Entra in scena l'eroe.
Lettori umanissimi, voi certamente non l'avete conosciuto, perchè egli
fioriva un mezzo secolo prima dell'èra volgare, cioè a dire dopo il
settecentesimo anno dalla fondazione di Roma.
Chi? domanderete. Il protagonista del mio racconto, il chiarissimo
Tizio Caio Sempronio, cittadino romano, dell'ordine dei cavalieri.
Non lo confondete, per carità, coi cavalieri moderni, che sono di più
ordini. A Roma i cavalieri formavano un ordine solo, ed erano, una
delle tre spartizioni del popolo, fatte da Romolo, buon'anima sua. E
quasi non occorre che io dica essere questi tre ordini, il patrizio,
l'equestre e il plebeo; tutta brava gente che non vivevano molto in
pace tra loro, ma che per un migliaio d'anni spadronarono utilmente su
tutto il mondo conosciuto. La qual cosa mi conduce a pensare che gli
storici abbiano un po' calunniato quel popolo, o per lo meno vedute le
sue bizze domestiche con una lente d'ingrandimento.
Ma non ci perdiamo in chiacchiere. Se vi piace, siamo all'anno 703 _ab
urbe condita_, sotto i consoli Servio Sulpicio Rufo e Marco Claudio
Marcello, egregie persone, di cui non so dirvi altro che il nome.
Consoliamoci insieme, pensando che essi importano poco al nostro
soggetto.
Tizio Caio Sempronio era un gentil cavaliere, e bello, per giunta, come
un dio di fabbrica ellèna. Si diceva che sua madre lo avesse concepito
dopo essersi fortemente commossa alla veduta di una statua di Scopa.
Aveva i capegli biondi e riccioluti, diritto il naso, breve il labbro
superiore, il mento rotondo, l'orecchio piccolissimo; insomma, tutte
le bellezze d'Apollo. E quando andava a diporto per la via Lata, o per
la Flaminia, con le sue listerelle di porpora (_clavus angustus_) che
scendevano parallele sul davanti della tunica, ed erano il contrassegno
del suo ordine, gli facevano l'occhiolino le matrone, dal fondo delle
loro lettighe, e gli uomini s'inchinavano, o si recavano la mano
al cappello, secondo che andassero a capo scoperto, o portassero il
pètaso.
Gli uomini non lo onoravano già per la sua bellezza, s'intende; che
anzi avrebbero dovuto invidiarlo e scoccargli un «_i in malam crucem_»
dal profondo dell'anima. Queste delicatezze gli uomini ce le avevano in
corpo fin da quell'ora; tanto è vero che la civiltà è antica e i suoi
primordii si perdono nella notte caliginosa dei tempi.
Tizio Caio Sempronio era un leggiadro cavaliere, l'ho detto; ma in
compenso era anche ricco. Aveva grossi poderi a Tivoli e nell'agro
Reatino, donde uscivano i suoi maggiori. Per altro, se il nostro
cavaliere potea vantarsi Sabino d'origine, non lo si poteva riconoscer
tale alla parsimonia proverbiale di quella gente. Tizio Caio Sempronio
spendeva liberalmente tutte le sue entrate, e dell'altro ancora. Però
andava per le bocche di tutti, e si faceva a gara per averlo amico.
Uomini di vaglia, o giovani promettenti, come Cesare e Catilina,
lo avevano in pregio; e perfino quel caro matto di Clodio, prima di
far quella morte immatura, che tolse un altro salvatore a Roma e un
grand'uomo alla storia, era stato in molta dimestichezza con lui.
Mi affretto a soggiungere che Tizio Caio Sempronio non era uno dei loro
in certi disegni politici. A cena, alle terme, sotto i portici, al
teatro, sta bene, ma niente più in là. Il nostro bel cavaliere amava
la Repubblica tal quale l'avevano lasciata i vecchi, e non sentiva
il prepotente bisogno di rimutare le istituzioni. Era, pel suo tempo,
quello che oggi si direbbe un conservatore.
L'unica cosa che non avrebbe voluto conservare, erano le ipoteche;
noiosissime ipoteche, le quali già incominciavano a fioccare sopra i
suoi latifondi. Ma già, il tizzo non risplende senza ardere. Ed era
così allegra la fiammata! Ed era così sontuosa la dimora del gentil
cavaliere!
