Amore è cieco.
Tizio Caio Sempronio levò di pena egli stesso il suo giovane amico.
— Ma io, — proseguì, — a te solo ho detto: abbi da me tutto quello che
ti piacerà domandarmi. Chiedi adunque, o Cinzio Numeriano. Vuoi la mia
casa? No; questa non hai mestieri di domandarmela, perchè essa è già
tua.
— Grazie! — rispose Numeriano, stringendo e baciando la destra che Caio
Sempronio gli aveva sporta in quel punto. — Del resto, tu mi conosci,
o Caio; i miei gusti sono assai più temperati. Io ho sempre sognato
una modesta casetta, con una fontana lì presso, e un po' di bosco
all'intorno, per ascoltare ciò che bisbigliano i Fauni all'orecchio
delle Ninfe.
— Poeta! Tu credi ai Fauni e alle Ninfe?
— Certamente. Muta i nomi quanto vorrai, le cose e le idee rimangono,
belle di giovinezza immortale. E quelle che io ti ho detto, non sono
elleno forse le voci della natura, che parlano dai sassi, dall'aria,
dai tronchi d'alberi e dalle acque scorrenti, in cui le ha chiuse il
Dio ignoto, e indovinate il mortale? Per me, vedi, quelle ombre romite,
quei silenzi profondi, hanno splendori e favella; splendori che io non
saprei dipingerti, favella che io non sarei capace di esprimere; ma
che importa ciò? M'invadono l'anima, mi riscaldano il cuore, e mi si
tramutano in alate canzoni. La mia vita è là; in quelle ombre, in quei
silenzi, amare, cantare, e il tuo Cinzio sarebbe intieramente felice.
— Sì, per Giove, lo meriti; — gridò Caio Sempronio. — Ma io mi penso
che la modesta casetta, la fontana e il bosco all'intorno, dovrebbero
essere abbastanza vicini alla città. Perchè, infine, io non sono
poeta, ma certe cose le intendo e le sento alla maniera dei poeti.
Quella che tu chiedi non è la vita campagnuola del vecchio Catone, che
attendeva alla coltivazione per venderne i frutti; è la quiete operosa
dello spirito, lontana da tutte le brighe e da tutte le vanità, ma
vicina a tutte le eleganze, a tutte le consolazioni dell'amicizia e
dell'arte. Non è così? Ti ho capito, o Numeriano; e tu non potresti
vedere diversamente la cosa. Orbene, io ci ho il fatto tuo; una villa
sull'Esquilino, il vero monte della guardia, donde l'occhio spazia pel
lontano orizzonte, senza perder di vista i tetti della Roma quadrata;
donde si scorge il Soratte, il Lucretile, i colli Albani e il tempio
di Castore; donde, in un volger di ciglia, si possono vedere le aquile
che volano sul monte Sacro, e gli sciocchi che misurano a lenti passi
il selciato del Foro. E con tutto questo, una villa non così grande,
da recarti le cure e le molestie della padronanza, ma nemmeno così
piccola, che non ci abbia a campar su un poeta tuo pari.
— Ah, smetti, te ne prego; — esclamò Numerano; — o consentimi di
chiuder gli occhi e di vedere col desiderio quest'orto delle Esperidi.
— No, non occorre di chiuder gli occhi; ti bisogna anzi di tenerli
aperti. Ho io le chiavi dell'orto, e son tue.
— Dici da senno?
