Il prodigo e l'avaro.
Cepione si volse, e vide infatti apparire nell'atrio il servitorello di
Clodia, con due altri personaggi, uno dei quali, vestito d'una lunga
dalmatica, vergata di bianco e di nero, doveva essere il mercante, e
l'altro dalla tunica succinta, che gli giungeva al ginocchio, e dal
carico che aveva sulle spalle, appariva lo schiavo del primo.
— Ben vieni, Aderbale, — disse la matrona. — Che ci porti di bello,
stavolta?
— Mia nobil signora, — rispose il mercante, inchinandosi profondamente,
— tutto quello che c'è di più nuovo per l'estate. La mia nave è giunta
iersera ad Ostia, e, come tu vedi, non ho posto indugio a venire da
te, quantunque da due giorni Annia Sulpicia, la moglie del console,
e Giunia Sillana, la impazientissima tra tutte le matrone di Roma, mi
avessero comandato, pena il loro corruccio, di passar prima da loro.
— Hai fatto bene; — disse Clodia, accompagnando le parole con una mossa
orgogliosa del capo. — Io non soglio stare agli avanzi di nessuno.
Apri l'involto, Aderbale, e vediamo; questi sapientissimi uomini
giudicheranno. —
Lo schiavo aveva già deposta la balla sul pavimento, e Aderbale il
mercante, dato di piglio ad un coltello, recise d'un colpo la fune che
teneva stretto l'involto; indi sciolse la triplice fascia di tela che
custodiva i preziosi tessuti della sua patria.
Erano stoffe di lana, mie lettrici amorevoli. A quel tempo non era
anche conosciuta in Italia la seta, e pochissimo il cotone, che andava
famoso in Oriente sotto il nome di _bisso_. Ma non compiangete troppo
le Romane d'allora, perchè quella lana era finissima e filata così
sottilmente, da meritare a certe stoffe il nome di aria tessuta. Quanto
ai colori, c'erano rappresentate tutte le gradazioni dell'iride, e non
avrebbero avuto da invidiar nulla a quei delicati impasti, a quelle
vaghissime temperanze, che oggi danno fama così grande alle fabbriche
di Lione.
— Vedi, nobilissima Clodia, — diceva il mercante, sciorinando le
pezze sul monopodio della matrona e facendo ricadere i lembi in ricche
pieghe sul musaico levigato del pavimento, — son colori di porpora, non
d'erbe. —
Le tinture si distinguevano allora in porporine ed erbacee, le
prime cavate dal succo delle conchiglie, e le altre da quello di
certi vegetali. Si crede comunemente, ricordando la porpora regia e
la cardinalizia, che il color porporino fosse solamente cremisi, o
scarlatto. Ma questo, presso gli antichi Romani, era il colore estratto
da una sola varietà di conchiglie, che era l'ostro; laddove da tante
altre, e tutte chiamate col generico nome di porpore, si traeva ogni
sorte di colori, come a dire l'olivigno, il violetto, l'amaranto,
il paonazzo, l'azzurro, il cilestro, il glauco marino, e aggiungete
pure liberamente tutte le mezze tinte possibili, ottenute la mercè
di una tintura sovrapposta ad un'altra. A questo modo si aveva la
pregiatissima stoffa versicolore, che mutava di colorito secondo i
riflessi della luce.
I paesi più celebri per la porpora, sul Mediterraneo, erano le spiagge
del Peloponneso, della Sicilia e dell'Africa; sull'Atlantico, le
coste della Britannia, dell'Irlanda e dell'Armorica. Le conchiglie
di quest'ultimo mare davano il colore più scuro; quelle del Tirreno e
dello Jonio il violetto, laddove sulla spiaggia di Fenicia predominava
il cremisi. Réaumur, che non ha solamente inventato il termometro, si
è provato anche a rifar la tintura di porpora, e i suoi esperimenti
hanno dimostrato che la conchiglia di Tiro poteva dare essa sola tutte
le gradazioni accennate. Secondo lui, il succo tingente è bianco, fino
a tanto che resta nella sua vescichetta, tra le fauci del prezioso
animale. Versato sulla tela di lino, apparisce subito d'un verde
leggiero. Esposto all'aria e al sole, si muta in verde carico, indi
in verde marino, poscia in azzurro, e da ultimo in rosso. Lavatelo con
acqua calda e sapone, e vi matura in un cremisi splendidissimo, che non
vi fa più altre metamorfosi.
