CAPITOLO XXXIV.

Il passo della Spluga, oggidì percorso e ripercorso da infinito numero

di viaggiatori, oggetto di visite frequenti a chi, per diletto,

percorso il Lario sin dove l'Adda vi si mesce col suo torbido gorgo,

voglia dilungarsi in cerca di spettacoli insoliti, ne' tempi andati

non era noto più che di nome e da pochi, e non praticato da viandante

alcuno, se non da contrabbandieri, da fuggiaschi in cerca di un varco

qualunque, e da rari cacciatori. Però, se anche oggidì, a malgrado gli

sforzi dell'arte tutta intenta a correggere la natura, e che di certo

vi ha operato prodigi, è tuttavia così arduo e selvaggio, torna facile

il figurarsi come dovesse presentarsi un tempo a chi per caso e per

necessità e per sventura vi si fosse innoltrato. Non vie, non

ricoveri, non traccia nessuna che potesse in qualche modo scemarne il

terribile.

Le nevi che qui cessano in maggio per ricominciare in settembre, non

si dileguano mai così che non ne appaja vestigio anche nell'estate;

nella quale stagione, quando si giunga la vetta, i rigori del freddo

superano talvolta i geli degl'inverni lombardi. Torbidi vapori agitati

dalla continua tramontana, addensantisi spesso in negre nubi,

avvolgono quasi sempre i passi del viandante che si spicchi fin là, e

che soffermandosi, avvolto nel pesante mantello, assiste quasi ad

operosa officina, dove la natura nel suo più squallido aspetto sta

apprestando nubi per la prossima Lombardia. Qui silenzio vasto,

profondo, perfetto, pur talvolta interrotto dal súbito gracchiare de'

corvi volanti a torme di centinaia attraverso le nubi, o dal gemito

prolungantesi della borea, o dalla frana che, staccatasi per repentina

frattura, con fragor cupo si precipiti a valle, ridestando per poco i

profondi echi.

L'uomo in questa regione trova pericoli altrove ignoti, e quando la

neve comincia a cadere, può talvolta venir soffermato a mezzo del

cammino dall'influenza letale della _bisa _e della_ tormenta_, che

dalle gole soffiando ad avvolgerlo nel suo gelo, gli fa d'improvviso

piegare i ginocchi e cader seduto, e lentamente lo uccide, nel seno

stesso del più profondo sopore, senza che vi sia apparenza di

patimento. E nei tempi in cui non era qui traccia alcuna d'abitazione

umana, il _solengo_ veniva ad opprimere anche l'indigeno che da più dì

non avesse udito alcuna voce, nè trovato orma d'esseri viventi.

Nel giugno dell'anno con cui cammina la nostra storia, un cacciatore

armato di balestra che per alquanti giorni inutilmente era stato in

cerca di corvi, tornando da Vhò alla Cima, per discendere nella

Svizzera, sentivasi oppresso appunto da quella sensazione particolare

che mette nell'uomo la solitudine prolungata. Passando a volo di

roccia in roccia, pareva quasi fuggisse spaventato da sè medesimo,

finchè giunto al colmo della montagna, si fermò un istante a

contemplare rari sprazzi di raggi solari che attraversando globi di

vapor denso vi producevan le tinte dell'iride; ma in quel punto,

cessato il suono della sua pedata, da lontano, dal basso gli giunse

all'orecchio un rumore insolito, continuo, che pareva avvicinarsi di

minuto in minuto. Il cacciatore, avvezzo alla voce dei venti e

all'altre delle alpi solitarie, non indovinò da che quella provenisse,

e dalla vetta a salti affrettò la discesa. Più calava in giù, più il

rumore cresceva, e veniva anzi a fondersi in più rumori diversi. Gli

parve infine fosser voci di viventi, favelle d'uomini, nitriti di

cavalli; affrettò il passo più ancora; gli si scoperse alla fine una

numerosa schiera d'uomini, che, preceduti da più guide, s'affannavano

a guadagnare il sommo della montagna.

Era la gente condotta dal marchese Palavicino.

Il cacciatore, ignaro di quanto avveniva oltre il circolo delle sue

corse quotidiane, maravigliava a veder tanti armati spingersi per

quelle erte dove, a sua memoria, mai non avea veduto torme d'uomini

che non fossero di contrabbandieri. Porgeva attento l'orecchio, e

misto al linguaggio della Svizzera tedesca, che era il suo, udiva

parlarsi una lingua che gli giungeva più piana, ma ch'egli punto non

conosceva. Passando presso le guide, e da queste interrogato in

tedesco, lor rispondeva di conformità, ma non ottenne da lor risposta

quando chiese qual gente fosse quella che conducevano; e però discese

oltre curioso e impaziente di raccontare quanto aveva veduto. Infine

il rumore che prima dal basso era salito a rompere il silenzio che lui

circondava in alto, si dileguò lontan lontano, sinchè l'ultimo suono

gli sembrò venire dal colmo della montagna. La gente del Palavicino

erasi allora infatti, con prolungate grida di gioja, fermata alla cima

della Spluga a riposarsi per poco della faticosissima salita.

