Le guardie di palazzo, gli uomini di camera, i famigli, tutti quelli
insomma che erano in istato di portare un valido ajuto onde arrestare
l'incendio, avevan dovuto, come sappiamo, per comando della duchessa
trasferirsi subitamente fuori della città al luogo del maggior
pericolo. La signora aveva lor dato ordine di mandar tosto, appena il
pericolo fosse cessato, qualcheduno a dirlo. In quanto alle donne, a
tutte aveva ingiunto di recarsi nella sacra cappella a pregare.
Per qualche tempo anch'essa aveva pregato con loro, ma poi, siccome
abbiamo detto, ad osservare l'incendio, era ascesa all'alto
dell'edificio. Le fiamme continuarono un pezzo la loro devastazione,
ma vi fu un istante che presa una tinta, una tinta rosso-pallida, il
più si distolsero in fumo, e il chiarore generale cessò quasi affatto.
Allora la signora stette aspettando qualche buona novella. Dopo alcuni
momenti infatti, nel silenzio profondo in cui era avvolta la città,
dall'alto ella potè udire distintamente il suono di due passi, i quali
parevano attraversar la contrada che metteva al palazzo. Avesse ella
potuto indovinare chi era quegli che si avanzava! Ma quel rumore era
cessato improvvisamente, ond'ella disse alla fante:
--È probabile sia qualcheduno che venga a darci qualche nuova; scendi
dunque a vedere se ciò fosse di fatto, se no, va nella cappella e
aspettami là; pregheremo ancora.
La fante, discesa e uscita dal vestibolo, e non avendo veduto nessuno
per esser rimasto il Lautrec coperto dall'usciale da lei stessa
aperto, si era fermata un istante in mezzo al cortile, poi non udendo
altro, aveva messo il piede nella cappella.
Il resto lo sappiamo. Ma ciò che ci rimane a saper si è che, diminuito
l'incendio al segno da esser troppe tante braccia al bisogno, la
maggior parte degli uomini addetti al servizio della duchessa, visto
non esser più necessaria l'opera loro, avevan pensato ridursi a
palazzo. Erano desiderosi di dar conto alla signora di quanto avean
fatto, e più che altro, di raccontarle quanto oramai correva per le
bocche di tutti che cioè lo incendio era stato appiccato apposta da
mani scellerate.
Fosse almeno cessato qualche momento prima, che essi sarebbero
arrivati in tempo presso la duchessa, ma tutto volle in quella notte
congiurare al danno di lei.
Le donne che trovavansi nella sacra cappella, a malgrado della grossa
volta della chiesuola e del fervore della loro preghiera, avevano pure
udito quel primo grido della duchessa, ma l'esser la camera dov'ella
trovavasi nella parte del palazzo opposta alla cappella e rispondente
al parco, il grido dileguatosi per di là sembrò ad esse fosse venuto
da molto più lontano che non fu; onde, dopo essersi messe in ascolto,
non udendo altro, continuarono nella loro preghiera senza un sospetto
al mondo; l'altro era stato troppo debole perchè potesse udirsi.
Dopo qualche tempo entrò tumultuando in palazzo la gente della
duchessa. Allora anche le donne avvisate dal rumore, si alzarono ed
uscirono dalla cappella.
--L'incendio è pressochè spento, rispondeva ciascuno alle donne che
domandavano; la selva degli abeti è però quasi tutta incenerita, due
catapecchie di famiglie del contado rimasero distrutte. La città
soltanto ne fu affatto affatto illesa; lodiamone dunque Iddio e
rechiamoci a darne avviso alla signora.
--Ascendiamo all'ultimo terrazzo; io l'ho lasciata lassù.
--Sai tu i nomi delle famiglie che più furono danneggiate
dall'incendio?
--Non so i nomi, ma ho degli indizi, e tu sta tranquillo, che alla
duchessa non mancherà stavolta l'occasione di beneficare altrui.
Ciò dicendo, salirono in fretta per le scale e su fino all'ultimo
ballatoio, ma non avendola trovata entrarono negli appartamenti.
Che le porte delle sale fossero chiuse, era una cosa insolita, però
quando fecero per entrare e trovarono l'ostacolo del chiavistello, non
seppero che si pensare, e messisi in qualche sospetto, chiamarono per
nome la duchessa. Fu allora che udirono le sue grida le quali, a
motivo delle porte tutte chiuse, parea venissero da lontano.
