CAPITOLO III.

Donne, vino e canzoni.

Mentre tutte quelle pietanze si distruggevano allegramente, e perchè la

cena non apparisse un pasto di affamati volgari, la regina comandò che

qualcheduno dei commensali proponesse una quistione gradevole.

Vibenna domandò qual fosse miglior vino tra il Cecubo e il Massico;

ma Giunio Ventidio sciolse prontamente la quistione, dicendo che erano

ottimi ambedue, e che il superlativo, anche a detta dei grammatici, non

ammetteva comparativi.

Postumio Floro avrebbe voluto che si disputasse intorno all'anima dei

creditori, ma Lalage dichiarò che non avrebbe patito di tali discorsi

a tavola, e condannò Postumio a non guardarla più fino alla seconda

mensa, cioè fino alle frutte.

Il poveretto gridò che lo si voleva morto. Tizio Caio Sempronio

intercesse per lui e gli ottenne la grazia della diva, a patto che

trovasse il modo di dire una cosa gentile a tutte, senza scontentarne

veruna.

— Non son poeta; — rispose Postumio; — e qui meglio di me varrebbe

Numeriano. Ma poichè lo volete, vi dirò che amo una donna sola,

perchè.... non ho quattro cuori. —

Le donne, così chiaramente indicate dal numero dei cuori che si

augurava Postumio, dovevano sentenziare. Ma Lalage taceva, per non aver

aria di sapere chi fosse quell'una. Febe guardava Numeriano, che era

dall'altra parte della mensa e non si accorgeva di essere guardato da

lei. Glicera si stringeva amorosamente al fianco di Caio Sempronio, e

non badava troppo alla conversazione.

Delia parlò, Delia la bionda, severa all'aspetto, come una statua di

Fidia.

Secondo lei, la donna amata da Postumio Floro doveva esser poco

lusingata dalla sua dichiarazione.

— E se Giove ti avesse dato quattro cuori.... — diss'ella al suo vicino

di destra, — che cosa avverrebbe?

— Mia bella severa, — rispose Postumio, — non ardisco prevederlo. Ma

certo, qualunque cosa avvenisse, l'avrebbe voluto lui, ed io non ci

avrei ombra di colpa. —

Intanto i coppieri andavano attorno con le anfore, mescendo il vino nei

vuoti sestanti.

E il cuoco venne egli in persona, per curare l'arrivo della terza

portata. Il vassoio quella volta era smisurato e ci volevano due uomini

per sorreggerlo.

Un grido di ammirazione ruppe dalle labbra di tutti i convitati. Il

cuoco sorrise, come sanno sorridere i cuochi, quando ci hanno ancora

dell'altro, con cui sbalordire i commensali del padrone.

E non aveva torto, perdinci, il degno scolare di Apicio. Figuratevi

che aveva cotto un cinghiale intiero, coperto ancora (dico ancora, ma

certo si trattava di una giunta artificiale) della sua pelle setolosa.

E perchè niente mancasse a dargli l'aspetto del vero, la degna bestia

si vedeva sdraiata, come in atto di voltarsi, in un certo intriso,

che voleva raffigurare un pantano, ed era la salsa più appetitosa del

mondo.

— Come? — dimandò Vibenna, rinvenuto allora dal primo stupore. — Non è

stato neanche sventrato?

— Qui ti volevo! — disse il cuoco tra sè.

Indi, ad alta voce proseguì:

— Perdona, illustre Vibenna; quello che non è stato fatto può farsi

ancora. —

E levato il coltello dalle mani dello scalco, lo piantò arditamente

nel petto del cinghiale, traendo la lama a sè, per quanto lungo era il

ventre.

Allungarono tutti il collo e stettero cogli occhi tesi per vederne

balzar fuori le interiora, ma non senza sospetto di qualche piacevole

novità. Difatti, il cuoco appariva sicuro del fatto suo. O faceva

troppo a fidanza con l'umore del padrone, o ci aveva il segreto in

corpo, e quell'abile colpo di coltello doveva metterlo fuori.

Una risata omerica salutò la conseguenza dell'operazione. E qui

l'epiteto di omerica vien proprio a taglio, perchè il cavallo di legno,

divino lavoro di Pallade, non gittò tanti armati nelle mura di Troia,

quante il cinghiale sventrato diè fuori salsiccie, olive, sanguinacci,

tordi, ed altre ghiottornie, debitamente rosolate, che promettevano una

festa di sapori al palato.

