In questo mentre, Manfredo Palavicino tornato a Reggio, ad onta della
prostrazion d'animo in cui necessariamente avealo gettato il caso
funesto, colla maggior sollecitudine aveva atteso ai preparativi per
l'impresa. Non gli era però stato possibile uscir subito da Reggio,
giacchè, quando ogni cosa fu disposta, la città ebbe a difendersi
ancora dagli assalti de' Francesi, a proposito dei quali, di buona
voglia rimettiamo il lettore al Guicciardini che li raccontò a lungo e
per minuto.
Con maggior interesse ci occupiamo invece di quegli avvenimenti che,
sebbene di un'uguale ed anche di una maggiore importanza, pure sono
appena accennati, e come di gran fretta, nella storia e nelle
cronache, o taciuti spesso non appajono che sottintesi, e de' quali in
ogni modo la netta cognizione non risulta che dalle lunghe letture e
dai diligenti confronti di molti libri. Più che amplificare i racconti
della storia può tornar vantaggioso il cercare d'empirne le lacune, e
a questo abbiam volte le nostre intenzioni.
Appena dunque il Palavicino ebbe sgombro il passo, accompagnato dal
Corvino e da pochi altri, si pose in cammino per la Germania, mandando
prima al duca Sforza, per que' mezzi di comunicazioni praticati dal
Morone dopo la sua andata in quel paese, la lettera che noi già
conosciamo. Lungo il cammino si recò dal Figino più sopra nominato,
signore del castello in sull'Adda. Gli parlò del gran conto che per
voto comune erasi voluto fare di lui, gli espose per minuto il disegno
da seguirsi ad ottenere il gran fine a cui tutti da poco tempo
miravano con grande ardore, e prese con lui gli opportuni concerti per
la gente da ricovrarsi temporariamente nel suo castello. Il Figino, il
quale appena seppe tentarsi qualcosa contro Francia, aveva mandato
dire al Palavicino, di cui era amicissimo, non voler per nessun conto
far l'ultima parte nell'opera comune; ben grato dell'illimitata
fiducia, rispose che da quell'ora egli, i suoi, le sue ricchezze erano
a disposizione di lui e dello Sforza, però procedesse con coraggio,
che non gli sarebbero mai mancati soccorsi.
--Io poi, gli disse in ultimo, terrò d'occhio il corso dell'Adda e del
lago, e da qui a Chiavenna, in varj punti, porrò uomini fidatissimi,
pei quali rapidamente ci possa giungere la prima notizia della tua
comparsa, e così io, il Mandello e la gente ti moviamo incontro senza
perder tempo. Mi pare che tutto sia disposto con ordine, onde si può
sperar bene.
--Nel tempo che il Mandello starà qui, istrutto com'è d'ogni minima
cosa, istruirà te pure e tutto riuscirà facile. Ho pochissimi timori e
grandi speranze, conchiuse finalmente il Palavicino. Presto dunque ci
rivedremo.
Così, rimessosi in viaggio, non si fermò più che oltr'alpi.
Una sera il duca Francesco Sforza, nell'ora che, lasciato da tutti i
suoi, era solito ritirarsi a studiare per gran parte della notte,
mentre appunto stava pensando al troppo lungo intervallo che passava
tra la lettera ricevuta e l'arrivo del Palavicino, ode un insolito
scalpito di cavalli nel cortile. Si alza da sedere per uscire a sentir
chi fosse, quando i servi, entrano nella stanza:
--Eccellenza, gli dicono, è giunto il marchese Palavicino, e sale
adesso le scale.
Il giovane Sforza, agitato da una vivissima commozione, muove allora
incontro all'ospite, il quale gli si affaccia dal vestibolo.