Col nipote del Sion, coll'Elia Corvino, con forse un cento Lombardi,

con altrettanti circa d'altri luoghi d'Italia, trovati in diverse

parti della Germania o fuggiaschi volontari, o banditi forzati,

desiderosi tutti d'un repentino mutamento di cose, con più d'un

migliajo tra barbute svizzere e spadoni olandesi, e d'altri

raccogliticci di Germania, Manfredo erasi partito poco tempo prima da

Augusta dove il duca Francesco Sforza aveva ricevuto il giuramento di

tutti. Partito con poco apparato, e facendo camminare gli uomini

d'armi a sparsi e lontani drappelli, per non dar troppo a parlare

altrui, di paese in paese venuto a Costanza, e pel lago entrato nella

Svizzera, s'era di preferenza volto alla Spluga, come al passo noto a

pochi, da nessuno praticato, e pel quale, scansando il pericolo che le

voci assai prima del tempo annunciassero i tentativi, poteva

d'improvviso, e quand'altri meno sel pensasse, toccar le sponde del

Lario.

Tutto il viaggio da Augusta a Costanza, e da qui a Coira gli era

riuscito ben comodo; ma tra gli orridi passi della Via-Mala penò molto

a frenare le soldatesche insofferenti dell'eccessivo disagio, e

dovette loro promettere doppia paga sintanto che non si fosse giunti

al lago. Ciò per altro bastò perchè tutti si rimettessero in cammino

di gran voglia, tentando dissimulare sotto le apparenze dell'allegria

la fatica che in vero riuscì insopportabile nell'ardua salita dal

paesello di Splügen alla vetta del monte. Per ciò furono costretti a

riposarvisi, sebbene i gelati buffi del vento e gli umidi vapori lor

facessero ingratissima quella fermata, tanto più incomoda in quanto

giungeva inaspettata.

È un fenomeno strano, per chi valica la Spluga in estate, il passare

in poche ore per tutte le temperature delle quattro stagioni

dell'anno, e dopo avere alle falde ansato pel caldo, respirare a mezza

costa, per rabbrividire di gelo pochi momenti dopo.

Con tutto ciò copertisi alla meglio gli uomini del Palavicino

trovarono qualche sollievo nel riposo, durante il quale chi

s'affaccendava intorno a cavalli mezzo ammaccati dalle frequenti

cadute, chi a forbir l'armi, e ad avvolgere entro paglia quelle da

fuoco onde non fosser guaste dall'umidità eccessiva, chi ad altre

cose. Il Palavicino attendeva intanto a dar parole e lodi e

incoraggiamenti e promesse a tutti, rivolgendosi ogni tanto alla

Ginevra, che di forza, quantunque molti le avessero consigliato di

fermarsi in Augusta fino ad opera compiuta, aveva voluto accompagnarsi

seco, prontissima ad incontrare nuovi pericoli ed a sopportare nuovi

dolori.

Fatto sosta una mezz'ora, si cominciò la discesa della montagna. Sino

a Tegiate camminarono senza disagio, il quale si fece gravissimo alla

precipitosa costa delle Acque Rosse, e continuò fin sotto a Pianazzo.

Qui lo spettacolo della grande cascata li soffermò alquanto. La

Ginevra volle discendere con Manfredo di greppo in greppo ad osservare

dall'imo fondo l'effetto di quelle acque che, precipitando dalla

sommità del monte, fanno tale illusione, che pare si gettino dal

cielo. Ripreso il cammino, toccarono Campodolcino qualche ora dopo

dov'ebbero assai facile la via, e verso sera si trovarono nella valle

San Giacomo. Il Palavicino udendo dalle guide che poco mancava ad

esser fuori di quegli ardui sentieri e a toccare il piano, e che poco

lungi era il lago, cominciò a sentire gli effetti di una commozione

vivissima, di cui trapelavano i segni nell'acceso calore che gli

copriva la parte superiore della faccia. Camminando in disparte degli

altri, e allontanatosi dalla Ginevra, fisso in un pensiero unico,

guardava macchinalmente il fiume Liro che tra immense frane impedito

discende e cupo romoreggia, e le cime altissime de' monti da cui le

nevi disciolte nella state si versano in cascate e cascatelle

innumerevoli, le quali danno alla valle una voce particolare, potente,

nella sua grave monotonia, a vincer l'anima di mestizia profonda.

Manfredo, benchè avesse l'animo a tutt'altro, pure, senza cercarlo,

sentì quell'influsso. In una tale disposizione, il suo coraggio, che

da tanto tempo gli confortava le speranze, dileguò, e fu

improvvisamente assalito da timori insoliti, da una sfiducia che lo

confuse.

Pure di quei timori neppur uno era per sè; eran tutti pe'

concittadini, per la patria, per lo Sforza. Se fosse stato sicuro che

la sua vita avrebbe comprato in un subito la felicità di tutti, egli

ne sarebbe stato ben lieto quantunque l'esistenza dovesse pure

essergli cara dopo che la Ginevra stava con lui. Ma temeva che

fallendogli il primo tentativo potesse mai crescere il danno comune, e

considerando d'avere sulle proprie spalle tanta responsabilità, e che

il ben essere di tanti uomini stava per poco nelle sue mani, tremò.

