L'impresa fatta sulla città di Como il dì 11 giugno 1521 è senza
dubbio tra le più audaci che presenti la storia. Nè i provvedimenti a
lungo ponderati, nè la molta gente raccolta intorno a pochi lombardi,
nè l'appoggio d'estranei aiuti, nè la facile adesione della
moltitudine irritata ed aspettante, in cui si poteva ragionevolmente
confidare varrebbero a purgarla in tutto dalla taccia d'avventatezza,
quando non si volesse aver riguardo a quella generosa impazienza per
cui uomini innamoratissimi della propria terra, e pietosi della
universale miseria, più che in altro cercarono consigli
nell'entusiasmo e si affidarono alla sorte.
Allorchè le soldatesche del Palavicino giunsero presso Como, il sole
era già sorto, per cui anzichè toccasser terra, potè correr la voce
della loro comparsa. Parve allora, per l'effetto ch'essa fece sui
soldati del presidio, che a Milano non si fosse avuto nessun sentore
di un prossimo tentativo, come il Corvino aveva sospettato, nè che il
numero dei soldati si fosse accresciuto allo scopo di opporre una
valida difesa. Da principio dunque si mise in essi tanto disordine,
che metà de' fantaccini di Manfredo poterono metter piede a riva prima
che su loro si facesse fuoco. Però, siccome il Palavicino non aveva
potuto giungere a tempo per sorprendere la città in ora di maggior
quiete, così pensò cavar partito da questa medesima circostanza,
tentando di eccitare a prender l'arme quella parte di popolo che era
già desta, promettendo loro la prossima liberazione di tutta
Lombardia.
Il Palavicino, il conte Mandello, il conte Birago, il Crivello, il
Ferreri ed altri si sparpagliarono infatti tra 'l popolo offerendo e
presentando armi ed incuorando tutti a gran voce e promettendo
infiniti compensi. Ma il caso non atteso, ma la vista di tanti armati,
ma il timore che la città fosse in breve per essere la scena di una
strage orrenda e per ultimo il tamburo delle milizie francesi, che
battendo a gran carica, ridestò tutti gli echi all'intorno, mise in
loro così forte scompiglio e sgomento, che, volti a precipitosa fuga,
scomparvero tutti quanti per la via dei monti, lasciando liberissimo
il campo ai combattenti.
Una zuffa accanita, pertinace, continua durò quasi dieci ore tra i
Francesi e la metà della gente di Manfredo, che l'altra metà aveva
comandato se ne stesse aspettando fuori del porto, lontana dal
combattimento, affinchè potesse giunger fresca e intatta quando mai il
pericolo lo comandasse. Ma in ultimo ai soldati del presidio, stremati
e malconci, convenne ritirarsi nel forte. La sera, tra grida di gioja,
e canti ed evviva, le soldatesche di Manfredo rimasero padrone di
Como, e i Comaschi ritornarono in città pieni di speranze e liberi
d'ogni timore.
Non si affidava però Manfredo, chè conosceva d'aver fatto il meno, e
sospettava non fossero per giungere nuove forze da Milano in poco di
tempo e sconsigliava i suoi dall'abbandonarsi eccessivamente ai
tripudj, e li esortava invece, per quanto poteva, in ciò ajutato dal
Mandello e dagli altri, a star pronti ai nuovi pericoli.
Mandò poi con tutta sollecitudine un grosso drappello di soldati sulla
strada a Milano, perchè precludessero, con tutti gli sforzi possibili,
qualunque adito ai nuovi vegnenti.
Ordinate le quali cose, attese la notte a correre affannato tutte le
vie di Como dove era popolo, tutte le case, tutte le fabbriche di
lana, di seta, dove eran giovani per trarli a sè e indurli ad armarsi,
e molti ne ebbe persuasi infatto.
Ma intorno alle cinque ore, da quelli che avea mandati fuori di Como,
gli giunse sollecito avviso che a rapida corsa venivan da Milano
soldatesche in gran numero e artiglierie ed altro.
