Duettino d'amore.
L'ostiario aveva già pronunziato il necessario: «_quis tu?_» e, udito
il nome del cavaliere, lo ripeteva ad alta voce all'atriense, che era
il valletto d'anticamera, il lacchè della padrona di casa. E questi
a sua volta, indettato dall'ornatrice, precedeva il visitatore nel
tablino.
Caio Sempronio si avanzò con aria disinvolta e col sorriso sul labbro.
Clodia Metella, fingendo di vederlo allora, si alzò a mezzo dal suo
seggiolone, e, deposto il codice sul monopodio (che era poi, come vi
dice il nome greco, una tavola sorretta da un solo piede), offerse la
sua candida mano al nuovo venuto.
Quasi sarebbe inutile il dirvi che il nostro cavaliere la prese e la
baciò divotamente col sommo delle labbra.
— Divina Clodia, — diss'egli, — io ti son grato di due cose, e
dell'avviso amichevole e del permesso che mi hai accordato di venire ad
ossequiarti. Come vedi, non sono anche stato fatto in tre pezzi.
— Ah, sì; — rispose la bella matrona, con aria impacciata; — pensavo
anch'io che l'avvertimento non doveva esser preso alla lettera. Ma ero
tanto commossa! Ti conoscevo solamente per fama, e mi sapeva male che
un gentil cavaliere, come tu sei, potesse correre un pericolo. Sai pure
che noi donne ci spaventiamo di poco; e i sogni, dopo tutto....
— Sono mandati da Giove; lo ha detto Omero. Ed io ti ringrazio di
avermi avvisato. Farò buona custodia intorno al mio petto. Del resto,
io m'avvedo d'esser caro agli Dei, poichè essi mi fanno ottenere quello
che io desideravo ardentemente da un pezzo.
— Che cosa? — dimandò ella, così candidamente, che più non avrebbe
potuto una fanciulla di quindici anni.
— Di conoscerti da vicino, — rispose Caio Sempronio, inchinandosi, — di
essere annoverato fra i tuoi servitori. —
Un amabile sorriso fu la ricompensa del nostro cavaliere. Clodia
Metella poteva ridere senza paura; i trentadue denti che metteva in
mostra erano suoi, e per diritto di nascita, non già in quel modo che
Marziale rimproverava a madonna Luconia.
— Adulatore! — mormorò ella, schermendosi modestamente. — Che vedi in
me di preclaro?
— La forma, prima di tutto; l'ingegno, poi.
— Come? Tu metti l'ingegno al secondo luogo?
— Sì, perdonami, o Clodia. La prima bellezza è quella del volto,
perchè è la prima a vedersi. In un bel volto c'è la promessa di una
bell'anima. E il tuo mantiene le promesse, mi pare.
— Ah, non lo credono tutti; — diss'ella, sospirando.
— Che farci, signora mia? Persuader tutti e piacere a tutti, sono due
cose egualmente impossibili.
— È giusto; ma una donna dovrebbe avere almeno il diritto di essere
stimata per quel che vale.
— Lo sei; — notò gentilmente Caio Sempronio, a cui una bugia non pareva
in quella occasione un troppo grave peccato.
— Non lo sono, e mi duole; — replicò vivacemente Clodia Metella. — Tu
parlavi poc'anzi della forma. Sì, voglio ammetterlo, poichè tu lo dici,
son bella.....
— La bellezza è un dolce dono degli Dei; — interruppe galantemente Caio
Sempronio.
— Ah, non lo dire! Essa è un triste dono, il più triste che gli Dei
possano fare ad una donna. Fortuna che passa presto, e la mia è presso
a fuggirsene.
— Che dici tu mai?
— Il vero. Non sai? Sono nata sotto la dittatura di Silla. —
Questa di Clodia Metella doveva essere una bugia ben più grossa di
quella del suo interlocutore. Lucio Cornelio Siila era stato dittatore
tra il 672 e il 675 di Roma. Clodia Metella si attribuiva dunque dai
ventotto ai trent'anni, mentre io e voi, lettori umanissimi, gliene
avremmo dato almeno cinque di più.
