Il terzo incomodo.
Tutto ad un tratto la bella indolente ritrasse la mano. Caio Sempronio
credette di averla offesa col suo ardimento, e rimase perplesso, tra
lo stupore dell'atto improvviso e il desiderio di trovare una parola
per iscusarsi con lei. Ma gli occhi di Clodia non avevano mutato
espressione; il suo viso spirava la calma e la benevolenza consueta.
Perchè dunque Clodia Metella aveva ritirata la mano?
Il nostro eroe non ebbe a penar molto per saperne il perchè. Clodia
Metella, che sedeva colla fronte rivolta all'entrata, aveva veduto
accorrere il suo servitorello dal pròtiro, donde era giunto al suo
orecchio un rumore confuso di voci, come di gente che altercasse
sull'uscio.
Usiamo del nostro diritto e corriamo a vedere che cosa accadesse laggiù.
— Ma se ti dico che sono invenzioni! Figùrati se per un mio pari ci
dovrà esser mai porta muta! Aprimi questo cancello, per Ercole, e bada
di non averti a pentire! —
L'uomo che così parlava, sbuffando ad ogni tratto come un vitello
marino, cercava intanto di spingere l'ostiario, per entrare nel suo
camerino, donde sarebbe potuto riuscire nell'atrio, senza bisogno di
farsi aprire i due battenti del cancello.
Ma l'ostiario aveva una consegna e non si lasciava intimorire dalle
minacce, nè spingere indietro dagli urti imperiosi del nuovo venuto.
— Nobilissimo Cepione, — diss'egli, — tu non entrerai. —
E con modi rispettosamente severi, s'industriava di mettergli le mani a
posto.
— Ecco due frasi che cozzano! — gridò Cepione. — Nobilissimo è un
titolo che mi piace. Sono della gente Servilia e tu mostri di non
essertene dimenticato del tutto. Ma tu aggiungi, stupidissimo uomo, che
non entrerò? Entrerò, a dispetto di Cerbero, entrerò in questa casa,
come Quinto Servilio Cepione, mio illustre antenato ed omonimo, entrò
nella città di Tolosa. —
Intanto il paggio Carino era giunto al cospetto della padrona.
— Che cosa è stato? — dimandò Clodia Metella, senza punto scomporsi.
— Cepione, il banchiere, che vuole entrare ad ogni costo; — rispose
Carino.
— Non gli hanno detto che sono fuori di casa?
— Sì, ma egli non ha voluto crederlo, e giura che ha da parlarti di
cose urgenti. —
Clodia Metella torse il viso, in atto di profondo fastidio.
— Le cose urgenti di Servilio Cepione! — mormorò poscia, con accento
sarcastico, rivolgendosi al suo giovine visitatore.
— Urgenti, o no, lascialo entrare; — diss'egli a mezza voce.
— Ma egli ti riuscirà molesto.
— Che farci? Bisogna saper anche patire qualche cosa. Del resto, egli
è venuto a cercare la luce del sole. Concedine un raggio al nuovo
Prometeo. —
Carino interrogò con lo sguardo la sua bella padrona, sul cui labbro le
parole di Caio Sempronio avevano chiamato il sorriso. E veduto il cenno
di assentimento che essa gli fece, il vispo adolescente corse a levar
la consegna all'ostiario.
— Eccoti interrotto ne' tuoi voli pindarici! — notò argutamente Clodia
Metella, ripigliando il discorso con Caio Sempronio.
— Per quest'oggi; — rispose egli, con aria di rassegnazione. — Ma non
mi permetterai tu di continuare, o divina? —
Un nuovo sorriso balenò dal volto di Clodia e la bellissima destra
tornò per pochi istanti tra le mani del nostro eroe, che v'attinse il
coraggio a sopportare la compagnia di Servilio Cepione.
Costui vi è già noto, o lettori. Era il famoso banchiere delle Botteghe
Vecchie, il creditore spietato di Lucio Postumio Floro e di tanti
altri giovani patrizii romani. Imprestava al dodici per cento, che
era l'interesse legale. Le dodici Tavole parlavano chiaro: _si quis
unciario foenore amplius foenerassit, quadruplione luito_; che è come
a dire: se taluno darà a prestito oltre il dodici per cento, sia
condannato nel quadruplo. Ma gli usurai avevano trovato ben presto
la malizia per eludere la legge, fingendo vendite di merci, a cui
attribuivano un valore doppio e triplo del vero, e vi è permesso di
credere che Quinto Servilio Cepione non fosse in quest'arte da meno
de' suoi degni colleghi. Lo accusavano altresì di tosar le monete; ma
di questo io non potrei starvi mallevadore, ricordando come sia facile
il volgo a credere il peggio, dove ci sia già l'indizio del male. Dice
argutamente un proverbio francese: non s'impresta che ai ricchi.
