CAPITOLO XXI.

Manfredo Palavicino, assalito un momento prima, mentre senza scopo e

all'impazzata andava avvolgendosi in un labirinto di viottoli, da quei

tre che abbiam veduto affrettarsi sui passi suoi e che finalmente

s'erano risoluti, assalito all'impensata, e quand'egli era tutto

immerso ne' suoi pensieri e nella sua disperazione, a malgrado della

resistenza che macchinalmente vi aveva opposto, era stato preso e

tostamente tratto al palazzo ducale. Così cadde nelle insidie del

Lautrec, dopo averle tante volte scansate. L'amore unico che portava a

sua madre aveva respinti i consigli della fredda prudenza, ed egli

stesso era corso incontro al proprio pericolo. Al numeroso volgo potrà

parere debolezza imperdonabile, ai pochi venerabile infortunio. Vi

hanno tali posizioni nella vita, in cui per sentenza del più degli

uomini, fu stimato necessario l'assoluto e tirannico dominio di una

virtù sola, innanzi alla quale tutte le virtù subalterne debbono

tacere, il dominio d'una virtù dura e inflessibile, quasi non

compatibile coll'umana natura, dalla quale tutte le passioni, anche le

generose, debbono necessariamente esser messe in fuga. In una tale

posizione trovavasi il Palavicino, ma per offrire all'incontro in sè

lo spettacolo di un uomo che, tendendo per risoluzione deliberata

della volontà ad un gran fine, lungo il cammino è impedito non solo

dagli esterni ostacoli, ma sì anche dalle intime lotte dell'animo, ed

a risolvere il problema se, attraverso a tanti ostacoli, sia mai

possibile ad uomo di toccare i supremi intenti nella vita.

Ma il Lautrec avea toccato il suo. Dopo tanti sforzi falliti per

impadronirsi del Palavicino, dopo aver prezzolati sicarj che non

seppero rispondere al mandato, dopo aver messa indarno un'ingente

taglia sul capo di lui, finalmente aveva potuto ghermirlo con

un'insidia astuta e perfida.

La gioia che gli venne per tale avvenimento fu di quelle che di rado

provano gli uomini; ma come l'ebbe assaporata per alcuni momenti,

condotto dall'istessa sua gioia a considerare il passato, senti

vergogna di aver dovuto ricorrere a mezzi così vili, per raggiungere

il suo fine; e il pensare che, di tal modo, l'uomo che odiava veniva

di tanto a ingrandirsi al cospetto dell'universale, di quanto egli si

abbassava, tosto gli mise il dispetto nell'animo. Avrebbe voluto che

sul Palavicino insieme alla sventura cadesse anche il vituperio,

perchè in faccia alla duchessa Elena comparisse così una cosa

vilissima. Ma il fatto troppo si opponeva a questo suo desiderio, ed

ora che il Palavicino era in sua piena balia e di lui potea fare ogni

strazio, la scomparsa d'ogni ostacolo quasi gli fece smarrire ogni

entusiasmo.... e d'uno in altro pensiero, cercò se mai si potesse

trovare un modo di purgarsi della taccia di traditore, per far cessare

qualunque accusa, e conseguentemente per togliere ai Palavicino, se

fosse stato possibile, anche la grandezza della sua disgrazia.

Un lampo gli balenò nella mente; pensò ch'ogni supplizio era inutile,

ch'eravi un mezzo per rendere il Palavicino spregevole in faccia al

mondo. Dare ad intendere d'averlo tirato a Milano non per altro che

per costringerlo alle vie dell'onore, offerendogli di battersi seco

colle armi della lealtà, e nel punto stesso di toglierlo di mezzo,

vestire colle apparenze di una generosità straordinaria lo sfogo della

propria vendetta. Lo stesso desiderio di togliere colle proprie mani

la vita all'uomo che odiava, lo aveva aiutato a far l'astuto disegno;

d'altra parte era tanta la sicurezza che aveva di sè stesso, che non

poteva nemmeno ammettere il dubbio non fosse il Palavicino per rimaner

soccombente. E la cosa era così infatti. Per quanto il giovane

Manfredo fosse valentissimo nel maneggio dell'armi, da aver pochi

eguali, tuttavia non poteva dipendere che da un prodigio la salvezza

di lui, e lo star contro al Lautrec colla spada in pugno era quasi

come mettere il capo sotto il tagliente del patibolo. Del resto, ogni

uomo ragionevole comprenderà che il Palavicino non veniva ad

impicciolirsi per nulla, se, nella gara della forza fisica, era tanto

inferiore all'altro.

