Staccandoci adesso dal Palavicino, ci bisogna risalire qualche mese
addietro per dar conto di quel fatto accennato di volo nella lettera
del Morone al Guicciardini.
Il lettore si ricorderà certamente del modo onde il figlio di
Giampaolo Baglione fu accolto a Roma dal papa, e come declinando ogni
domanda di lui gli si desse a divedere, che per troncare tutte le
vertenze esistenti tra la Santa Sede e la città di Perugia fosse
indispensabile la presenza di Giampaolo stesso.
E le cose in fatto s'eran lasciate a tal punto che il giovane
Baglione, senza essersi innoltrato di un passo, era stato costretto
ritornare presso il padre.
Se non che un'altra violenza commessa da Giampaolo contro la persona
del fratello Gentile, (il quale volendo far valere alcuni suoi diritti
sulla città di Perugia, ne era stato duramente cacciato) aveva
costretto il pontefice a citar nuovamente il Baglione a Roma perchè
desse conto di quanto aveva operato. E il signore di Perugia, dopo
essersi scansato qualche poco, quando udì che il pontefice era
irrevocabile nella volontà sua, e cominciando a vivere in qualche
timore di lui che accennava di accostarsi a Carlo e di farsi con ciò
più forte, gli scrisse che, sebbene si trovasse in pessima condizione
di salute, tuttavia per aderire al suo desiderio, sarebbe venuto a
Roma, purchè gli si mandasse un salvacondotto; senza del quale però
(protestava nel fine della lettera) non avrebbe mai lasciato Perugia,
e non potendo altro, avrebbe provveduto a fortificarsi in casa propria
e mettersi in tal condizione da respingere qualunque assalto delle
forze pontificie.
Quando giunse a Leone questa lettera del Baglione, siccome era unico
suo fine di trarlo a Roma, per commetterlo alle mani della giustizia,
punirlo di tutti i suoi delitti e liberare Perugia dall'atroce suo
dominio, indispettito gettò il foglio sul tavolo, pensando che la
proposta del salvacondotto, opponendosi al suo fine principale, lo
costringeva anche ad abbandonare tutti i progetti che avea fatti su
Perugia.
Tutto ciò era avvenuto un mese prima all'incirca che il Palavicino si
partisse per Milano, e fin d'allora il Morone essendosi presentato ad
una udienza del papa, per sollecitarlo a determinarsi in aiuto della
Lombardia e dello Sforza, ebbe ad udire da lui le seguenti parole:
--Quello che vi abbiamo promesso sarà fatto; non aspettiamo che il
momento opportuno, e lasciate in prima si riesca a qualche buon fine
con questo Martin Lutero che non lascia riposare il mio pensiero in
nessun'ora del di. Così avessimo potuto toccar l'intento nostro sul
Baglione; ma quel vostro milanese non ebbe finora che stupende parole,
e Giampaolo non pare destinato a subir la pena de' suoi delitti.
Il Morone non rispose, ma trovatosi poi coll'Elia Corvino, gli riferì
le parole di Leone, parlandogli del salvacondotto domandato dal
Baglione.
Siccome le nozze tra il Palavicino e la duchessa Elena avevano a
succedere tra breve, così il Morone si confidò non poter esser causa
di nessun contrattempo, se per avventura la Ginevra fosse rimasta
libera di sè; perciò con quelle parole avea creduto di sollecitare
l'Elia Corvino a mettere in movimento i suoi congegni, più che per
altro, per gratificarsi il pontefice.
E di fatto non furono pronunciate inutilmente, perchè l'Elia da quella
notizia tosto fu condotto a fare un disegno, e dal disegno passò
subito all'opera.
Un giorno egli si recò a far visita ad un protonotario apostolico col
quale era venuto in certa intimità, e trattenutosi a lungo con lui,
infine gli domandò se avesse qualche bolla pontificia, o enciclica, o
lettera qualunque scritta di proprio pugno del santo padre.
Il protonotario gli rispose che ne aveva infatti, e gliene mostrò
alquante.
