice di lui. E quella Clodia, come si tiene! È poi bella come dicono?

Certo, quest'oggi non è male. Ma qual donna mediocre non apparirebbe

bellissima, con quelle perle intrecciate nei capegli, scambio di una

semplice vitta, e con quella stola di nera porpora, intessuta d'oro,

che dà tanto spicco alle carni? È lei la regina del teatro, non c'è

che dire, e i giuochi Megalesi sono banditi per lei. Noi altre, povere

donnicciuole, ci sfiguriamo tutte, non siamo più nulla al confronto;

nemmeno la nobile Giunia Sillana, che è senza dubbio la più bella di

tutte le patrizie romane. —

Giunia Sillana si sarebbe grandemente meravigliata, se avesse udita

la chiusa del soliloquio di Delia. Figuratevi! Una donna che loda la

bellezza di un'altra! Tuttavia, se ella avesse avuto lì per lì uno

specchio e ci si fosse veduta per entro, non sarebbe stata molto a

capire il perchè d'una lode così spontanea. Quel giorno, la povera

Giunia Sillana era verde come un ramarro.

Lettori, per dirvi tutte queste cose, io commetto una piccola

indiscrezione; sto origliando, direbbe un seicentista, alla toppa d'un

cuore. Il volto di Delia non lasciava trapelar nulla di questi brutti

pensieri; non si vedeva in lei che una bella donnina, sebbene un po'

più fredda e severa del solito. Per altro, bisogna ricordare che una

bella donnina, quando è scontrosa, imbruttisce parecchio, o, se vi

torna meglio, apparisce meno bella di prima. E questo accadeva a Delia,

quantunque Numeriano, innamorato com'era, non potesse avvedersene.

Un consiglio alle donne. Non facciano mai il viso arcigno, salvo il

caso che vogliano parer simulacri di marmo e rimanere sul piedistallo.

C'è anche il suo gusto a far ciò, lo capisco; ma io parlo per quelle

che vogliono, se non piacere a più d'uno, almeno parer belle a tutti.

Ho spesso per le mani Ovidio, che mi racconta i mille artifizi delle

dame romane, e, come vedete, incomincio a rubargli il mestiere. Badino,

per altro, le mie belle lettrici, io non pretendo d'insegnare a nessuna

e non domanderò come lui che esse scrivano sulle loro tavolette: «egli

è stato il nostro professore» (_Inscribant tabulis: Naso magister

erat_), ben sapendo che il mio diavolo nasceva appena, quando il loro

andava già ritto alla panca.

Torniamo a Delia. È una donna incontentabile, e farebbe una carità

fiorita a non accettare la mano di Cinzio e a ripigliar la sua parte di

donna libera. Pure, se noi ci facessimo a consigliarla in tal guisa,

metto pegno che ci manderebbe a quel paese. C'è sempre nel cuore di

certe leggiadre donnine un pochino di mal talento, e come un desiderio

di far dispetto. — Ah, vuole sposarmi, il poveraccio? Orbene, sì, lo

faccia a sua posta; vedrà che bel giuoco! — Qualche volta non lo dicono

nemmeno tra sè; ma ci hanno il genietto maligno, accoccolato dietro

una piegolina del cuore, che pensa lui le vendette; e le farà, non

dubitate, le farà senza tanti discorsi.

A consolare le bizze di Delia era andato Postumio Floro, dopo il

quart'atto della commedia. Vi ho già detto che la _sperata_ di

Numeriano sedeva sull'estremità d'un cuneo; donde vi sarà facile

intendere, se avete ancora davanti agli occhi la pianta del teatro

romano, che Postumio Floro, ascendendo la scaletta rasente al cuneo

poteva avvicinarsi ai due fidanzati senza recare troppo disturbo alla

gente.

— Avete visto? — diss'egli, ammiccando.

— Che cosa? — domandò Numeriano.

— I nuovi amori del nostro amico Caio Sempronio.

— Sì, male collocati; — sentenziò la bizzosa donnina.

