Il Morone osservando quelle dimostrazioni d'affetto, tanto per parte
della duchessa che di Manfredo, non ebbe più nessun timore e pensò di
sollecitare il loro matrimonio. Ho detto non ebbe più nessun timore,
perchè dal momento in cui Giampaolo Baglione venne a Roma e fu chiuso
in castel Sant'Angelo per passare, come sapevasi da tutti, dalla
prigione ai patibolo, tosto gli era venuto il sospetto che Manfredo,
smarrito il primo entusiasmo d'amore per la duchessa, fosse per
scansarsi di congiungersi in matrimonio con lei, appena sapesse che la
Ginevra Bentivoglio era per rimaner libera di sè. La sera stessa del
suo arrivo gli parlò dunque della necessità di far subito le nozze. Ma
allora il Palavicino gli uscì a dire, che essendo troppo recente la
morte della propria madre, gli pareva conveniente d'averle a protrarre
per qualche tempo.
Queste parole fecero grandemente maravigliare il Morone, il quale
tornò tosto ai primi sospetti; però, ad assicurarsi di tutto, entrò a
parlare col Palavicino di Giampaolo Baglione. Intrattenutosi a lungo,
e saputo dalla sua stessa bocca quali voci correvano, ne' vari paesi
per dove era esso passato, sul conto del signore di Perugia, senza
farne le viste pesando ogni parola di Manfredo e notando ogni moto del
suo viso, potè accorgersi con quale ansietà egli attendesse la morte
del vecchio tiranno. All'acutezza del Morone non poteva isfuggire
nessun movimento dell'animo altrui; però come vide che i timori non
erano stati indarno, e troppo presto si erano avverati, pensò al
pericolo di qualche vicino intrigo e d'altri guai terribili. E tanto
più si confermava in questo pensiero in quanto la mattina del giorno
innanzi, essendosi recato al Vaticano, aveva saputo che la Commissione
nominata a giudicare il Baglione, compiuto il processo, in conseguenza
delle atroci confessioni del vecchio tiranno, aveva pronunciata la
sentenza di morte, la quale tra poco sarebbesi eseguita. Aveva saputo
inoltre, che Leone era venuto nella determinazione di fissare alla
vedova del Baglione un'annua pensione, e d'invitarla a fermare la sua
dimora in Roma, appena il dominio della città di Perugia fosse entrato
a far parte del patrimonio di S. Pietro.
Era questa una combinazione e un intreccio di cose che il Morone non
aveva potuto prevedere. Egli medesimo aveva tentato ogni mezzo presso
la Corte, affinchè il Baglione fosse spodestato e la Ginevra
Bentivoglio rimanesse libera; ma l'aveva tentato in tempo in cui
pensava a trarre alcun partito della di lei libertà; e quando i nuovi
amori del Palavicino colla duchessa Elena gli fecero fare un altro
disegno che gli parve assai migliore, non era stato più in tempo a far
desistere l'Elia Corvino dal primo. A Leone era questo troppo piaciuto
perchè si potesse provargli ch'era pessimo quanto una volta gli era
stato proposto per ottimo. D'altra parte la caduta del Baglione era un
fatto di troppo grave, di troppo utile importanza perchè il Morone
volesse poi impedirla per nessuna cosa del mondo! Tutti i guai erano
dunque scaturiti dalla morte della madre di Manfredo, per la quale si
dovettero interrompere le nozze di lui colla duchessa. Che rimaneva or
dunque a fare? Quando a notte avanzata tutte le persone eransi partite
dal palazzo Aurelio, ed egli si trovò solo colla duchessa e col
Palavicino:
--Ora dunque, prese a dire, come se da Manfredo non avesse inteso
parola, è venuto il tempo di far questo matrimonio; tutta Roma se ne
sta in grande aspettazione, onde potrebbe esser causa di qualche
diceria l'averlo a tirar troppo per le lunghe. In quanto poi alla
morte recente della madre del nostro Manfredo, per la quale parrebbe
si dovesse portarle ad altro tempo, considero che nelle attuali
circostanze non conviene tenerne conto, e che infine un matrimonio, e
un tal matrimonio, è cosa troppo solenne perchè possa offendere
menomamente la gravita del lutto. Che ne pensate, duchessa?
--Quel che ne pensate voi.
--Non ci bisogna dunque altro, rispose allora il Morone, e sono sicuro
essere Manfredo del medesimo nostro avviso.
Il Palavicino tacque... la duchessa non ci badò. Il Morone lo guardò
di sott'occhio. Del resto egli aveva parlato ed erasi comportato in
quel modo per non dare più campo al Palavicino di potersi ritrarre,
obbligandolo in faccia alla duchessa medesima.
--Dunque, se credete, continuava il Morone, domani stesso vado a darne
avviso ai camerari apostolici, perchè dai pergami di San Pietro
tornino a promulgare i vostri sponsali, giacchè quanto si è fatto due
mesi or fanno, non ha più nessun valore adesso.
