CAPITOLO XX

Mentre la tenebra più fitta di questo rigido dicembre copriva la città

tutta quanta, il palazzo ducale e il largo spazzo che gli si stende

innanzi, appariva come circonfuso da una rossa nube in molti punti e

ad uguali distanze attraversata da vivi raggi di luce; era l'effetto

prodotto dai finestroni del palazzo che riboccavano di splendore, al

quale facea velo la foltissima nebbia. Chi, in quell'ora, avesse

osservato Milano da un'eminenza, sarebbesi accorto ch'era quello

l'unico punto risplendente nell'oscurità totale; chi avesse potuto

raccogliere tutti i suoni che s'innalzavano allora dalla vasta

superficie, in quell'unico luogo avrebbe udite voci allegre e

baccanti, le quali facevano un duro contrapposto alle parole di

lamento e d'ira che si alzavano da mille punti della città oppressa.

Una catasta accesa di notte ad ardere ossa in un campo santo, intorno

alla quale i becchini, nell'atroce loro indifferenza, prorompessero in

iscoppi di risa, potrebbe dar qualche immagine di quel luogo, di chi

vi dimorava, di Milano, dei Milanesi a quel tempo, in quell'ora.

Il governatore in una grand'aula del palazzo ducale, soleva passare

gran parte della notte in mezzo ai suoi ministri, ai suoi baroni, agli

ufficiali, ai soldati. Era una di quelle immense aule gotiche, di cui

si è smarrita la misura dall'architettura pigmea di oggidì.

Pochi minuti dopo ch'era scoccata l'ora di notte, in quell'aula, da

una contigua, traguardando nella quale, vedevansi ardere ancora i

doppieri sui confusi avanzi di una gran mensa disposta a ferro di

cavallo, entravano a diversi gruppi i soliti commensali del

governatore; bisbigli, parole, cachinni, risa, sghignazzi, grida

uscenti da più di cento bocche si fondevano in un rumor solo, vasto e

forte, che avrebbe impedito di udire il rombo del grosso campanone del

duomo vicino.

Di tal modo, in breve, quel vastissimo luogo divenne quasi angusto per

tanta gente. Una gran fiamma, erumpendo allora da più fascine

appoggiate a' grandi alari di bronzo, s'innalzava gigante crepitante,

scomparendo coll'acuta sua lingua, sotto l'immensa cappa di un camino

straricco di sculture a tutto rilievo, di proporzioni rispondenti a

quelle della sala, e innanzi a cui stavan disposti una trentina di

sedili. La ricchezza onde la sala era addobbata era certamente

straordinaria, ma in tutto militare, senza impronta nessuna

dell'eleganza squisita di quel secolo; nel mezzo una tavola lunga e

stretta, ingombra di vasi, di vassoi, di anfore, di mescirobe, di

guastade, di fiale, di calici. I vini di Sciampagna, di Borgogna, di

Provenza, tutte le ragioni dei vini di Francia, e le più squisite

d'Italia e di Spagna, attendevano colà d'esser travasate nel capace

ventre della soldatesca patrizia. In molti luoghi v'eran tovaglieri

dei giuochi, il faraone, la zecchinetta, la cricca, la tavola reale.

Una camera vicina, osservando nella quale si vedevano elmi, corazze,

scudi, spade, azze, palozzi e fasci di fioretti alla rinfusa, era

destinata all'esercizio della scherma. Il governatore, schermidore

d'una straordinaria potenza, vi si provava a tutte le ore del dì.

In breve, ciascheduno dei cento si ebbe scelta l'occupazione che più

gli andava a grado; molti, colme le tazze di vin di Borgogna, si

disposero in giro intorno all'ampio camino; nessuno sedette però;

tutti aspettavano ci venisse il governatore, il quale, come alligatore

al sole, godeva digerire il suo pasto all'ardente riverbero della

fiamma.

Dopo qualche tempo, il governatore finalmente entrò; entrò a passi

gravi, e gettando in giro una torva occhiata (era codesto un suo moto

caratteristico, e lo ripeteva assai spesso). E prima piantossi in

piedi innanzi al camino col tergo rivolto al fuoco; l'ombra dell'alta

e complessa sua corporatura si proiettò allora, allungandosi in

giganti proporzioni sul pavimento e sulla parete opposta, tutta

illuminata dalla rossa luce della fiamma; poi si volse, e gettatosi a

sedere, dispiegò le mani a comunicar loro il vivo calore del fuoco. Il

suo volto truce di cicatrici, metà illuminato dal fuoco, metà coperto

dall'ombra delle mani, faceva una impressione di ribrezzo e di paura

ad un tempo.

