Era il 30 gennaio del 1521; alla porta del palazzo della signoria di
Rimini la guardia della mezzanotte subentrava a fare il suo quarto;
nell'interno era quel movimento che prepara la quiete. Soldati che,
con lanterne, andavano a visitare alcuni posti; servi che con lumi
accesi, si vedevano gironzare come per dar sesto all'ultime faccende.
Di minuto in minuto il silenzio cresceva sempre più, fino al punto in
cui s'udì distintamente il suono di una voce, la quale parea recitasse
preghiere o piuttosto declamasse qualcosa.
Un'ala del palazzo appariva ancora illuminata, e stando nel cortile si
potevano vedere alcune figure dipingersi come ombre sulle vetriere. La
duchessa stava colà in mezzo alle sue donne, ed era da molte ore
ch'ella passava d'occupazione in occupazione senza mai potersi
riposare in alcuna, finchè si fece leggere ad alta voce da un giovane
paggio alcuni squarci dell'Ariosto, il suo autore prediletto.
Dopo la partenza del Palavicino aveva cominciato a protrarre le veglie
sino ad ora tardissima. Aveva sgomento delle tenebre, della
solitudine, sentiva bisogno di qualche cosa che la difendesse da' suoi
pensieri. Dal giorno in cui sperò di trovare la felicità, l'aveva
invece perduta per sempre. Dopo che fu la moglie del marchese
Palavicino, tutte le ore della sua vita furono una successione di
dubbi, di ansie, di sospetti, e ciò che più forse le rodeva
l'esistenza, di un amore senza limiti che quei dubbi e quei sospetti
facevano sempre più ardente. Il modo onde s'era comportato Manfredo in
Roma poche ore dopo le nozze le avevano infatti posta nell'animo una
spina che non doveva sradicarsi che colla vita. In qual maniera
spiegare quell'improvviso e furibondo dispetto di Manfredo, e poi quel
suo pianto dirottissimo, disperato?! La soluzione di questo viluppo
era quanto da undici mesi la tormentava, e per cui tante volte
Manfredo era stato tormentato; pure prima di partirsi da Roma le venne
all'orecchio qualche voce che di certo l'avrebbe condotta a scoprir
tutto se la scaltrezza del Morone non le avesse rotto il filo delle
congetture. Prima di questa partenza, l'attenzione di quella città fu
rivolta ad un faceto dialogo ch'ebbero a far tra loro le statue di
Pasquino e Marforio, dialogo che avea dato origine ad un numero
infinito di comenti. I nomi del Palavicino, della signora di Rimini e
della signora di Perugia vi erano intrecciati in un modo singolare,
tanto singolare, che ne dovette arrossire la Ginevra quando gliene fu
detto qualcosa, e fare impallidire la duchessa Elena allorchè gli
giunse la notizia.
Questa parlando col Morone di Manfredo e dei sospetti ch'ella aveva di
costui, gli mise innanzi un tal dialogo, dicendogli ne facesse la
spiegazione; ma il Morone seppe così ben fare e così ben dire, che la
vedova del Baglione uscì affatto dalla mente della duchessa Elena,
alla quale rimase intera la sua curiosità tormentosa. Venuta poi a
Rimini, e Manfredo comportandosi in modo da tranquillarla affatto sul
proprio conto, mille volte avealo stretto con domande insistenti
perchè confessasse il segreto, promettendo ch'ella sarebbesi
dimenticata di tutto, quand'anche fosse per farle la più orribile
manifestazione. Ma il Palavicino fu sempre fermo, e per nessuna
promessa non volle mai confessare ciò ch'era veramente, nè metter mai
fuori il nome della Ginevra Bentivoglio. Questa ostinazione però,
facendo credere che il segreto fosse ben grave, tanto più cresceva il
tormento della curiosità. Spesse volte avvenne in quell'anno che
Manfredo stesse sopra di sè impensierito, e allora era una cosa strana
a vedersi la duchessa, se mai più dell'usato fosse lieta, tosto si
rannuvolasse al rannuvolarsi di Manfredo, il quale mentre più volte
aveva provato una viva compassione ed anche una gratitudine sincera
conoscendo d'essere tanto amato da questa donna che pure era il
delirio di molti, mai non aveva potuto dimenticar la Ginevra, pensando
alla quale non sapeva vincersi così, che il suo tetro umore non fosse
manifesto.
Nella mente un po' superstiziosa della signora erasi messa la credenza
che l'antica sua colpa dovesse espiarsi per queste pene assidue, e dal
giorno in cui pensò tal cosa, i rimorsi tornarono ad assediarla, e
strane ubbie l'infestavano al punto, che quasi la solitudine e le
tenebre la spaventavano.