Rimasti in questa, il Palavicino e il Morone si partirono insieme dal
palazzo Aurelio. Ne' discorsi ch'essi tennero facendo la via, il
Morone si comportò sempre di maniera, come se fosse intimamente
persuaso non desiderasse Manfredo altra cosa fuorchè di maritarsi alla
duchessa.
--Sposata che tu l'abbia, diceva, tu senza perder tempo vai a Rimini
con lei. Colà bisognerà bene che provveda con tutto il tuo senno a
mettere in ordine le cose di quella città, e sovratutto ad ordinare
gli uomini d'arme e ad accrescerne il numero. Della qual cosa è
grandissimo il bisogno. Ora le mie speranze, caro Manfredo, sono
presso a mutarsi in sicurezza, che per la pura verità tutto quanto è
avvenuto, e ciò stesso che ne pareva inciampo, pericolo e sventura, fu
ordinato in modo che par proprio ci abbian voluto i cieli mettere la
loro mano! Persino quella tua imprudente andata a Milano ti ha
condotto ad ottimi risultati, e non ti saprò mai lodare abbastanza del
modo onde hai saputo inviare a Reggio quel centinaio di Milanesi. Fu
un colpo assai maestro, caro Manfredo, ch'io t'invidio, e pel quale
ora mi convinco che tu sei atto a qualunque difficile impresa; ma il
tuo matrimonio colla duchessa è quello che le deve coronar tutte.
Senza di queste saremmo ancora in principio, perchè a dirti la verità,
e il Guicciardini e il Bembo e l'ambasciatore di Carlo e Leone stesso
erano fermi di affidare l'impresa ch'io voglio mettere nelle tue mani,
ad uno, come ti dicevo già, il quale avesse Stato in Italia! Così
invece tutti i desideri sono appagati. Del resto tu devi ringraziare i
tuoi destini che ti han voluto giovare in un modo veramente
straordinario. E se altri desiderasse ciò che tu hai ottenuto, gli si
potrebbe dar taccia di pazzia. Ringraziane dunque Iddio e attendi a
cavarne tutto il profitto possibile.
Dicendo quest'ultime parole, aveva accompagnato il suo
giovane concittadino fino alla porta del di lui alloggio, dove,
datagli la buona notte, lo lasciò.
Quando il Palavicino si fu raccolto nelle proprie stanze, riandando le
parole del Morone ed ogni suo atto, e parendogli fosse nato in lui
qualche sospetto, si pentì d'aver espresso il proprio desiderio, e
tanto più in quanto temeva che il Morone, a lungo andare, avesse a
togliergli ogni sua stima, vedendolo sempre a tentennare nei momenti
più risolutivi della vita. Considerando inoltre che il voler rompere
in quel punto le promesse fatte alla duchessa sarebbe stato uno
scandalo da far parlare tutta Italia e i suoi compatriotti tanto più,
a' quali doveva esser chiara l'importanza di quel matrimonio, venne
nella risoluzione di non mettere innanzi più nessun pretesto, e di
fare in tutto e per tutto la volontà del suo saggio concittadino. In
quella sera poi la bellezza sempre abbagliante della signora di
Rimini, e i suoi modi pieni di fascino avevano tanto quanto ravvivato
il suo amore per lei, amore che, con uno sforzo dell'animo egli
procurò d'accrescere, tentando dall'altra parte di escludere il
pensiero della Ginevra, la cui immagine, dopo tanto tempo, aveva
ricominciato a comparirgli innanzi con molta insistenza; ma nel punto
stesso in cui si affannava ad escluderla, con maggiore apparenza di
realtà, quella gli si fermava innanzi. Allora col pensiero correva al
giorno in cui fosse giunto alla Bentivoglio la notizia della morte del
vecchio marito; si figurava la viva gioja di lei all'udire che le si
ridonava la libertà perduta, e il rinascere in lei dei primi pensieri
i quali, dal punto ch'ella non aveva più marito, avrebbero a cessare
d'essere colpevoli, e dopo que' pensieri, l'assidua sua aspettazione
di vedersi comparire innanzi chi le dovea mantenere quelle promesse
che da tanto tempo, e in circostanze tanto gravi erano state fatte. Ma
a romperle quell'aspettazione ed a gettarla in una disperazione nuova,
ecco giungerle la notizia del matrimonio della duchessa Elena, signora
di Rimini, con chi?... A questa idea il Palavicino si alzava
agitatissimo, e per quella donna infelice sentiva commozioni tali, che
lo sforzavano alle lagrime.... Se non che a poco a poco, per
mantenersi saldo, cercò di convincersi che la Ginevra oramai doveva
essersi dimenticata di lui, e richiamandosi in mente il modo onde la
Bentivoglio, nel castello d'Acquanera, s'era da lui disgiunta per
ritornare con suo padre o col suo decrepito sposo, stimò esser pazzia
il credere d'avere ancora tanta parte nelle affezioni di lei, e così
con una soddisfazione particolarissima che non era contento, si staccò
dalla Ginevra, e sperò se ne sarebbe, col tempo, dimenticato affatto.