Come era nobile quel timore! come quella sfiducia era generosa!

E a tal punto non possiamo a meno di esternare la nostra maraviglia

per le poche e sterili parole onde gli storici accennarono di questo

giovane uomo, più che ne trattassero. Per ciò se il presente lavoro,

che or volge al suo fine, ci lasciò pentimenti molti e ben scarsa

soddisfazione, ci conforta almeno di aver tentato di evocar dal

passato questa bella figura che soffrì, che operò, che senza mira

nessuna di vantaggio per sè stesso, e vita e averi ed ogni sua cosa ed

ogni suo bene consacrò alla causa che il suo convincimento gli mostrò

essere la nobilissima di tutte.

Quando si considera che volumi innumerevoli furono gettati alla

moltitudine ammirata per narrare la vita d'uomini che sconvolsero

popoli e Stati e allagarono il mondo di sangue, non d'altro vigili che

dell'utile proprio, e convinti di essersi compri il diritto di far

servi gli uomini tutti a sè soli; e che poi, a sommare tutte le parole

di molti storici, non esce un quarto di pagina per toccare di chi pur

vivendo ed operando al pubblico cospetto, possedette la virtù vera, la

virtù senza l'egoismo; ci assale un'amarezza invincibile, un'amarezza

così sconfortante da travolger persino i nostri giudizi, da comandar

quasi anche a noi medesimi la noncuranza comune. Se non che un

pensiero più indipendente sorvola agli altri e li fa tacer tutti, e il

desiderio di convivere a lungo cogli uomini rari e dimenticati,

narrando di loro quel che gli altri tacquero, diventa un così forte

bisogno, da costringerci a tentar l'opera, anche nella certezza che

nessuno vorrà accostarvisi.

L'amicizia basta a sè medesima. Un uomo nella compagnia di un altro,

di cui senta profonda la stima, trova una soddisfazione anche fuori

degli sguardi e dell'attenzione altrui; però chi scrive si accompagnò

e accompagnerà il Palavicino fino al termine prefisso, con questo

pensiero, incurante di tutto il resto.

Giunto fin quasi all'ultime falde, dove la via si distende entro seni,

il Palavicino pensò di fermarvi come a campo la sua gente, e

affidatala temporariamente al governo di alcuni Lombardi sui quali

potea fare appoggio, in compagnia della Ginevra, d'una Perugina che la

seguì per servigio, dell'Elia Corvino e d'un fantaccino, se ne venne

verso Chiavenna. In questa città, un amico di quel Figino a noi ben

noto stava, secondo l'intesa, in aspettazione del primo arrivo del

Palavicino, per mandar tosto a darne avviso al castello del Figino

medesimo affinchè il conte Galeazzo Mandello, senza perder tempo,

rimontasse l'Adda colle soldatesche di Manfredo, e pel ramo di Lecco

si spingesse in su a congiungersi con lui. Il Palavicino trovò l'amico

in fatto; questi spedì, senza l'indugio d'un minuto, un uomo fidato

con ordini precisi, e per quella notte non si fece altro.

All'alba tornò Manfredo dove stavano accampati i suoi, disse loro

poche ma efficaci parole, promise non sarebbe tornato che per condurli

a tentare le sorti, ed esortatili a star pronti alla prima chiamata,

li lasciò nuovamente per ricondursi a Chiavenna, d'onde colla Ginevra

e l'Elia si trasferì alle sponde del lago quel dì stesso. Non aveva

voluto si fermasse la Ginevra in quella città, per non dar troppo a

parlare ai Chiavennaschi; e siccome lo stesso Figino avea possessi e

un luogo di delizia a Cremia, dove espressamente era stato mandato un

uomo perchè tenesse d'occhio tutto il corso del lago, così stimò assai

conveniente il condurvi la Ginevra. Di tal modo tenendola fuor de'

pericoli a cui ella non poteva per nessun conto intervenire, appagava

tuttavia il desiderio di lei, che era quello di trovarsi in luogo dove

per la prima avesse notizia della riuscita dell'impresa. Una tal gita

gli occorreva poi, meglio che per altro, a prender cognizione

esattissima di tutti i luoghi, prima di commettersi al lago colle

soldatesche; ad assoldare barcajuoli, a recarsi presso Como, dove

mandando l'Elia avrebbe saputo e che si pensasse colà, e quanto

presidio vi fosse, e tutte quelle notizie insomma che gli potevano

riuscir vantaggiose.

A Riva, noleggiarono una barca, e senz'apparato, per non dar sospetto

nessuno, il Palavicino, la Ginevra, l'Elia colle due persone di

servigio si affidarono all'acque. Ventando la breva, traghettarono a

volo il mesto lago di Mazzola attraverso gli irsuti canneti. Il cielo

appariva sgombro e lucentissimo; il sole gettando nelle onde i suoi

raggi, vi generava giuochi di luce, che variavano senza posa. Per essi

che venivano dalla squallida Spluga e dalla chiusa Chiavenna, i nudi

scogli e i brulli ciglioni del monte, non bastavano a scemare la

giocondità che in loro metteva l'aspetto abbastanza ridente de'

paeselli di Verceja, di Campo, di Novate; giocondità che tanto più

s'accrebbe, quando a due terzi della corsa cominciò ad udirsi un lento

e sommesso oscillare di suoni, che spiegandosi man mano e dilatandosi

nell'aria finì in un dirotto scampanare a festa. Questo non si diffuse

in prima che da un sol luogo, poi sorse da un altro e da un altro

ancora, finchè il maestoso concerto delle campane di Domaso e di

Gravedona rispose all'umile e incessante, dirò, cinguettìo delle

campanelle de' paesi minori.

