CAPITOLO XXIX.

Il timore d'uscir troppo de' nostri confini per invader quelli del

minuzioso cronicista, e, ciò che forse più importa, di obbligare ad

un'attenzione eccessivamente tediosa coloro che leggono per diletto,

ci consiglia di saltare anche qui, come già prima abbiam fatto, quasi

lo spazio di un intero anno. Assai cose, per verità, avvennero in

codesto tempo di un grave interesse; ma più che per sè stesse, lo sono

per quanto produssero. Lasciam dunque la via su cui la storia fa il

suo lento cammino, e balziam tosto alle ultime uscite.

Parlando delle cause che mantennero in lungo svilimento il Milanese e

accelerarono di poi la sua rovina; ne abbiam dato il più grave carico

al ceto patrizio. E senza nessuna riserva abbiam messo in chiaro le

non scusabili aberrazioni, la cecità ostinata, le bassezze medesime

onde non seppe andare immune nell'ingannevole fiducia di servire

all'utile proprio. Nè per alcun riguardo avremmo mai voluto o

dissimulare o mitigare simil fatto quand'anche fosse stato perpetuo.

Ma con tanto meno di ritrosia ne abbiam parlato, in quanto era per

venir tempo in cui l'errore avrebbe dato luogo alla ragione, e per

parte nostra il biasimo avrebbe dato luogo alla lode. È ingratissimo

ufficio scriver la vita d'un uomo di cui tutti i giorni sieno un

obbrobrio, ma è pieno d'alto interesse, il narrare quella di chi, con

pentimento non aspettato, si purghi delle vecchie colpe. È pieno

d'interesse ed è senza pericolo; d'altra parte il discorso può

assumere una severità più franca, quando si sa che da lontano si

preparano gli argomenti per piegare di tratto ad una giustizia

cortese.

Se non era possibile reprimere lo sdegno allorquando vedemmo i

milanesi patrizj accogliere con tanta festa i Francesi orgogliosi

della vittoria di Marignano; se quando insieme al Palavicino ci siamo

incontrati nei gentiluomini che spontaneamente esulavano da Milano,

alla compassione non abbiam potuto accompagnare la stima; se di nuovo

a Venezia abbiam dovuto dubitare di loro, adesso possiam bene

dimenticare il passato per assistere ad uno spettacolo che ci deve

riempire di maraviglia e di conforto.

La città di Reggio, piccola, tranquilla, e poco importante città,

fatta improvvisamente luogo di comune ritrovo, nell'anno 1520 attrasse

a sè gli sguardi non solo d'Italia, ma di tutta Europa. I pochi

Lombardi venuti a fermarvi stanza fin dal gennajo, come sappiamo, ne

tirarono a sè infiniti altri. Man mano che le intenzioni del papa e di

Carlo si venivan spiegando, vi cresceva anche il numero delle persone.

Confortava tutti quanti che Leone avesse aggiunto al proprio dominio

Urbino, Pesaro, Perugia ed altre terre della Romagna, e che, togliendo

di mezzo i loro tiranni, carpisse tanti alleati alla Francia; piaceva

che la repubblica di Firenze, governandosi in tutto e per tutto

secondo l'arbitrio del papa, niuna cosa facesse che non fosse la sua

volontà; ma ciò che aumentava o rendeva più fondate le speranze era

che il re di Francia, essendo stato autore di molte sollevazioni nelle

Fiandre, aveva dato a Carlo V cagione di muovergli guerra; e sapevasi

d'altra parte essersi accorto l'imperatore, già da qualche tempo, del

quanto gli fosse poco onorevole si tenesse il re lo Stato di Milano,

che per diritto antico apparteneva all'impero romano.