Ma io e voi non siamo nei panni di Tizio Caio Sempronio.
— Perdonami, — diss'egli, scuotendo il capo in atto d'incredulità, — se
io non riconosco questo merito alla dittatura di Silla. Il mio genio mi
dice che tu sei nata sotto il consolato di Licinio Lucullo e di Aurelio
Cotta. —
A quel furbo di Caio Sempronio non bastavano i cinque anni sottratti da
Clodia; ne sottraeva altri cinque a sua volta.
— Via! lasciamo le adulazioni! — rispose Clodia sorridendo. — Il tuo
genio travede.
— Sarebbe la prima volta; per solito egli non m'inganna. Del resto,
egli mi ama, e non c'è niente di strano se vede co' miei occhi. Ora
i miei occhi ti dicono bellissima tra le giovani patrizie di Roma.
Qual meraviglia se la tua bellezza è il desiderio e lo struggimento di
mille?
— Vedi, è questo il mio rammarico! — soggiunse Clodia Metella,
afferrando l'occasione al varco. — Ah, gli uomini son tristi. Perchè
ad una povera donna sorridono ancora i doni della gioventù, le si
fanno intorno a gara, come i Proci intorno alla moglie d'Ulisse.
Mostrarsi austere? Non giova; anzi, puoi metter pegno che nuoce. Nel
concetto degli uomini, una donna che li respinge tutti apertamente,
lascia credere che ne ami troppo e celatamente uno solo. E perchè
siamo onestamente cortesi con tutti, perchè li lasciamo avvicinarsi a
noi, vedere la nostra casa, come sia priva di nascondigli, vigilata
da cent'occhi ad ogni ora del giorno — (così dicendo Clodia Metella
accennava all'atrio, donde passavano allora per caso due schiave,
recando fiori al larario) — eccoli inventare, o lasciar credere, che
è peggio, le più liete fortune. Ammessi in casa tua, ti derubano, e
ti infamano per la bocca dei loro difensori. I più discreti confidano
alle Muse i sognati amori e chiamano l'universale a confidente dei loro
audacissimi vanti. —
Marco Celio Rufo e Caio Valerio Catullo erano serviti ambedue senza
tanti riguardi. E non pareva lei, mentre parlava così; la si sarebbe
creduta Astrea corrucciata, che minacciasse di volarsene al cielo, per
fuggire al consorzio degli uomin iniqui, o la Verità, costretta per sua
salvezza a rifugiarsi in un pozzo.
Non vi dirò che al nostro cavaliere quella difesa di Clodia paresse oro
di coppella. Ma anche dando la tara alle ragioni di lei, non potè fare
a meno di riconoscere che in tesi generale Clodia aveva ragione. Le
donne sono così facilmente calunniate, come sono amate e desiderate. La
loro debolezza è un invito alla prepotenza degli uomini.
La conversazione volgeva al serio, e Caio Sempronio tentò di ricondurla
sul primo tono.
— Ah i poeti! — esclamò. — Non ne conosco che uno, il cui animo sia
bello come i suoi versi.
— L'araba fenice, dunque? — ripigliò Clodia Metella, seguendo senza
fatica quel nuovo giro dato da Caio Sempronio al discorso. — E chi è
costui?
— Cinzio Numeriano, un bravo giovinotto, modesto e buono, che farà a
giorni le sue nozze con una bellissima Greca. Sarò io il suo auspice, e
già l'ho fatto ricco, perchè non abbia a far altro che amare e cantare,
alla guisa degli usignuoli.
— Dei buoni! Hai fatto questo? — gridò Clodia Metella ammirata. —
Oh come sei grande! Veramente nobile è l'uso che fai delle tue molte
ricchezze. Viver lieto con gli amici, onorare gl'ingegni, che dovranno
illustrare anche nelle arti e nelle lettere il gran nome di Roma,
contendere alla Grecia il vanto della gentilezza e della eleganza, è
questa un'opera degna di te. Come ti imiterei volentieri!
— Che ti trattiene dal farlo?
— Non son ricca, o per dir meglio, non lo sono tanto da colorire tutti
i disegni che ho nella mente.
