CAPITOLO X.

Il terzo incomodo.

Tutto ad un tratto la bella indolente ritrasse la mano. Caio Sempronio

credette di averla offesa col suo ardimento, e rimase perplesso, tra

lo stupore dell'atto improvviso e il desiderio di trovare una parola

per iscusarsi con lei. Ma gli occhi di Clodia non avevano mutato

espressione; il suo viso spirava la calma e la benevolenza consueta.

Perchè dunque Clodia Metella aveva ritirata la mano?

Il nostro eroe non ebbe a penar molto per saperne il perchè. Clodia

Metella, che sedeva colla fronte rivolta all'entrata, aveva veduto

accorrere il suo servitorello dal pròtiro, donde era giunto al suo

orecchio un rumore confuso di voci, come di gente che altercasse

sull'uscio.

Usiamo del nostro diritto e corriamo a vedere che cosa accadesse laggiù.

— Ma se ti dico che sono invenzioni! Figùrati se per un mio pari ci

dovrà esser mai porta muta! Aprimi questo cancello, per Ercole, e bada

di non averti a pentire! —

L'uomo che così parlava, sbuffando ad ogni tratto come un vitello

marino, cercava intanto di spingere l'ostiario, per entrare nel suo

camerino, donde sarebbe potuto riuscire nell'atrio, senza bisogno di

farsi aprire i due battenti del cancello.

Ma l'ostiario aveva una consegna e non si lasciava intimorire dalle

minacce, nè spingere indietro dagli urti imperiosi del nuovo venuto.

— Nobilissimo Cepione, — diss'egli, — tu non entrerai. —

E con modi rispettosamente severi, s'industriava di mettergli le mani a

posto.

— Ecco due frasi che cozzano! — gridò Cepione. — Nobilissimo è un

titolo che mi piace. Sono della gente Servilia e tu mostri di non

essertene dimenticato del tutto. Ma tu aggiungi, stupidissimo uomo, che

non entrerò? Entrerò, a dispetto di Cerbero, entrerò in questa casa,

come Quinto Servilio Cepione, mio illustre antenato ed omonimo, entrò

nella città di Tolosa. —

Intanto il paggio Carino era giunto al cospetto della padrona.

— Che cosa è stato? — dimandò Clodia Metella, senza punto scomporsi.

— Cepione, il banchiere, che vuole entrare ad ogni costo; — rispose

Carino.

— Non gli hanno detto che sono fuori di casa?

— Sì, ma egli non ha voluto crederlo, e giura che ha da parlarti di

cose urgenti. —

Clodia Metella torse il viso, in atto di profondo fastidio.

— Le cose urgenti di Servilio Cepione! — mormorò poscia, con accento

sarcastico, rivolgendosi al suo giovine visitatore.

— Urgenti, o no, lascialo entrare; — diss'egli a mezza voce.

— Ma egli ti riuscirà molesto.

— Che farci? Bisogna saper anche patire qualche cosa. Del resto, egli

è venuto a cercare la luce del sole. Concedine un raggio al nuovo

Prometeo. —

Carino interrogò con lo sguardo la sua bella padrona, sul cui labbro le

parole di Caio Sempronio avevano chiamato il sorriso. E veduto il cenno

di assentimento che essa gli fece, il vispo adolescente corse a levar

la consegna all'ostiario.

— Eccoti interrotto ne' tuoi voli pindarici! — notò argutamente Clodia

Metella, ripigliando il discorso con Caio Sempronio.

— Per quest'oggi; — rispose egli, con aria di rassegnazione. — Ma non

mi permetterai tu di continuare, o divina? —

Un nuovo sorriso balenò dal volto di Clodia e la bellissima destra

tornò per pochi istanti tra le mani del nostro eroe, che v'attinse il

coraggio a sopportare la compagnia di Servilio Cepione.

Costui vi è già noto, o lettori. Era il famoso banchiere delle Botteghe

Vecchie, il creditore spietato di Lucio Postumio Floro e di tanti

altri giovani patrizii romani. Imprestava al dodici per cento, che

era l'interesse legale. Le dodici Tavole parlavano chiaro: _si quis

unciario foenore amplius foenerassit, quadruplione luito_; che è come

a dire: se taluno darà a prestito oltre il dodici per cento, sia

condannato nel quadruplo. Ma gli usurai avevano trovato ben presto

la malizia per eludere la legge, fingendo vendite di merci, a cui

attribuivano un valore doppio e triplo del vero, e vi è permesso di

credere che Quinto Servilio Cepione non fosse in quest'arte da meno

de' suoi degni colleghi. Lo accusavano altresì di tosar le monete; ma

di questo io non potrei starvi mallevadore, ricordando come sia facile

il volgo a credere il peggio, dove ci sia già l'indizio del male. Dice

argutamente un proverbio francese: non s'impresta che ai ricchi.

