Manfredo Palavicino, assalito un momento prima, mentre senza scopo e
all'impazzata andava avvolgendosi in un labirinto di viottoli, da quei
tre che abbiam veduto affrettarsi sui passi suoi e che finalmente
s'erano risoluti, assalito all'impensata, e quand'egli era tutto
immerso ne' suoi pensieri e nella sua disperazione, a malgrado della
resistenza che macchinalmente vi aveva opposto, era stato preso e
tostamente tratto al palazzo ducale. Così cadde nelle insidie del
Lautrec, dopo averle tante volte scansate. L'amore unico che portava a
sua madre aveva respinti i consigli della fredda prudenza, ed egli
stesso era corso incontro al proprio pericolo. Al numeroso volgo potrà
parere debolezza imperdonabile, ai pochi venerabile infortunio. Vi
hanno tali posizioni nella vita, in cui per sentenza del più degli
uomini, fu stimato necessario l'assoluto e tirannico dominio di una
virtù sola, innanzi alla quale tutte le virtù subalterne debbono
tacere, il dominio d'una virtù dura e inflessibile, quasi non
compatibile coll'umana natura, dalla quale tutte le passioni, anche le
generose, debbono necessariamente esser messe in fuga. In una tale
posizione trovavasi il Palavicino, ma per offrire all'incontro in sè
lo spettacolo di un uomo che, tendendo per risoluzione deliberata
della volontà ad un gran fine, lungo il cammino è impedito non solo
dagli esterni ostacoli, ma sì anche dalle intime lotte dell'animo, ed
a risolvere il problema se, attraverso a tanti ostacoli, sia mai
possibile ad uomo di toccare i supremi intenti nella vita.
Ma il Lautrec avea toccato il suo. Dopo tanti sforzi falliti per
impadronirsi del Palavicino, dopo aver prezzolati sicarj che non
seppero rispondere al mandato, dopo aver messa indarno un'ingente
taglia sul capo di lui, finalmente aveva potuto ghermirlo con
un'insidia astuta e perfida.
La gioia che gli venne per tale avvenimento fu di quelle che di rado
provano gli uomini; ma come l'ebbe assaporata per alcuni momenti,
condotto dall'istessa sua gioia a considerare il passato, senti
vergogna di aver dovuto ricorrere a mezzi così vili, per raggiungere
il suo fine; e il pensare che, di tal modo, l'uomo che odiava veniva
di tanto a ingrandirsi al cospetto dell'universale, di quanto egli si
abbassava, tosto gli mise il dispetto nell'animo. Avrebbe voluto che
sul Palavicino insieme alla sventura cadesse anche il vituperio,
perchè in faccia alla duchessa Elena comparisse così una cosa
vilissima. Ma il fatto troppo si opponeva a questo suo desiderio, ed
ora che il Palavicino era in sua piena balia e di lui potea fare ogni
strazio, la scomparsa d'ogni ostacolo quasi gli fece smarrire ogni
entusiasmo.... e d'uno in altro pensiero, cercò se mai si potesse
trovare un modo di purgarsi della taccia di traditore, per far cessare
qualunque accusa, e conseguentemente per togliere ai Palavicino, se
fosse stato possibile, anche la grandezza della sua disgrazia.
Un lampo gli balenò nella mente; pensò ch'ogni supplizio era inutile,
ch'eravi un mezzo per rendere il Palavicino spregevole in faccia al
mondo. Dare ad intendere d'averlo tirato a Milano non per altro che
per costringerlo alle vie dell'onore, offerendogli di battersi seco
colle armi della lealtà, e nel punto stesso di toglierlo di mezzo,
vestire colle apparenze di una generosità straordinaria lo sfogo della
propria vendetta. Lo stesso desiderio di togliere colle proprie mani
la vita all'uomo che odiava, lo aveva aiutato a far l'astuto disegno;
d'altra parte era tanta la sicurezza che aveva di sè stesso, che non
poteva nemmeno ammettere il dubbio non fosse il Palavicino per rimaner
soccombente. E la cosa era così infatti. Per quanto il giovane
Manfredo fosse valentissimo nel maneggio dell'armi, da aver pochi
eguali, tuttavia non poteva dipendere che da un prodigio la salvezza
di lui, e lo star contro al Lautrec colla spada in pugno era quasi
come mettere il capo sotto il tagliente del patibolo. Del resto, ogni
uomo ragionevole comprenderà che il Palavicino non veniva ad
impicciolirsi per nulla, se, nella gara della forza fisica, era tanto
inferiore all'altro.