Però, come ad affrettare il tempo dell'espiazione, con grandi
beneficenze, che a ciò la portava la sua naturale tendenza, cercava
nell'amore e nella benedizione de' poveri cittadini e dei tanti
infelici che l'assediavano continuamente, un sollievo ai propri
affanni. E al Palavicino concesse quante ricchezze ella poteva avere a
disposizione, quando sentì dover servire per sanare la più profonda
piaga che i Francesi, colla lunga dimora, avevano aperto in seno
all'Italia. Ed ella era tanto più degna di stima in quanto che,
tormentandosi al pensiero che pei soccorsi medesimi ch'essa gli dava,
il Palavicino si affrettasse sempre più incontro all'estremo pericolo,
dovendo esporsi per la patria e per tutti; pure non disse mai parole
atte a sconfortarlo un momento, e fu solo quando Manfredo mostrò
l'avviso ricevuto di recarsi a Reggio colla gente da lui messa
insieme, ch'ella non potè vincersi affatto, e il pianto tradì ogni suo
pensiero. Dal giorno che si trovò ancor sola, sentì pesare sopra di sè
tutti i mali della vita. Con tanta apparenza di prosperità, non sapeva
in qual modo dare un sollievo all'anima affaticata; protraeva perciò
le veglie sino alla più alta notte, cercava nella musica, nel canto,
nella poesia, in cui tanto valeva, qualche gran difficoltà da vincere
per dimenticare tutto il resto. Di giorno davasi anche ai più violenti
esercizi di corpo, e in mezzo a' distinti della città, il popolo la
vedeva per molte ore precorrere a cavallo la spiaggia del mare, darsi
talora a così rapida e furiosa corsa da far credere cercasse
espressamente i pericoli. Dicevasi tra il popolo che da queste strane
occupazioni, ridottasi nelle sue stanze, e nella cappella di palazzo,
passava poi a cose al tutto opposte, e come forse non aveva mai fatto,
infervorava nella meditazione e nelle preghiere e negli atti religiosi
da far sospettare stesse facendo la penitenza di qualche gran peccato.
E allora di bocca in bocca tornava a passare il racconto della vecchia
storia di lei; ma la maldicenza quando stava per prorompere era
costretta a tacere innanzi ai tanti benefizi della duchessa, e
allorchè, dalle corse affannate, ella tornava in città, e a cavallo
l'attraversava, tutto il popolo erale intorno ad attestare con
battimani e con evviva l'amore e la gratitudine che sentiva per lei.
Questo da qualche tempo era il tenore di vita della signora di Rimini.
Nella notte a cui siamo, ella, dopo esser passata d'occupazione in
occupazione, prestava dunque attenzione alla lettura che un paggio le
faceva dei migliori squarci dell'Ariosto. Si giunse al canto
ventesimoterzo, alla pazzia di Orlando, a que' versi:
All'ultimo l'istoria si ridusse
Che'l pastor fe' portar la gemma innante
Ch'alla sua dipartenza per mercede
Del buon albergo Angelica gli diede.
...........................
Questa conclusïon fu la secure
Che il capo a Orlando gli levò dal collo.
...........................
...........................
Non suppliron le lagrime al dolore,
Finir che a mezzo era il dolore appena,
...........................
...........................
Il quarto dì da gran furor commosso
E maglie e piastre si stracciò di dosso.
...........................
...........................
E cominciò la gran follía, sì orrenda
Che de la più non sarà mai ch'intenda.
...........................
...........................
E in tanta rabbia, in tanto furor venne
Che rimase offuscato in ogni senso....
La duchessa si alzò, accennò al paggio di sospendere la lettura, e,
pallida, si concentrò in sè medesima. La figura del Lautrec, per
l'effetto di que' versi essendole comparsa innanzi come se fosse la
vera, fu la causa di quel turbamento. Dileguatosi però, e pensando che
non vi poteva essere più pericolo, e che Lautrec era in Francia, si
ricompose e tornò a sedersi fra le donne. Era impossibile che di quel
terribil uomo ella potesse dimenticarsi affatto, od ogni minimo
accidente che per associazione le richiamasse qualche fatto antico,
bastava a sconvolgerle tutta la massa del sangue. Eravi poi una
creatura che sempre, a dispetto de' suoi terrori, le richiamava il
Lautrec; una creatura per cui provava un effetto particolarissimo: il
fanciullo Armando, la cui immagine infantile ella avea fatto ritrarre
da uno scolaro di Raffaello, e che ogni tanto contemplava con una
passione ineffabile, la quale tanto più facevasi forte, quanto più
doveva star nascosta, che sarebbe caduta morta di vergogna, se al
Palavicino fosse trapelato mai nulla di quanto era accaduto. Ma
passiamo a ciò che più importa.
Avvicinavasi l'ora in cui di solito soleva licenziar le donne e
recarsi nella camera da letto. Quando infatti non trovò più con che
protrarre la veglia.
--L'ora è ben tarda, disse, e se tutto riposa adesso, bisogna bene che
tronchiamo la veglia noi pure. Così dunque vi auguro la buona notte.
Ciò detto, si recò nella sua camera seguita da una fante. Tutto era
tranquillo oramai, nè alla signora altro rimaneva che di farsi
svestire dall'ancella.... Quando un furioso scampanare a martello,
rimbombando nel silenzio della notte, venne improvvisamente a
colpirla. Atterrita esce allora dalla camera, e con lei l'ancella.