Erasi fatto un po' di silenzio; in quello si alzò la sua voce chioccia

e nasale:

--Stando di là, udivo il barone De-Forses che parlava, e i vostri

sghignazzi che rispondevano; se fosse mai la storia di qualche sposa o

fanciulla o donna qualunque che voi aveste fatto strillare, tornate da

capo, vi ascolteremo con piacere.

E il De-Forses si fece innanzi. Allora i più fecero cerchio intorno al

Lautrec ed al barone coclega, che replicò un racconto tenuto alcuni

momenti prima. Narrò una storia recente, di cui egli era stato il

principale attore, una storia di sopruso, di libidine, di violenza.

Narrò le preghiere e le lagrime disperate d'una tra le più belle e

virtuose gentildonne lombarde; narrò la morte miserissima di lei; e il

tetro barone, riputando così di rendersi più accetto, caricava ad arte

gli atroci colori del suo racconto, che noi avremmo orrore di ripeter

qui.

Ma parve che il Lautrec ne ricevesse questa volta una sensazione, chi

sa per qual causa, ingrata, perchè, sebbene volesse dissimulare, pure

gli scappò detto:

--Basta così, De-Forses, basta, volevo qualche cosa di più allegro; e

si concentrò in sè medesimo, chi sa a quali obbietti pensando.

A quelle parole, a quell'atto del governatore ciascheduno si ritrasse,

lasciandolo solo innanzi al camino. Tutti que' baroni ed ufficiali e

soldati francesi, che pure eran tanto orgogliosi, di sè stessi, tanto

iracondi, tanto affrenati, allorchè trovavansi presso il governatore,

parean schiavi tremanti al cospetto del loro signore. Erano così

procellosi i suoi impeti quando l'ira lo trasportava, così mutabile

l'umor suo, così difficile a comprendersi quello che gli piacesse,

quello che no, che ognuno stava in gran riguardo, per non profferir

parola o fare atto il qual fosse in fallo. Ed era sempre curioso a

vedersi, come a tutti cadesse improvvisamente ogni baldanza

quand'egli, da una tal quale alacrità apparente, passava, di colpo, ad

una concentrazione profonda senza farne le viste, ognuno si dileguava,

amava star lontano da lui. Tacque dunque De-Forses, le atroci risa

cessarono.

In quella, da un tavoliere intorno al quale stavano osservando una

dozzina di soldati, sorse quel grido che, di solito, accompagna il

fine ansiosamente aspettato di una partita di giuoco.

--È vinta, gridò un francese, l'uno dei giuocatori; è questa la prima

volta, in dodici mesi, che il conte perde due partite, l'una dopo

l'altra; domani, l'artiglieria del castello ne darà avviso a tutta la

città, è cosa che lo merita.

--Se questa fu una perdita, rispose allora il vinto, non mi pesa però,

perchè presto mi varrà una vincita ed una vendetta; e la voce bella,

tonda e sonora onde furono pronunciate quelle parole colla cara

italiana pronuncia, si alzò su tutte le altre.

Era la voce del conte Galeazzo Mandello, amico nostro, che, saettando

la nera e vivace pupilla su chi gli stava d'intorno, scuotendo la

nerissima chioma, ed accennando del nobile suo volto, pareva l'uomo re

in mezzo ad una razza degenere.

Era da qualche tempo che giocava a tavola reale con uno di quei

Francesi, ma dall'angolo ove stava seduto, avendo udito il racconto

del De-Forses, non avea potuto mantenere il suo sangue freddo, e la

sua attenzione, interrotta dallo sdegno che quasi gli fe' rompere in

quel punto la sua regola di dissimulazione, non valse a dargli vinta

la partita.

--Quel che sarete per fare di poi, seguì a dirgli il francese

vincitore, lo farete a comodo vostro: domani intanto l'artiglieria si

farà sentire.

--Ebbene, sia ciò per dato, rispose il Mandello, qualora però io non

vinca adesso con voi sei partite, l'una dopo l'altra; s'io non vinco,

i doppi petardi dei castello annuncino pure la mia sconfitta domani.

--Accetto il patto.

--E tal sia.

Così i due emuli si rimisero a giuocare.