Tutti rimasero atterriti guardandosi l'un l'altro in faccia, e più
uomini unendo allora i loro sforzi, a gran colpi sfondarono la porta.
Chiamarono Elena di nuovo, poi non udendo più nulla si misero in gran
silenzio. Tendendo intensamente l'orecchio, parve loro di sentire di
dentro come uno stropicciare di piedi che si volgessero in giro con
gran violenza.
--E che mai può esser questo? dicevano.
--Perdio, ella non è sola.
--Duchessa, signora, chiamarono altamente le donne.
Si udì un altro grido, il più acuto di tutti, e fu sfondata un'altra
porta, poi un'altra e un'altra.
Avvicinandosi alla stanza della duchessa, fu più facile d'intendere
quel che vi succedeva.
--Perdio, qui avviene qualche cosa di orrendo, uscì detto ad uno;
spacciamoci dunque ed atterriamo le altre porte.
Un gemito profondo, cupo, soffocato, fe' tacer tutti ancora; poco dopo
udirono aprire i vetri di una finestra.
L'ultima porta cadde finalmente, e una folla di persone tra soldati,
tra servi, tra donne irruppero nelle stanze di Elena, passarono nella
camera da letto. La finestra era spalancata ancora; le cortine
dell'alcova erano stirate. Corsero ad alzarle e videro il corpo della
sventurata adagiato sul letto, come se altri ve l'avesse messa, le
accostarono i lumi alla faccia. Non v'era nessun'alterazione nelle
linee, soltanto alla solita bianchezza era successa una tinta
leggermente livida, e sulla fronte apparivano gonfie e rosse alcune
vene. La veste di seta, senza nessun disordine apparente, seguiva
ancora i bei contorni della persona; soltanto appariva spezzata la
cintura di lamina d'oro onde, per dar grazia maggiore alla persona,
ell'era solita avvolgersi i lombi, Pareva che taluno, stringendola
alla vita e abbracciandola colla forza d'Ercole, le avesse fatto
subire il supplizio d'Anteo.
Lo stupore degli astanti crebbe sempre più. Domandata a gran voce la
duchessa, questa non rispondeva, sebbene al respiro desse indizio
d'esser viva.
Passarono alcuni minuti di un profondo silenzio, nel quale non
s'udivano che i singulti delle donne, e fuori il soffio impetuoso del
vento che investiva le piante del parco.
--Eppure, uscì detto finalmente ad uno, nessuno mi potrà persuadere
che la signora fosse qui sola.
--Nè io lo potrò mai credere. Stetti ben attento, e non posso essermi
ingannato. Qualcuno era in questa stanza con lei.
--Ma e come mai?
--La finestra aperta n'è prova. Certo sono usciti per di qui.
--Venti braccia d'altezza...
Più d'uno allora guardò fuori della finestra.
--Ecco qui... nella vite e la brignonia attortigliata ai capitelli si
trovò la scala, e son fuggiti pel parco.
Si tacque ancora. Le donne, circondato il letto della sventurata
signora, stavano aspettando venisse il vescovo di Rimini e il medico
che in tutta fretta eransi mandato a cercare. Di tanto in tanto
chiamavano Elena per nome, e la coprivano di pianto e di baci. Parve
che si venisse riavendo. Finalmente dischiuse qualche poco gli occhi,
e fu un grido delle donne, un grido di gioia. Quanti erano nella
stanza corsero al letto.
--Signora, parlate, che fu, chi è venuto qui?...
La duchessa non rispose, tornò a chiuder gli occhi con un mover lento
del capo, e mandò un grave sospiro.
Si rimise il silenzio.
--Tu dicevi, parlavan sommesso soldati e servi; tu dicevi non poter
essere che qualche assassino della campagna di Roma, o dell'Abruzzo, o
della Marca d'Ancona. Ma guarda qui cinti e monili che soli
basterebbero a far la ricchezza di molti, lasciati qui senza che
nessuno ci abbia badato più che tanto...
--È vero.
--È vero.
--Quanto più cerchiamo di trovare una spiegazione al miserabile fatto,
tanto più crescono i viluppi e i dubbi. Io non so più cosa dire.
In questa entrò il lettore di medicina, al quale tutti si misero
intorno. Udita ogni cosa egli se ne venne al letto della signora.