— Eh, non mi pare. Clodia è così bella!

— Lo credi?

— Mah, lo dicono tutti; e quando tutti dicono....

— Non è più il caso di ripetere; — interruppe Delia, nascondendo in

un motto arguto la sua scontentezza. — Vuoi tu essere, o Postumio, il

pappagallo di Clodia Metella?

— No, per gli Dei; al peggio dei peggi, mi sarei contentato d'essere il

suo passero.

— Vent'anni fa?

— Mettiamo dieci, via! Ella non è così vecchia.

— Lo sembra. Ed io non so capire come mai, per quella Cibele

inorpellata, il tuo amico Caio Sempronio abbia potuto dimenticare la

giovine e fresca Glicera.

— Ho capito io; — pensò il giovinotto. — Queste donne son tutte beccate

ad un modo. —

Postumio vedeva giusto. Dalla fidanzata di Cinzio Numeriano a quella

superba di Giunia Sillana, tutte le spettatrici l'avevano a morte con

Clodia Metella; non potevano patire quello sfoggio d'ori e di perle;

sopra tutto non sapevano rassegnarsi alla nuova conquista che ella avea

fatta, del più leggiadro e del più magnifico tra i cavalieri di Roma.

La conseguenza di tante bizze fu questa, che molte matrone, le quali

da un pezzo salutavano mal volentieri Clodia Metella, o fingevano di

non vederla quando la incontravano per via, si affrettarono a star

su, appena finito lo spettacolo, e quali studiarono il passo, quali lo

ritardarono, per modo da esser vicine a lei nell'uscita.

— Salve, divina! — incominciò una di loro, Marzia Amerina.

— Mia bellissima, tu sei proprio un amore; — aggiunse Valeria Lutazia.

— Dove hai presa quella stoffa? È oro filato; — esclamò Anna Domizia,

precorrendo san Tommaso, quello che voleva vedere e toccare.

— In verità, — disse Giunia Sillana, le cui parole erano armi a due

tagli, — essa ti rende più bella. —

Tizio Caio Sempronio, come potete figurarvi, camminava impettito a

guisa di trionfatore.

— Mia dolcissima, — ripigliò Valeria Lutazia, — dove fai conto di

passare l'estate, quest'anno?

— A Baia; — disse Clodia Metella.

— Hai ancora la tua villa sul lago Lucrino? — domandò malignamente

Giunia Sillana, alludendo ad una lunga stazione fatta laggiù da Clodia

Metella con Celio Rufo.

— No, ne compero un'altra; — rispose Clodia, senza scomporsi; — e ci

andrò per le calende di maggio.

— Come? ci abbandoni pei giuochi Florali? — disse Valeria.

— E per la festa della dea Bona? — aggiunse Giunia Sillana. — Sarà una

grave mancanza. —

La dea Bona, se nol sapete, era la dea matronale per eccellenza, e si

citava questo bel fatto di lei, che, fino a tanto era vissuta tra i

mortali, nessun uomo, tranne il marito suo, l'avesse veduta, o avesse

pure inteso profferire il suo nome.

Clodia Metella fece le viste di non avere udito. Era l'unico spediente

per non avere a raccogliere il frizzo di Giunia Sillana.

Sotto i portici del teatro, mentre Caio Sempronio si era fatto avanti

per chiamare la lettiga, le si accostò Servilio Cepione, caldo ancora

di tutte le acerbe punture inflitte alla sua vanità dai giovani patrizi

romani.

— Clodia Metella, — le bisbigliò all'orecchio, — io cenerò con te,

questa sera. —

E dava intanto una sbirciata compassionevole ai suoi derisori, che

stavano là, secondo l'uso, adocchiando le dame.

— Non mi seccare; — rispose Clodia, alzando le spalle.

Se aveste veduto il muso di Servilio Cepione, in quel punto! I suoi

amici e debitori, che non lo perdevano d'occhio, ne ridono ancora oggi,

nel regno delle ombre.

Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana · 第 18 / 35 题