CAPITOLO XXXIII.

In questo mentre, Manfredo Palavicino tornato a Reggio, ad onta della

prostrazion d'animo in cui necessariamente avealo gettato il caso

funesto, colla maggior sollecitudine aveva atteso ai preparativi per

l'impresa. Non gli era però stato possibile uscir subito da Reggio,

giacchè, quando ogni cosa fu disposta, la città ebbe a difendersi

ancora dagli assalti de' Francesi, a proposito dei quali, di buona

voglia rimettiamo il lettore al Guicciardini che li raccontò a lungo e

per minuto.

Con maggior interesse ci occupiamo invece di quegli avvenimenti che,

sebbene di un'uguale ed anche di una maggiore importanza, pure sono

appena accennati, e come di gran fretta, nella storia e nelle

cronache, o taciuti spesso non appajono che sottintesi, e de' quali in

ogni modo la netta cognizione non risulta che dalle lunghe letture e

dai diligenti confronti di molti libri. Più che amplificare i racconti

della storia può tornar vantaggioso il cercare d'empirne le lacune, e

a questo abbiam volte le nostre intenzioni.

Appena dunque il Palavicino ebbe sgombro il passo, accompagnato dal

Corvino e da pochi altri, si pose in cammino per la Germania, mandando

prima al duca Sforza, per que' mezzi di comunicazioni praticati dal

Morone dopo la sua andata in quel paese, la lettera che noi già

conosciamo. Lungo il cammino si recò dal Figino più sopra nominato,

signore del castello in sull'Adda. Gli parlò del gran conto che per

voto comune erasi voluto fare di lui, gli espose per minuto il disegno

da seguirsi ad ottenere il gran fine a cui tutti da poco tempo

miravano con grande ardore, e prese con lui gli opportuni concerti per

la gente da ricovrarsi temporariamente nel suo castello. Il Figino, il

quale appena seppe tentarsi qualcosa contro Francia, aveva mandato

dire al Palavicino, di cui era amicissimo, non voler per nessun conto

far l'ultima parte nell'opera comune; ben grato dell'illimitata

fiducia, rispose che da quell'ora egli, i suoi, le sue ricchezze erano

a disposizione di lui e dello Sforza, però procedesse con coraggio,

che non gli sarebbero mai mancati soccorsi.

--Io poi, gli disse in ultimo, terrò d'occhio il corso dell'Adda e del

lago, e da qui a Chiavenna, in varj punti, porrò uomini fidatissimi,

pei quali rapidamente ci possa giungere la prima notizia della tua

comparsa, e così io, il Mandello e la gente ti moviamo incontro senza

perder tempo. Mi pare che tutto sia disposto con ordine, onde si può

sperar bene.

--Nel tempo che il Mandello starà qui, istrutto com'è d'ogni minima

cosa, istruirà te pure e tutto riuscirà facile. Ho pochissimi timori e

grandi speranze, conchiuse finalmente il Palavicino. Presto dunque ci

rivedremo.

Così, rimessosi in viaggio, non si fermò più che oltr'alpi.

Una sera il duca Francesco Sforza, nell'ora che, lasciato da tutti i

suoi, era solito ritirarsi a studiare per gran parte della notte,

mentre appunto stava pensando al troppo lungo intervallo che passava

tra la lettera ricevuta e l'arrivo del Palavicino, ode un insolito

scalpito di cavalli nel cortile. Si alza da sedere per uscire a sentir

chi fosse, quando i servi, entrano nella stanza:

--Eccellenza, gli dicono, è giunto il marchese Palavicino, e sale

adesso le scale.

Il giovane Sforza, agitato da una vivissima commozione, muove allora

incontro all'ospite, il quale gli si affaccia dal vestibolo.