I Milanesi che da più anni trovavansi a Ferrara, a Parma, invitati da

lettere, s'erano affrettati presso il Guicciardini. Quelli che

continuavano ad uscire di Milano recavansi, com'era naturale, dove

sapevano trovarsi i compatrioti. Molti da principio, anzi la maggior

parte, vi s'erano trasferiti senza uno scopo spiegato, ma solo per

trovare un rifugio in qualche modo; come però si videro uniti in buon

numero, e senz'altre occupazioni che li distraessero, tutti quanti

avendo sempre volto il pensiero alla causa per la quale trovavansi

costretti a vivere in quella città, a vicenda narrandosi le ingiurie

patite, si confortavano negli sdegni e nelle speranze, e a poco a poco

i desiderj individui si fusero in un'intenzione comune. Tutti i

giorni, tutte le notti si raccoglievano insieme; chi all'ingegno più

acuto univa il dono della più faconda parola, metteva fuori

esortazioni, consigli, disegni da cui si generavano discussioni,

dibattimenti continui, vivi, generosi. Da un tal centro intanto gli

sguardi di ciascheduno si volgevano ai punti estremi del campo

d'azione, e intorno ad ogni cosa che succedeva in qualunque parte

della penisola o fuori, si facevano lunghi comenti. Corse finalmente

il racconto di un fatto, il quale volse l'attenzione di tutti a

Francesco Sforza, duca di Bari.

Dopo molte offerte, sempre sdegnosamente rifiutate, il re di Francia

aveva fatta un'ultima esibizione a Francesco Sforza perchè rinunciasse

a qualunque diritto potesse avere sul ducato di Milano; ma sebbene le

condizioni offerte questa volta dal re fossero grandi e tali da

vincere l'ostinazione di chicchessia, pure il giovane duca le respinse

con fiera risposta. Sapevasi da tutti trovarsi lo Sforza, a Trento, in

pessimo stato, e per essergli mancati, dopo la morte di Massimiliano

d'Austria, di molti soccorsi, aver vissuto qualche tempo in grandi

strettezze; perciò il magnanimo rifiuto destò un insolito entusiasmo,

e que' Milanesi istessi che avevano affrettato il crollo della

dinastia sforzesca, ora facevano voti perchè lor fosse quandochesia

dato il modo d'instaurarla. Così il giovane duca, dopo molti anni in

cui visse fra la noncuranza e lo spregio universale, improvvisamente

era diventato l'oggetto dell'attenzione, dei discorsi, dell'ardore di

tutti.

In questo mezzo venne a Reggio Gerolamo Morone. Anch'esso erasi recato

a Trento per aggiungere alla causa comune que' Milanesi che là si

trovavano, e seguivano la parte ghibellina. Nel viaggio, a stento

aveva potuto sfuggire alle insidie di Federico Gonzaga signor di

Bozzoli, castello nel Mantovano, il quale ricevendo soldo dai

Francesi, s'affrettò onde porgli le mani addosso sapendo ch'esso

moveva gli animi di tutti contro la Francia. Era giunto portatore di

notizie importanti, e accompagnato da molti di que' Milanesi che colà

aveva trovati. Dopo di lui venne a Reggio anche Manfredo Palavicino.

Siccome il Lautrec era stato chiamato in Francia, e sinchè durava la

di lui assenza dalla Lombardia, faceva le sue veci il fratello di lui

monsignore di Lescuns, così il Palavicino, senza nessun sospetto,

partitosi da Rimini, aveva lasciata la duchessa colà per trasferirsi a

Reggio con una mano di scelti soldati ch'esso in quegli undici mesi

era venuto mettendo insieme ed addestrando. L'Elia Corvino, il quale

accompagnatosi a Trento col Morone, avea dovuto fermarsi colà qualche

tempo ancora dopo di lui per dar termine a quante incumbenze questi

aveagli date, tornò esso pure portando la notizia aver Francesco

Sforza, cogli aiuti di Carlo e dei signori della bassa Fiandra, ed

anche con quelli della Bentivoglio, la quale aveva offerta quasi tutta

la pensione pontificia per soccorrere ai bisogni, messi insieme

qualche migliaio di soldati; e insieme a tal notizia portò lettere

della Ginevra al Morone e di Francesco Sforza al Palavicino. Queste

lettere venivano mostrate a' Milanesi che trovavansi a Reggio. Le

intenzioni, i disegni, i voti che faceva il duca di Bari contribuivano

moltissimo ad accrescere la stima che da poco tempo i Milanesi avevan

fatto di lui, e colla stima ad accrescere il desiderio di rimettere il

giovane Sforza, che così altamente prometteva di sè, sul trono de'

suoi padri. E il nome della Ginevra Bentivoglio corse questa volta

accompagnato da molta ammirazione sulle labbra di tutti, che nella

lunga lettera da lei scritta al Morone era tanta generosità di parole,

tal dirittura di considerazioni da non parer vero una donna potesse

averle dettate. Il Palavicino, testimonio dell'ammirazione di tanti

uomini per colei, non è a dire come si sentisse dentro di sè, e come

l'antico affetto non potesse dileguarsi anche in mezzo all'apparato

della più grave impresa, della quale era stato messo alla testa. E non

sapeva darsi pace, che la fortuna mentre aiutava a poco a poco

realizzando il più delle sue vecchie speranze, in quanto appunto

risguardava lui solo, avesse voluto avversarlo d'una maniera sì dura.

