Il giorno successivo tutta Venezia fu in movimento per le feste che la
notte doveansi tenere a Chioggia, e verso il mezzodì, quasi potea
dirsi che la popolazione dei palazzi e delle case si fosse traslocata
intera nelle galere, nelle barche, nelle gondole, per trasferirsi
colà. Il Mandello era partito fin dalla mattina per fare, nelle
vicinanze di Chioggia, que' preparativi che richiedevano i disegni
concertati col Palavicino e col conte Birago, i quali si misero poi
nella barca insieme a' compatriotti, quando già tutte le altre
vogavano da un'ora sul mare. Al Birago era riuscito di condurre le
cose in modo che quanti patrizi milanesi erano allora a Venezia, tutti
si raccogliessero insieme, ad eccezione di que' venti o trenta che
seco avevano moglie e famiglia, pe' quali non si trovò nessun partito
che paresse opportuno. Coloro però che s'erano uniti in convoglio
passavano il centinaio, numero più che sufficiente pei fini del
Palavicino, il quale, a non porvi inciampo, e a far nascere verun
sospetto, coperto della maschera, erasi confuso coi giocolieri, i
zanni, le maschere, alle quali ad arte fu concesso un posto nella
barca comune.
Il lungo tratto di canale e di mare che è tra la città e i murazzi,
presentò quel giorno uno spettacolo di una grandezza e varietà
veramente straordinaria; e quando si abbassarono sul mare le prime
ombre delle notte, i fuochi che improvvisamente comparvero ai mille
punti di quella specie di città galleggiante, e che correva
rapidamente, fu un colpo d'occhio da vincere qualunque immaginazione.
Era in longitudine uno spazio di sei miglia buonamente, tutto coperto
da una densissima fila di gondole e di barche che si succedevano senza
interruzione. Le voci, le grida, gli evviva, i canti di più di
centomila persone che si trovavano in esse, i suoni delle ribebe, dei
cimbali, dei liuti, della pive, generavano un frastuono vasto,
incessante. L'acqua del mare raddoppiava pel giuoco della riflessione
le fiaccole, i lampioni, le torce a vento che ardevano su ciascheduna.
I mille colori delle maschere, delle vesti, degli ori, delle gemme
veduti a qualche distanza, confondendosi in un tutto screziato e vago,
davano l'immagine di un immenso iride che a galla delle acque passasse
di volo in linea retta. E a qualche distanza ciò che più faceva
impressione era quella confusione appunto di tante voci che grado
grado andavan perdendosi per l'aria ed era allora che sul vasto
mormorio s'udivano distinti gli evviva più sonori e i canti dei
gondolieri che languidamente andavano poi a spegnersi anch'essi in
seno delle onde. Il Palavicino avvolto nel suo mantello, che tirava un
vento piuttosto crudo del mese di gennaio, non desistendo pur un
momento dal pensare a quanto più gli stava sul cuore, non poteva però
a meno di prestare anch'esso la sua attenzione a quella scena per lui
nuovissima; osservava quegli splendori, ascoltava quelle grida
allegre, poi innalzava lo sguardo agli spazi superiori dell'aria dove
tutto era calma e si fermava poi a considerare una gran nube che verso
mezzodì terminava in una riga parallela all'orizzonte. La zona in cui
stendevasi quella nube fece che i pensieri si fermassero in quel punto
a Roma, alla duchessa Elena, al suo vicino matrimonio, cosa che gli
mise uno strano turbamento nell'animo. Ma intanto ch'egli faceva
simili pensieri, gli si mostrò Chioggia che riboccava di luce, e che
di tanto in tanto dava avviso di sè con forti scoppi di mortaletti. Il
convoglio, vogando affrettatamente toccò la riva, e quanti erano nella
barca saltarono a terra.
Il primo con cui tutti s'incontrarono fu il conte Galeazzo Mandello,
che stava appunto in aspettazione di loro e non ne faceva le viste.