Lasciando da parte tutte queste manifatture, noi torneremo a Clodia
Metella, che, da esperta conoscitrice, andava esaminando e palpando lo
stoffe di Aderbale, per sentirne la finezza ed ammirarne i colori.
— Che pensi? — domandò ella tutto ad un tratto, volgendosi a Servilio
Cepione, che stava guatando quella mostra col suo piglio beffardo.
— Penso, — rispose il banchiere, — che un bel regalo lo ha fatto Ercole
ai poveri mariti e a tutta la dolente schiera degli innamorati. —
L'osservazione del vecchio argentario ha mestieri d'un breve commento.
Si credeva a quei tempi che la porpora fosse stata trovata da Ercole.
Passava un giorno il semidio lungo la marina di Tiro, quando il suo
cane (lo vedete, Ercole, accompagnato da un cane, alla guisa dei
ciechi?) quando il suo cane, che aveva una fame da lupi, s'imbattè in
una conchiglia, gittata sulla spiaggia dai flutti. Fido, o Melampo che
fosse, non fece parte della sua scoperta al padrone; ruppe il guscio
coi denti e mangiò il saporito mollusco, dopo di che si presentò ad
Ercole, col muso tinto del più bel rosso che vi possiate immaginare.
— Che cos'è? dimandò il semidio, che non aveva mai osservato una cosa
simile. E veduto che razza di conchiglia avesse sgranata il suo cane,
andò in busca di tutte le altre, che si trovavano sulla spiaggia, por
ispremerne il succo sulla tunica di lana bianca che portava indosso.
Quasi sarebbe inutile di aggiungere che la tunica d'Ercole divenne
tosto d'un bel rosso carico, e che egli n'ebbe un piacere da non
dirsi a parole. La sua tunica gli parve da quel giorno così bella,
che gli seppe male di indossarla più oltre come abito di fatica. La
regalò allora al suo buon amico, il re di Tiro, che andò a sua volta
in visibilio, e lì sui due piedi mise fuori un editto, per confiscare
il color della porpora ad uso ed ornamento esclusivo della sua sacra
persona.
— Ecco, — diceva intanto Aderbale, sciorinando la sua mercanzia, — una
pezza di porpora violetta che vince lo splendore dell'amatista. Dirai,
nobilissima Clodia, che somiglia al colore della tua stola; ma, se ben
guardi, la tinta è alquanto più chiara ed ha riflessi più vivi. È il
meglio, il _nec plus ultra_, della fabbrica di Annone, riconosciuta
ormai per la prima di Tiro. Ami meglio il verde marino? Eccoti questa,
che si affà mirabilmente al candore del tuo volto e alla lucentezza dei
tuoi capegli neri. Di quest'altra devi farti una _rica_, per uscire a
diporto. È trasparente e ti custodirà dalla polvere, senza toglierti
di vedere e di esser veduta dai nobili cavalieri, che gitteranno
occhiate di desiderio nella tua lettiga dorata. E adesso guardami
questa; non ti par latte, entro a cui sia stata stemperata una perla
eritrea? Vedi come torna bene, piegata in due doppi! Aggiungi due o tre
strisce di porpora azzurra o scarlatta sui margini, ed hai una diploide
alla foggia greca, che nessuna Ateniese, foss'anco Aspasia rediviva,
potrebbe vantare la più vistosa, o la più elegante. —
Clodia Metella non si lasciava abbarbagliare da quel luccichìo di
frasi dell'asiatico mercatante. I suoi occhi, precorrendo la meditata
progressione di quel commentario alla moda, si erano fissati su di una
stoffa di lana nera, sottilissima e intessuta a strisce d'oro filato,
che era veramente una meraviglia a vedersi.
