CAPITOLO XXXVI.

La nuova di tali avvenimenti aveva messo intanto uno strano

sobbollimento negli animi dei Milanesi. Già da molto tempo prima erano

stati in aspettazione di qualche gran cosa, e la continua resistenza

dei fuorusciti raccolti in Reggio contro le scorrerie francesi, non è

a dire che fiducia e quante speranze avesse in loro suscitato. Avean

saputo inoltre che stavasi concertando una lega tra Leone e Carlo, la

quale, siccome tutto induceva a credere, avrebbe risolutivamente

cacciato dalla Lombardia quelli che, da tanti anni, con tirannia sì

atroce la governavano.

Coloro, ed erano i più, che durante tale dominazione mai non poterono

uscire dalla città, da principio, percossi dall'insolita miseria, non

avevan saputo che tremare e lamentarsi e piegare il collo--e in così

deplorabile condizione continuarono per gran tempo. Ma nell'anno in

cui il Lautrec stette in Francia, e il Lescuns meno atroce, lo

rappresentò, alla prima notizia del complotto di Reggio cominciarono

alquanto a risentirsi dal pauroso torpore, e più d'una volta avvenne

che la folla prorompesse in qualche sfogo improvviso di furore contro

le soldatesche; sfoghi, che sebbene in breve venissero repressi dalle

forze soverchianti, pure erano indizio che, se continuavasi di tal

guisa, la moltitudine, dalla disperazione medesima fatta accorta della

propria forza, avrebbe potuto, a lungo andare, riuscire formidabile a

quelli stessi che tanto l'avevano oppressa.

Ben è vero che, al ritorno del Lautrec, ella sentì ancora un resto di

paura per le terribili misure da lui prese, ma anche quella, spinta

all'eccesso, avrebbe potuto diventar poi la causa di una

conflagrazione improvvisa e risolutiva.

Il dì 11 di giugno cominciò finalmente a correre sordamente per Milano

una strana voce: che il marchese Palavicino, alla testa di molta gente

era comparso sul lago di Como in attitudine minacciosa. Dapprincipio

si cominciò a negar fede a quelli che, pieni di esaltamento,

raccontavano un tal fatto, poi crescendo il cumulo delle prove,

subentrò la maraviglia, l'aspettazione, l'ansia. V'era tuttavia chi

non sapeva ancora indursi a credere quanto si raccontava, quando il

corriere spedito in tutta fretta dal comandante del presidio di Como a

Milano, e l'improvviso ordinarsi delle soldatesche che stavano in

castello, e il battere dei tamburi che risuonò turbinoso nel rione di

Porta Comasina, persuase e colpì tutti quanti. Il nome del marchese

Palavicino corse allora in Milano sulle bocche di tutti. Chi

raccontava la sua vita passata chi le sue sventure, chi le ultime

vicende in cui si trovò avvolto. Sapevasi che egli aveva sposato la

signora di Rimini, e si parlò di costei e della misteriosa sua morte;

ma s'ignorava al tutto che egli si fosse unito in matrimonio colla

Ginevra Bentivoglio, della quale si ricordò la fuga, onde tutta Milano

s'era tanto scandolezzata. Quante cose avvennero in sì lungo corso di

tempo, si riandarono tutte in quei cinque o sei giorni, e i personaggi

che l'uno dopo l'altro comparvero in questo libro, dal più al meno

furon tutti oggetto dei discorsi generali. Corse finalmente anche la

voce che il marchese Palavicino aveva sposata la Ginevra Bentivoglio,

la vedova del terribile Baglione, e che anzi ella trovavasi a Como con

lui. Una tal nuova colmò le maraviglie, accrescendo l'interesse per

ambedue, il quale era tanto maggiore in quanto si connetteva

all'interesse comune. Non è poi a dire con quale impazienza e con che

ardore si cercavano le notizie dell'impresa di Como. Fu un tripudio

generale, sebbene compresso, quando vennero propizie; fu

un'inquietudine quasi tumultuosa quando si vociferò che la gente del

Palavicino aveva dovuto ritirarsi fra i monti, e che la condizion sua

facevasi più difficile di giorno in giorno.

In questo mezzo, cominciando a imperversar la stagione fuori

dell'ordine naturale, con venti procellosi e gragnuole violenti e

lampi continui; il popolo, a quel tempo, superstizioso oltre ogni

credere, credette vedervi qualche indizio di una terribile catastrofe.

Uscendo dalle disertate officine, gli artieri si radunavano a crocchi,

e chi faceva un pronostico, chi l'altro; e siccome in quegli ultimi

dì, sulla Piazza Castello, eransi dati atrocissimi supplizj a sei

patrizi lombardi caduti nelle mani del Lautrec, si pensò che il cielo,

col procelloso aspetto, volesse dar segno della sua collera, e taluni

si confortavano considerando che se pure un'inaudita sciagura avrebbe

avuto a colpire qualche mortale, questo sarebbe stato un francese; e

tutti i pensieri correvano allora al governatore di fresco tornato a

Milano, e che avendo trovato il figliuolo in assai mal termine di

salute, e quasi coi segni della morte in sul volto, era uscito in

disperate imprecazioni e in minaccie contro a' medici, che non avevan

saputo fermare i guasti del morbo.

Ma qual fu la maraviglia quando mentre, l'attenzione era rivolta al

figliuolo del Lautrec, il marchese Palavicino, circondato da venti

gendarmi a cavallo, entrò in Milano e fu condotto al castello di Porta

Giovia!

La nuova di una così tremenda sventura percorse come un fulmine la

città, e ciascuno rimase colpito da quello stupore e da quell'angoscia

che toglie perfino la facoltà di esprimerla in qualche modo.

Fu un lutto generale sentito nel profondo dell'animo, e non comandato;

se non che in quello scambio della sorte la moltitudine credette che

il cielo, anzichè i Francesi, avesse voluto punire la città di antiche

e gravi colpe, cogliendola nell'oggetto del suo amore, e là appunto

dove aveva riposta ogni speranza.

Però, nel ricordare, questo fatto doloroso, non si può a meno di

provare qualcosa che somiglia al conforto, pensando a quella

corrispondenza di amore e di gratitudine sincera che fu tra un

individuo ed un'intera moltitudine, d'amore disinteressato per una

parte e che non si manifestò a parole, ma con fatti; e per l'altra di

un'effusione spontanea di pietà che se non fu efficace, fu però

generosa, e, quando non foss'altro, compensò anticipatamente il

Palavicino della freddezza e noncuranza dei molti i quali, abbagliati

dal grande, non ebbero riguardo al buono.

Erano così corsi tre giorni dalla cattura del Palavicino; alla torre

della Piazza de' Mercanti batteva la campana del mezzogiorno, e in

quell'ora destinata dagli artigiani al riposo, molti di questi, dalla

contrada Marsia, da quella di Pescheria, da quella dei Fustagnari,

degli Orefici, e dalle altre che ricevono il nome delle arti diverse,

venivano ad unirsi sotto al Coperto dei Figini per raccogliere altre

novità e per discorrere intorno a quelle di cui pur troppo erano

istrutti. Si raccoglievano sotto il portico, perchè nel cielo era un

annottar tempestoso che minacciava rovesci di pioggia, come dalla metà

di giugno soleva succedere ogni dì.