Non stette molto a pensare, si raccolse col Mandello e gli altri,
senza l'assenso de' quali non mandava nulla ad effetto, e tosto, unita
la nuova gioventù di Como alle soldatesche che stavano in città, mandò
a levare un altro terzo della metà gente che tuttavia intatta stava in
aspettazione fuori del porto, e di tutti quanti fatta un'unica massa
assai ben agguerrita e compatta, li condusse sulla strada a Milano,
dove di piè fermo attese le nuove forze de' Francesi. Ebbe inoltre la
precauzione di lasciare un grosso d'archibusieri in città onde impedir
l'uscita a quei del presidio, dai quali per avventura poteva essere
preso alle spalle e chiuso così tra due fuochi.
A mezzanotte le soldatesche venute da Milano si trovarono a fronte
della gente di Manfredo; e tosto, ad onta dell'oscurità, si venne alle
mani. Le scariche continue degli archibugieri, e il tuonare violento
delle artiglierie francesi, rimbombarono tutta notte per immenso
spazio all'intorno. Nè fecero di meno i soldati di Manfredo. Anzi
questi, quantunque fossero in minor numero assai, combatterono con più
impeto de' Francesi ne' quali solamente fu maggiore l'ordine. Il conte
Galeazzo Mandello diresse l'opera di alcuni militi olandesi, i quali
facendo lavorare la poca artiglieria de' Lombardi, poterono far fronte
per molto tempo alla tempesta nemica. Il Palavicino, scorrendo tra
soldato e soldato, continuò tutta notte a ripetere quest'unica frase:
--Non si ceda terreno! Se oggi si vince tutto è vinto!
Quando sorse il primo sole la zuffa ferveva più terribile che mai. Ma
parve che l'alba fosse infausta ai Lombardi, i quali cominciarono a
sentirsi soverchiati dai numero. Operarono sforzi prodigiosi, ma pei
morti e i feriti che spesseggiavano sul terreno di minuto in minuto,
la difesa dovette necessariamente affievolirsi.
A un tratto accorre il Mandello presso al Palavicino, e affannato:--Io
ti consiglio, gli grida colla voce fatta rauca e cupa, di far battere
a ritratta, e di prender la via dei monti.
Queste parole del conte Galeazzo fecero sull'animo di Manfredo più
impressione che la sanguinosa scena e gli spessi cerchi dei morti
ond'era circondato. Se un uomo come il conte Galeazzo, che s'era
trovato in tanti fatti d'arme, diveniva d'improvviso così prudente,
era ben indizio che la speranza di respingere i Francesi cominciava,
per allora, a diventare irragionevole. Però sebbene gli pesasse molto
di dover comandare la ritratta, considerando quanto sarebbe difficile
poi il ricuperare quel posto, seguì il consiglio del conte
Mandello.... e facendo dar ne' tamburi, rinculò co' suoi fin a un
passo de' monti indicatogli dai giovani comaschi che avean preso
l'armi e combattevano a' suoi fianchi e per dar agio alle proprie
soldatesche di scomparire per le vie montane senz'essere inseguiti,
raggranellò un grosso drappello di archibugieri a rattenere
momentaneamente l'impeto de' militi francesi. Intento che gli riuscì,
e sempre guidato dai giovani comaschi espertissimi de' luoghi, donde
si poteva ferire senz'essere offesi, potè poi soccorrere agli stessi
archibugieri rimasti sul campo, i quali ebbero anch'essi il modo di
riparare tra monti benchè assottigliati della metà.
I Francesi fecero sosta a questo punto, e non sapendo in sul primo a
che appigliarsi, si ridussero intanto entro città. Il comandante del
presidio scrisse subitamente al governatore di Milano domandando nuove
istruzioni, che vennero infatti e furono funestissime, come vedremo.
Il Palavicino, internatosi fra i monti, s'accampò come gli riuscì
meglio. L'Elia Corvino, sebbene non ne avesse avuto il comando, avea
fatto allontanare tutte le barche lombarde da Como, perchè i Francesi
non avessero così il modo di recarsi a molestare quel resto delle
forze di Manfredo, le quali essendo tuttavia intatte avrebbero potuto
a suo tempo portar gran soccorso; provvedimento di cui tanto il
Palavicino che il conte Mandello lo lodarono assai.