--Sentite, reverendo, gli disse allora il Corvino, a me bisognerebbe
una di queste encicliche per sei o sette ore
--Purchè me la rendiate domani, non ho difficoltà nessuna a darvela.
Così il Corvino si partì coll'enciclica scritta di propria mano di
Leone.
Ridottosi alla propria casa, presa una pergamena cominciò a ridurla
press'a poco della grandezza della pergamena pontificia. Si mise
quindi a studiare con grande attenzione il carattere di Leone e ad
osservarne minutamente la struttura di ciascuna parola; poi prese
alcune penne, gli fece il taglio con molta diligenza; finalmente, dopo
averle provate e riprovate, stese su d'un piccolo foglietto di carta
un abbozzo di scrittura che si provò a ridurre sui frastagli della
pergamena che avea tagliata. Fece così qualche replicato
esperimento... si alzò stropicciandosi le mani in atto di una certa
soddisfazione, poi disse:--Se questo mezzo non vale, sfido il diavolo
a trovarne uno migliore!
E sedutosi di nuovo, si mise a far la copia dell'abbozzo di scrittura
che avea stesa un momento prima, guardando, mentre copiava, ad ogni
parola dell'enciclica e facendo gli opportuni confronti. Com'ebbe
finita una tale operazione per la quale gli vollero più di tre ore,
tanta fu la lentezza onde pensò di condurla a perfezione, e si fu al
punto di fare la firma, ossia di copiare precisamente quella che
leggevasi sotto l'enciclica, lasciò cadere la penna e balzò in piedi.
Un forte turbamento lo aveva assalito. Si mise a passeggiare
affrettatamente per la camera fermandosi ad ogni tratto in gran
pensiero.
--Eppure, diceva, se guardiamo al fine chi può fare adesso
un'operazione più meritoria, più benefica, più santa della mia?... Si
tratta di trentamila e più persone alle quali per me, sarà concesso di
trarre il respiro con più libertà di prima... Si tratta di dare un
esempio terribile a tanti scellerati... Si tratta di tornare a vita
quella sventuratissima Ginevra Bentivoglio, togliendole d'appresso un
uomo così osceno, così atroce, e dal quale, da un momento all'altro,
per un semplice sospetto, potrebbe esser fatta morire. Cose di una
così grave, di una così vicina importanza dipendono or dunque da me,
da uno sgorbio imitato con più o meno di precisione!
E tornava a passeggiare.
--Ma il mezzo è detestabile, esclamò poi, ma è tale che nelle vie
della legge, per chi n'è l'autore, son preparate la corda e la
galera... e in una tale circostanza, e in tali relazioni, e in tal
luogo... la cosa diventa più seria che mai... Se dovessi obbedire a
quel turbamento, a quel tremore insolito, da cui sono assalito in
questo punto... non dovrei far altro che dare alle fiamme tutte queste
carte, e non pensarci più e uscire di qui e prepararmi a sopportare la
taccia di scimunito piuttosto che quella di ribaldo.... O uomini
ricchi, e indipendenti dall'impero del bisogno, e che, standovi a
dondolare non avete che bestemmie per chi si trova in condizioni pari
alla mia, venite a vedere a che tormentose lotte ci troviamo costretti
quando l'onnipotenza delle circostanze ci stringe alla gola!... Egli è
vero bensì, che s'io dicessi al Morone di provvedere al mio
mantenimento, giacchè egli stesso m'ha tirato in Roma... forse lo
farebbe... Ma è una fatalità la mia che oramai mi pesi più la taccia
di scimunito che quella di ribaldo!!
Dopo molto contrasto si decise finalmente, e copiò la firma ch'era
sotto l'enciclica con molta precisione.
--Se per salvare trentamila uomini, esclamò poi com'ebbe finito, quasi
sarebbe stato lecito sagrificar trenta innocenti, a che si riduce
quanto ho io fatto adesso?... Non ci pensiamo dunque più.
Il dì dopo si recò ad una udienza di Leone, gli disse: Aver trovato
finalmente il modo infallibile di tirare il Baglione a Roma, e perciò
volesse concedergli un mandato presso di lui.