Quanto alla boria nobilesca del nostro banchiere, va notato che, se
egli non era proprio della gente Servilia, una delle antichissime di
Roma, ci fallava di poco, essendo i suoi maggiori di gente servile.
Il suo bisavolo era stato schiavo ed avea preso il nome di Quinto
Servilio Cepione, quello stesso che era stato console nell'anno 648
di Roma, e che, dopo avere espugnata Tolosa, si era fatto sconfiggere
un anno dopo dai Cimbri, lasciando sul campo ottantamila soldati. I
figli del liberto erano diventati _ingenui_, e nel lucroso mestiere
degli argentarii si consolavano della poca stima in cui erano tenuti da
coloro che potevano vantare una lunga serie di liberi antenati e tutti
i privilegi inerenti al diritto gentilizio. Ma così non la intendeva
il quarto discendente ingenuo del nuovo ramo Servilio. Il nome illustre
lo aveva, e questo gli pareva titolo bastante, se non forse ad ottenere
una magistratura e ad essere eletto sacerdote, almeno a tenere nel suo
atrio le immagini degli antenati, mescolando abilmente i mezzi busti
di quattro consoli, che erano Cepioni autentici, con quelli di quattro
argentarii, che erano Cepioni sì, ma apocrifi. Avete già udito come si
empiesse la bocca di quella sua derivazione consolare. Non dubitate,
la metteva fuori ad ogni tratto, e s'impancava coi patrizii, senza
un pensiero al mondo di ciò che altri dicesse alle sue spalle. Del
resto coi patrizii avea relazioni frequenti e strettissime; relazioni
d'usuraio, come vi ho detto, ma che gli meritavano inchini, sorrisi
e strette di mano. E questo, in attesa delle maledizioni, che non
potevano mancargli alla scadenza del debito, questo nutriva la vanità
del nobilissimo uomo.
Era egli, come vi ha detto Caio Sempronio, una montagna di carne.
Aveva piccina la testa e grossolane le fattezze. La barba, rasa sulle
guancie, gli girava a mo' di collare intorno alle mascelle, nascondendo
la pappagorgia che gli pendeva sotto il mento. Postumio Floro diceva
di quella barba: — è la forca che tu meriti, o Cepione, segnata
anticipatamente intorno al tuo collo. —
Il nobilissimo uomo entrò sotto l'atrio con passo risoluto, ma
barellando un pochino per cagione di quel buzzo che doveva portare
con sè, e dondolando sotto alla risvolta della toga il braccio corto
e massiccio. Gli occhi piccini e luccicanti, le gote rubiconde come
i rosolacci, le labbra tumide e per giunta allungate da un certo suo
vezzo tra l'orgoglioso e il beffardo, finalmente quella pappagorgia che
vi ho detto più su, davano al nostro Cepione una certa rassomiglianza
con un tacchino. S'intende che nella mente sua egli si teneva per un
gallo.
Si avanzò fino alla soglia del tablino, e, avvedutosi di quell'altro,
gli gittò un'occhiata, da cui traspariva tutto il suo malcontento.
Ma quell'altro non era nobile per nulla, e nobile di ventiquattro
carati, come sapete; donde avvenne che gliene rimandasse un'altra
così altezzosa, da mutar la burbanza di Quinto Servilio Cepione nel
più amabile dei sorrisi, accompagnato dal più servile tra tutti gli
inchini.
— E così, mia bella padrona, — incominciò il banchiere, rivolgendosi a
Clodia Metella, — tu non eri oggi in casa pel tuo servo Cepione?
— Sei entrato e mi trovi; — rispose Clodia senza scomporsi; — segno che
c'ero per te, come per tutti.
— Sì, sono entrato; ma dopo aver fatte le mie lagnanze all'ostiario.
— Ed hai fatto benissimo; — disse la furba matrona. — Se tu non avessi
alzata la voce, non avrei udito nulla e non avrei potuto sapere che
l'ostiario interpretava male i miei desiderii. —
Cepione rispose a quell'abile scappatoia con una crollatina di testa e
con un certo _ehm_, che pareva una specie di compromesso tra il dubbio
interno e l'obbligo di accettare quella scusa per buona.