Il rivedersi di due amici, dopo molti anni d'assenza, di due veri

amici che sian cresciuti insieme, a cui tutti i rapporti della vita,

dell'età, delle opinioni, delle sventure, dei timori, delle speranze

abbia mantenuta inalterabile l'affezione, è un istante di ben forte

interesse. Quantunque io abbia udito dire, non esservi cosa sotto il

sole che mai possa raggiungere il gaudio di due amanti, i quali si

riabbraccino dopo lungo intervallo, tuttavia porto opinione, che

nell'incontro di due amici ci sia alcun che se non di più ardente,

certo di più dignitoso, di più solenne, di più profondo. Due uomini

che si conoscono, che si stimano, e che per un gran fine sospirato a

lungo, dopo pericoli gravi, si trovano insieme finalmente e la mano

dell'uno sta stretta in quella dell'altro.... è e sarà sempre uno

spettacolo innanzi a cui non potrà rintuzzare la commozione neppure il

più scettico uomo.... Nell'incontro di due amanti invece un tal uomo

troverebbe quanto basta per fare un epigramma....

Stretti adunque per mano il Palavicino e lo Sforza, si ritrassero,

dopo alcuni momenti, fuori degli altrui sguardi, e liberarono alfine

la parola che in sulle prime non avea voluto uscire.

--Così io ti rivedo, o mio Manfredo, disse lo Sforza, ti rivedo

abbattuto dalle tante sventure che hai subite per me, narrandomi le

quali, il Morone mi fece tremare e fremere, sebbene te ne sapessi

uscito oramai. Però m'accorgo che sul tuo volto i tempi calamitosi

hanno lasciato la loro impronta. E per verità che mi sembri assai

dimagrato, tanto che, a tutta prima, se non fossi stato avvisato,

quasi non t'avrei riconosciuto.

--Se non v'è altro che il pallore e la magrezza, ti assicuro che ciò

non mi dà nessun pensiero. Del resto da qui a qualche anno avrò tempo

di metter l'adipe anch'io.... Sei mesi ancora di gran faccende e

d'altri pericoli, se vuoi, poi tutto tornerà nell'ordine antico, e

allora toccherà a te.

--Dio faccia che tu sia indovino infallibile, ed io possa davvero

affaccendarmi dì e notte pel maggior vantaggio del mio buon popolo e

della mia cara città. Pure in tutto questo tempo, se mi furono

impossibili i fatti, col pensiero m'affannai sempre in cerca del modo

di ristorare, e per sempre, i poveri Milanesi, da così lunghi

patimenti, e di spargere dappertutto una felicità che debba esser

duratura, e tanto più volontieri io vi attesi, in quanto era sicuro

che il mio Manfredo me ne avrebbe aperta la via. La più importante, la

più ardua, la più gloriosa opera fu rimessa dal destino nelle tue

mani.... ma della gratitudine ond'io ti pagherò, spero che tutti ti

pagheranno.

Manfredo non rispose, e strinse di nuovo la mano dello Sforza che si

tacque.

Ben rare volte due uomini sentirono, come costoro l'uno per l'altro un

attaccamento così vivo e così forte.

--Certo non più di sei mesi, tornò a replicare Manfredo, e di Francesi

non rimarrà più traccia in Lombardia. Domani mi farai vedere la tua

gente.

--Spero che ne rimarrai soddisfatto, e ti so dire che dal primo

all'ultimo cavallo, dal primo all'ultimo fante son tutti uomini da

valer dieci per ciascuno. Però se anche i tuoi son di tal razza

possiam dire d'avere un esercito a' nostri ordini.

--Nella gente che ho raccozzata da varie parti d'Italia, ho messo un

milanese per ogni dieci, e de' più ardenti patriotti, perchè possa col

suo entusiasmo raddoppiar la forza a ciascuno. Così fosse possibile

fare il medesimo anche co' tuoi, che tutti i colpi sarebbero

infallibili allora.

--Lombardi ve ne sono in Augusta più di parecchi, ve ne sono in

Fiandra, ve ne sono in più città lungo il Reno, e so benissimo che

oramai stanno tutti per me.

--Allora sarebbe ottimo cercare di congiungerli tutti quanti.

--E il modo?

