CAPITOLO XXXII.

A tener dietro a ciascun passo dei principali personaggi in cui

c'incontrammo nel corso di questa storia, ad osservare più d'appresso

che ci fosse possibile taluni fatti, abbiam dovuto percorrere gran

parte d'Italia. Da Milano passammo a Roma, a Rimini, a Venezia, a

Reggio correndone e ripercorrendone lo stradale. Ora ci conviene

varcare le alpi e dilungarci da Italia per gran tratto.

L'uomo che i destini collocarono all'estremo di una dinastia famosa

perchè dovesse chiuderla per sempre, che per anni molti fu occasione

di controversie, di lotte, di errori, e insieme di virtù grandi e di

sforzi magnanimi; l'uomo al quale un popolo, intero, abbattuto da

patimenti assidui, volge, dopo un lungo oblio, lo sguardo e le

speranze; che, mentre altri s'affaticavano per lui, stette fuori, mal

suo grado, degli sguardi dell'universale, protagonista senza parole e

senz'opere, coperto dalle dense ombre della sua sventura; quest'uomo,

che fu nulla per sì gran tempo, mentre pure si rodeva del desiderio di

esser tanto, deve esercitare su noi così gran forza da costringerne

finalmente ad occuparci anche di lui.

Fuori una lega d'Augusta, l'antica città sui campi dove Ottone il

Grande sconfisse gli Unni nei secolo decimo, quasi in ogni giorno dei

primi mesi del 1521, alla prim'alba, i buoni borghesi alemanni che per

commercio viaggiavano in quei dintorni, lungo il cammino, si fermavano

ad osservare un giovane uomo il quale, su di un ardente cavallo,

comandava drappelli di fanti e cavalli, che per esercizi simulavano

battaglie sulla estesa campagna. Si domandavano l'un l'altro chi mai

fosse quel giovine cavaliere, e tosto un senso di rispetto e di

venerazione pietosa si metteva nei cuori di quegli uomini leali,

quando sentivano esser colui il duca Sforza, l'ultimo della dinastia

del grande Francesco, che sbalestrato giovinetto fuori dei suoi Stati

da un'usurpazione crudele, ora anelava di ricuperarli, e finchè durava

gli ozi ingrati, esercitavasi in ciò che più è necessario a chi deve

metter corona.

Era da qualche tempo infatti che il duca Francesco Sforza, dopo avere

accompagnato Carlo nelle Fiandre, aveva stabilita la sua stanza in

Augusta, nella quale città era venuta a dimorare anche la Ginevra

Bentivoglio.

Il Morone le avea consigliato di star presso al duca, come a costui

aveva raccomandato di vegliare sulla di lei sicurezza. L'acuto

lombardo, considerando di quanto aiuto esser potesse ai forti bisogni

del duca l'ingente pensione pagata dal pontefice alla vedova del

Baglione, per questo li volle ravvicinare. Siccome però dubitava fosse

mai per sorgere da ciò qualche voce che offendesse la fama illibata

della signora, così fra' que' leali Alemanni che circondavano lo

Sforza diffuse il racconto dei lunghi patimenti subiti dalla Ginevra e

come figlia del signore di Bologna e come consorte del tiranno di

Perugia, narrò egli medesimo la simpatia profonda che prima di quel

malaugurato matrimonio l'avea legata con Manfredo Palavicino,

gentiluomo lombardo, e come in ultimo, per giovare alla patria e dar

modo all'amico di collocarsi a tal posto dove gli fosse più agevole

adoperarsi per essa, sebbene libera di sè per la morte del Baglione,

pure avea fatto sacrifizio dell'immenso affetto che nutriva da si

lungo tempo, concedendo ella medesima alle braccia d'altra consorte

l'uomo che già chiamava suo sposo, ed era venuta intanto presso il

duca Sforza per giovare coi proprii mezzi nella causa di costui quella

della patria. Il fatto di una virtù così insolita non è a dire che

venerazione fruttasse alla Ginevra, in quel paese dove un

sentimentalismo profondo e sincerissimo è sorgente di adorazioni per

ciò che altrove troverebbe indifferenza e spregio.