— Del migliore ch'io m'abbia. Ah, per gli Dei immortali! — gridò
Caio Sempronio, dimenticando un tratto di parlare con Numeriano e
di farsi intendere da lui. — Non compro per rivendere, io; non fo
il mercante, nè l'usuraio. Vogliono tutti il mio danaro, ci calano
sopra, come le arpìe sulla mensa dei compagni d'Ulisse. E facciano a
lor posta, finchè la dura; ma io darò pure un esempio; lo darò, prima
che le forze mi manchino. Amico, — e, così dicendo, Caio Sempronio
tornava in carreggiata, — io ho fatto in vita mia tante sciocchezze,
che vorrei, per una volta tanto, imberciarne una, esser utile a chi
lo merita, passare alla posterità con un atto che facesse dire di
me: quello sconclusionato di Tizio Caio Sempronio non era poi un capo
della mandra d'Epicuro, come il complesso della sua vita potrebbe far
credere. Cinzio Numeriano, promettimi almeno che mi ricorderai nei tuoi
versi. Non ho vinto barbari re; non ho assoggettato provincie. Anch'io
potevo fare qualche cosa, e me ne sono rimasto con le mani in mano.
Ma infine, ho amato qualcheduno ed ho saputo discernere il bene dal
male, i cuori gentili dalle anime nere, gli amici dai parassiti. Era
destino che prendessi questa via, anzichè un'altra; ma se ho seguita la
peggiore, ho vista almeno e riconosciuto la buona. Rendimi giustizia, o
poeta. Non siete voi, discepoli di Febo Apollo, i vindici della storia?
Io frattanto ho reso giustizia a te, sceverandoti dal numero degli
importuni, dei supplicanti, degli insaziabili, e via discorrendo.
— Che dici tu? — mormorò Numeriano. — E non ero venuto appunto per
chiederti anch'io qualche cosa?
— No, non lo fare; lascia a me la cura e la consolazione di concedere
a te quello che non mi avrai domandato; — interruppe Caio Sempronio.
— Del resto, che cosa avevi tu a chiedere, dove io ti avevo precorso
con l'offerta? Non ti confondere con gli altri; se io non ti avessi
confortato a parlare, saresti ancora fuori di strada, e la modesta
casetta la chiederesti alle Muse, sulle falde del Parnaso, accanto
alla fontana Castalia. Dunque, veniamo a noi. Compro domani gli orti
di Ventidio, sull'Esquilino. Saranno tuoi da quell'ora, e al solo patto
che tu m'inviti qualche volta ad una pitagorica cena, e mi legga i tuoi
versi. —
Il poeta non si rinveniva dallo stupore ond'era tutto compreso.
— Ah Caio Sempronio, amico, patrono mio! — gridò egli, alzando gli
occhi al cielo. — Gli Dei prosperino te e la tua casa, perchè tu salvi
un povero poeta dalla disperazione.
— Per Giove! Eri già a questo punto? Buon per me, che sono giunto in
tempo. Ma dimmi; in che modo quello che poc'anzi era un bel sogno per
te, diventa ora una necessità?
— Ah, è vero; — rispose Numeriano, impacciato; — non ti avevo detto
ogni cosa. Sono... Ma già, potrai immaginartelo.
— Innamorato, forse?
— Per l'appunto, sebbene la parola non esprima a gran pezza tutto
quello che sento.
— Venere ti salvi, o Numeriano! Amar troppo e ber troppo, sono due cose
da evitarsi del pari.
— Hai ragione, ma come fare? Si vorrebbe andar misurati e non ci si
riesce. Perciò avviene che Elio Vibenna sia così concio dal vino, da
non potersi più alzare dal suo lettuccio, e che io sia così concio
dall'amore, da averne perduto il sonno.
— Di bene in meglio! Ma che cosa ha da vedere cotesto con la ricchezza?
Un poeta è già ricco abbastanza per l'arte divina dei carmi, e ad una
donna romana piace assai più di vedere il suo nome sulle tavolette di
cera d'un alunno delle Muse, che non di aver cinto il collo d'un vezzo
di perle orientali.
Numeriano rispose con un sospiro:
— Come? Non è forse vero? Ti saresti imbattuto per avventura in una
donna senza cuore?
— Oh, non giudicarla da questo, te ne prego; — rispose Numeriano. — Il
suo cuore è aperto a tutti gli affetti gentili. Essa è una creatura
celeste, e quantunque per la sua bellezza insigne e per le grazie
elette dell'animo sarebbe degna di sedere al convito dei Numi, i suoi
gusti son semplici e schietti come quelli della figlia d'Alcinoo.