Innanzi alla bottega del merciajo Burigozzo, il quale aveva perduto

alquanto della sua parlatina e se mai sentiva bisogno di sfogo, non si

attentava di parlare che tra visi ben noti e dopo avere esplorato

d'ogn'intorno con gran precauzione stava un crocchio piuttosto denso

d'uomini che all'apparenza indicavano robustezza fisica e gran

risolutezza; fra costoro trovavasi l'Omobono, fratello del Corvino, e

quel fallito beneficato da Manfredo. Ed era cosa curiosa come, in quel

vasto susurro di voci che facevasi sotto al portico, fra tanta gente

intese a discorrere col massimo interesse, questo crocchio soltanto

osservasse il più grave silenzio, e quelli che lo costituivano

guardassero d'ogn'intorno con attenzione, con sospetto, con

aspettazione, e di tanto in tanto qualcheduno, spiccandosi dalla folla

e attraversando la piazza, si allontanasse per qualche istante, e

ritornando poi sempre in silenzio, si facesse ancora coi compagni.

Ma venne il momento in cui uno di essi portò finalmente la notizia che

gli pareva stessero attendendo.

Il fratello dell'Elia si gettò allora fra la gente di cui era gremito

il portico, ciò che fecero tutti i suoi colleghi.

--Amici, una notizia!

--Fra pochi momenti il governatore riceverà una strana visita, se pure

vorrà accordarla.

--Che? Cosa dite? Di che si tratta?

--Grandi cose ne avranno ad uscire.

--Sì, è la moglie del marchese Palavicino.

--La sventurata sua moglie, che fu veduta entrare in Milano or ora.

--E in gran pianti, come dicono chi l'ha veduta.

--E assicurano ch'egli è uno spettacolo innanzi a cui non si può

trattenere le lagrime.

--E a momenti sarà qui?

--A far che?

--Per impetrare un'udienza dal governatore.

Il Burigozzo, uscito allora dalla sua bottega, e non potendo più

trattenersi:

--Ahimè, disse, ella è giunta in malissimo punto! Mi rincresce per

lei, ma il governatore la ributterà.

--Perchè la ributterà? Vorremo vederla!

--Cominciamo dal dire, che non entrò mai donna in quel palazzo dal

momento che il governatore ci venne a star lui.

--E v'entrerà oggi. Ed è questo un caso straordinario.

--È da due giorni e due notti ch'egli non abbandona mai il letto del

figliuolo.... Pensate se vorrà farlo per costei, per la moglie del

marchese!

--Ma ella morrà d'angoscia, se ciò le verrà negato!

--Com'è vero Iddio, disperata morirà!

--E questo io credo, ma non posso che sentirne pietà e non altro.

--Sentite tutti: muoviamole incontro. Ella riceva i nostri conforti

almeno.

--Sì, muoviamole incontro. Io voglio vederla.

--Anch'io vo' confortarla in qualche modo.

--Tanto popolo commosso pel suo dolore, sarà per riuscirle d'un gran

sollievo.

--Andiamo dunque.

--Andiamo.

--Vengo anch'io.

--Ed io pure.

E in breve la piazza del duomo rimase deserta affatto, spalancate le

botteghe e vuote senza custodia. Soltanto vedevansi le sentinelle

francesi a passeggiare innanzi al palazzo ducale, soltanto udivasi

come da lontano il brontolar cupo e irresoluto del tuono, e il cielo

oscurarsi sempre più talchè pareva imminente lo schianto della

gragnuola.

La folla intanto, prendendo per Pescheria, e via di furia

attraversando la Piazza de' Mercanti, di contrada in contrada fu al

Cordusio, fu al Broletto, E ad ogni passo, quasi mucchio di neve che

s'aumenti rotolando, si faceva sempre più densa, più compatta, più

romoreggiante. Si udì un trotto serrato di cavalli, e fu un grido

generale:--Ella viene! Ella viene!

E in tal punto l'Omobono s'incontrò nel fratello tutto chiuso nella

cappa e coperto dal cappello a falde.

--Il principio fu buono, Elia, e la moltitudine ha viscere.

--Lo vedo e son contento; ma lo sospettavo.

--E il cielo par che ci ajuti colle sue tenebre.

--Pare.

--Ma il conte?

--È qui.

--Ed i soldati?

--Sono in Milano travestiti da contadini.

--Dunque s'ella è respinta e il governatore sta ostinato?...

--Come t'ho detto; il resto lo sai. Va dunque.

E si divisero.

Omobono seguì la sua via e raggiunse la moltitudine, la quale s'era

affollata ristagnando intorno alla carrozza della moglie del

Palavicino.

La Ginevra non sapeva che quel fermento popolare era mosso dal conte

Mandello e dall'Elia Corvino, perchè questo, sebbene a malincuore, non

aveva voluto per nessun conto scemarle il dolore, dandole argomenti di

speranza. Come sappiamo, voleva che il popolo venisse infiammato dallo

spettacolo di un dolore e di una disperazione senza limiti. E pur

troppo il dolore della Ginevra fu tale e lo sarebbe stato, quando pure

avesse avuta qualche promessa d'ajuto. Messasi dunque in viaggio,

nell'ora stabilita dal Mandello e dal Corvino, percorse tutto lo

stradale senza mai cessare dal pianto per un momento, e spesso dando

in tali espansioni di angoscia, e in tal gemiti, che la donna che gli

sedeva presso nella carrozza non trovava più modo nessuno per

confortarla.

Lungo lo stradale non ebbe neppure la facoltà d'accorgersi della

sparsa gente accorsa dalle ville per vederla e commiserarla, ma

entrata in Milano, rimase a tutta prima attonita della moltitudine che

le moveva incontro, e maravigliata domandò al'ancella, che fosse?! Ma

le parole e le grida del popolo l'avvisarono d'ogni cosa. Se non che

questa pubblica attestazione di pietà, queste voci di conforto che in

tuon lugubre le giungevano da mille punti della folla stipata, questo

lutto universale, essendo prova del quanto a tutti fosse cara la vita

del suo Manfredo, con una fitta più profonda le vennero a colpir

l'animo, e il pianto rattenuto dal primo stupore tornò a sgorgare con

tanta passione, e sul suo volto, in cui tutti gli sguardi eran fissi,

si mostrarono i segni di uno strazio morale così opprimente, che dalla

folla si levò un sol grido che tutti esprimeva i varj affetti, onde

ciascuno era agitato.

Le donne medesime prendevan parte a questo pubblico dolore, e qualche

voce femminile, frammezzo al generale frastuono, giunse con un suono

più gradito all'orecchio della misera Ginevra. E dalle finestre, e dai

balconi e dai ballatoj si vedevan teste affacciarsi e cercare con

pietosa curiosità lei, che la sventura aveva tanto colpito.

Ma tra le espressioni generali e vaghe della pubblica pietà s'udirono

anche precise e calde proteste che per poco fermarono l'attenzione e

le lagrime della Ginevra. E taluno, che rompendo l'onda del popolo,

s'erale recato presso per vederla meglio, e più degli altri ne aveva

sentito compassione, lasciò sfuggirsi qualche parola che spiegava il

pubblico intento.

--Illustrissima signora, non piangete così.

--Signora, sperate; v'è chi pensa per voi.

--Per carità, marchesa, non vi lasciate perder d'animo in questo modo.

--Confortatevi! Sperate!

--Il governatore non vi respingerà.

--No, come è vero Iddio, non vi respingerà!

--O sconterà oggi tutte le sue scelleratezze passate!

--Sì, guai per lui se nega d'ascoltarvi!

--Guai per lui, marchesa.

--Guai! ripeterono più voci. Guai!