— E questa, quanto vale? — domandò.
— Padrona mia, riconosco il tuo buon gusto; — esclamò Aderbale, senza
curarsi di rispondere subito in chiave. — Questa è la più ricca novità
della stagione, e, non fo per vantarmi, è anche la prima pezza che se
ne vede in Roma.
— Il prezzo ti ho chiesto, il prezzo.
— Ah, il prezzo è veramente un po' forte. Ma la stoffa è così bella,
che, quando io te l'avrò detto, ti parrà proprio regalata. Cinquemila
sesterzi.
— Cinque... — balbettò Cepione, spalancando gli occhi dallo stupore. —
Che cos'hai detto? Ripeti.
— Cinquemila sesterzi, o, se meglio ti piace, nobilissimo uomo,
milleduecento denari. Con tutto l'oro che c'è dentro, è data proprio
per nulla.
— Ah sì, ce n'è fin troppo, dell'oro. Vedete che spreconi!
— Perchè ti lagni? — entrò a dire Caio Sempronio. — A qual uso migliore
potrebbe servire il preziosissimo tra tutti i metalli, se non a rendere
più appariscente la bellezza? Io vedo già la nostra divina Clodia
Metella, adorna di quella veste dorata, risplendere come la dea Bona
alle calende di Maggio, nel sacrario del pontefice massimo.
— Sì, sì; — rispose Clodia Metella, crollando malinconicamente il capo;
— ma trovo anch'io che costa un po' troppo. Non ho già i cinque milioni
di sesterzi di Servilio Cepione.
— È come se tu li avessi; non ti ha egli profferte le sue sostanze,
come contorno all'offerta del suo cuore? — ribattè Caio Sempronio
ridendo.
A quella scappata del cavaliere, il vecchio argentario fece il muso più
lungo del solito.
— Eh, eh, — gridò egli, punto sul vivo, — tu la ricordi in buon punto;
e se mi saltasse il ticchio.....
— Ottimamente! Compera dunque la veste e fanne un presente alla Dea.
— Ma di grazia, perchè non la comperi tu?
— Io? Così fossi certo che si degnasse di accettarla!
— Graziosa, quella paura!
— Non ci credi? Sia dunque tua la colpa, se io ardisco di offerire
qualche cosa a Clodia Metella. Aderbale, dammi da scrivere. —
Il mercante capì subito che cosa intendesse di fare il nostro
giovinotto, e cavò dalla sacca, che portava ad armacollo, un dittico di
legno e uno stilo di avorio. Il dittico era una doppia tavoletta, che
si chiudeva come le due copertine d'un libro, presentando al di fuori
una superficie piana, e di dentro un sottile rivestimento di cera, con
le sponde rilevate tutto intorno, perchè le due faccie, richiudendosi
l'una sull'altra, non avessero a combaciare per modo da guastare le
lettere, segnate nella cera medesima con la punta dello stilo.
Caio Sempronio tolse la tavoletta dalle mani di Aderbale e vi scrisse
queste poche parole:
«T. C. Sempronio a Lisimaco, suo dispensatore. Pagherai oggi cinquemila
sesterzi al mercante Aderbale, di Tiro. Sta sano.»
Ciò fatto, consegnò il dittico al mercante, che, data una scorsa allo
scritto, s'inchinò e si dispose a metter da parte la pezza di stoffa
destinata da Caio Sempronio alla bellissima Clodia.
— Oggi stesso, a quell'ora che ti farà comodo, passerai alla mia casa,
sul Viminale, — disse il cavaliere, — e Lisimaco ti darà la pecunia.
— Tu sei il più liberale tra tutti i patrizi di Roma; — rispose
Aderbale, intascando il prezioso chirografo. — Ed eccoti, nobilissima
Clodia, la veste. Ti consiglio d'indossarla per le feste Megalesi.
Annia Sulpicia vuol proprio morirne d'invidia.
— Oh Caio! — mormorò Clodia Metella, tutta vergognosa, all'orecchio del
giovane. — Io non accetterò mai un così ricco presente.