— Già, tutte così, le donne, agli occhi d'un poeta innamorato! — disse
Caio Sempronio, ridendo. — E ti ama, si capisce?
— Credo di sì; — soggiunse modestamente Numeriano.
— Io temo di no; — riprese Caio Sempronio. — Se ti amasse, non
domanderebbe a te altra cosa che la tua gioventù, la tua bellezza e i
tuoi versi.
— Sì, — replicò Numeriano, — se ella fosse in tal condizione da poter
vivere a modo suo e mio. Ti ho detto che i suoi gusti son semplici.
Figurati, amico, che la vita di Roma, con le sue feste, i suoi giuochi,
i suoi mille rumorosi sollazzi, le torna molesta. Già, non è romana,
lei; è una figlia della Grecia, una di quelle vezzose creature dai
flessuosi contorni, dorate la fronte purissima dai raggi del sole
dell'Attica, che noi amiamo raffigurarci coi loro pepli ricadenti in
molli pieghe sui fianchi, e con ramoscelli di pallida oliva tra mani,
per intesser corone ai vincitori dei giuochi di Corinto, o d'Elèa.
— Mi par di vederla!
— Tu la conosci, infatti; essa non è lontana di qui.
— Davvero? E il suo nome?
— Delia; non l'avevi tu indovinato? —
Caio Sempronio inarcò le ciglia e guardò fisso il suo giovane amico, in
atto di profondo stupore.
— Dovevo immaginarmelo; — diss'egli, dopo un istante di pausa. — Dopo
quell'ode.... dopo quell'inno pindarico! Ma di grazia, Numeriano, che
necessità di esser ricco? Se io fossi, non dirò la tua Delia, ma la
più superba patrizia di Roma, e tu avessi fatti per me i versi che hai
fatti poc'anzi per lei, ti giuro per Febo Apolline che ti avrei qui
nel mio cuore, ancorchè tu fossi il più povero dei Quiriti. Ma basti
di ciò, poichè i Numi non hanno pensato a questa metamorfosi, e sii
felice con Delia. E quante lune ti concederà ella, a consolare la tua
solitudine?
— Tutta la vita.
— Bada, Numeriano; è un termine troppo lungo, e per lei... e per te.
— L'amo; — rispose il poeta.
— Amare non è ancora sinonimo di ammogliarsi; — notò Caio Sempronio.
— Per tuo bene e suo, puoi vivere con Delia, senza la cerimonia della
confarreazione, o della coenzione.
— Con la più solenne maniera di nozze, io condurrò Delia in mia casa; —
gridò Numeriano, infiammato.
— Col farro, adunque; di bene in meglio! —
Per intendere l'osservazione di Caio Sempronio e la risposta di
Numeriano, bisognerà ricordare le tre forme di matrimonio degli antichi
Romani, l'uso, la compera e il farro. La prima era senza fallo più
spicciativa. La donna andava a casa dell'uomo ed era riconosciuta per
legittima moglie dopo un anno di convivenza, purchè il furbo consorte
non avesse fatto in quello spazio di tempo un _alibi_ di tre notti.
La compera (_coemptio_) si faceva con alcune solennità, quasi
comperandosi i due sposi a vicenda. La donna portava tre monete; una
in mano, e la dava al marito; una nella calzatura, e la riponeva nel
sacrario dei Lari domestici; una nel borsello, e la offriva ai Lari
Compitali del crocicchio più vicino alla casa. Ne seguiva che la donna
andava in mano e sotto il dominio del marito, diventando compagna,
partecipe de' suoi beni ed erede. L'uomo, dal canto suo, non era sotto
la potestà della donna; ma, come comperato da lei, le dava la porzione
conveniente della sua eredità.