--Che cosa significano, buon uomo, questi suoni festivi? chiese la

Ginevra al barcajuolo.

--Siamo al quattro di giugno, cara signora, è la vigilia del Corpus

Domini.

La Ginevra, che di ciò non si ricordava, volgendosi a Manfredo:

--Ciò mi è di buonissimo augurio, gli disse a voce sommessa.

Il Palavicino sorrise senza rispondere, e così progredirono per lungo

tratto. Il vario prospetto de' luoghi, il giuoco delle acque, il

sobbalzo della barca, le onde dell'aria, che pel suono festivo delle

campane avvolgeva ogni cosa in un vasto concento, tutto ciò occupava i

nostri viaggiatori in altro modo, togliendo ad essi il bisogno di

parlare.

L'Elia Corvino intanto, seduto presso al barcajuolo, non poteva un

momento distoglier gli occhi dal Palavicino e dalla Ginevra. Non parea

vero che un uomo, al quale le circostanze della vita dovevano avere

ottusa ogni sensibilità, provasse tuttavia tanta commozione nel

contemplare quelle due giovani esistenze, dopo affanni sì lunghi,

riunite alla fine, nel contemplare la Ginevra in ispecie, sul cui

volto apparivano le insolite rose generate da una calma, da una

serenità, da una compiacenza insolita; e sentiva una profonda

soddisfazione, considerando ch'egli forse più che altri era stato

l'autore di quella felicità... benchè, pensando che tra pochi giorni

la vita di Manfredo sarebbe stata in arbitrio delle palle

d'archibugio... si sforzò di volgere l'attenzione ad altre cose, non

piacendogli sentirsi sopraffatto da un sentimento che gli riusciva

molesto.

A Domaso, il barcajuolo affidò ad altro suo collega i nostri

passaggeri, che seguirono oltre pel lago.

--Giunti che saremo a Cremia, prese finalmente a dir la Ginevra, che

ti resta a fare per prima cosa, Manfredo?

--È ciò appunto a cui stavo pensando; ma innanzi tutto mi spingerò

fino a Como anch'io per veder tutti i luoghi d'appresso. Il solo Elia

però entrerà in città onde prender notizia di tutto.

--Quand'è così, posso dunque stare con te tutt'oggi ancora.

--Se non si avesse a far altro che visitar luoghi! ma non si sa mai

quello che può succedere, e allora....

--S'ella è necessità il fare altrimenti, io non ripeto parola.... Mi

fermerò dunque dove tu vuoi meglio.

--Non sarà che per brevissimo tempo, Ginevra; convien dunque esser

sofferenti e fare quest'altro sacrificio. Del rimanente è il più lieve

che far si possa.

--È il più lieve, lo so; tuttavia non è gran peccato, se ne provo

qualche rincrescimento.

E gli occhi di lei s'inumidirono nel dire queste parole. Manfredo, che

se ne accorse, troncò il discorso di subito, e alzandosi domandò al

barcajuolo quanto distasse il paesello di Cremia.

Non era molto lontano, e in breve vi giunsero. L'uomo del Figino, che

aspettava il Palavicino da qualche tempo, gli fece una grande

accoglienza appena lo vide. Disse che aveva ordine di prestarsi ad

ogni sua volontà, e perciò comandasse.

--Non mi occorre altro, rispose Manfredo, fuorchè mandiate subito due

o tre barche sul ramo di Lecco ad esplorare, a guardare per accorrer

tosto a dar l'avviso dell'arrivo di chi sapete. Dopo mi abbisogna che

facciate un po' d'alloggio a questa mia moglie, che deve star qui fino

a nuove cose; e per adesso non vi chiedo di più.

Qualche ora dopo, staccatosi della Ginevra, promettendogli sarebbe

stato di ritorno fra un giorno o due, si partì in compagnia del

Corvino, e solcando il lago per ogni verso, accostandosi ai paesi

principali, facendo studio di tutte le posizioni e non perdendo nulla

di vista, veleggiarono verso Como. A notte tardissima l'Elia entrò in

città per essere pronto all'alba, e Manfredo se ne stette in un

paesello tra i monti a qualche miglio di distanza. Il dì successivo

quando il Corvino attendeva in Como a raccogliere le notizie

necessarie, e sovratutto a prender nota del numero preciso dei soldati

del presidio, egli, trovato un proprietario di barche, fece secolui

l'accordo per averle a propria disposizione in tutto il giugno, e

medesimamente seco trattò perchè gliene procurasse altre d'altri

proprietarj. Aveva intenzione d'incettare quasi tutte le barche del

lago di Como, ciò che non gli doveva riuscir difficile dal momento che

i compensi da lui esibiti erano larghissimi. In tali occupazioni

trascorsero due dì; ai vespri del terzo, l'Elia si ricongiunse col

Palavicino, e ritornarono a Cremia.