Il Lautrec erasi dunque gettato a sedere, volgendo in mente il nuovo

disegno, quando gli sovvenne che si attendevano appunto i suoi ordini

pel modo da comportarsi col suo prigioniero il quale stava ancora in

palazzo. Nel primo momento che gli fu annunziata la cattura di lui,

affrettatosi a lincenziar tutti per trovarsi solo, non aveva avuto il

tempo di recarsi a vederlo; ma ora gliene venne una gran voglia, la

voglia di guardare a lungo l'uomo che da tanto tempo aborriva, e che

oramai non era altro che la sua vittima certa. Chiamò dunque un

soldato--Mi si conduca qui il Palavicino in sul momento--gli disse. Il

soldato partì.

Correvano sette anni da che il Lautrec si era trovato col Palavicino

sul mare, presso a Rimini, la prima volta in cui l'avea veduto; ora

stava per vederlo una seconda volta. Un'ansia strana provò in

quest'aspettazione. Quando al rumore che fecero gli usci nell'essere

sbattuti, s'accorse che qualcheduno veniva, si alzò. In tutti que'

suoi moti e que' suoi atteggiamenti c'era qualche cosa d'indefinibile

che molto somigliava ai moti d'istinto delle belve. La porta

finalmente si aprì; egli vi gettò lo sguardo avido.... vide e

tremò.... tremò; tanto la vista di Manfredo gli mise un sussulto, un

orgasmo insolito in tutte le fibre, e fu a un punto di gettarsegli

contro come per farlo in brani. Pure le tendenze dell'uomo vinsero gli

istinti ferini e si contenne, e dissimulò e cercò anzi di far venire

sul labbro le parole più calme. Così comandò d'uscire a coloro che

avevano accompagnato il Palavicino; e rimase da solo a solo con lui.

Lasciò passare qualche momento, poi si volse a gettare un'altra

occhiata su di esso, quasi per avvezzarsi a sopportarne la vista, ma

non potè, e tosto si rivolse. Finalmente parlò, pur continuando mentre

parlava a guardar la fiamma che gli ardeva dinanzi:

--Son sette anni che ti cerco, marchese; sette anni che sospiro di

trovarmi faccia faccia con te.... E ora sei qui.... però, se sei

ragionevole, capirai che non v'è più speranza.... La legge parla

chiaro e forte.... Tu sei un ribelle....

Qui fece un momento di pausa.

--Pure hai da ringraziare Iddio, continuò, ringraziarlo dell'odio

stesso che ti porto, ringraziarlo, perchè se tu mi fossi indifferente,

tosto saresti gettato in bocca della legge, e a chi tocca tocca; così

invece voglio che la giustizia ti ceda a me, e francandoti del resto,

altro non pretendo se non che la tua spada abbia a toccare la mia;

questa sola, e il destino, decideranno dunque di noi. Ora se hai

qualche cosa a dirmi, parla.

Manfredo non rispose nulla. Il Lautrec lo guardò per la terza volta.

--Credo d'aver parlato chiaro, e quantunque la tua bocca stia chiusa,

crederò che hai udite le mie parole, e che accetti.

Manfredo accennò del capo, ma continuò a tacere.

Il Lautrec cercò allora se avesse qualch'altra parola da dire, ma non

trovandone più, ed accorgendosi di non poter sopportare la presenza

dell'abborrito giovane senza venir tosto a qualche estremo, uscì egli

stesso della sala.

Dopo qualche tempo vi entrarono quattro soldati con arme in asta, i

quali senza parlare si collocarono ai quattro angoli, e un uomo che

s'accostò al Palavicino e gli parlò non senza una certa cordialità,

avvisandolo che per tutta la notte gli conveniva fermarsi in quel

luogo.

Il Palavicino non fece parola; soltanto, dopo alcuni momenti, domandò

gli si recasse dell'acqua. Recata che gli fu ne bevve molta; dopo si

liberò della pelliccia onde ancora era coperto, e si assise innanzi al

fuoco. Per tutta la notte rimase poi solo in questo modo insieme ai

quattro soldati.