La Ginevra, a tali proteste, irresistibilmente in sulle prime si

lasciò andare a qualche speranza. Lo stesso bisogno ch'ella avea di

rilevarsi qualche poco dallo spasimo morale ond'era oppressa, era

quello che la persuadeva a prestar fede a quelle voci, ma fu un

brevissimo sollievo dal quale ricadde poi in un'angoscia più cupa

della prima; che pensando all'indole inesorabile del Lautrec, e in

parte sapendo quanto era avvenuto tra colui e il suo Manfredo,

s'accorgeva dell'inefficacia di quei voti, onde d'ogn'intorno le

venivano i gridi. E questa considerazione la conduceva poi a diffidare

più che mai di sè medesima; e quando, dopo essersi anfanata a lungo e

con tormento in cerca di un mezzo che potesse aver forza sull'animo

del governatore, riusciva alla persuasione desolata, che a lei non

soccorrevano che le sue preghiere e il suo pianto, un brivido

d'orrore, prendendola istantaneamente, la faceva tremare e fremere

quasi per violento assalto di febbre. Poco dopo, la sua carrozza, tra

la folla che l'accompagnava, pervenne alla piazza del duomo, e qui il

cocchiere, come ne era stato istrutto, spinse i cavalli a tutta

carriera, per sormontare i primi ostacoli, ed entrò nel palazzo

ducale.

Alcuni istanti prima grossi e radi goccioloni d'acqua, con brontolío

continuo di tuoni e lampi che, rilucendo interpolatamente, rendevano

ancora più tetro l'aspetto del cielo, aveano annunziato il pieno

rovescio del turbine, che scoppiò quando la folla fu sulla piazza.

Quanti poterono corsero allora a riparare sotto al Coperchio de'

Figini, e fu un addensarsi, un pigiarsi, un tumultuare da non potersi

descrivere. Essendo gli sguardi di tutti volti al palazzo, vi fu un

momento che la saltante gragnuola cadde sì spessa da togliere del

tutto anche quella vista. L'ansia, l'impazienza, l'aspettazion del

popolo era indicibile, e il vasto suo fremito veniva solo coperto da

quello della natura, la quale pareva avesse voluto espressamente

sceglier quest'ora a prorompere così, perchè non sembrasse di

soverchio monstruosa la violenza di quelle estreme passioni onde in

quel punto avevano ad agitarsi umani petti.

Allorchè la carrozza della Ginevra passò sotto l'androne del palazzo

ducale, da tutti quegli ufficiali, e caporali, e soldati che in gran

numero si raccoglievano sotto agli atrj e nelle stanze a terreno, da

principio si credette, quantunque paresse strano, ch'ella avesse

voluto riparare colà per essere stata colta improvvisamente dal mal

tempo. Per ciò avvezzi qual'erano i più a prendersi facilmente

trastullo di tutto e di tutti, com'è costume di tal gente, si fecero

intorno alla carrozza per trovare qualche argomento di risa e di

beffe. Se non che al primo affacciarsi della Ginevra allo sportello,

in tutti sorse un sentimento uguale che comandò il rispetto, o

qualcosa di somigliante. Nell'entrare, ella aveva tentato ogni sforzo

per ricomporsi alla meglio, ma non ci era riuscita in modo che altri

non potesse accorgersi del disordine in cui trovavasi, e del molto

pianto che avea versato; per la qual cosa, fra quella moltitudine

d'uomini d'arme nacque gran curiosità di sapere chi fosse e cosa

volesse.

Ma quando le si raccolsero intorno per parlarle ed ascoltarla, la

confusione, onde la Ginevra venne assalita nel trovarsi in mezzo a

tali uomini, di cui sospettava e temeva i liberi costumi, fu così

forte, che, per un istante almeno, superò lo stesso suo dolore.

Sentiva, i bisbigli, le sommesse domande che l'un l'altro si facevano,

vedeva i sorrisi da cui trapelava qualche segno di procacità, e ciò

che più l'atterriva, udiva le lodi fatte alla sua bellezza.

La donna che l'accompagnava temeva più che mai onde le andava dicendo:

--Per carità, usciamo di qui; fuggiamo da questa gente!

Ma in quella un francese, accostandosi allo sportello:

--Signora, disse alla Ginevra, possiamo noi sapere se voi siete venuta

qui per riparare dal mal tempo, o per qual altra cagione siate venuta?

--Davvero signora, le diceva un altro men riservato del primo, se

siete corsa fra noi per ricovrarvi avete scelto benissimo il luogo; e,

per s. Dionigi, non sarà mai detto che un gendarme francese siasi

rifiutato a prestare i suoi servigi a una bella donna! Voi poi siete

bellissima, e avrete a lodarvi assai di me e di quanti siam qui.

La Ginevra, a tali parole, non seppe vincersi così che non trapelasse

di fuori l'indignazione onde tutta si accese.

Ma il primo francese, mettendo il guanto sulla bocca del compagno.

--Taci tu gli disse, e prima di far promesse, ascolta. Questa donna ha

ben altro a pensare che dar retta a te e alle tue ciance.

Tali parole furono susseguite da varii sghignazzi e da qualche frase

in lingua francese, colla quale pareva si volesse mettere in celia la

cortesia di chi primo aveva parlato alla Ginevra.

Ma un vecchio caporale, alzando la voce:

--Chi fa ingiuria altrui, disse, la fa a sè stesso; però usiamo a

questa donna i dovuti riguardi.

L'insolito esempio di costume gentile esibitoci da questi soldati, non

ci faccia però supporre che dall'ultima volta in cui fummo in questo

palazzo sia scomparsa, tra le soldatese del Lautrec, quell'atroce

durezza di cui siamo stati testimoni. I poveri Milanesi ebbero a

patire, in quegli ultimi anni, violenze d'ogni genere; ma ciò non

toglie che fra tanti uomini solleciti di secondare il governatore ve

ne fosse taluno di natura più rimessa e più generosa, e che colle

parole e coi fatti biasimasse fors'anco il duro esempio dato dal

Lautrec. In quel modo istesso che la boriosa e feroce rozzezza onde si

segnalavano i baroni che stavano con lui non è indizio ch'ella fosse

il marchio caratteristico di tutti i Francesi a quei tempi, come

parimenti (per toccare di un fatto che già fu descritto in questo

libro), e la viltà di quel giovane gendarme vinto in duello e

schiaffeggiato dal conte Galeazzo, non può implicar quella dell'intera

nazione francese, la quale invece, così allora come prima e dopo,

sempre si distinse per la contraria virtù. Molto meno poi che l'autore

di questo libro abbia voluto espressamente introdurre quel personaggio

quasi tipo di tutta una gente. Per far ciò avrebbe dovuto rinunziare

alle proprie convinzioni e a quella stima in cui sempre ha tenuto la

gloriosa nazione, alla quale i destini furono tanto propizj; ma

parimenti avrebbe dovuto rinunciare alla verità, se della dominazione

francese in Lombardia a que' tempi lontani, si fosse sforzato di

esibire un ritratto diverso di quello che in parte ne ha dato.

Ciò sia detto nel supposto che possa per avventura tornar necessario

e, più che altro, perchè la l'opportunità ce ne fece invito. Seguiamo

ora quel che più importa.

La Ginevra, dopo aver taciuto a lungo per la confusione in cui l'avean

messa tanti uomini d'armi di cui temeva la procacità, confortata dalle

savie parole del vecchio caporale e del gendarme che le stava allo

sportello:

--Signori, disse, io non venni già qui perchè il mal tempo mi abbia

spinta. Ho ben più crudele, tempesta nell'animo, e percorsi molte

miglia a furia, per giungere in tempo e avere un'udienza dal

governatore.

--Un'udienza del governatore? disser molti ad una voce maravigliando e

guardandosi l'un l'altro a vicenda.