La confarreazione si faceva alla presenza di dieci testimoni, con
alcune formole particolari e con un sacrificio solenne, in cui si
adoperava il pane di farro; e per tal guisa veniva la donna in potere
dell'uomo. Le nozze si contraevano alla presenza del pontefice massimo
e del flamine Diale, per mezzo del farro e del sale, donde ebbero il
nome di confarreazione. Questo modo di celebrare gli sponsali era
ritenuto religiosissimo, e vi si adoperava il farro arrostito, che
spesso serviva ne' sacrifizi agli Dei.
— Numeriano, — prosegui Caio Sempronio, dopo aver pensato a tutte le
cose che siamo venuti discorrendo brevemente, — vuoi un consiglio da
amico? Non fare questa corbelleria. Ottima come amante, ti farà buona
riuscita come moglie? Credi a me; non abusare del farro.
— L'amo; — rispose il poeta.
— E che dirà la Musa? Anche questa è una specie di moglie; anzi, è la
moglie legittima tra tutte. Ammetto che ella possa chiudere un occhio
su certe scappate; ma se tu le condurrai un'altra donna sotto il tetto
maritale, povero a te, non farai più nulla di buono.
— L'amo; — tornò a dire quell'ostinato di Numeriano.
— E sia; non intendo già di negare il fatto. Sono invece pentito di
averti fornite le armi per mandare ad effetto il tuo truce proposito.
Tu uccidi il tuo ingegno, mio povero amico! E per chi, poi? Per un
Etèra di Corinto; giovane, bella e colta quanto vorrai, ma infine è
sempre una Etèra. Non la cogli mica dal tralcio, quest'uva di Corinto,
e ancora aspersa del suo polviscolo resinoso. È venuta a Roma come
tante altre sue sorelle, di marmo pario o di carne, portate da un fiero
console, a trofeo di vittoria, o da un furbo mercante, ad argomento
di ricchezza. È una delle migliori, per bellezza e per senno, chi te
lo nega? Se fossi per dare un tuffo nello scimunito, ti giuro, amico
Numeriano, che non mi parrebbe di fare naufragio intiero, imitandoti.
Quantunque, — soggiunse Caio Sempronio, correggendosi prontamente, —
se avessi a fare un capitombolo della tua sorte, vorrei Afrodite in
persona, anche con tutti i suoi anni di milizia, e i ricordi, poco
piacevoli, di Vulcano, di Marte e di Anchise. —
Condannate il mio cavaliere, se vi dà l'animo, voi che avete in pregio
le frutte spiccate appena dall'albero e la bellezza accompagnata
dall'onesto riserbo.
Per altro, io non vorrei condannato neanche il povero Numeriano.
Pensate che amore non ragiona, e che, dopo tutto, in Roma non si usava
di guardar troppo nel sottile in certe faccende. Anche in materia di
ritegno femminile, si era già, sotto il consolato di Sulpicio Rufo e
di Claudio Marcello, molto lontani dalla moglie di Collatino e dalla
madre dei Gracchi, e le stesse matrone non potevano sperar di piacere
ai mutati Quiriti, se non collo smettere un pochino, e magari anche
molto, dell'antica austerità e della ruvidezza delle donne sabine. Roma
aveva conquistato la Grecia, e la Grecia aveva conquistato Roma; l'una
si era servita delle sue armi invincibili, l'altra de' suoi costumi
irresistibili. La fiera e forte repubblica s'ingentiliva, non c'è
che dire, e si corrompeva anche un tantino; essendo già fin d'allora
un caro difetto degli uomini di non far nulla a mezzo e di non voler
trovare un giusto equilibrio tra la virtù e la grazia, la sostanza e la
forma.