Non sapendo poi nulla delle intenzioni del pontefice riguardo alla
vedova del Baglione, pensò che dopo la morte di lui, ella se ne
sarebbe allontanata dalla Romagna, e forse dall'Italia, dove tante
ingrate memorie le dovevano necessariamente rendere odioso il
dimorarvi più a lungo. Nella persuasione adunque che non sarebbesi mai
più incontrato con lei, e avrebbe il tempo generate le dimenticanze,
si venne a poco a poco tranquillando.
Lasciamo adesso Manfredo nelle sue stanze, e rechiamoci a Perugia. La
voce diffusasi per tutta Romagna sulla sorte di Giampaolo Baglione,
prima che altrove, come naturalmente dovea succedere, era corsa nella
città di quel terribile signore, dove i suoi figli medesimi avevan
sollecitate le notizie. È impossibile dare un'idea della maraviglia
onde furon tutti compresi quando si conobbe la gravissima avventura.
In quanto ai cittadini di Perugia la maraviglia fu susseguita da una
tumultuosa gioja, la quale non rimase senza i suoi effetti, ma i figli
del Baglione ne furono spaventati. Conoscevano troppo bene qual uomo
era il loro padre, la voce pubblica aveva loro più volte portato
all'orecchio gli atroci delitti di lui, ed essi medesimi più volte ne
erano stati spettatori; però quando seppero che una _Commissione_
apposita era stata delegata per giudicarlo, compresero che non v'era
più speranza, e che le prime notizie sarebbero state susseguite da
un'altra più grave, quella della morte del vecchio padre! In un
frangente così terribile misero in campo migliaja di partiti per
tentare, se mai fosse stato possibile, di placare l'ira del pontefice.
Ma chi di loro avrebbe avuto il coraggio di recarsi a Roma?... eppoi,
che ascendente essi potevano mai avere sul pontefice, essi, figliuoli
di un così tristo padre, e tutt'altro che netti di colpa?... Nella
loro disperazione pensarono dunque non vi poter essere che un mezzo,
debolissimo a dir vero, ma tuttavia tentabile. La Ginevra Bentivoglio,
la giovine loro matrigna, parve ad essi fosse l'unica persona la quale
impunemente potesse presentarsi al papa per ottenere la grazia del
marito. La giovinezza, la bellezza di lei, le sue virtù di cui
sapevano benissimo come altamente parlava la fama per ogni dove, parve
ad essi fossero pregi sufficienti perchè potesse meritarsi i riguardi
di Leone. Ma l'ostacolo era s'ella avesse voluto assumersi un tale
incarico, perchè nessuno di loro era così cieco da non comprendere di
qual occhio ella avesse sempre guardato il marito, da non comprendere
che la morte del vecchio doveva toglierla da un lungo affanno, e che
però doveva essere da lei assai desiderata. Tuttavia, pensando che
l'altezza d'animo e la bontà in quella giovane donna eran fuori
dell'ordine comune, dopo molto aspettare, si risolsero a fargliene
parola.
Ma in quel tempo qual'era lo stato della Ginevra? Per quanto la
nobiltà dell'animo suo fosse grande, per quanto la sua bontà fosse
eccessiva, pure la verità ci costringe a dire che quella notizia, la
quale aveva messo lo spavento nei figli del Baglione, a tutta prima
aveva gettato nell'animo di lei una sensazione di gioja che le fu
impossibile di vincere. I desiderj e le speranze che l'avean tenuta in
vita in tutto quel tempo in cui avea dovuto star presso al truce
vecchio, quali erano state? Che l'età facesse il debito suo, ed ella
finalmente venisse a trovarsi sciolta da così insopportabili legami.
Il fondo di tutte le sue speranze era sempre stato questo, e non potea
essere diversamente. La sua virtù e la nobiltà dell'indole sua le
avevano bensì imposto di rimaner fedele al marito, per quanto le fosse
odioso, ma non poteva andare più oltre, o almeno ella non lo seppe.
Era stato troppo vivo, troppo forte, troppo santo il primissimo
affetto ch'ella avea sentito pel suo Manfredo Palavicino, perchè se ne
potesse dimenticare pur un istante.... troppo solenni erano state le
promesse ch'ella aveva fatto a quel suo giovane amico! Egli è certo
che finchè fosse vissuto il Baglione, dato ch'ella avesse potuto
trovarsi col Palavicino, non gli avrebbe mai data speranza di sorta, e
sarebbesi con lui comportata di maniera, da escludere ogni pensiero di
corrispondenza superstite. Fin qui la di lei virtù arrivava, perchè
gli atti esterni dipendevano della sua volontà.... ma i moti
dell'animo come dominarli, come dirigerli, come vincerli? Però, quando
le giunse la nuova che la vita del Baglione versava nel massimo
pericolo, non potè in sulle prime averne rammarico, e fu soltanto dopo
alcun tempo che la sventura di lui venne a destare in lei qualche
pietà; pietà, a dir vero, troppo debole per escludere i suoi desideri,
e le sue speranze.