Ma erano a farsi altri provvedimenti, e bisognava pensare seriamente a
quanto occorreva in simile frangente; perciò il Palavicino, il
Mandello e gli altri Lombardi strettisi in consiglio, determinarono di
spedire con tutta sollecitudine un avviso al Morone, confidando,
avrebbe trovato il modo di mandar loro un súbito soccorso.
--Ad ogni modo, diceva il Palavicino, quanto abbiamo operato non
rimarrà senza utili effetti; e siccome, come altre volte ho detto, a
determinare la lega tra Carlo e Leone era forte bisogno di qualche
grave avvenimento, così mi confido che questo varrà per tutti.
Un'altra considerazione poi mi consola dell'utilità del nostro
tentativo, ed è questa: che se da questi luoghi noi continueremo a
molestare le milizie francesi, di cui penso non esservi gran numero
nel Milanese, sarà per cagion nostra, se le forze del papa e di Carlo,
accostandosi a Milano, non avranno a lottare con troppo duri ostacoli.
Il più difficile delle imprese non sta sempre nel condurle a termine,
ma nel dar loro principio: e ciò noi abbiamo fatto; spediscasi ora
dunque, senza indugio, questo messo a Reggio, che qualche cosa
nascerà.
Il Corvino si esibì di andar lui in persona; ma il Palavicino:--Per
te, gli disse, ci sono ufficj di ben maggiore importanza. Manderò
invece qualcuno dei nostri che già abbia atteso al commercio perchè
avrà facili i mezzi più che altri e, riconosciuto, per la condizione
sua non desterà sospetti. E ciò fu fatto.
In tutto questo giorno Manfredo mostrò un'alacrità quale di solito non
era nell'indole sua; ma a poco a poco perdette di quella balda
sicurezza che ne' momenti, a dir vero, i più importanti, gli aveva
tanto giovato.
De' suoi colleghi eran rimasti morti, nella zuffa, il Crivello e il
conte Birago. A tutta prima egli aveva ignorato una tale mancanza, ma
non vedendoli, e avendone domandato, gli fu risposto che non erano più
fra i vivi; della qual notizia rimase così sopraffatto, che si
concentrò in sè medesimo e fu veduto a piangere.
A renderlo così mesto, influì poi la repentina trasmutazione del
cielo, giacchè, come trovo notato in un cronista, dalla metà del
giugno in poi "comparvero segni esiziali nell'aria, con tuoni e lampi
continui e venti di tramontana, da far credere che il giugno fosse
tornato al gennaio, poi venti sciroccali da togliere il respiro e da
far credere che la Lombardia fosse una regione dell'Africa, e
gragnuole mirande devastatrici delli agri e delle messi." Ma forse
quella mestizia era un presentimento.
Due o tre giorni dopo, lasciata la compagnia del conte Mandello e
degli altri, dai quali eransi agitati mille partiti per sferrarsi da
quelle angustie della montagna, e tentare qualche altro colpo, il
Palavicino, tutto chiuso ne' più gravi pensieri, se ne venne dove
aveva dato ordine che si seppellissero i morti. Se ne venne per
assistere alla sepoltura de' cadaveri del Birago e del Crivello
trovati pochi momenti prima.
Fermatosi al luogo, vide che i zappatori ascendevano lentamente la
montagna portando a stento le salme dei due milanesi. Quella vista, e
la torbida apparenza del cielo che si rifletteva nel torbido lago,
gl'influirono potentemente sull'animo, e guardò a lungo le cinque o
sei fosse, che gli stavano all'intorno scavate, con un'aria così
profondamente mesta, che avrebbe fatto senso a chicchessia.
Giunsero finalmente i zappatori, e riconoscendo il marchese Palavicino
e mostrando i cadaveri:
--Penereste assai a ravvisarli, gli dissero, tanto sono sformati; pure
questo è il marchese Crivello, questo il conte Birago.
Manfredo non rispose e guardò un pezzo i due colleghi morti, poi volse
altrove la testa. Quando furon fatti cadere nella fossa, e i zappatori
si misero a gettare le palate di terra per colmare e coprir la fossa,
trovandovisi il Palavicino assai presso, sui piedi di lui venne a
cadere qualche palata di terra mal gettata.