Egli abitava sul Viminale, in un bell'edifizio a due piani, donde si
godeva una vista incantevole. Il senator Rosa ha avuta la fortuna di
trovare le _substructiones_ di questa casa tra i Bagni d'Agrippina
e le Terme di Olimpiade, e di riconoscerne il possessore antico,
da un sigillo di bronzo, rinvenuto nella cella vinaria. Io posso
adunque, dietro la scorta del dotto archeologo, darvi un briciolo di
descrizione, ricostruirvi con la fantasia l'abitazione di Tizio Caio
Sempronio.
Figuratevi un edificio diviso in due scompartimenti principali:
l'_atrium_, o _cavaedium_, coi suoi annessi necessarii all'intorno,
e il _peristilium_, con le sue pertinenze; l'uno all'altro riuniti da
una stanza intermedia, il _tablinum_, e da due corridoi (_fauces_) che
gli stavano ai lati. Avete inteso? Debbo immaginarmelo, chè in vero mi
tornerebbe difficile di darvene una descrizione più chiara.
E adesso che avete il complesso, il nocciolo della pianta, entriamo pel
_prothyrum_, o vestibolo, androne di entrata dall'uscio di strada, nel
cui pavimento a musaico è raffigurato un cane, un cinghiale, od altro
animale grazioso e benigno, che dovrà farci buona accoglienza in nome
del padrone di casa.
Varcato il vestibolo, si riesce nell'atrio. È uno spazio chiuso,
rettangolare, i cui lati sono coperti da una tettoia, la quale ha una
larga apertura nel mezzo (_compluvium_) a cui corrisponde nel pavimento
un bacino (_impluvium_) destinato a ricevere l'acqua piovana dalla
soprastante apertura. La tettoia è sorretta da colonne, che formano
per tal guisa un chiostro aperto, da ricordare, ma con assai più
d'allegrezza per gli occhi, un chiostro di monastero.
Lo vedete quest'atrio? No, non lo vedete ancora. Infatti, come potreste
vederlo a tutta prima, se, al tempo di cui parlo, ce n'erano di tre
specie?
Primo fra tutti, c'era l'atrio toscano, il più semplice e il più
antico, adottato a Roma per imitazione dagli Etruschi. Esso non aveva
colonne. A reggere la tettoia che correva lungo le pareti delle stanze
laterali, bastavano due lunghe travi, che andavano pel lungo da muro
a muro, nelle quali se ne calettavano due altre più corte, in guisa da
formare un'apertura quadrata nel centro.
Ma questa forma d'atrio parve ben presto una povera cosa, e s'inventò
l'atrio tetràstilo, ossia di quattro colonne, che rispondevano appunto
ai quattro angoli dell'apertura.
Da questa novità alla bellezza dell'atrio corinzio non c'è che un
passo. L'apertura si allarga, le colonne crescono di numero e di
magnificenza. L'arte greca ha vinto; nell'atrio sfolgoreggia la luce;
la matrona può stare in casa, filar la sua lana e viver casta (_casta
vixit, lanam fecit, domum servavit_), senza morir d'anemìa.
Fermiamoci ora. Siamo in un atrio della terza maniera. Lungo le
pareti delle logge laterali, tra gli usci delle camere, si rizzano sui
loro piedistalli le statue dei maggiori, alcuni dei quali sono anche
effigiati in cera, entro le loro nicchie, sull'architrave degli usci.
Di fronte al vestibolo, dall'altro lato dell'atrio, è il tablino,
archivio ad un tempo e sala di ricevimento. Infatti, nei primi tempi
lo si adoperava a contenere le _tabulae_, gli archivi della famiglia;
ma servì poi a ricevere i visitatori. Questa camera, che ha la parete
di fondo formata da tramezzi di legno, o scene mobili, può diventare
in estate un passaggio, come le _fauces_ che le corrono sui lati;
un passaggio, vo' dire, dall'atrio al peristilio, che è la seconda
divisione della casa. Vedete che magnificenza! Una persona che entri
dal vestibolo, può guardare d'un tratto, e senza difficoltà, attraverso
l'intiera lunghezza dell'edifizio, atrio, peristilio e giardino.