Quand'ella si avventurò a parlare all'Elia Corvino, questi dandogli
notizia del Palavicino, le aveva fatto intendere sarebbesi tentata
qualcosa a suo vantaggio. Ed ora si accorgeva che il Corvino non s'era
fermato alle parole ed era stato lui che aveva tratto il Baglione a
Roma. Comprendeva dunque, che molti avevano pensato e pensavano a lei
continuamente, e vedendo poi come la volontà di Leone era entrata a
giustificare quelle opere, la sua coscienza rimaneva tranquilla e le
sue speranze prendevan forza sempre più.
La moglie di Giampaolo stava appunto pensando a tali cose, e facendo
congetture, quando da una delle sue donne le fu annunziato che i figli
del signore, Malatesta ed Orazio, desideravano parlarle. Ella
quantunque non avesse mai ricevuto ingiuria da que' due figliuoli, e
più d'una volta si fosse anzi accorta che le avevano grande rispetto,
pure n'ebbe qualche sgomento, perchè sapeva del resto, come troppo
somigliassero al padre; ad onta di ciò dovette acconciarsi a
riceverli, e quando le entrarono in camera.
--C'è qualch'altra trista nuova? ella fu la prima a domandare,
alzandosi e movendo loro incontro.
--Di più tristi non ne possiamo recare perchè le ultime furono
confermate, e le speranze son tutte perdute.
La Ginevra non seppe trovar parole convenienti da pronunciare in quel
punto, e tacque.
--Una speranza però ne rimarrebbe ancora, ma per questa farebbe
bisogno del vostro intervento.
--Del mio intervento?
--Sì, è in voi sola che adesso noi riponiamo l'ultima nostra speranza.
Alla Ginevra non parea vero di udire quei truci figliuoli del Baglione
a parlare di quella guisa.
--Ma in qual modo, disse poi, io posso giovare codesta speranza
vostra?
--Noi sappiamo che Leone sa benissimo chi siete.... e che più d'una
volta ebbe a pensare a voi.
Queste parole alla Ginevra fecero uno strano senso, e stette
ascoltando con più attenzione.
--Come il papa abbia avuto notizia di voi, non lo sappiamo, ma la cosa
non cessa per ciò d'esser verissima. Dunque sarebbe necessario che
approfittando di questa benigna disposizione di Leone a vostro
riguardo, vogliate presentarvi ad una sua udienza....
--Presentarmi a lui.... ma a far che?
--A impetrare la sua clemenza.
--La sua clemenza?
--Che Leone desideri la rovina del padre nostro, ciò è vero pur
troppo; pure le vostre parole, le vostre preghiere potrebbero cambiare
la volontà di Leone. Risolvetevi dunque, e senza por tempo in mezzo,
vogliate oggi stesso mettervi in viaggio per Roma. Questo è ciò per
cui siam venuti a supplicarvi.
La Ginevra maravigliava le fosse fatta una simile preghiera, e
guardando ora l'uno ora l'altro dei due fratelli, senza rispondere,
parea volesse leggere nei loro volti se veramente avean parlato da
senno.
Ma i due figli del Baglione indispettiti del silenzio di lei, e
riassumendo la nativa asprezza....
--Nessun'altra donna, uscirono a dire, che si avesse a trovare ne'
panni vostri, mai non vorrebbe rifiutarsi a far questo; però ci è di
grandissima maraviglia codesto vostro tacere.
Ma la Ginevra pensava intanto a ciò che le convenisse fare in quella
circostanza. Da cinque anni se ne viveva, quasi prigioniera, in
Perugia, o al castello del Trasimeno, senza vedere altre facce che
quelle truci ond'era composta la famiglia del Baglione. Mille volte
ella s'era augurato di potere uscire almeno a respirare altr'aria, a
vivere in mezzo ad altri costumi, perchè troppa era l'oppressione che
le derivava da quei soliti obbietti. Ed ora per una combinazione che
mai ella avrebbe saputo immaginare, se ne vedeva aperta la via. Ed era
la città di Roma dov'ella dovea andare.
Noi non sapremmo assicurare se la circostanza che il Palavicino
dimorava in quella città abbia principalmente influito a farle
prendere una determinazione; è probabile però v'abbia avuto la sua
parte; fatto sta che dopo un lungo silenzio:
--Io ci andrò, disse alzando gli occhi in faccia ai due figli del
Baglione. Io andrò a Roma; mi presenterò al papa; farò quanto volete
voi.
I due fratelli, che non si aspettavano una simile risposta, e già
quasi erano volti al male, rimasero altamente edificati a quelle
parole risolutive della giovine lor madre; onde cambiando
improvvisamente aspetto e modi:
--Noi eravam sicuri che mai non vi sareste rifiutata a ciò; ora,
giacchè vi siete risoluta, converrà bene vi partiate oggi stesso,
perchè se si arriva tardi, ogni opera se ne andrebbe perduta.