Ma in che modo il conte Galeazzo poteva acconciarsi a vivere in mezzo

ad uomini da' quali la sua città era tanto conculcata.... e perchè vi

si acconciava? un tal perchè basterebbe cercarlo nell'indole

originalissima di lui; ma altri ve n'aveva, e gravissimi. Basti il

dire intanto, che fu immenso il vantaggio derivato dalla sua dimora

nella città, nel tempo che quasi tutti ne uscivano. Fu per lui se

molte e molte famiglie avevan potuto scampare dall'ultima rovina; egli

che sì spesso aveva barcollato della persona, fu potente a sostenere

le altrui fortune che crollavano. Molti gentiluomini, la maggior parte

anzi, prima d'esser còlti, avvisati da lui, avevan potuto uscire; fu

esso che consigliò a tutti di vendere quante terre possedevano in

Lombardia, perchè non andassero in gola del fisco, e d'impiegare l'oro

che ne cavavano sulle banche di Genova, di Livorno, di Pisa. Anch'egli

avea fatto il medesimo, aveva altrui vendute tutte le sue terre fino

all'ultimo jugero, tutte le sue case che aveva in Milano, fino

all'ultima catapecchia, e il suo stesso palazzo a S. Martino in

Nosigia era stato comperalo da un ebreo di Genova, al quale, intanto

che continuava ad abitarvi, ne pagava l'annata.

Era mirabile in quest'uomo il concorso di tanto acume, di tanta

sicurezza, di tanto sangue freddo e di un buon senso così invariabile

in mezzo alle sue medesime stranezze e alle sue stesse intemperanze,

alle quali però, fin dal momento che in lui alla nausea della generale

abbiezione era successa la pietà delle comuni miserie e la speranza

della virtù rinascente nei colleghi patrizj, avea saputo mettere un

freno per conservare ancor più lucida la lucidissima sua mente.

Però, accostatosi al Lautrec, che aveva conosciuto fin dai primissimi

anni a Parigi, credette opportuno pe' suoi fini di continuarne la

pratica, ma sebbene sul governatore, cosa di cui neppur egli sapea

farsi capace, avesse grande ascendente, pure stette sempre in gran

riguardo di sè stesso, e, per essere disimpacciato nelle sue mosse,

pensò bene svincolarsi da tutto ciò che poteva obbligarlo a starsene

presso lui. Come l'uomo incerto se debba rimanere nella propria terra

o fuggirsene altrove, teneva, nel frattempo, i due piedi sui due

confini, all'erta e in sull'ali continuamente per prendere di volo il

suo partito, quando si fosse presentato il momento. Frattanto tutte le

sere, sedendo alle mense del governatore ed alle sue tavole di giuoco,

non perdeva il suo tempo neppur qui.... e sbancando largamente que'

baroni francesi a tavola reale, ogni notte metteva da parte il

molt'oro che ne cavava, e alla mattina facendo il giro della città in

cerca delle più laide miserie, adoperava l'oro medesimo dei Francesi

per sanare le piaghe fatte dai Francesi. Se fosse lecito il dire, che

un uomo sì poco santo, qual era il conte, fosse il rappresentante

della provvidenza in terra, per verità ch'egli poteva esserlo: ma ora

lasciamo ch'esso continui a battersi col suo avversario.

In mezzo al rumor generale udivasi intanto nella sala vicina il

martellare minuto e continuo dei fioretti. Attirato da un tal rumore,

il governatore si alzò e recossi in quella sala. Entrato che fu,

prese, senza parlare, il suo fioretto e il suo stocco spuntato; poi,

gettata la sua torva occhiata in mezzo ad un gruppo d'uffiziali che se

ne stavano in un canto spettatori:

--Il conte Galeazzo, lor disse, ha scommesso di vincere, a tavola

reale, sei partite l'una dopo l'altra; ed io scommetto, scommetto la

mia borgognata d'argento, di combattere contro a sei, e di non esser

tocco, in mezz'ora, da nessuna delle sei punte.

Nessuno rispondeva; egli perdette la pazienza, e alzando la sua voce

nasale, proruppe in alcune bretoni bestemmie.

--Or via, spicciatevi, disse poi, uscite fuori e fatevi vedere, o

vengo io stesso a cercarvi collo spadone a due tagli, se il fioretto

vi dispiace.

Allora i sei uscirono, si armarono, si coprirono il volto, impugnarono

il fioretto, e, come assalitori, si strinsero intorno al Lautrec, il

quale stette parato alle prime percosse.

Per quanto fosse il pauroso rispetto che ognuno aveva di lui, pure,

come assai destri e valorosi e vanitosi, non avrebbero mai voluto

lasciargli quel vanto, onde si disposero a combatterlo con tutta la

forza e l'accorgimento possibile. Fu notata l'ora: mezza ne doveva

trascorrere, gli assalti incominciarono.