Le donne, veduto che ella pativa difficoltà di respiro l'avevano
rialzata qualche poco. Così quando il medico le si accostò pareva si
fosse riavuta di molto. Aveva gli occhi aperti, sembrava anzi avessero
ricuperato per intero la facoltà visiva, ed ella guardasse con
attenzione intelligente, ma a tutte le domande che aveale fatte il
medico mai non rispose o non volle rispondere. Ad esso peraltro dai
sintomi esterni, risultò che il pericolo era estremo.
Venne finalmente il vescovo di Rimini, uomo, a quanto ne diceva la
voce pubblica, d'insigne pietà, senno ed esperienza.
Quando questi si fu al letto della signora, e su lei abbassò il
vecchio e venerando capo, fu notato ch'ella fece uno sforzo per
avvicinarsi a lui, e farsi intendere con cenni. Il venerando uomo fece
allora uscir tutti della stanza. E rimase solo così colla duchessa.
In questa medesima notte viaggiava affrettatamente verso Rimini il
nostro Manfredo, insieme all'Elia Corvino e a due barbute. La molta
neve caduta lungo la linea degli Apennini, lo avevano costretto il dì
prima a fermarsi per molte ore presso Lojano. Senza questo
contrattempo si può esser certi ch'egli sarebbe arrivato a Rimini
intorno alle ore medesime in cui il Lautrec ci pose il piede. Una tale
combinazione sarebbe invero parsa al più dei lettori la più strana, la
più improbabile, la più incredibile, eppure tanto induce a credere
ch'ella era inevitabile, se la neve non avesse impedito il passo a
nostri viaggiatori. Un'ora prima dell'alba quando furono nel
Cesenatico, lungo la via, da alcuni uomini del contado udirono a
parlare dell'incendio della città di Rimini. Que' villeggiani che da
altri avevano appreso questa notizia, la quale facevasi tanto più
grave quanto più eran le bocche per cui passava, parlarono di
quell'incendio come di una cosa spaventevole, e però interrogati da
Manfredo e dall'Elia, risposero, che a quanto essi avevano udito, a
quell'ora doveva essere distrutta una buona parte della città. Il
Palavicino non volle altro, e dando di sprone al cavallo si rimise in
via a gran corsa. Non giunse però presso Rimini che ad un'ora di
giorno. In ragione che si venivano accostando alla città, le notizie
dell'incendio si conformavano sempre più al vero, per cui, quando
furono a poche miglia di distanza, i nostri viaggiatori si
tranquillarono affatto, udendo che l'incendio era stato arrestato, e
che Rimini non aveva patito gran danno. Rimessosi così da qualunque
appressione, il Palavicino vi entrò pochi momenti dopo. Ma alla porta,
il caporale delle guardie, avendolo riconosciuto e non sapendo farsi
capace del modo lieto onde s'intratteneva col compagno, gli si
accostò, e:
--Signore, gli disse, date di sprone al cavallo, che se mai non
sapeste nulla, io vi avviso che la signora sta in termine di morte.
--Che? gli domandò Manfredo percosso da quelle parole e fermando il
cavallo, d'onde il sai tu?
--Stanotte, eccellentissimo signore, fu davvero una notte d'inferno.
--So che fu appiccato fuoco.
--Nell'ora che tutta la città era in travaglio per stornare il
pericolo, uomini scellerati entrarono negli appartamenti della
signora...
Manfredo non aspettò che la guardia narrasse il resto. Si cacciò a
furia nella via che attraversava la città. Tutti i cittadini uscivano
al trotto serrato dei quattro cavalli. Riconoscevano il Palavicino e
si ritraevano doppiamente addolorati. La sventura della duchessa aveva
sparsa la desolazione in tutto il popolo, tanto ella era amata.
Il Palavicino, entrò in palazzo, smontato di sella, salì tosto agli
appartamenti della signora. Non udì che pianti, non vide che
disordine, il quale alla sua comparsa crebbe ancor più.
Ai primi tra' servi che gli vennero incontro fece quel cenno che
equivale a molte interrogazioni. I servi si strinsero nelle spalle. In
quella usciva il medico dalla stanza della sventurata Elena per dar
non so che ordini, e colpito alla vista del marchese, il quale gli
s'era incontanente rivolto:
--Dopo che il vescovo, gli disse, l'ha benedetta, ella non ha più
parlato; nè a me nè ad altri è mai riuscito di saper nulla di preciso
intorno a quanto avvenne in questa notte orribile.
--A ciò provvederemo dopo. Ditemi intanto se la duchessa potrà mai
riaversi.
