CAPITOLO XXV

Staccandoci adesso dal Palavicino, ci bisogna risalire qualche mese

addietro per dar conto di quel fatto accennato di volo nella lettera

del Morone al Guicciardini.

Il lettore si ricorderà certamente del modo onde il figlio di

Giampaolo Baglione fu accolto a Roma dal papa, e come declinando ogni

domanda di lui gli si desse a divedere, che per troncare tutte le

vertenze esistenti tra la Santa Sede e la città di Perugia fosse

indispensabile la presenza di Giampaolo stesso.

E le cose in fatto s'eran lasciate a tal punto che il giovane

Baglione, senza essersi innoltrato di un passo, era stato costretto

ritornare presso il padre.

Se non che un'altra violenza commessa da Giampaolo contro la persona

del fratello Gentile, (il quale volendo far valere alcuni suoi diritti

sulla città di Perugia, ne era stato duramente cacciato) aveva

costretto il pontefice a citar nuovamente il Baglione a Roma perchè

desse conto di quanto aveva operato. E il signore di Perugia, dopo

essersi scansato qualche poco, quando udì che il pontefice era

irrevocabile nella volontà sua, e cominciando a vivere in qualche

timore di lui che accennava di accostarsi a Carlo e di farsi con ciò

più forte, gli scrisse che, sebbene si trovasse in pessima condizione

di salute, tuttavia per aderire al suo desiderio, sarebbe venuto a

Roma, purchè gli si mandasse un salvacondotto; senza del quale però

(protestava nel fine della lettera) non avrebbe mai lasciato Perugia,

e non potendo altro, avrebbe provveduto a fortificarsi in casa propria

e mettersi in tal condizione da respingere qualunque assalto delle

forze pontificie.

Quando giunse a Leone questa lettera del Baglione, siccome era unico

suo fine di trarlo a Roma, per commetterlo alle mani della giustizia,

punirlo di tutti i suoi delitti e liberare Perugia dall'atroce suo

dominio, indispettito gettò il foglio sul tavolo, pensando che la

proposta del salvacondotto, opponendosi al suo fine principale, lo

costringeva anche ad abbandonare tutti i progetti che avea fatti su

Perugia.

Tutto ciò era avvenuto un mese prima all'incirca che il Palavicino si

partisse per Milano, e fin d'allora il Morone essendosi presentato ad

una udienza del papa, per sollecitarlo a determinarsi in aiuto della

Lombardia e dello Sforza, ebbe ad udire da lui le seguenti parole:

--Quello che vi abbiamo promesso sarà fatto; non aspettiamo che il

momento opportuno, e lasciate in prima si riesca a qualche buon fine

con questo Martin Lutero che non lascia riposare il mio pensiero in

nessun'ora del di. Così avessimo potuto toccar l'intento nostro sul

Baglione; ma quel vostro milanese non ebbe finora che stupende parole,

e Giampaolo non pare destinato a subir la pena de' suoi delitti.

Il Morone non rispose, ma trovatosi poi coll'Elia Corvino, gli riferì

le parole di Leone, parlandogli del salvacondotto domandato dal

Baglione.

Siccome le nozze tra il Palavicino e la duchessa Elena avevano a

succedere tra breve, così il Morone si confidò non poter esser causa

di nessun contrattempo, se per avventura la Ginevra fosse rimasta

libera di sè; perciò con quelle parole avea creduto di sollecitare

l'Elia Corvino a mettere in movimento i suoi congegni, più che per

altro, per gratificarsi il pontefice.

E di fatto non furono pronunciate inutilmente, perchè l'Elia da quella

notizia tosto fu condotto a fare un disegno, e dal disegno passò

subito all'opera.

Un giorno egli si recò a far visita ad un protonotario apostolico col

quale era venuto in certa intimità, e trattenutosi a lungo con lui,

infine gli domandò se avesse qualche bolla pontificia, o enciclica, o

lettera qualunque scritta di proprio pugno del santo padre.

Il protonotario gli rispose che ne aveva infatti, e gliene mostrò

alquante.