Il Lautrec erasi dunque gettato a sedere, volgendo in mente il nuovo
disegno, quando gli sovvenne che si attendevano appunto i suoi ordini
pel modo da comportarsi col suo prigioniero il quale stava ancora in
palazzo. Nel primo momento che gli fu annunziata la cattura di lui,
affrettatosi a lincenziar tutti per trovarsi solo, non aveva avuto il
tempo di recarsi a vederlo; ma ora gliene venne una gran voglia, la
voglia di guardare a lungo l'uomo che da tanto tempo aborriva, e che
oramai non era altro che la sua vittima certa. Chiamò dunque un
soldato--Mi si conduca qui il Palavicino in sul momento--gli disse. Il
soldato partì.
Correvano sette anni da che il Lautrec si era trovato col Palavicino
sul mare, presso a Rimini, la prima volta in cui l'avea veduto; ora
stava per vederlo una seconda volta. Un'ansia strana provò in
quest'aspettazione. Quando al rumore che fecero gli usci nell'essere
sbattuti, s'accorse che qualcheduno veniva, si alzò. In tutti que'
suoi moti e que' suoi atteggiamenti c'era qualche cosa d'indefinibile
che molto somigliava ai moti d'istinto delle belve. La porta
finalmente si aprì; egli vi gettò lo sguardo avido.... vide e
tremò.... tremò; tanto la vista di Manfredo gli mise un sussulto, un
orgasmo insolito in tutte le fibre, e fu a un punto di gettarsegli
contro come per farlo in brani. Pure le tendenze dell'uomo vinsero gli
istinti ferini e si contenne, e dissimulò e cercò anzi di far venire
sul labbro le parole più calme. Così comandò d'uscire a coloro che
avevano accompagnato il Palavicino; e rimase da solo a solo con lui.
Lasciò passare qualche momento, poi si volse a gettare un'altra
occhiata su di esso, quasi per avvezzarsi a sopportarne la vista, ma
non potè, e tosto si rivolse. Finalmente parlò, pur continuando mentre
parlava a guardar la fiamma che gli ardeva dinanzi:
--Son sette anni che ti cerco, marchese; sette anni che sospiro di
trovarmi faccia faccia con te.... E ora sei qui.... però, se sei
ragionevole, capirai che non v'è più speranza.... La legge parla
chiaro e forte.... Tu sei un ribelle....
Qui fece un momento di pausa.
--Pure hai da ringraziare Iddio, continuò, ringraziarlo dell'odio
stesso che ti porto, ringraziarlo, perchè se tu mi fossi indifferente,
tosto saresti gettato in bocca della legge, e a chi tocca tocca; così
invece voglio che la giustizia ti ceda a me, e francandoti del resto,
altro non pretendo se non che la tua spada abbia a toccare la mia;
questa sola, e il destino, decideranno dunque di noi. Ora se hai
qualche cosa a dirmi, parla.
Manfredo non rispose nulla. Il Lautrec lo guardò per la terza volta.
--Credo d'aver parlato chiaro, e quantunque la tua bocca stia chiusa,
crederò che hai udite le mie parole, e che accetti.
Manfredo accennò del capo, ma continuò a tacere.
Il Lautrec cercò allora se avesse qualch'altra parola da dire, ma non
trovandone più, ed accorgendosi di non poter sopportare la presenza
dell'abborrito giovane senza venir tosto a qualche estremo, uscì egli
stesso della sala.
Dopo qualche tempo vi entrarono quattro soldati con arme in asta, i
quali senza parlare si collocarono ai quattro angoli, e un uomo che
s'accostò al Palavicino e gli parlò non senza una certa cordialità,
avvisandolo che per tutta la notte gli conveniva fermarsi in quel
luogo.
Il Palavicino non fece parola; soltanto, dopo alcuni momenti, domandò
gli si recasse dell'acqua. Recata che gli fu ne bevve molta; dopo si
liberò della pelliccia onde ancora era coperto, e si assise innanzi al
fuoco. Per tutta la notte rimase poi solo in questo modo insieme ai
quattro soldati.