Il dolore non confortabile per la morte di sua madre, la corsa

disastrosa, la stanchezza del corpo, il gelo che gli aveva irrigidite

le membra, avevan messo una tale stupidezza nella mente di Manfredo

che, al primo, quando s'accorse d'esser caduto nelle mani del Lautrec,

quasi non seppe misurare tutta la gravezza della sua situazione. Nè la

vista del Lautrec medesimo, nè le di lui parole bastarono a

riscuoterlo. Come si trovò solo però, come poco a poco il calore della

fiamma gli ebbe ristorato il corpo assiderato.... anche le facoltà

dello spirito si rialzarono con quello, e la sua mente cominciò a

meditare con ordine. Considerando allora quanto la sua venuta a Milano

per rivedere la madre era stata indarno, s'accorse del mal passo che

avea fatto per non aver voluto ascoltare i prudenti consigli del

Morone, s'accorse d'avere così tradita la causa del paese comune,

pensò che a simile notizia tutti gli Italiani che v'erano interessati,

ad una voce e con ragione lo avrebbero caricato di rimproveri. E

fermandosi su di ciò ebbe tal rimorso, tanta vergogna di sè stesso,

che la disperazione gli entrò nell'animo, e pregò Iddio perchè lo

facesse morire in quel punto. Pure di considerazione in

considerazione, le parole del Lautrec che macchinalmente aveva udite,

e di cui non gli era stato chiaro il senso, a poco a poco gli si

svolsero innanzi con evidenza. Quell'offerta che gli faceva il Lautrec

di battersi seco, nel mentre poteva tosto consegnarlo al carnefice,

gli parve una disposizione della provvidenza, che vegliava lui e il

suo paese, e che ad espiare e riparare le proprie debolezze e i

proprii mancamenti gli affidava il più difficile e pericoloso carico,

nel mentre che forse gli apriva il campo per conseguire il supremo suo

fine a un tratto. Così grado grado si venne accendendo all'entusiasmo,

fino al punto, che tenne per certo ciò che non era che illusione. E

sebbene sapesse quant'era poderoso il braccio del Lautrec, non si

smarrì, provando allora una tale sicurezza nelle proprie forze, quale

non avea forse mai avuto; sicurezza che gli derivò appunto dalla

confidenza che avea posto nell'intervento espresso della provvidenza;

e sentendo rinascere il rimorso di quanto aveva fatto, quantunque la

pietà per sua madre gli paresse tuttavia cosa santissima e tale, che

bastasse a giustificarlo in faccia agli uomini, pronunciò in que'

momenti nel santuario dell'animo suo il giuramento di posporre sempre

ogni privato affetto alle cure della patria, di far tacere ogni moto,

anche generoso, del cuore, quando in qualche modo fosse per esser di

danno ai più alti interessi d'Italia; e quel giuramento lo pronunciò

con tal fervore, e nel pronunciarlo era esaltato da un così forte

amore pel paese in cui ora nato, e per gl'innumerevoli suoi fratelli

di sventura, che ogni ammirazione sarebbe stata minore, in quel punto,

alla venerabile altezza de' suoi propositi.

Se il Morone aveva fatto capo sul Palavicino per tentare un colpo

ardito al fine di cacciare i Francesi di Lombardia, era appunto per

aver scorto nel suo giovine concittadino questa tendenza alle veementi

accensioni dell'entusiasmo, che talora sono generatrici di grandissime

cose; però lo aveva anteposto a talun altro forse più di lui fornito

di equabile fermezza, ma di lui meno ardente. Ed era presumibil cosa,

che se in tal momento il Palavicino si fosse trovato in campo a

comandare una mano d'armati contro Francia, con quella avrebbe saputo

tentare ciò che ai più sarebbe sembrato impossibile, tanto

l'entusiasmo lo avrebbe fatto unico nel valore.

Ma intanto era ne' lacci del governatore e doveva chiamare sua gran

ventura l'avere a tentar la sorte con lui; e ciò era tuttavia

incertissimo, perchè egli versava nel pericolo, che da un istante

all'altro il Lautrec cambiasse di proposito, e invece di combatter

seco lo consegnasse al carnefice.

E a un tal pericolo, se nella nuova sua fiducia, il Palavicino non

pensava gran fatto, ci ebbe a pensar poi seriamente un altro che aveva

la mente più calma della sua.