— Perdonami, divina Clodia; a te non fa mestieri quel che bisogna a
me. Una donna bella ha in sè stessa una virtù che manca all'uomo. La
luce che emana da lei illumina e riscalda come quella del sole, e fa
sbocciare i fiori dell'intelletto, come l'altra i fiori del prato.
— Bel paragone, ma falso come tutti i paragoni. Io so quel che posso,
e non è molto, pur troppo; — rispose Clodia Metella, con un sospiro.
— Uomini e donne, non possiamo veramente esser utili altrui, se non
siamo potenti. Anche la bellezza non risplende, se tu non la collochi
in alto; almeno, — soggiunse, correggendo la frase e accompagnando
le parole con un mite sorriso, — essa non risponde all'ufficio che tu
vorresti assegnarle, quello di illuminare. E sarebbe pure così bello,
spandere in benefizi intorno a noi quello che Giove ci ha largito,
di ricchezza e di forza! A che raggruzzolare, per una generazione di
immemori eredi? A che restringersi nelle pallide cure, quando si vive
una volta sola e l'Orco avaro ci rapisce ogni cosa in un colpo?
— Così penso ancor io, — disse Caio Sempronio, — quantunque non sappia
dirlo così bene. Tu hai l'ingegno ornato, e veramente felice è colui
che ti ascolta. Tu leggevi poc'anzi, ed io forse ho interrotto....
— Oh no, niente di grave. Del resto, i gravi studi non sono fatti per
noi. Leggevo una favola milesia. Sai pure, è la favola che ci consola
qualche volta della triste verità.
— Lascialo dire a noi, bellissima Clodia. Tu stessa puoi dar vita a
quanto di più leggiadro saprebbe immaginare la fantasia d'un poeta
della Jonia. —
Il complimento era un po' stiracchiato, ma Caio Sempronio lì per lì non
aveva trovato niente di meglio.
— Ah così fosse! — esclamò Clodia Metella. — Leggevo appunto di
due anime amanti che fuggirono alle noie della vita cittadina, per
foggiarsi un mondo a lor posta nella pace dei campi. E un giorno o
l'altro, chi sa? anche sola, io me ne andrò a rifugio nel mio podere
d'Albano, per fantasticare nei boschi, dopo aver atteso alle cure
domestiche e distribuito il còmpito alla famiglia.
— Come? Ardiresti privar noi, Roma tutta, delle tue grazie ammirabili?
Tu, nata per le tede nuziali?
— Ma sì, io; — rispose Clodia, scuotendo fieramente la bellissima
testa. — Troppo fosca luce hanno data le prime tede nuziali per me;
frattanto, questa insidiata solitudine mi pesa. Ti parlavo poc'anzi dei
Proci. Orbene, son troppi, e troppo molesti, i pretendenti intorno a
Penelope; taluni di essi anche odiosi. —
Caio Sempronio ebbe una stretta al cuore. Non si sta impunemente al
fianco di una bella donna, ed ogni accenno ad altri uomini che le
facciano la corte, o sperino qualche cosa da lei, ci dà noia, come
l'immagine d'un rivale che di repente s'intrometta fra lei e noi. Non
siamo ancora innamorati, e già siamo diventati gelosi.
— E chi, di grazia? — domandò egli, turbato.
Clodia Metella notò quella sollecitudine, strana abbastanza per un
primo incontro; ma fece le viste di non addarsene, o di trovarla
naturalissima, che torna lo stesso.
— Non so se faccio bene a dirtelo; — rispose ella, con una esitazione
che accresceva il pregio della confidenza. — Ma già tu sei uno de'
pochi Romani, che valgano qualche cosa e in cui una donna possa
confidarsi a chius'occhi. Cepione!
— L'usuraio?... Cioè, — soggiunse Caio Sempronio, tentando di cogliere
al volo la parola fuggita, — volevo dire, il banchiere?
— Proprio lui; — disse Clodia Metella, crollando mestamente il capo.