--E così, che ti venne fatto di raccogliere? chiese Manfredo all'Elia,

appena si misero in barca.

---Non ho scansato di ficcarmi tra uomo e uomo, e spremerli ben bene

per cavarne i pensieri; e di fatto non ho perduto il mio tempo.

--E con quali persone hai praticato?

--Mi sono introdotto fra i ricchi proprietarj, perchè son quelli che

han sotto mano la povera gente e dirigono le opinioni di tutti. Non mi

fu dunque difficile di comprendere che quello stesso, malcontento che

serpeggia per Milano, si fa sentire anche qui. Vi dirò anzi che da

questi uomini del lago, quantunque sieno, senza confronto, i meno

maltrattati di tutti, pure si attende con impazienza che Milano

accenni a qualche cosa ed alzi la cresta, e per quel resto di rancore

che tanto quanto sussiste ancora tra chi sta al monte e chi vive al

piano, si sostiene che se tutta la Lombardia è in gran travaglio da

qualche anno, è appunto per la fiacchezza e la viltà dei Milanesi.

Vedete dunque che in quanto agli animi sono abbastanza ben disposti;

ma ciò non basta, come sapete meglio di me, e pur troppo ostacoli non

mancano....

--E dove sono questi ostacoli?

--Stanno in ciò, che il numero dei soldati del presidio da jeri

l'altro s è aumentato di più centinaja, senza che alcuno ne possa

indovinare il perchè. Dapprincipio, siccome i drappelli giunsero in

Como prima che facesse l'alba del giorno del Corpus Domini, così fu

creduto fosse stato per l'occasione della solennità; ma tosto,

considerato che ciò non poteva essere, si misero tutti quanti ad

almanaccare sulle cagioni; ma non si giunse ancora a nessun costrutto.

--Che abbiano avuto sentore di qualche cosa? che ci sia qualche spia?

--Questo pensiero è venuto anche a me; tuttavia, se misuriamo il

tempo, parrebbe cosa impossibile.

--E crediamola tale; soltanto ci giovi la notizia del numero

accresciuto.

Verso sera arrivarono a Cremia. Entrati nelle stanze della Ginevra, vi

trovarono il conte Galeazzo Mandello coll'uomo del Figino.

--Come, sei qui tu stesso, Galeazzo? disse Manfredo maravigliato e

contento; ma e la tua gente?

--Ho voluto precederla ad ogni buon conto, e udito dagli uomini da te

mandatimi incontro colla parola d'ordine, che tu eri venuto qui, ho

pensato d'abboccarmi prima con te, per tutte quelle altre coserelle

che, come sai, son nulla e son tutto. D'altronde volevo consigliarti a

lasciar passare l'ottava del Corpus Domini. In queste terre, dove i

peccati non han fatto ancora scorreria completa c'è molta divozione, e

però potrebbe aver taccia d'eretico chi volesse coprire lo scampanar

festivo colle scariche d'archibuso. Abbiam d'uopo che gli abitanti di

questi luoghi abbiano a fare di noi una eccellente opinione, che

altrimenti avremmo a rodere macigni. E dove la divozione piega qualche

poco in superstizione non è mai arato dritto abbastanza. Lasciami

dunque che le campane facciano il loro debito, che dopo faremo noi il

nostro.

--Io non ho nessuna difficoltà ad attendere questi tre o quattro

giorni, quantunque le paghe vadan su intanto senza un costrutto al

mondo, e non sono poca cosa.

--Ciò che si vuole si vuole e non si può far altro, caro mio.

--Se l'avessi preveduto avrei aspettato a far l'accordo per avere a

mia disposizione le barche, del lago, le quali coll'alba di domani

comincieranno a non servire più nessun altro.

--Un tale provvedimento fu benissimo pensato.... ma giacchè abbiamo ad

aspettare quattro giorni ancora.... converrà dar loro il permesso, in

questo intervallo, di servire invece quanti vorranno.... prima di

tutto perchè tra la gente del lago non corrano sospetti anzi tempo, e

poi per non far malcontenti in questi giorni di festa, che guai a

togliere ai laghisti il mezzo di correre sul loro elemento.

--Si penserà anche a questo; egli è assai ragionevole.

--Intanto noi attenderemo a darci qui un po' di buon tempo, perchè è

da qualche mese, caro mio, che non stiamo tanto in sul vivere allegro.

E penso che anche tu ne avrai bisogno, e questa moglie tua la quale ha

patito così gravi affanni, ben più gravi dei miei senza dubbio, che

per verità nella miserabile condizione di tutti, sino adesso rimasi

abbastanza illeso; ma io credo se ne sia andato per sempre il maligno

influsso, e che i giorni avvenire ci ristoreranno abbastanza dei

passati. Intanto cominciamo a far migliore il presente. Attendete

dunque, cara marchesa, a ricomporre gli spiriti e a confortarvi con

quest'aria balsamica, e a discacciare tutte quelle oppressioni che la

solitudine vi può aver messo nell'animo; perchè, se ho a dirti il

vero, caro Manfredo, appena giunsi qui la trovai molto abbattuta, e la

tua assenza le riusciva tormentosa. Lasciam dunque tutti i guai da un

canto, che oramai non ci rimangono più che quattro colpi d'archibugio,

e dopo porrem rimedio a tutto.