Appena il conte Mandello, che nel lasciare il Lautrec aveva udite le

sue parole ed erasi martellato il cervello per trovar loro una

spiegazione, si fu ridotto al proprio palazzo e sentì dal maggiordomo

che il Palavicino era giunto in Milano quella sera stessa, è troppo

facile ad immaginarsi com'ei rimanesse a tale notizia, e come, dopo

aver udito i dubbi e i timori del maggiordomo, che gli raccontò tutto

quanto era successo, dovesse comprender tosto il significato delle

parole del governatore, e chi era l'uomo caduto nelle sue mani. E fu

per modo alterato da tal nuova, che non seppe trattenersi dal

rimproverare violentemente il maggiordomo di non aver impedito al

Palavicino di uscire, e pensando ch'ell'era una sventura, a cui non

potea trovarsi il riparo, n'ebbe un rammarico estremo.

Ritiratosi nelle sue camere, non potè per tutta notte chiuder mai

occhio, tanto la sua mente lavorò di continuo intorno a quella

terribile avventura. Pensò se a lui fosse mai possibile di placare gli

odii del governatore, e sospirò spuntasse l'alba per recarsi tosto al

palazzo ducale. Ma una tale speranza gli parve poi la più pazza cosa

del mondo, considerando l'inflessibile natura del Lautrec, e si volse

ad altro, e di pensiero in pensiero mise in campo infiniti partiti per

riuscire in qualche modo ad attenuare la sventura del Palavicino, e si

sforzò con tutta l'acutezza della propria mente a cercare qualche

mezzo a liberarlo dalle mani del Lautrec. Ma la difficoltà, per non

dire l'impossibilità, di trovarne uno, gliene fece più d'una volta

deporre il pensiero, e più d'una volta finì a conchiudere, che altro

non gli rimaneva che di compiangere l'amico e di continuare nella sua

regola di dissimulazione, per non mandare a vuoto anche il resto.

Tuttavia il lavoro della mente non avendo avuto mai posa un'istante,

gli fece finalmente balenare innanzi un partito. Lo considerò, vi si

fermò sopra, gli parve possibile, quantunque d'esito incertissimo e

assai pericoloso. E ciò gli mise tanta agitazione nel sangue, che

dovette alzarsi ed attender l'alba passeggiando per la camera. Pure,

quando spuntò, vide che non gli era conveniente il recarsi a quell'ora

a palazzo, e che per colorire il disegno gli bisognava dissimulare e

recarsi presso al Lautrec intorno alle ore consuete degli altri dì, e

aspettare che colui parlasse il primo; far tutto ciò insomma che desse

a divedere ch'egli non si prendeva gran pensiero del Palavicino.

L'ansia che provò in tutto quel tempo che dovette aspettare fu

certamente straordinaria, come straordinaria fu la fermezza, onde

seppe dominarsi per non tradir l'amico e sè stesso. Venne il momento,

alla fine, di recarsi a palazzo. Quando mise il piede sotto gli atrii

del gran cortile il cuore gli battea sì forte che parea volesse

scoppiargli, ed era questa la prima volta in sua vita che provava una

tal cosa; ma di fuori vestì la massima impassibilità, e prima di

andare dal governatore s'intrattenne con qualche soldato ad

interpellarlo intorno a tutto quello ch'era avvenuto la notte prima.

Che il Palavicino fosse stato catturato e condotto in palazzo era noto

a tutti, noto era parimenti ch'esso trovavasi tuttavia prigioniero

nelle stanze del Lautrec; ma non sapevasi ancor nulla della

risoluzione presa dal governatore.

Il conte Galeazzo si recò dunque difilato da lui. cosa che da molto

tempo solea fare per abitudine, Innanzi che gli fu, lo guardò del suo

occhio scrutatore per vedere come stesse di dentro. Non vi era uomo

che più del Lautrec mostrasse in volto le più interne agitazioni

dell'animo: vi lesse dunque quel che vi dovea leggere: e sapendo

ch'esso non avrebbe saputo trattenersi a lungo dal raccontargli ciò

ch'era avvenuto, pensò di lasciar parlar lui per il primo.

E non passò infatti molto tempo, che il Lautrec guatando il Mandello

con una espressione particolare:

--Non avete nessuna cosa a dirmi, conte?

--Non avrei nulla, eccellenza.

--Non sapete dunque quel ch'è avvenuto qui dalla notte passata in poi?

--Ah!.... lo so benissimo... Me ne disse ora appunto qualche cosa il

De-Guigne.

--E così?

--E così peggio per colui. Non so che dire, la sua stolidezza mi fa

più dispetto assai di quello che la sua disgrazia mi faccia

compassione. S'egli medesimo ha messo il collo nel laccio e ha stretta

la corda, tal sia di lui.

--Pure era anch'esso un vostro amico.