--Sei qui anche tu? gli disse taluno di quei gentiluomini milanesi.
--Perchè non ci dovrei essere?
--Che cosa so io? Non t'ho veduto cogli altri, e ho detto: colui avrà
avuto le sue ragioni per non venire.
--Tutt'altro, avevo desiderio di osservare a lume di sole questi
bellissimi luoghi, e perciò vi ho preceduto; ecco tutto.
--Quand'è così va benissimo; e il gentiluomo abbandonato il Mandello,
andò ad unirsi alla folla che ristagnando alla porta del palazzo
Contarini, tumultuava per entrare.
Ma il Palavicino ed il conte Birago, come scorsero il Mandello che,
vedutili, già moveva incontro di loro:
--E così gli domandarono ad una voce.
--E così tutto è pronto; del resto ella era cosa tanto agevole, che
non se ne poteva avere alcun dubbio.
--Capisco; ma si sa mai quello che può succedere, e talora ciò che par
nulla è il più difficile.
--Ora dovremo attendere anche noi a stare allegri, perchè non è detto
che un gran pensiero debba occupare tutte le nostre facoltà, e
quand'uno è forte veramente, deve saper far più cose in una volta.
Entriamo dunque anche noi, e badiamo sovratutto che i nostri non
abbiano a vederci preoccupati.
Il Palavicino, il Mandello, il Birago, passando allora a stento tra
quella folla stivatissima, la quale ingombrava la riva e tutta la
strada, che dilungandosi da Chioggia metteva al palazzo Contarini, vi
entrarono anch'essi.
Ora il lettore non ci farebbe al certo buon viso se con tanta carne
che abbiam messa a bollire attendessimo a descrivere parte per parte
quelle feste a cui il magnifico Contarini aveva invitato tulli i
gentiluomini di Venezia non solo, ma delle città vicine; se
attendessimo a far qui il ritratto della illustrissima sposa di lui
che ne fu la regina; se volessimo dar qui l'elenco di quante famiglie
cospicue così di Venezia che di fuori intervennero colà in quella
notte, e a dar la somma di tutte le danze e contraddanze intrecciate
da quell'afflusso così straordinario di persone; però portiamo fiducia
d'avere ad essere ringraziati se passiam sopra di volo a codeste cose
che non fanno per noi. Il nostro Palavicino intanto dovette
acconciarsi a passare molte ore di fila in quelle sale e mascherato
com'era, e da qualcuno essendo stato notato com'egli se ne stesse
sopra di sè, e non s'accomunasse con nessuno, dovette più d'una volta
subire la noia d'avere a rispondere alle sfacciate interrogazioni
degli zanni che, sobillati dagli altri, tanto più godevano a
martellarlo, quanto più s'accorgevano che egli n'aveva dispetto.
Spesse volte però il conte Galeazzo Mandello, assai pratico di tali
cose, era venuto in soccorso di lui e per le sue rimbeccate, più d'un
zanni, e ve n'era di prontissimi, avea dovuto partirsi scornato.
Verso le otto ore di notte, il Palavicino, uscito di palazzo, si recò
sulla riva, e cercò del condottiere della barca col quale era venuto.
Trovatolo, s'intrattenne alcuni momenti con lui.
--Credo che tra le nove e le dieci avremo a partire.
--E noi partiremo senza un accidente di sorta.
--Attendi a comportarti con molta precauzione, caro mio, perchè se
taluno s'avvede che la prora non volge a Venezia, e ad ogni colpo di
remo ci allontaniamo invece da essa, tutto va a fascio.
--Comprendo assai bene, ma ciò non avverrà. E in prima, con tanta
confusione, sfido io a capire se Venezia sia di qui o di là! Ci son
barche venute dall'Adria, da Contarina, da Goro, da Ferrara, da
Comacchio, che di ragione, tornando donde sono venute, avranno a
volger la prora dove la volgeremo noi. E in quanto a' vostri, credo
bene che il vino delle Isole e il Maraschino di Zara avrà loro tanto
annebbiato il lume degli occhi, che non ci vedranno ben chiaro fra
qualche ora; dunque non abbiate un timore al mondo.