--Ed io partirò in questo giorno medesimo, anche in quest'ora, se lo
volete, purchè provvediate a metter tosto in ordine ogni cosa per la
mia partenza.
I due Baglioni soddisfatti, più che non avrebbero sperato, della loro
giovane madre, attesero in quel giorno a disporre ogni cosa perch'ella
potesse mettersi tosto in viaggio. Mandarono innanzi più corrieri a
cercar cavalli onde non s'avesse a perder tempo lungo il viaggio, le
allestirono un numeroso traino acciò che, entrando in Roma, potesse
subitamente destar romore per tutta la città, la qual cosa ad essi
parve dovesse avere il suo vantaggio. E come tutto fu in punto,
entrarono dalla giovane signora ad avvisarla che non si attendeva che
lei.
La Ginevra non avea mai provato tanta agitazione come in quel momento.
Movevasi di là per far cosa di cui non poteva presagir l'esito;
mettevasi in cammino alla volta di una città dov'era colui che da
cinque anni non vedeva, e col quale però ella non era sicura d'avere
ad incontrarsi, non sapendo come si sarebbero ordinate le cose. In una
città dove trovavasi il Morone, che sempre l'avea protetta, e l'Elia
Corvino a cui doveva tanto. Era dunque quello un momento assai
risolutivo della sua vita, trattandosi che fra pochi giorni poteva
cangiarsi la sua condizione al tutto; tuttavia quanto le si parava
dinanzi era pieno di dubbj, di viluppi, d'incertezze, di pericoli.
Ella sperava così e temeva ad un tempo; ora lasciavasi andare agli
estremi della fiducia, ora si fermava atterrita e perplessa. Nella sua
virtù pensando poi esser debito suo presentarsi a Leone e supplicarlo
per ciò stesso da cui il suo cuore irresistibilmente abborriva, ne
provava un tormentoso contrasto che la rendeva insofferente e
inquietissima; pure un pensiero assiduo e sereno veniva sempre a galla
degli altri, e li escludeva spesso. In questa condizione d'animo, uscì
dalle sue stanze, uscì da palazzo dove avea passato tanti anni
infelici, salì in lettiga, e ricevute le ultime preghiere dei due
figli del Baglione, si pose finalmente in viaggio accompagnata da un
numeroso equipaggio.
I corrieri stati spediti innanzi a cercar cavalli perchè non si
perdesse tempo nel viaggio, avevano in un momento divulgata la notizia
di quell'andata della moglie del vecchio signore di Perugia a Roma per
impetrare la grazia del pontefice, per cui essendo ella nota alla
maggior parte, e come figlia dello scaduto signore di Bologna, e per
la fama che, nella circostanza del suo matrimonio col Baglione, aveva
dovunque recate le lodi della bellezza, della sua giovinezza insieme
al compianto delle sue molte sventure e del duro modo con cui era
stata sagrificata dal padre, gli abitanti de' luoghi per dove ella
passava traevano in folla a vederla. Il fatto medesimo della cattura
del signore di Perugia, fatto che aveva sbalordita mezza Italia,
ajutava ad accrescere nella folla il desiderio di considerare da
vicino la moglie di lui, e tanto più in quanto, correndo la voce che
per tanti anni ella stessa era stata la vittima di quell'atroce uomo,
non sapevasi abbastanza ammirare la di lei generosità, per la quale
s'affrettava presso il pontefice al fine di implorare la salvezza di
colui appunto che era stato la cagione de' suoi continui patimenti.
Ma i corrieri precedendola di molte miglia entrarono in Roma un giorno
prima di lei, al fine di prepararle un conveniente alloggio. Affluendo
colà, di que' tempi, altissimi personaggi d'ogni paese, alcuni ricchi
cittadini avean destinato espressamente de' sontuosi palazzi, all'uso
di alberghi. Agostino Chigi era il proprietario d'uno di questi, il
quale essendo il più magnifico e il più riccamente addobbato degli
altri, i personaggi più distinti vi si recavano di preferenza, e
questo appunto fu prescelto per dare alloggio alla signora di Perugia.
Fin dal dì prima, da taluni mercadanti che viaggiavan per Romagna, era
stata recata la notizia che la moglie del Baglione era in viaggio per
Roma, alla quale chi aveva prestato fede, chi no. Ma appena giunsero i
corrieri, e furon visti fermarsi all'albergo in Piazza Farnese, e si
sparse la nuova che il dì dopo sarebbe venuta la signora di Perugia,
fu un mormorio di tutta la città. Già tutta l'attenzione de' Romani
era vôlta allora al fine che avrebbe avuto il processo del Baglione.
Nelle case, per le strade, ai passeggi, nelle botteghe, ai giuochi,
non si parlava che di quell'avvenimento straordinario. Ora si può
argomentare quale effetto facesse anche in Roma come altrove la
notizia dell'arrivo della sua moglie.