— Vedi un po' i graziosi vagheggini che mi tocca sopportare! E poi
mi parli di tede nuziali! Di bellezza che illumina e riscalda! Ho
ferito il cuore di uno tra i più ricchi, ma anche tra i più spregevoli
cittadini di Roma. Debbo io ringraziar Venere protettrice per quel
resto di bellezza che.... ti piace di trovare in me?
— Amabil resto, di cui ogni cavaliere romano si contenterebbe,
lasciando per esso tutte le Dee dell'Olimpo!
— Pazzo! — esclamò Clodia Metella, facendo con le labbra la più
leggiadra smorfia del mondo. — Sarai dunque incorreggibile?
— Dimmi costante, padrona mia. Si è incorreggibili nei vizi, costanti
nelle virtù. —
Noti il discreto lettore quel «padrona mia» gittato là, in un momento
di tenerezza, dal nostro Caio Sempronio. «Divina» e «bellissima» erano
aggettivi che si spendevano senza troppo riguardo con tutte le donne;
laddove il «padrona mia» (_hera mea_) non si diceva che alla donna del
cuore. Come vedete, il nostro cavaliere non ci andava di gamba malata.
— E sia, — ripigliò Clodia Metella, senza far le viste dì aver notata
quella rapida progressione, — diciamo pure costante, sebbene la
costanza accenni ad un passato..... che nel caso nostro non vedo.
— Si fa molto cammino in breve ora, quando si ha la fortuna di vederti,
o bellissima Clodia. Ma dimmi piuttosto, — soggiunse, non volendo aver
l'aria di insistere su quell'argomento delicato, — Cupido è dunque
riuscito a penetrare co' suoi dardi quella montagna di carne? —
La bella patrizia, con tutto il desiderio che aveva di stare in
contegno, non potè trattenere le risa, a quella pittura che Caio
Sempronio faceva del galante argentario.
— Dèi buoni! — esclamò. — Ignoro come ciò sia avvenuto; ma debbo
argomentarlo dalla guerra spietata che egli mi fa. E ne sono veramente
seccata. Vedi un po' la strana pretesa! Perchè mi ha reso un servizio,
della sua professione, s'intende, e che io pago profumatamente, il
degno banchiere si è fitto in capo...
— Di prendere un altro interesse sopra il tuo cuore? — domandò Caio
Sempronio.
— Per l'appunto. Ed io non so se debba ridere, o andare in collera.
Ma la faremo finita ben presto. Gli restituirò il suo denaro, dovessi
anche vendere le mie gemme, e lo farò mettere alla porta.
— Poveretto! Vorrai punire i suoi occhi di avere amata la luce?
— Tu lo difendi ancora?
— Non lui, per verità. Tratto la causa di tutti coloro che hanno la
fortuna di avvicinarti; — disse Caio Sempronio, cercando di ricondurre
la conversazione sul tenero. — Non potrei io alla mia volta apparirti
noioso? —
Clodia non rispose nulla a quella domanda incalzante. E neppure alzò
gli occhi a guardare il giovinotto, intesa com'era a baloccarsi cogli
anelli che aveva nelle dita.
— E ciò sarebbe doloroso per me, — soggiunse il cavaliere, — assai
doloroso, dopo averti conosciuta. Perdonami, sai, ma io dico quello che
sento. Buona come sei, devi lasciarti ammirare, e lasciartelo dire. È
uno sterile conforto, lo so; ma almeno potrò pensare che tu non ignori
il mio male, quantunque avara di farmachi. E poi, non è del tutto
infelice chi prega e spera; infelice è colui che, dopo aver contemplato
il sole, è risospinto nelle tenebre.
— Basta, basta, pericoloso ragionatore! Con la tua lingua soave faresti
muovere i sassi, come già avvenne ad Orfeo; — disse Clodia Metella,
smozzicando amabilmente le parole.
Era costume delle dame romane, uguali in cotesto alle moderne sirene,
di cincischiare il discorso, simulando qualche esitanza di lingua e
togliendo perfino dalle parole qualche lettera indispensabile (_litera
legitima_) che suonasse troppo aspra al palato.