Egli aveva sempre pensato che i mali d'Italia, e della Lombardia in

ispecie, dopo la venuta de' Francesi erano scaturiti da tre fonti

principali: dalla dinastia sforzesca, dal ceto patrizio, dai tiranni

della media Italia. Ma egli avea anche trovato un conforto nel vedere

che in mezzo a ciascuna di queste tre classi era sorto chi dovea

assumersi l'incarico di espiare e di riparare le colpe di ciascheduna

di essa, ed eran sorti contemporaneamente, e la fortuna aveva fatto

che l'un l'altro si conoscessero in una città medesima.

In sè stesso vedeva il patrizio milanese destinato ad espiare le colpe

del patriziato, e a ripararle. In Francesco Sforza vedeva il

giovinetto ramingo che doveva portare la pena dei falli del padre per

farli dimenticare poscia con qualche luminosa virtù. Nella Ginevra

Bentivoglio, figlia dello spodestato signore di Bologna, vedova di un

altro che aveva perduto il proprio dominio, vedeva quasi un'occasione

per cui sarebber caduti coloro che avevano soccorso alla Francia a

danno d'Italia. Ed ora dopo tanto tempo d'incertezza e timori

accorgevasi che tali idee prendevano di giorno in giorno realità.

Il duca si mostrava al cospetto di tutti. La Ginevra, recatasi a

Trento, l'ajutava dove poteva. In quanto a sè stesso considerava

avrebbe fra poco avuto mezzi bastevoli per tentare l'estremo colpo.

Adunque non gli pareva giusto avesse la sorte guidate tante e tali

cose per quella via che da tempo egli aveva tracciata in sua mente, ed

avesse provveduto, per dir così, al miglior esito della cosa pubblica,

per far lui così misero in mezzo a tante cagioni di contento.

Ma se avesse saputo a qual costo e con quale strazio d'altrui sarebbe

per ottener quello di cui disperava, avrebbe respinti tali pensieri,

non avrebbe più sentito altro desiderio al mondo di quello in fuori

che toccava la salute della propria patria. Ma lasciamo che i fatti

vengano da sè e non ci lasciano prendere dalla smania di prenunciarli.

Sappiamo che il Lautrec, chiamato in Francia, aveva rimesso

temporariamente nelle mani del fratello, monsignore di Lescuns, le

redini del governo di Milano. Ora Federico Gonzaga signor di Bozzoli,

che invano aveva tese insidie al Morone, se n'era corso a Milano per

avvisare questo fratello del Lautrec, farsi sempre più chiari

gl'indizj di una ribellione per parte de' Milanesi radunati in Reggio;

e che il rapido viaggio del Morone da Trento a questa città dava segno

indubitato ch'ella sarebbe per iscoppiare presto. Abbiam detto che se

i patrizi milanesi per tanti anni avevano avuta la brutta colpa di

favorire la Francia al danno della propria patria, ora avremmo dovuto

a loro riguardo cambiar tosto il biasimo in lode. Parlando però di

essi non abbiam già voluto dire siensi tutti tutti reintegrati al

senno, soltanto di una buona parte abbiam voluto accennare, la quale

può ben bastare a purgar le colpe e mantenere l'onore di una nazione.

Del resto molti ancora aderivano alla Francia, e quelli specialmente i

quali, dimorando a Parigi quando Lautrec incrudeliva nella capitale

lombarda, non avevano veduto a lungo le miserie della patria.