--Se la cosa avverrà come tu di' più d'un ruspo veneto sopravanzerà la
somma che ti abbiamo assegnata.
--Ed io ve ne sarò ben grato, illustrissimo.
Il Palavicino non rispose, e ritornò nelle sale ad aspettare per
un'altr'ora, durante la quale cominciò a subire quell'inquietudine e
quell'impazienza che di solito precede un fatto qualunque, di cui
l'esito sia assai dubbio.
Quando furono le tre dopo mezzanotte, e le sale cominciarono a
vuotarsi, Manfredo, recatosi presso il Mandello e il Birago:
--Qui bisogna spacciarsi, disse; le danze sono cessate, e ciascheduno
pare che si disponga ad uscire; vedete dunque di sollecitare anche i
nostri, e partiamo di fretta.
--A Venezia, disse allora il Mandello, abbiam dovuto deporre il
pensiero di condurre con noi que' venti o trenta che han moglie, figli
e famiglia. Qui m'accorgo che ci converrà fare il sagrificio di
qualche altra decina. Vedi là il conte Ferranti che, a tutti i segni,
pare abbia fermo di veder la faccia del sole prima d'uscire di qui; là
ne veggo tre o quattro che a fatica tengono aperte le palpebre, e dopo
essersi fiaccati lombi e garretti saltando a furia tutta notte, pare
che per ora non sappiano trovare il modo di alzarsi da que' cuscini.
Il figlio del marchese Gabaloita s'è tanto quanto invaghito della
moglie del senatore Malipiero, e non può star discosto un dito da lei;
però comprenderai bene che capitale s'ha a fare di costui. Tuttavia
una decina in un centinajo non è poi gran perdita, e adesso io ed il
Birago anderemo a dar la levata a tutti, e partiremo subito; lascia
fare a me. Tu puoi discendere abbasso e rincantucciarti in qualche
angolo della barca. Devo dirti intanto, seppure non lo sai, che un
gentiluomo bresciano, con alte parole d'ammirazione e d'entusiamo,
parlò stassera di te e del tuo duello col Lautrec, racconto che
passando qualche poco i confini del vero, fece un grande effetto sul
più dei nostri. Fu una combinazione assai favorevole; per cui spero
che la tua apparizione improvvisa non fallirà allo scopo. Va dunque,
che noi verremo a momenti.
Il Palavicino ridiscese, cercò tra la folla de' gondolieri e de'
barcajuoli che ingombravano la via, il conduttore della barca;
vedutolo, gli si accostò dicendo:
--Siamo a tempo; gli altri verranno a momenti.
--Quand'è così, vado a dar gli ordini.
Il conduttore fattosi largo tra la folla, dato un fischio a due suoi
marinai che stavano a riva aspettando, disse loro:--Preparate le vele.
I due uomini salirono la barca, e con loro il Palavicino, che s'adagiò
dietro un fascio di vele, e stette aspettando.
Dopo una mezz'ora buona, sentì la voce sonora del conte Mandello che
gridava:
--È qui, affrettiamoci, che vogliam giungere a Venezia per tempo; e
vide poi lui stesso innanzi alla schiera numerosa de' suoi milanesi,
che avvolti nelle loro pellicce, ad uno ad uno sfilarono sull'asse
che, a guisa di ponte, congiungeva la riva alla barca.
Il Palavicino ne contò novantacinque, e fu soddisfatto di quel numero:
gli altri, disse poi fra sè, ci raggiungeranno a suo luogo e tempo;
così, imbaccucatosi nel suo mantello, si distese sul fascio delle vele
e finse di dormire; nessuno gli badò più che tanto.