Il dolore non confortabile per la morte di sua madre, la corsa
disastrosa, la stanchezza del corpo, il gelo che gli aveva irrigidite
le membra, avevan messo una tale stupidezza nella mente di Manfredo
che, al primo, quando s'accorse d'esser caduto nelle mani del Lautrec,
quasi non seppe misurare tutta la gravezza della sua situazione. Nè la
vista del Lautrec medesimo, nè le di lui parole bastarono a
riscuoterlo. Come si trovò solo però, come poco a poco il calore della
fiamma gli ebbe ristorato il corpo assiderato.... anche le facoltà
dello spirito si rialzarono con quello, e la sua mente cominciò a
meditare con ordine. Considerando allora quanto la sua venuta a Milano
per rivedere la madre era stata indarno, s'accorse del mal passo che
avea fatto per non aver voluto ascoltare i prudenti consigli del
Morone, s'accorse d'avere così tradita la causa del paese comune,
pensò che a simile notizia tutti gli Italiani che v'erano interessati,
ad una voce e con ragione lo avrebbero caricato di rimproveri. E
fermandosi su di ciò ebbe tal rimorso, tanta vergogna di sè stesso,
che la disperazione gli entrò nell'animo, e pregò Iddio perchè lo
facesse morire in quel punto. Pure di considerazione in
considerazione, le parole del Lautrec che macchinalmente aveva udite,
e di cui non gli era stato chiaro il senso, a poco a poco gli si
svolsero innanzi con evidenza. Quell'offerta che gli faceva il Lautrec
di battersi seco, nel mentre poteva tosto consegnarlo al carnefice,
gli parve una disposizione della provvidenza, che vegliava lui e il
suo paese, e che ad espiare e riparare le proprie debolezze e i
proprii mancamenti gli affidava il più difficile e pericoloso carico,
nel mentre che forse gli apriva il campo per conseguire il supremo suo
fine a un tratto. Così grado grado si venne accendendo all'entusiasmo,
fino al punto, che tenne per certo ciò che non era che illusione. E
sebbene sapesse quant'era poderoso il braccio del Lautrec, non si
smarrì, provando allora una tale sicurezza nelle proprie forze, quale
non avea forse mai avuto; sicurezza che gli derivò appunto dalla
confidenza che avea posto nell'intervento espresso della provvidenza;
e sentendo rinascere il rimorso di quanto aveva fatto, quantunque la
pietà per sua madre gli paresse tuttavia cosa santissima e tale, che
bastasse a giustificarlo in faccia agli uomini, pronunciò in que'
momenti nel santuario dell'animo suo il giuramento di posporre sempre
ogni privato affetto alle cure della patria, di far tacere ogni moto,
anche generoso, del cuore, quando in qualche modo fosse per esser di
danno ai più alti interessi d'Italia; e quel giuramento lo pronunciò
con tal fervore, e nel pronunciarlo era esaltato da un così forte
amore pel paese in cui ora nato, e per gl'innumerevoli suoi fratelli
di sventura, che ogni ammirazione sarebbe stata minore, in quel punto,
alla venerabile altezza de' suoi propositi.
Se il Morone aveva fatto capo sul Palavicino per tentare un colpo
ardito al fine di cacciare i Francesi di Lombardia, era appunto per
aver scorto nel suo giovine concittadino questa tendenza alle veementi
accensioni dell'entusiasmo, che talora sono generatrici di grandissime
cose; però lo aveva anteposto a talun altro forse più di lui fornito
di equabile fermezza, ma di lui meno ardente. Ed era presumibil cosa,
che se in tal momento il Palavicino si fosse trovato in campo a
comandare una mano d'armati contro Francia, con quella avrebbe saputo
tentare ciò che ai più sarebbe sembrato impossibile, tanto
l'entusiasmo lo avrebbe fatto unico nel valore.
Ma intanto era ne' lacci del governatore e doveva chiamare sua gran
ventura l'avere a tentar la sorte con lui; e ciò era tuttavia
incertissimo, perchè egli versava nel pericolo, che da un istante
all'altro il Lautrec cambiasse di proposito, e invece di combatter
seco lo consegnasse al carnefice.
E a un tal pericolo, se nella nuova sua fiducia, il Palavicino non
pensava gran fatto, ci ebbe a pensar poi seriamente un altro che aveva
la mente più calma della sua.