Chiamano le altre donne che, spaventate, per diverse parti
ritornavano. A quel martellamento intanto che parea venire da una
estrema parte della città, rispondono tutte le campane delle chiese. A
questi suoni si mescono le voci stridenti delle sentinelle che gridano
all'armi:--Chi è?--che fu?
La duchessa dagli appartamenti, entrando sugli atrj è colpita da
un'insolita luce rossa infuocata, riflessa nelle vetriere dei
fìnestroni del piano superiore. Era l'effetto medesimo che produce la
faccia del sole quando dall'occidente manda fiumi di luce sui fastigi
degli edifìzi, in cui pel giuoco de' vetri, sembra vada infuriando un
vasto incendio.
E l'idea di un incendio colpì appunto la duchessa che, per accertarsi
salì su di un ballatoio posto nella parte più alta del palazzo, e di
là volgendo lo sguardo donde veniva lo spaventoso splendore, vide
infatti dalla parte spettante al mare come un capellizio di fiamme e
colonne di torbido e nero fumo, che s'innalzavano al cielo nubiloso.
Da quasi tutto l'inverno imperversava un furioso vento di ponente, per
cui anche l'Adriatico era sempre stato in una continua procella. La
duchessa sospettò che il vento appunto portando faville ed incendiando
qualche covone di paglia sparso alla campagna (chè le fiamme
apparivano fuori della città), avesse dato fuoco alla gran selva
d'abeti che da quella parte univa i villaggi a Rimini. Ma stando cogli
occhi fissi al terribile spettacolo, e facendo tacer quanti le stavano
intorno, si mise in ascolto. Da quella parte le veniva all'orecchio il
cupo e vasto fragore del vento che alimentava ed era alimentato dalle
fiamme. Dalle contrade della città un momento prima tranquille e
deserte, salivano fino a lei le mille voci dei cittadini che,
atterriti, avean lasciati i letti al suono della campana a martello
per accorrere a dar soccorso. Stando a quell'altezza, alla gran luce
dell'incendio che, quasi fiume di fuoco straripato, si avanzava con
tremendo impeto verso la città, vedeva sulle piazze i densi gruppi
delle persone affrettarsi tutti ad una meta, e sui tetti le facce di
coloro che oziosi stavano osservando. Allora ella discese rapida;
tutti i camerieri, i servi, i famigli erano in movimento di su, di giù
per gli atri, pei corridoi, per le scale. La duchessa li fa chiamar
tutti.
--Perchè siete ancor qui? loro dice, il comune pericolo vi chiama;
l'incendio si avanza verso la città. Andate, e avrete da me tale
compenso, che assai vi loderete di aver prestato soccorso altrui.
Sopratutto fate in modo ch'io sappia uno per uno il nome di coloro che
più degli altri fossero per rimanere danneggiati dalla gran disgrazia.
Andate.
E finito di far questa esortazione ai servi, si recò tosto al verone
che rispondeva sulla pubblica via per incuorare dalla voce la
moltitudine che tuttavia continuava a passare.
Un'ora prima che la campana a martello svegliasse tutto il popolo di
Rimini; fuori della città, in riva al mare, passeggiava
affrettatamente un soldato. Tirando il vento di ponente, la notte, era
delle più tempestose, quantunque non cadesse pioggia. La luna a quando
a quando, sotto strisce biancastre, mostrandosi tra i neri nuvoloni,
rivelava lo spettacolo del mare, d'una tinta affatto nera, chiazzata
qui e qua, e alla cresta delle onde segnatamente di bianca spuma. Al
fragore del vento che sommoveva le onde, rispondeva il vasto fremito
della selva d'abeti, situata a molta distanza. La grande corporatura
del soldato proiettavasi gigante sulla ghiaia del lido, se mai per
qualche istante la luna uscisse abbastanza dalle nubi da gettare
qualche raggio sulla terra; di tanto in tanto colui soffermavasi, e
pareva che frammezzo al fragore del vento e del mare aspettasse di
udire qualch'altro suono. Tosto però tornava a passeggiare percorrendo
la ghiaja, talvolta calava giù giù fin quasi a toccar co' piedi
l'ultimo lembo dell'onda, che alzandosi quasi muro e ripiegandosi
poscia in sè stessa, si rovesciava a bolzonargli le gambe con suo
pericolo.
Stava esso appunto così, colle braccia intrecciate al petto, guatando
quell'immenso e torbido spettacolo, scongiurando quasi fosse il
demonio della procella, e mare e venti; quando d'improvviso una larga
e lunga striscia di luce vivissima comparendo in seno alle acque
sommosse, lo fe' balzar tosto dal basso al sommo della spiaggia. Qui
si fermò guardando alla parte opposta al mare, e apparendogli un gran
fuoco, battè palma a palma, e pronunciò parole che furono portate dal
vento. Allora tornò di nuovo a percorrere la spiaggia, finchè il suono
di molti passi d'uomini lo fecero fermare. Si volse; quelli gli si
raccolsero intorno dicendo in francese ciò che noi mettiam qui in
italiano:
--Tutto secondo i vostri ordini, eccellenza, e secondo i vostri
desideri. La selva arida, il vento a tempo, non un tizzo gettato in
fallo.