--Me ne rincresce, cara signora, disse allora il vecchio caporale, ma

ciò vi sarà impossibile. Il governatore non ha mai concessa udienza a

donna del mondo. Oggi poi la negherebbe a chicchessia, quando pure lo

avesse in costume.

--Non v'è cosa più grave di quella per cui sono venuta; per ciò

scongiuro voi tutti onde facciate che il governatore mi accolga. Io

sono la moglie del marchese Palavicino....

Questo nome fece che il cerchio de' soldati che stava intorno alla

carrozza si stringesse istantaneamente, e che tutti gli occhi si

fissassero nel volto della Ginevra con un'attenzione e con un

interesse intenso. Cessò ogni bisbiglio ed ogni rumore tra i soldati,

e non s'udiva che l'infuriare della gragnuola e della pioggia la quale

cadeva a rovesci.

La Ginevra stette un momento irresoluta; poi spinto lo sportello della

carrozza, discese tenendo per mano l'ancella.

--Ditemi soltanto dov'è la stanza del governatore; io ci andrò

senz'essere annunziata, così le sue furie cadranno solo su me che sono

parata a tutto.

--È da due giorni e due notti ch'egli non esce dalla stanza dove giace

vicinissimo a morte il diletto, l'unico suo figlio; però se taluno

osasse recarsegli presso non chiamato, quel che avverrebbe di colui

non vorrei che capitasse a me.

--Voi avete ragione di temer tutto. Io non ho a temer nulla, perchè,

se non ottengo di parlargli vedete bene, non esservi cosa che più mi

possa percuotere!

Le parole non erano che queste, ma l'accento, ma l'espressione, erano

tali da costringere la pietà di chicchessia.

Allora vi furono taluni che, rivolti al vecchio caporale tanto quanto

commossi:

--Non avete voluto, dissero, essere acerbo in principio, così ci avete

messi tutti quanti in un terribile intrigo; perchè vi domandiamo noi

come si avrà a rimandare costei....

--Signora, le disse allora facendosele più dappresso il vecchio

gendarme, se io ho promesso che vi sarebbero usati i dovuti riguardi,

potete star certa che non avrete a lamentarvi di noi, ma torno a

ripetervi che quello di cui ci avete pregati, è affatto impossibile.

D'altra parte, mi pesa a dirvelo, ma tornerebbe anche inutile. Vostro

marito, io lo compiango, perchè chiunque si trovi in una così

terribile condizione merita bene che gli si abbia qualche

commiserazione, ma salvarlo! credetelo a me, non lo potremo, nè io, nè

voi, nè nessuno, nè il governatore medesimo, quando pure il volesse;

perchè il marchese sarà condannato dalla _Cameretta_. E sono sessanta

i decurioni che han voto, e il governatore non ha altro diritto che di

segnarne due invece di uno; voi mi darete taccia d'uomo crudele,

perchè vi tolgo d'un colpo tutte le vostre speranze; ma credete invece

che ella è pietà, perchè bisogna bene che v'entri una volta l'ultima

persuasione; e il passare di continuo dalle inutili speranze ai

timori, e da questi a quelle, non fa che prolungare i tormenti.

La Ginevra non rispondeva parola, ma il tremito onde in quel punto fu

assalita per tutta la persona fu ben più forte d'ogni risposta. La

donna che le stava presso la supplicava di partire, ma ella, sempre

tenendola per mano, dava segno di essere ostinata nel suo proposito di

voler parlare al governatore.

Il conte Mandello e il Corvino non avean voluto darle a compagno

nessun uomo che potesse prestarle qualche soccorso in tali momenti,

pensando che la sua disperazione abbandonata a sè stessa avrebbe fatto

più che altro. E si apposero in fatti.

Dopo alcuni istanti di silenzio:

--Potete crederlo, o signora, continuò il vecchio, che se ci fosse un

filo, un sol filo di speranza, quantunque l'ira del governatore fosse

tutta per prorompere su di noi, pure non temeremmo d'affrontarla.

--Signore, proruppe allora la Ginevra, s'egli è vero quello che mi

dite, se non temete per voi, fate dunque ch'io mi trovi faccia a

faccia col governatore; se questo mi si concede, s'io posso dire

qualche parola a quest'uomo, per quanto sia terribile, pure io confido

che cederà alle preghiere, perchè io non pretenderò già ch'egli abbia

a rimetter tosto in libertà il marchese, mio marito: questo, forse,

non sarebbe nella sua facoltà; solo io domando che protragga il

giudizio, e che tutto rimetta al re. Allora io mi affretterò a Parigi

ai piedi di Francesco; questo re è buono, e non permetterà ch'io abbia

a morir disperata. So che la _Cameretta_ si è già radunata, so che

domani pronuncierà la sentenza; s'io non parlo oggi al governatore,

s'egli non giunge in tempo a sospendere il giudizio prima che la

sentenza sia data, vedete che tutto, tutto è perduto. Annunziatemi

dunque, parlate a chi sta presso al governatore; quest'uomo avrà pure

taluno che gli sarà più accetto degli altri. Raccomandatemi dunque a

costui; per carità, fate quanto io vi dico!

Il vecchio caporale ascoltò tutto senza mai parlare, poi disse:

--Voi mi fate pietà.... ma quanto chiedete è troppo!... pure aspettate

qui.... vado e torno. Non vi do nessuna speranza, anzi vi esorto a non

attender nulla di buono; tuttavia qualche cosa dirò, non già a Sua

Eccellenza, che vorrei piuttosto cadere in terra morto, ma a chi

talvolta.... basta, aspettate qui.

E ciò dicendo si allontanò lungo i portici, e scomparve.

L'aspettazione che si mise nell'animo della Ginevra alle parole del

vecchio caporale, si mise parimenti negli uomini d'armi che le stavano

intorno, senza l'ansia però e quell'incertezza orribile che di minuto

in minuto sempre più andava fiaccando le forze della sventurata moglie

di Manfredo. Chiunque allora, senza sapere di che si trattasse, fosse

entrato sotto ai portici del palazzo ducale sarebbe stato colpito

dallo strano spettacolo.

Era un centinaio di soldati tra lancieri e archibusieri e spadoni e

artiglieri, per la maggior parte de' più bassi gradi dell'esercito, e

quasi tutti, per quanto indicava l'aspetto, tolti alle infime classi

del popolo e con quella speciale durezza in aggiunta che suol dare il

costume militare; e tutti costoro, ad onta di questo, bisbigliando

sommessamente quasi per timore di farsi udire, stavan raccolti in

largo cerchio intorno alla Ginevra, la quale subitamente colpiva e per

la ricca semplicità delle vesti, e per l'aspetto in cui vedeasi la

nobiltà trasparire dalla bellezza dignitosa e molle ad una, e pei

segni dell'affanno e delle lagrime recenti; e con tutto quest'apparato

di nobiltà, di bellezza, di mollezza, la si vedeva star là immobile,

sebbene la pioggia, pel vento che imperversava, cadendo di traverso

sin sotto ai portici, le avesse fatto ai piedi un lago d'acqua e

l'avvolgesse di continua spruzzaglia.

Ma, per quanto fosse stata pregata di entrare in una di quelle stanze

a terreno, non ascoltò mai parola, e sempre stringendo nella propria

la mano della donna che stava seco, teneva intensamente rivolta la

pupilla per dove era scomparso il vecchio caporale.