Sulla riva, sul mare, entro i moli, cominciò in quel punto la rumorosa
faccenda di tutte le barche e le gondole che già cariche di gente
stavano per ritornare d'ond'erano venute. Era un gridare, un batter di
remi, un darsi la voce da mille parti, un movimento, una confusione
indicibile; chi spiccandosi dalla sponda prendeva il largo in mare,
chi vogava terra terra, barche da una parte, barche dall'altra. Le
direzioni erano molte; quella dei nostri con una rapidità
straordinaria prese la sua, mettendosi in coda a coloro che
ritornavano alle terre del littorale, a Sant'Anna, all'Adria, a
Contarina, a Goro, ed altri luoghi.
La barca dov'erano i milanesi animata da un vento favorevole e
piuttosto forte, potè in un'ora di tempo percorrere un tratto di mare,
pel quale, senza aiuto di vela, ci sarebber volute più di due ore, e
quanto più si dilungava, l'altre barche, con cui era partita di
conserva, si andavan diradando sempre più. I nostri, coperti dalle
pellicce, stanchi com'erano, s'assopirono in quella specie di sonno
leggiero e particolarissimo che fa chiudere gli occhi del passaggero
qualche ora prima dell'alba. Eran presso lo undici ore, ma essendo di
gennajo, l'oscurità era ancora ben fitta; qualcheduno però, fosse per
le scosse della barca o pe' gridi de' barcajuoli, o pel vento
eccessivamente crudo, cominciò a risentirsi. Si alza così, sgranchisce
le membra, gira lo sguardo irresoluto dapprima, poi qualche poco
attonito, e non sa capire; credendo d'avvicinarsi a Venezia, pensa che
di ragione dovrebbe vedersi intorno quella folla innumerevole di
gondole, tra le quali era partito, di ragione dovrebb'essere assordato
dai soliti gridi, dai soliti canti, dai soliti evviva. Ma invece non
vede che cinque o sei barche vogare davanti a sè a molta distanza
l'una dall'altra; scuote allora i tre o quattro che gli stanno
d'intorno: tutti si risentono, aprono gli occhi ed esclamano ad
una:--Cosa c'è?
--C'è ch'io non so trovar la ragione di questa solitudine; si direbbe
che Venezia sia scomparsa sott'acqua. Ma dove se n'è dileguata la
folla?
Gli altri guatano intorno, e:
--Perdio, è vero! esclamano.
--Ma come può esser mai?
--È uno sbaglio.
--Che sbaglio?
--Scommetto che siam volti altrove, fu un errore del barcajuolo....
non può essere diversamente.
Il Palavicino alzava la testa e ascoltava con attenzione. Il Mandello
che aveva udito esso pure, s'alzò piano, s'avvicinò ai conduttore
della barca, e sotto voce gli disse:
--Quanto ci può mancare a toccar terra dove io t'ho detto?
--Sto virando ora appunto... Vedete lì quella gran macchia bianca
illuminata dalla luna? quello è Diedo. Ma noi approderemo a un quarto
di miglio: tra gli abeti di Sant'Anna.
Intanto tutti gli altri, messi in sospetto da quel primo che s'era
sveglio, alcun poco iracondi, accostatisi allo stesso conduttore:
--Barcajuolo, gli gridarono, dove ci conduci tu?
--Dove voglio io, risponde allora con voce sonora il conte Galeazzo
Mandello. Ho voluto farvi un'improvvisata... Mi farete poi i vostri
ringraziamenti quando sarà tempo.
Tutti si guardarono in faccia pieni di stupore; la barca intanto
s'accostava alla riva, e la toccò in poco di tempo.
--Presto a terra, gridò il Mandello allora, che vi si appresta qualche
cosa di nuovissimo!
Tutti discesero in qualche aspettazione.
--Chiudetevi nelle vostre pellicce, cari miei, continuava il Mandello,
il vento di gennajo non la perdona a nessuno!... E voi due, e qui si
volse a due uomini che, discesi dalla barca, gli venivan presso: voi
due affrettatevi ad accendere le vostre torcie.... fra queste piante
il chiaro di luna è troppo poco.