Lo Sforza, sebbene da tanto tempo desiderasse di metter gente insieme,

pure da principio non volle accettare le offerte generose della

Bentivoglio, ma finalmente, pieno di fiducia nella propria causa, e

sicurissimo che, rimesso nei propri Stati, avrebbe potuto compensar la

Ginevra ad usura, accettò, e così con que' mezzi e coi pochi

lasciatigli da Massimiliano e con quelli che gli venner dopo da Carlo,

potè in breve metter insieme quel migliajo tra fanti e cavalli.

Una mattina del febbraio di quest'anno, in mezzo a molti cavalieri tra

lombardi ed alemanni, misurava esso la gran pianura d'Ottone facendo

la solita rivista e comandando le consuete manovre. A vederlo mostrava

un trent'anni di età, ma non ne contava che ventotto, ed era di

un'avvenenza assai rubesta, con folta e prolissa barba. Al modo onde

governava quella sua gente, pareva uomo nato fra l'armi, e che per

tutta la vita ad altro non avesse atteso che all'arte della guerra.

Fin da quando, uscito dal ducato di Milano, seppe che il suo fratello

Massimiliano aveva abdicato e che però le sorti, qualora avessero mai

voluto ristampare la dinastia, si sarebbero rivolti a lui

secondogenito, si propose di passare il tempo del suo esiglio negli

studi d'ogni maniera. Passando dai più violenti esercizi di corpo,

alle più alte e solitarie meditazioni della scienza, dalla sala d'Armi

all'aula dell'Università, avea trascorsi cinque interi anni; perciò,

sebbene fosse ancora assai giovane, tuttavia poteva annoverarsi non

solo tra' più perfetti cavalieri, ma anche tra i più dotti giovani che

allora facessero parlare di sè nelle Università della Germania.

Il Morone medesimo, quando dopo tanto tempo di lontananza, si trovò

con lui e lo udì parlare, ne rimase altamente edificato e ne concepì

le maggiori speranze. Valore, dottrina e mansuetudine sapiente nei

rapporti della vita privata; c'era forse quanto poteva bastare perchè

l'ultimo Sforza avesse a toccare la gloria del primo.

Venuta l'ora in cui, finiti gli esercizi del campo, ritto sul cavallo,

si fermò ad osservare ad uno ad uno i fantaccini ed i cavalieri che

gli sfilavano innanzi:

--Se il re di Francia, diceva parlando al nipote del cardinale di Sion

che stava sempre seco, sapesse ch'io sto esercitando codesto pugno di

soldati, davvero che riderebbe; pure io vivo sicuro che non riderà a

lungo. Ma s'egli si credesse mai ch'io fossi per riporre tutta la mia

fiducia in così poca gente, mostrerebbe di non avere attitudine

nessuna a giudicare altrui. Del resto potrebbe esser causa di gran

maraviglia in coloro che si fermano alle prime apparenze, il vedere

ch'io vada tuttodì addestrando questi uomini, che tutti si sono

trovati in più fatti d'arme, e non possono apprender molto da me che,

dalla culla passato all'esiglio, non ho ancora fatto nulla al mondo;

ma se lì trattengo per tante ore sotto le armi, è appunto per

esercitar me così inesperto. Pure verrà tempo, caro mio, tempo verrà

che faremo qualche cosa anche noi, e dal drappello passando

all'esercito non ci darà noia la polvere del campo; però se Francesco

I Sforza fu l'onore del suo tempo, noi condurremo le cose in modo che

il secondo Francesco almeno non ne sia il disonore. Ma tornando a noi,

questa brava gente non sarebbe già qui per dar spettacolo a me solo;

varrà pur essa a qualche cosa, e presto. Vi farò leggere le ultime

lettere venutemi da Italia. Tutti si son desti, e il più dei Milanesi

stanno per me finalmente. Sentirete quanto dice il Morone, quanto

promette il mio Palavicino.

