CAPITOLO IV.

L'amico si conosce alla prova.

Numeriano prometteva nel modo usato da certi animi deboli, che buttano

le parole innanzi, per aggrapparvisi poi, e per trovare nell'obbligo di

fare una data cosa lo stimolo sufficiente alla loro irresolutezza.

Non operò diverso quel capitano, di cui non rammento più il nome, che

gittò il fodero della spada nelle file nemiche, per procacciare a sè

stesso e ai suoi soldati la necessità di andarlo a raccogliere.

Ora il nostro Publio Cinzio Numeriano aveva promesso, con tutto

il desiderio, ma senza la certezza dell'attendere. Una speranza lo

sosteneva; quella di avere il consiglio e l'aiuto (anzi, più l'aiuto

che il consiglio) di Tizio Caio Sempronio.

Certo, se qualcheduno poteva dare una mano in quel frangente al

nostro innamorato, quegli era Tizio Caio, che passava per uno dei

più facoltosi cavalieri di Roma e che amava molto il poeta Numeriano.

Forse, gli esempi di ciò che sperava, mancavano tuttavia. Mecenate era

fanciullo, nè ancora aveva regalato ad Orazio Flacco un podere nella

Sabina, nè fatto restituire a Virgilio Marone il suo campo avito sul

Mantovano. Ma il patronato letterario era già negli usi romani, fin dai

tempi di Scipione Africano e di Lelio. L'amico di Numeriano era ricco

e di buon cuore; poc'anzi aveva detto parole, che a Numeriano erano

tornate più dolci del miele; non c'era altri che lui per intenderlo,

altri che lui per soccorrerlo.

Caldo di quel disegno che gli era balenato alla mente, Numeriano cercò

degli occhi il padrone di casa. Tizio Caio Sempronio non era più nel

triclinio; ma, dalla cortina rialzata, si poteva vederlo poco lunge,

appoggiato da una colonna del peristilio.

— Andiamo; — disse Numeriano tra sè. — L'occasione è propizia, e questa

è forse una ispirazione di Venere. Tizio Caio, tu sarai la tavola di

salvezza di quest'altro Simonide. —

Così pensando, uscì dal triclinio, per accostarsi al suo protettore.

Ma, giunto appena sul limitare, vide ciò che il lembo della cortina non

gli aveva consentito a tutta prima di scorgere. Tizio Caio Sempronio

dava udienza a Postumio Floro, e il colloquio, proseguito sotto voce,

appariva molto confidenziale.

Numeriano, prudentissimo giovane, tornò frettolosamente indietro, per

aspettare a muoversi da capo, quando vedesse rientrare Postumio.

— Sì, — diceva intanto quest'ultimo a Tizio Caio Sempronio, — mi trovo

ad un brutto passo. L'usuraio Cepione non mi dà requie. Sono citato

davanti al pretore per le none di questo mese e farò una trista figura.

Tutto per quarantamila sesterzi... una miseria; non pare anche a te?

— Sicuro, — rispose Caio Sempronio; — una vera miseria! —

Lettori, date anche voi ragione a Postumio. Infatti, che cos'era il

sesterzio? Potreste insegnarlo a me; una moneta del valore di due

assi e mezzo, la quarta parte d'un denaro d'argento, e corrispondeva

a ventiquattro centesimi e dieci millesimi della moneta odierna. Nei

primi secoli di Roma il sesterzio era coniato in argento, ma più tardi

lo si era fatto d'oricalco, che è come a dire una bellissima qualità

di ottone. Diciamo dunque che Postumio aveva bisogno di quarantamila

sesterzi, poco meno di diecimila lire. Che cosa sono diecimila lire?

Una miseria per Tizio Caio Sempronio, che era ricco, e per Postumio

Floro, che non le aveva lui, ma che contava di trovarle nei forzieri

dell'amico.

Caio Sempronio stette a pensare un pochino. Diecimila lire sono una

miseria, certamente, ma una miseria che non si porta in tasca, neanche

ai dì nostri, che si ha il vantaggio inestimabile del portafogli e

della carta monetata. Bisognava dunque parlare all'arcario, servo o

liberto, che teneva i conti e soprintendeva alle entrate e alle spese

della famiglia. Ora il dover parlare di queste cose all'arcario,

è sempre stata una noia non lieve, anche ai tempi e con la beata

tranquillità di Tizio Caio Sempronio.