--Il signor conte parla come pochi sanno parlare, e mi piace

moltissimo, disse allora l'Elia che se ne stava in un canto della

camera.

Galeazzo si volse.

--Ah! sei tu Elia?

--Son io in persona.... e lodo V. S. illustrissima che raccomanda

l'allegria con tanto ardore.

--Ho un gran piacere di vederti, sai tu? E ben mi ricordo di quando, a

Milano, ci incontravamo in certi strani luoghi: tu mi guardavi di

sotto in su e ti sforzavi a stare in sul grave: ma qualche volta ci

siam stretta la mano da buoni amici, e mentre io metteva il labbro sul

tuo _recente_, tu lodavi il mio oltrepò.... Se hai buona memoria te ne

devi ricordare.

--E me ne ricordo infatti; se non che da quando, per bontà del

marchese, vestii cappa di raso e misi le trine, il vino recente non

venne mai più a suscitare gli estri della mia ilarità di contrabbando.

--E così fu di me amico mio carissimo.... e da lunghissimo tempo

l'oltrepò ha cessato d'intorbidare la mia mente. La propizia sorte per

vie diverse ci guidò ambedue ad un medesimo fine, ed ora, come gli

eroi della tavola rotonda, godiamo nel rammentarci a vicenda le nostre

passate imprese; però il marchese e questa cara signora ne sono tanto

quanto edificati.

--S'egli è così veramente, io mi compiaccio con me stesso della mia

conversione.

La Ginevra e Manfredo risero di cuore a queste celie, e in quei

quattro giorni la presenza del conte Galeazzo e dei Corvino fece

dileguare tutte le nuvole che di tanto in tanto pareva volessero

oscurare anche quel fuggitivo sereno.

Ma l'ottava del Corpus Domini si chiuse, e il conte, che aveva

espressamente sfoggiata la propria allegria onde comunicarne agli

altri quanto bastasse perchè coll'eccessiva riservatezza non dessero a

pensar troppo ai barcajuoli che li conducevano a diporto pel lago, a

un tratto si fece grave anche lui, riepilogò col Palavicino tutto

quello che già era stato stabilito; gli diede tutti quei consigli che

gli parvero opportuni, e incuorando tutti con que' suoi modi pieni di

sicurezza e di fiducia, si mise sul lago.

Il Palavicino partì alcuni momenti dopo fatte pochissime parole colla

Ginevra, che si sforzò a non parere commossa. Il Corvino si rimase a

Cremia, e per esser pronto agli avvisi che potessero arrivare o

dall'estrema sponda del lago dov'era diretto il Palavicino, o

dall'Adda, dove veleggiava il conte Galeazzo, e per raccogliere tutti

i barcajuoli, coi quali s'era fatto l'accordo e mandarli dove li

chiamava il bisogno.

Come aveva stabilito col Palavicino e col Galeazzo, li raccolse

infatti in quel dì stesso, e a compagnie di tre o quattro barche

divise per molto spazio, e in ore diverse, li mandò in su sin dove il

Lario cessa e incomincia il laghetto di Mazzola.

Spacciatosi di ciò e tornato a Cremia, e presentatosi alla Ginevra,

che ostentò tutto quel coraggio e quella calma ond'era capace:

--Ora ogni altra cosa è disposta, le disse; stanotte, se altro non

succede, il marchese vostro marito e il conte si stringeranno la mano

alla punta di Bellaggio, e senza perder tempo e in gran silenzio si

volgeranno a Como. Un'ora prima dell'alba saranno in porto. Se il

primo tentativo non falla, sul resto fate pure quelle speranze che più

vi piacciono.

--Domani all'alba dunque o è tutto guadagnato, o è tutto perduto?

--Nè l'una cosa nè l'altra; bensì si potranno dare sicuri pronostici

sull'avvenire.

La Ginevra tacque un momento, poi disse:

--Ora, siccome io non avrò più a vedere Manfredo prima che si rechi

colle soldatesche a Como, che a tutt'altro ora son volti i suoi

pensieri, e fa bene, così, caro Elia, vi ho a pregare di una cosa.

--Dite pure, io farò punto per punto quel che sarete per comandarmi.

--Giacchè l'incarico che vi fu dato gli è quello di aver occhio a

tutto, senza propriamente aver parte alla mischia, vogliate prendervi

l'incomodo, quando però non vi chiamino altrove cose di maggior

importanza, di venire da me appena ci sia alcuna notizia che mi possa

interessare in qualche modo. Nè vi trattenga di far questo nemmeno il

più tristo annunzio, nè la totale disfatta della gente di Manfredo, ne

la sua morte medesima....

A questa parola si fermò, e fu presa da un brivido convulso, che la

fece tremare visibilmente.

Il Corvino abbassò la testa e finse di non accorgersi di nulla.

--Tutto induce a credere, soggiunse poi, che voglia essere ben

difficile il caso di un tristo annunzio; e in quanto al marchese

Manfredo troverà chi per amor vostro vorrà prendersi cura della sua

vita. Sapete cosa mi disse ieri il conte Mandello prima di partire?