--Senza dubbio, era uno del gran numero anch'esso.

--E la madre di lui morì nelle vostre braccia.

--Davvero ch'io non so qual cosa non avrei fatto per quella donna

infelice. Vi assicuro che nessuna pietà sarebbe stata mai troppo per

le sue miserie. E s'ella è morta ne ringrazio Iddio, che così sfuggì

allo strazio di veder suo figlio tratto al patibolo.

--Ho pensato di farne altro di lui, conte.

--Che?

--Il patibolo è fatto pe' miei nemici volgari, per quelli soltanto, ma

pel marchese, per quest'uomo che abborro, ci sono io, io stesso.

--Non vi comprendo, eccellenza.

--Io non so quel che valga colui nel maneggio dell'armi; dunque io lo

faccio degno di provarsi con me. Quel ch'è passato tra me e lui non

può che decidersi in tal modo. Del resto la disfida sarà mortale....

sarà tale, che a voi tutti ne rimarrà orrenda la memoria per anni ed

anni.

--Lodo una tale risoluzione, disse il Mandello nascondendo l'estremo

suo stupore, essa è degna di voi, è degna del marchese.

--Lo credi?... Egli morirà dunque.... Così la sua morte potesse far

provare, a quella che tu sai, le pene dell'inferno in questa vita...

Pure la mia clemenza è soverchia.... Luigi XI ne avrebbe fatto altro

di lui.... Quasi sarei tentato imitare quel re... quasi vorrei

ripetere sul tuo concittadino il supplizio di Nemours... purchè quella

donna fosse presente al supplizio, purchè essa potesse ricevere sopra

di sè il sangue abborrito di lui.

Il Mandello stimò bene di non rispondere, e lasciare che tutto

evaporasse il furore del Lautrec. Dopo si recò con lui nella sala

d'armi, dove spesso soleva trattenersi co' baroni ed ufficiali

francesi in esercizi cavallereschi, finchè venisse l'ora di

accompagnare, insieme agli altri, il governatore in castello, dove

ogni dì esso aveva per costume di comandare in persona qualche

compagnia di fanti e di cavalli.

Mentre s'indugiò in quella sala, il Mandello pensò seriamente alle

parole del Lautrec ed a quanto era a farsi; a tutta prima, quando

sentì non trattarsi che di un duello, sembrandogli che fosse gran

ventura che il Lautrec avesse preso quel partito, stette a un punto di

non farne altro e di lasciare andar le cose a beneficio della sorte;

ma come s'accorse, all'ultime parole del governatore, che per l'odio

unico che lo sommoveva, facilmente poteva esser condotto a qualche

risoluzione atroce prima di venire al duello, e che ad ogni modo la

condizione del Palavicino era tale, che a sperare nella sua salvezza

non poteva essere che un pazzo pensiero, fermò di mettere in effetto

quel disegno che la mattina gli era balenato in mente. In quanto

all'onore del Palavicino, pensò, che impedendogli di venire alle armi,

non ne avrebbe per ciò scapitato d'un punto, perchè in fine il Lautrec

lo aveva tratto a Milano a tradimento, ed ora lo teneva prigione,

circostanze tutte che non si affacevano per nulla alla libera

condizione delle armi, ed erano più che sufficienti perchè il

Palavicino non potesse aver nessuna fede nel Lautrec e provvedesse a

sè medesimo. Convinto di ciò, e considerato che non era altra via a

tentare per salvare l'amico, e che lo stato di lui meritava la pena

dell'altrui sacrificio, per quanto vedesse che il pericolo era

gravissimo, pure vi si gettò col coraggio dell'uomo che tutto ha

misurato, e che ha dimenticato ogni altra cosa nel mondo. Cercò dunque

un pretesto, ed uscito dal palazzo recossi al proprio; sopratutto gli

premeva di non perder tempo, e, se fosse stato possibile, di condurre

ogni cosa a termine entro quel dì stesso. Ritiratosi nella propria

camera, chiama il maggiordomo, e chiama tutta la servitù.

--Amici, loro disse, io sono costretto a licenziarvi tutti: entr'oggi

questa casa deve rimanere deserta. Così, se mai qualche procella fosse

per cadere su di lei, penso che le pietre non daranno sangue: qui vi è

dell'oro, prendete; con questo provvederete ad uscir tosto dalla città

ed al più presto possibile fate di riparare fuori del ducato di

Milano.

Tutti si fecero attoniti.