Le torcie furon presto accese.
--Voi altri tutti venite con me.
Così dicendo il Mandello si volse a guardare se non mancava nessuno, e
sovratutto se veniva il Palavicino. Ma in quel punto uscì detto ad
uno:
--Prima che noi abbiamo a venire con te, conte Mandello, fammi chiaro
d'una cosa: sei tu pazzo o savio?
--Io non c'entro, cari miei, rispose a tali parole il conte, e colta
l'occasione, volgendosi al Palavicino che veniva in coda agli altri
senza far motto e non osservato: egli è quest'uomo, soggiunse, che ha
da parlare con voi, non io.
Tutti si volsero a guardare il nuovo personaggio che il Mandello
additò; l'aspettazione e l'impazienza era dipinta sui volti.
--Son'io di fatto, disse allora ad alta voce Manfredo; il conte dice
il vero, e pronunciando tali parole, si diede finalmente a conoscere.
La sorpresa fu generale e forte, e tanto più che nessuno sapeva
indovinar le intenzioni. Tutti si fermarono in gran silenzio intorno
al Palavicino.
In quel momento stesso, la campanella della chiesuola di Diedo battè
undici colpi, le cui oscillazioni decrescenti smarrirono in seno alla
folta selva degli abeti e nel vasto fremito delle onde marine.... La
luna risplendeva ancora in mezzo al firmamento tuttora stellato,
quantunque, dalla parte d'oriente, i leni crepuscoli cominciassero a
tinger qualche poco i cieli.
Nella calma solenne di quell'ora, in quella solitudine, dove l'occhio
del sospetto non arrivava, il Palavicino fu per la prima volta
ascoltato con attenzione e con raccoglimento da' suoi compatriotti, al
cui orecchio suonarono le seguenti parole:
--Innanzi tutto, o amici, prese a dire il giovane Manfredo, io debbo
domandarvi perdono se v'ho tratto lontano da Venezia senza riceverne
prima il vostro assenso; ma il tempo incalzava, ed occorreva di far
presto; d'altra parte io mi teneva sicuro, come mi tengo anche adesso,
che non vi sareste mai sdegnati con me quando foste per sentire dalla
stessa mia bocca i motivi che mi consigliarono.... Io vengo da Milano
ch'è poco, voi tutti ne siete partiti che non è gran tempo. Nei motivi
della vostra partenza, anzi della vostra fuga, troverete anche quelli
per cui ed io e questo mio amico al quale debbo la vita, e questo
conte Birago, col quale per molti anni io non ebbi mai accordo, e che
fu così generoso da esibirmi per il primo la sua amicizia, abbiamo
pensato di condurvi qui. La condizione della nostra carissima terra è
a tale estremo di miseria e di ruina, che basta toccarne di volo,
perchè tosto ne si apra dinanzi la miserabile scena. Nè che a voi,
anche nel mezzo delle allegre feste, fuggisse dalla memoria, io ne
ebbi un profondo indizio, cari miei, indizio che mi fece sperar tutto
da voi, pel quale compresi che del vostro paese è in voi ardentissimo
l'amore. Due notti sono, ritornatevele nella memoria, io ebbi la
gioja, sì, la gioja, di vedervi tutti quanti conturbati e percossi in
mezzo alla allegria che vi circondava. Pure, a lungo andare,
continuando a dimorare in questa città, era a temere che nel vortice
assiduo dei sollazzi voluttuosi, delle intemperanze, delle libidini,
raggirati a perdizione, foste per dimenticare voi stessi e in voi la
patria vostra. Io medesimo ebbi a provare quanto sia tremendo
l'influsso dello spettacolo di una città gaudente. Io stesso ho
sentito l'anima mia snervarsi e perdersi di giorno in giorno. Io
stesso fui così debole da mettere per qualche tempo in fondo a tutto i
pensieri del mio paese; e se non fosse stato una terribile sventura,
terribile davvero, amici miei, che impensatamente venne ad assalirmi e
che percuotendomi, mi rialzò, io non so bene a che sarei riuscito.