I zappatori ristavano allora per rispetto di lui, del che accortosi il
buon Manfredo:
--_Cari amici_, disse loro sforzandosi a sorridere, _fate presto, fate
presto a seppellirmi_.
Tristi parole, che tanto più ci stringono di pietà, in quanto che, per
uno strano ritorno di un fatto presso che uguale, furono ripetute in
tempi a noi vicinissimi da un altro Italiano, illustre anche lui,
anche lui distinto per ingegno e per coltura, e prode e sventurato, il
bresciano Pietro Teullié, vogliam dire, di gloriosa e carissima
memoria, che dopo aver pronunciato, per celia anch'esso, a due
zappatori che gettavan terra sui suoi stivali: _fate presto a
seppellirmi_, una palla da cannone venne a fracassargli una coscia, e
morì. Le parole del buon Teullié furono davvero presaghe.... ma lo
furono pur troppo anche quelle del buon Manfredo.
La mattina di questo medesimo giorno, in uno de' bassi camerotti del
castello Baradello dove alloggiava il comandante del presidio, questi,
passeggiando da un capo all'altro della camera, volgeva la parola ad
un soldato che se ne stava in un canto immobile e attento.
--Quanti anni avete?
--Quaranta.
--Siete intervenuto ad altri fatti d'arme?
--A cinque; il penultimo fu la giornata di Marignano.
--E non avete mai imparato a ben morire?
--Sul campo sì; impiccato no.
--E per scansare il capestro siete pronto davvero a far quello che
avete detto?
--Prontissimo; non solo però per sfuggire alla morte, ma per
migliorare la vita.
--E pretendete?
--Quanto può bastare ad un uomo per vivere, in una città qualunque,
colla moglie, sei figli viventi, e provvedere largamente a quelli che
nasceranno.
--Largamente?
--Si, poichè ci deve pensare un re a pagare, e perchè se tiro al
laccio l'uomo che sapete, il governatore, se fosse il re, mi darebbe
una contea. So quel ch'è passato, e basta.
Il comandante, senza rispondere, riprese allora alcuni fasci di carte
che stavano ammonticchiati su di una tavola.... e rilesse da capo una
lettera del luogotenente del governatore.
--Ringraziate il diavolo, disse poi al soldato, che vi ha fatto tentar
la sorte nel miglior punto.
--Quando starò contando i duemila fiorini d'oro, dirò che avete
parlato bene.
Il comandante, che era un onesto e leale Francese, e mal suo grado
doveva obbedire altrui, non potè a meno di volgere un'occhiata di
sprezzo al soldato, mentre pure soggiungeva:
--Giacchè la vostra proposta fu accettata, li conterete ad opera
compiuta.
--Ad opera compiuta?
--Si.
--Chi mi assicura?
--Chi ci assicura noi, ribaldo?
--Un buon giuramento aggiusta ogni cosa.
--E noi ti faremo promessa formale dì pagarti quando l'uomo sarà nelle
nostre mani.
--Non mi fido delle promesse di chi ha duemila soldati ai propri
ordini.
--E le tue saranno attendibili, furfante?
--Quand'uno mi paga bene, io gli son servo in corpo e in anima; è
questa una regola alla quale non ho mai contravvenuto in vita mia.
--E ti basta la vista di sostenerlo?
--Mi basta.
--E perchè dunque vendi il marchese, se ti pagava?
--Ho io forse detto che mi pagasse bene? Malissimo mi pagava, e non
conobbi al mondo capitano più pitocco di lui. Però mi chiamo fortunato
d'esser caduto nelle mani dei suoi nemici.
--Dunque ti ostini a voler la paga prima dell'opera?
--Per finirla in due parole, fate così: metà prima e metà dopo.... è
questa la più gran prova di fiducia ch'io possa darvi.
Il comandante, che desiderava spacciarsi in fretta e di un tal uomo e
di un tale intrigo:
--Bene, disse, così sia fatto! Vieni dunque, che ti assegnerò i
compagni.... e avrai l'oro.
