Il triclinio.
Siamo alle calende d'Aprile. Il mese è sacro a Venere, e in questo
giorno le donne romane vanno a lavarsi nei templi, o nei sacrari
domestici, inghirlandate di fiori e di mirto. La ragione ve la dice
Ovidio, nei Fasti. La dea madre d'Amore, uscita appena dall'onde,
stava ritta sulla spiaggia asciugandosi i capegli al sole, allorquando
s'avvide di essere adocchiata da uno stuolo di Satiri. E qui, o fosse
perchè quei così le parevano indegni di contemplarla, o perchè ella non
si era anche avvezza a simili adorazioni, Afrodite nascose prontamente
le sue bellezze con un cespo di mortella, fatto nascere lì per lì sulla
riva.
Altre cerimonie si facevano in quel giorno, e tutte avevano l'acqua
per ingrediente necessario. Verbigrazia, le fanciulle da marito
andavano a lavarsi nel tempio della Fortuna virile, per cancellare
ogni imperfezione dal corpo. Ma perchè tra le imperfezioni ci dovevano
essere quelle che nessuna acqua varrebbe a spianare, io suppongo che
il miracolo della Dea dovesse consistere piuttosto nell'acciecare gli
uomini per modo, che non si avvedessero più di una spalla fuori posto,
d'una pupilla sviata, o d'altro sconcio simigliante. Accadeva che la
gobba, la sciancata, o la cisposa, trovasse marito? La Fortuna virile
aveva fatta la grazia.
Tizio Caio Sempronio non aveva nessuna di queste cerimonie da compiere,
e nemmeno voleva sacrificare, come in quel giorno era l'uso, a Venere
Verticordia, perchè facesse il miracolo di svolgere i cuori dagli
illeciti affetti. Il giovinotto festeggiava alle calende d'Aprile il
suo giorno natale. Era segnato tra i nefasti, nel calendario; ma che
farci? Non si nasce mica quando si vuole. Ora, il miglior modo di
passar l'uggia dei giorni nefasti, anche nella Roma antica, era quello
di stare allegri quanto più si potesse.
E quanto a ciò, non dubitate, il nostro cavaliere aveva disposte le
cose per bene. La sua casa accoglieva quel giorno un giusto numero di
amici. Erano i quattro più cari e le quattro più belle; otto insomma, e
lui nove; non di più, perchè dovevano mettersi a tavola.
Era un precetto antico che il numero dei commensali dovesse
incominciare da quel delle Grazie, che erano tre, e non andare oltre
quel delle Muse, che erano nove. In meno di tre, il banchetto riusciva
malinconico; in più di nove turbolento.
Quattro cose, poi, si reputavano necessarie ad un convito: belli
i convitati, scelto il luogo, acconcio il tempo e non negletto
l'apparecchio. I commensali, inoltre, non dovevano essere troppo
loquaci, nè muti. Ai primi si conveniva il foro, ai secondi il letto.
Quanto ai discorsi, non dovevano toccare argomenti difficili, nè gravi,
bensì giocondi, che derivassero l'utilità dal diletto, e recassero
qualche conforto allo spirito. Così la pensavano i nostri vecchi
Romani, che non volevano a mensa le noie del tribunale, del senato, dei
comizi, o del banco.
Dopo tutto, come si sarebbe potuto parlare di queste cose punto
piacevoli, alla mensa di Tizio Caio Sempronio, dove c'erano Lalage,
Delia, Febe e Glicera? Lalage, una bellissima bruna, che, parlasse
o ridesse, metteva in mostra due file di denti così leggiadri, da
chiuder la bocca ad un esercito di causidici? Delia, una bionda, severa
all'aspetto, come una statua di Fidia, ma con un paio di occhi, donde
uscivano bagliori che vi rimescolavano il sangue nelle vene? Febe,
bianca e soave come la Dea della notte? Glicera, dolce come il suo nome
e piena lo sguardo di più dolci promesse?
La sala del triclinio era spaziosa e ornata con greca magnificenza.
Dorato il lacunare, i cui cassettoni apparivano colmi da canestri
di fiori, in atto di spandersi sui convitati. Le pareti erano
maestrevolmente dipinte, con quadrature, prospettive e lontananze, che
illudevano gli occhi e facevano parere il luogo più vasto. In quella
di mezzo si ammirava un affresco, rappresentante Amore e Psiche,
mezzo sdraiati davanti ad una mensa sontuosamente imbandita. Certo,
da quell'affresco doveva Apuleio aver cavato più tardi il soggetto del
famoso episodio della sua favola milesia. Tizio Caio Sempronio chiamava
quel dipinto: «Amore a tavola» e lo celebrava il primo tra tutti gli
amori. Se avesse ragione non so, e non ho tempo a cercare.