Con molti di costoro adunque, e con taluno dei capi francesi,

monsignore di Lescuns erasi di volo trasferito a Reggio, e qui fece

chiamare a parlamento il Guicciardini, il quale a nome del papa

governava la terra. In questa circostanza avvenne un fatto degno di

essere raccontato. Mentre monsignore di Lescuns introdotto _in certo

antiporto_ fuori della città, presa la parola, molto dolevasi col

Guicciardini che i ribelli e i nemici di re Francesco, non solamente

fossero accolti nello Stato del papa, ma ricevessero anche fortissimi

ajuti contro l'accordo fatto molti anni prima a Bologna tra Leone e

Francesco: Alessandro Trivulzio con una compagnia di uomini d'arme, i

quali facevan sembiante d'essere soldati d'un conte Guido Rangoni

capitano del papa, tentò, se mai gli fosse stato possibile con

tradimento, di entrare in Reggio per la porta a Modena, ch'era

l'opposta a quella dove il Guicciardini e il Lescuns stavano

trattando.

In questo punto è il conte Galeazzo Mandello che ci torna innanzi, e

che in quel giorno fece tal cosa da meritarsi la nostra gratitudine.

La mattina se ne andava cavalcando fuori di quella porta, recandosi a

un certo luogo di delizie lontano qualche miglia da Reggio, dove aveva

una sua tresca. Questa parola (sebbene non sia conveniente intrecciare

a fatti di grave importanza cose troppo minute) ci costringe ad

accennare in brevissimo al modo onde si comportò il Mandello nel tempo

di sua dimora in Reggio. Esso non aveva dunque mai voluto far cosa che

per nessuna guisa avesse a far parlare di sè svantaggiosamente. In

faccia a tutti voleva essere un patrizio modello, tra i primi nel

campo della discussione, tra i primi nel dare esortamenti e consigli,

tra i primi nel far disegni e progetti. Ma dopo aver speso due terzi

del giorno in così gravi cure gli rimaneva ancora molta vitalità da

espandere, e in quanto alle tentazioni della concupiscenza e

dell'intemperanza, non avevano potuto esser vinte in tutto e per

tutto. Perciò di nascosto e di queto, s'era procurato taluni

passatempi, e di tale precauzione usava in quei suoi contrabbandi, che

nessuno erasi mai accorto di nulla. Avendo dunque passata tutta intera

la notte in lunghi ragionari col governatore, col Morone, col

Palavicino, i quali quasi sempre avevano ad ammirare l'aggiustatezza

delle sue considerazioni, la mattina volle darsi un po' di sollievo, e

però s'incamminava per dove egli sapeva. Ma lungo il cammino nacque

tal circostanza da fargli cambiar di proposito. A qualche distanza

dalla città si trovò impacciato in mezzo a gran numero d'uomini

d'armi. Non sapendo cosa pensarne, domandò se fossero mai soldati del

monsignore di Lescuns. I più che gli passan d'accosto non gli

rispondono; ma un giovane, il quale pareva aver qualche grado:--Siam

soldati del papa, illustrissimo, e siamo capitanati dal conte Guido

Rangoni.

Il Mandello mentre stava ascoltando s'accorse di un tal lezio fatto da

codesto giovane ad uno che gli veniva d'appresso, e quando si fu di

poco allontanato li udì sghignazzare. Fra que' soldati sentì poi

taluno che parlava il dialetto milanese, tal'altro il francese. Udì

finalmente pronunciato il nome di Alessandro Trivulzio. Sapeva esser

il governatore, per la venuta del Lescuns, fuori di Reggio, e

l'attenzione di tutti esser vòlta a quanto sarebbe uscito da tal

conferenza. Però il vedere tanti uomini d'armi, le parole ingannevoli

del giovane che gli aveva parlato e il nome del Trivulzio, gli diede

molto a pensare, e così, messi da parte i sollazzi che l'attendevano,

diede di sprone, al cavallo, e fingendo di allontanarsi da Reggio

sempre più, diede di volta a tempo, e a galoppo serrato se ne venne in

città. Fatta chiudere la porta a Modena, chiamò tutti nel palazzo del

governatore, e colà espose i propri sospetti.