Il rivedersi di due amici, dopo molti anni d'assenza, di due veri
amici che sian cresciuti insieme, a cui tutti i rapporti della vita,
dell'età, delle opinioni, delle sventure, dei timori, delle speranze
abbia mantenuta inalterabile l'affezione, è un istante di ben forte
interesse. Quantunque io abbia udito dire, non esservi cosa sotto il
sole che mai possa raggiungere il gaudio di due amanti, i quali si
riabbraccino dopo lungo intervallo, tuttavia porto opinione, che
nell'incontro di due amici ci sia alcun che se non di più ardente,
certo di più dignitoso, di più solenne, di più profondo. Due uomini
che si conoscono, che si stimano, e che per un gran fine sospirato a
lungo, dopo pericoli gravi, si trovano insieme finalmente e la mano
dell'uno sta stretta in quella dell'altro.... è e sarà sempre uno
spettacolo innanzi a cui non potrà rintuzzare la commozione neppure il
più scettico uomo.... Nell'incontro di due amanti invece un tal uomo
troverebbe quanto basta per fare un epigramma....
Stretti adunque per mano il Palavicino e lo Sforza, si ritrassero,
dopo alcuni momenti, fuori degli altrui sguardi, e liberarono alfine
la parola che in sulle prime non avea voluto uscire.
--Così io ti rivedo, o mio Manfredo, disse lo Sforza, ti rivedo
abbattuto dalle tante sventure che hai subite per me, narrandomi le
quali, il Morone mi fece tremare e fremere, sebbene te ne sapessi
uscito oramai. Però m'accorgo che sul tuo volto i tempi calamitosi
hanno lasciato la loro impronta. E per verità che mi sembri assai
dimagrato, tanto che, a tutta prima, se non fossi stato avvisato,
quasi non t'avrei riconosciuto.
--Se non v'è altro che il pallore e la magrezza, ti assicuro che ciò
non mi dà nessun pensiero. Del resto da qui a qualche anno avrò tempo
di metter l'adipe anch'io.... Sei mesi ancora di gran faccende e
d'altri pericoli, se vuoi, poi tutto tornerà nell'ordine antico, e
allora toccherà a te.
--Dio faccia che tu sia indovino infallibile, ed io possa davvero
affaccendarmi dì e notte pel maggior vantaggio del mio buon popolo e
della mia cara città. Pure in tutto questo tempo, se mi furono
impossibili i fatti, col pensiero m'affannai sempre in cerca del modo
di ristorare, e per sempre, i poveri Milanesi, da così lunghi
patimenti, e di spargere dappertutto una felicità che debba esser
duratura, e tanto più volontieri io vi attesi, in quanto era sicuro
che il mio Manfredo me ne avrebbe aperta la via. La più importante, la
più ardua, la più gloriosa opera fu rimessa dal destino nelle tue
mani.... ma della gratitudine ond'io ti pagherò, spero che tutti ti
pagheranno.
Manfredo non rispose, e strinse di nuovo la mano dello Sforza che si
tacque.
Ben rare volte due uomini sentirono, come costoro l'uno per l'altro un
attaccamento così vivo e così forte.
--Certo non più di sei mesi, tornò a replicare Manfredo, e di Francesi
non rimarrà più traccia in Lombardia. Domani mi farai vedere la tua
gente.
--Spero che ne rimarrai soddisfatto, e ti so dire che dal primo
all'ultimo cavallo, dal primo all'ultimo fante son tutti uomini da
valer dieci per ciascuno. Però se anche i tuoi son di tal razza
possiam dire d'avere un esercito a' nostri ordini.
--Nella gente che ho raccozzata da varie parti d'Italia, ho messo un
milanese per ogni dieci, e de' più ardenti patriotti, perchè possa col
suo entusiasmo raddoppiar la forza a ciascuno. Così fosse possibile
fare il medesimo anche co' tuoi, che tutti i colpi sarebbero
infallibili allora.
--Lombardi ve ne sono in Augusta più di parecchi, ve ne sono in
Fiandra, ve ne sono in più città lungo il Reno, e so benissimo che
oramai stanno tutti per me.
--Allora sarebbe ottimo cercare di congiungerli tutti quanti.
--E il modo?