--Sentite, reverendo, gli disse allora il Corvino, a me bisognerebbe

una di queste encicliche per sei o sette ore

--Purchè me la rendiate domani, non ho difficoltà nessuna a darvela.

Così il Corvino si partì coll'enciclica scritta di propria mano di

Leone.

Ridottosi alla propria casa, presa una pergamena cominciò a ridurla

press'a poco della grandezza della pergamena pontificia. Si mise

quindi a studiare con grande attenzione il carattere di Leone e ad

osservarne minutamente la struttura di ciascuna parola; poi prese

alcune penne, gli fece il taglio con molta diligenza; finalmente, dopo

averle provate e riprovate, stese su d'un piccolo foglietto di carta

un abbozzo di scrittura che si provò a ridurre sui frastagli della

pergamena che avea tagliata. Fece così qualche replicato

esperimento... si alzò stropicciandosi le mani in atto di una certa

soddisfazione, poi disse:--Se questo mezzo non vale, sfido il diavolo

a trovarne uno migliore!

E sedutosi di nuovo, si mise a far la copia dell'abbozzo di scrittura

che avea stesa un momento prima, guardando, mentre copiava, ad ogni

parola dell'enciclica e facendo gli opportuni confronti. Com'ebbe

finita una tale operazione per la quale gli vollero più di tre ore,

tanta fu la lentezza onde pensò di condurla a perfezione, e si fu al

punto di fare la firma, ossia di copiare precisamente quella che

leggevasi sotto l'enciclica, lasciò cadere la penna e balzò in piedi.

Un forte turbamento lo aveva assalito. Si mise a passeggiare

affrettatamente per la camera fermandosi ad ogni tratto in gran

pensiero.

--Eppure, diceva, se guardiamo al fine chi può fare adesso

un'operazione più meritoria, più benefica, più santa della mia?... Si

tratta di trentamila e più persone alle quali per me, sarà concesso di

trarre il respiro con più libertà di prima... Si tratta di dare un

esempio terribile a tanti scellerati... Si tratta di tornare a vita

quella sventuratissima Ginevra Bentivoglio, togliendole d'appresso un

uomo così osceno, così atroce, e dal quale, da un momento all'altro,

per un semplice sospetto, potrebbe esser fatta morire. Cose di una

così grave, di una così vicina importanza dipendono or dunque da me,

da uno sgorbio imitato con più o meno di precisione!

E tornava a passeggiare.

--Ma il mezzo è detestabile, esclamò poi, ma è tale che nelle vie

della legge, per chi n'è l'autore, son preparate la corda e la

galera... e in una tale circostanza, e in tali relazioni, e in tal

luogo... la cosa diventa più seria che mai... Se dovessi obbedire a

quel turbamento, a quel tremore insolito, da cui sono assalito in

questo punto... non dovrei far altro che dare alle fiamme tutte queste

carte, e non pensarci più e uscire di qui e prepararmi a sopportare la

taccia di scimunito piuttosto che quella di ribaldo.... O uomini

ricchi, e indipendenti dall'impero del bisogno, e che, standovi a

dondolare non avete che bestemmie per chi si trova in condizioni pari

alla mia, venite a vedere a che tormentose lotte ci troviamo costretti

quando l'onnipotenza delle circostanze ci stringe alla gola!... Egli è

vero bensì, che s'io dicessi al Morone di provvedere al mio

mantenimento, giacchè egli stesso m'ha tirato in Roma... forse lo

farebbe... Ma è una fatalità la mia che oramai mi pesi più la taccia

di scimunito che quella di ribaldo!!

Dopo molto contrasto si decise finalmente, e copiò la firma ch'era

sotto l'enciclica con molta precisione.

--Se per salvare trentamila uomini, esclamò poi com'ebbe finito, quasi

sarebbe stato lecito sagrificar trenta innocenti, a che si riduce

quanto ho io fatto adesso?... Non ci pensiamo dunque più.

Il dì dopo si recò ad una udienza di Leone, gli disse: Aver trovato

finalmente il modo infallibile di tirare il Baglione a Roma, e perciò

volesse concedergli un mandato presso di lui.