Questi intanto, recatosi all'ultimo piano del palazzo, bussò all'uscio

di una camera; ne uscì un fante collo stemma francese ricamato sul

giustacuore, il quale, vedendo il caporale:

--Se domandate di maestro Bonnivet, gli disse, è andato a vedere il

figlio di Sua Eccellenza; ma tornerà presto per recarsi poi subito

dopo a vederlo di bel nuovo, ciò che suol fare per cento volte in un

dì, chè il governatore lo vuol sempre vicino e lo tempesta di continue

domande e non gli lascia tempo di attendere a' suoi studj, per cui

questi libri che vedete son quasi sempre aperti al medesimo foglio....

Se dunque volete aspettare aspettate, se no tornate presto. Ma s'udi

in quella salire qualcheduno per la scaletta a chiocciola, la quale

serviva di comunicazione tra la stanza del medico Bonnivet e

l'appartamento di Sua Eccellenza.

--Forse è lui, disse allora il fante, e il medico Bonnivet comparve

infatti. Un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant'anni, calvo,

pallido, di fisonomia aperta, e vestito con tanta semplicità che quasi

toccava la pilaccheria.

--Voi qui? disse al caporale con molta scioltezza di modi. Son forse

ricomparse ancora le doglie antiche?

--Maestro, non vengo da voi per medicina, chè mercè la virtù vostra, a

settant'anni, che tanti ne ho, io mi sento così forte da non aver

invidia ad un giovane; ma venivo per tutt'altro: per un caso strano e

doloroso, doloroso davvero.

--Di che si tratta?

--Mi spaccio in poche parole. Abbasso v'ha una donna che piange e si

dispera e scongiura tutti quanti perchè la vogliano introdurre da Sua

Eccellenza!

--Caro mio, converrà persuaderla e rimandarla.

--Fu il mio primo pensiero; ma questa donna è la moglie del marchese

Palavicino, la figlia del signore di Bologna, la vedova del signore di

Perugia.... e fate conto che il suo dolore è a tale estremo, ch'ella

non sa più ove si trovi, e senza aver riguardo nè al suo rango, nè ad

altro, è venuta quasi a gettarsi ai piedi nostri, che siamo poveri

soldati, e rassegnata sopportò la beffa di chi al primo non l'aveva

conosciuta.

--E cosa volete dirmi con ciò? Se fosse un dolor fisico io

m'affannerei di trovarle un farmaco; ma così vedete bene, caro mio,

per un tal genere d'angoscie io non ho che la mia compassione. E

poi.... se fosse la moglie di tutt'altro.... ma il marchese

Palavicino.... voi sapete....

--So tutto, e chi nol sa!

--Dunque.... chi volete voi che s'attenti di pregare Sua Eccellenza

per questo giovane lombardo?

--Anche a ciò ho pensato io pure; ma quella donna infelice non cessava

dalle preghiere e dalle lagrime, e non cesserà sì presto; ond'io dissi

fra me: se in palazzo v'è un uomo che sia amato da Sua Eccellenza, è

il maestro Bonnivet. S'egli trovasse mai il modo d'indurre il

governatore ad ascoltare questa donna.... sarebbero tanti guai

riparati.... perchè costei non mi par disposta ad uscire così

facilmente di palazzo, ed io m'aspetto di vederla a cader morta sul

lastrico del cortile, anzichè partirsi senza aver parlato al

governatore....

--È un grave intrigo.... ma pur troppo non è modo a ripararvi....

tutt'al più verrò io stesso a veder questa donna, e farò di

persuaderla.

--Maestro, non ci riuscirete, credetelo a me.

E senza più discesero e s'affrettarono là dov'era la Ginevra che

aspettava.

I colleghi del caporale credevano ch'egli avesse voluto presentarsi al

fratello del Lautrec, monsignore di Lescuns, dal quale potevasi forse

sperar qualche cosa; perciò quando lo videro comparire col medico

Bonnivet non seppero congetturare qual intenzione fosse la sua; ma la

Ginevra che non lo conosceva, e in questa comparsa d'un nuovo

personaggio trovò subito una speranza, si mosse istantaneamente, e

loro correndo incontro:

--Signore, disse rivolta a Bonnivet, se voi siete venuto per esaudire

la mia domanda io vi benedico. Fate dunque ch'io possa parlar subito

al governatore.

Queste parole, che indicavano una viva speranza rendevano

necessariamente difficile qualunque risposta che mirasse a

distruggerla. E il medico Bonnivet contemplando la Ginevra, e vedendo

sul volto di lei i segni d'una passione struggente, sentì i primi

consigli della pietà mentre svanivano quelli della prudenza.

Allora più per profferire qualche parola, che per altro, tentò

distoglierla dal suo proposito; ma tornando a prorompere la

disperazione della Ginevra:

--Ebbene, disse, io non ho che un consiglio da darvi. Codesta vostra

ostinazione ci metterà tutti in un terribile imbarazzo, chè voi non

sapete qual furore egli sia, quando scoppia, quello del governatore, e

in tali circostanze, ed oggi specialmente. Pure, quando tutti quelli

che son qui lo consentano e le guardie che stanno nelle anticamere di

Sua Eccellenza non vogliano, per amor vostro, aver riguardo a sè

stesse, passate oltre, salite, entrate nella sala d'armi.... e colà

fermatevi ad aspettare che per avventura passi il Lautrec; quand'io

gli do qualche speranza sulla salute del suo figliuolo, egli,

riavendosi qualche poco, suol recarsi ancora là a tentare le sue armi

predilette.... Se dunque nel malato fanciullo v'è qualche indizio di

miglioramento, se una speranza ci fosse realmente, se l'umore del

Lautrec fosse men tetro del solito, se passando dove voi lo starete

attendendo, la vostra vista nol conturba e non gli promuove il solito

furore.... se tutte le circostanze insomma, per la bontà di Dio,

avessero a concorrere in vostro soccorso.... potete sperare; ma

v'avverto che sarà difficile....

Allora domandò a tutti gli uomini d'armi che s'erano avvicinati, se

non avevano difficoltà nessuna di lasciare passar oltre quella donna

infelice.

--Passi! gridò più d'uno. Sua Eccellenza non vorrà già farci impiccar

tutti quanti, e le guardie che stan nelle anticamere possono benissimo

gettar la broda su di noi. Passi dunque, passi!

La Ginevra, sempre accompagnata dalla sua donna, s'innoltrò allora pei

portici e salì lo scalone.... La metà degli uomini d'arme

l'accompagnarono curiosi di ciò che ne sarebbe seguito.

In questi momenti stavasi il Lautrec nella stanza del fanciullo

Armando. Il medico Bonnivet aveva raccomandato il maggior silenzio

possibile affine di conciliare qualche sonno al malato, e perchè il

fracasso esterno non gli provocasse un sussulto di convulsione, aveva

fatto chiuder tutte le porte.

Il Lautrec, in un canto della camera, in piedi, appoggiato colla

sinistra ai bracciuoli di una gran seggiola, colla destra cascante, e

la testa china, aveva tutta l'apparenza di un uomo che fosse

sprofondato in un pensiero unico; ma realmente, più che la fissazione

in un'idea, era la confusione di tante che gli aveva fatto prendere

quella posa.

Avendo fìn dalla nascita dato indizio di una complessione debolissima,

da più d'un anno malaticcio, il giovanetto Armando, preso alcuni mesi

prima da tosse violenta e da febbre continua, non aveva potuto più

sorgere dal letto, nè per quanti argomenti siensi adoperati, nè per

quante consulte siensi fatte tra i più reputati medici d'allora che

furono invitati anche da lontanissimo, non si potè mai giungere ad un

risultato che desse qualche speranza di guarigione, e tutti convennero

col medico Bonnivet sulla natura del male del giovinetto.