Ma l'amicizia non ha forse i suoi dritti? Che cosa vale il danaro a

paragone dell'amico? Non è l'amico una continuazione di noi medesimi,

un compartecipe di tutti i nostri diritti, quantunque non lo sia,

e non lo voglia essere, di tutte le nostre servitù? L'uomo non vive

dell'uomo, come il lupo del lupo? almeno, quando non ci ha di meglio

per servire al suo pasto?

Queste ed altre considerazioni di tal fatta si succedettero nella mente

del cavaliere, e la sua risoluzione fu pronta.

— Quando ti occorrono? — chiese egli a Postumio.

— Te l'ho detto, in questi giorni. Alle none di aprile dovrei essere

chiamato in giudizio e correre per le bocche di tutta Roma. Vedi che

guaio! —

Le none cadevano al cinque d'aprile; c'erano dunque appena quattro

giorni di tempo.

— Orbene, disse Caio Sempronio, — passa domani da me.

— A che ora?

— Sul meriggio; vedrò di servirti. —

Postumio Floro fece l'atto di gettargli le braccia al collo.

— Oh Caio! oh amico impareggiabile!

— Chetati, via! — disse l'altro, schermendosi dalla stretta di

Postumio. — Debbo ringraziarti io stesso di aver pensato a me in questa

occasione.

— Ma se lo dicevo io! Tu sei la fenice dei cavalieri di Roma. Te lo

dirò col verso di Catullo; nessuno osi paragonarsi a te. _Jam tibi

nullus se conferet heros._

— Veramente, non dice così, il verso di Catullo; ed io, poi, non sono

un eroe.

— Lo sei per me. Che cosa facevano gli eroi? Compievano imprese

maravigliose; purgavano le terre dai mostri, campavano gli amici

dall'Erebo. E tu non mi salvi da Cepione, mostro assai più feroce di

Cerbero? La mia gratitudine, o Caio! Abbimi tuo debitore per la vita, e

chiedimi a tua volta ogni cosa.

— Grazie, farò di non averne mestieri. Per un servizio da nulla, non

bisogna far troppo a fidanza cogli amici.

— No, te ne prego, conta su me in ogni occasione. Se tu non mi

promettessi di farlo; non accetterei oggi questo... piccolo servizio,

per quanto mi sia necessario.

— Bene, poichè tu lo vuoi, ci conterò; — disse Caio Sempronio, per

farla finita. — A domani, dunque; il mio arcario ti preparerà il danaro

numerato. —

Postumio Floro gli strinse la mano e non volle spiccarsi da lui senza

averlo abbracciato e baciato. Già, lo sapete, l'amicizia ha i suoi

dritti.

Nel triclinio, frattanto, si continuava a bere e a chiacchierare

allegramente. Non vi giurerei per altro che i discorsi fossero molto

ordinati.

Cinzio Numeriano stava persuadendo Delia dell'amor suo e delle sue

buone intenzioni, quando rientrò Postumio, con quell'aria di trionfo

che potete immaginare, e andò diritto a ripigliare il suo colloquio con

Lalage.

— Ecco il buon punto; — disse Numeriano tra sè. — Vado, e gli

espongo il caso mio. Il Massico mi ha infuso un po' di coraggio;

approfittiamone. —

Ma egli non potè mandar subito il suo disegno ad effetto. Bisognava

finire il discorso incominciato con Delia, trovare un pretesto per

allontanarsi da lei; e quando finalmente lo ebbe trovato ed uscì,

vide Caio Sempronio che passeggiava nel peristilio, ma in compagnia di

Giunio Ventidio.

— Eccone un altro! — borbottò Numeriano. — Non ci ho proprio

fortuna. —

I due peripatetici erano in assai stretto colloquio. Giunio Ventidio

doveva essere entrato in argomento _ex abrupto_. E Numeriano tornò

un'altra volta nel triclinio.