Quella sensazione di ribrezzo e quasi di orrore che subiva chiunque,

parlando al Lautrec, era costretto a guardar la sua faccia, tosto

cangiavasi in una gradevole sensazione, quando le bellissime forme del

suo corpo si atteggiavano pel combattimento. Non avendo ancora

oltrepassati i quarant'anni, trovavasi nel pieno possesso della sua

straordinaria forza, e il continuo esercizio aveva data tale

elasticità a' suoi nervi ed a' suoi muscoli, e tal prontezza di

movimento alle sue membra, che allorquando la celata e la visiera gli

coprivano la capellatura, che già cominciava ad incanutire, e la

sconciata sua faccia pareva non toccasse sei lustri. E coloro in

fatto, i quali l'avevan conosciuto assai giovane, si figuravano di

vedere ancora, di sotto alla celata, quelle linee eleganti e virili

che a lui avean procacciate tali avventure, di cui adesso la

ricordanza gli bruciava l'anima.

E applausi non consigliati nè da rispetto nè da timore si alzarono

replicate volte intorno a lui, quando con quella sua straordinaria

maestria, scansando le sei punte sovra di sè, toccava gli altri quasi

a ciascun colpo. Allorchè poi l'ultimo dei trenta minuti fu sorpassato

dalla sfera dell'orologio, un grido sorse da tutti i punti della sala

e i battimani andarono alle stelle.

Eran questi i momenti in cui, per quell'unico pertugio dell'amor

proprio, si rinnovava l'aria corrotta della sua vita infelice.

Vinta la scommessa, gettò dunque per terra stocco e fioretto, e a

ciascheduno dei suoi competitori strinse la mano con atto di tanta

affabilità e piacevolezza da farlo parere altr'uomo. E allora

fermatosi a caso innanzi ad una targa lucente, e vedutavi riflessa

l'elegante e nerboruta proporzione delle proprie membra, parve anche a

lui di rimontare molt'anni addietro, cosa che gl'infuse nel sangue

un'insolita alacrità.

Così entrò nella sala de' giuochi, e recatosi presso al tovoliere ove

trovavasi il conte Galeazzo, mosso ancora da quella straordinaria

vivezza di spiriti.

--Noi, disse, noi abbiam vinto una nostra scommessa, caro conte; or

tocca a voi a fare in modo che i petardi non abbiano a farsi sentire

domani. Che se mai non riusciste a sbancare costui, vi assicuriamo,

conte, che voi avrete perduta per sempre la vostra riputazione di

giocatore, e anche le campane del duomo suoneranno a distesa per la

vittoria del vostro competitore.

--Nego che costui sia mio competitore, disse il Mandello allora.

Perchè due uomini sien competitori convien pure che abbian forze

eguali. Ma costui mi cade sfiatato fra le braccia, e cinque partite

son vinte.

--Cinque?

--E una sei, ecco fatto. Or dite agli artiglieri e ai campanari che

possono dormire sino all'anno santo.

E così dicendo si alzò e prese la sua manata di fiorini d'oro.

--Convien confessare, disse allora il vinto, qualche poco mortificato,

che a questo giuoco non v'è chi vi possa star contro. Ma è

un'ostinazione la vostra di non voler mai giuocare alla zecchinetta.

--Io non getto i danari, bensì li giuoco. Alla zecchinetta anche un

bufalo mi sbancherebbe. L'oro mi piace a guadagnarlo, non rubarlo. Qui

c'è ingegno e astuzia, e batteva le nocche sulla tavola reale, là non

c'è che azzardo. Odio l'azzardo io! Nel giuoco l'ingegno, soggiunse

poi quando vide accostarsi il barone De-Forses, nel duello il sangue

freddo.

Per comprender la causa per cui il Mandello pronunciò quest'ultime

parole appena vide il De-Forses, convien sapere che da molto tempo

aspettava un'occasione per punire in qualche modo quel barone francese

il quale era l'uomo più laido e più atroce dell'esercito; in quella

sera poi gliene crebbe a mille doppi la smania per l'indignazione e

l'orrore, onde tutto si sentì rimescolare all'udire il tetro racconto

che quel mostro aveva fatto della misera gentildonna da lui medesimo

tratta a mal termine. Ma ad ottener l'intento, gli bisognava un

pretesto per potersi sbrigar di colui senza che ci fosse apparenza

d'odio, nè vi paresse spinto dal desiderio di vendicare i propri

concittadini, che di quel modo svelandosi al governatore, gli sarebbe

per sempre stata chiusa la via a toccare gli altri e più importanti

suoi fini. Essendo dunque alcuni dì prima venuto a contesa con quel

barone intorno alle qualità principali che costituiscono il buon

schermidore, nè essendosi mai messi d'accordo, gli balenò ora in

pensiero di rimettere in campo una tal questione per condurre il

De-Forses a ciò ch'egli voleva.