--Ciò non vi dovrebbe fare gran maraviglia, che sapevate bene quanto

questa nostra ragione di vita fosse precaria; oggi mi è indispensabile

fare tal cosa, alla cui notizia il governatore, se il potesse, darebbe

fuoco a tutta la città; spacciatevi dunque, e se vi sarà possibile,

fate di raccogliervi tutti in sul Modenese. Non è improbabile che

abbiate a ritornare ancora tutti al mio servigio: andate.

Tutti uscirono, due soltanto dei servi, ai quali il Mandello aveva

fatto cenno, si fermarono.

--Voi due siete i più giovani e i più coraggiosi, e so che ad un

bisogno sapreste spendere la vita per una buona cagione; perciò ho

fatto conto su di voi, e vogliate ringraziarmi, perchè se la cosa

riuscirà bene, voi non avrete mai più a servire in vita vostra.

Rimarrete dunque con me, e spero che vorrete fare tutto quello che io

sarò per dirvi. Si tratta di condurre con noi il figliuolo del

governatore, senza che il padre, nè la Corte, nè altri se ne accorga,

il condurlo fuori del ducato; vedete dunque quanto è grande il

pericolo a cui andiamo incontro, e quanto è necessario ch'io mi abbia

preso a compagni due uomini come siete voi: del resto, l'impresa è di

tal natura, che può benissimo giovare agli interessi del nostro caro

Milano. Tu dunque, per adesso non devi far altro che attaccare alla

paravereda quella coppia di cavalli che ho guadagnato al Lautrec

medesimo al giuoco; non vidi mai gambe di cervo più veloci delle loro,

e poi voglio che il figliuolo sia tratto dai cavalli del padre; fatto

questo, ti recherai presso porta Romana, e colla paravereda non devi

far altro che aspettarci presso al pioppo di S. Giovanni; se lo vorrà

Iddio noi ci verremo in poco tempo. Va dunque, e spacciati e fa ch'io

abbia a dire poi che tu sei veramente quello che ti ho sempre stimato;

tu poi, si volse all'altro servo, insella i due cavalli, e come hai

fatto altre volte, verrai con me a Corte e accompagneremo il Lautrec

in castello; quello che avremo a far dopo, lo vedrai.

Mezz'ora dopo, la paravereda tratta da due focosissmi cavalli, uscì

della porta del palazzo Mandello, e il conte, dopo aver raccomandato,

per la seconda volta, a' suoi servi, che gli si strinsero intorno nel

cortile quando egli fu a cavallo, che badassero ad uscir subito,

oppure a disperdersi in varie parti della città, qualora non fosse

loro possibile di partire in quel dì stesso.... si recò alla Corte

ducale.

Nel tempo che ne stette assente, il conte Galeazzo Mandello non potè

mai escludere il timore che il Lautrec, in quell'intervallo, fosse mai

per mandare a vuoto, con qualche atto estremo, tutti i suoi progetti,

per cui appena entrò in palazzo, la prima cosa fu di assicurarsi

ancora intorno allo stato delle cose; ma seppe che Odetto persisteva

sempre nella prima sua volontà di venire al duello, seppe inoltre, che

erasi stabilito di farlo succedere il dì dopo, in faccia a gran

moltitudine, e a tutti gli ufficiali. Non fu dunque interrotto per

nulla nel suo disegno, e accompagnò il governatore in castello; colà,

dando belle parole a lui e a tutti, non si fermò che alcuni istanti, e

quando vide che il Lautrec era tutto intento a disporre un quadrato di

fanti, disse al servo:--Andiamo, e partì di corsa.

In pochissimo tempo furono al palazzo ducale; il Mandello, entrando a

galoppo, ne fece risuonare gli androni così, che i famigli del Lautrec

ne fossero avvisati; e senz'altro affacciatosi all'ingresso delle

stalle ducali, chiamato il mastro scudiere:--Fate insellar tosto il

cavallo pel figlio di sua eccellenza, gli gridò in tuono alto; e tu,

voltosi ad un famiglio che gli passava presso in quella, presto, va

negli appartamenti del figlio del governatore, di' al suo uomo lo

conduca subito abbasso, che sua eccellenza lo vuole in castello; ma

che si spacci, perchè sa bene come sua eccellenza ciò che vuole, lo

vuol presto. Va dunque.

Dopo alcuni momenti s'affacciò in fatti ad uno dei finestroni

rispondenti in sul cortile, l'uomo del fanciullo Armando per parlare

al conte:

--Siete voi che avete dato l'ordine?