Il soldato, che la storia dice essere stato un venturiero alemanno,
uscì poco dopo di Como con tre archibusieri, prese pel borgo di Vico e
s'internò tra i monti, volgendo a sicura meta.
Pervenuto in un certo passo dov'era un gruppo di pini:
--Fermatevi qui, disse agli archibusieri; io vado lassù. Pochi minuti,
e condurrò l'uomo con me; se qualcuno ci seguisse da lontano, tirate
su loro; noi scompariremo per questo sentiero.
Quando il Palavicino, finita l'opera dei zappatori, rimase solo nel
funebre luogo, udì al di sopra di sè le voci di alcuni soldati che
dicevano:--Se volete parlargli, il marchese è là, egli vi rivedrà
assai volentieri.
Manfredo, guardando in su, vide allora appunto quel venturiero
alemanno che, preso al soldo molti mesi prima, egli aveva preposto a
certi archibugieri olandesi, e che sapeva essere stato fatto
prigioniero alcuni giorni prima dai Francesi. Perciò molto
maravigliato:
--Voi qui? gli disse.
--Sano e salvo son qui, marchese, e quel ch'è riuscito a nessuno è
riuscito a me.
--Avete potuto fuggire?
--Sì, illustrissimo.
E ciò dicendo discendeva l'erta e si faceva presso a Manfredo.
--Se voi vi rallegrate, continuò, perch'io sia scampato dai Francesi
ed abbia ricuperata la mia libertà, vi rallegrate di ben poca cosa. Ma
vi darò tal nuova per cui avrete a rallegrarvi davvero.
--E qual è questa nuova?
--Che la prigione e la fuga mi fecero scoprire una via segreta, per la
quale, senza che i Francesi se ne accorgano, potrete entrare in Como,
in qualunque ora vogliate, e sorprenderli e batterli e ricuperar
quello che avete perduto.
--Dite il vero?
--Se non volete credere a me, crederete agli occhi vostri; venite a
vedere voi stesso.
--Dov'è la via?
--Per questo monte medesimo, un sentiero affatto affatto ignoto;
venite dunque.
--Vengo; aspetta! e Manfredo diede una voce; alla chiamata comparvero
due soldati: Dite al conte Mandello, loro gridò Manfredo, che lo
aspetto qui.
--E che volete dal conte? gli domandava l'Alemanno.
--Che venga a vedere anche lui.
--Lasciate, lasciate; dovete veder voi prima di tutto, perchè se mai,
come non credo, io avessi preso abbaglio, non vorrei sentire le beffe
del conte, che è si corrivo a dar la berta altrui.
Manfredo sorrise a queste parole del caporale alemanno, chè in fatto
il conte aveva per costume di dar la berta a quei buoni soldati, i
quali, fuori dello schioppetto che sparavano a maraviglia avevano
l'ingegno piuttosto grosso. Sorrise e seguì il caporale, che affrettò
la discesa per allontanarlo dalla valle dove stavano a campo le sue
genti. Quando furono a mezza costa, risuonò dall'alto la voce sonora
del conte Galeazzo Mandello che chiamava a gran voce il Palavicino.
Questi, a motivo dei tortuosi giri del sentiero montano, udì il conte
senza vederlo, e si fermò.
--Son qui, Galeazzo, discendi, gli rispose poi dal basso.
Il caporale alemanno, non sapendo allora a che appigliarsi, finse di
sdrucciolare in giù e trasse a sè il Palavicino. A un tiro di balestra
dietro al gruppo di pini stavano gli archibugieri francesi, di cui
Manfredo a tutta prima non s'accorse, ma che continuando a
sdrucciolare in giù vide a un tratto, onde gli venne un orrendo
sospetto.
--Galeazzo! Galeazzo! gridò allora, e fu un grido che fece rintronar
la montagna.
--Manfredo! rispose dall'alto la voce del Mandello che poco dopo si
mostrò e vide e fu visto.
--Galeazzo, sono tradito, accorri! così disse il Palavicino che,
assalito in quel punto, si dibatteva tra le robuste braccia degli
archibugieri che io pungevano colle armi.