Figuratevi che ci ho ancora un mondo di cose da dirvi. Tutto intorno si
vedevano arredi d'altissimo pregio; candelabri di bronzo, che imitavano
lo stelo d'una pianta, e recavano in cima un dischetto, su cui era
posata la lucerna; tripodi, su cui si ardeva l'incenso, od altro
aroma di effluvio più grato alle nari; mense vasarie, su cui posavano
boccali, brocche, anfore ed altri utensili necessarii al convito;
da ultimo il repositorio, o portavivande, vistoso mobile di legno,
incrostato di tartaruga e arricchito di fregi d'argento, scompartito in
varii palchetti, l'uno sull'altro, destinati a sostenere i vassoi con
le loro diverse portate.
La mensa era nel mezzo, tutta in legno di cedro, levigata e rilucente,
macchiata qua e là come una pelle di pantera, quadrata di forma, per
adattarsi ai tre letti che le correvano intorno.
I letti, sicuro; e appunto per questo la sala si chiamava triclinio,
dai tre letti su cui si adagiavano i commensali, appoggiati sul gomito
sinistro. Ogni letto aveva tre posti, coi loro cuscini e guanciali di
piume, ed ogni posto aveva il suo nome, il sommo, l'inferiore e l'imo.
La stessa denominazione serviva pei letti, da destra a sinistra del
riguardante, salvo che il letto di mezzo non si chiamava inferiore,
ma il medio. Di qui le divisioni gerarchiche dei posti, _summus,
inferior, imus, in summo_, oppure _summus, inferior, imus, in medio_, e
finalmente _summus, inferior, imus, in imo_. Quest'ultimo era proprio
l'ultimo posto della mensa. Ma il primo non era mica il _summus in
medio_, come porterebbe la nomenclatura accennata, bensì l'_imus in
medio_, perchè il convitato più ragguardevole, stando nel letto di
mezzo, che era il più nobile, restasse anche vicino al padrone di casa,
che era sempre il _summus in imo_.
Lettori, se io riesco oscuro, non è mia colpa. Vorrei invitarvi
romanamente a cena, e chiarirvi meglio il negozio. Accettate la buona
intenzione, vi prego.
Tutto era all'ordine; i lumi accesi in giro sui candelabri e nella
lampada di bronzo dorato, che pendeva dal lacunare. Il lettisterniatore
aveva sprimacciato i letti a dovere e i commensali prendevano il luogo
assegnato dal nomenclatore a ciascheduno di loro.
Ottima usanza era questa, e mi sia lecito di aggiungere, a mo' di
parentesi, che potrebbe svecchiarsi utilmente ai dì nostri, per
risparmiare ai convitati la molestia di andar su e giù intorno alla
mensa, cercando i loro nomi sulle cartoline ospitali, ed anche per dare
ad ognuno la consolazione di conoscere i suoi compagni di tavola; cosa
difficile oltremodo, con l'uso moderno, e dove i convitati sian molti.
Gli uomini si erano sdraiati a mezzo sui letti; le donne stavano
sedute. Così portava la costumanza romana; ma niente impediva che,
ad una cert'ora del banchetto, il capo di Delia o di Lalage si
arrovesciasse a destra o a manca, secondo il capriccio, e le rose della
ghirlanda convivale si sfogliassero sulla sintesi del vicino.
La sintesi, ho detto. E non crediate trattarsi qui di uno dei due
procedimenti filosofici per cui la mente umana svolge e perfeziona le
sue cognizioni. Si tratta della combinazione di una tunica discinta con
maniche corte, e di un pallio che ricopriva la metà inferiore del corpo
ai convitati. Questa combinazione si chiamava con greco vocabolo, la
sintesi, od altrimenti la veste cenatoria.
Notate che si prendeva il cibo più o meno delicatamente con le dita,
e che la salsa poteva assai facilmente cadere sulla tunica. Donde
la necessità d'indossare una veste _ad hoc_, la quale era fornita
dall'ospite. Il convitato non recava di suo che il tovagliolo, nel
quale, a cena finita, riponeva confetti, frutte, ed altri rilievi
della mensa, che era permesso a tutti di portar via, come si usa anche
adesso, nei pasti villerecci, dai convitati indiscreti.
Oltre la sintesi, fatta per cansar le frittelle sugli abiti, i
commensali avevano dall'ospite il nardo ed il cinnamomo per ungersi
i capegli, e la corona di rose, che, premendo sulle tempie, non
permetteva ai fumi del vino (almeno, così credevasi allora) di salire
al cervello.