— Perchè, padrona mia? Sono un temerario, lo vedo; ma la colpa
non è mia. Cepione mi ha data la spinta. Se vuoi punirlo della sua
improntitudine, non ci hai modo migliore di questo. Accetta con lieto
animo il mio povero dono. —
Clodia sorrise e porse la sua bella mano a Caio Sempronio. Era quello
il ringraziamento, e il nostro cavaliere se ne fece abilmente un
premio, stampando su quella mano il più ardente dei baci.
— Animo, giovinotto, e non perdiamo tempo! — gridò Cepione stizzito.
Ma il giovinotto non pose mente alle bizze del vecchio Arpagone, e,
chiesto a Clodia Metella il permesso di tornare il giorno seguente,
tolse commiato da lei. Per una prima visita aveva fatto abbastanza, ne
convenite?
Il mercante aveva rifatta diligentemente la sua balla e se n'era andato
anche lui, dopo molti inchini, ringraziamenti ed augurii di prosperità
alla liberalissima Clodia, che gli comperava le stoffe più preziose col
denaro degli altri.
Cepione era rimasto in piedi nel tablino, ora guardando Caio Sempronio
che se ne andava, ora Clodia che aveva seguitato il giovinotto con una
lunga e malinconica occhiata fino alla tenda del pròtiro. Il vecchio
argentario non appariva troppo contento; di certo egli mulinava qualche
cattiveria, a sfogo della bile che già gli schizzava dagli occhi.
Tutto ad un tratto, diede in uno scroscio di risa.
— Che c'è? — dimandò Clodia Metella, con aria tra stupita e severa.
— Ho fatto una bella scoperta; — rispose Cepione. — La colomba è
innamorata.
— Sì; — diss'ella brevemente, in quella che stendeva la mano al
monopodio, per ripigliare la sua favola milesia.
— E il colombo, — soggiunse Cepione, — è molto ricco.
— Che importa? — riprese Clodia Metella, stringendosi nelle spalle.
— Come, che importa? Importa moltissimo.
— Non a me certamente. —
L'argentario rispose a quel magnanimo diniego con un ammicco beffardo.
Ma perchè Clodia fingeva di non vedere, crollò il capo ed aggiunse:
— Sia pure, come tu dici; ma importa a me. Dammi lode per la mia
schiettezza, ti prego.
— Non vedo come c'entri tu; — replicò la matrona.
— Non c'entro? Non c'entro? Figùrati! Noi qui faremo a metà. Tu
prenderai l'amante, io la pecunia. —
A quella cinica bottata dell'argentario, Clodia Metella si rizzò di
scatto, come una serpe a cui sia stata calpestata la coda.
— Che novità son queste? — gridò, saettando Cepione con uno sguardo
corrucciato.
— Padrona mia, un po' di calma, e vediamo di intenderci; — disse
quell'altro, adagiandosi tranquillamente sul cuscino d'una sedia a
bracciuoli. — Anzitutto, perchè parli di novità? Non sono forse passati
per le mie mani tutti i giovani patrizi che tu hai onorati della tua
benevolenza? Valerio Catullo, Celio Rufo, Cornelio Basso, Aulo....
— Finiscila! — interruppe Clodia Metella. — Tu sei veramente noioso.
— Ah, ti secca la nomenclatura? Bada, padrona mia, non intendevo citare
che i colombi spennacchiati; mettevo in disparte tutti quegli altri
che hanno avuta la sorte di non lasciarci le penne maestre. Il povero
Cepione li ha veduti passar tutti, l'uno dopo l'altro. Per Ercole!