--Vi esorto, disse, quanti siete qui a prender l'armi di subito, ed a

montare a cavallo. Fuori di porta a Modena ci si prepara al certo

qualche bel fatto. Codesto monsignore di Lescuns, non volendo esser

molto dissimile da quel tristo di suo fratello, mentre se ne sta

confabulando col Guicciardini, avrebbe presto il modo per coglierci

tutti all'impensata. Fuori un miglio dalla città son cavalli e fanti

condotti dall'Alessandro Trivulzio. Il caso volle che fiutassi

qualcosa, ed è impossibile m'abbia preso abbaglio. Dunque altro non ci

rimane che d'uscir tosto e gettarci su costoro e sgominarli. Questo

Trivulzio appartiene ad una casa alla quale ho sempre desiderato ogni

male possibile. Io sono una pasta di zucchero, ma se in me nasce un

odio, state certi che è per qualche cosa. Se dunque quell'altro Gian

Giacomo, che alcuni sciocchi chiamano il Magno, morì di crepacuore in

Francia, e scontò la più imperdonabile delle colpe, quella di essersi

adoperato con ogni sua possa per desolare quella patria ove fu

indegnissimo di nascere, io vi scongiuro quanti siete qui a condurre

oggi le cose in modo perchè anche codesto Trivulzio abbia a restar

morto.... Non importa se sarà il crepacuore, o un colpo di spingarda,

o una palla d'archibuso, basta che muoja, torno a dirvi; però ve lo

raccomando quanto so e posso, che dopo canteremo insieme il più

giocondo _Te Deum_ che mai sia uscito da gola d'uomini. Che Gian

Giacomo e questo Alessandro abbiano di grandi virtù militari e molto

ingegno, io non sarò già quello che lo neghi, ma è ciò appunto per cui

sento contro a costoro un'ira che mi divora, considerando quanto bene

avrebber potuto fare al paese comune se non fossero stati così infami.

Dunque, se l'uno è morto, costui lo segua di corto, e sia una mano

milanese che faccia le vendette su questo Milanese indegnissimo, e dia

una lezione memorabile ai traditori di tutti i paesi.

Il conte Galeazzo Mandello non aveva finito di pronunciare queste

parole che alcuni Reggiani entrarono in folla nel palazzo del

governatore, ad avvisare che alla porta a Modena una grossa mano di

cavalieri e di fanti minacciava di voler entrare nella città. Il

Palavicino corse ad ordinare i proprj soldati; quanti Milanesi orano

in Reggio furon presto a cavallo; il Mandello si mise pedestre con

taluni fanti, armato d'archibuso. Comandati dal Palavicino, presto

comparvero alla porta della città, e di là usciti improvvisamente e

con grand'impeto respinsero gli assedianti. Una sanguinosissima zuffa

s'impegnò, che durò qualche ora. Alessandro Trivulzio combatteva

anch'esso, e pareva che la più santa delle cause gli comunicasse il

valore. Ma il Mandello, quando s'accorse di lui, mai non lo perdette

di vista. Armatosi d'archibuso per poterlo cogliere anche da lontano,

sempre gli aveva posto la mira, e finalmente una palla, squarciando

l'aria, fischiò a compir la vendetta, e trapassato il petto del

Trivulzio, lo rovesciò da cavallo. Il conte Galeazzo, soverchiando

tutti i rumori, con una voce tonante fu udito da tutti allora a

pronunciare le seguenti parole:--Questo colpo ti viene da un Milanese;

va a raccontarlo a Gian Giacomo.--Colla morte di Alessandro Trivulzio

cessò la zuffa, e i suoi più non fecero che darsi ad una rapida fuga.

I Milanesi condotti dal Palavicino e dal Mandello tornarono in città,

e in quel giorno fu un insolito tripudio.

Saputa una tale insidia e un tal esito, il Guicciardini che ancora

trovavasi con monsignore di Lescuns, e con belle e prudenti parole

attendeva a declinare ogni sua pretesa, improvvisamente cangiò modi, e

rinfacciando al Lescuns il vilissimo tradimento, lo investì con tal

procella di parole, da sbaldanzirlo affatto e costringerlo a partirsi.

Scornato e vergognoso della rotta che i soldati del Trivulzio avevan

patito, sgomentato del numero e del valore dei ribelli lombardi che

trovavansi in Reggio, e maledicendo la propria fortuna la quale avealo

messo al posto del Lautrec nel momento più pericoloso, si pose in quel

dì stesso in viaggio per Milano.