--Se il ponente segue a soffiar con quest'impeto, il fuoco della selva
s'appiccherà alle mura in meno d'un'ora.
--E il popolo s'è già desto, eccellenza, e quasi tutti sono usciti
dalla città.
--E fra poco sarà deserta.
Dopo un lungo silenzio:
--Ora potete andare, disse colui al quale eran volte le parole di
tutti, procedete tosto per di qui, e crolli anche il cielo stanotte,
viaggiate di continuo senza mai fare un passo indietro per qualunque
cosa aveste ad udire, e domani all'alba siate a Forlì. Andate.
Quelli senza far motto nè aggiunger parola, tosto si staccarono dal
loro signore, e a gran passi lungo la riva si allontanarono da lui,
finchè questi li perdette di vista e rimase solo.
Che costui fosse il Lautrec è inutile dirlo; rimase dunque solo, e
ancora diedesi a passeggiare la spiaggia il più frettolosamente che
mai, guardando come si venisse distendendo l'incendio. Un orrendo
contrasto gli accrebbe quello scompiglio che da tanto tempo gli si era
messo nell'animo. Un anno prima, quando a Milano gli giunse la notizia
che la duchessa Elena avea sposato il marchese Palavicino, dopo un
accesso di furore che quasi fu per divenirgli funesto, aveva risoluto
di non lasciar correre tempo in mezzo, recarsi a Rimini e
disperatamente vendicarsi. Ma volle il caso che il re gli desse tali
incarichi da non lasciargli tempo di provvedere alle cose proprie, e
lo chiamasse poi in Francia con gran sollecitudine, per cui dovette
protrarre ad altro tempo quanto aveva in animo di fare, e così per
molti mesi se ne rimase in Francia. Ma più tempo trascorreva, più la
passione si condensava nell'anima di lui, così che quando gli fu
concesso di ritornare in Italia, non ebbe altro pensiero che quello di
correre alla vendetta.
Attraversare l'Italia senza che nessuno avesse sentore del suo arrivo,
raccogliere di fretta quelle notizie che gli fossero per giovare, di
volo correre a Rimini, e, attraversando ogni ostacolo, cercare della
duchessa e del Palavicino per far scontar loro in un punto tutte
quelle angoscie onde a lui erano stati cagione, ecco qual fu il suo
primo divisamento; se non che il difficile stava appunto nel vincere
quegli ostacoli che, sebbene fosse travolto dalla passione, vedeva
pure essere fortissimi. Però gli venne in mente che un gran disastro
pubblico, mettendo tutti nello scompiglio, a lui avrebbe dato facoltà
di cogliere all'impensata, e soli forse, tanto la duchessa che
Manfredo. Allora non vedendo la possibilità che questo potesse nascere
da sè, pensò di suscitarlo egli stesso, e un incendio gli parve
l'occasione più opportuna per ottenere il proprio fine. Da uomini
fidati poteva farlo appiccare quando e come gli fosse piaciuto, e in
quella parte della città di Rimini che gli convenisse meglio.
Fatto dunque un tal disegno, l'impazienza di vederlo effettuato, lo
sollecitò nel viaggio. Seco aveva condotto dodici uomini con promessa
di larghissimo compenso. Messili al fatto del proprio intento, a mezzo
cammino, per non destar sospetti, erasi diviso da loro, e li aveva
spediti innanzi per la via di Ferrara, dando loro la posta al piccol
luogo di Cervia presso Forlì, dov'egli sarebbe arrivato dopo,
prendendo per la strada del Modenese, e dove sarebbesi concertato il
rimanente da farsi.
Dopo molti giorni di viaggio era in fatti giunto a Cervia, e qui trovò
gli uomini che lo aspettavano. Colà saputo che il marchese Palavicino
erasi recato a Reggio, da principio ciò gli parve un contrattempo, e
fu quasi per aspettare ch'egli tornasse. Ma dopo fece altri pensieri,
e si dispose a mandar tosto ad effetto il suo atroce disegno.
Conoscendo benissimo la città di Rimini e i suoi dintorni per avervi
dimorato tanto tempo, senza bisogno di far nessuna visita ai luoghi,
ebbe subito stabilito il modo. Suo intento era, come si disse di
produrre un immenso scompiglio in tutto il popolo, costringerlo ad
uscire della città se voleva attenuare il disastro, e per tal via,
mentre la città rimaneva deserta, o quasi, le soldatesche occupate
altrove, e, se dava la sorte, anche il palazzo della signoria
abbandonato dalle guardie, entrare in quello. Per questo stimò bene di
appiccare l'incendio alla parte della città che fosse la più lontana
dal palazzo, perchè nel mentre fosse abbandonato dalle guardie intente
a portar soccorso altrove, non fosse poi abbandonato da chi egli aveva
interesse di trovare. Pieno di questo pensiero e della smania di
vederlo compiuto, aspettò la notte in cui il vento imperversasse più
del solito e communicasse così impeto maggiore all'incendio. Tutto
adunque gli era andato a seconda del desiderio. Udiva dal posto ove
stava il furioso crepitar delle fiamme, sapeva che quasi tutto il
popolo era uscito di Rimini, e che a lui non rimaneva perciò che di
entrare in quella città di cui sapeva ogni angolo, e col favore delle
tenebre, della solitudine e del generale disordine, senza ostacolo,
mettere il piede nel palazzo della duchessa.