--A te non conviene chiamarli, ci penserò io por questo; una
cinquantina ch'io ne possa raccogliere è più che sufficiente. Quei che
dimorano in Augusta ci sono intanto. Bisognerà dunque andare in
traccia degli altri, e sta tranquillo che saprem navigare il Reno e la
Mosa. Io prenderò per una parte, l'amico che ho meco prenderà per
l'altra... così in breve ci spacciamo.... e dopo.... Tutto il piano
che ho abbozzato su quel che mi rimane a fare, te lo mostrerò punto
per punto, e confido che i tuoi consigli lo faranno perfetto.
Qui fece un po' di pausa, poi disse:
--Ora che abbiam parlato di quello che più importami, dell'unica cosa
che mi dovrebbe occupare, mi farò lecito parlarti di quanto riguarda
me solo. So che la Ginevra è in Augusta.
--La sua casa è qui in fatto; ma da un venti dì se n'è andata a
Monaco.
--A Monaco?
--E mi pare d'aver compreso benissimo perch'ella abbia voluto
partirsi, come non comprendo affatto, che tu mi abbia a domandare di
lei, tu, marito della signora di Rimini.
--L'avresti compreso, se una strana notizia avesse potuto giunger qui
prima di me. Sappi dunque che son vedovo.
--Vedovo?
--Sì, la duchessa è morta; fu un grave avvenimento.
--Ma raccontami com'è il fatto in breve. Io son pieno di maraviglia.
Il Palavicino raccontò al duca tutto ciò che noi sappiamo. Lo stupore
dello Sforza andava crescendo ad ogni parola di Manfredo, ma come
questi ebbe finito:
--Convien dire, proruppe, che la fortuna t'ha voluto battere per ogni
verso, e mai non t'ha lasciato tranquillo un'ora.
--Egli è così in fatto; e t'assicuro che mi è voluto del buono a
riavermi anche da questa percossa... tanto più che.... io ebbi dei
torti con quella sciaguratissima donna, ed ora sento il rimorso di
averle amareggiato, benchè senza volerlo, i giorni che precedettero la
sua misera fine. Ma le lagrime, ma la memoria di questa.... di questa
cara Ginevra, fecero dileguare ogni amore che prima pur seppi portare
alla duchessa, la quale si mise in sospetto, e da che visse con me non
ebbe più pace.
--Ciò è chiaro... ma io non ne voglio udir altro, e tu non parlarmene
più. A quel che avvenne non è rimedio, e i rimpianti e i rimorsi
tornan sempre inutili se non dannosi. Se dunque i morti non si ponno
risuscitare, pensiam piuttosto a consolare i vivi. Ti ho dunque a dire
che la Bentivoglio è sconsolata.
Manfredo tacque.
--Benchè in tutto questo tempo ella siasi fatto forza, e la sua virtù
abbia potuto assai, pure non potè abbastanza perch'io non le leggessi
in cuore.
--E che diceva?
--Nulla diceva; operava in vantaggio e di me e d'Italia e dell'impresa
comune, e nel suo segreto intanto gemeva continuamente. Sai tu poi,
perchè da venti giorni siasi partita di qui?
--Non lo so.
--Le mostrai la lettera, dalla quale appariva che tu eri per venir qui
tra brevissimo tempo; però ti ha voluto scansare: ecco tutto.
--Ciò era più che naturale a quella virtuosa donna; ella non poteva
che comportarsi così. Ma ora io ti domando cosa si abbia a fare?
--Non c'è da almanaccar tanto, mi sembra, scriverò io stesso alla
Ginevra. Le dirò.... le dirò quello che tu medesimo le diresti, se non
che sarò più chiaro e meno impacciato; la porrò a parte, giacchè tutti
gli ostacoli son caduti, d'una mia volontà che è pur la tua e quella
di lei, se non mi inganno. Così, per il primo io avrò la consolazione
di vedere, dopo sì lunghi affanni, contenti e te e lei finalmente.
Questa disposizione di cose m'è d'un felicissimo augurio. Noi tre che
ci conoscemmo tanto giovani, che fummo improvvisamente divisi da un
colpo terribile, e immersi nei più tremendi guai, del corso medesimo
delle cose ci troviamo adesso riuniti, e il prossimo avvenire ci si
rischiara dinanzi confortandoci di mille promesse. Che te ne sembra a
te?