Così, non essendovi stato nessun ostacolo, in quel dì stesso egli

partì per la città di Perugia dove arrivò due giorni dopo insieme a

due messi apostolici, e di là trasferissi al castello situato sul lago

Trasimeno, dove il Baglione soleva passare la maggior parte dell'anno.

Quando Giampaolo seppe esser giunti gli incaricati del pontefice,

sperando bene ed essendo impaziente di sapere quel che recavano, se li

fece condurre subito innanzi.

Il Corvino, esposto il motivo della sua venuta:

--Premendo assai, disse, a Sua Santità di abboccarsi direttamente con

voi, ha creduto di contentarvi accordandovi il salvacondotto. Ora

converrà che provvediate a partire di subito, perchè il santo padre

non desidera si vada troppo per le lunghe.

Giampaolo, il quale se ne stava sprofondato in un'immensa sedia a

bracciuoli, sforzatosi a sgranchire le membra con una lentezza quasi

dogliosa, si fece consegnare il salvacondotto, che lesse attentamente

parola per parola.

--Così va bene! disse come l'ebbe letto. Adesso trovo ragionevole

ch'io pure abbia a far visita alla capitale di tutta cristianità. È

cosa assai strana, caro mio, soggiunse poi volgendosi al Corvino, che

trovandomi a così poca distanza io non abbia ancora messo il piede in

Roma, mentre v'è chi vi accorre dagli ultimi confini della terra.

Ma.... la colpa è tutta di S. Pietro che mi guardò sempre di mal

occhio.... Domani dunque partiremo per Roma, ed oggi voi sarete miei

ospiti. Spero che le cose vorranno raccomodarsi al tutto così, tanto

più che il papa ne deve avere il massimo interesse, e non gli può

uscir di mente che i Francesi sono miei amicissimi.

--Che l'accomodamento sarà per essere intero, io ne sono quasi certo,

rispose il Corvino e dopo altre parole avute col Baglione si ritrasse

coi colleghi nell'appartamento che gli fu assegnato.

In quel giorno, mentre s'indugiava in taluna delle anticamere del

palazzo della signoria, ebbe per caso a vedere la Ginevra Bentivoglio

che passava in mezzo ad alcune sue donne, e vide lui. Il turbamento e

la commozione straordinaria onde in quel punto fu presa l'infelice

donna, non poterono sfuggire agli occhi esperti del Corvino, il quale

fu per volgerle il discorso, ma che si contenne vedendo che la Ginevra

fu anch'essa per uscire in qualche parola e non osò.

Fin dalla prima volta in cui l'Elia erasi recato a Perugia, ella dalle

parole di lui, che in faccia del Baglione medesimo seppe parlare senza

far nascere pur ombra di sospetto, aveva potuto raccogliere alcune

notizie risguardanti il Palavicino: troppo scarse notizie, ma tuttavia

valide abbastanza per sommovere più che mai l'anima di lei, da tanti

anni assiduamente avvolta in una tetra mestizia. Per quanto la virtù

nella Ginevra costituisse, a dir così, come una seconda natura, per

quanto ella si sforzasse con una fatica insistente della volontà a

rintuzzare taluni pensieri, pure questi, assai più forti della sua

medesima volontà, non le concessero mai la consolazione dell'oblio.

Quante volte nel mezzo delle sue donne, fra il tumulto delle mense,

trovandosi presso al marito, oppressa dal cumulo delle memorie, più

non bastando a dominarsi, avea dovuto cercare un pretesto per

togliersi agli occhi altrui e ritirarsi a sfogare in segreto il suo

immenso affanno!