--Non so nulla.

--Mi ha detto che voi gli stavate molto in sul cuore, voi e la memoria

della sventurata sua madre, alla quale promise di posporre la propria

vita per salvar quella del figliuolo, per cui ella moriva di

crepacuore. Mi assicurò dunque, che finchè fischieranno le palle delle

colubrine e degli archibugi, egli si stringerà appresso a Manfredo e

lo coprirà della propria persona, e l'amicizia gli farà far miracoli;

e ciò egli mi ha detto perchè lo ripetessi a voi e vi facessi

coraggio.

--Se tutto dipendesse da voi, caro Elia, e dal conte, io mi riposerei

tranquilla come se domani fosse un giorno di tripudio; ma così, vedete

bene... pure avrò coraggio, siatene certo, ne avrò tanto da sostenere,

senza lasciarmi abbattere, qualunque più tristo annunzio, che a

questo, più che a tutto, voglio prepararmi. Promettetemi ora voi di

far quello di cui vi ho pregato.

--Ve lo prometto.

--Adesso potete andare. Io sono perfettamente tranquilla.

Dette queste parole e stretta la mano all'Elia con passione, si ritirò

nella sua stanza.

Il Corvino, stato immobile e soprappensiero per qualche tempo, discese

al molo, saltò in barca, e senza far nessuna parola col barcajuolo,

attraversò il lago per recarsi a Bellaggio.

A metà del promontorio, dove oggidì siede la villa Serbelloni, era

allora una rocca, o piuttosto un rudero di rocca, che Gian Giacomo

Medici avea lasciato in abbandono dacchè s'era fortificato nel

castello di Musso. I sentieri che conducevano colà essendo aperti al

passo di chicchessia, l'Elia Corvino pensò di recarvisi, considerando

che nel silenzio della notte i rumori anche i più lontani, trovando lo

spazio sgombro, sarebbero saliti più facilmente a quell'altezza. Così,

com'ebbe passato il lago, uscito dalla barca, tutto solo ascese la

vetta ove si mise a sedere.

Era il dodici di giugno, e l'assidua vampa del dì aveva per tal modo

acceso l'atmosfera, che la brezza notturna ne avea diminuita la forza

per quel tanto che basta a produrre una mite temperatura. Il cielo,

risplendendo la luna e le stelle, era nitidissimo, così la vista potea

scorrere molto àmbito e godere lo spettacolo delle acque, le quali per

la posizione stessa del promontorio a chi di lassù vi getta lo

sguardo, sembran quasi dividersi in tre laghi diversi.

L'Elia Corvino, mentre pure per necessità aveva l'animo rivolto a

tante e tanto gravi cose, irresistibilmente sentivasi attratto da

quelle nuove delizie. Guardava il cielo, lo riguardava riflesso nelle

acque; ascoltava lo stormire degli abeti e dei cipressi nelle ville

vicine, e il rumore incessante del fiume Latte, che in quella stagione

rigoglioso di acque, erompendo dal monte, va a gettarsi nel lago, e

prestava attentissimo l'orecchio a quegli aliti d'aria, a quei suoni

indistinti e senza nome che si interpolavano ai più vicini e ai più

noti.

Quando la notte fu presso la sua metà, l'aria, che ventava da Lecco,

gli portò all'orecchio quel rumore di cui egli stava in aspettazione,

un rumor confuso di voci che ora appariva distinto or pareva

dileguarsi e smorire nell'aria e nell'acque. Allora tendendo

l'orecchio verso la parte opposta, d'onde arrivar dovevano le barche

del Palavicino, non alitò per sentire se anche di là venisse il suono

medesimo, ma l'aria stessa che gli portava le voci dal ramo di Lecco

arrestava le onde sonore che si agitavano nella parte superiore del

Lario.

Allora pel tortuoso sentiero l'Elia discese al lago, saltò nel

battello e, girando a tondo intorno al promontorio, vogò per farsi

incontro alla gente condotta dal conte Galeazzo Mandello. A mezza via,

tra Bellaggio e Limonta, s'incontrò nelle prime barche, pronunciò la

parola d'ordine, alla quale tosto, benchè a qualche distanza, rispose

la voce sonora del conte Galeazzo Mandello==Viva Baradello per

Baradello.==E allora da tutte le barche che passavano innanzi a quella

del Corvino, che si fermò ad aspettare il conte, uscì la stessa

parola==Viva Baradello per Baradello.==

--Non si poteva dare una notte più bella e più calma di questa, così

prese a dire il Mandello quando dalla sua barca stese la mano al

Corvino. Il lago tranquillo, nessun contrattempo, e il vento così

propizio, che a pagarlo non poteva comportarsi meglio.

--Quello che fu vantaggio per voi non lo sarà stato pel marchese,

rispose l'Elia; e di fatto, dalla parte di là, e accennava oltre

Bellaggio, non ho udito ancora rumore nessuno.

--Sta queto, che si farà sentire. E noi, intanto, per non attenderci

qui inutilmente, progrediremo, per qualche altro tratto e andremo a

trovarli.