— Buon per me che Vibenna dorme; — pensò egli, guardando quell'altro,

che russava disteso sul letto; — se no, dovrei rassegnarmi ad essere il

quarto. —

Lasciamo il poeta Numeriano, che avrà qualche altra cosa da bisbigliare

all'orecchio di Delia, e teniamo dietro a Giunio Ventidio. È tanto

riscaldato nel suo colloquio col padrone di casa, che non si accorgerà

punto della nostra presenza; la quale ha, dopo tutto, il vantaggio di

essere tutta spirituale.

— Tu solo puoi liberarmi da una grave molestia; — diceva Ventidio

a Caio Sempronio. Figurati che cosa mi accade. Ho da tre mesi alle

costole quella birba matricolata di Furio Spongia, l'argentario che

sta nel Foro, alle Botteghe Vecchie. Egli mi ha imprestato in tre volte

cinquantamila danari.

— Ahi! — disse Caio Sempronio tra sè. — Ne va via uno e ne capita un

altro.

— Cioè, dico male; — proseguiva intanto Giunio Ventidio; — non mi

ha imprestato che la metà della somma. Il resto lo hanno portato

gl'interessi. Ma torna lo stesso, poichè sono cinquantamila danari che

devo, e quel furfante li vuole ad ogni costo.

— E tu non puoi restituirglieli.

— Come lo sai? — chiese Ventidio, cercando di affogare in una risata la

vergogna di quel brutto momento.

— Si capisce, per Diana! E ti si legge anche negli occhi.

— Così è, mio ottimo Caio; non posso restituire i cinquantamila danari,

se non vendo i miei orti sull'Esquilino. A te, ecco appunto un affar

d'oro.

— A me? In che modo?

— Ti cedo i miei orti; tu me li paghi quel che valgono, ed io mi libero

da quel ladro di Furio. Che te ne pare? Si combina?

— Eh, non è mica una grama pensata; — disse Caio Sempronio, respirando

un tratto, poichè vedeva allontanarsi il pericolo di una stoccata come

quella ricevuta testè da Postumio Floro; — quando si ha della terra al

sole e dei debiti alle spalle, il meglio è sempre di vender la terra e

di levarsi i debiti. Ma io, dolcissimo Ventidio, di terra ne ho già fin

troppa. Non potresti cercare un altro compratore?

— Ah, se tu mi manchi, sono un uomo spacciato.

— Come? Stiamo a vedere che ci sono io solo in tutta Roma per comperare

i tuoi orti!

— Sicuro, non ci sei che tu: o, per dire più veramente, io non vedo che

te. —

Caio Sempronio stentava a capire.

— Ragioniamo un pochino; — diss'egli.

— Ragioniamo quanto vuoi.

— Se tu non paghi i cinquantamila danari, che cosa ne avviene?

— Che Furio Spongia mi cita davanti al pretore urbano, che il pretore

mi condanna, e che i miei beni sono messi all'asta, trenta giorni dopo

la sentenza.

— I tuoi beni! Saranno gli orti alle Esquilie, non è vero? Perchè non

hai più altro al sole.

— Tu l'hai detto; non ho più altro.

— Orbene, — prosegui Caio Sempronio, cui pareva di aver trovato il

segreto dell'argomentazione socratica, — vendere domani, lasciar

vendere trenta giorni dopo la sentenza, non è forse tutt'uno? E poichè

certamente i tuoi orti varranno quella somma...

— Valgono anzi di più; — interruppe Ventidio.

— Meglio ancora, e tu puoi mettere la mano su quel che ne avanza.

— Sì, ma il disonore dell'asta pubblica, non lo conti per nulla? Se

vendo a te domani, o doman l'altro, posso dir sempre e far dire: a

Tizio Caio Sempronio questi orti piacevano; Ventidio non ha saputo

negarli all'amico. L'amicizia è una gran cosa; come far contro

all'amicizia?

— Capisco; — rispose Caio Sempronio, mettendosi sullo stesso tono di

Ventidio; — ma la taccia di cattivo gusto che ne verrebbe a me, non la

conti un pugno di ceci? Comperare i tuoi orti sull'Esquilino? presso il

tempio di Mefite? accanto al carnaio di tutta la poveraglia? —

Caio Sempronio non aveva tutti i torti. Sull'Esquilino, alle radici

del Fagutale, o bosco di faggi a Giunone Lucina, erano i _puticoli_,

sepolcri della plebe, così detti _a putrescendo_. E là per l'appunto

aveva il suo sacello Mefite, la dea del mal odore.