Quanto alla boria nobilesca del nostro banchiere, va notato che, se

egli non era proprio della gente Servilia, una delle antichissime di

Roma, ci fallava di poco, essendo i suoi maggiori di gente servile.

Il suo bisavolo era stato schiavo ed avea preso il nome di Quinto

Servilio Cepione, quello stesso che era stato console nell'anno 648

di Roma, e che, dopo avere espugnata Tolosa, si era fatto sconfiggere

un anno dopo dai Cimbri, lasciando sul campo ottantamila soldati. I

figli del liberto erano diventati _ingenui_, e nel lucroso mestiere

degli argentarii si consolavano della poca stima in cui erano tenuti da

coloro che potevano vantare una lunga serie di liberi antenati e tutti

i privilegi inerenti al diritto gentilizio. Ma così non la intendeva

il quarto discendente ingenuo del nuovo ramo Servilio. Il nome illustre

lo aveva, e questo gli pareva titolo bastante, se non forse ad ottenere

una magistratura e ad essere eletto sacerdote, almeno a tenere nel suo

atrio le immagini degli antenati, mescolando abilmente i mezzi busti

di quattro consoli, che erano Cepioni autentici, con quelli di quattro

argentarii, che erano Cepioni sì, ma apocrifi. Avete già udito come si

empiesse la bocca di quella sua derivazione consolare. Non dubitate,

la metteva fuori ad ogni tratto, e s'impancava coi patrizii, senza

un pensiero al mondo di ciò che altri dicesse alle sue spalle. Del

resto coi patrizii avea relazioni frequenti e strettissime; relazioni

d'usuraio, come vi ho detto, ma che gli meritavano inchini, sorrisi

e strette di mano. E questo, in attesa delle maledizioni, che non

potevano mancargli alla scadenza del debito, questo nutriva la vanità

del nobilissimo uomo.

Era egli, come vi ha detto Caio Sempronio, una montagna di carne.

Aveva piccina la testa e grossolane le fattezze. La barba, rasa sulle

guancie, gli girava a mo' di collare intorno alle mascelle, nascondendo

la pappagorgia che gli pendeva sotto il mento. Postumio Floro diceva

di quella barba: — è la forca che tu meriti, o Cepione, segnata

anticipatamente intorno al tuo collo. —

Il nobilissimo uomo entrò sotto l'atrio con passo risoluto, ma

barellando un pochino per cagione di quel buzzo che doveva portare

con sè, e dondolando sotto alla risvolta della toga il braccio corto

e massiccio. Gli occhi piccini e luccicanti, le gote rubiconde come

i rosolacci, le labbra tumide e per giunta allungate da un certo suo

vezzo tra l'orgoglioso e il beffardo, finalmente quella pappagorgia che

vi ho detto più su, davano al nostro Cepione una certa rassomiglianza

con un tacchino. S'intende che nella mente sua egli si teneva per un

gallo.

Si avanzò fino alla soglia del tablino, e, avvedutosi di quell'altro,

gli gittò un'occhiata, da cui traspariva tutto il suo malcontento.

Ma quell'altro non era nobile per nulla, e nobile di ventiquattro

carati, come sapete; donde avvenne che gliene rimandasse un'altra

così altezzosa, da mutar la burbanza di Quinto Servilio Cepione nel

più amabile dei sorrisi, accompagnato dal più servile tra tutti gli

inchini.

— E così, mia bella padrona, — incominciò il banchiere, rivolgendosi a

Clodia Metella, — tu non eri oggi in casa pel tuo servo Cepione?

— Sei entrato e mi trovi; — rispose Clodia senza scomporsi; — segno che

c'ero per te, come per tutti.

— Sì, sono entrato; ma dopo aver fatte le mie lagnanze all'ostiario.

— Ed hai fatto benissimo; — disse la furba matrona. — Se tu non avessi

alzata la voce, non avrei udito nulla e non avrei potuto sapere che

l'ostiario interpretava male i miei desiderii. —

Cepione rispose a quell'abile scappatoia con una crollatina di testa e

con un certo _ehm_, che pareva una specie di compromesso tra il dubbio

interno e l'obbligo di accettare quella scusa per buona.