--A proposito di questo amico vostro, credete voi ch'egli verrà qui

prima di tentare un colpo in Italia?

--Fu un pensiero del Morone... del resto poi non so... pure se vuolsi

operare con prudenza, il Palavicino dovrebbe venir qui a prendersi

seco questa gente per unirla alle soldatesche che già si son messe

insieme in Italia, e di buon grado la porrei sotto il suo comando. Non

so s'io saprei indurmi a far questo con altri, ma se non avessi

fiducia in quel mio generoso amico, dovrei negarla anche a me stesso.

Faccia egli dunque quel che a me non è concesso per ora. Dopo toccherà

a me, a me sempre... se Dio lo vorrà.

Ciò dicendo, come fu passato dinanzi a lui l'ultimo fantaccino de'

suoi, dando anch'esso di sprone al cavallo, si mise a trotto per

tornare in Augusta.

--Mi pare siasi fatto tardo, e ci bisogna affrettare il passo. Il

lettore di diritto Martino Zimmerman comincierà oggi i commenti dei

capitolari dì Carlomagno, e preluderà discorrendo tutta la storia del

regno di questo sovrano gigante; capirete dunque che non bisogna

mancare. La dotta facondia di questo lettore di giurisprudenza mi

diletta assai, e in quanto a me vado struggendomi del desiderio

d'approfondarmi sempre più in codesta scienza, ch'è la scienza dei re.

Così, passando d'uno in altro discorso, entrato in città e scavalcato

al proprio alloggio, passo passo, a braccio del Sion e di un giovane

lombardo, figlio di un mercante di pannilani, s'incamminò verso

l'Università.

Gran parte della studiosa gioventù della Germania affluiva allora in

Augusta, e quell'ardore persistente di studi che più tardi fu il

caratteristico degl'ingegni di quella nazione, era abbastanza notevole

anche allora. I biondi e perspicacissimi figli del Reno, della Mosa,

dell'Elba, od osservavano abitualmente il silenzio dei trappisti, o se

il rompevano, era per gettarsi a corpo perduto sul campo della

discussione e delle argomentazioni sottili, e anche di quel tempo sì

forte era l'entusiasmo della scienza, che quando pure la _Cerevisia_

di Monaco metteva loro di gran fumi alla testa, gli ardenti vaniloqui

versavan sempre intorno alle più astruse ed intricate quistioni. Se

tutte le dispute fatte a voce, da che esistono Università in Germania,

si potessero riprodurre e pubblicare, sarebbe causa di un forte

stupore il vedere sino a che punto la ragione possa smarrirsi entro i

suoi medesimi labirinti.

Con questi giovani ardenti, instancabili, acutissimi, passava dunque

il giovane Sforza il suo tempo, quando tornava dall'avere armeggiato.

Proponeva, domandava, rispondeva, argomentava, sottilizzava anche: se

non che quel buon senso imperturbabile onde, se vuolsi, vanno assai

distinte le intelligenze lombarde, gli serviva di bussola ogni volta

che coi colleghi audaci gettavasi in qualche mare intentato; e spesso

avveniva che con un bel tacere si fermasse a tempo, lasciando intero

ai colleghi il privilegio d'invadere le regioni della pazzia.

Al tocco della campana entrò lo Sforza nell'aula dove leggevasi

diritto, e senza distinzione di sorta s'affrettò a sedere nei banchi.

I figliuoli dei buoni borghesi d'Augusta e delle altre città della

Germania sedettero appresso all'ultimo rampollo dei duca Sforza di

Milano. Vicino alla cattedra ove saliva il dottore Martino Zimmermann

eravi però un posto di distinzione; una gran seggiola a bracciuoli con

cuscini di corame incartocciato e chiodi d'ottone abbruniti dal tempo.

Poco dopo che il dottor Zimmermann fu salito in cattedra, una donna

vestita a lutto, accompagnata da un servo, entrò nell'aula e andò a

sedere in quel posto distinto. Era dessa la Ginevra Bentivoglio.