Questo confesso a voi tutti con ischiettezza, perchè noi non dobbiamo
pensare che a mettere insieme le nostre colpe per ripararle insieme.
Ora quali speranze io abbia, a te Birago, a te, Crivello, e a voi,
Figino e Torriano, io ebbi già a manifestarlo in un momento ben
tristo; però ajutatemi a farne parte a tutti costoro... Nessuno di voi
ignora perchè il Morone sia a Roma; nessuno di voi ignora che quando
un paese è caduto nel massimo della miseria, convien bene che si
rialzi, ma perchè sia con frutto e con vera gloria, per l'opera
medesima di coloro che vi son nati. Se la Francia dunque s'ha da
scacciare da Italia, lo dev'essere per noi, per noi soli, per noi
stretti in un patto, magnanimi e forti e parati a tutto, e non per
altri. Soltanto la saggia prudenza vuole che non ne rifiutiamo i
soccorsi tempestivi.... Lasciate che il pontefice, cui il Morone va
esortando di continuo, si disimpegni per poco delle cure che gli dà
Lutero e Selim, e allora di conserva con Carlo, il quale sarà ben più
risolutivo che Massimiliano, vorrà prestarci un aiuto.... Ma che aiuto
avrebber voluto prestarci i forti quando fosse corsa per l'Italia la
ragione scandalosa della vostra vita?.... Ma in che modo suscitare nel
mondo una pietà di noi, quando nel mondo fosse corsa la voce che
lontani dal nostro paese, e dimentichi affatto affatto di esso, non
attendevamo che a darci buon tempo, indifferenti allo strazio che la
Francia fa de' nostri concittadini, a cui la povertà e la debolezza
non permette di scansare il flagello? Io lo domando a voi tutti!... E
se poi un'occasione si fosse presentata, come far conto su di voi,
raccolti a festa in una città che ha sempre voluto aderire a'
Francesi, che avrebbe spiato, che avrebbe inceppato ogni vostro passo?
io lo domando a voi tutti!.... Eccovi adesso il mio pensiero: voi
dovete raccogliervi quanti siete qui in una città solitaria
dell'Italia; questa città è Reggio, alla cui volta dovete viaggiare in
questo giorno che sta per ispuntare.... È dunque per ciò che si è
pensato di condurvi qui, perchè non avete più che un sessanta miglia
ad entrare nel Modenese, ed è cosa subito fatta.... Ora io vi avviso
che quella città è solitaria, è spopolata, non vi affluiscono
stranieri, non ci son feste, non vi sono passatempi, non v'è nessuno
di que' mezzi onde l'uomo ha cercato di alleggerirsi la noja del dì
che corre; soltanto ha per governatore un grande italiano. È una
città, dove l'uomo leggero e vano e voluttuoso e destituito di
occupazioni e avvezzo al rumore del mondo troverebbe tutte le ragioni
per desiderar di morire. Ma è appunto una tale città che si conviene a
voi che avete da pensare a cose così importanti e così gravi; a voi
che avete bisogno della solitudine per cercare in essa le aspirazioni
della grandezza vera, per piangere liberamente la disgrazia onde siamo
avvolti, per ascoltare di tratto il grido dell'allarme e che vi
giungerà forse da lontano... Del resto, il quando è ancora incerto...
Io vado a Roma per sentire il Morone; di là vi farò sapere ogni cosa;
dopo andrò forse in Tirolo a cercarvi Francesco Sforza per sentire
anche lui, il quale essendo stato protetto da Massimiliano d'Austria
suo cugino, lo sarà anche dal suo successore, e per l'opera di tutti
noi specialmente sarà rimesso nel suo ducato. I motivi dunque pei
quali, senza il vostro assenso, si è creduto opportuno di staccarvi da
Venezia, eccoveli manifesti.... Posso ora sperare di non aver
provocalo la vostra indignazione?... Ma voi tutti tacete... Un tale
silenzio mi conturba...