Così, non essendovi stato nessun ostacolo, in quel dì stesso egli
partì per la città di Perugia dove arrivò due giorni dopo insieme a
due messi apostolici, e di là trasferissi al castello situato sul lago
Trasimeno, dove il Baglione soleva passare la maggior parte dell'anno.
Quando Giampaolo seppe esser giunti gli incaricati del pontefice,
sperando bene ed essendo impaziente di sapere quel che recavano, se li
fece condurre subito innanzi.
Il Corvino, esposto il motivo della sua venuta:
--Premendo assai, disse, a Sua Santità di abboccarsi direttamente con
voi, ha creduto di contentarvi accordandovi il salvacondotto. Ora
converrà che provvediate a partire di subito, perchè il santo padre
non desidera si vada troppo per le lunghe.
Giampaolo, il quale se ne stava sprofondato in un'immensa sedia a
bracciuoli, sforzatosi a sgranchire le membra con una lentezza quasi
dogliosa, si fece consegnare il salvacondotto, che lesse attentamente
parola per parola.
--Così va bene! disse come l'ebbe letto. Adesso trovo ragionevole
ch'io pure abbia a far visita alla capitale di tutta cristianità. È
cosa assai strana, caro mio, soggiunse poi volgendosi al Corvino, che
trovandomi a così poca distanza io non abbia ancora messo il piede in
Roma, mentre v'è chi vi accorre dagli ultimi confini della terra.
Ma.... la colpa è tutta di S. Pietro che mi guardò sempre di mal
occhio.... Domani dunque partiremo per Roma, ed oggi voi sarete miei
ospiti. Spero che le cose vorranno raccomodarsi al tutto così, tanto
più che il papa ne deve avere il massimo interesse, e non gli può
uscir di mente che i Francesi sono miei amicissimi.
--Che l'accomodamento sarà per essere intero, io ne sono quasi certo,
rispose il Corvino e dopo altre parole avute col Baglione si ritrasse
coi colleghi nell'appartamento che gli fu assegnato.
In quel giorno, mentre s'indugiava in taluna delle anticamere del
palazzo della signoria, ebbe per caso a vedere la Ginevra Bentivoglio
che passava in mezzo ad alcune sue donne, e vide lui. Il turbamento e
la commozione straordinaria onde in quel punto fu presa l'infelice
donna, non poterono sfuggire agli occhi esperti del Corvino, il quale
fu per volgerle il discorso, ma che si contenne vedendo che la Ginevra
fu anch'essa per uscire in qualche parola e non osò.
Fin dalla prima volta in cui l'Elia erasi recato a Perugia, ella dalle
parole di lui, che in faccia del Baglione medesimo seppe parlare senza
far nascere pur ombra di sospetto, aveva potuto raccogliere alcune
notizie risguardanti il Palavicino: troppo scarse notizie, ma tuttavia
valide abbastanza per sommovere più che mai l'anima di lei, da tanti
anni assiduamente avvolta in una tetra mestizia. Per quanto la virtù
nella Ginevra costituisse, a dir così, come una seconda natura, per
quanto ella si sforzasse con una fatica insistente della volontà a
rintuzzare taluni pensieri, pure questi, assai più forti della sua
medesima volontà, non le concessero mai la consolazione dell'oblio.
Quante volte nel mezzo delle sue donne, fra il tumulto delle mense,
trovandosi presso al marito, oppressa dal cumulo delle memorie, più
non bastando a dominarsi, avea dovuto cercare un pretesto per
togliersi agli occhi altrui e ritirarsi a sfogare in segreto il suo
immenso affanno!