Quantunque ogni giorno assistesse alle lezioni di diritto, pure la sua

comparsa era sempre seguita da un lungo mormorio, tanta ammirazione

sentivano per colei que' giovani entusiasti.

A dimenticare i molesti pensieri che malgrado la sua virtù e la sua

fermezza d'animo, venivan spesso ad opprimerla, la Ginevra giusta i

consigli del Morene, uscendo della sfera di donna, s'era avvolta con

molto ardore nelle pubbliche faccende. Delle sue rendite la massima

parte erano impiegate a soddisfare alle paghe delle soldatesche del

duca. Per le circostanze che sa il lettore, ella aveva in odio il nome

francese e amava ardentemente l'Italia; nè la diversa direzione del

padre e de' fratelli non avevano più che tanto influito su di lei, che

il Palavicino l'avea prepotentemente indotta nelle proprie opinioni.

Per questo operava con passione, e il sagrificio che faceva altrui

delle proprie ricchezze era così volontario, così spontaneo, che

gliene derivava una soddisfazione completa.

Per quanto però avesse interesse e prendesse parte alle cose della

patria, più volentieri lo facea coi fatti che colle parole. Voleva

essere perfettamente istrutta del movimento delle cose; parlarne a

lungo le dispiaceva; anzi, lo si può dar per certissimo, le recava una

pena insopportabile. Discorrendo col giovane Sforza la condizione

presente e l'avvenire della patria lontana, ad ogni quattro parole era

impossibile di non toccare del Palavicino. Il tumulto eccessivo che

sempre le si metteva nell'animo a tal nome era ciò che le faceva

scansare di parlarne. Però a tentare ogni modo per dimenticarlo, e

svagarsi, tornò agli studi severi, in cui giovinetta aveva mostrato di

valere assai, quando, sotto l'Urceo, aveva atteso allo studio dei

Classici latini; udito poi dal duca Sforza, che nell'università

d'Augusta eravi un assai distinto professore di diritto che parlando

l'idioma del Lazio, trascinava tutti colla dottrina straordinaria e

l'insolita eleganza della facondia, pensò d'intervenire anch'essa alle

sue lezioni, e da più giorni le sole ore in cui potea dire di riposare

veramente in un perfetto sollievo, eran quelle che passava nell'aula

dell'Università, tenendo dietro con attenzione e spesso con entusiasmo

al discorso del lettore di diritto.

Questi intanto aveva accennato d'incominciare la sua lezione, e già

nell'aula erasi messo quel silenzio che è sempre indizio del quanto un

professore promovi l'interesse nella massa degli uditori. La Ginevra

si raccolse, e dimenticando al tutto ogni altra cura si mise in

ascolto.

Il professore, prima di venire a trattare di quanto era rimasto della

grand'opera di Carlomagno, degli avanzi della legge salica, della

ripense, della borgognona ecc., e di risolvere se i capitolari fossero

tolti dal diritto romano, ciò che formava l'oggetto principale della

lezione di quel dì, facendo precedere una digressione storica, aveva

cominciato ab ovo, vai dire dalla divisione del regno dei Franchi dopo

la morte di Pipino; poi toccato, in passando, di Carlomanno e della

sua morte, entrò finalmente a parlare di Carlomagno, della sua

puerizia, del suo carattere in tutto germanico, della sua

incoronazione, della prima guerra d'Aquitania, delle cagioni che

prepararono le sue conquiste, della caduta del regno dei Longobardi. E

a questo punto pose una questione, quella questione intorno alla quale

l'Italia sta attendendo adesso che il suo più grande scrittore

pronunci le definitive parole. Il professore Zimmermann avea però

dato, per oggetto principale della disputa, ciò che oggidì fu toccato

per incidenza, ed era:==Se all'Italia, dall'invasione dei Franchi e

dalla caduta del regno longobardico sia venuto danno o vantaggio, e se

colui che chiamò Carlo in propria difesa abbia saviamente e

giustamente operato.==Il dottore Zimmermann, premesso il proprio

giudizio, che era in tutto favore di Adriano, gettò la questione al

dibattimento degli uditori.