Nè per ciò nessuno stia a credere che questa sia stata una di quelle

punizioni, onde il fato dava una volta le sue lezioni morali.

Il fanciullo, fin dalla nascita, portò nel germe il malore che doveva

consumarlo, e ciò pur troppo sarebbe avvenuto quando pure il Lautrec

con benefica mano avesse migliorata la condizione dei Milanesi e

avesse lasciato qualche monumento di straordinaria virtù, e gli eventi

si fossero intrecciati in modo che la duchessa Elena fosse stata

moglie di lui. Ciò che la natura avea determinato era irrevocabile, e

se la vita del Lautrec fosse corsa sempre tranquilla, a questo punto

avrebbe provato il primo dolore.

Ma il Lautrec non la pensava così, e sebbene, per la durezza medesima

della sua natura, men che la maggior parte de' suoi contemporanei,

subisse le influenze della superstizione, pure vi andava soggetto

anche lui, e tanto più quando l'anima sua s'inteneriva per qualche

affetto straordinario.

Dal giorno che, partito o fuggito da Rimini, dopo quell'ultima e

tremenda ora della sciagurata Elena, venne a Milano e trovò il

figliuolo più che mai peggiorato, e poco di poi assalito dalla massima

violenza del male, gli sembrò vedere in quel fatto qualcosa di fatale

che lo spaventò.... e sentiva orrore di sè stesso ogniqualvolta,

ritornando all'istante in cui trovossi faccia a faccia colla duchessa,

si ricordava d'esser stato perplesso prima di ucciderla, per paura di

spegnere due vite ad una; ma d'aver poi dimenticato il suo unico

figlio pel desiderio della vendetta.

E un tetro rimorso venne a tormentarlo assiduamente, e le ricordanze

dei dì trascorsi si risolvevano tutte in un ultimo e desolato

pentimento fatto più straziante dall'impossibilità della riparazione.

E non sapeva trovar riposo quando pensava all'inclemenza della sorte,

la quale volle guidar gli eventi in modo, che le vittime del suo

furore avessero ad essere gli oggetti medesimi della sua tenerezza.

Immerso dunque nel confuso turbine di queste idee il Lautrec, stato

per qualche minuto in quell'abbandonato atteggiamento, alzò e volse la

testa verso il letto dove giaceva Armando. Per quanto il malore avesse

fatto esile ed affilato il viso di lui, pure non eran per nulla

scomparse le tracce della prima beltà, ed anzi la lucentezza

straordinaria che gli s'era trasfusa negli occhi, come avviene di chi

è travagliato dal mal sottile, le comunicava, direi quasi, un

carattere di essenza sovranaturale. Il governatore lo guardò a lungo,

e un certo movimento tremulo, che continuò per tutto il tempo in cui

stette guardandolo, era testimonio dello strazio che gliene derivava.

Guardava poi, alternativamente, ora il figliuolo, ora un paggio che,

seduto al capezzale d'Armando, teneva nella propria la mano di lui che

dolcemente gliela abbandonava. Il medico Bonnivet aveva scongiurato il

Lautrec perchè il giovine paggio fosse fatto allontanare da quel

luogo, nel timore non gli dovesse, a lungo, riuscire funesta l'assidua

dimora in quella corrotta atmosfera. Ma i pianti d'Armando, ma il

volontario sagrificio del giovinetto paggio che, come avviene tra'

fanciulli, aveva preso immenso amore al figlio del Lautrec, il quale

altrettanto gliene portava, ma il torbido adombrarsi del governatore a

un tale consiglio, lo aveva mal suo grado fatto desistere da ulteriori

preghiere. Però, intanto che il Lautrec osservava quei due fanciulli,

fermandosi qualche poco sul paggio provava un senso molesto di una

pietà irresistibile considerando che mentre una salute rigogliosa

aveva destinato quel fanciullo a vivere una vita lunghissima, sarebbe

forse morto immaturamente anche lui, costretto com'era ad un sì

funesto servigio.

Ma la caldura insopportabile che s'era tutta concentrata nella camera,

per esserne state chiuse le uscite, e che al Laulrec rendevasi ancora

più molesta dopo essere stato tanto tempo in quell'atteggiamento, e

quasi senza respirare, gli fece sentire il bisogno d'uscire a

passeggiare per l'altre camere. Di fatto, entrando allora il medico

Bonnivet, per tentare qualche parola atta a produrre dei buoni effetti

sull'animo di lui:

--Io esco, gli disse il Lautrec, esco a prendere altr'aria, che qui mi

parrebbe di avere a cader senza fiato da un momento all'altro; nè

comprendo come ciò non possa nuocere anche ad Armando.

--Lo strepito del vento gli nuocerebbe assai più, Eccellenza. Del

resto, mi pare che oggi egli stia molto meglio del solito, ad onta del

mal tempo sempre grave agli infermi, per cui se mai continuasse di tal

passo....

--Vi sarebbero delle speranze?

--Purchè continui di tal passo, potrebbero anche diventar ragionevoli

le speranze.

Il Lautrec, cosa insolita, presa la mano di Bonnivet:

--Io non confido che in voi! gli disse, e gettando un'altr'occhiata

sul letto d'Armando, uscì.

Il medico avrebbe voluto continuare il discorso per disporre il

Lautrec al nuovo incontro in qualche modo, o per vedere qual effetto

sarebbe mai per produrre su lui la presenza della moglie di

Manfredo.... ma giacchè se ne usciva spontaneamente, non volle

trattenerlo di più, desiderando si risolvesse presto ogni cosa.

Le anticamere dell'appartamento del Lautrec s'erano intanto affollate

di ufficiali dell'esercito accorsi alla notizia che la moglie del

Palavicino era entrata nella sala d'armi per tentar di parlare al

governatore. Nè, vinto il primo ostacolo delle guardie che stavano

alla porta del palazzo e nei cortili, a nessuno, per quanto fosse

strana la comparsa di una donna in palazzo, venne in mente di

respingerla. Bensì taluno dei baroni, i quali, pel loro grado,

convivendo sempre col Lautrec, lo conoscevano meglio ancora degli

altri, non mancarono di far qualche rimostranza; ma il medico Bonnivet

aveva informato d'ogni cosa monsignore di Lescuns, il quale dopo

essere stato ostinato un pezzo, permise infine che la moglie del

Palavicino tentasse quel mezzo al fine di parlare a Sua Eccellenza.

D'indole più paurosa del suo fratello, e avendo avuto alcun sentore

d'un sobbollimento popolare, non vide mal volentieri che al

governatore si presentasse un'occasione per mostrarsi men duro del

consueto, perciò comparso a tempo fra i baroni, acquetò ogni loro

timore, dicendo che avrebbe preso sopra di sè tutte le conseguenze

dell'ira di suo fratello.

Ma questo, uscito dalla stanza del figliuolo, e passeggiando d'una in

altra camera, udì quel ronzio incessante che si faceva nelle

anticamere, e s'intorbidò pensando che quel rumore potesse giungere

anche all'orecchio del figlio, però, indispettendosi che gli si avesse

così poco riguardo, nè sapendo dissimulare il benchè minimo

soprassalto di sdegno, attraversò di volo tutte le stanze, e

portandosi improvvisamente dov'eran baroni, ufficiali e soldati,

proruppe, quando meno era aspettato, in un violento rabbuffo che

costrinse tutti quanti al più profondo silenzio.