Il conte fece allora un salto d'un trenta passi buonamente; ma in
quella vide le canne di due archibugi appuntate contro di sè e la
subita fiamma, e udì il fischio delle due palle e cadde.... cadde
ferito gridando con voce di strazio acutissimo e di disperazione:--Ah!
Manfredo, io non ti posso salvare! Manfredo, Manfredo!... Ma questi
pur continuando a ripetere il nome di Galeazzo, venne tratto lontano,
e dileguò anche la voce.
Fu il più sviscerato e il più orrido addio che mai siensi dati due
amici da che mondo è mondo. Il conte Mandello, insensibile al dolor
fisico che gli veniva dal braccio sinistro, passato parte a parte
dalla palla di piombo quantunque ne fosse reso impotente, lasciava che
il sangue scorresse senza porvi riparo, e premeva la destra sulla
fronte con una tensione così disperata, che pareva volesse in quel
modo togliersi la vita divenuta inutile.
--Ahi!!! disse finalmente con un gemito profondo e alzando la mano
verso al cielo, tutto è dunque perduto! e svenne e cadde privo di
sentimento.
La scarica degli archibugi avea desta l'attenzione di taluni soldati
che accorsero per vedere che cosa fosse, e udite le grida e tenendo il
sentiero per dove quelle eran venute, discesero, e, pieni di dolorosa
maraviglia, trovarono il conte Mandello disteso sul nudo masso,
bagnato del proprio sangue, e che non dava segno di vita. Veduta la
ferita del braccio, presto la fasciarono e gli si misero intorno con
ogni premura; ma mentre si adoperavano con tanta sollecitudine,
almanaccavano per trovar le circostanze del fatto.
--Da chi mai può esser venuto il colpo?
--Non mi sono ingannato, e posso assicurarvi che furono più scariche.
--Dunque fu tentato di penetrare sino a noi!
--Aspettate che parli il conte.... Ma sapete che ha perduto tanto
sangue quanto basterebbe per dar la vita a due uomini?
--È vero, ma perchè se ne venne solo fin qui?
--Ora che mi ricordo, non lo chiamò il marchese?
Questa domanda mise de' stranissimi sospetti in quel gruppo di
soldati.
--Perdio! mi pare; il marchese era con lui!
--Dunque...:
--Ma sei ben certo che il marchese lo abbia chiamato e sia seco
disceso?
--Non c'è dubbio...
Il conte diede in quella i primi segni di riaversi, e tutti tacquero.
--Tutto è perduto! egli replicò poi con voce profonda e come se
parlasse tra il sonno, e poco dopo aprì gli occhi e si alzò. Il primo
moto fu quello di afferrar pel braccio chi gli stava presso
coll'ultima forza che gli rimaneva; ma riconoscendo i volti: Perdio,
gridò ansioso e anfanato, accorrete, accorrete tutti, il marchese è
tradito!... è perduto!...
Ciò dicendo tentò di alzarsi, e gli riuscì con grandissimo stento; e
così sorretto dai pietosi compagni d'armi pressochè tutti lombardi,
lentamente ascese la montagna per discender poscia nella valle, ov'era
il grosso della gente.
Il conte, per la molta perdita del sangue, era oltremodo affievolito;
tuttavia, riavutosi dalla prima angoscia, tanto più degna di
maraviglia, in quanto aveva potuto vincere la sua natura medesima,
narrò il fatto con tale efficacia di parole, che per tutto il campo fu
una conflagrazione repentina, insolita, che giunse fino al furore tra
i militi alemanni, percossi dalla vergogna che un loro compatriotta si
fosso bruttato di un così infame tradimento.
Ma che valevano le pietose proteste, il dolore, lo stupore, lo sdegno,
il desiderio di vendetta? Come si poteva salvare lo sventurato
Manfredo? Come uscire con tutta la gente da quelle angustie, e
penetrare in Como, e far strage di chi aveva comandato un così atroce
tradimento? Come continuare le paghe! Come in tanto intreccio di cose,
avviluppatesi più che mai quando pareva dovessero terminare, trovare
un consiglio, un rifugio, un mezzo potente per riparare a tanta
sciagura! Il conte osservò tutte queste cose di un lampo, misurò tutta
la profondità dell'abisso, e, da che viveva, perdette per la prima
volta affatto quella fiducia così piena di trovati e di risorse,
disperò e si sentì prostrato e avvilito e incapace a pensare non che
ad operare.