Giunto a Piacenza, quando stava per mettersi co' suoi nelle barche

onde passare il Po, due soldati colla buffa al viso che un momento

prima erano balzati a terra, domandarono di lui. Un solo gli parlò

senza scoprire la faccia.

--So la rotta che hai toccata, gli disse colui, so la morte del

Trivulzio e la baldanza de' ribelli rifugiati a Reggio. Ma di costoro

porto fede che, in poco di tempo, non rimarrà più nemmanco la pelle, e

farò mettere a fuoco e fiamme la città che li ricetta; solo mi pesa

ch'essa abbia così stretto circuito. Del resto tu hai fatto malissimo

a tentar costoro senza apparato di sorta e senza aspettar me; te l'ho

pur detto di non far nulla senza il voler mio, così ti giovi l'avviso.

--Ma perchè sei qui tu adesso?

--Perchè non devo essere altrove; prima di tornare in Lombardia ho a

spacciarmi di tal faccenda che m'imbroglia la testa da anni, perciò

son qui per andarmene più giù; e se mi vedi in tal arnese è indizio

ch'io non voglio si sospetti da nessuno ch'io sia arrivato di Francia,

capisci tu? nessuno.... e se costoro ti domandassero di me.... trova

qualche storia da inventar loro, ma non nominarmi. È tal faccenda per

cui mi vorrà, credo, poco tempo, se la fortuna e il diavolo mi

aiuteranno. Va dunque, va a Milano ad aspettarmi.

Ciò dicendo senza più altro, salendo a cavallo mentre gli altri

saltavano nelle barche, continuò il suo cammino.

Il lettore in costui ha già riconosciuto il Lautrec, ma prima di

rifarci con lui, e di cercare per qual fine, venuto di Francia in

tutta segretezza, ora attraversasse l'Italia incognito, bisogna che ci

fermiamo in Reggio per qualche poco ancora.

La morte del Trivulzio e la partenza, per non dire la fuga, del

Lescuns, quantunque non fossero fatti della più grave importanza,

avevano di molto accresciuto il coraggio e le speranze di coloro che

la Francia, e chi stava per Francia, chiamava ribelli. Si entrava già

nel 1521 e il Morone riceveva da Roma un forte soccorso di danaro

affine di giovare l'impresa, e con quello alcune lettere che lo

assicuravano esser imminente l'ora che tra Leon X e Carlo V sarebbesi

fatta la lega per cacciare i Francesi d'Italia. L'ambasciatore di

Carlo, il quale trovavasi in Roma, assicurava intanto che il giovane

duca Francesco Sforza, il quale nelle Fiandre s'era trovato

coll'imperatore, da questo avea tenuto altri mezzi per accrescere il

numero della gente con cui dovea tentarsi un primo colpo.

La sera che nella gran sala del palazzo del governatore, il Morone

comunicò tali notizie alla numerosa folla dei Milanesi, i quali

attentissimi lo stavano ascoltando, rivoltosi improvvisamente al

Palavicino:

--Ora io penso, disse, che tu non debba aspettar altro, e tosto ti

metta all'opera. Qui c'è qualche migliajo di soldati che dipendono da

te. Francesco Sforza in Germania ha pure messo insieme della gente che

bensì dipende da lui, ma alla quale per adesso non gli è concesso di

comandare in persona. Io vi esorto dunque, quanti siete qui, a metter

fuori il vostro parere sulla questione ch'io propongo, ed è questa: Se

al Palavicino convenga recarsi in Germania, accostarsi a Francesco,

farsi capo della sua gente, con quella calar giù di queto per

impadronirsi di quella città del ducato di Milano che più dell'altre

porga qualche facilità di riuscita; o piuttosto uscire adesso di

Reggio colle forze che abbiamo e coll'altre che sì potranno in breve

mettere insieme, e intanto che monsignore di Lescuns non è preparato,

assalirlo. Comincierò dunque dal metter fuori il mio parere, ed è che

il Palavicino s'attenga al primo partito. Dite ora voi, messer

Francesco, s'esso vi paja il migliore.

--In Germania necessariamente vi debbon essere maggiori forze e meno

ostacoli, rispose il Guicciardini; d'altra parte, per quella via, le

prime mosse non potrebbero essere esplorate. Qui invece le notizie

precederebbero l'azione. Non ci può dunque esser dubbio.