L'appartamento del Lautrec era diviso dalla gran sala d'armi, da

quelle anticamere appunto dove s'eran fermati tutti i soldati. La

Ginevra Bentivoglio era già entrata nella sala ad aspettare che la

provvidenza gli mandasse il governatore men torbido del solito, ed era

stata lasciata colà con tre o quattro guardie soltanto. La condizione

di quella infelicissima donna era tale che, non trovando mai requie,

ora si sprofondava in un muto abbattimento, ora tentava di sfogare

l'immenso affanno parlando colla donna che tenevasi presso, ora

prorompeva in lagrime e gemeva dirottamente, disperatamente. Volle

dunque il caso che quando il Lautrec fe' tacer tutti coll'improvvisa

comparsa e col violento rabbuffo, la povera Ginevra, più non potendo

reprimere la passione che la rodeva e l'angore convulso, e quasi non

ricordandosi più del luogo ove trovavasi, desse in pianti e in

querele.

Per descrivere esattamente come si commosse il volto del Lautrec

all'udire quella voce gemebonda, quella voce di donna principalmente;

per descrivere le sensazioni che si dipinsero sulle facce di tutti,

quando, udendo quel suono, si volsero al governatore, in attenzione di

quanto poteva succedere, converrebbe esser stato presente. Le parole

iraconde in cui il Lautrec era uscito alcuni momenti prima, erano

indizio ch'esso versava allora nella più turbolenta agitazione

dell'animo. Perciò, sebbene la pietà non fosse la virtù degli uomini

colà raccolti, pure, ad onore del vero, convien dire che, dimenticando

sè stessi, tutti si atterrirono pensando alle ingiurie, e forse alle

violenze che avrebbe dovuto patir la donna infelice alla quale tutte

le speranze venivan distrutte, se il Lautrec non ascoltava le sue

preghiere. E quand'esso, dopo aver gettate qui e là delle torve

occhiate, per cercar forse una spiegazione a quanto aveva udito, si

mosse di slancio ed entrò nella sala d'armi, ciascuno si sentì quasi

forzato a seguirlo, ma con quell'ansia paurosa onde si andrebbe a

contemplar lo spettacolo d'una belva che bramosa si gettasse su chi

non ha difesa.

Il medico Bonnivet, il quale aveva allora lasciato il letto d'Armando,

e a vedere come si mettesser le cose era corso dov'eran gli altri,

giunse appunto quando la moltitudine dei soldati s'affollava sul

limitare della sala d'armi. Giunse e domandò che fosse?!

--Ahimè, gli diss'uno, se noi avessimo respinta quella donna,

ingiuriandola, avremmo fatto il suo meglio, maestro; Sua Eccellenza è

peggio irato che mai, e Dio sa cosa vorrà succedere.

Il medico si conturbò tutto quanto, e fece per entrare anche lui in

quella che sentì un grido della Ginevra, e la voce nasale e

prorompente del governatore.

Bonnivet si strinse nelle spalle, ma udì quasi subito tacere tanto il

governatore che la moglie del Palavicino, e allora avendo potuto entar

nella sala, vide il Lautrec nel mezzo che, immobile, teneva abbassato

lo sguardo sulla figura della Ginevra, la quale stavale aggruzzata ai

piedi come cosa colpita dal fulmine.

--Ditelo voi tutti a costei, gridò poi il Lautrec riscuotendosi

improvviso, ditelo voi s'io potrò mai concedere una grazia a suo

marito. Guardatela tutti, questa è la moglie del Palavicino,

guardatela questa pazza, che viene da me a cercar favore pel suo

tristo marito!

E tacque e sorrise, di quei freddi ed amari sorrisi peggiori d'ogni

minaccia.

La Ginevra, fatta coraggiosa dalla disperazione, osò di alzare ancora

gli occhi e di ripetere la sua preghiera.

--Io non chiedo la sua salvezza, no, tanto non chiedo, concedetemi

solo che sia sospeso il giudizio, e che il re, il re solo pronunci la

sentenza, e ch'io possa recarmi in Francia e presentarmi al re, al

vostro buon re.

--Quando questo fosse debito mio, le rispose allora il Lautrec con una

calma tremenda; quand'anche, negandovi quel che chiedete fosse per

cadere l'ira del re sulla mia testa, ve lo negherei cionnullameno.

Pensate poi com'io debba esaudirvi, quando è il re stesso che mi vuole

inesorabile coi ribelli; cessate dunque, andate, lasciatemi!....

Lasciatemi!! replicò poi, e ruggì con un'asprezza spaventosa, sentendo

ch'ella continuava a stringerlo alle gambe.

E la Ginevra si staccò infatti e balzò in piedi tutta tremante, e si

gittò disperata tra le braccia della sua donna che piangeva

dirottamente.

Il Lautrec guardò per un istante quel gruppo; tutti gli animi erano

commossi, e qualche lagrima fu veduta cadere anche sulle rudi guance

di più d'un soldato.

Ma tra quella folla si mostrò allora il giovinetto paggio, l'assiduo

compagno dell'infermo Armando, e fermatosi un momento a vedere,

scomparve poi subito, senza che nessuno ci badasse.

A questo punto eran dunque le cose. Il Lautrec aveva tentato di

uscire, ma la Ginevra, sentendo che si allontanava, si staccò dalla

sua donna e gli si parò ancora d'innanzi, e di nuovo gli si gettò ai

piedi ritentando la preghiera. Non rispose questa volta il Lautrec, ma

si vedeva ch'egli solo non poteva essere smosso in mezzo alla profonda

commozione di tutti, e che forse sarebbesi lasciato andare a qualche

atto atroce.

A questo punto il paggio, scomparso poco prima, ricomparì ancora, e

aprendosi la via tra i soldati, gli si accostò e gli disse che Armando

domandava di lui.

Sentir questo e sciogliersi violentemente dalle braccia della Ginevra,

e sospingendola quasi a cadere a terra, uscire precipitosamente di là

fu pel Lautrec un punto solo.

La Ginevra diede in un grido disperato e chinò la testa, come chi

sentendosi mancare ogni forza, si abbandona all'onda che lo deve

affogare. Tutti poi perdettero ogni speranza.

Ma il governatore, quasi già dimentico di quanto era successo,

s'affrettava, nella stanza d'Armando, il quale, momenti prima, mentre

stava per abbandonarsi al sonno, aveva sentito la voce minacciosa di

suo padre, che trasportato dall'ira, com'era il suo solito, non pensò

che poteva essere udito dal figlio.

Questi dunque, pel turbamento, perduto il sonno si mise a far qualche

parola col suo giovinetto amico, quando, ad onta della distanza, gli

giunse all'orecchio anche il grido della Ginevra. Debole com'era, pur

tentò di alzarsi in sui gomiti e si mise in ascolto, ma non avendo

udito altro, pregò il suo compagno perchè si recasse a vedere cosa

fosse. Il paggio obbedì e corso nelle sale, vide e udì e domandò e

seppe chi era la donna che pregava, e osservandola a piangere in così

disperato modo, ne fu tanto commosso, tanto impietosito, che colle

lagrime agli occhi era corso a raccontare ogni cosa al suo diletto

Armando.

Grandi cose dipendono spesso da tenuissimi fili, e il fanciullo

Armando, udito il fatto e commosso anche lui, pel sentimento che forse

gli rendeva più squisito la natura stessa della malattia, ebbe un

gentil rammarico nell'udire che il padre si comportava tanto

atrocemente con una donna che pregava, rammarico che gli fece nascere

il desiderio di parlare al padre, e di scongiurarlo a concedere la

grazia ond'era supplicato.

Essendosi accorto d'esercitare un invincibile ascendente sull'animo di

suo padre, e per questo sperando di esser esaudito, disse al paggio la

propria intenzione, e quegli s'affrettò tosto per dire al Lautrec che

suo figlio lo chiamava.