— Hai ragione; — rispose quell'altro; — ma gli orti Ventidiani non

sono mica da quella parte. Del resto; hai lassù i ricordi più gloriosi

di Roma; il Tigillo sororio, che rammenta la pugna degli Orazii e dei

Curiazii; il Vico Ciprio, che piacque tanto ai Sabini...

— Sì, — interruppe Caio Sempronio, — e il Vico Scellerato, con Tullia

che passa in cocchio sul cadavere insanguinato del padre.

— Vedo che hai intenzione di comperare i miei orti; — disse Ventidio. —

Li disprezzi troppo.

— No, ti ripeto, non mi vanno.

— E sia; imprestami allora il danaro.

— Peggio ancora! Cinquantamila danari? Ma sai che sono.....

cinquantamila danari? La metà della mia rendita..... d'una volta!

Amico mio, soggiunse il povero cavaliere, messo alle strette da

quell'importuno di Ventidio, — tu non crederai mica che io tenga così

egregie somme a dormire nell'arca. Le terre non danno sempre quel che

dovrebbero; i soprastanti sono la gente più ladra del mondo; le spese

crescono tutti i giorni; anche oggi ho promesso di far servizio a

qualcheduno..... Quarantamila sesterzi, mio caro!

— Ah si?... — gridò Giunio Ventidio. — Quel furfante di Cepione è nato

vestito.

— Come sai?... — chiese Tizio Caio, turbato.

— Oh bella! Lo so, perchè ieri quei quarantamila sesterzi sono stati

chiesti in imprestito a me. A me, figùrati, a me, che ne ho appena

duecentomila... da chiedere!

— Poichè dunque tu sai, — riprese Caio Sempronio, — ti sarà facile

intendere che non posso servirti, dopo aver già promesso un imprestito

ad altri.

— E tu compra i miei orti. Questo non è un imprestito, è un

collocamento di moneta. Con sessantamila danari fai una compra

eccellente.

— Sessantamila! — esclamò il cavaliere. — _Crescit eundo!_ Quando ti

fermerai?

— Mi fermo qui, perchè è il loro prezzo. Vorresti tu pagarli meno

di quello che valgono? — domandò Giunio Ventidio, con quel suo fare

tra le scherzoso e l'impudente, che doveva vincere la riluttanza di

Caio Sempronio. — Forse ti turbano i sonni gli allori di Cepione,

di Furio Spongia ex di tutti i loro degni colleghi delle Botteghe

Vecchie? —

Le botteghe Vecchie, che ricorrono per la seconda volta nel dialogo,

erano uno dei punti più noti di Roma. Sentite a questo proposito come

quella lingua tabana di Plauto fa parlare l'attrezzista (_Choragus_)

nella sua commedia _Il Punteruolo_: «V'indicherò io in qual luogo

possiate trovare, senza cercar molto, se avete bisogno di parlargli,

un birbante o un fior di virtù, un galantuomo o un farabutto. Chi

cerca adunque d'uno spergiuro, vada al Comizio; chi d'un bugiardo o

d'uno spaccone, al tempio di Cloacina; chi un marito ricco e pelato,

faccia capo alla Basilica; lì pure saranno le femmine andate a male

e i cavalocchi. Giù in fondo del Foro passeggiano i galantuomini e i

signori; nel mezzo, lungo il canale, gli arcifanfani; sopra il Lago

gli arroganti, i pettegoli e i maligni, che per nulla ti si scagliano

contro co' vituperi, senza pensare a tutto quel che di vero si potrebbe

dire di loro. Presso alle Botteghe Vecchie ci stanno gli strozzini e

gli strozzati; accanto al tempio di Castore i musi da fidarsene poco;

nel borgo de' Toscani i bellimbusti; nel Velabro, chiedi e domanda,

fornai, beccai, aruspici, trecconi; altri mariti ricchi e pelati presso

la casa di Leucadia Oppia. Ma è stato bussato all'uscio; fo punto.»

— No, certamente; — rispose Caio Sempronio; — ma qual prova del valore

che tu assegni a questi orti... Ventidiani?