Si davano la muta, come i legionarii in sentinella. Ed io, destinato
a colmar gl'intervalli, mi trovavo sempre fuori delle tue grazie;
vedevo appena il sole, che già mi spariva dagli occhi. Eppure, vedi la
mia bontà; in attesa di riavere la tua benevolenza, facevo servizio
ai miei fortunati rivali; imprestavo quasi sempre io, le migliaia di
sesterzi che dovevano servire ai donativi; fornivo io le armi contro
di me. Che cosa vuoi di più umano? Ed anche adesso, io mi preparo
a servirti. Quel giovinotto mi piace. Ti ringrazio di averlo scelto
così ricco. Poverina! potevi benissimo invaghirti d'un plebeo povero
in canna, o d'un cavalierino indebitito fino agli occhi, ed io avrei
dovuto recarmelo in pace. Ma tu non l'hai fatto, padrona mia bella; tu
sei sempre quella matrona di garbo, che ero avvezzo a stimare da tanti
anni. Abbi dunque i miei ringraziamenti, e concedi che io tiri innanzi
a servirti. —
Clodia Metella si mordeva le labbra a sangue.
— E.... — diss'ella, con voce tremante dalla rabbia, — se io non
volessi stare al tuo patto?
— Faresti malissimo; — rispose il beffardo vecchio; — perchè io
potrei....
— Potresti? Continua!
— No, non è bene scoprirsi così scioccamente, e con una donna di
così sottile accorgimento come tu sei. Oh, non dubitare, io ti rendo
giustizia. Se fossi pretore, come ci avrei diritto pel nome che porto,
darei ad ognuno il suo, che non ci mancherebbe mezz'oncia.
— Daresti! — notò ironicamente Clodia Metella. — Sarebbe la prima volta.
— Ah sì; come se l'imprestare non fosse una maniera di dare! _Do ut
des, do ut facias_, son forme di contratto, mi sembra. E a proposito
di fare, bada, padrona mia, che non mi venga in mente di far aprir gli
occhi al tuo nuovo amatore.
— Non lo farai; — disse Clodia, dopo un istante di pausa.
— Sta a te ch'io non lo faccia, mia bella. Sii prudente, e non avrai
a dolerti di me. Déi buoni, e non è giusto che io trovi un compenso
alla brevità di questi interregni? Perchè, infine, tu ci hai una virtù
singolare, che riesce tutta a mio danno. Quando uno ti piace, bisogna
rassegnarsi; nel tuo cuoricino non c'è mai posto per due.
— Cepione, io l'amo.
— Lo so, poverina; intendo i tuoi spasimi, e, come vedi, asciugo
una lagrima di tenerezza. Mia candida colomba! Sei così buona, così
affettuosa! Lo seppe Metello Celere, tuo cugino e marito; lo seppe
anche la felice memoria di Publio Clodio, tuo degno fratello....
— Ma infine, — proruppe Clodia, non vedendo più lume, — vorrai tacere
una volta? Lascia i morti nell'Averno e non mi dar noia più oltre. Ti
ho sempre ai fianchi, ora coi sarcasmi, ora con le minaccie. Chi ti
ha mai impedito di fare il tuo mestiere? Metello Celere ha avuto il
torto di morire, senza lasciarmi venti milioni di sesterzi. Se così non
fosse, vedresti tu come io starei a sentirti.
— Eh, lo so, che non mi ami. Ma appunto per ciò è notevole la nostra
alleanza. Che cosa c'è di più grande di due che si odiano e si aiutano
a vicenda? Io, vedi, qualche volta sento il desiderio di chiuder
le mani intorno al tuo collo di cigno e di strangolarti senz'altro.
Sei bella ed io non lo sono; ti amo e tu ti beffi di me; quando pure
ti degni di sorridermi, indovino che ciò mi costerà un bel gruzzolo
di monete. Ah, se non fosse che tu sei una civetta addestrata e che
fai calare da tutte le frasche i merli curiosi al mio campo!... Ma
basta; se no, vado fuori dei gangheri. Padrona mia, siamo intesi e non
occorrono altre spiegazioni tra noi. Venere conservi la tua bellezza,
e Diana cacciatrice mantenga saldi i panioni del tuo nobilissimo
servo. —
Ciò detto, il bravo argentario si alzò da sedere, e, fatto un mezzo
inchino alla sua alleata, s'incamminò verso l'uscio. Clodia Metella
riprese il suo codice e provò a ricominciar la lettura, ma per un bel
pezzo non ne spiccicò una parola.