--Lo stesso; ma tornando alla Bentivoglio, non mi parrebbe cosa
benissimo fatta l'avvisarla per lettera; piuttosto troverei
conveniente il fare una gita a Monaco.
--Tu?
--Non lo credi lecito?
--Tu solo, no; bensì verrò io stesso con te, se ti par meglio.
--Ti sei incontrato nel mio desiderio, questo è ciò ch'io volevo;
tanto più che in codesta gita a Monaco non abbiamo a perdere il nostro
tempo, e facendo due cose ad una, raccoglieremo quanti Milanesi per
avventura si trovassero colà e li condurremo con noi.
--Benissimo pensato. Domani dunque, appena io t'abbia mostrato tutta
la mia gente, alla quale, ti darò a conoscere, partiremo di qui e
andremo a Monaco.
--In questo frattempo poi, giacchè non è un minuto a perdere, l'uomo
che ho condotto con me, ed è un tale Elia Corvino, non so se l'abbia
sentito nominare, il più acuto uomo che mai sia stato da che mondo è
mondo, e che adesso vedrai, si recherà in alcuna città delle Fiandre a
serrare nella nostra rete quanti Lombardi saranno in quelle parti.
L'impresa tanto più si farà sicura, in ragione del numero dei Milanesi
che potremo mettere nelle soldatesche, giacchè dei soli mercenarj non
è mai a fare gran conto.
--Come ti dicevo, so che nelle Fiandre ve n'ha in buon numero, però
confido che codesto tuo Corvino, qualora sappia fare, avrà buonissima
messe; ma a proposito, dammelo a conoscere.
--Lo chiamo tosto.
Così dicendo, recatosi nell'anticamera, dov'era l'Elia Corvino ad
aspettare:
--Il duca ti vuol vedere, Elia, gli disse, e vuol fare la tua
conoscenza; vieni dunque.
Il Corvino volgendosi allora, e udendo l'invito:
--So che in Italia, disse, il Bandello attende a scriver novelle
curiosissime e interessanti, però, se vuol far fortuna, dovrebbe
prendere ad argomento la vita mia, quando per altro non tema di esser
tacciato d'inverosimiglianza. Del resto i fatti son fatti; nato ricco,
divenuto povero, virtuoso per istinto, ribaldo per convenienza, un
tempo notaio dei vendarrosti e dei pubblicani quantunque fosse in una
capitale; passato poi, per un gran calcio della fortuna in diplomazia,
veduti e raggirati dei cappelli cardinalizi in gran numero, e corone
quando non bastarono i cappelli, e trovatomi a quattrocchi col papa.
Adesso finalmente viene sua eccellenza il duca Francesco Sforza, il
duca della mia città medesima, che pareva calato in fondo, e veniamo a
ripescare, il quale, di ragione e per amor vostro ora sarà per darmi
grandissime lodi, che io accetterò con molta dignità. Vi assicuro, o
marchese, che i posteri, dato che il mio nome possa mai rotolare ai
posteri, dureranno gran fatica a percorrere con me codesto labirinto,
nel quale il filo di Arianna mi giovò tanto bene; ma se il vero non è
vero, non so più cosa dire.
Il Palavicino, il quale, ad onta di tante cure, era però abbastanza
ben disposto per le nuove speranze, rise di cuore a queste celie
dell'Elia, e lo condusse innanzi al duca.
Questi, dopo le prime parole, entrò col Corvino a discorrere di ciò
che avrebbe dovuto fare viaggiando per le Fiandre, e rimase tanto
maravigliato dei consigli e delle considerazioni di lui, che, alla
fine, voltosi a Manfredo:
--Se di questa tempra d'uomini, disse, ci fosse meno scarsità nel
mondo, certo le cose camminerebbero di miglior passo.