Così disposte le cose, un ragazzo portò sulla mensa il bossolo dei
dadi, e si lasciò decidere dalla sorte a cui spettasse il titolo di re
del vino.
Il punto di Venere, che era il migliore, poichè in esso i tre dadi
cadevano mostrando sulle facce superiori tre numeri diversi, toccò ad
una donna, alla vispa Lalage dalle labbra di corallo e dai denti di
avorio.
Un applauso universale salutò la regina.
— Non è questo il giorno d'Afrodite? — gridò Lucio Postumio Floro,
a cui Lalage piaceva maledettamente. — E non è giusto che Venere
favorisca la sua bella figliuola? —
Il sorriso, l'ho detto, stava di casa sulla bocca di Lalage. Ma quella
volta esso apparve più soave dell'usato, e Postumio Floro n'ebbe al
cuore una dolcezza infinita.
In quel mentre si udirono liete armonie. I sinfonisti entrarono nel
triclinio, quale suonando la cetra, quale il flauto, in accompagnamento
ad un coro di giovinetti, che cantavano le lodi del padrone, composte
in metro saffico da Publio Cinzio Numeriano, il poeta.
— Belli i versi ed il canto! — disse Tizio Caio Sempronio, facendosi
rosso dal piacere. — Abbia l'amico Numeriano tutto quello che gli
gioverà domandarmi. E voi, — soggiunse, rivolto ai servi sinfonisti, —
che avete cantato e accompagnato un carme degno di Apolline, siate da
quest'oggi liberti. —
I sinfonisti si profusero in rendimenti di grazie. Numeriano, che era
sdraiato all'ultimo posto, si senti più felice in quel momento, che se
gli avessero dato il posto consolare, occupato pur dianzi da Lalage, la
regina del banchetto.
— Ave, Sempronio! — diss'egli, — Tu sei veramente il primo dei
Celeri. —
Avverto il lettore che Celeri dicevansi da principio i cavalieri, dal
loro primo capitano Fabio Celere. E Numeriano, ricordando le antiche
denominazioni, avrebbe potuto dire eziandio il primo dei Ramnensi,
dei Taziensi, e dei Luceri, perchè appunto in tre centurie erano stati
divisi i primi cavalieri da Romolo, e ascritti alle tribù di tal nome.
Incominciò, come a Dio piacque, il banchetto. Il Dio era Mercurio, a
cui toccava la prima e la miglior parte del primo piatto di carne. Se
poi la mangiasse, non so; forse ne faceva un presente al guardiano del
santuario.
Mentre i sinfonisti cantavano e suonavano, un servo accorto, lo
_structor_, aveva disposti sui vassoi del repositorio i piatti della
prima portata, a mano a mano che giungevano dalla cucina. E appena
finito il carme, altri due servi avevano sollevato il portavivande
dalla credenza, collocandolo in mostra sulla tavola. C'era là dentro
la _gustatio_, o l'_antecœna_, come a dire l'antipasto, o i principii;
tutta roba da gustarsi per aguzzar l'appetito.
Di solito non mancavano nell'antipasto le uova sode, acconciate con
salse; donde il proverbio romano «ciarlar dalle uova fino alle mele;»
ossia dai principii alle frutte. Ma il lusso incominciava a volere che
le uova fossero di pavone, le quali costavano un occhio, come potete
argomentar di leggieri.
Il cuoco di Tizio Caio Sempronio aveva dunque seguita la moda, e
mandava in tavola le uova di pavone; ma perchè la materia fosse vinta
dall'arte, quelle uova giungevano in un vassoio foggiato a nido, su
cui era una pavona di legno, con le ali spiegate, in atto di covare.
S'intende che, non essendo la femmina del pavone così bella a vedersi
come il maschio, lo scultore pittore aveva dato alla covatrice il collo
azzurro, le penne lionate e il ventaglio dagli occhi d'oro, del suo
vanaglorioso compagno.
Dispensate le debite lodi a quella ghiotta novità, e mostrato di
saperla gustare, i convitati dovevano bere. Ma a questo provvedevano i
coppieri. Già il credenziere era venuto innanzi con una grossa anfora,
su cui era scritto a lettere allungate: _Opimianum_.
Il nomenclatore si era avanzato a sua volta ed aveva gridato,
commentando la scritta:
— Falerno del consolato di Opimio! —
Lucio Opimio Nepote era stato console con Fabio Massimo nell'anno
632 di Roma. Quel vino avea dunque settant'anni. Ma non era quello
il solo suo pregio. Nell'anno 632 _ab Urbe condita_, essendo console
Opimio, la stagione fu così asciutta, che ogni sorta di frutti rimase
squisitissima; il vino principalmente riuscì egregio, e tanta fu la sua
fama, che con l'andar del tempo usavasi dire Opimiano ogni vino vecchio
che servivasi alla mensa dei grandi.