Ma quante volte fu per prender la via della città, altrettante
retrocesse e si fermò perplesso:
--A che vado a far colà? diceva tra sè, per qual fine io la cerco
colei?
Quando seppe le nozze di Elena con Manfredo, esso non aveva veduto che
sangue allora, e nel sangue solamente aveva cercato di confortare i
propri dolori; nè altro pensiero gli era venuto in mente fuori di
questo, che fu il primo, e continuò ad esser l'unico per assai tempo.
Da che dunque gli derivava adesso tanta perplessità? Da ciò solo che
dall'odio medesimo ond'era divorato per colei, e lo sospingeva a
cercarla per distruggerla, era risorto l'amore, prepotente amore che,
confuso coll'odio stesso, talvolta lo soverchiava; però nel punto
medesimo in cui quanto si chiama sete di sangue trucemente lo
esaltava, il brivido che si metteva nelle sue ossa al pensiero che
dopo tanti anni avrebbe riveduta la madre del suo Armando, era segno
indubitato che l'amore gli comunicava l'irresistibile bisogno di
trovarsi con lei, ma un bisogno nel cui soddisfacimento era pure
riposto un supremo gaudio. Chi sapesse farsi idea dell'esistenza
contemporanea di questi due affetti, potrebbe valutare appieno la
condizione tormentosa in cui versava il Lautrec in quella notte, in
quell'ora, la più procellosa di tutte le trascorse.
Ma l'immagine del Palavicino e tutte le ricordanze che si affollavano
intorno all'abborrito Milanese lo determinarono finalmente, e
percorrendo una via fuor di mano che metteva in Rimini, vi entrò una
mezz'ora dopo. A gran furia avea fatto la strada, e tra per questa
rapida corsa e per la passione che assiduamente lo batteva, si sentì
come spossato. Giunto sulla gran piazza e incertissimo ancora di quel
che dovesse fare, si appoggiò per poco a quel piedistallo di marmo su
cui è fama che Cesare parlasse alle sue legioni prima di passare il
Rubicone. La piazza era silenziosa, e soltanto portato dal vento, vi
giungeva il frastuono delle mille voci del popolo uscito ad arrestar
l'incendio. Quando in mezzo alla generale quiete sentì la voce di due
cittadini che parlavano:
--La selva è in cenere oramai, ma tanto abbiam fatto, che le fiamme
non hanno ancora investite le mura. Or vado a vedere se la povera mia
madre s'è rimessa dallo spavento, e torno subito all'opera.
--Vado io pure a dire alla donna mia, che il pericolo è quasi cessato.
--E a ringraziar Dio d'aver mandato a vuoto l'atroce attentato di chi
voleva arsa questa bella città.
--Che dici tu? se fu la furia, del vento che portò fiamme tra i rami
degli abeti,
--Tu non sai nulla. V'è chi ha veduto uomini armati a mettere fuoco
agli alberi.
--È ciò possibile?
--È vero....
E con queste parole dileguarono le voci e i due che parlavano, e il
Lautrec si alzò considerando che se più tardava, poteva forse venir
gente e affollarsi il palazzo di cittadini e d'uomini d'armi, ed
impedire a chicchessia d'accostarsi alla duchessa.
Si alzò dunque, e difilato si affrettò al palazzo. Giuntovi presso,
rallentò il passo e si pose in ascolto per sentire se ne uscisse
qualche rumore; ma alla quiete che vi dominava, pareva fosse
disabitato.
--Che colei se ne fosse mai uscita? disse tra se sconcertato da un tal
dubbio.
Allora corse alla gran porta.... Le imposte erano spalancate.... Egli
mise il piede nel cortile. Il piano superiore dell'ala destra era
illuminato ma non ne usciva alcun suono; però quando si fermò gli
venne udito un mormorare monotono che veniva da un luogo a terreno. Si
studiò di poter comprendere cosa fosse, e allora conoscendo parte a
parte tutti i luoghi di palazzo capì che quel rumore veniva dalla
cappella dove tutte le mattine solevasi celebrare la messa per la
signora e la sua famiglia. Avvicinatosi all'ingresso della cappella e
messovi l'orecchio, sentì più voci di donne che recitavano delle
preghiere, poi udì nettamente la voce di una sola, a cui l'altre
rispondevano. Non era la voce della duchessa. Fu in dubbio di entrare,
vedere e interrogare, ma temette d'avere a metter fra quelle donne
troppo spavento, e pensò ad altro. Si allontanò di là, e recatosi alla
parte opposta del palazzo dov'era il gran vestibolo che introduceva
allo scalone, e là messosi di nuovo in ascolto prima di entrare gli
parve d'udire il suono di due voci che venissero dall'alto
dell'edificio. Rattenne il respiro per udir meglio. Fra quel silenzio,
al quale di tanto in tanto s'interpolava il mormorio che veniva dalla
cappella e il suono del popolo scemato dalla distanza, conobbe una
delle due voci. Quel terribile uomo, che non sarebbesi scosso per
nessuna cosa del mondo, all'udire quella voce, quella voce fatale,
quasi fu per smarrire ogni spirito e cadere. Era la duchessa che
dall'alto del palazzo, dove sul ballatoio stava osservando cosa
avvenisse dell'incendio, dava alcuni ordini ad una donna, la quale,
rispostole, si ritraeva. Di fatto il Lautrec non udì altro. Allora
credette fosse venuto il momento d'entrare, ma quando fu per
spalancare l'imposta che chiudeva il vestibolo, udì scender
qualcheduno per la scala appunto; ond'egli ritrattosi, vide uscirne
una donna la quale, attraversato il cortile, si recò nella cappella.