In questo stesso dì giunse l'Elia Corvino da Cremia, dove, per
preghiera del Palavicino, erasi recato a confortare la Ginevra, e
di mestissima ch'ella era, l'aveva lasciata tanto quanto lieta.
Accortosi che nel campo era un gran pericolo, da principio non
seppe che si pensare, poi quando udì la grave sciagura rimase come
smemorato.--Povera Ginevra, esclamò, qual colpo sarà questo per
lei!!--E si recò subito presso il conte Mandello il quale s'era
messo a giacere sul suo letto di paglia, non consentendo maggiori
comodi le angustie delle circostanze e dei luoghi.
L'Elia e il conte si guardarono a lungo senza parlare.
Non v'ha spettacolo che più colpisca dell'angoscia e della
prostrazione di chi naturalmente è audace e giocondo e noncurante. E
una tale commozione si fa ancora più grave quando, ritornando alla
causa, si considera quanto ella dev'esser stata terribile se potè
gettare la confusione anche colà dove era sempre stata sconosciuta.
E fu terribile davvero.
--Ma e non pensiamo a far nulla? disse finalmente l'Elia dopo avere
aspettato invano che il conte parlasse il primo.
---Tutto io avrei fatto, rispose allora quasi dando in furore il
Mandello, se questa ferita non mi avesse fatto cadere; quantunque in
due soli e quasi senz'armi contro quattro armati d'archibugio e
coperti di ferro dalla testa ai piedi, pure li avremmo schiacciati,
per la fede di Dio, ed io avrei fatto miracoli per salvare Manfredo!
il buon Manfredo! così è perduto!...
E tacque.... e pianse.... pianse d'amore e d'affanno. L'Elia volse la
testa altrove.
E dopo una lunga pausa:
--È da più ore, caro Elia, e gli sporgeva la mano per stringere la
sua, che io sto affannandomi in cerca di un filo di salvezza; ma non
so trovar nulla.... nulla, e mi pare d'avere smarrita l'intelligenza
affatto. Sarebbe un gran che, vedi, se si potesse salvare un così
prezioso amico, un italiano sì generoso, un così raro complesso di
virtù egregie, in cui era tanto valore e tanto ingegno, e tanta
soavità di natura.... Oh percorri Elia, percorri tutta Italia che un
giovane come Manfredo non ti verrà mai fatto di trovarlo mai.... Ed
ora è perduto.... e il cuore mi dice per sempre!.... perchè....
l'altra volta quando Manfredo corse quasi lo stesso pericolo.... io
non mi lasciai così abbattere.... e il presentimento d'averlo a
salvare mi metteva in cuore una gran fiducia.... ma oggi non vedo
nulla! E s'io ho a morire impazzito ciò accadrà per questa
disperazione che mi strazia, che mi divora! Ma tu, Elia tu uomo acuto
e scaltro.... e provvedente.... non hai nulla a dirmi, nulla a
consigliarmi, nulla da operare pel nostro povero, sventurato amico?
L'Elia non rispondeva....
Il Mandello si fece ancora immobile, e tenne gli occhi fissi senza mai
parlare.
--E la Ginevra, disse poi scuotendosi tutt'a un tratto, come l'hai tu
lasciata quella povera sventurata? Ma tu non rispondi? Io ho perduto
il senno, tu anche la favella.
--Vorrei, per verità, aver perduto l'uno e l'altra, rispose finalmente
l'Elia.... ma se si ha a tentare un partito ancora.... esso non può
essere che il più disperato.
--Sia pur disperato quanto mai può essere, purchè ci sia; parla
dunque. Che partito hai tu?
--Potrebbe riuscire se Dio lo volesse, e se dipendesse soltanto da
noi, che siam pronti a sagrificar tutto!
--Sì, tutto, sino alla vita!