--Questo non potrebbe avvenire che per un miracolo d'Iddio; in quanto
a me non ho più speranze.
Manfredo stette pensoso per qualche tempo poi disse:
--Io la vedrò... ma fatti alcuni passi per entrar nella stanza da
letto, quando fu sulla soglia retrocesse esclamando: Non so s'io potrò
mai sopportare l'orribil vista!
--Non v'è segno nessuno di violenza, disse allora il medico,
comprendendo appieno le parole del marchese. Parrebbe che naturalmente
ella sia stata assalita da repentino malore.
--Ma e che dunque mi fu raccontato per via?...
--Che qualche scellerato sia entrato da lei, è certissimo. Tutti
costoro almeno lo attestano.
--Ma e cosa facevano costoro? proruppe allora Manfredo.
--D'ordine della signora, eran tutti usciti per recare qualche
soccorso quando l'incendio minacciava d'investire la città.
--Oh è orribile!... orribile!... ripeteva Manfredo, poi chiamati
intorno a sè quanti servi trovavansi negli appartamenti:
--Raccontatemi, disse loro con un accento calmo ma grave di angoscia,
raccontatemi tutto ciò che sapete... tutto, e non omettete parola.
I servi con gran disordine, ma anche con molta efficacia di
espressioni, dissero ciò che sapevano e che avevano udito. Quando si
venne all'ultimo punto, egli non potè più trattenersi, e:
--Parlasse ella almeno! proruppe.
Così dicendo, accompagnato dal medico entrò nella stanza della
sventurata Elena.
Ella non dava oramai più nessun segno di vita, l'agonia era
incominciata. Il venerando prelato le stava d'accanto immobile.
Manfredo la guardò, la chiamò per nome, e veduto ch'era indarno, si
concentrò in sè stesso e stette pensoso molto tempo.
Dopo, recatosi al finestrone ch'era stato chiuso, ne sferrò le
vetriere, lo aprì e guardò fuori. Parve che anch'egli ne misurasse
l'altezza.
--Per quanto lavori col pensiero, non so trovare nessun filo, esclamò
poi a voce bassa rivolto al medico; però di là non può esser fuggito
che un uomo solo. E non poteva essere un assassino volgare. Oh
parlasse questa infelice!
Il medico gli disse allora che al vescovo ella aveva di certo parlato
e che esso doveva saper qualche cosa: però si provasse a interrogarlo.
Manfredo lo tentò.
--Le preghiere dei morti van rispettate! fu l'unica risposta che gli
diede il vescovo facendo un nuovo segno di croce sul volto della
duchessa.
L'agonia della infelice durò due giorni e due notti. Il sacerdote non
l'abbandonò mai; il medico praticò tutti gli argomenti per vedere di
conoscere la causa che sì repentinamente l'avea tratta a quel termine,
senza che ci fossero indizi manifesti di una grave lesione, ma sempre
dovette fermarsi alle congetture.
In quanto a Manfredo, continuò esso pure a tentare discoprir qualche
filo, e venutogli il sospetto fosse mai stato il Lautrec medesimo
l'uccisore della sua donna, non omise nessun mezzo che potesse
condurlo a verificare un tal fatto.... Ma desiderando una cosa,
un'altra ne scoprì.... Verso le ultime ore dell'ultima notte....
cercando non so che oggetti in uno stipo d'argento, gli venne veduto
un piccol ritratto.... messovi lo sguardo.... la prima sensazione fu
quella di un grave turbamento.... Gli parve d'aver già veduto quel
volto infantile, ma non sapeva ridurselo a memoria.... pure
insistendo, si ricordò del fanciullo Armando, il figlio del Lautrec,
che a suo agio aveva potuto guardare a Reggio, e che anche allora avea
fermata la sua attenzione. Egli non sapeva nulla del misterioso
fatto.... ma fu colpito quando, osservando meglio, in quelle linee di
fanciullo gli sembrò vedere il volto istesso di Elena. Si ricordò del
passato.... comprese tutto.... gli cadde il ritratto di mano.
Tre giorni dopo partiva di Rimini. La duchessa Elena era già discesa
nella fossa, e la notizia ne corse per tutta Italia.... Il mistero che
aveva circondato la sua vita circondò pure la sua morte, e dovunque si
continuò per gran tempo a domandare come fosse avvenuta. Il vescovo di
Rimini fu però sollecito di far diffondere la voce che la duchessa
Elena era morta naturalmente.