— Come dobbiamo noi bere questa ambrosia dei Numi? — chiese Postumio
Floro. — Dillo, o regina dalle labbra di rosa.
— Nel _sestante_, per ora; — sentenziò la regina. — Del resto, il
Falerno Opimiano non è vino da _deunce_.
— Da _triente_, almeno! — osservò Marco Giunio Ventidio, volgendo a
quell'anfora uno sguardo divoto.
— Alla seconda portata, se vi pare, o Quiriti! — rispose la regina.
— Diva Lalage, tu parli come i littori di Servio Sulpicio, quando il
console si reca al tribunale; — replicò Giunio Ventidio.
«Se vi pare, o Quiriti!» era la frase invariabile dei littori, quando
avevano a sgomberare le vie dalla calca del popolo, per dare il passo
libero ai magistrati. _Si vobis videtur, discedite Quirites._
Quanto alla controversia per la capacità dei bicchieri, lasciando
stare le arcaiche corna di bufalo, usate a tal uopo dai primi Romani,
e i fregi di metallo prezioso onde furono ornate in processo di
tempo, noterò che i bicchieri si fecero più tardi d'oro, d'argento o
di stagno, secondo le condizioni di fortuna, e si chiamarono, dalla
misura di liquido che potevano contenere, sestanti, trienti e deunci.
Del sestante, che conteneva appena due once, si servivano le persone
sobrie. Augusto beveva sempre al sestante e non più di sei volte
durante il suo pasto. Quattr'once conteneva il triente, che era perciò
ritenuto un bicchiere di moderata grandezza, pei bevitori ragionevoli;
e ciò per contrapposto al _deunce_, o bicchiere da undici oncie, che
era il calice prediletto dei beoni.
— Néttare! — esclamò Elio Vibenna, un gustatore dei primi, dopo aver
fatta scoppiettare due volte la lingua contro il palato.
— Sei Giove, adunque? — domandò Postumio Floro.
— Con Ebe al fianco; — rispose Vibenna, con un galante accenno alla sua
vicina. — Febe val Ebe, ed anzi qualche cosa di più.
— Segnatamente, — aggiunse Postumio, — se avrai da bere alle
lettere! —
La celia destò il buon umore di tutta la brigata. Dicevasi bere alle
lettere, quando, in onore di una donna, si bevevano l'uno sull'altro
tanti bicchieri quante erano le lettere di cui si componeva il suo
nome.
Ricordano gli eruditi che Marziale propinava all'arrivo di Lidia
con cinque bicchieri; di Lica con quattro, di Ida con tre; e poichè
nessuna di queste belle si mostrava, il povero poeta solitario chiedeva
consolazioni a Morfeo. È da credere che, con tante libazioni, il dio
dei papaveri non si facesse aspettare; tanto più che il buon Marziale
aveva già bevuto prima per altre donne di molte lettere, come, ad
esempio, Giustina.
Gli amici di Tizio Caio Sempronio ridevano, centellando il Falerno del
consolato d'Opimio; e frattanto i servi, tolti dalla mensa i rilievi
dell'antipasto, si facevano innanzi col primo servito, o _caput
coenae_, come dicevasi allora.
Il repositorio era diventato una vera selva di piatti, il cui pregio
appariva vinto da quella artistica confusione con cui erano disposti.
Immaginate una ventina di vassoi d'argento, che recavano torte,
focacce, gamberi, anitre, ariguste, quarti di maiale, triglie, fichi
d'Africa, lepri, fegatelli, e via discorrendo. Non vi parlo delle
varie salse in cui era cucinata tutta quella grazia di Dio, perchè vi
confonderei la testa e fors'anco vi guasterei lo stomaco delicato, con
que' miscugli di pepe e miele, di cumino e di silfio, che formavano
gl'intingoli dei padroni del mondo.
Levati ad uno ad uno i vassoi dal portavivande, lo scalco fu pronto a
trinciare in giuste parti ogni cosa. Non si usava allora di lasciar
niente nel piatto di mezzo. Ad ognuno dei commensali toccava la sua
porzione, ed egli poteva mangiarla, o riporla, o rimandarla, come
più gli piacesse. Per tal modo, non c'era a temere d'indiscreti, che,
verbigrazia, si servissero di tutto il migliore del pesce, lasciando la
testa e le spine all'ultimo del giro. E nemmeno si avevano a patire i
danni della propria discrezione, o modestia. La rapacità degli uni e la
timidezza degli altri avevano un solo correttore, lo scalco.