Che farci, se le statue di Fidia e di Prassitele e i quadri di Apollo e
di Zeusi, varcando l'Egeo e lo Jonio, traevano dietro a sè anche i loro
insuperabili esemplari, e se i discendenti di Fabrizio e di Cincinnato
rendevano giustizia alla bellezza, all'ingegno pronto e vivace, di
quelle vezzose Ateniesi e Tebane, Corinzie ed Efesie, che avevano
guidati gli scalpelli e i pennelli dei primi artisti del mondo? I
rètori e i filosofi greci, che erano sembrati così pericolosi a Catone
il censore, potevano andarsi a riporre. Ben altri maestri di eleganza
riuscivano per Roma le figlie di Grecia, che calavano a stormi sul
Lazio, più numerose, giusta l'energica espressione di Plauto, che non
siano le mosche in estate, _cum caletur maxume_. Venivano dall'Attica,
dal Peloponneso, dalla Sicilia, le graziose divoratrici di patrimonii;
seducevano con la rara bellezza delle forme, con le studiate grazie
dello spirito, con gli ornamenti delle lettere greche e latine, e
con tutta la lieta compagnia de' vizi eleganti. Già parecchie di loro
s'intromettevano audacemente nelle faccende politiche, come Precia, la
bella amica di Cetego, o come Chelidone, presso cui Verre, a cansare
una perdita troppo grave di tempo, aveva trasportati senz'altro gli
uffizi della pretura. Leggete in Plutarco le vite di Lucullo e di
Pompeo; date una scorsa ai comici e ai lirici latini, e ne vedrete
d'ogni forma e colore.
Giuochi e danze, corone, unguenti, conviti, manti di bisso e di
seta (che era la gran novità di quel tempo), smeraldi, ametiste,
vasi murrini e simili altre delicatezze, erano gli strumenti di uno
incivilimento frettoloso, che dilapidava le sostanze delle grandi
famiglie, il frutto sudato di quelle rigide istituzioni che avevano
chiusa la ricchezza in pugno al patriziato, resistendo con tanta
fortuna alle sedizioni della plebe e ai ripetuti tentativi di generosi
novatori, o d'insigni scellerati. Inconscie distruggitrici della
fortezza romana, come le locuste lo sono dei campi su cui raccolgono il
volo, le poetiche figliuole di Grecia erano esse medesime le vittime
della possanza d'un popolo, che trascorre a tutti gli eccessi della
vittoria. E il più delle volte erano fanciulle inesperte, rapite ai
quieti ginecei e travolte in una corruzione a cui non partecipavano
punto le loro anime gentili, avide di sapere, di godere la vita,
non già di affogar sè e gli altri nei pantani del vizio. È mestieri
di conoscere la vita greca, per intendere che le Etère non possono
trovar riscontro nella vita odierna, nè essere involte in una stessa
condanna con certe disgraziate creature dei tempi nostri. Se non
temessi di farmi gridare la croce addosso dai moralisti, direi anzi che
l'Etèra antica non può essere paragonata, con una certa apparenza di
giustizia, che alla dama moderna. Infatti, oggi la dama è colta, come
allora lo erano soltanto quelle povere Etère, mentre avevano biasimo
le dame che mostravano di sapere qualche cosa, oltre il filare la
classica lana e il soprantendere al bucato domestico. Rammentate di che
critiche fosse oggetto Sempronia, la moglie del console Giunio Bruto,
perchè era ornata di lettere greche e latine, e suonava e ballava più
elegantemente che non si convenga ad onesta matrona. La frase è di quel
fior d'onest'uomo che fu pei tempi suoi Crispo Sallustio; il quale
aggiunge aver essa avuto tante altre qualità simiglianti, che erano
veri stromenti di lascivia. E scusate se è poco.
Io non intendo di assumere le difese di madonna Sempronia, che aveva,
secondo me, un altro torto gravissimo, quello di amare un Sergio
Catilina. Dico e sostengo che gli antichi non erano da meno del moderno
padre Zappata; predicavano bene e razzolavano male. Se amavano tanto
le oche in casa loro, perchè andavano fuori di casa a deliziarsi coi
cigni? E se l'eleganza e la coltura erano anche per loro un necessario
accompagnamento della bellezza, perchè ne osteggiavano l'ingresso nelle
pareti domestiche?