Appena il conte Mandello, che nel lasciare il Lautrec aveva udite le
sue parole ed erasi martellato il cervello per trovar loro una
spiegazione, si fu ridotto al proprio palazzo e sentì dal maggiordomo
che il Palavicino era giunto in Milano quella sera stessa, è troppo
facile ad immaginarsi com'ei rimanesse a tale notizia, e come, dopo
aver udito i dubbi e i timori del maggiordomo, che gli raccontò tutto
quanto era successo, dovesse comprender tosto il significato delle
parole del governatore, e chi era l'uomo caduto nelle sue mani. E fu
per modo alterato da tal nuova, che non seppe trattenersi dal
rimproverare violentemente il maggiordomo di non aver impedito al
Palavicino di uscire, e pensando ch'ell'era una sventura, a cui non
potea trovarsi il riparo, n'ebbe un rammarico estremo.
Ritiratosi nelle sue camere, non potè per tutta notte chiuder mai
occhio, tanto la sua mente lavorò di continuo intorno a quella
terribile avventura. Pensò se a lui fosse mai possibile di placare gli
odii del governatore, e sospirò spuntasse l'alba per recarsi tosto al
palazzo ducale. Ma una tale speranza gli parve poi la più pazza cosa
del mondo, considerando l'inflessibile natura del Lautrec, e si volse
ad altro, e di pensiero in pensiero mise in campo infiniti partiti per
riuscire in qualche modo ad attenuare la sventura del Palavicino, e si
sforzò con tutta l'acutezza della propria mente a cercare qualche
mezzo a liberarlo dalle mani del Lautrec. Ma la difficoltà, per non
dire l'impossibilità, di trovarne uno, gliene fece più d'una volta
deporre il pensiero, e più d'una volta finì a conchiudere, che altro
non gli rimaneva che di compiangere l'amico e di continuare nella sua
regola di dissimulazione, per non mandare a vuoto anche il resto.
Tuttavia il lavoro della mente non avendo avuto mai posa un'istante,
gli fece finalmente balenare innanzi un partito. Lo considerò, vi si
fermò sopra, gli parve possibile, quantunque d'esito incertissimo e
assai pericoloso. E ciò gli mise tanta agitazione nel sangue, che
dovette alzarsi ed attender l'alba passeggiando per la camera. Pure,
quando spuntò, vide che non gli era conveniente il recarsi a quell'ora
a palazzo, e che per colorire il disegno gli bisognava dissimulare e
recarsi presso al Lautrec intorno alle ore consuete degli altri dì, e
aspettare che colui parlasse il primo; far tutto ciò insomma che desse
a divedere ch'egli non si prendeva gran pensiero del Palavicino.
L'ansia che provò in tutto quel tempo che dovette aspettare fu
certamente straordinaria, come straordinaria fu la fermezza, onde
seppe dominarsi per non tradir l'amico e sè stesso. Venne il momento,
alla fine, di recarsi a palazzo. Quando mise il piede sotto gli atrii
del gran cortile il cuore gli battea sì forte che parea volesse
scoppiargli, ed era questa la prima volta in sua vita che provava una
tal cosa; ma di fuori vestì la massima impassibilità, e prima di
andare dal governatore s'intrattenne con qualche soldato ad
interpellarlo intorno a tutto quello ch'era avvenuto la notte prima.
Che il Palavicino fosse stato catturato e condotto in palazzo era noto
a tutti, noto era parimenti ch'esso trovavasi tuttavia prigioniero
nelle stanze del Lautrec; ma non sapevasi ancor nulla della
risoluzione presa dal governatore.
Il conte Galeazzo si recò dunque difilato da lui. cosa che da molto
tempo solea fare per abitudine, Innanzi che gli fu, lo guardò del suo
occhio scrutatore per vedere come stesse di dentro. Non vi era uomo
che più del Lautrec mostrasse in volto le più interne agitazioni
dell'animo: vi lesse dunque quel che vi dovea leggere: e sapendo
ch'esso non avrebbe saputo trattenersi a lungo dal raccontargli ciò
ch'era avvenuto, pensò di lasciar parlar lui per il primo.
E non passò infatti molto tempo, che il Lautrec guatando il Mandello
con una espressione particolare:
--Non avete nessuna cosa a dirmi, conte?
--Non avrei nulla, eccellenza.
--Non sapete dunque quel ch'è avvenuto qui dalla notte passata in poi?
--Ah!.... lo so benissimo... Me ne disse ora appunto qualche cosa il
De-Guigne.
--E così?
--E così peggio per colui. Non so che dire, la sua stolidezza mi fa
più dispetto assai di quello che la sua disgrazia mi faccia
compassione. S'egli medesimo ha messo il collo nel laccio e ha stretta
la corda, tal sia di lui.
--Pure era anch'esso un vostro amico.