Ed ora, come rivide il Corvino, della cui venuta non era stata

avvisata, ne fu tutta commossa. La presenza di lui che aveva tentato

strapparla dalle mani del Baglione e di congiungerla al Palavicino,

tanto la prima che questa volta fece nascere in lei delle vaghe

speranze, Ella era così terribilmente oppressa, così insopportabile

era la ragione di sua vita, che non le parea vero non volesse Iddio

prepararle un conforto; però anche in questa, come in altre mille

occasioni, dovette togliersi di mezzo dalle sue donne e chiudersi

nelle sue stanze per gettarsi con libertà in que'pensieri appunto che

sorgendo di tratto in tratto avevano potuto mantenerla in vita. E là,

volgendo macchinalmente il suo sguardo sul Trasimeno, si lasciò andare

a que' vaneggiamenti della speranza che al primo mettendo l'anima in

un tumulto piacevole, l'abbandonano poi in quella desolazione che fa

nascere il desiderio di morire. E schierandosi innanzi il passato, e

fermandosi al punto in cui ella si trovò nella carrozza col Palavicino

e fuggì seco dalle feste e da Milano per poi essere disgiunta da lui

per sempre, e sovratutto non potendo vincere il rimorso d'averlo

abbandonato in quel duro modo dopo tante promesse, si sentì tutta

scombinata... ma qui, fidando nella costanza inalterabile dell'affetto

di lui, pensò se, a confortarlo, le fosse stato lecito fargli avere

qualche nuova di sè stessa. Ferma in questo pensiero, l'immagine di

Manfredo le compariva innanzi come se fosse lui stesso.... Oh come una

tale contemplazione la teneva assorta! come sospendeva ogni altro suo

pensiero! Che intensità d'affetto! e insieme quanta innocenza in

quella sventuratissima donna!

Ma la tentazione di far sapere qualche nuova a Manfredo Palavicino

l'assalì più che mai, e sebbene l'intemerata virtù sua l'avvisasse che

in ciò v'era una colpa, pure fu così prepotente l'impeto del suo

affetto, che pensò di non tenerne conto.

In quel giorno stette sulle ali per vedere d'aver a trovarsi un

momento coll'Elia Corvino e parlargli, e benchè s'accorgesse esservi

il pericolo di destare qualche sospetto nel vecchio marito, se mai

fosse stata da lui veduta, tuttavia non abbandonò il suo pensiero.

Intorno all'ora di sera, potè accorgersi ch'egli erasi recato ne'

giardini del castello, e sapendo che il Corvino era negli appartamenti

assegnatigli, e ne poteva uscire da un momento all'altro, s'indugiò a

lungo in quelle anticamere. Esso finalmente uscì. Quand'ella però fu

al punto di dover parlargli, si perdette d'animo e quasi fu per

fuggire. Se non che il Corvino, accortosi ch'ella desiderava qualche

cosa, e penetrando nei pensieri di lei, credette bene di prevenirla.

I vostri desideri saranno appagati, le disse sottovoce guardandosi

intorno.

La Ginevra non rispose a tutta prima e si recò agli usci per sentire

se veniva qualcheduno, poi leggiera leggiera e come volando s'accostò

all'Elia....

--Raccontategli quel che avete veduto, gli disse. Recategli i miei

saluti: ch'ei li consideri, qual faccio io, come quelli d'una sorella

ad un fratello, e che sopporti con rassegnazione questa misera vita.

Qui gli occhi le si empierono di lagrime; il Corvino ne fu intenerito

oltremisura.

--Farò quello che mi dite, le rispose poi, e forse... Sperate

insomma... voi mi state sul cuore...

La Ginevra gli strinse ambedue le mani con una gratitudine, con una

compunzione, con un entusiasmo insolito... fu per pronunciare qualche

altra parola, ma non potè... che la passione la rendeva muta.

Ma improvvisamente, udito un rumore, fu costretta a lasciarlo e fuggì

e si ricondusse nella propria stanza. Un pianto dirotto le alleggerì

l'animo esuberantemente oppresso.

L'Elia Corvino non potè mai più dimenticarsi di un simile momento. E

non è a dire qual compiacenza egli avrebbe provato in sè stesso

pensando, che il dì dopo Giampaolo Baglione avrebbe viaggiato a Roma

per non tornare indietro mai più! se non ci fosse stato l'intrigo del

matrimonio di Manfredo colla duchessa Elena, signora di Rimini!!