Il duca Francesco Sforza, alzatosi dal suo banco e coprendo della

propria la voce di molti altri che sorgevano per parlare, si mise con

molto impeto contro all'opinione dello Zimmermann.

--Io, che sono italiano, cominciò a dire, che vedo il vantaggio della

patria mia, e lo vedo con chiarezza perchè lo sento con ardore, dirò

qualche parola su questo soggetto. Adriano, chiamando Carlo, non

provvide che a se solo, senza avere un pensiero al mondo del resto

d'Italia. I Longobardi conquistando il territorio romano, e

distendendosi sulla parte massima d'Italia, l'avrebbero a lungo

unificata; però Adriano intercettò la via all'opera del tempo,

troncando in un colpo tutti i fili delle speranze avvenire. Tutti i

mali onde oggidì è tormentata l'Italia, sono conseguenza

dell'improvvida risoluzione d'Adriano. Su di me, sul popolo mio che mi

fu tolto pesano da anni codesti mali gravissimi, e però più di tutti

posso misurare l'abisso profondo dove un uomo, d'altronde santissimo,

gettò pel corso di secoli un'intera nazione.

--I Longobardi, gli obbiettava lo Zimmermann, mantenevano in uno

spavento continuo non solamente Adriano, ma quella parte di popolo

affidata alla sua custodia. Egli era dunque in obbligo di provvedere

alla felicità del suo popolo; in prima è necessità rimovere il danno

presente, dopo si può anche pensare al vantaggio futuro. Che dalla

maggior conquista de' Longobardi potesse scaturire un futuro bene, è

una facile illusione, ma chi ne avrebbe mallevato Adriano? e doveva

intanto permettere che il suo territorio fosse messo a ferro e fuoco?

--Che lo dovesse non lo penso; ma se non aveva altro mezzo per

istornare la violenza, che di chiamare i Franchi in Italia, dico il

vero, avrei voluto il suo danno, che di questo sarebbe venuto gran

frutto alla maggior parte dei suoi contemporanei, immenso a tutti i

suoi posteri e a noi. E s'io ne porto la convinzione, bisogna bene che

la verità mi faccia forza, non il solo interesse; giacch'egli è chiaro

che se Italia, per opera de Longobardi si fosse fusa in un gran tutto,

io forse non sarei stato più che un individuo della gran massa della

nazione; nè la famiglia Sforza mai avrebbe assunta la dignità della

dinastia nè le alte virtù dell'avo mio mai sarebbero comparse al

cospetto del mondo; nè io adesso mi affannerei per un diritto, dal cui

riacquisto e dalle cui conseguenze forse mi verrà alcuna gloria. Ma

prima di me, unità impercettibile, metto il vantaggio delle centinaja

di migliaja, e sempre sosterrò che la calata di Carlo fu la prima,

l'unica, la fatale causa della rovina d'Italia, e che se i Franchi non

l'avessero toccata allora, i Francesi non farebbero adesso così atroce

strazio del mio buon popolo.

Il dibattimento si protrasse per assai tempo; chi stette pel dottor

Zimmermann, chi pel giovane duca, il quale questa volta più che di

forza logica e di argomentare sicuro e conseguente, die' segno del

grande e sincero amore onde amava la sua terra, e come in ogni

occasione fosse sempre così preoccupato del pensiero di lei, che le

questioni le vedeva sovente da un unico lato.

Così anche quel giorno la lezione del dottor Zimmermann si chiuse, e

gli uditori uscirono dall'aula a patto di portare la volontà di

discutere anche fuori dell'Università.