--Senza dubbio, era uno del gran numero anch'esso.
--E la madre di lui morì nelle vostre braccia.
--Davvero ch'io non so qual cosa non avrei fatto per quella donna
infelice. Vi assicuro che nessuna pietà sarebbe stata mai troppo per
le sue miserie. E s'ella è morta ne ringrazio Iddio, che così sfuggì
allo strazio di veder suo figlio tratto al patibolo.
--Ho pensato di farne altro di lui, conte.
--Che?
--Il patibolo è fatto pe' miei nemici volgari, per quelli soltanto, ma
pel marchese, per quest'uomo che abborro, ci sono io, io stesso.
--Non vi comprendo, eccellenza.
--Io non so quel che valga colui nel maneggio dell'armi; dunque io lo
faccio degno di provarsi con me. Quel ch'è passato tra me e lui non
può che decidersi in tal modo. Del resto la disfida sarà mortale....
sarà tale, che a voi tutti ne rimarrà orrenda la memoria per anni ed
anni.
--Lodo una tale risoluzione, disse il Mandello nascondendo l'estremo
suo stupore, essa è degna di voi, è degna del marchese.
--Lo credi?... Egli morirà dunque.... Così la sua morte potesse far
provare, a quella che tu sai, le pene dell'inferno in questa vita...
Pure la mia clemenza è soverchia.... Luigi XI ne avrebbe fatto altro
di lui.... Quasi sarei tentato imitare quel re... quasi vorrei
ripetere sul tuo concittadino il supplizio di Nemours... purchè quella
donna fosse presente al supplizio, purchè essa potesse ricevere sopra
di sè il sangue abborrito di lui.
Il Mandello stimò bene di non rispondere, e lasciare che tutto
evaporasse il furore del Lautrec. Dopo si recò con lui nella sala
d'armi, dove spesso soleva trattenersi co' baroni ed ufficiali
francesi in esercizi cavallereschi, finchè venisse l'ora di
accompagnare, insieme agli altri, il governatore in castello, dove
ogni dì esso aveva per costume di comandare in persona qualche
compagnia di fanti e di cavalli.
Mentre s'indugiò in quella sala, il Mandello pensò seriamente alle
parole del Lautrec ed a quanto era a farsi; a tutta prima, quando
sentì non trattarsi che di un duello, sembrandogli che fosse gran
ventura che il Lautrec avesse preso quel partito, stette a un punto di
non farne altro e di lasciare andar le cose a beneficio della sorte;
ma come s'accorse, all'ultime parole del governatore, che per l'odio
unico che lo sommoveva, facilmente poteva esser condotto a qualche
risoluzione atroce prima di venire al duello, e che ad ogni modo la
condizione del Palavicino era tale, che a sperare nella sua salvezza
non poteva essere che un pazzo pensiero, fermò di mettere in effetto
quel disegno che la mattina gli era balenato in mente. In quanto
all'onore del Palavicino, pensò, che impedendogli di venire alle armi,
non ne avrebbe per ciò scapitato d'un punto, perchè in fine il Lautrec
lo aveva tratto a Milano a tradimento, ed ora lo teneva prigione,
circostanze tutte che non si affacevano per nulla alla libera
condizione delle armi, ed erano più che sufficienti perchè il
Palavicino non potesse aver nessuna fede nel Lautrec e provvedesse a
sè medesimo. Convinto di ciò, e considerato che non era altra via a
tentare per salvare l'amico, e che lo stato di lui meritava la pena
dell'altrui sacrificio, per quanto vedesse che il pericolo era
gravissimo, pure vi si gettò col coraggio dell'uomo che tutto ha
misurato, e che ha dimenticato ogni altra cosa nel mondo. Cercò dunque
un pretesto, ed uscito dal palazzo recossi al proprio; sopratutto gli
premeva di non perder tempo, e, se fosse stato possibile, di condurre
ogni cosa a termine entro quel dì stesso. Ritiratosi nella propria
camera, chiama il maggiordomo, e chiama tutta la servitù.
--Amici, loro disse, io sono costretto a licenziarvi tutti: entr'oggi
questa casa deve rimanere deserta. Così, se mai qualche procella fosse
per cadere su di lei, penso che le pietre non daranno sangue: qui vi è
dell'oro, prendete; con questo provvederete ad uscir tosto dalla città
ed al più presto possibile fate di riparare fuori del ducato di
Milano.
Tutti si fecero attoniti.