Il giorno dopo, come suole avvenire in simili circostanze, verso l'ora
in cui credevasi da tutti ch'ella dovesse arrivare, si cominciò a
vedere la Piazza Farnese affollarsi di sfaccendati, i quali volevano
esser i primi a veder discendere dalla lettiga la giovane signora,
della quale avevano sentito a dir tante cose.
--Vorrei sapere, diceva uno, a che fine ella se ne venga in questa
città.
--Io sospetto l'abbia fatta chiamare papa Leone per sentire anche lei.
Delle molte atrocità ond'è colpevole il Baglione, credo che costei non
sia stata l'ultima vittima, onde sarà venuta qui espressamente per far
testimonianza a danno di lui.
--Io credo vi prendiate abbaglio, ed ho sentito dire invece ch'ella si
affretti per genuflettersi al santo padre, e per impetrare la sua
clemenza a pro del marito.
--Chi ve l'ha raccontata non dee di certo aver la testa sulle spalle.
Da quando in qua s'è egli mai sentito dire che il paziente abbia
supplicato pel boja?
--Da questo istante.
--Io non ci credo nulla però, e la vedremo.
--Ma se egli è vero ch'ella se ne viene per salvare il marito, credi
tu che il santo padre si lascerà poi smuovere dalle preghiere di lei?
--Io starei pel no: tuttavia chi può mai coglier giusto in tali cose?
--Costui dice benissimo: in queste cose non si può mai essere
indovini; del resto, quando avrò parlato a un certo tale, vi saprò dir
io cosa ne sarà per succedere.
--Ma in che ora precisamente sarà per arrivare?
--Il fante dell'albergo dice che si sta appunto aspettandola da un
momento all'altro.
--Sentite, rechiamoci un tratto fuor di porta Belisario, così
movendole incontro non avremo a durare la noia dell'aspettare.
--Se ti par meglio, tu puoi andare; ma io non mi scosto di qui, chè
vo' vederla dappresso quand'uscirà di lettiga.
Dietro il parere di questi due, chi stette fermo presso la porta
dell'albergo, chi si mosse verso porta Belisario. Ma questi ultimi non
ebbero a veder nulla, perchè i cavalcatori sospettando che a quella
porta vi sarebbe stata una gran moltitudine, entrarono in città per
un'altra, e attraversandola di corsa, furon presto in Piazza Farnese.
Alle prime voci che annunziavano l'arrivo del numeroso traino della
signora di Perugia, nella folla successe un gran commovimento. Molti
s'addensarono allo sbocco della contrada che metteva sulla piazza, e
per dove la signora aveva a passare; molti l'aspettarono di piè fermo
innanzi alla porta del palazzo Chigi.
--È qui, ci giunge adesso, due, tre, quattro, sei lettighe.
--È un seguito numeroso.
--Or sta a vedere dove sarà la signora?
--Attenti, guarda, non è lei; queste son donne di servizio.
--Ma di ragione ella si troverà con taluna di costoro.
--Eccola... l'hai veduta?
--È poi dessa veramente?
--È seduta a dritta; è quella che parla, osserva.
--L'ho veduta adesso.
--È bella; or vo' vederla a discendere.
--Non l'avrei creduta così giovane.
--Presto, andiamo.
E in coda al seguito la folla che s'era divisa, tornando a
congiungersi, si sforzò di ridursi presso alla porta del palazzo.
Quando poi le lettighe si fermarono, il pigiamento della moltitudine
fu straordinario, chi sforzavasi a soverchiar l'altro, chi si alzava
sulla punta dei piedi, chi cercava di sporger la testa fra quelle che
si addensavano innanzi.
Fu un momento di aspettazione; infine la svelta figura della Ginevra,
avvolta in una stretta tunica di velluto nero, fu veduta discender
lesta dalla lettiga e scomparir subito sotto il portone del palazzo.
La curiosità generale fu delusa nel punto stesso di essere appagata, e
la moltitudine cominciò a diradarsi; chi diceva una cosa, chi
un'altra.
--Per quel ch'io vidi, avrei anche potuto starmene a bottega.
--Tuo danno, se ti sei ostinato a non voler starmi presso, lo invece
mi trovai a due passi da lei quando discese... ed ebbi agio così di
guardarla come adesso guardo te.
--E ti parve?
--Le voci stavolta non han propalato il falso; è molto giovane, è
molto bella, ma bella davvero. Conosci tu la figlia del Savelli? Bene,
questa le somiglia assai, se non che è più donna.
--Ma come va ch'ell'abbia sposato un uomo così vecchio e così laido?
--Non fu lei, caro mio; suo padre era in male acque assai quando
l'offerse al Baglione, e sperava grandissime cose. Ora vedi che bel
guadagno ha fatto.
Con questi ed altri tali parlari ciascheduno si ritraeva, di modo che
la piazza in poco di tempo rimase vuota. A sera però e a notte si
videro fermarsi molti gruppi di persone per gettar qualche occhiata
alle finestre illuminate dell'appartamento dove la Ginevra alloggiava.