Basta; poichè tanto e tanto non riusciremmo più a persuaderli,
torniamo alle Etère. Ne abbiamo vedute quattro nel triclinio di Tizio
Caio Sempronio. Una di esse, che vi consento di credere la migliore,
aveva fatto perder la testa a Cinzio Numeriano, che voleva sposarla
senz'altro.
Nè gli potevano far senso le argomentazioni di Tizio Caio Sempronio,
o, al più, dovevano farglielo come una opinione personale, in cui è
lecito di non consentire. Ricordate che in quel tempo tutto il riserbo,
tutta la bellezza morale della donna, consistevano nello star molto
in casa, a far la massaia, poi nell'andare ai giuochi dei gladiatori
e condannare a morte questo e quello dei caduti, con una voltata di
pollice, poi nel passare allegramente di mano in mano, divorziata da
un marito che volesse compiacere ad un amico, e via di questo passo.
Altro che il polviscolo resinoso del grappolo e la calugine delle
pesche duracine! Quelle eran peggio delle frutte di mercato, brancicate
da mezzo mondo; e una povera Greca non ci aveva mica da scapitare al
confronto.
Lettori, io passeggio sulla brace. _Incedo per ignes suppositos cineri
doloso._ Meglio sarà tornare al colloquio, che per queste chiacchiere
abbiamo lasciato in tronco.
— Orbene, che vuoi? — diceva il poeta. — Per me, Venere è discesa in
terra. Ma che dico Venere? Tutte le dee della Grecia, che noi abbiamo
trasformate coi nostri nomi italici, si sono confuse e ringiovanite
in questa donna divina. Che importa, se il fiore non è stato colto da
me? Posso io andare a ritroso del tempo e cozzare col fato? So che è
maravigliosamente bella e che le arcane fragranze della sua gioventù
mi hanno inebriato. A volte, pensando di lei, mi arde il sangue, e
la vampa mi sale al cervello; a volte mi sento adagiato in una calma
profonda. Hai tu provata mai la volontà ineffabile del non pensar a
nulla, del lasciarti andare in balìa del caso, come la piuma in balìa
della brezza meridiana? Io, dopo aver molto sospirato e sognato, mi
abbandono a questi ondeggiamenti, a queste beatitudini eccelse. L'amo,
l'amo, e non vedo, non sento più altro.
— Povero amore! — esclamò Tizio Caio Sempronio. — È un bel ragazzo, ma
è cieco. Vedete qui Publio Cinzio Numeriano. È giovane, bello, ricco
d'ingegno e caro alle Muse. Cento donne a gara gli farebbero dolce
la vita, e senza rapirgli la sua libertà, questo primo dei beni. Ma
no; egli non conosce la sua fortuna, o la disprezza, che è peggio, ed
ha mestieri di una catena e d'un collare di ferro. Amore è cieco, ho
detto; aggiungo ora che l'uomo è pazzo. —
Cinzio Numeriano era rimasto un po' sconcertato da quelle
considerazioni del suo protettore.
— Ti duole di avermi promesso il tuo aiuto? — gli chiese. — Bada, amico
e patrono mio; son cosa tua e tu puoi togliermi la dolce speranza de'
tuoi benefizi.
— No, non temere; — rispose Caio Sempronio. — Certo mi duole di aver
promesso, poichè so a qual fine ti servirà la fortuna. Ma anche
Giove in cielo è vincolato da' suoi giuramenti, e, qualunque cosa
avvenga, io non verrò meno alla data parola. Bùttati nella voragine,
senza aver pure il conforto di tornar utile a Roma; io non ci ho che
vedere. —
Numeriano spiccò un salto, per l'allegrezza, come avrebbe fatto un
fanciullo, dopo avere ottenuto un giocattolo lungamente sospirato.
— Ah, grazie! — proruppe. — E tu assisterai alle mie nozze?
— Anche questa? Dovrò io comporre il rogo al mio povero poeta?
— Sì, te ne prego, te ne supplico.
— E sia; lo farò. Col farro, adunque?