— La prova è nel mio tabulario. Vieni e vedrai, o manda e saprai,

quanto li ha pagati mio padre; dugento quarantamila sesterzi; poco

più di quello che tu dài ogni anno al tuo cuoco, perchè ti faccia

onore davanti agli amici, con queste cene luculliane. Suvvia, Tizio

Caio; — soggiunse Ventidio, con accento carezzevole, scendendo alla

perorazione, — fammi questo favore, che è nell'indole tua, poichè

tu sei il principe dei cavalieri. Me lo diceva anche Clodia, la

bellissima vedova di Metello Celere. «Quel Caio Sempronio non ha chi

lo agguagli in tutte le tre centurie, e voi altri dovreste baciar dove

passa.» —

Tizio Caio Sempronio non era indifferente alla lode di una bella donna,

e non lo poteva essere a quella di Clodia, che era bellissima tra le

belle. Già tutti gli uomini son fatti così, e il sorriso di una bocca

leggiadra li fa andare in solluchero. Figuratevi poi il sorriso di

Clodia! Il nostro eroe avrebbe fatto più sciocchezze per lei, che non

ne avesse fatte qualche anno addietro il povero Valerio Catullo.

— Ah sì? — diss'egli, accostandosi a Giunio Ventidio. — E in quale

occasione ha ella parlato così benignamente dei fatti miei?

— Ma..... non rammento bene. Mi pare che si parlasse dell'invito che

avevi fatto agli amici pel tuo giorno natalizio. Sai pure, gli amici

tuoi ragionano spesso e volentieri di te; e in casa di Clodia le

occasioni di farlo sono più frequenti che altrove. Ah, se invece di

queste Greche (bellissime, non lo nego) tu avessi invitato qualche

Romana.....

— Clodia è unica; — interruppe Caio Sempronio; — dove è lei, non c'è

più luogo per altre. Ma chi sa? un giorno forse darò una gran cena, in

onore.... dei Mani di suo marito.

— Bravo, così va fatto. Intanto, se non ti dispiace, gliene darò un

cenno, ed ella ti sarà grata di questa attenzione.

— Grazie; — disse Caio Sempronio. — Domani intanto passa da me;

parleremo de' tuoi orti.

— Ah, tu mi rendi la vita. E conta sulla mia gratitudine.

— Ci conto, non dubitare; — rispose il cavaliere, che vedeva finire il

suo colloquio con Giunio Ventidio come l'altro con Postumio Floro.

Il padrone degli orti Ventidiani strinse la mano del suo futuro

salvatore e si allontanò canticchiando, come un uomo che non ha più

sopraccapi.

— Veramente le calende d'aprile sono un giorno nefasto; — pensò

Caio Sempronio. — E se non fosse che ho udita una buona parola di

Clodia..... Ma l'avrà poi detto davvero? È così bugiardo, questo

Ventidio! Basta, sarà quel che sarà, ritorniamo al triclinio e beviamo

il vino del commiato. —

In quel mentre, gli si parò davanti Cinzio Numeriano.

— Ah, eccoti qua, mio bel poeta! — gridò il cavaliere, mettendogli

amorevolmente le mani sugli òmeri. — Dimmi tu, domandami tu qualche

cosa, che mi torni di buon augurio, dopo tante.... —

Voleva aggiungere: seccature; ma si tenne la parola tra i denti.

— Lasciamola lì; disse invece, mutando discorso. — Tu hai fatta

quest'oggi per me un'ode meravigliosa.

— Bontà tua; — rispose umilmente Numeriano.

— Bontà della tua Musa, non mia; tu sei nato poeta e le api del Parnaso

ti hanno stillato il miele sulle labbra. Non è egli così che si dice?

— Tu sei cortese; — disse Numeriano. — Ma credilo, se c'è nella mia

ode alcun che di buono, è tutto opera tua, perchè me l'ha inspirata

l'amicizia.

— Te lo credo, Numeriano, te lo credo. Tu sei un vero amico, non uno

dei soliti piaggiatori della fortuna. Tu, per esempio, non mi hai

chiesto mai nulla.

— Ahi, ahi! — pensò il poeta. — Come faccio ora a dirgli?... Se parlo,

guasto la buona opinione che egli s'è fatto di me. —

Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana · 第 9 / 35 题