Qui ad uno ad uno cercò di spiare i volti di coloro che si erano
schierati in circolo intorno a lui; ma ciascuno aveva abbassata la
testa in gran pensiero. Egli si attese qualche poco in una convulsa
perplessità, aspettando che qualcheduno sorgesse a parlare; ma
attesosi invano:
--È dunque perduta ogni mia speranza? gridò con una commozione, con
una esaltazione straordinaria. Le miserie dei vostri concittadini, le
vostre, le più gravi che ci minacciano non fanno dunque veruna forza
agli animi vostri? S'egli è così, ora più non mi rimane che gittarmi
nelle acque di questo mare, ed affogare la mia vergogna per la viltà
di voi tutti!... Io aveva mia madre, la più soave delle donne, e l'ho
perduta!... pure sopportai l'immenso affanno, chè ne aveva un'altra a
cui pensare, infelice come la prima; ma questa ancora io debbo veder
perduta se nessuno vuol congiungersi a me!... La mia disperazione è al
colmo!
Qui si fermò volgendosi al Mandello con un atto di molta
significazione e gridandogli:
--Andiamo dunque, che qui non ci resta a fare più nulla....
Allora tutti alzarono la testa, e lo guardarono costernati e commossi.
Il conte Galeazzo Mandello colse quest'occasione per parlare
anche'esso:
--E continuate a lasciar costui senza risposta?... Ma se nelle anime
vostre non è del piombo, parlate, per la fede di Dio, e fate vedere
che siete uomini. Io pure, che, lasciandomi addietro voi tutti, mi
sprofondai nelle turpitudini e ne' vizi, impegolandomi di essi dai
piedi alla testa in così sconcio modo da far credere che fossi perduto
per sempre... tuttavia nell'estremo della sventura rinvenni la lucida
ragione, e smisi ogni cattiva abitudine... Parlate dunque!
Il Palavicino nel mezzo del circolo, colle mani incrocicchiate in
segno di gran cruccio, guardava il Mandello come a domandargli se quel
silenzio sepolcrale de' suoi concittadini non era a rompersi mai
più...
Ma uscì finalmente una voce in mezzo a tutte:
--Se abbiamo tacciuto fin qui, fu per l'affanno derivato dal pensiero
della nostra misera condizione; ma nessuno, o marchese, credilo a me,
nessuno di noi sarà così vile da rifiutare i generosi consigli del
senno tuo.... Ditelo voi tutti a costui com'è vero quello ch'io dico.
--È vero, è vero! proruppero dieci o dodici voci allora.
--E vero, è vero! replicarono più altre.
--È vero! uscirono finalmente tutt'insieme in una volta, rompendo
improvvisamente quel lungo silenzio di cui è troppo difficile
indovinare la vera cagione.
Il Palavicino a quello scoppio inaspettato, si sentì commosso al punto
di piangere.... e non potendo parlare, moveva in giro stringendo a
ciascuno le mani con un affetto straordinario.
--Vi ringrazio tutti, disse poi; ora le mie speranze non hanno più
confine. Vi ringrazio tutti, e sia lodato Iddio.
Scomparse eran le stelle, scomparsa la luna... sulla superficie del
mare cominciavasi a vedere qualche barca spiccatasi allora allora dal
littorale... gli arbôri eran cominciati! Dopo alcuni momenti quei
cento milanesi, condotti dal Mandello e dalle due guide, si misero in
via pel paesello vicino, dove ogni cosa era apprestata per la
partenza.... Il Palavicino, dopo essersi colà fermato mezza giornata,
si divise finalmente da tutti e dal Mandello con gran dolore, e si
pose in viaggio per Roma.