— Col farro e col sale.
— Il sale poi è necessario nel caso tuo. Mostri di averne così poco in
zucca, mio bel Numeriano! Ora veniamo a noi. Posdimani avrai gli orti
di Ventidio. E proprio dopo il contratto di donazione, mi farò tuo
prossenéta, ti condurrò dai parenti della donna..... cioè, no, dalla
sua nutrice, che l'ha in custodia, e tu le chiederai Delia in isposa.
Ti risponderanno di sì, quando io avrò mostrato il contratto, non è
vero? Bene; tu le darai l'anello pronubo, che essa metterà nel quarto
dito della mano manca, dov'è la vena che corrisponde al cuore. Sarai da
quel punto il suo sperato, com'essa la tua sperata.
— Per pochi giorni. — m'immagino; — disse Numeriano ridendo. — Tu non
vorrai farmi sospirar troppo il gran giorno.
— No, per Giunone Cinzia. Non aspetteremo Maggio che è un mese così
infelice pei matrimoni. _Mense Maio nubunt malae_, è proverbio volgare.
Evita le Calende, le None e gli Idi, che sono tutti giorni nefasti,
e potrai ammogliarti nelle condizioni più prospere che ti siano
consentite, a meno che tu non ami aspettare dopo gli Idi di Giugno, che
è l'ottimo dei tempi coniugali.
— Son contento di far le nozze verso gli Idi di Aprile; — disse
l'impaziente Numeriano.
— Affrettiamoci, dunque. Vi vedo già tutt'e due, coronati di fiori
e verbene; tu coi capelli recisi, lei col flammeo sulla fronte, a
custodire il rossore; i fanciulli con le faci, una delle quali di
bianco spino, che guidano la donna alla tua casa, ornata a festoni di
rose, di mirti e di allori. Giunti alla porta, si fa entrare prima la
conocchia, con la lana e col fuso, simbolo delle cure a cui la tua
Delia non ha mai atteso fin qui. Ma non importa, ci attenderà poi;
tutto sta ad avvezzarcisi. Ambedue toccate l'acqua e il fuoco, posti
sul limitare. Poi gli amici solleveranno tra le braccia la sposa, e la
faranno entrare, senza che tocchi la soglia col piede. Vesta l'avrebbe
per un sacrilegio, e gli amici sarebbero troppo dolenti che quest'uso
santissimo andasse negletto.
— Godo, di vedere che tu la prendi a giuoco, — notò Cinzio, che non
sapeva se dovesse ridere, o adontarsi, di quella filatessa di gentili
cerimonie e di beffardi commenti.
— Come fare altrimenti, amico Numeriano, come fare altrimenti? Tu lo
vuoi; sia fatta la tua volontà. Ed entrato in casa a tua volta, le
consegnerai il mazzo delle chiavi, per la custodia di tutte le cose
domestiche. Un tempo non le si sarebbe consegnata la chiave della
cantina, perchè alle donne era vietato ber vino, pena il ripudio.
Rammenterai l'editto di Catone, che stabiliva l'obbligo del bacio dei
congiunti alla donna; perchè questa, caso mai ne avesse bevuto, non
potesse altrimenti nascondere l'infrazione della legge. Ma qui non è
il caso, e tu farai molto volentieri queste indagini da te; non è egli
vero?
— Puoi crederlo; — rispose Numeriano, che già assaporava la dolcezza di
quelle indagini, con tutta la presaga virtù del desiderio.
— E adesso, andiamo; — soggiunse il cavaliere Caio Sempronio. — S'è
chiacchierato abbastanza, e i nostri amici vorranno propinare ai Lari
Compitali, che guidano i passi degli ubbriachi e fanno trovar l'uscio
di casa. —
Numeriano respirò. Con tutto l'affetto e la gratitudine che sentiva pel
suo amico e patrono, il nostro innamorato cominciava ad annoiarsi di
quelle sue stiracchiature cerimoniali, che arieggiavano maledettamente
la satira.