Del resto le prime ore che Manfredo e lo Sforza passarono insieme in
quella notte dopo tanti anni, sia per le cagioni reali che li
esaltava, sia pel conversar vivo e brioso del Corvino, furono al certo
le più liete della loro vita, e per parte di Manfredo tanto più liete,
in quanto pensava che gli era concesso finalmente di poter trasfondere
quella giocondità medesima in chi per lui aveva tanto patito.
La Bentivoglio, ritrattasi in Monaco, aspettava intanto, prima di
ricondursi ad Augusta, che il Palavicino venuto ad abboccarsi col duca
Francesco Sforza e ricevuto il comando delle sue genti, tornasse in
Italia. Come le costava però quel sagrificio ch'ella medesima s'era
imposto, di non vedere mai più il marito della duchessa Elena! Come
invece i movimenti spontanei del cuore la portavano a far tutt'altro!
E quante volte anche in quell'anima virtuosa ed ingenua sorsero
pensieri di gelosia furente e d'odio inesorabile contro la signora di
Rimini; quante volte, nell'esasperazione di una passione, a cui non
sapeva dare uscita in nessun modo, proruppe a maledirla, benchè con
subito pentimento. Sorsero persine de' propositi di vendetta,
fuggitivi bensì come il pensiero, ma sorsero; e la verità ci costringe
a dire che in quegli ultimi giorni s'era messa nel suo sangue
un'acredine, un'asprezza, una così procellosa disposizione, da
renderla quasi intollerabile a chi l'avvicinava; e noi teniam per
fermo, che se mai fosse durata codesta condizione di cose, la mite, la
nobile sua indole avrebbe subita una tale modificazione, da farla
parere pel resto della vita tutt'altra donna; tanto può un desiderio
nutrito a lungo e con ardore continuo, e non appagato mai!
Ma un giorno le fu annunciato che il duca Francesco Sforza, venuto a
Monaco espressamente per lei, chiedeva di vederla.
Com'è ben naturale, ella il fece entrar tosto.
Alla Bentivoglio, che in quel momento era tristissima, parve fosse il
duca d'un umore, oltre il solito, giocondo; tanto giocondo, da
generare in lei un certo dispetto che non bastò a dissimulare.
--In mille anni, cominciò a dirle il duca, mai non sapreste
indovinare, o Ginevra, il motivo della mia venuta a Monaco, e perchè
adesso stia qui.
--E di fatto, come lo potrei, eccellenza, se non ne ho il filo?
--Io non so se quanto vengo a proporvi potrà essere ben accetto;
tuttavia parlerò, e quando la parola sarà uscita, dell'effetto
risponderà la fortuna.
--Ma e che mai avete a propormi, eccellenza?
--Per dir vero mi sembrate sì mal disposta, che quasi sarei per
prorogare ad altro giorno il mio mandato; che cosa dunque ho a fare?
ditemelo con tutta la libertà; se volete, parlo, se non volete,
taccio.
--Quantunque io sia ben trista, o duca, pure non saprei mai perdonare
a me stessa se mi bastasse l'animo di rifiutarmi ad udire le cortesi
vostre parole.
--Dunque parlo.
--Sto ad ascoltarvi.
Il giovane duca, che per verità era più del solito lieto, diede di
volta per la camera ridendo, poi fermatosi in faccia a lei.
--È da un pezzo, Ginevra, che mi giungono all'orecchio dei lamenti
intorno alla vostra vedovanza...
La Bentivoglio si accigliò.
--Bella, e chi nol vede, giovane, e chi non lo sa... credo infatti non
abbiate più di ventitrè anni, è una gran bell'età, vedete!...
La Ginevra si faceva sempre più attonita ad ogni parola di lui, e si
alzò molto sconcertata.
--Dunque, come vi dicevo, continuava il duca imperterrito, giovane,
bella, ricchissima qual siete, sarebbe il gravissimo degli errori il
rimaner così sola per tutto il resto della vita...
--Duca, io non vi comprendo.
--Mi comprenderete benissimo.
--Ma e dove volete voi condurmi con queste strane parole, le più
strane che io abbia udite da che vivo?
--A un fine per avventura desiderabile... se non da voi, da altri;
vengo insomma a proporvi un matrimonio; la mia missione sta qui.