--Ma noi soli non bastiamo.... Converrebbe che la Ginevra potesse far
ciò che forse non è lecito attendere dal suo immenso dolore quando
saprà la sventura.... Pure la sua disperazione istessa, le sue grida
strazianti potrebbero essere un gran mezzo, una potente scintilla da
destare un incendio.
--Che?
--Sì, centomila uomini, che gemendo tacciono da anni, potrebbero,
eccitati da uomini esperti prorompere improvvisamente innanzi allo
spettacolo di una desolazione che non ha pari.
Il Mandello si alzava dal suo giaciglio a queste parole, e appuntando
l'occhio in volto all'Elia in grande aspettazione:
--Parmi, diceva, parmi d'averti compreso.... Segui!
--Manfredo, quest'oggi istesso, forse sarà in Milano.
--Non può essere diversamente.... è il governatore che lo vuole.
--Ma prima che il governatore ci tolga tutte le speranze, Manfredo,
trattandosi d'un fatto così pubblico, così straordinario, così
politico, sarà giudicato dalla _Cameretta_; questo basta perchè, prima
della sua condanna, passi qualche giorno d'intervallo.... Un tale
intervallo può esser tutto per noi!
Il Mandello, a tali parole, rianimandosi di speranza:
--Dio ti benedica! proruppe; il resto lo so io.
--La Ginevra....
--La Ginevra s'affretta a Milano....
--E va a palazzo.... e domanda un'udienza dal governatore....
--E al suo rapido viaggio da qui a Milano si dà il più grande apparato
possibile, tanto che accorra la folla, commiserando e sdegnosa, sulla
via per dove passerà....
--E in città si mandano uomini esperti ad annunciare la sua venuta....
a preparare, ad eccitare, ad esaltare gli animi di pietà e di furore.
--Nè ella dovrà pregare il governatore per la vita di Manfredo:
sarebbe domandar troppo; chiederà che a lei sia concessa la grazia di
recarsi a supplicare il re, il solo che possa mutar la sentenza della
_Cameretta_.
--Ma ciò non concederà il Lautrec.... e i pianti di lei ecciteranno il
popolo.... e noi stessi muoveremo gli animi intanto che l'infelice
pregherà invano! Se le nostre parole avranno efficacia; se in un solo
istante una corrente di entusiasmo verace immenso, solca ed arde non
già cento; ma ventimila uomini soltanto, non v'è più forza che li
trattenga. E una donna che prega e versa torrenti di lagrime, e trova
il rifiuto spietato, può far di gran cose, credetelo a me.
Il Mandello, attonito prestava attenzione all'insolito impeto onde
esprimevasi l'Elia, e sentiva tutte sussultarsi le fibre, e a dispetto
della ferita, non poteva star calmo.
--Mi pesa di essere così indebolito, disse poi, ma farò come se non
fosse nulla. Intanto bisognerà che tu ti rechi subitamente a
Cremia.... e parli alla moglie di Manfredo.
L'Elia sentì sbollirsi ogni coraggio a un tale pensiero.
--E questo, disse, questo è ciò che mi riesce insopportabile; e non so
cosa farei perchè altri se ne incaricasse.
--Ti comprendo, Elia, ma conviene che ti faccia forza.
--E s'ella non sopportasse il dolore?
--Speriamo che lo sopporti. Ma intanto che tu vai a Cremia, io
provvederò a ciò che rimane a farsi coi mercenarj di Manfredo; credo
che per quindici giorni ancora vi siano i denari per le paghe, passati
i quali, se non giunge un soccorso dal Morone o da altri, bisognerà
licenziarli. Intanto io crederei bene di condurli, per la Valle
d'Intelvi, sul territorio svizzero, il quale è a poche miglia di qui,
che in tal modo, finchè si aspetta, si è in luogo più sicuro, e i
Francesi del presidio, vivendo in continuo sospetto, non potranno
recarsi a Milano per portar soccorso quando ci fosse il bisogno.
--Ciò è ben pensato, mi pare, e converrà dar gli ordini perchè si
ritiri anche la gente che il Palavicino lasciò per ajuto sul lago.
--A questo ci ha già provveduto lui, e tutto è fatto.
La notte, quantunque il lago fosse procelloso e minacciasse fortuna,
l'Elia si recò a Cremia.