Misurando il tempo, congetturò dover essere la donna che un momento
prima aveva parlato colla duchessa; pensò dunque esser probabile che
in quel punto ella si trovasse sola. Entrò nel vestibolo, salì la
scala... fu tosto al piano superiore. Di qui per un'altra scala, e
finalmente per una a chiocciola fu sul ballatoio. Vi corse con
un'ansietà e insieme con un'agitazione che gli faceva vacillare i
ginocchi; vi gettò uno sguardo... non v'era più nessuno.
--Dove può ella essere andata? disse tra sè; ma era pure la sua voce
quella che ho udito... ma era qui dov'ella si trovava momenti fa!
E si pose ancora in ascolto... il solito silenzio gli rispondeva.
--Che fosse mai discesa a' suoi appartamenti? pensò poi.
Pensato questo, ridiscese tosto. Ripercorse gli atrj del primo piano,
fu all'uscio che metteva agli appartamenti della duchessa; vi entrò
subitamente, ma rallentando il passo e procurando di non far rumore
col piede ferrato. Passò per più stanze; eran tutte vuote, ma v'era
quel disordine nelle suppellettili che è indizio dell'abituale
movimento di molte persone. Quando fu nella gran sala, che si chiamava
la sala de' musaici, e pareva piuttosto un piccol tempio che altro, si
fermò; udì nella prossima un suono di passi affrettati, e quel fruscio
particolare che da una veste serica sbattuta. Il sangue gli corse alle
tempia, si precipitò in quella camera; in un lampo fu dappresso ad
Elena. Al rumore della porta che si spalancava, alla vista dell'uomo
d'armi che moveva alla sua volta, la signora si fermò guardandolo
attonita e in aspettazione di qualche gran cosa.... poi a un tratto
proruppe in un grido.... Ella avevalo riconosciuto anche di sotto alla
buffa. Il Lautrec corse all'uscio e lo chiuse a chiavistello, e senza
dir mai parola si pose in ascolto.... gli parve d'udir qualche
rumore.... Allora liberò ancora il chiavistello dell'uscio, e
continuando sempre a tacere, uscì della camera.
La duchessa, cui lo spavento ognora crescente aveva soffocato il
secondo grido, non seppe cosa pensare, e seguendolo coll'occhio non si
mosse dal suo posto. Udì i passi ferrati del Lautrec che si
allontanavano di sala in sala, poi lo strepito di una porta che si
chiudeva, e quell'aspro cigolìo che fa la chiave quando gira nel
chiavistello, poi lo stesso di un'altra porta, e della terza e della
quarta, e i passi del Lautrec che ritornava.... Allora accortasi di
quel che era, e cessata l'inerzia della prima attonitaggine, si mosse
per uscire; ma fino a sei tutte si chiusero le porte a quel modo, e il
Lautrec rientrò dov'ella era.
--Sei stanze mi serrai dietro a chiavistello, furono le prime parole
del Lautrec, e questa non mette capo a nessun luogo; siam dunque soli,
soli, affatto soli!
Pronunciando queste parole con quella sua voce nasale e tremenda,
guardò fisso la duchessa pei fori della buffa che non alzò. Con tutti
i modi avrebbe voluto atterrirla, fuorchè collo spettacolo della sua
laida bruttezza. Questa doveva a lei rimaner coperta in perpetuo.
--Soli! macchinalmente ancora ripetè... ma in quel punto, facendo un
passo verso Elena e prendendole un braccio... la vide lenta lenta
piegar il collo e le ginocchia, e diventar bianca come se tutto il
sangue le fosse uscito dalle vene. Certo sarebbe caduta come piombo
sul pavimento, se non fosse rimasta così sospesa e sostenuta dalla
mano ferrata di lui che l'aveva presa pel braccio. Egli subito si
tacque, e continuò a sostenerla guardandola con un'attenzione
particolare. Passò qualche minuto senza che d'un punto si cambiasse la
posizione d'ambedue... ma i ginocchi di lei si ripiegavano sempre più,
finchè con quelli venne a poco a poco toccando il suolo. Anche al
Lautrec pareva che le forze si fossero scemate, e non bastando a
sorreggerla la lasciò toccar terra, senza però lasciarla cadere. Colla
testa cascante da un lato, colle braccia pendenti e la fronte pallida
pallida, ma bellissima tuttavia di una bellezza senza pari, non dava
Elena nessun segno di vita.