--Ciò non vi dovrebbe fare gran maraviglia, che sapevate bene quanto
questa nostra ragione di vita fosse precaria; oggi mi è indispensabile
fare tal cosa, alla cui notizia il governatore, se il potesse, darebbe
fuoco a tutta la città; spacciatevi dunque, e se vi sarà possibile,
fate di raccogliervi tutti in sul Modenese. Non è improbabile che
abbiate a ritornare ancora tutti al mio servigio: andate.
Tutti uscirono, due soltanto dei servi, ai quali il Mandello aveva
fatto cenno, si fermarono.
--Voi due siete i più giovani e i più coraggiosi, e so che ad un
bisogno sapreste spendere la vita per una buona cagione; perciò ho
fatto conto su di voi, e vogliate ringraziarmi, perchè se la cosa
riuscirà bene, voi non avrete mai più a servire in vita vostra.
Rimarrete dunque con me, e spero che vorrete fare tutto quello che io
sarò per dirvi. Si tratta di condurre con noi il figliuolo del
governatore, senza che il padre, nè la Corte, nè altri se ne accorga,
il condurlo fuori del ducato; vedete dunque quanto è grande il
pericolo a cui andiamo incontro, e quanto è necessario ch'io mi abbia
preso a compagni due uomini come siete voi: del resto, l'impresa è di
tal natura, che può benissimo giovare agli interessi del nostro caro
Milano. Tu dunque, per adesso non devi far altro che attaccare alla
paravereda quella coppia di cavalli che ho guadagnato al Lautrec
medesimo al giuoco; non vidi mai gambe di cervo più veloci delle loro,
e poi voglio che il figliuolo sia tratto dai cavalli del padre; fatto
questo, ti recherai presso porta Romana, e colla paravereda non devi
far altro che aspettarci presso al pioppo di S. Giovanni; se lo vorrà
Iddio noi ci verremo in poco tempo. Va dunque, e spacciati e fa ch'io
abbia a dire poi che tu sei veramente quello che ti ho sempre stimato;
tu poi, si volse all'altro servo, insella i due cavalli, e come hai
fatto altre volte, verrai con me a Corte e accompagneremo il Lautrec
in castello; quello che avremo a far dopo, lo vedrai.
Mezz'ora dopo, la paravereda tratta da due focosissmi cavalli, uscì
della porta del palazzo Mandello, e il conte, dopo aver raccomandato,
per la seconda volta, a' suoi servi, che gli si strinsero intorno nel
cortile quando egli fu a cavallo, che badassero ad uscir subito,
oppure a disperdersi in varie parti della città, qualora non fosse
loro possibile di partire in quel dì stesso.... si recò alla Corte
ducale.
Nel tempo che ne stette assente, il conte Galeazzo Mandello non potè
mai escludere il timore che il Lautrec, in quell'intervallo, fosse mai
per mandare a vuoto, con qualche atto estremo, tutti i suoi progetti,
per cui appena entrò in palazzo, la prima cosa fu di assicurarsi
ancora intorno allo stato delle cose; ma seppe che Odetto persisteva
sempre nella prima sua volontà di venire al duello, seppe inoltre, che
erasi stabilito di farlo succedere il dì dopo, in faccia a gran
moltitudine, e a tutti gli ufficiali. Non fu dunque interrotto per
nulla nel suo disegno, e accompagnò il governatore in castello; colà,
dando belle parole a lui e a tutti, non si fermò che alcuni istanti, e
quando vide che il Lautrec era tutto intento a disporre un quadrato di
fanti, disse al servo:--Andiamo, e partì di corsa.
In pochissimo tempo furono al palazzo ducale; il Mandello, entrando a
galoppo, ne fece risuonare gli androni così, che i famigli del Lautrec
ne fossero avvisati; e senz'altro affacciatosi all'ingresso delle
stalle ducali, chiamato il mastro scudiere:--Fate insellar tosto il
cavallo pel figlio di sua eccellenza, gli gridò in tuono alto; e tu,
voltosi ad un famiglio che gli passava presso in quella, presto, va
negli appartamenti del figlio del governatore, di' al suo uomo lo
conduca subito abbasso, che sua eccellenza lo vuole in castello; ma
che si spacci, perchè sa bene come sua eccellenza ciò che vuole, lo
vuol presto. Va dunque.
Dopo alcuni momenti s'affacciò in fatti ad uno dei finestroni
rispondenti in sul cortile, l'uomo del fanciullo Armando per parlare
al conte:
--Siete voi che avete dato l'ordine?