— Eccoti il banchiere Cepione.... Quinto Servilio Cepione; — soggiunse
Clodia, presentando il nuovo venuto al suo primo visitatore; — ed ecco
a te, — ripigliò, volgendosi al banchiere, — il nostro chiarissimo
Tizio Caio Sempronio, onore dei cavalieri romani. —
Avete mai veduto due cani ringhiosi, che già erano sul punto di
avventarsi l'uno contro l'altro, ma che, ripresi in tempo da una parola
severa del padrone, capiscono di doverla smettere, e, quantunque
brontolando, s'accostano dimessamente e si scambiano la fiutatina
d'obbligo? Se li avete veduti, intenderete a un dipresso come si
salutassero quei due cittadini romani, nel tablino di Clodia Metella.
— Conosco il banchiere Cepione; — disse Caio Sempronio, con aria di
bontà, da cui trapelava un po' d'ironia; — me ne ha parlato molto
l'amico mio Postumio Floro.
— Sì... un bravo giovinotto; — borbottò Cepione, che non sapeva per
qual verso pigliarla. — Ieri mattina mi ha restituito quarantamila
sesterzi, che gli avevo cortesemente imprestati. È strano, per altro;
— soggiunse, dando un'occhiata maliziosa al cavaliere; — i sacchetti
delle monete portavano il sigillo di casa Sempronia.
— Ti è lecito di credere, — disse il cavaliere, con un suo risolino
a fior di labbra, — che io gli dovessi del danaro e che glielo abbia
restituito.
— Lo crederò, se ti fa comodo; — rispose Cepione, ridendo così
sgangheratamente, che mise in mostra i denti più aguzzi e più neri
di tutto l'orbe conosciuto; — del resto, da qualunque parte ci venga,
l'oro è sempre il bene arrivato.
— Saresti avaro? — domandò Clodia Metella.
— Io? no, per gli Dei; ma ho fede nell'oro. È un bel metallo, e lo
stesso Giove non dubitò di assumerne la forma, per presentarsi ad una
delle sue innamorate. Non era mica novellino, il padre dei Numi. Senza
oro non si ottien nulla, neanche il sorriso delle belle.
— Oh, questo poi!
— Sì, dite che non è vero; la mia esperienza dà ragione alla trovata
di Giove. Donde io argomento che in amore, come in ogni altra cosa,
l'essenziale sia di aver molti sesterzi.
— Via, Cepione, tu esageri. Vorrai dire che la ricchezza è un grande
rincalzo alla bellezza, e su questo non ci cade dubbio. Volere o no,
si spende sempre, per piacere alla gente; ma in profumi, in porpora e
bisso, in perle e monili, come facciamo noi donne, per esempio.
— Ah sì, non c'è che dire; vi vestite con tutte le più preziose
cianciafruscole del mondo. Siamo noi che ci andiamo spogliando. Ma
niente di male; sarebbe dolce il restare con la sola tunica intima, o
con un cencio di toga, come Valerio Publicola, pur di toccare il cuore
ad una donna come te.
— Sia lode a Venere! Ecco almeno una galanteria; — disse Clodia Metella.
— L'incenso è veramente un po' grossolano; — pensò Caio Sempronio tra
sè.
— O che? — diceva intanto il banchiere. — Credi che Servilio Cepione
non abbia occhi, padrona mia? Non ti dirò tutte le belle cose che
possono susurrarti all'orecchio tanti vagheggini sconclusionati; ma
ho un cuore anch'io, e lo metto divotamente a' tuoi piedi, insieme
con cinque milioni di sesterzi. Non mi pare un'offerta spregevole; —
soggiunse, tirandosi indietro sulla persona e dando una sbirciata al
suo giovane competitore.
— No, certamente; — rispose Clodia Metella, fingendo di non dare alle
parole del vecchio più importanza di quella che si darebbe ad una
celia; — ma vi sono donne in Roma che preferiscono un cuore, senza
tanti amminicoli.
— Ah, tu li chiami... amminicoli? Padrona mia, dacchè Roma è Roma, si
sono sempre chiamati sesterzi. —
Caio Sempronio era sulle spine, come potete immaginarvi. Se non fosse
stato per le buone creanze, avrebbe dato così volentieri un golino
nella pappagorgia a quel maledetto furfante!
Un piccolo caso venne in buon punto a levarlo di pena, dando un nuovo
indirizzo alla conversazione.
— Hai buoni occhi, dicevi? — ripigliò Clodia Metella, senza rispondere
all'arguzia plebea di Servilio Cepione. — Or ora li metteremo alla
prova. Ecco qua il mio paggio Carino che precede il mercante di
Tiro. —