Il conte alzò la testa.

--Per dio, mi par bene d'aver parlato chiaro: dov'è dunque il

fanciullo.... Presto, che sua eccellenza aspetta, e se passa più tempo

che non occorre, vorrà dare in ismanie, lo conoscete pure.

La testa dell'uom di camera scomparve dalla finestra. Due scudieri

intanto condussero fuori a mano il cavallo in gran bardatura.

Il conte Mandello e il servo di lui, si guardarono in volto: temevano

che da un momento all'altro fosse per succedere un contrattempo, e

irrequieti davan di volta col cavallo pel cortile.

Finalmente comparve il fanciullo Armando tutto avvolto in una

pelliccia, e condotto a mano dal suo uomo.

Questi, rivolto al conte Mandello,

--Sua eccellenza, disse, ha de' strani capricci, e facendo un tal

freddo, avrebbe fatto meglio a lasciare il fanciullo in palazzo, che

egli sa bene come questo ragazzo si mette giù ammalato per poco.

--Che cosa volete, è fatto così; ma sbrigatevi.

Il fanciullo dai due scudieri fu messo a cavallo; il conte Mandello e

il suo servo gli si misero ai lati.

Era avvenuto tante volte, che il governatore nel mezzo delle sue più

serie occupazioni, preso repentinamente da quella sua pazza smania di

vedersi accanto il figliuolo, mandasse a prenderlo in quel modo da

taluno de' suoi ufficiali, o da altri, che nè all'uomo di camera, nè

agli scudieri, nè a famiglio veruno, entrò pur ombra di sospetto in

mente; e il conte Mandello s'era appunto attenuto a questo partito,

perchè era il più semplice, sebbene il più aperto.

Usciti così dalla porta del palazzo, senza accidente di sorta, in

sulle prime finsero di prendere per la via che metteva al castello,

poi improvvisamente facendo dar di volta al cavallo, il conte

accennando al servo che guardava lui continuamente cangiò direzione.

I tre cavalli presero allora la rincorsa a galoppo, intanto che il

Mandello volgeva qualche dolce parola al fanciullo, che senza

sospetto, con quella sua voce argentina, gli rispondeva di conformità,

furono presto in Porta Romana. Le case lor fuggivano d'innanzi;

finalmente apparve la cima del gran pioppo di S. Giovanni, co' suoi

rami secchi e bianchissimi di neve raggelata, e il Mandello scòrse la

sua paravereda. Qui temendo assai di un altro contrattempo, perchè il

fanciullo poteva far qualche sospetto, pensò che bisognava giuocare di

risolutezza, e che per poco non occorreva farsi caso dello spavento

del fanciullo, e perciò accostatosi al servo:

--Quand'io, gli disse a voce sommessa, aprirò lo sportello della

paravereda, tu getta il tuo mantello sulla testa del fanciullo, perchè

non possa gridare, e afferralo alla cintura e mettilo dentro di forza,

ch'io scenderò di volo da cavallo ed entrerò con lui. Con Carlotto

siamo già d'accordo, e non sarà lento a cacciare a furia i cavalli; tu

poi ne terrai dietro alla lontana, e in quanto a questo cavallo del

governatore, farai bene a condurlo in uno di questi prati dove non ci

capita mai anima viva, ed a legarlo a qualche albero; se il freddo

della notte lo vorrà gelare, trattasi di cosa troppo grave, per aver

pietà di una bestia. Attento dunque che siam presso.

Il trotto dei tre cavalli avvisò Carlotto, l'altro servo, il quale

stava sulla cassa della paravereda, e che volse la testa, tendendo

subito le redini e tenendo pronta la frusta per non mancare d'un

punto.