--A te non conviene chiamarli, ci penserò io por questo; una

cinquantina ch'io ne possa raccogliere è più che sufficiente. Quei che

dimorano in Augusta ci sono intanto. Bisognerà dunque andare in

traccia degli altri, e sta tranquillo che saprem navigare il Reno e la

Mosa. Io prenderò per una parte, l'amico che ho meco prenderà per

l'altra... così in breve ci spacciamo.... e dopo.... Tutto il piano

che ho abbozzato su quel che mi rimane a fare, te lo mostrerò punto

per punto, e confido che i tuoi consigli lo faranno perfetto.

Qui fece un po' di pausa, poi disse:

--Ora che abbiam parlato di quello che più importami, dell'unica cosa

che mi dovrebbe occupare, mi farò lecito parlarti di quanto riguarda

me solo. So che la Ginevra è in Augusta.

--La sua casa è qui in fatto; ma da un venti dì se n'è andata a

Monaco.

--A Monaco?

--E mi pare d'aver compreso benissimo perch'ella abbia voluto

partirsi, come non comprendo affatto, che tu mi abbia a domandare di

lei, tu, marito della signora di Rimini.

--L'avresti compreso, se una strana notizia avesse potuto giunger qui

prima di me. Sappi dunque che son vedovo.

--Vedovo?

--Sì, la duchessa è morta; fu un grave avvenimento.

--Ma raccontami com'è il fatto in breve. Io son pieno di maraviglia.

Il Palavicino raccontò al duca tutto ciò che noi sappiamo. Lo stupore

dello Sforza andava crescendo ad ogni parola di Manfredo, ma come

questi ebbe finito:

--Convien dire, proruppe, che la fortuna t'ha voluto battere per ogni

verso, e mai non t'ha lasciato tranquillo un'ora.

--Egli è così in fatto; e t'assicuro che mi è voluto del buono a

riavermi anche da questa percossa... tanto più che.... io ebbi dei

torti con quella sciaguratissima donna, ed ora sento il rimorso di

averle amareggiato, benchè senza volerlo, i giorni che precedettero la

sua misera fine. Ma le lagrime, ma la memoria di questa.... di questa

cara Ginevra, fecero dileguare ogni amore che prima pur seppi portare

alla duchessa, la quale si mise in sospetto, e da che visse con me non

ebbe più pace.

--Ciò è chiaro... ma io non ne voglio udir altro, e tu non parlarmene

più. A quel che avvenne non è rimedio, e i rimpianti e i rimorsi

tornan sempre inutili se non dannosi. Se dunque i morti non si ponno

risuscitare, pensiam piuttosto a consolare i vivi. Ti ho dunque a dire

che la Bentivoglio è sconsolata.

Manfredo tacque.

--Benchè in tutto questo tempo ella siasi fatto forza, e la sua virtù

abbia potuto assai, pure non potè abbastanza perch'io non le leggessi

in cuore.

--E che diceva?

--Nulla diceva; operava in vantaggio e di me e d'Italia e dell'impresa

comune, e nel suo segreto intanto gemeva continuamente. Sai tu poi,

perchè da venti giorni siasi partita di qui?

--Non lo so.

--Le mostrai la lettera, dalla quale appariva che tu eri per venir qui

tra brevissimo tempo; però ti ha voluto scansare: ecco tutto.

--Ciò era più che naturale a quella virtuosa donna; ella non poteva

che comportarsi così. Ma ora io ti domando cosa si abbia a fare?

--Non c'è da almanaccar tanto, mi sembra, scriverò io stesso alla

Ginevra. Le dirò.... le dirò quello che tu medesimo le diresti, se non

che sarò più chiaro e meno impacciato; la porrò a parte, giacchè tutti

gli ostacoli son caduti, d'una mia volontà che è pur la tua e quella

di lei, se non mi inganno. Così, per il primo io avrò la consolazione

di vedere, dopo sì lunghi affanni, contenti e te e lei finalmente.

Questa disposizione di cose m'è d'un felicissimo augurio. Noi tre che

ci conoscemmo tanto giovani, che fummo improvvisamente divisi da un

colpo terribile, e immersi nei più tremendi guai, del corso medesimo

delle cose ci troviamo adesso riuniti, e il prossimo avvenire ci si

rischiara dinanzi confortandoci di mille promesse. Che te ne sembra a

te?

