A GIULIA ALDROVANDI.

"Al tuo desiderio d'aver notizie di me e da me stessa, dopo tanto

tempo, io ho adempiuto e con mia grandissima soddisfazione, ma

più per amor tuo però, affettuosa Giulia, che per desiderio ch'io

avessi di versare in altrui que' dolori onde, con tanta

insistenza e crudeltà di fortuna, io fui tormentata. Quei dolori

in parte tu li conoscevi, e dal fratel tuo seppi di quanta

compassione tu mi fosti cortese, e quanti voti tu facessi per me

continuamente; pure l'ultimo e il più terribil colpo a te non era

noto. O amica mia, esso fu così acuto, così straziante, così

insopportabile, che se taluno mi dicesse, che un altro simile mi

attende, nell'avvenire, ben di gran voglia io rinuncerei a questa

vita, sebbene adesso versi in quell'estrema gioia, onde troppo

rare volte gli uomini possono confortarsi. Oh sì, tanto è immenso

il gaudio mio presente, quanto fu immenso quell'affanno. Allora

perduto per sempre quanto più desideravo nel mondo, e perduto

quando appunto mi confidavo d'averlo acquistato alla fine; ed ora

nell'assoluto possesso di lui, mentre un istante prima tutto mi

convinceva d'averlo per sempre perduto. Ben ti accorgi ch'è di

Manfredo ch'io ti parlo. A te sarà noto l'ultimo fatto pel quale

è rimasto libero di sè; ora sappi, ch'egli è venuto in Augusta,

ch'è venuto e cercar me, che tutti gli ostacoli furon tolti di

mezzo, e che domani, nella cattedrale di Augusta, io sarò

benedetta moglie di lui. Ultimamente, nel darti ragguaglio delle

mie sventure lunghissime, de' miei dolori, della mia

disperazione, quasi avea rimorso di venire con racconti lugubri a

intorbidare la tranquilla tua vita; ma provo un'immensa

soddisfazione adesso considerando che la mia possa alla fine

perfettamente armonizzare colla tua. In questo istante medesimo

in cui attendo a scrivere queste parole, nella camera dove io

sto, odo la voce sonora del mio Manfredo che sta parlando

dell'impresa che tu sai; e mentre provo certa sensazione da non

potersi mai esprimere, rivolgendomi al passato, e considerando in

che desolata condizione io mi trovavo un anno fa solamente, non

so quasi persuadermi che quanto mi sta d'intorno e vedo e sento e

tocco, sia vero e reale, e lo stesso Manfredo che mi è sì vicino,

e in questo punto io mi volgo a contemplare, quasi sospetto non

sia più che una fuggitiva immagine della mia fantasia ardente. O

mia Giulia! a te son note le oscillazioni tutte quante dei mio

cuore adolescente, quando fanciulla a te fanciulla comunicava i

primi trasporti del cuor mio di subito infiammato. Che desiderj

io facessi allora, di che speranze, di che illusioni andassi in

cerca tu lo sai. Ebbene ora tutto è compito, e d'altro non mi

affanno che di concentrarmi in quest'unico punto della vita, a

cui vorrei perpetuamente fermarmi. Poche ore dunque, e il

Palavicino sarà mio marito, e ciò ti ripeto perchè lo annunci in

Bologna a quanti più puoi; che dell'esser fatta consorte a questo

generoso lombardo, a quest'orgoglio dell'anima mia, io ne ho tale

esaltamento, che vorrei fosse narrato dalla Fama a tutto il

mondo. Per oggi basta; ti scriverò ancora tra breve in occasione

che il legato danese verrà in Italia e passerà per Bologna.

Addio."

Altre lettere avremmo qui da riprodurre ma basterà questa in data del

6 maggio, che è la più breve e come la riassuntiva delle gioje

tranquille in cui, dopo tanta procella, si riposarono per poco Ginevra

e Manfredo.

_Aquisgrana_.--6 _maggio_, 1521.

"Al legato danese che abbiamo atteso in Augusta un pezzo, ci

siamo incontrati qui in Aquisgrana, però consegno a lui questo

letterino per te. In questi due mesi io, Manfredo e il duca

Francesco Sforza, che sempre si è degnato di stare con noi,

abbiam percorsa la parte più bella della Germania. La stupenda

vista di città, di castella, di fortezze, di cattedrali insigni;

la primavera ridentissima lungo le sponde del Reno, i tortuosi

giri della Mosa che secondammo in questi ultimi giorni, tutto

concorse ad accrescere l'alacrità delle anime nostre.

C'incontrammo in molti Italiani, dei quali per dir vero andavasi

in cerca, e di cui la maggior parte stanno adesso con noi e si

son messi sotto gli ordini di Manfredo. Confido che i voti che

noi già facemmo, fanciulle ancora, quando ci costò tante lagrime

la misera fine di Gliceria nostra così atrocemente offesa e

tradita [1], si compiranno alla fine. Tutto volge ad un punto, e

pare che gli ostacoli cadano l'un dopo l'altro quasi per volontà

superiore. Stamattina fui nella cattedrale di Aquisgrana, ho

veduto il teschio di Carlo Magno, ho toccato la sua pesante

_gioiosa_, e mi par d'essere più che donna. Domani ci rimetteremo

in viaggio per Augusta.... di là per l'Italia. Partiamo quasi

soli, ora siamo in una truppa tra Lombardi ed altri d'Italia....

Addio; non ti scriverò più se non dopo l'esito dei primi

tentativi. Addio di nuovo."

[1] Vedi, cap. IV.

Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana · 第 52 / 57 题