Prima di uscire dall'atrio, diamo un'occhiata ad alcune altre
particolarità. Delle statue e delle immagini degli antenati, vi ho
detto quanto basta. In un certo punto della parete c'è il tabernacolo
degli dei Lari. Erano questi gli spiriti guardiani, le anime degli
estinti, che, giusta la credenza dei Romani, facevano ufficio di
protettori, nell'interno della casa. Erano costantemente rappresentati
come giovinetti succinti, inghirlandati di alloro, e in atto di tenere
in alto sul capo un corno da bere. Sempre davanti a loro stava un'ara
di marmo, il focolare, con una cavità sulla cima, per ardervi gli
incensi quotidiani.
Un'altra ara, più rilevata e più nobile, era qualche volta nel tablino,
davanti a un tabernacolo in cui si adoravano gli dei Penati, o patroni
della famiglia, che potevano essere Giove, Giunone, Minerva, Apollo,
Nettuno, od altro qualsivoglia degli abitatori dell'Olimpo.
Fatta questa necessaria distinzione tra Lari e Penati, entriamo nel
peristilio. È la parte più familiare della casa; un colonnato, come
nell'atrio corinzio; quattro corridoi all'intorno, e lungo i corridoi
le camere per uso della famiglia. In mezzo al cortile è qualche volta
il giardino, con tutti i fiori che piacciono alla matrona, se ama i
fiori, o con tutte le piante utili alla cucina, se è una massaia, che
bada anzi tutto al risparmio.
Ma qui non ci sono massaie. Tizio Caio Sempronio è scapolo, e non ha
da ringraziare per suo conto gli Dei alle calende di Marzo, quando
tutta la Roma coniugale celebra la bontà di cuore delle spose Sabine.
Lasciamo dunque il giardino co' suoi fiori. Esso darà le rose, di cui i
servi di Tizio Caio Sempronio comporranno le ghirlande per gli ospiti,
quando si sdraieranno nel triclinio, vasta sala da pranzo, che è per
l'appunto lì presso, a poca distanza dalla cucina.
Prima dì finirla con la descrizione della casa, vorrei parlarvi
dal piano di sopra, diviso in piccole camere, anch'esse per uso
d'abitazione. Non v'induca in errore il loro, nome di _coenacula_.
Non ci si pranza più, fin dai tempi di Varrone, ed è rimasto un nome
generico per le camere del piano superiore, ove dormono i servi e i
ragazzi, come nelle camere a tetto di tante case signorili del tempo
nostro.
In casa del mio amico Tizio Caio Sempronio si dorme poco. C'è sempre
corte bandita; colazione al mattino, o _jentaculum_; merenda, o pranzo,
alle tre del pomeriggio, coi nomi latini di _prandium_ e di _merenda_
(veramente il pranzo è pei ricchi, e la merenda pei lavoratori, forse
perchè bisognava guadagnarsela); cena finalmente alla sera. Tutti
questi nomi si sono rimutati nell'uso moderno, e il pranzo ha preso
il posto della cena. Già, lo ha detto Vittor Ugo, _ceci tuera cela_.
Ma io conosco ancora molti impenitenti pagani, che fanno merenda in
casa, quando la famiglia prende il suo pasto più forte, e cenano, poi,
quantunque all'osteria, molto più tardi, e in compagnia di allegri
commensali.
Le cene di Tizio Caio Sempronio avevano fama in città, come quelle di
Lucio Licinio Lucullo. Figuratevi se gli mancavano i convitati, con
la magnificenza gastronomica di cui facea pompa il suo cuoco, e la
presenza delle più belle e colte fanciulle dell'Attica, o delle rive
della Jonia. A quei tempi era di moda il greco, siccome ai dì nostri il
francese.
Oggi, sia lodato Iddio, il greco non si conosce più, neanche dai
professori. La moglie d'un grecista famoso raccontava un giorno di
non aver concessa la sua mano a quel degnissimo uomo, se non dopo
la testimonianza di due oneste persone, le quali giurarono che egli
insegnava bensì il greco, ma che non lo sapeva altrimenti.