--Lo stesso; ma tornando alla Bentivoglio, non mi parrebbe cosa

benissimo fatta l'avvisarla per lettera; piuttosto troverei

conveniente il fare una gita a Monaco.

--Tu?

--Non lo credi lecito?

--Tu solo, no; bensì verrò io stesso con te, se ti par meglio.

--Ti sei incontrato nel mio desiderio, questo è ciò ch'io volevo;

tanto più che in codesta gita a Monaco non abbiamo a perdere il nostro

tempo, e facendo due cose ad una, raccoglieremo quanti Milanesi per

avventura si trovassero colà e li condurremo con noi.

--Benissimo pensato. Domani dunque, appena io t'abbia mostrato tutta

la mia gente, alla quale, ti darò a conoscere, partiremo di qui e

andremo a Monaco.

--In questo frattempo poi, giacchè non è un minuto a perdere, l'uomo

che ho condotto con me, ed è un tale Elia Corvino, non so se l'abbia

sentito nominare, il più acuto uomo che mai sia stato da che mondo è

mondo, e che adesso vedrai, si recherà in alcuna città delle Fiandre a

serrare nella nostra rete quanti Lombardi saranno in quelle parti.

L'impresa tanto più si farà sicura, in ragione del numero dei Milanesi

che potremo mettere nelle soldatesche, giacchè dei soli mercenarj non

è mai a fare gran conto.

--Come ti dicevo, so che nelle Fiandre ve n'ha in buon numero, però

confido che codesto tuo Corvino, qualora sappia fare, avrà buonissima

messe; ma a proposito, dammelo a conoscere.

--Lo chiamo tosto.

Così dicendo, recatosi nell'anticamera, dov'era l'Elia Corvino ad

aspettare:

--Il duca ti vuol vedere, Elia, gli disse, e vuol fare la tua

conoscenza; vieni dunque.

Il Corvino volgendosi allora, e udendo l'invito:

--So che in Italia, disse, il Bandello attende a scriver novelle

curiosissime e interessanti, però, se vuol far fortuna, dovrebbe

prendere ad argomento la vita mia, quando per altro non tema di esser

tacciato d'inverosimiglianza. Del resto i fatti son fatti; nato ricco,

divenuto povero, virtuoso per istinto, ribaldo per convenienza, un

tempo notaio dei vendarrosti e dei pubblicani quantunque fosse in una

capitale; passato poi, per un gran calcio della fortuna in diplomazia,

veduti e raggirati dei cappelli cardinalizi in gran numero, e corone

quando non bastarono i cappelli, e trovatomi a quattrocchi col papa.

Adesso finalmente viene sua eccellenza il duca Francesco Sforza, il

duca della mia città medesima, che pareva calato in fondo, e veniamo a

ripescare, il quale, di ragione e per amor vostro ora sarà per darmi

grandissime lodi, che io accetterò con molta dignità. Vi assicuro, o

marchese, che i posteri, dato che il mio nome possa mai rotolare ai

posteri, dureranno gran fatica a percorrere con me codesto labirinto,

nel quale il filo di Arianna mi giovò tanto bene; ma se il vero non è

vero, non so più cosa dire.

Il Palavicino, il quale, ad onta di tante cure, era però abbastanza

ben disposto per le nuove speranze, rise di cuore a queste celie

dell'Elia, e lo condusse innanzi al duca.

Questi, dopo le prime parole, entrò col Corvino a discorrere di ciò

che avrebbe dovuto fare viaggiando per le Fiandre, e rimase tanto

maravigliato dei consigli e delle considerazioni di lui, che, alla

fine, voltosi a Manfredo:

--Se di questa tempra d'uomini, disse, ci fosse meno scarsità nel

mondo, certo le cose camminerebbero di miglior passo.

Del resto le prime ore che Manfredo e lo Sforza passarono insieme in

quella notte dopo tanti anni, sia per le cagioni reali che li

esaltava, sia pel conversar vivo e brioso del Corvino, furono al certo

le più liete della loro vita, e per parte di Manfredo tanto più liete,

in quanto pensava che gli era concesso finalmente di poter trasfondere

quella giocondità medesima in chi per lui aveva tanto patito.