La dritta mano ancora avvolta intorno al sinistro braccio di lei, il
capo basso, gli occhi fissi nello spettacolo di una vita che pareva
dissolversi, il Lautrec non si moveva, non alitava. Pareva una statua
di ferro inchinata sur una di marmo.... Se non che improvvisamente,
dopo un profondo sospiro che rivelava un angore straziante, dai larghi
fori della buffa del Lautrec, caddero grosse goccie di pianto sulla
bianca fronte della signora.
Per quell'apparenza di gracilità subita dalle fattezze d'Elena a
cagione del deliquio, erasi accresciuta la somiglianza ch'ell'aveva
col fanciullo Armando, le di cui linee erano le medesime di lei, e
soltanto ne differiva per l'esilità e la pallidezza, e accresciuta al
punto che agli occhi del Lautrec l'un volto si confondeva coll'altro.
Il fanciullo, nell'anno che stette in Francia, forse pel clima
influentissimo sulle debili complessioni, avea perduto sempre più
della salute, ed era stato, ed era tuttavia cagione di forti
apprensioni al padre, che interrogava medici e si struggeva di dolore,
e malediva la sorte che minacciava colpirlo nell'unico oggetto della
sua affezione. Ora il volto d'Elena gli richiamava queste idee, e
mentre da ciò stesso gli era accresciuta la pietà pel suo figlio,
questa era di tal natura, che bisognava pure in qualche parte si
stendesse anche sulla madre sciagurata di lui. Temeva l'immatura fine
d'Armando, di cui a quando a quando sentiva un vago e angoscioso
presentimento; però, mentre era venuto in cerca della madre per
consumare su lei una vendetta covata da tanti anni, un orrore insolito
lo prese, un superstizioso timore che spegnendo la vita di lei,
venisse contemporaneamente a spegnersi anche quella del fanciullo;
credeva che un'aura medesima animasse l'esistenza di quelle due
creature tanto simili l'una all'altra, e che per conseguenza un soffio
solo dovesse riuscire funesto ad ambedue. Ma pensando com'era stato
tradito e offeso da quella che ora gli pendeva dal braccio, si
tormentava fossegli venuto in quel punto un tal timore, e con una
vicenda rapidissima passava così da un estremo all'altro della
passione inestimabile che lo divorava.
Pianse finch'ella rimase più presso allo stato di morte che di vita,
ma, cosa stranissima a dirsi, quando Elena diede segno di riaversi,
parve gli s'inaridisse improvvisamente la fonte delle lagrime, e
vergognandosi potesse ella mai accorgersi della condizione dell'animo
suo, la mise a giacere, ed aspettando ricuperasse gli spiriti, si
staccò da lei.
Taceva ancora tutto d'intorno, e il Lautrec colle braccia intrecciate
al petto se ne stava immobile in mezzo alla stanza, le spalle rivolte
alla duchessa, quando un secondo suo grido, ma assai più debole del
primo, l'avvisò ch'era tornata in vita, e si volse.
La signora, quando si fu desta, alzossi, e movendo in giro lo sguardo,
e vedendo il Lautrec immobile, si ritrasse nella camera vicina, ch'era
quella da letto, per tentare di chiudervisi in fretta; ma il Lautrec,
voltosi a quel movimento, la seguì, e fu davvero il peggio per la
sciagurata Elena. Dalla parete in faccia all'alcova del letto pendeva
il ritratto del Palavicino, fattogli a Roma da Giulio Romano. Gli
occhi del Lautrec corsero a quell'immagine, e fu un funesto accidente
che, inariditagli ogni pietà, non gli lasciò che furore nel sangue.
La sciagurata Elena se n'accorse, e vedendo che il Lautrec di colpo
s'era fermato innanzi a quel ritratto:
--Ahi, disse con voce tremante e con un accento particolarissimo, io
sono perduta! E si mise le mani alle tempia, indizio di gran
disperazione.
--Sì, perduta, irremissibilmente perduta! rispose volgendosi il
Lautrec alle parole di lei. E per qual altro fine credevate voi che io
fossi venuto a far qui, e abbia fatto appiccar fuoco alla città, e
gettato lo spavento in sì gran numero di uomini? Per uccidervi;
pensate poi se in faccia a questo (e additava il ritratto), io possa
mai desistere da tal proposito; preparatevi dunque a morire.
La duchessa, che stava per interrompere il Lautrec, si fermò a
quest'ultima parola.... e se ne stette così immobile tendendo lo
sguardo senza fissarlo in nessun luogo, e premendo con tremito
convulso le mani intrecciate sul petto.
Il Lautrec la prese la seconda volta pel braccio.
Talora l'eccesso dello spavento in animo naturalmente altero genera il
coraggio; però al tocco di quella mano ella gli alzò in volto que'
suoi grand'occhi con un'espressione che non si potrebbe descrivere.
--Quando pure, come voi, tutta io fossi vestita di ferro, e avessi
l'arme accanto, sareste tuttavia ben vile ad assalir me così sola.