Appena arrivata, ella avea tosto mandato un suo uomo alla Corte
pontificia per sapere quando avrebbe potuto avere un'udienza dal santo
padre, e in pari tempo perchè cercasse di sapere in qual condizione si
trovasse allora Giampaolo.
L'uomo s'era fatto presentare al cardinal Bembo, il quale, dopo aver
fatte molte interrogazioni, gli disse tornasse la sera stessa che
avrebbe lasciata una risposta. Ma nello stesso tempo non mancò di
fargli intendere, che l'illustrissima Bentivoglio avrebbe supplicato
indarno, perchè il processo era finito e il Baglione era stato
condannato.
--Tuttavia dite all'illustrissima signora vostra, soggiunse per ultimo
il Bembo, che se non ha a sperar nulla per suo marito, speri per sè
medesima e nella bontà del santissimo padre.
L'uomo riferì queste parole alla Ginevra, la quale non seppe come
aveva ad intenderle; tornò la notte a palazzo, e ne riportò che
l'illustrissima Bentivoglio si recasse il dì dopo ad ora di terza alla
Corte del santo padre, chè questo le accordava la desiderata udienza.
Il processo del Baglione era dunque finito, ed esso era stato
condannato a morte.... La Ginevra pensò tutta la notte a questo
avvenimento, ed era tanta la bontà sua, che provava quasi un rimorso
nel non sentire un sincero dolore per tale notizia. Ed ogniqualvolta
un altro pensiero, un pensiero di tutta speranza irresistibilmente le
si affacciava, ogniqualvolta guardando per la finestra, e vedendo il
chiaro di luna battere sui palazzi sontuosi che decoravano quella
piazza, pensava ch'essa era in Roma.... in Roma dove tante volte nel
massimo trasporto della passione, era corsa colla mente in cerca di
colui che il Corvino gli aveva nominato... tentava ogni sforzo per
respingere quelle idee e per comporsi alla pietà di cui, nell'estrema
sventura, le parea fatto degno il Baglione. Ma ciò le riusciva affatto
impossibile, ed insensibilmente era trascinata dai moti del cuore... e
quando in sulle prime ore della notte, salivano fino alla sua camera i
rumori dei passi, delle voci di quanti attraversavano la piazza,
considerando che tra coloro vi poteva essere l'amico della sua
giovinezza... l'esaltazione di spiriti che ne provava era di tal
natura, ch'ella più non bastava a dominarsi, e recavasi alla finestra
a gettare uno sguardo sulla piazza.... e il cuore gli voleva scoppiare
di sotto al drappo di velluto.
Tali pensieri stava facendo la Ginevra nel punto stesso che altri
pensavano a lei ed alla circostanza straordinaria ed inaspettata per
la quale si tosto ella era venuta in Roma.
Cominciamo da Gerolamo Morone. Quando le prime voci annunziarono
l'arrivo della moglie del signore di Perugia, egli non ci prestò
nessuna fede sapendo che Leone non l'aveva ancor mandata a chiamare, e
non potendo congetturare nessuna causa per la quale spontaneamente
ella poteva esser partita di Perugia; perciò non è a dire quale
stupore fosse il suo quando la sera prima, recandosi nelle solite sale
di Agostino Chigi, seppe da lui come la signora di Perugia il dì dopo
sarebbe venuta ad alloggiare nell'albergo in Piazza Farnese.
Quel concorso strano di più avvenimenti, che a vicenda venivano ad
urtarsi nel medesimo tempo, gli diede molto a pensare. Per quanto
fosse uomo superiore, pure la morte della madre del Palavicino
avvenuta quand'esso stava per maritarsi alla duchessa Elena, poi la
cattura di Giampaolo Baglione successa nell'intervallo della di lui
assenza da Roma, la quale avrebbe in poco di tempo fatta libera la
Ginevra, ed ora l'arrivo di costei in Roma pochi giorni dopo la venuta
di Manfredo stesso, salvo per miracolo, arrivo che pareva affrettato
espressamente per mandare a vuoto il matrimonio di lui colla duchessa,
gli parvero cose disposte troppo fatalmente perch'egli ci si volesse
opporre. E a tutta prima sotto l'influenza di quel dubbio passaggiero
venne quasi nella determinazione di lasciar correre le cose come
voleva la fortuna, la quale sino a quel punto era stata molto più
forte di lui, e della quale, per dir vero, in ciò che toccava il
Palavicino, non era a lamentarsi punto. Venne quasi nella
determinazione di togliersi affatto da quell'intreccio di cose, di
lasciar Roma per qualche tempo, e di recarsi a Reggio a trovare i suoi
concittadini. Furono però dubbi, pensieri e determinazioni di breve
durata; e infine pensò che se più d'una volta la fortuna avea
inestricato i fatti in modo da far credere non li potesse rompere più
nessuno; più d'una volta, colla prudenza e coll'astuzia, era stata
vinta essa pure. Il matrimonio poi del Palavicino colla signora di
Rimini era per lui di una importanza troppo forte, troppo immediata
per le cose d'Italia, perchè potesse persuadersi a lasciare anche
quello in balia della sorte. Si studiò allora di credere che nel
concorso dei fatti maturatisi in quegli ultimi giorni non ci fosse
nulla di straordinario. Pensò finalmente che della Ginevra, alla quale
il pontefice era venuto nella determinazione di fissare una
ricchissima pensione, poteasi pure cavare un gran partito... Così a
poco a poco tranquillatosi del tutto, cominciò a meditare le cose che
gli rimanevano a fare, e quali prima e quali dopo. E fra le prime,
stabilì di recarsi a fare un lungo discorso al Bembo ed a Leone appena
la Bentivoglio fosse venuta a Roma e, contro la prima intenzione del
pontefice medesimo, condurre le cose in modo che quella avesse
tostamente ad uscire di Roma, per ridursi a vivere a Trento, dove da
cinque anni aveva fermato la sua stanza il duca Francesco Sforza. In
questo ravvicinamento il Morone riponeva molte delle sue speranze.