Il Mandello s'accostò, aprì lo sportello, scendendo a mezzo di

cavallo. Il giovanetto Armando lo guardò, non sapendo perchè facesse

quell'atto; ma allora appunto il mantello del servo avvolse il

fanciullo, che nel momento medesimo fu tratto di cavallo e messo

dentro. Galeazzo salì anch'esso, e chiuse lo sportello, Carlotto

spinse i cavalli, e via di tal carriera, che la paravereda, per quanto

fosse pesante, strabalzava sul terreno. Trattavasi ancora di uscire

dalle porte della città dov'eran guardie e gabellieri, e poteva dar il

caso che quell'ultimo ostacolo fosse il più grave di tutti. Ma la

paravereda, senz'accidente di sorta, passò attraverso i pilastri della

porta, e innanzi ad una guardia e ad un gabelliere che non badarono a

nulla. Il Mandello, che di ciò stava in gran timore, fatto spietato

per necessità, tenne sempre il mantello avvolto intorno alla testa del

fanciullo, e la sua mano compressa sulla bocca di lui, a non lasciarne

uscire le grida, e con tal forza, che l'innocente Armando ne fu quasi

soffocato. A un miglio dalle mura, pensò bene di liberarnelo, ma ebbe

a sgomentarsi terribilmente, vedendo ch'esso era livido e non dava

parole. A poco a poco però rinvenne con indicibile contentezza del

conte Galeazzo, il quale aprì l'animo allora per la prima volta a

tutte le sue speranze. Verso sera, a malgrado la difficoltà delle

strade, furono a Lodi; qui gli bisognava sostare, perchè a prevenire

terribili sventure, aveva a scrivere al Lautrec la lettera da cui

dipendeva la salvezza del Palavicino; stette in forse se, prima di

scriverla, gli convenisse aspettare d'esser fuori del ducato, ma

l'indugio lo spaventava; però avendo in Lodi qualche suo conoscente,

pensò bene di farne conto, e vi si recò infatti. Un miglio prima di

giungere a Lodi, era stato raggiunto dall'altro servo; a lui dunque

diede in custodia il fanciullo, cui non concesse d'uscire pur un

istante dalla paravereda. Egli intanto, domandato alloggio per un

momento al signore presso cui si recò, mettendo innanzi un gravissimo

affare, lo interessò a trovare un corriere che partisse per Milano la

notte stessa; promesso un compenso larghissimo, il corriere fu presto

trovato. Allora il conte scrisse la seguente lettera:

"Eccellenza,

"Vostro figlio sta ora con me, voi lo sapete, e se, come il dolore

può in voi parlare la ragione, vi sarà tosto corso alla mente la

causa di quanto ho fatto. Voi amate la creatura vostra, io amo la

mia terra e i miei fratelli, i miei carissimi fratelli; e se di me

in tutto il tempo che vi fui presso, aveste a fare altro giudizio,

rettificate oggi l'error vostro. Però, se fra tre dì il marchese

Palavicino non sarà con me, potete esser certo, come di nessun'altra

cosa, che avrete a rinunciare per sempre alla speranza di rivedere

il vostro figlio. Io ho sempre amato ed amo la giustizia, e

l'innocenza del fanciullo dovrebbe esser sacra per tutti e per me.

Ma v'è tal cosa, che mi è più sacra ancora in questo momento; per

esso sono costretto a protestarvi, che se voi foste mai per fare

ingiuria al mio concittadino, pel quale darei la vita, la vita del

figliuol vostro ne risponderà, e il suo sangue cadrà su di voi. Non

fu mai promessa pronunciata con sì tenace proposito.

"Non crediate intanto trovar scusa in faccia agli uomini,

protestando ch'era vostra intenzione di battervi col Palavicino;

dopo che avete prezzolati sicari per farlo assassinare, dopo che con

perfido mezzo l'avete tirato nell'insidia, non avete più nessun

diritto all'altrui fiducia; se aveste sempre operato di lealtà, se

aveste fatto sapere al marchese che volevate battervi seco, egli

avrebbe con sollecitudine attraversata Italia per non mancare

all'invito; egli che lo desiderava, egli che avrebbe fatto sagrifizi

per cercar voi, ma così è tutt'altro. Ma il Palavicino deve ora

provvedere a scansar l'armi dell'ingiustizia e del tradimento; ora

veniamo a ciò che importa: vostro figlio vi sarà restituito il dì

stesso che il Palavicino sarà restituito a me ed alla sua patria:

fate dunque ch'ei sia condotto a Reggio; io sarò nel palazzo del

governatore, là il figliuol vostro sarà consegnato a chi ne terrà il

mandato da voi; vi do tempo tre dì, guai se questi trascorressero,

vostro figlio non vivrebbe più. Afrettatevi dunque."

_Conte Mandello_.

La lettera fu subito consegnata al corriere il quale dopo aver

ascoltati tutti gli ordini del conte, partì sull'istante per Milano.

Il Mandello risalì anch'esso nella paravereda, e continuò il viaggio

per Reggio, città che avea scelto di preferenza perchè conosceva

Francesco Guicciardini, il quale n'era stato eletto governatore pel

papa.

Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana · 第 38 / 57 题