La Bentivoglio, ritrattasi in Monaco, aspettava intanto, prima di

ricondursi ad Augusta, che il Palavicino venuto ad abboccarsi col duca

Francesco Sforza e ricevuto il comando delle sue genti, tornasse in

Italia. Come le costava però quel sagrificio ch'ella medesima s'era

imposto, di non vedere mai più il marito della duchessa Elena! Come

invece i movimenti spontanei del cuore la portavano a far tutt'altro!

E quante volte anche in quell'anima virtuosa ed ingenua sorsero

pensieri di gelosia furente e d'odio inesorabile contro la signora di

Rimini; quante volte, nell'esasperazione di una passione, a cui non

sapeva dare uscita in nessun modo, proruppe a maledirla, benchè con

subito pentimento. Sorsero persine de' propositi di vendetta,

fuggitivi bensì come il pensiero, ma sorsero; e la verità ci costringe

a dire che in quegli ultimi giorni s'era messa nel suo sangue

un'acredine, un'asprezza, una così procellosa disposizione, da

renderla quasi intollerabile a chi l'avvicinava; e noi teniam per

fermo, che se mai fosse durata codesta condizione di cose, la mite, la

nobile sua indole avrebbe subita una tale modificazione, da farla

parere pel resto della vita tutt'altra donna; tanto può un desiderio

nutrito a lungo e con ardore continuo, e non appagato mai!

Ma un giorno le fu annunciato che il duca Francesco Sforza, venuto a

Monaco espressamente per lei, chiedeva di vederla.

Com'è ben naturale, ella il fece entrar tosto.

Alla Bentivoglio, che in quel momento era tristissima, parve fosse il

duca d'un umore, oltre il solito, giocondo; tanto giocondo, da

generare in lei un certo dispetto che non bastò a dissimulare.

--In mille anni, cominciò a dirle il duca, mai non sapreste

indovinare, o Ginevra, il motivo della mia venuta a Monaco, e perchè

adesso stia qui.

--E di fatto, come lo potrei, eccellenza, se non ne ho il filo?

--Io non so se quanto vengo a proporvi potrà essere ben accetto;

tuttavia parlerò, e quando la parola sarà uscita, dell'effetto

risponderà la fortuna.

--Ma e che mai avete a propormi, eccellenza?

--Per dir vero mi sembrate sì mal disposta, che quasi sarei per

prorogare ad altro giorno il mio mandato; che cosa dunque ho a fare?

ditemelo con tutta la libertà; se volete, parlo, se non volete,

taccio.

--Quantunque io sia ben trista, o duca, pure non saprei mai perdonare

a me stessa se mi bastasse l'animo di rifiutarmi ad udire le cortesi

vostre parole.

--Dunque parlo.

--Sto ad ascoltarvi.

Il giovane duca, che per verità era più del solito lieto, diede di

volta per la camera ridendo, poi fermatosi in faccia a lei.

--È da un pezzo, Ginevra, che mi giungono all'orecchio dei lamenti

intorno alla vostra vedovanza...

La Bentivoglio si accigliò.

--Bella, e chi nol vede, giovane, e chi non lo sa... credo infatti non

abbiate più di ventitrè anni, è una gran bell'età, vedete!...

La Ginevra si faceva sempre più attonita ad ogni parola di lui, e si

alzò molto sconcertata.

--Dunque, come vi dicevo, continuava il duca imperterrito, giovane,

bella, ricchissima qual siete, sarebbe il gravissimo degli errori il

rimaner così sola per tutto il resto della vita...

--Duca, io non vi comprendo.

--Mi comprenderete benissimo.

--Ma e dove volete voi condurmi con queste strane parole, le più

strane che io abbia udite da che vivo?

--A un fine per avventura desiderabile... se non da voi, da altri;

vengo insomma a proporvi un matrimonio; la mia missione sta qui.