E così fecero. Toccarono la punta di Bellaggio passarono innanzi,

giunsero sin quasi sotto Varenna.... Là, il conte Galeazzo, voltosi

all'Elia:

--Non ti pare, disse, d'udire qualche cosa che non sentivasi prima?

--Badate che non v'inganni il fiume Latte colla sua voce disuguale.

--Non è la voce del fiume Latte altrimenti; son voci d'uomini queste.

Dopo alcuni istanti:

--Non vi siete ingannato, gridò il Corvino, è la gente di Manfredo

senz'altro!

Il conte Mandello diede allora un segno, e tutti si fermarono. Chiamò

poi per nome il conte Birago, il Ferreri, il Figino e qualch'altro,

che gli si portaron presso.

--Intanto che si fa sosta qui per non stancar troppo le braccia dei

barcajuoli, noi soli moveremo incontro al Palavicino. Anche tu, Elia,

vieni con noi.

E raddoppiati i colpi de' remi, presto giunsero al punto da poter

scorgere tutta la bruna linea delle barche che a stento progredivano.

S'affrettarono più ancora.... sinchè arrivarono a portata della voce.

--Viva Baradello per Baradello! gridò il conte Galeazzo.

Ci fu un istante d'aspettativa... poi s'udì lo stesso Manfredo a

rispondere:

--Viva Baradello per Baradello.

Lo schifo dov'era il Galeazzo cogli altri si fermò. Cominciò la

sfilata delle barche che tutte passarono innanzi al Mandello, e da

ciascuna fu replicata la parola==Viva Baradello per Baradello--Per

Baradello, viva Baradello==finchè la punta della barca dove stava il

Palavicino urtò in quella del conte Galeazzo.

--Viva Baradello per Baradello, tornò a gridare Manfredo.

Ciò che replicarono il colite, il Birago, il Ferreri, il Figino.... Le

loro mani s'intrecciarono.... Fu un breve silenzio pieno di

commozione, di voti, di promesse.

--Tutti gli altri dove sono? domandò poi il Palavicino a Galeazzo.

--A un tiro di balestra poco più.

--Affrettiamoci dunque, che non c'è tempo da perdere; può tardar

pochissimo a mezzanotte, e sarebbe di gran vantaggio il trovarci a

Como un'ora prima dell'alba quando tutto sia ancora in gran quiete.

--All'ora de' primi crepuscoli comincerà a cambiarsi il vento, non ci

sarà dunque difficile il sorprendere per quando vuoi tu, colle

scariche d'archibugio, il presidio di Como.

Mentre dicevano queste parole, le barche continuarono il loro corso

finchè si congiunsero colle altre che stavano aspettando. Quando tutte

furono sfilate, apparve coperto quasi per intero il tratto di lago che

è tra Bellaggio e Menaggio.

Del resto, ad onta delle indagini, non abbiam potuto trovar tanto che

basti per dir con certezza il numero preciso a cui sommava la gente

del Palavicino. Sembra però che fosse sufficiente per tentare una così

difficile impresa. Non ci è riuscito neppure di rassicurarci se Gian

Giacomo Medici abbia, in questa occasione, avuto qualche accordo col

Palavicino, e siasi offerto a prestargli alcun soccorso, cosa che più

che altri avrebbe potuto fare; ma stando alle vaghe parole di taluni

cronisti, pare che in qualche cosa abbia avuto parte anche lui,

sebbene nel fatto non sia intervenuto personalmente.

Ora, tornando a quel che sappiamo, la fermata che si fece a questo

punto del lago fu di pochi momenti, e appena bastarono per rinnovare

gli ordini, per riepilogare le disposizioni, e per guardare se tutto

era in pronto. Fatto questo, i Lombardi e i Milanesi che erano stati

messi al comando delle barche grosse si raccolsero intorno al

Palavicino, il quale disse loro queste brevi parole:

--Fra poche ore la salute della nostra patria dipenderà dal nostro

valore. L'esser qui tutti raccolti voi, che pure avevate i mezzi di

preservarvi dalla comune miseria, è indizio che l'amore del vostro

paese è più forte dell'amore di voi stessi; perciò tutte le

esortazioni ch'io fossi per farvi sarebber di troppo inferiori a

quello che voi stessi sentite nell'animo: onde lascerò le inutili

parole. Se domani, o dentro a pochi dì, la città di Como sarà nostra,

la gratitudine di tutti coloro che da noi attenderanno il fine di

questo glorioso principio varrà per tutti i compensi del mondo.... In

quanto a me vi prometto che tenterò ogni sforzo per riuscire a far

quello che voi farete. Sì, mi confido che a tutti potrete esser di

esempio, e che nessuno lo dovrà essere a voi. Prima di toccar Como

avrò a parlarvi ancora; per adesso affrettiamo la corsa.

Ciò detto, e data la voce per la partenza, si mise a sedere sulla sua

barca, in una profonda concentrazione.

Alla punta della Cavagnola, cominciando i crepuscoli, il vento si

cambiò d'improvviso. Allora tutte le vele essendo state spiegate,

parvero torme d'augelli giganti che senza posa, agitando le grandi

ali, s'affrettassero alla meta.

Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana · 第 53 / 57 题