Il conte alzò la testa.
--Per dio, mi par bene d'aver parlato chiaro: dov'è dunque il
fanciullo.... Presto, che sua eccellenza aspetta, e se passa più tempo
che non occorre, vorrà dare in ismanie, lo conoscete pure.
La testa dell'uom di camera scomparve dalla finestra. Due scudieri
intanto condussero fuori a mano il cavallo in gran bardatura.
Il conte Mandello e il servo di lui, si guardarono in volto: temevano
che da un momento all'altro fosse per succedere un contrattempo, e
irrequieti davan di volta col cavallo pel cortile.
Finalmente comparve il fanciullo Armando tutto avvolto in una
pelliccia, e condotto a mano dal suo uomo.
Questi, rivolto al conte Mandello,
--Sua eccellenza, disse, ha de' strani capricci, e facendo un tal
freddo, avrebbe fatto meglio a lasciare il fanciullo in palazzo, che
egli sa bene come questo ragazzo si mette giù ammalato per poco.
--Che cosa volete, è fatto così; ma sbrigatevi.
Il fanciullo dai due scudieri fu messo a cavallo; il conte Mandello e
il suo servo gli si misero ai lati.
Era avvenuto tante volte, che il governatore nel mezzo delle sue più
serie occupazioni, preso repentinamente da quella sua pazza smania di
vedersi accanto il figliuolo, mandasse a prenderlo in quel modo da
taluno de' suoi ufficiali, o da altri, che nè all'uomo di camera, nè
agli scudieri, nè a famiglio veruno, entrò pur ombra di sospetto in
mente; e il conte Mandello s'era appunto attenuto a questo partito,
perchè era il più semplice, sebbene il più aperto.
Usciti così dalla porta del palazzo, senza accidente di sorta, in
sulle prime finsero di prendere per la via che metteva al castello,
poi improvvisamente facendo dar di volta al cavallo, il conte
accennando al servo che guardava lui continuamente cangiò direzione.
I tre cavalli presero allora la rincorsa a galoppo, intanto che il
Mandello volgeva qualche dolce parola al fanciullo, che senza
sospetto, con quella sua voce argentina, gli rispondeva di conformità,
furono presto in Porta Romana. Le case lor fuggivano d'innanzi;
finalmente apparve la cima del gran pioppo di S. Giovanni, co' suoi
rami secchi e bianchissimi di neve raggelata, e il Mandello scòrse la
sua paravereda. Qui temendo assai di un altro contrattempo, perchè il
fanciullo poteva far qualche sospetto, pensò che bisognava giuocare di
risolutezza, e che per poco non occorreva farsi caso dello spavento
del fanciullo, e perciò accostatosi al servo:
--Quand'io, gli disse a voce sommessa, aprirò lo sportello della
paravereda, tu getta il tuo mantello sulla testa del fanciullo, perchè
non possa gridare, e afferralo alla cintura e mettilo dentro di forza,
ch'io scenderò di volo da cavallo ed entrerò con lui. Con Carlotto
siamo già d'accordo, e non sarà lento a cacciare a furia i cavalli; tu
poi ne terrai dietro alla lontana, e in quanto a questo cavallo del
governatore, farai bene a condurlo in uno di questi prati dove non ci
capita mai anima viva, ed a legarlo a qualche albero; se il freddo
della notte lo vorrà gelare, trattasi di cosa troppo grave, per aver
pietà di una bestia. Attento dunque che siam presso.
Il trotto dei tre cavalli avvisò Carlotto, l'altro servo, il quale
stava sulla cassa della paravereda, e che volse la testa, tendendo
subito le redini e tenendo pronta la frusta per non mancare d'un
punto.