Tosto gli schiavi si avvicinarono e lavorarono coi loro cucchiai a

raccogliere tutta quella sugosa grandinata e a collocarla in giuste

parti nei piatti dei convitati, mentre lo scalco, riprendendo il

coltello dalle mani del cuoco, faceva destramente a pezzi il cinghiale,

per darne uno spicchio a ciascuno.

— Gli Dei ti proteggano, o Caio; — disse Vibenna, ammirato. — Tu

possiedi la fenice dei cuochi.

— A Sibari gli avrebbero eretta una statua; — aggiunse Ventidio. — Noi

dovremmo decretargli il trionfo.

— Per carità, non me lo guastate. Io l'ho già manomesso; — rispose

Tizio Caio Sempronio. — Che altro potrei fare per lui? Mi mette al

fuoco dugentomila sesterzi all'anno; è questo il tributo che io pago

alla sua maestria.

— Vivi cent'anni, o Caio, — gridò il cuoco inchinandosi, — e conservami

la tua benevolenza.

— Coi dugentomila sesterzi; — aggiunse mentalmente Postumio Floro. —

Vedete un po' il mio amico Caio, come spende allegramente il suo! Se

gli domandassi oggi i quarantamila che mi occorrono, per chetare quel

Cerbero di Cepione! —

Il dispensiere si era fatto innanzi col Massico, altro vino che non

la cedeva al Falerno, nè al Cecubo. E la regina del convito appagò il

desiderio di Marco Giunio Ventidio, facendo dare in tavola i trienti.

— Oh bene! — gridò Ventidio. — Beviamo dunque e celebriamo queste spume

generose col verso.

— Col verso! Tu?

— Io, sì, io. Che vi credete? Che alle mie ore non sia poeta anche un

Giunio Ventidio? Sentite qua:

Ben venga, amici, il Massico,

E cresca la misura,

Mentre gli affanni e i triboli

La sorte rea matura.

Quando si muoia e dove

Si vada, è in grembo a Giove.

Ci pensi dunque il Dio,

O se ne scordi pur, come fo io;

Mentre bevo al tuo nome,

Febe divina dalle bionde chiome.

Versa, coppiere, il liquido

Rubino profumato.

Vedi? Alla prima lettera

Bevo, e in un sorso è andato.

Per la seconda, ratto

Versa, ed io bevo.... È fatto.

La terza ancor ti chiedo,

E per la quarta ad implorarti io riedo.

Perchè sì breve ha il nome

Febe divina dalle bionde chiome?

— Ma bene! Egregiamente! — gridò Caio Sempronio. — Tu rubi l'arte a

Numeriano.

— E mira anche a rubargli dell'altro: — soggiunse Vibenna.

— Dell'altro? Che cosa?

— Il cuore della mia vicina e sua, che va troppo spesso con gli occhi

verso il nostro poeta. —

Febe si fece rossa in volto come una fragola. Anche Numeriano arrossì,

ma non per la stessa ragione di lei. Il giovine poeta pensava a

tutt'altro, e dovette credere che l'amico Vibenna si prendesse giuoco

di lui e di Febe.

— Difenda Numeriano la sua conquista! — disse la regina, a cui

piacevano i versi. — Egli è il prediletto delle Muse.

— Sì, canti Numeriano.

— Sentiamolo; — disse Ventidio. — Ma badi, io gli contenderò la palma

fino all'ultimo.... bicchiere!

Numeriano, colto così alla sprovveduta, non sapeva che pesci pigliare.

— Ma io non ho ancora detto di voler combattere; — diss'egli

timidamente.

E il suo sguardo andava frattanto più oltre, verso la spalliera del

letto di mezzo, donde si sentiva venire incontro come un'aria di

temporale. La dea c'era; perchè non ci sarebbe stata la nuvola?

— O Numeriano, che vuol dir ciò? — chiese Vibenna. — Ti spaventa il

competitore? E non t'incuora nemmeno la speranza del premio?

— Amici, — rispose Numeriano, — perdonate al pusillanime che vi

confessa la sua codardia. Mi dò per vinto.

— Senza scendere in campo?