Ed ora, come rivide il Corvino, della cui venuta non era stata
avvisata, ne fu tutta commossa. La presenza di lui che aveva tentato
strapparla dalle mani del Baglione e di congiungerla al Palavicino,
tanto la prima che questa volta fece nascere in lei delle vaghe
speranze, Ella era così terribilmente oppressa, così insopportabile
era la ragione di sua vita, che non le parea vero non volesse Iddio
prepararle un conforto; però anche in questa, come in altre mille
occasioni, dovette togliersi di mezzo dalle sue donne e chiudersi
nelle sue stanze per gettarsi con libertà in que'pensieri appunto che
sorgendo di tratto in tratto avevano potuto mantenerla in vita. E là,
volgendo macchinalmente il suo sguardo sul Trasimeno, si lasciò andare
a que' vaneggiamenti della speranza che al primo mettendo l'anima in
un tumulto piacevole, l'abbandonano poi in quella desolazione che fa
nascere il desiderio di morire. E schierandosi innanzi il passato, e
fermandosi al punto in cui ella si trovò nella carrozza col Palavicino
e fuggì seco dalle feste e da Milano per poi essere disgiunta da lui
per sempre, e sovratutto non potendo vincere il rimorso d'averlo
abbandonato in quel duro modo dopo tante promesse, si sentì tutta
scombinata... ma qui, fidando nella costanza inalterabile dell'affetto
di lui, pensò se, a confortarlo, le fosse stato lecito fargli avere
qualche nuova di sè stessa. Ferma in questo pensiero, l'immagine di
Manfredo le compariva innanzi come se fosse lui stesso.... Oh come una
tale contemplazione la teneva assorta! come sospendeva ogni altro suo
pensiero! Che intensità d'affetto! e insieme quanta innocenza in
quella sventuratissima donna!
Ma la tentazione di far sapere qualche nuova a Manfredo Palavicino
l'assalì più che mai, e sebbene l'intemerata virtù sua l'avvisasse che
in ciò v'era una colpa, pure fu così prepotente l'impeto del suo
affetto, che pensò di non tenerne conto.
In quel giorno stette sulle ali per vedere d'aver a trovarsi un
momento coll'Elia Corvino e parlargli, e benchè s'accorgesse esservi
il pericolo di destare qualche sospetto nel vecchio marito, se mai
fosse stata da lui veduta, tuttavia non abbandonò il suo pensiero.
Intorno all'ora di sera, potè accorgersi ch'egli erasi recato ne'
giardini del castello, e sapendo che il Corvino era negli appartamenti
assegnatigli, e ne poteva uscire da un momento all'altro, s'indugiò a
lungo in quelle anticamere. Esso finalmente uscì. Quand'ella però fu
al punto di dover parlargli, si perdette d'animo e quasi fu per
fuggire. Se non che il Corvino, accortosi ch'ella desiderava qualche
cosa, e penetrando nei pensieri di lei, credette bene di prevenirla.
I vostri desideri saranno appagati, le disse sottovoce guardandosi
intorno.
La Ginevra non rispose a tutta prima e si recò agli usci per sentire
se veniva qualcheduno, poi leggiera leggiera e come volando s'accostò
all'Elia....
--Raccontategli quel che avete veduto, gli disse. Recategli i miei
saluti: ch'ei li consideri, qual faccio io, come quelli d'una sorella
ad un fratello, e che sopporti con rassegnazione questa misera vita.
Qui gli occhi le si empierono di lagrime; il Corvino ne fu intenerito
oltremisura.
--Farò quello che mi dite, le rispose poi, e forse... Sperate
insomma... voi mi state sul cuore...
La Ginevra gli strinse ambedue le mani con una gratitudine, con una
compunzione, con un entusiasmo insolito... fu per pronunciare qualche
altra parola, ma non potè... che la passione la rendeva muta.
Ma improvvisamente, udito un rumore, fu costretta a lasciarlo e fuggì
e si ricondusse nella propria stanza. Un pianto dirotto le alleggerì
l'animo esuberantemente oppresso.
L'Elia Corvino non potè mai più dimenticarsi di un simile momento. E
non è a dire qual compiacenza egli avrebbe provato in sè stesso
pensando, che il dì dopo Giampaolo Baglione avrebbe viaggiato a Roma
per non tornare indietro mai più! se non ci fosse stato l'intrigo del
matrimonio di Manfredo colla duchessa Elena, signora di Rimini!!