Di questa guisa tanto il duca Sforza che la Bentivoglio, l'uno

tentando colle occupazioni d'ogni maniera di frenar l'impazienza che

da anni lo rodeva, l'altra di smarrire l'antico affetto in un

entusiasmo più vasto e più generoso, stavano attendendo venissero

altre notizie d'Italia le quali, si lusingavano, avessero ad esser le

risolutive. Ma passò il gennaio e quasi tutto il febbraio. Soltanto in

sullo scorcio di questo mese, quando il duca Sforza, venendo

dall'Università entrava nella sua casa, trovò il solito corriere

d'Innspruck che aveva lettere d'Italia appunto. Erano presenti il

nipote del Sion e alcuni Milanesi della parte ghibellina. Lo Sforza

apre le lettere in faccia a loro stessi; una era del Morone, l'altra

del Palavicino. Scorsole di volo per vedere ciò che contenevano, le

rilesse poi ad alta voce pieno di esaltamento.

Dicevasi in quelle lettere, che i fatti eran maturi finalmente, che

mentre Leone e Carlo stavan per mettersi d'accordo e per unire le loro

forze contro Francia, tornava indispensabile coglier l'occasione che

gli animi nel ducato di Milano fossero inaspriti contro il governo, e

con un'impresa ardita prevenir l'opera stessa dei due alleati. Lo si

assicurava che congiungendo le soldatesche del Palavicino alle sue,

siccome tali forze unite venivano rinvalidate dall'entusiasmo dei

molti Milanesi ch'entravano a farvi parte, presto sarebbesi messo il

governatore di Milano a malissimo partito.

Aggiungevasi poi che una tale impresa, comunque fosse andata, sarebbe

sempre stata di vantaggio, non mai di danno; giacchè se falliva il

primo colpo, si sollecitavano con ciò i soccorsi dell'Imperatore e del

papa, i quali parevano tardar troppo a risolversi; se poi la buona

volontà avesse trovata la fortuna corrispondente, tutte le esitanze si

sarebber tolte di mezzo, e il fine avrebbe quandochessia coronato il

principio.

"Da quest'ora, così chiudevasi la lettera del Palavicino, non più

colle parole ma coi fatti verrò a darti prova dell'amicizia che da

tanti anni mi lega a te, duca Francesco. Io confido che in poco di

tempo tu sarai restituito a Milano, dove tutto il popolo oramai ti

desidera ardentemente. Quando considero che la fortuna, mentre non mi

ha mai giovata in nessuna mia cosa, sempre in quest'ultimi anni mi si

mostrò seconda ne' tentativi fatti in pro della patria e di te, con

tutta ragione dobbiamo sperar tutto da quanto stiamo adesso per

imprendere. Se tu udissi in questo momento le proteste, i voti, i

giuramenti dei tanti Milanesi che mi stanno d'intorno, certo ti

loderesti d'essere stato per sì gran tempo da essi dimenticato, se una

tale dimenticanza doveva essere susseguita da così vivo fervore. . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Stando

dunque a quanto ti ha detto il Morone, i cui pensamenti sono sempre i

più diritti, in breve io sarò presso di te per le necessarie

disposizioni. Sul lago di Como, le mie genti condotte dal conte

Mandello, che, vedendo il bisogno, s'è fatto il più perfetto

gentiluomo e soldato d'Italia, si uniranno alle tue condotte da me, se

ti par bene. Per verità che se avessi a guidarle tu stesso, l'impresa

sarebbe forse più sicura; ma la tua vita non deve ancora esser messa a

pericolo.... lo vuole la necessità.... del resto non mancherà tempo.

Aspettami dunque."

Questa lettera fu mostrata anche alla Bentivoglio, la quale, sebbene

più volte avesse udito dire che il Palavicino sarebbe anch'esso

capitato in Germania, pure ne fu molto sorpresa quando sentì dovervi

giungere infallibilmente e tra poco tempo. Tuttavia, in faccia allo

Sforza non fece atto, nè disse parola che svelasse menomamente la sua

commozione; bensì, alcuni giorni dopo, considerato che rimanendo in

Augusta non le sarebbe mai stato possibile scansare di trovarsi col

Palavicino, nè sentendosi forte abbastanza da sopportarne la presenza,

disse allo Sforza che gli bisognava recarsi a Monaco per poco, e vi si

recò infatti.

Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana · 第 50 / 57 题