— Senza scendere in campo; e griderò volentieri un evviva a Marco

Giunio Ventidio. —

La più parte dei commensali erano per menar buona a Numeriano la

sua ritirata. Ma c'era la dea nella nuvola, e non poteva mancare la

folgore. _Intonuit laevum._

— Come? Non bastano ad inspirarti gli sguardi soavi di Febe? —

chiese con ironico accento la bella e severa Delia, che aveva notato

le occhiate della sua bionda compagna a Numeriano, anche prima

dell'osservazione maliziosa di Elio Vibenna. — Così poco potere ha la

donna sul prediletto delle Muse?

— Anche tu! — esclamò Numeriano, ferito da quel sarcasmo, che non

credeva di aver meritato. — Anche tu! Ah, per Apolline, io sono

calunniato. E non son donne le Muse? — Ed io potrei macchiarmi di così

nera ingratitudine, dimenticando che la donna è la regina dei cuori,

come lo è oggi del nostro convito? —

Il lusinghiero accenno propiziò a Numeriano il cuore di Lalage.

— Bene! — diss'ella. — Cantaci dunque il regno della donna.

— Lo canterò, — rispose Numeriano, dopo un istante di pausa, in cui

parve misurare le sue forze, — lo canterò, a confusione di chi non

intende il mio cuore. —

E chiesta l'ispirazione al biondo Iddio, Numeriano incominciò:

Forma soave e splendida,

Anco ai celesti piaci,

Leda, Latona, o Danae,

Hai del Tonante i baci.

Nè t'amerà il poeta

Che anela al sacro monte?

Amor di carmi è fonte;

Fonte d'amor sei tu.

Per te il solingo genio

Beato od infelice.

Te chiede inspiratrice,

Più desiata meta

Quanto superba più.

Qual, de' mortali a strazio,

Chiuse nel cor più gelo,

Di lei che al Dio de' numeri

Nacque sorella in Delo?

Delle bellezze avare

Seppe Atteon lo sdegno,

Che, fatto a' veltri segno,

Indarno supplicò.

Ma Endimione inconscia

Fe' d'Atteon vendetta,

E là del Latmo in vetta

La nube tutelare

I divi amor celò.

Cinzia, Diana, o Delia,

Qual più nomarti hai caro,

Del cacciatore improvvido

Mi serbi il fato amaro?

O me, già fuor di spene,

Ora più lieta attende?

De' tuoi rigor l'emende

Lice sperare a me?

Non l'osa ormai l'assiduo

Dolore ai danni esperto;

E nulla chiedo e il serto

Rapito all'Ippocrene,

Bella, consacro a te.

Solo retaggio ed umile,

È pure il mio tesoro.

Poeta tuo, dimentico

Ogni più verde alloro.

Te salutar regina

È più sicuro orgoglio

Che i fasci in Campidoglio

Ed il trionfo ambir.

Ciò basti a cui s'inchinano

I vinti Medi e i Parti;

A me sol giovi amarti,

E a' piedi tuoi, divina,

Procombere e servir.

— Bene! per gli Dei immortali! — gridò Tizio Caio Sempronio,

profondamente commosso. — Diana o Delia che sia, questa donna è adorata

in forma solenne!

— Senti, Delia; — disse la regina del convito. — Tu sei debitrice d'un

bacio a Numeriano. O in premio ai suoi versi leggiadri, o in penitenza

di un falso giudizio, a tua scelta.

— Di che mi punite? — domandò la bella sdegnosa. — Di aver costretto

il poeta a cantare? Lodatemi, invece, perchè l'ode è riuscita degna di

Valerio Catullo.

— Questo paragone vai forse un bacio; — entrò a dire Ventidio.

— Non per me; — rispose prontamente Numeriano. — Del resto, io

l'accetto come uno scherzo di quelle labbra, che fanno parer

bello il sarcasmo. Valerio Catullo è un gran poeta, ed io sono uno

scolaretto. —

Quella di Numeriano era onestà, rara anche allora per un alunno delle

Muse. Ma pensate, o lettori, che Numeriano era giovane, e non aveva

anche imparato a lasciar correre tutti i giudizii che potessero nuocere

ai suoi fratelli in Apolline e far comodo a lui.

Intanto che gl'innamorati si bisticciano (poichè, già lo avrete capito,

Numeriano è invaghito di Delia ed ella lo sa da un bel pezzo), non

dimentichiamo le ultime fasi della cena.

I servi avevano portato via la mensa ed erano andati attorno coi

catini d'argento e cogli asciugamani, perchè i convitati ripulissero le

forchette, date a loro dalla madre natura, e tali perciò da non potersi

portar via sudicie, per rigovernarle in cucina.