--La vostra missione è straordinaria assai, gli rispose la Ginevra con
una severità quasi iraconda.
Il duca non si scompose, e ghignò a quella specie di rabbuffo.
--Quand'è così darem di volta al discorso e parleremo di tutt'altro...
parlerem dunque degli ultimi avvenimenti d'Italia.
--E allora vi ascolterò, come sempre, con molla attenzione e vivo
interesse.
--Benissimo! Cominciam dunque dall'avvenimento che in questi ultimi
mesi ha destato il maggior rumore, perchè del resto, in questo istante
almeno, non è a fare nessun conto; sappiate dunque che la signora di
Rimini è morta.
Esprimere con parole la trasmutazione istantanea che, a quella
notizia, successe nella faccia, in tutta la persona della Ginevra, è
assolutamente impossibile; al primo fe' un balzo quasi per abbracciare
il duca, ma si frenò issofatto seria e grave, pungendola la vergogna
d'essersi fatta troppo scorgere, e il rimordimento d'aver provato una
viva gioja per l'annunzio di una sventura.
--Morta? ripetè poi; ma come, ma quando è avvenuta?
--In gennaio avvenne. Come poi sia avvenuta ne parleremo a suo tempo;
per adesso è assai meglio tacerne.
--Chi vi ha detto tutto ciò?
--È inverosimile non l'abbiate già indovinato; lo stesso Palavicino lo
disse, che venne in Augusta alcuni dì fa, ed ora è qui anche lui.
--Lui?
--Sì, lui, non è a farne alcuna maraviglia; ma, a proposito di lui
appunto, io che, sotto al dolore onde necessariamente egli era
compreso pel fatto della duchessa, ho letto altri affetti ed altri
pensieri, lo esortai, giacchè il tempo incalzava, a lasciar da un lato
talune convenienze, e prima che vengano altre procelle, che Dio tenga
lontano, far quello che mai s'è potuto fare. Voi mi comprendete; però,
sebbene la morte recente della sventurata Elena, parrebbe comandare di
protrarre ad altro tempo quel che io, che voi, che Manfredo desidera,
tuttavia, avuto riguardo alle circostanze straordinarie in cui noi
tutti ci troviamo adesso, faccio presente che, quanto non è fatto
oggi, talvolta non è fatto domani.
La Bentivoglio non rispondeva, chè il tumulto dell'animo le toglieva
ogni forza. Ma il duca continuava:
--Se me lo permettete, esco dunque un istante, perchè l'amico mio sta
attendendomi con quell'ansia che potete immaginarvi, onde sarebbe una
vera crudeltà il protrarre più a lungo la sua aspettazione. Siate
dunque forte, ed attendeteci ambidue.
Così la Ginevra rimase ancor sola finchè il duca ritornò col
Palavicino . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La Bentivoglio, durante il tempo che dimorò in Germania, aveva
ricominciato un carteggio con una sua amica di Bologna, una Giulia
Aldrovandi, carteggio interrotto fin da quando era partita da Milano.
Ultimamente avendo veduto in Roma il fratello dell'Aldrovandi, e
sentito da lui come l'amica desiderasse ardentemente sue nuove, le
scrisse di fatto prima di recarsi a Trento; la qual cosa continuò a
far poi, che il mezzo di mantenere una tale corrispondenza e di far
ricapitare le lettere erale agevolato dai molti che viaggiavano in
Italia.
Siccome il tempo intercorso dall'arrivo del Palavicino in Germania al
suo ritorno in Italia non fu gran fatto ricco d'avvenimenti, quando si
eccettui l'affaccendarsi di Manfredo per raccogliere e condurre con sè
quanti Lombardi trovavansi nelle Fiandre, ma invece, tanto per parte
di lui, che della Ginevra, fu tempo di calma, di riposo, di
soddisfazioni tutte intime: così a compire un tale intervallo
riporteremo taluna delle lettere stesse della Bentivoglio, che meglio
delle nostre parole può valere a riprodurre quello stato di vita.
_Augusta_.--21 _marzo_, 1521.