— Eccoti il banchiere Cepione.... Quinto Servilio Cepione; — soggiunse

Clodia, presentando il nuovo venuto al suo primo visitatore; — ed ecco

a te, — ripigliò, volgendosi al banchiere, — il nostro chiarissimo

Tizio Caio Sempronio, onore dei cavalieri romani. —

Avete mai veduto due cani ringhiosi, che già erano sul punto di

avventarsi l'uno contro l'altro, ma che, ripresi in tempo da una parola

severa del padrone, capiscono di doverla smettere, e, quantunque

brontolando, s'accostano dimessamente e si scambiano la fiutatina

d'obbligo? Se li avete veduti, intenderete a un dipresso come si

salutassero quei due cittadini romani, nel tablino di Clodia Metella.

— Conosco il banchiere Cepione; — disse Caio Sempronio, con aria di

bontà, da cui trapelava un po' d'ironia; — me ne ha parlato molto

l'amico mio Postumio Floro.

— Sì... un bravo giovinotto; — borbottò Cepione, che non sapeva per

qual verso pigliarla. — Ieri mattina mi ha restituito quarantamila

sesterzi, che gli avevo cortesemente imprestati. È strano, per altro;

— soggiunse, dando un'occhiata maliziosa al cavaliere; — i sacchetti

delle monete portavano il sigillo di casa Sempronia.

— Ti è lecito di credere, — disse il cavaliere, con un suo risolino

a fior di labbra, — che io gli dovessi del danaro e che glielo abbia

restituito.

— Lo crederò, se ti fa comodo; — rispose Cepione, ridendo così

sgangheratamente, che mise in mostra i denti più aguzzi e più neri

di tutto l'orbe conosciuto; — del resto, da qualunque parte ci venga,

l'oro è sempre il bene arrivato.

— Saresti avaro? — domandò Clodia Metella.

— Io? no, per gli Dei; ma ho fede nell'oro. È un bel metallo, e lo

stesso Giove non dubitò di assumerne la forma, per presentarsi ad una

delle sue innamorate. Non era mica novellino, il padre dei Numi. Senza

oro non si ottien nulla, neanche il sorriso delle belle.

— Oh, questo poi!

— Sì, dite che non è vero; la mia esperienza dà ragione alla trovata

di Giove. Donde io argomento che in amore, come in ogni altra cosa,

l'essenziale sia di aver molti sesterzi.

— Via, Cepione, tu esageri. Vorrai dire che la ricchezza è un grande

rincalzo alla bellezza, e su questo non ci cade dubbio. Volere o no,

si spende sempre, per piacere alla gente; ma in profumi, in porpora e

bisso, in perle e monili, come facciamo noi donne, per esempio.

— Ah sì, non c'è che dire; vi vestite con tutte le più preziose

cianciafruscole del mondo. Siamo noi che ci andiamo spogliando. Ma

niente di male; sarebbe dolce il restare con la sola tunica intima, o

con un cencio di toga, come Valerio Publicola, pur di toccare il cuore

ad una donna come te.

— Sia lode a Venere! Ecco almeno una galanteria; — disse Clodia Metella.

— L'incenso è veramente un po' grossolano; — pensò Caio Sempronio tra

sè.

— O che? — diceva intanto il banchiere. — Credi che Servilio Cepione

non abbia occhi, padrona mia? Non ti dirò tutte le belle cose che

possono susurrarti all'orecchio tanti vagheggini sconclusionati; ma

ho un cuore anch'io, e lo metto divotamente a' tuoi piedi, insieme

con cinque milioni di sesterzi. Non mi pare un'offerta spregevole; —

soggiunse, tirandosi indietro sulla persona e dando una sbirciata al

suo giovane competitore.

— No, certamente; — rispose Clodia Metella, fingendo di non dare alle

parole del vecchio più importanza di quella che si darebbe ad una

celia; — ma vi sono donne in Roma che preferiscono un cuore, senza

tanti amminicoli.

— Ah, tu li chiami... amminicoli? Padrona mia, dacchè Roma è Roma, si

sono sempre chiamati sesterzi. —

Caio Sempronio era sulle spine, come potete immaginarvi. Se non fosse

stato per le buone creanze, avrebbe dato così volentieri un golino

nella pappagorgia a quel maledetto furfante!

Un piccolo caso venne in buon punto a levarlo di pena, dando un nuovo

indirizzo alla conversazione.

— Hai buoni occhi, dicevi? — ripigliò Clodia Metella, senza rispondere

all'arguzia plebea di Servilio Cepione. — Or ora li metteremo alla

prova. Ecco qua il mio paggio Carino che precede il mercante di

Tiro. —

Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana · 第 15 / 35 题