Nel giorno successivo, il magnifico signore di Perugia, accompagnato
da un seguito non molto numeroso, dai due messi del papa, e dall'Elia
Corvino, si mise in viaggio per Roma dove arrivò in sul finire di
dicembre, in que' giorni medesimi che il Palavicino viaggiava per
recarsi a Milano e per cadere nelle insidie del Lautrec. Combinazione
singolare di avvenimenti, pe' quali pareva che una mano invisibile
disponesse quelle lontane fila a farle poi convergere ad un punto!
Essendo stati spediti innanzi corrieri ad annunziare la venuta del
Baglione, il papa pensò bene di trovarsi in castel Sant' Angelo
intorno all'ora che colui sarebbe entrato in Roma.
Di fatto, quando v'entrò col seguito, essendosi diretto al Palazzo
Vaticano, di là fu tosto dal capitano Annibale Rangone, condotto al
castello, dove gli fu detto trovarsi il pontefice. Vi si trasferì
tosto insieme al Corvino (il quale benissimo aveva compreso perchè
Leone aveva pensato di ricevere in castello l'ospite da tanto tempo
aspettato) e cercato del papa, ebbe da lui poche parole e tosto fu
lasciato solo... solo per pochi momenti, perchè il castellano con una
mano di soldati pontificii vennero a levarlo per condurlo nelle
secrete.
Racconteremo a suo luogo quel che avvenne in quest'occasione; diremo
intanto che il processo contro il signore di Perugia durava già da
qualche tempo quando Manfredo Palavicino, staccatosi, al paesello di
Diedo, da' suoi compatriotti e dal Mandello, s'era messo in viaggio.
La notizia dell'andata del Baglione a Roma e della sua cattura, e del
processo, presto, come dovea succedere, si divulgò e per la prima
volta giunse all'orecchio di Manfredo quando questi ebbe a passare per
Faenza. Vi si diceva esser stata delegata una Commissione espressa per
giudicarlo, aver quel tiranno confessato così orribili delitti da non
parer vero che una creatura umana avesse potuto arrivare a tanta
enormezza, che per conseguenza altro non era ad attendersi fuorchè la
sua condanna. Vi si parlava inoltre della giovine moglie di lui,
intorno alla quale la voce pubblica propalava fatti che mai non erano
avvenuti, ma che si accordavano molto bene colle atroci storie delle
altre mogli del tiranno di Perugia. Il Palavicino udiva ogni cosa,
udiva, e tanto era forte il suo stupore, che quasi non volea prestar
fede a tutte quelle voci; ma più s'innoltrava nel suo viaggio, più
quelle voci crescevano, e passando presso Perugia potè assicurarsi di
tutto.
Or come un avvenimento così inaspettato non lo doveva condurre a
pensare alla Ginevra Bentivoglio, i di cui destini già egli avea
creduti indissolubilmente legati ai propri? Il tempo e alcuni fatti
pur troppo contrari avevano bensì potuto distruggere affatto
quell'ingenua fiducia. Ma adesso come non dovea risorgere per una
combinazione di cose tanto straordinaria!!
E il Palavicino difatto ne fu sbalordito; insieme all'antica fiducia
risorse anche l'amore antico, e quando fu in veduta della città di
Perugia, e si richiamò le sensazioni che un mese prima viaggiando di
fretta a Milano avea provato, ripensando anche allora alla Ginevra,
provò una forte tentazione di cogliere quell'occasione che il Baglione
era in Roma, per mettere il piede in Perugia, per recarsi nel palazzo
della signoria ed entrare nelle stanze della Ginevra, e vederla e
parlarle... dopo tanti anni, dopo tanti patimenti... dopo l'assoluta
disperazione d'averla ad abbracciare mai più. E già spingendo il
cavallo alla volta di quella città, e considerando che tra poco la
Ginevra sarebbe stata libera di sè, provò una gioia insolita...
provò... ma come poteva essere intera?... come poteva durare più che
un istante?... E così fu di fatto... e a quella gioia s'attraversarono
sgarbatamente tutti gli altri suoi pensieri.... considerò da chi era
aspettato in Roma... considerò con quante, con quali promesse s'era
avvinto alla duchessa Elena!... Pensò non essergli oramai più
possibile di dare un passo addietro, senza incontrare guai terribili
per parte di lei, per parte del Morone che voleva quel matrimonio, e
lo voleva per uno scopo così importante, per l'unico scopo anzi, al
quale Manfredo ben si ricordava d'aver giurato in un terribile momento
della sua vita, di voler sempre posporre ogni privato affetto!...