Fatte così le prime linee di tal disegno con quella prontezza di
concepimento che gli era tanto propria, stette aspettando che alla
solita conversazione del Chigi venissero la duchessa e il Palavicino;
ma per quella sera, con sua grande maraviglia non disgiunta da taluni
timori, non vennero nè l'uno nè l'altra, onde il giorno successivo,
che fu quello appunto dell'arrivo della Ginevra, si recò al palazzo di
Elena per vedere se mai vi fosse qualche novità, ma non v'era
propriamente nulla. Soltanto la duchessa mentre aspettava il
Palavicino, essendo presso l'ora di pranzo, uscì in queste parole col
Morone:
--Io non so cosa pensare, amico mio, ma da che Manfredo è ritornato a
Roma non mi par più quel di prima. A miei dì mai non lo vidi in tanto
pensiero e così triste, nemmen quando, in gran travaglio di corpo e di
fortuna, alloggiò per la prima volta nel mio castello a Rimini.
--È una cosa presto pensata e della quale non è a fare nessuna
maraviglia, che anzi ve ne sarebbe a fare se fosse diversamente. La
morte di sua madre non gli può uscire dal pensiero un momento ed era
da aspettarsi, perchè non credo che nessun figlio abbia mai sentito
per sua madre così profonda tenerezza, come il nostro Manfredo.
--Anche a me venne un tal pensiero per la mente, pure mi sembra ci sia
qualche cosa che non sia affatto affatto la dolorosa memoria di sua
madre,
--Ed io sono certissimo che non c'è altro, duchessa, come son certo
che dopo qualche mese di tempo anche il suo dolore darà luogo ed egli
ritornerà quel di prima.
--Faccia Iddio che ciò sia per essere, e non ne parliamo più.
Qualche momento dopo codesto breve discorso, quando già i commensali
s'erano raccolti nella sala delle mense, venne il Palavicino.
Alle prime domande rivoltegli dalla duchessa egli rispose con molta
alacrità, e durante il pranzo, e in tutta la sera parve ad Elena e a
tutti di lietissimo umore, non al Morone però il quale s'accorse
benissimo quanto v'era di ostentato e di artificiale in quella
allegria sotto a cui, di tratto in tratto, trapelava una cupa
preoccupazione. Che al Palavicino fosse noto l'arrivo della Ginevra in
Roma, non era a farne il minimo dubbio. Ora cosa voleva significare
quello sforzo insistente e faticoso onde procurava coprirsi in faccia
agli altri? Voleva significar tanto che il Morone ne fu assai
sconcertato. Del resto, quando in sullo sparecchiarsi delle mense ad
uno dei commensali venne la tentazione di entrare a discorrere del
Baglione, il Palavicino con un impeto ed un'asprezza che contrastavano
troppo alla gentilezza de' suoi modi, gli tagliò la parola in bocca,
mettendo in mezzo che non era conveniente il parlare di un così tristo
fatto in mezzo alla comune giocondità; e quando, a notte già
innoltrata, la duchessa accennò di muoversi per recarsi al palazzo
Chigi, secondo il consueto, egli, dicendo che sarebbe rimasto,
costrinse anch'essa a rimanere.
Ciò per altro non dispiacque al Morone, il quale naturalmente aveva a
temere che nella numerosa conversazione del Chigi entrandosi a
parlare, com'era inevitabile, e del Baglione e della venuta della
Ginevra moglie di lui, alla duchessa Elena potesse mai balenare il
sospetto di ciò che, con ogni premura, le si doveva tener nascosto.
Così, a mettere un freno a tutti i discorsi del Palavicino e a
mantener sempre vivo il discorso del matrimonio, per l'adempimento del
quale egli aveva sollecitato l'ultima pubblicazione, si trattenne egli
pure presso la duchessa fino al punto da partirne insieme al
Palavicino. Ma in questa notte, lungo il cammino, tra i due
compatriotti non corse alcuna parola, e fu una dissimulazione perfetta
tanto per l'una che per l'altra parte. Soltanto il loro silenzio si
ruppe quando si salutarono per lasciarsi.