Fu una semplice combinazione, ma egli è appunto per queste che

avvengono di strane cose quaggiù.

Quando il Lautrec entrò, e vide il figliuolo che si sosteneva in sui

gomiti e aveva sulle guancie affilate un vivo rossore forse per la

fatica che faceva, fu pago di quell'apparenza, ed accostatosi al letto

gli domandò cosa volesse.

--Voglio, disse allora subito Armando colla cara sua voce argentina,

sebbene tanto quanto velata, voglio che tu esaudisca quella povera

donna che di là piange con tanta passione e si dispera.

Il Lautrec si rannuvolò e:

--Chi ti ha detto?... e gettò una torva occhiata sul paggio che

sgomentato si ritrasse....

Ma la paura si mostrò anche sui lineamenti di Armando, il quale non

era uso a veder suo padre torbido così, onde rannicchiò il collo esile

nelle scarne spallucce con quell'atto di chi si vuol schermire.

Odetto accortosene, sentì un súbito intenerimento, un rimorso e

appianò la fronte e fu sollecito di confortare il fanciullo, il quale

accortosi dal canto suo della commozione paterna:--Padre, continuò, se

tu vuoi ch'io guarisca, fa che quella donna cessi di piangere. Io

soffro, o padre, io soffro assai: fa dunque che quella donna cessi

dalle pene.... e finiranno anche le mie. Il Signore mi ha fatto

sentire una voce che mi consiglia una tale pietà: il Signore mi ha

messo in cuore la persuasione che da un atto di pietà soltanto potrà

nascere la mia guarigione e la tua contentezza.

Il Lautrec stupiva nell'udire il suo figliuolo ad esprimersi in modo

ch'era fuori affatto dell'ordine di fanciullo. Stupiva e intenerivasi

sempre più, e cominciando a sentire nell'animo un violento contrasto e

un timore superstizioso, accorgevasi già di non poter negare ad

Armando quanto domandava; ma, cosa stranissima a dirsi, mentre

sentendo sull'anima il dominio di una forza invincibile, guardava al

paggio ancora atterrito, provava per quel fanciullo che sempre gli era

stato carissimo, qualcosa di somigliante all'odio, nella convinzione

che fosse stato lui a promovere la preghiera d'Armando. E mentre poi

cercava persuadersi che la loquacità intempestiva d'un fanciullo aveva

promosso un infantile capriccio, non sapeva però svincolarsi dagli

arcani auguri, e dai vaghi timori, e dalle superstiziose idee, così

che non desse a quel capriccio l'autorità di una voce fatale da cui

era costretto a far ciò che non voleva. Fu dunque nell'intimo del suo

cuore una furiosa lotta di qualche momento, dalla quale si sciolse

colla deliberazione di esaudire in tutto e senza por tempo in mezzo, e

quasi con religiosa sollecitudine, la preghiera della moglie del

Palavicino.

Trasse dunque al campanello. Il primo che comparve fu il medico

Bonnivet che si avvanzò riguardoso e temente.

--Donde venite? gli chiese il Lautrec, con cupa severità.

--Dalla sala d'armi, Eccellenza.

--Quella donna.... è là?... non è ancora partita?

--No, Eccellenza, ed a nessuno è riuscito di persuaderla ad uscire.

--Ma chi, per l'inferno, lasciolla entrare? chiese allora prorompendo

il Lautrec; ma fu una fiamma che subito si spense, e tornò alla sua

cupa severità.

--Sentite, disse poi, e ciò dicendo gettava una occhiata sul letto del

figliuolo; sentite.... andate là.... dite a quella donna.... ditelo a

quanti son là.... già m'accorgo che eran tutti contro di me e che

colei fu ajutata da altri (e diede in un nuovo impeto d'ira che di

nuovo si spense), dite dunque a quella donna che le concedo la grazia,

che vada in Francia, che parli al re. Questo fanciullo lo vuole.

Andate, che ringrazi questo fanciullo.

Bonnivet uscì attonito dalla stanza. Il Lautrec si gettò a sedere

accanto al letto del figlio, e guardandolo con una tenerezza

ineffabile:

--Sei contento ora? gli disse, e tacque e si sprofondò ne' soliti

pensieri.

Alcuni momenti dopo, udendo rumore di passi nelle camere vicine, si

alzò per vedere che fosse, ed affacciandosi alla porta s'incontrò

nella figura della Ginevra, la quale si precipitò nella stanza.

Il volto di lei aveva subito un trasmutamento indescrivibile, e

l'occhio le scintillava di gioja che parea diffondersi in raggi.

Confidando appieno nella clemenza del re, teneva salvo ormai il suo

Manfredo; per ciò, come udì che tutto era dipenduto dal figlio del

governatore, domandò di esser condotta a vedere, a ringraziare, a

benedire il fanciullo.

E questo, appena vide la Ginevra, fece uno sforzo, tentò alzarsi e le

sorrise. Ella le si gettò al capezzale e lo coprì di baci e di

benedizioni, e volgendosi improvvisamente al Lautrec;

--Questo vostro figliuolo vivrà lunghissima vita! gli disse. Parole

che furono pronunciate in modo, da far credere uscissero dal labbro di

chi avesse il soffio della profezia.

--Io ne sono certa come se lo tenessi dal cielo, continuava poi, dal

cielo che intensamente, continuamente pregherò, per la salute, per la

felicità di questo caro angelo!

E ciò dicendo si disciogliea in lagrime, onde bagnava la faccia del

fanciullo, che l'abbracciava piangendo. A queste tenerissime

espansioni di pietà di gratitudine, di simpatia ineffabile,

rispondevano intanto i singhiozzi del paggio, il tenero compagno

d'Armando; ma, ciò che più colpiva, era il pianto che scorgevasi anche

negli occhi gonfiati del Lautrec....

Durante il tempo in cui succedette nel palazzo quanto abbiam

raccontato, il turbine continuò al di fuori quasi sempre colla stessa

violenza, onde la moltitudine che impaziente stava accalcata sotto al

Coperto dei Figini non potè mai spandersi per la piazza, nè accostarsi

al palazzo. Non appena però la gragnuola cadde più rada, qualcheduno

più degli altri ansioso attraversò la piazza a corsa, credendo,

recandosi più presso alla Corte, di scoprir prima e più facilmente

quanto succedeva di dentro. Così l'esempio fece imitatori, e in breve

tutto lo spazio che sta innanzi al palazzo fu gremito di popolo, il

quale pel molto tempo trascorso, messosi in forti sospetti, cominciò a

dare in qualche grido minaccioso. Le sentinelle francesi avvezze a far

violenze d'ogni maniera, e per nulla timorose, cominciarono dal canto

loro a bravare la folla ed a rispondere alle sue minacce con

altrettante, quando corse la voce che il governatore aveva esaudite le

preghiere della moglie del Palavicino, la quale sarebbosi tosto

trasferita a Parigi per parlare al re. Una tal nuova spense

istantaneamente ogni ira, nel popolo per un senso di gratitudine che

dominò sui lunghi rancori, nelle sentinelle per la naturale

maraviglia.

In breve essa giunse anche all'orecchio del Corvino e del Mandello, i

quali non seppero prestarle fede a tutta prima; ma nel súbito

raffreddamento della moltitudine videro che i loro provvedimenti erano

stati indarno. Fu vantaggio? fu danno? più probabilmente fu risparmio

d'inutile sangue, chè quanto aveva a succedere era irrevocabile!

Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana · 第 55 / 57 题