Il Lautrec sorrise, ma di quelli amari sorrisi che gelano il sangue.
--Quel ch'io mi sia non lo so, disse poi; ma da così lungo tempo, e
con sì tenace persistenza io mi struggo di consumare su te una
vendetta pari all'offesa, che se tutto il mondo insorgesse poi a
caricarmi d'obbrobrio e a chiamarmi il più vile degli uomini, mi
riderei di lui, come adesso mi rido di te; però non isprecare il
fiato.
Ciò dicendo, di tanta forza la veniva stringendo colla mano di ferro,
ch'ella non potendo sopportare il dolor fisico, gridò. Un sudor freddo
le grondava dalla fronte. Era veramente un istante orribile.
La sciagurata richiamandosi, in mezzo al disordine stesso della mente,
le ingrate memorie, e vedendosi ricomparire innanzi la truce larva del
primo marito per lei assassinato, tanto più si sgomentava, ma pure le
parea fosse lo strazio presente di lunga mano superiore alla colpa. Ed
era in vero un accidente degnissimo di tutto il compianto che tanta
bellezza e insieme tante doti di mente e di cuore, e così abbaglianti
prestigi, bastevoli a dar gloria e felicità non che ad una, a dieci
vite, per lei siano state invece l'occasione prima di farla cadere in
tanto abisso di peccato e di sciagura. Ma ebbe difetto di una virtù
che le altre avrebbe equilibrate, ed eccesso di vitalità e d'ardore
che mal suo grado la travolse.
Dopo l'ultimo grido della sventurata Elena, salì dal cortile del
palazzo un rumore che fu udito tanto dal Lautrec che da lei.
Mille partiti passarono in mente all'infelice e insieme una speranza,
ma fu una cosa istantanea, considerando che quel rumore e il
sopraggiungere delle sue donne o d'altri avrebbe accelerato l'istante
estremo. Parve infatti che il Lautrec si determinasse, ond'ella con
tutta la forza che le potea dare lo spavento cercò strapparsi da lui,
e uscita così dalla camera da letto, tornò nella vicina. Aveva
compreso che il ritratto di Manfredo pendente dalla parete più che
ogni altra cosa erale funesto.... Il Lautrec non l'abbandonò.... In
quel punto, di dietro alle sei porte, s'udì distintissimo il suono di
molti passi.
Il Lautrec si percosse la buffa col pugno... non gli rimaneva un
istante di più, ed era tuttavia nel massimo della perplessità e del
contrasto.
La sventurata Elena, più non sapendo allora a che appigliarsi,
alzatasi quanto più poteva ed accostata la bocca all'orecchio del
Lautrec, quasi paventasse d'essere udita da qualcheduno.
--Ah Odetto, disse con accento cupo e guturale, e il nostro figlio!?
Più volte prima ell'era stata in procinto di ricordargli, al fine di
placarlo, quella creatura per la quale, insieme a sì vivo amore,
provava tanta vergogna; ma il rossore glielo aveva impedito e non ci
volle meno dell'ultimo pericolo per costringerla.
Ciò per altro non fu senz'effetto.
Nel tentare d'alzarsi per parlare all'orecchio di lui, avea dovuto
abbracciare la sua armatura e lasciarsegli andare addosso. Ora un tal
atto, che richiamò ad Odetto l'epoca più felice della sua vita e lo
illuse al punto da trasportarlo a quel tempo, e l'accento straziante
onde gli fu ricordato il figliuolo, fu di una efficacia strana.
--Oh Elena! proruppe Odetto allora e con impeto. La sua voce aveva il
suono del gemito ferino, ma pure blandiente.
La duchessa fu scossa dal modo onde il Lautrec pronunciò il di lei
nome, e s'egli non avesse avuto il volto coperto si sarebbe assai
confortata vedendolo; ma continuava il Lautrec:
--Se ti spaventa di dover morire, parla.
Il rumore nelle anticamere intanto si faceva sempre più forte, parve
anzi che da taluno fosse pronunciato il nome della duchessa.
--Se t'è di spavento, parla, che il tempo ci sfugge. Parla ed esci con
me fra questa gente; esci per seguirmi fino all'ultima Francia. Là,
nella mia terra, lontano dal mondo, dimenticherò.... Di ciò solo io mi
contento.... Giunga a notizia di colui.... che tu sei venuta con me,
che Odetto e il fanciullo Armando, il tuo, il mio fanciullo, ti
stavano ben più sul cuore che lui colla sua giovanile ma fiacca
bellezza. Esci e sia tutto dimenticato.... Nessuno di costoro, di cui
udiamo il tumulto, vorrà impedire i tuoi passi, purchè tu il
voglia....
Elena non rispondeva, ma, per estremo di sventura, sul volto di lei,
senza ch'ella il volesse, apparvero i segni del rifiuto e dello
spregio....
Tacque Odetto di colpo....
Dietro alle porte chiuse, più voci chiamarono altamente e con
insistenza la signora. Questa gridò per rispondere, e fu un grido da
metter tutti in allarme.
S'udirono allora de' gran colpi all'ultima porta.