La faccia che ridente di tante speranze, egli teneva alta guardando le
mura di quella città, l'abbassò allora istantaneamente insieme ad un
piegar lento del collo e del busto, come se un peso insopportabile gli
fosse stato messo in sul dosso... E il cavallo che a corsa sospingeva
verso Perugia, con un tratto di freni repentino fece ripiegar sulle
anche e dare di volta.... confuso, abbattuto sconsolato, si rimise
sulla gran via che conduceva a Roma...
Vi giunse alcuni giorni dopo, e pensando esser debito suo, prima di
scavalcare alla propria casa, di recarsi tosto al palazzo Aurelio, al
palazzo della duchessa Elena, lo fece di fatto.
Era verso sera; il Palavicino soprapreso da quella specie d'agitazione
che di solito veste chi sa d'avere fra poco ad esser causa di un forte
commovimento, attraversò le vie di Roma che conducevano al palazzo
Aurelio. Quando, svoltando il canto, vi gettò uno sguardo, sentì un
brivido per tutta la persona, tanti e così diversi affetti gli
tumultuavano nell'animo; attraversò così la piazza... entrò col
cavallo, passò sotto l'androne della porta che rintronò allo scalpito,
d'un salto discese lasciando le briglie del cavallo all'uomo che aveva
seco, e di volo salì i gradini dello scalone. Era l'ora di pranzo,
v'era molta gente dalla duchessa; come voleva la consuetudine; nelle
anticamere era un ire e redire continuo di servi, di fanti, di
camerieri e di donne. Ma quando il Palavicino entrò e fu riconosciuto,
un grido sorse fra quella gente di servizio, e tosto fu un uscire di
tutti per correre a darne avviso alla duchessa, di modo che Manfredo
non potè nemmeno, come ne aveva il desiderio, raccomandar loro di
parlare in segreto alla duchessa, senza che gli altri se ne
avvedessero per non far troppo tumulto.
Ma subito un tumulto di voci, di passi, un rumore insolito lo avvisò
che quanti erano nel palazzo s'affrettavano allora per venire in
quell'anticamera, dov'egli stava di piè fermo.
La prima che, spalancando l'usciale, a corsa, in disordine, anfanata,
gli venne incontro, gli si gettò fra le braccia, lo baciò, lo strinse
a sè con una forza convulsa e prepotente, con un trasporto, con certe
parole che più presto parevan gemiti, i gemiti della gioia, fu la
duchessa Elena.
Le veniva presso il Morone, il quale da qualche tempo era sempre con
lei, e che non potè abbracciare il Palavicino, impedito dalla signora
che non l'abbandonò per un pezzo. Tutti gli altri commensali, i servi
medesimi gli si affollarono, gli si chiusero intorno gridando,
applaudendo delle mani, tanto il contento della duchessa era contento
per tutti!! Fu uno spettacolo strano e commovente, e il Palavicino,
vedendo di quanta forza era amato da quella donna, di cui osservando i
trasporti, osservava anche la bellezza abbagliante, più abbagliante in
quel disordine stesso, fu tolto un momento dai pensieri che lo avevano
accompagnato in tutto il viaggio, e non potendo resistere al
sentimento di una viva gratitudine, corrispose alle proteste d'amore
con altrettante.
Oh fruisci di quest'ora, di quest'ora fuggente, donna infelice... che
pur troppo quelle che verranno dopo, non avranno più nessun gaudio per
te. Oh ti distempra nel soave ed innocente affetto di quest'ora, ch'è
il tuo primo ed ultimo innocente affetto... gravissimi eventi stanno
accumulandosi sulla tua giovane vita, che delle tue colpe passate non
ti sarà concesso di scansare la pena!!