--La vostra missione è straordinaria assai, gli rispose la Ginevra con

una severità quasi iraconda.

Il duca non si scompose, e ghignò a quella specie di rabbuffo.

--Quand'è così darem di volta al discorso e parleremo di tutt'altro...

parlerem dunque degli ultimi avvenimenti d'Italia.

--E allora vi ascolterò, come sempre, con molla attenzione e vivo

interesse.

--Benissimo! Cominciam dunque dall'avvenimento che in questi ultimi

mesi ha destato il maggior rumore, perchè del resto, in questo istante

almeno, non è a fare nessun conto; sappiate dunque che la signora di

Rimini è morta.

Esprimere con parole la trasmutazione istantanea che, a quella

notizia, successe nella faccia, in tutta la persona della Ginevra, è

assolutamente impossibile; al primo fe' un balzo quasi per abbracciare

il duca, ma si frenò issofatto seria e grave, pungendola la vergogna

d'essersi fatta troppo scorgere, e il rimordimento d'aver provato una

viva gioja per l'annunzio di una sventura.

--Morta? ripetè poi; ma come, ma quando è avvenuta?

--In gennaio avvenne. Come poi sia avvenuta ne parleremo a suo tempo;

per adesso è assai meglio tacerne.

--Chi vi ha detto tutto ciò?

--È inverosimile non l'abbiate già indovinato; lo stesso Palavicino lo

disse, che venne in Augusta alcuni dì fa, ed ora è qui anche lui.

--Lui?

--Sì, lui, non è a farne alcuna maraviglia; ma, a proposito di lui

appunto, io che, sotto al dolore onde necessariamente egli era

compreso pel fatto della duchessa, ho letto altri affetti ed altri

pensieri, lo esortai, giacchè il tempo incalzava, a lasciar da un lato

talune convenienze, e prima che vengano altre procelle, che Dio tenga

lontano, far quello che mai s'è potuto fare. Voi mi comprendete; però,

sebbene la morte recente della sventurata Elena, parrebbe comandare di

protrarre ad altro tempo quel che io, che voi, che Manfredo desidera,

tuttavia, avuto riguardo alle circostanze straordinarie in cui noi

tutti ci troviamo adesso, faccio presente che, quanto non è fatto

oggi, talvolta non è fatto domani.

La Bentivoglio non rispondeva, chè il tumulto dell'animo le toglieva

ogni forza. Ma il duca continuava:

--Se me lo permettete, esco dunque un istante, perchè l'amico mio sta

attendendomi con quell'ansia che potete immaginarvi, onde sarebbe una

vera crudeltà il protrarre più a lungo la sua aspettazione. Siate

dunque forte, ed attendeteci ambidue.

Così la Ginevra rimase ancor sola finchè il duca ritornò col

Palavicino . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

La Bentivoglio, durante il tempo che dimorò in Germania, aveva

ricominciato un carteggio con una sua amica di Bologna, una Giulia

Aldrovandi, carteggio interrotto fin da quando era partita da Milano.

Ultimamente avendo veduto in Roma il fratello dell'Aldrovandi, e

sentito da lui come l'amica desiderasse ardentemente sue nuove, le

scrisse di fatto prima di recarsi a Trento; la qual cosa continuò a

far poi, che il mezzo di mantenere una tale corrispondenza e di far

ricapitare le lettere erale agevolato dai molti che viaggiavano in

Italia.

Siccome il tempo intercorso dall'arrivo del Palavicino in Germania al

suo ritorno in Italia non fu gran fatto ricco d'avvenimenti, quando si

eccettui l'affaccendarsi di Manfredo per raccogliere e condurre con sè

quanti Lombardi trovavansi nelle Fiandre, ma invece, tanto per parte

di lui, che della Ginevra, fu tempo di calma, di riposo, di

soddisfazioni tutte intime: così a compire un tale intervallo

riporteremo taluna delle lettere stesse della Bentivoglio, che meglio

delle nostre parole può valere a riprodurre quello stato di vita.

_Augusta_.--21 _marzo_, 1521.

Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana · 第 51 / 57 题