Ciò fatto, a suon di cetre e di flauti, venne in mezzo al triclinio

la seconda mensa, bella a vedersi per la sua lastra di legno

prezioso intarsiato d'avorio e di tartaruga, con fregi d'argento, che

ricorrevano eziandio sul piede, riccamente intagliato.

Sulla seconda mensa erano già imbanditi i confetti, i dolciumi,

le torte di cotognato ed ogni generazione di frutte serbevoli. Non

mancavano tuttavia le frutte fresche, quantunque si fosse alle calende

di aprile. L'Africa e la Sicilia erano gli orti suburbani di Roma. E

qual è lo scolare di umanità che non ricorda i fichi d'Africa, portati

dal fiero Catone in Senato, come il più fresco degli argomenti a

conforto del suo eterno: _Delenda Carthago_?

Intanto si seguitava a bere. Le anfore si succedevano e non si

rassomigliavano; e i discorsi neppure; anzi, questi assai meno delle

anfore. Parlavano tutti, e bevevano a lor posta, senza aspettare i

comandi della regina. La quale, del resto, non avrebbe saputo più

darne, incalzata com'era dalle fervide orazioni di Postumio Floro, che

affogava nelle proteste d'amore il ricordo dei quarantamila sesterzi di

cui era debitore all'usuraio Cepione.

Tra Ventidio, che criticava ad alta voce tutti i poeti del tempo, e

Vibenna che incominciava ad annaspare, come uomo che caschi dal sonno,

Febe taceva, pensando a Numeriano, che mostrava di non pregiare i

suoi vezzi e di non intendere le sue languide occhiate. Glicera, dolce

come il suo nome, aiutava Caio Sempronio a ravviare la conversazione,

che procedeva a sbalzi, ad urti, a sbrendoli, come era naturale in

quell'ora. Delia, più padrona di sè che non fossero gli altri, si

schermiva destramente in quella guerra di parole, prodiga d'arguzie

e sorrisi a tutti, fuorchè al suo poeta, al povero Numeriano, che non

sapeva distogliere lo sguardo da lei.

La cena finiva, come tutte le cene dei nostri vecchi Romani, in una

gran confusione. Qualcheduno dei commensali aveva già provato ad

alzarsi, o perchè avesse il braccio indolenzito, o perchè volesse

sperimentare le sue gambe. E alle lacune avevano tenuto dietro i

cangiamenti di posto. Ventidio, sfortunato con Febe, era andato a

chiacchierare più da vicino col padrone di casa, e Numeriano si era

trovato, senza avvedersene, all'altro capo del triclinio, col gomito

timidamente appoggiato sulla spalliera del letto di mezzo, accanto al

guanciale di Delia.

— Poeta, — gli diceva la bella sdegnosa, rispondendo ad un inno in

prosa che egli le aveva bisbigliato all'orecchio, — tu piaci alle Muse,

ma io ti consiglio di ottenere anche i sorrisi di Pluto. —

A quella frecciata che lo coglieva in pieno, il povero Numeriano

impallidì.

— Hai ragione; — diss'egli poscia. — Ma è colpa mia se non son ricco?

E mi accuserai tu, — soggiunse, prevedendo ciò ch'ella avrebbe potuto

rispondergli, — se i miei occhi ti trovano bellissima tra le belle e

il mio cuore sente il bisogno di dirtelo? Si può amarti, o Delia, anche

senza aver le ricchezze.... o i debiti di Giulio Cesare.

— Ed io non chiedo tanto; — replicò sorridendo la greca. — I miei

gusti sono più modesti che tu non creda. Abborro questo sfarzo dei

tuoi concittadini, questo lusso mostruoso che rasenta la follia. Ero

nata per vivere come una giovine e mite sacerdotessa, nel tempio d'una

Dea....

— Che tu avresti fatta morire d'invidia; — interruppe Numeriano.

— Se una Dea potesse morire; — notò Delia, che le lusinghiere parole

del giovane avevano rabbonita. — Ma infine, anche a voler fare la vita

dei pastori di Teocrito, ci vuol sempre il bosco, l'orto e la casa. Non

hai pensato a questo, o poeta?

— È vero: — disse Numeriano, chinando la fronte. — Ma se tu mi lasci

sperare, l'idillio avrà la sua scena e la colomba il suo nido. —

Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana · 第 8 / 35 题