Nel giorno successivo, il magnifico signore di Perugia, accompagnato

da un seguito non molto numeroso, dai due messi del papa, e dall'Elia

Corvino, si mise in viaggio per Roma dove arrivò in sul finire di

dicembre, in que' giorni medesimi che il Palavicino viaggiava per

recarsi a Milano e per cadere nelle insidie del Lautrec. Combinazione

singolare di avvenimenti, pe' quali pareva che una mano invisibile

disponesse quelle lontane fila a farle poi convergere ad un punto!

Essendo stati spediti innanzi corrieri ad annunziare la venuta del

Baglione, il papa pensò bene di trovarsi in castel Sant' Angelo

intorno all'ora che colui sarebbe entrato in Roma.

Di fatto, quando v'entrò col seguito, essendosi diretto al Palazzo

Vaticano, di là fu tosto dal capitano Annibale Rangone, condotto al

castello, dove gli fu detto trovarsi il pontefice. Vi si trasferì

tosto insieme al Corvino (il quale benissimo aveva compreso perchè

Leone aveva pensato di ricevere in castello l'ospite da tanto tempo

aspettato) e cercato del papa, ebbe da lui poche parole e tosto fu

lasciato solo... solo per pochi momenti, perchè il castellano con una

mano di soldati pontificii vennero a levarlo per condurlo nelle

secrete.

Racconteremo a suo luogo quel che avvenne in quest'occasione; diremo

intanto che il processo contro il signore di Perugia durava già da

qualche tempo quando Manfredo Palavicino, staccatosi, al paesello di

Diedo, da' suoi compatriotti e dal Mandello, s'era messo in viaggio.

La notizia dell'andata del Baglione a Roma e della sua cattura, e del

processo, presto, come dovea succedere, si divulgò e per la prima

volta giunse all'orecchio di Manfredo quando questi ebbe a passare per

Faenza. Vi si diceva esser stata delegata una Commissione espressa per

giudicarlo, aver quel tiranno confessato così orribili delitti da non

parer vero che una creatura umana avesse potuto arrivare a tanta

enormezza, che per conseguenza altro non era ad attendersi fuorchè la

sua condanna. Vi si parlava inoltre della giovine moglie di lui,

intorno alla quale la voce pubblica propalava fatti che mai non erano

avvenuti, ma che si accordavano molto bene colle atroci storie delle

altre mogli del tiranno di Perugia. Il Palavicino udiva ogni cosa,

udiva, e tanto era forte il suo stupore, che quasi non volea prestar

fede a tutte quelle voci; ma più s'innoltrava nel suo viaggio, più

quelle voci crescevano, e passando presso Perugia potè assicurarsi di

tutto.

Or come un avvenimento così inaspettato non lo doveva condurre a

pensare alla Ginevra Bentivoglio, i di cui destini già egli avea

creduti indissolubilmente legati ai propri? Il tempo e alcuni fatti

pur troppo contrari avevano bensì potuto distruggere affatto

quell'ingenua fiducia. Ma adesso come non dovea risorgere per una

combinazione di cose tanto straordinaria!!

E il Palavicino difatto ne fu sbalordito; insieme all'antica fiducia

risorse anche l'amore antico, e quando fu in veduta della città di

Perugia, e si richiamò le sensazioni che un mese prima viaggiando di

fretta a Milano avea provato, ripensando anche allora alla Ginevra,

provò una forte tentazione di cogliere quell'occasione che il Baglione

era in Roma, per mettere il piede in Perugia, per recarsi nel palazzo

della signoria ed entrare nelle stanze della Ginevra, e vederla e

parlarle... dopo tanti anni, dopo tanti patimenti... dopo l'assoluta

disperazione d'averla ad abbracciare mai più. E già spingendo il

cavallo alla volta di quella città, e considerando che tra poco la

Ginevra sarebbe stata libera di sè, provò una gioia insolita...

provò... ma come poteva essere intera?... come poteva durare più che

un istante?... E così fu di fatto... e a quella gioia s'attraversarono

sgarbatamente tutti gli altri suoi pensieri.... considerò da chi era

aspettato in Roma... considerò con quante, con quali promesse s'era

avvinto alla duchessa Elena!... Pensò non essergli oramai più

possibile di dare un passo addietro, senza incontrare guai terribili

per parte di lei, per parte del Morone che voleva quel matrimonio, e

lo voleva per uno scopo così importante, per l'unico scopo anzi, al

quale Manfredo ben si ricordava d'aver giurato in un terribile momento

della sua vita, di voler sempre posporre ogni privato affetto!...