— Vedete qua, — proseguiva Clodia Metella, — Tizio Caio Sempronio,
il più elegante e il più celebrato dei cavalieri di Roma, che si
adatta a sprecare il suo tempo prezioso con una povera donna, a cui la
giovinezza più non fiorisce le guance. Avessi quattro lustri, almeno!
— Li hai sempre, e non un giorno di più. Te lo dicono i miei occhi
innamorati; te lo dica il mio sangue, che riarde nelle vene. Dove tu
sei, divina Clodia, non osino mostrarsi Ebe ed Erigone.
— Cessa, te ne prego! — mormorò ella, colta da una commozione
improvvisa.
Due lagrime intanto spuntarono dagli occhi di lei e scesero lente
lunghesso le guance.
Caio Sempronio rimase di sasso. La vide farsi bianca in viso come il
marmo di Paro; quelle lagrime, poi (badate che l'immagine è classica),
scorrevano come l'acqua di sotto alla neve disciolta, e dalla stretta
dolorosa che n'ebbe, quelle lagrime gli parvero il suo proprio sangue
che gli grondasse dal cuore. Leggete Ovidio, che dice la medesima cosa
in versi latini.
Ovidio, per allora, non aveva anche messi i lattaiuoli. Caio Sempronio,
punto pratico dell'_Arte amandi_, la quale era di là da venire, si
spaventò di quelle lagrime.
— Ti ho forse offesa? — gridò, profondamente turbato. — Perdona il mio
ardimento, te ne supplico.
— No, non mi hai offesa; — rispose Clodia asciugandosi le molli
rugiade; — pensavo al contrasto delle tue dolci parole con tutti i
dolori che mi sono derivati da questo dono fatale dei Numi. Oh, i
giudizi del volgo! Se la gente sapesse da quali impure fonti ella
attinge, e qual maestro di dotte calunnie è l'amor proprio ferito di
certi uomini, o la gelosa invidia di certe donne! E sei tu sincero,
parlandomi come hai fatto poc'anzi? Puoi esserlo, dopo tutto quello
che si è malignato sul conto mio? Non hai forse pensato fra te che alla
donna dei mille amanti si poteva parlare a tutta prima d'amore?
— Oh il brutto pensiero che t'è venuto in mente! — gridò Caio
Sempronio, con accento di rimprovero. — Ti ho detto quel che sentivo,
lo giuro per gli Dei immortali.
— Del resto, che importa? — ripigliò Clodia Metella, crollando
superbamente il capo. — Pensi il volgo ciò che gli piace. Mi giudichi
male la stoltezza, mi morda l'invidia, mi perseguiti il rancore; purchè
uno mi stimi, io non mi lagno del fato. —
«Purchè uno mi stimi» capite? Era il colpo di grazia, e Caio Sempronio
lo ricevette in pieno, nella parte più vitale. In lui, come in tutti
gli uomini, la parte più vitale non era forse la vanità?
Caio Sempronio prese amorevolmente la mano di Clodia e la carezzò, come
si farebbe della mano d'un bambino che si vuol rabbonire.
— Padrona mia, — le disse, col più soave accento che uscisse mai
dalle labbra d'un uomo, — tu lo sai, tu lo senti, che io ti stimo,
come meriti di essere stimata da ognuno. Non mi credere un temerario
vanitoso, se troppo presto ti ho palesato il segreto dell'anima mia.
Certo, non era presto per me. Da tanto tempo la tua bella immagine
mi stava scolpita nel cuore! Ti vedevo spesso, nella tua lettiga per
via, nelle feste, nei teatri, sempre ammirata, corteggiata da mille
adoratori, sfortunati, sì, ma non meno adoratori per questo, non meno
solleciti intorno a te; mentre io ero lunge, non veduto da te, e senza
il coraggio di avvicinarmi mai. Fin da allora ti amavo, o bellissima
Clodia; ciò ch'io t'ho detto poc'anzi non era che la continuazione
di un vecchio monologo. E tu condannami ora; statuisci la pena, sono
pronto a subirla. —
Clodia Metella non rispondeva; ma non aveva neanche ritirata la mano,
prigioniera d'amore tra le mani del nostro infiammabile eroe.