--La sentenza del nostro governatore, soggiunse allora il Morone,

potrebbe bastare senza più altro. Pure se v'è taluno qui che abbia

altro pensiero, si faccia sentire.

A queste parole successe nell'adunanza un lungo silenzio e nessuno si

alzò per parlare.

--Un tal silenzio mi avvisa che voi tutti portate un'opinione medesima

intorno al punto da cui il Palavicino ha da partire. Il disegno è

dunque fatto, non ci resta a far altro che colorirlo. Ma anche qui ci

potrebb'essere disparità di pareri, ed è necessario sentir tutti

perchè il consiglio migliore sarà seguito. Parla dunque tu pel primo

in proposito, marchese Palavicino, che n'hai il diritto.

Dopo lunga pausa, durante la quale tutti gli sguardi erano rivolti in

lui:

--Se il punto di partenza è la Germania, disse Manfredo, la prima cosa

a cui si devo pensare è la via per cui di là si ha a calare in Italia.

Queste, per non parlare delle altre che essendo frequentate non sono

favorevoli al nostro segreto, possono esser due, o pel Tirolo o per la

Svizzera; ma ciò dipende troppo dalle momentanee circostanze perchè si

abbia a stabilire adesso quali delle due esser debba. Bensì si può

stabilire il cammino da farsi, varcate che sian l'Alpi, e la città

lombarda, su cui, venendo da quella parte, si possono fare i primi

tentativi, e qui mi pare tutto si disponga da sè. Sia che si venga

dalla Svizzera o dal Tirolo, sarebbe dunque mio pensiero prendere pel

Lago di Como e volgere le nostre mire a questa città. Ho detto.

--E benissimo avete detto, prese allora la parola un mercante

lombardo, ma non so se sappiate quanto sia arduo il varco delle Alpi

tanto a chi viene dalla Svizzera come dal Tirolo, e che in questi

luoghi se non sì trovano ostacoli d'uomini, si trova quello della

natura selvaggia e deserta. Tuttavia state di buon animo che più d'una

volta ho fatte queste vie, e se mai non ho cavato grand'utile da que'

disastrosi viaggi, credo d'averlo a cavare adesso, e sia lodato Iddio.

--Quand'è così tu sarai compagno a Manfredo, gli disse il Morone.

Intanto se v'è qui chi abbia qualche buon pensiero lo invito a

metterlo fuori.

--L'altro mio pensiero è questo, riprese allora la parola il

Palavicino. Siccome io debbo recarmi solo per adesso in Tirolo e tutti

gli uomini d'armi che ho messi insieme in Rimini ho a lasciarli qui,

così penserei d'affidare costoro al conte Mandello, il quale, come

gliene verrà avviso, dovrà (non faccio che metter fuori un pensiero)

recarsi a chiudersi con essi nel castello di Marsiglio Figino, il

quale so che sta con noi di buonissima voglia. La posizione del

castello, non essendo lontano all'Adda e fuori d'occhio affatto, non

può esser migliore. Chiuso in esso con questa brava gente che tengo al

soldo, e che molto bene è addestrata, tu devi aspettar ch'io dalla

Svizzera o dal Tirolo mi sia già messo sul lago... Allora esci dal

castello, rimonti l'Adda, e su su pel ramo di Lecco vieni alla mia

volta; qui ci congiungiamo. Il resto non v'è chi nol veda.

A tutti parve bellissima questa pensata di Manfredo, che sentì

scoppiare gli applausi da tutte le parti della sala.

--Dunque, continuava Manfredo, io mi porrò tosto in viaggio e domani

senza perder tempo tornerò per poco a Rimini a prender commiato dalla

duchessa, alla quale io e quanti siam qui dobbiamo avere assai

gratitudine, giacchè, per aiutare la nostra impresa, ne ha dato

facoltà di giovarci delle sue ricchezze.

Il Morone si oppose a quest'andata di Manfredo, e trovando del resto

assai ragionevole che alla duchessa Elena fosse dato avviso del

viaggio di lui in Germania, consigliò fosse per questo spedito a

Rimini il Corvino o talun altro. Ma il Palavicino stette ostinato

nella volontà sua e si mise a cavallo il dì dopo.

Precediamolo a Rimini, dove un grave avvenimento sta preparandosi.

Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana · 第 47 / 57 题