La faccia che ridente di tante speranze, egli teneva alta guardando le

mura di quella città, l'abbassò allora istantaneamente insieme ad un

piegar lento del collo e del busto, come se un peso insopportabile gli

fosse stato messo in sul dosso... E il cavallo che a corsa sospingeva

verso Perugia, con un tratto di freni repentino fece ripiegar sulle

anche e dare di volta.... confuso, abbattuto sconsolato, si rimise

sulla gran via che conduceva a Roma...

Vi giunse alcuni giorni dopo, e pensando esser debito suo, prima di

scavalcare alla propria casa, di recarsi tosto al palazzo Aurelio, al

palazzo della duchessa Elena, lo fece di fatto.

Era verso sera; il Palavicino soprapreso da quella specie d'agitazione

che di solito veste chi sa d'avere fra poco ad esser causa di un forte

commovimento, attraversò le vie di Roma che conducevano al palazzo

Aurelio. Quando, svoltando il canto, vi gettò uno sguardo, sentì un

brivido per tutta la persona, tanti e così diversi affetti gli

tumultuavano nell'animo; attraversò così la piazza... entrò col

cavallo, passò sotto l'androne della porta che rintronò allo scalpito,

d'un salto discese lasciando le briglie del cavallo all'uomo che aveva

seco, e di volo salì i gradini dello scalone. Era l'ora di pranzo,

v'era molta gente dalla duchessa; come voleva la consuetudine; nelle

anticamere era un ire e redire continuo di servi, di fanti, di

camerieri e di donne. Ma quando il Palavicino entrò e fu riconosciuto,

un grido sorse fra quella gente di servizio, e tosto fu un uscire di

tutti per correre a darne avviso alla duchessa, di modo che Manfredo

non potè nemmeno, come ne aveva il desiderio, raccomandar loro di

parlare in segreto alla duchessa, senza che gli altri se ne

avvedessero per non far troppo tumulto.

Ma subito un tumulto di voci, di passi, un rumore insolito lo avvisò

che quanti erano nel palazzo s'affrettavano allora per venire in

quell'anticamera, dov'egli stava di piè fermo.

La prima che, spalancando l'usciale, a corsa, in disordine, anfanata,

gli venne incontro, gli si gettò fra le braccia, lo baciò, lo strinse

a sè con una forza convulsa e prepotente, con un trasporto, con certe

parole che più presto parevan gemiti, i gemiti della gioia, fu la

duchessa Elena.

Le veniva presso il Morone, il quale da qualche tempo era sempre con

lei, e che non potè abbracciare il Palavicino, impedito dalla signora

che non l'abbandonò per un pezzo. Tutti gli altri commensali, i servi

medesimi gli si affollarono, gli si chiusero intorno gridando,

applaudendo delle mani, tanto il contento della duchessa era contento

per tutti!! Fu uno spettacolo strano e commovente, e il Palavicino,

vedendo di quanta forza era amato da quella donna, di cui osservando i

trasporti, osservava anche la bellezza abbagliante, più abbagliante in

quel disordine stesso, fu tolto un momento dai pensieri che lo avevano

accompagnato in tutto il viaggio, e non potendo resistere al

sentimento di una viva gratitudine, corrispose alle proteste d'amore

con altrettante.

Oh fruisci di quest'ora, di quest'ora fuggente, donna infelice... che

pur troppo quelle che verranno dopo, non avranno più nessun gaudio per

te. Oh ti distempra nel soave ed innocente affetto di quest'ora, ch'è

il tuo primo ed ultimo innocente affetto... gravissimi eventi stanno

accumulandosi sulla tua giovane vita, che delle tue colpe passate non

ti sarà concesso di scansare la pena!!

Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana · 第 42 / 57 题