Il Mandello s'accostò, aprì lo sportello, scendendo a mezzo di
cavallo. Il giovanetto Armando lo guardò, non sapendo perchè facesse
quell'atto; ma allora appunto il mantello del servo avvolse il
fanciullo, che nel momento medesimo fu tratto di cavallo e messo
dentro. Galeazzo salì anch'esso, e chiuse lo sportello, Carlotto
spinse i cavalli, e via di tal carriera, che la paravereda, per quanto
fosse pesante, strabalzava sul terreno. Trattavasi ancora di uscire
dalle porte della città dov'eran guardie e gabellieri, e poteva dar il
caso che quell'ultimo ostacolo fosse il più grave di tutti. Ma la
paravereda, senz'accidente di sorta, passò attraverso i pilastri della
porta, e innanzi ad una guardia e ad un gabelliere che non badarono a
nulla. Il Mandello, che di ciò stava in gran timore, fatto spietato
per necessità, tenne sempre il mantello avvolto intorno alla testa del
fanciullo, e la sua mano compressa sulla bocca di lui, a non lasciarne
uscire le grida, e con tal forza, che l'innocente Armando ne fu quasi
soffocato. A un miglio dalle mura, pensò bene di liberarnelo, ma ebbe
a sgomentarsi terribilmente, vedendo ch'esso era livido e non dava
parole. A poco a poco però rinvenne con indicibile contentezza del
conte Galeazzo, il quale aprì l'animo allora per la prima volta a
tutte le sue speranze. Verso sera, a malgrado la difficoltà delle
strade, furono a Lodi; qui gli bisognava sostare, perchè a prevenire
terribili sventure, aveva a scrivere al Lautrec la lettera da cui
dipendeva la salvezza del Palavicino; stette in forse se, prima di
scriverla, gli convenisse aspettare d'esser fuori del ducato, ma
l'indugio lo spaventava; però avendo in Lodi qualche suo conoscente,
pensò bene di farne conto, e vi si recò infatti. Un miglio prima di
giungere a Lodi, era stato raggiunto dall'altro servo; a lui dunque
diede in custodia il fanciullo, cui non concesse d'uscire pur un
istante dalla paravereda. Egli intanto, domandato alloggio per un
momento al signore presso cui si recò, mettendo innanzi un gravissimo
affare, lo interessò a trovare un corriere che partisse per Milano la
notte stessa; promesso un compenso larghissimo, il corriere fu presto
trovato. Allora il conte scrisse la seguente lettera:
"Eccellenza,
"Vostro figlio sta ora con me, voi lo sapete, e se, come il dolore
può in voi parlare la ragione, vi sarà tosto corso alla mente la
causa di quanto ho fatto. Voi amate la creatura vostra, io amo la
mia terra e i miei fratelli, i miei carissimi fratelli; e se di me
in tutto il tempo che vi fui presso, aveste a fare altro giudizio,
rettificate oggi l'error vostro. Però, se fra tre dì il marchese
Palavicino non sarà con me, potete esser certo, come di nessun'altra
cosa, che avrete a rinunciare per sempre alla speranza di rivedere
il vostro figlio. Io ho sempre amato ed amo la giustizia, e
l'innocenza del fanciullo dovrebbe esser sacra per tutti e per me.
Ma v'è tal cosa, che mi è più sacra ancora in questo momento; per
esso sono costretto a protestarvi, che se voi foste mai per fare
ingiuria al mio concittadino, pel quale darei la vita, la vita del
figliuol vostro ne risponderà, e il suo sangue cadrà su di voi. Non
fu mai promessa pronunciata con sì tenace proposito.
"Non crediate intanto trovar scusa in faccia agli uomini,
protestando ch'era vostra intenzione di battervi col Palavicino;
dopo che avete prezzolati sicari per farlo assassinare, dopo che con
perfido mezzo l'avete tirato nell'insidia, non avete più nessun
diritto all'altrui fiducia; se aveste sempre operato di lealtà, se
aveste fatto sapere al marchese che volevate battervi seco, egli
avrebbe con sollecitudine attraversata Italia per non mancare
all'invito; egli che lo desiderava, egli che avrebbe fatto sagrifizi
per cercar voi, ma così è tutt'altro. Ma il Palavicino deve ora
provvedere a scansar l'armi dell'ingiustizia e del tradimento; ora
veniamo a ciò che importa: vostro figlio vi sarà restituito il dì
stesso che il Palavicino sarà restituito a me ed alla sua patria:
fate dunque ch'ei sia condotto a Reggio; io sarò nel palazzo del
governatore, là il figliuol vostro sarà consegnato a chi ne terrà il
mandato da voi; vi do tempo tre dì, guai se questi trascorressero,
vostro figlio non vivrebbe più. Afrettatevi dunque."
_Conte Mandello_.
La lettera fu subito consegnata al corriere il quale dopo aver
ascoltati tutti gli ordini del conte, partì sull'istante per Milano.
Il Mandello risalì anch'esso nella paravereda, e continuò il viaggio
per Reggio, città che avea scelto di preferenza perchè conosceva
Francesco Guicciardini, il quale n'era stato eletto governatore pel
papa.