--Sì, disse poi con voce più alta, nel giuoco l'ingegno, nel duello il

sangue freddo. E costui, soggiunse tosto battendo sulla spalla del

De-Forses e rivolgendosi a tutti, costui sosteneva, che il duello più

che il sangue freddo vale il saper giocare di tempo.

--Lo sostengo ancora, rispose il De-Forses.

Il Mandello, contento di questa risposta, continuò subito,

sospingendolo l'impazienza:

--Allora io farò di convincervi in qualche modo.

--Trovate il modo, e mi lascerò convincere.

--È presto trovato; scommettiamo!

--Scommettere?... come volete che si scommetta?

--Proviamoci noi due.

L'altro stette un momento perplesso, poi disse:

--Se ciò può far conoscere di chi sia la ragione, per me son qui, e

tal sia. Vedrete dunque che col fioretto in pugno mi basterà la vista

di vincere, quantunque vantiate tanto il vostro sangue freddo.

Il Mandello quasi fu per tradire gl'interni pensieri, tanto sensibile

fu la scintilla che gli balenò tra ciglio e ciglio all'udire che il

De-Forses accettava, soggiunse poi:

--Non trattasi di fioretto, caro mio; coi fioretti si giuoca, e allora

a che il sangue freddo? Per conoscere quali sono le virtù

indispensabili allo schermitore, conviene che chi combatte il faccia

per la vita.

--Questo è vero, uscì detto a più d'uno.

--Ebbene, si vedrà, rispose De-Forses indispettito, ed io combatterò

col conte.

--A morte!

--A morte!

--Ma perchè tenga la scommessa, tocca a voi a sceglier l'arme in cui

vi stimate aver più esperta la mano.

--Nessuno vince il De-Forses, disser più voci, quando ha in pugno lo

squadrone scozzese.

--E sia lo squadrone, sebbene io faccia assai meglio le cose mie

lavorando di punta. È dunque andata, barone?

--È andata.

Allora i due campioni, e tutti quanti trovavansi intorno a loro, si

volsero per domandare licenza al governatore, trattandosi di un duello

a morte. Ma quegli tornato l'uom tetro di prima, erasi di bel nuovo

messo a sedere innanzi al camino; però quando il conte Galeazzo e il

De-Forses gli si avvicinarono per chiedergli concedesse loro di tenere

la mortale scommessa, egli non fece altro che alzare la testa qualche

poco e girare su di essi il solito suo torvo sguardo, poi disse

macchinalmente come se i suoi pensieri fosser volti ad altro:

--Andate, ammazzatevi pure, e se v'è tal altro qui che voglia imitar

costoro, il faccia che farà bene.

Tutti si tacquero, e licenziati da lui con un gesto risoluto, l'uno

dopo l'altro si recarono nell'aula vicina, dove si aveva a decidere la

terribile scommessa.

Il Lautrec rimase seduto innanzi al cammino affatto solo.... solo e in

compagnia dei suoi duri pensieri.

Ed ora che noi pure ci troviamo soli con lui e possiamo considerarlo

più dappresso, senz'altro obbietto che ci distragga, un ribrezzo

invincibile ne dovrebbe assalire, pensando che se il ducato di Milano

da una condizione particolare, che in certo modo era calma, piombò di

colpo nel più profondo della miseria e del terrore, fu per opera

principale di quest'uomo, di quest'uomo fatale, che affatto solo, nè

con istraordinari mezzi, ma spinto dalla sua terribil natura, e

talvolta da un certo impulso inesplicabile, al quale, in mancanza di

altro, potrebbe darsi il nome di forsennatezza, in sì breve spazio di

tempo e per così esteso ambito ha potuto recare tal danno al paese

nostro da vincer quasi la rapidità e la prepotenza di una lue.

Solo produsse innumerevoli danni, e s'egli non fosse venuto

governatore tra noi, è probabile che i nostri sventurati padri non

avrebber patito così atroce flagello; pure un senso di giustizia ci

costringe a domandare: se ne dovette esser sua la responsabilità, o

piuttosto se non ne ebbe affatto, e se adesso non sia debito invece

addossarla tutta, quale e quant'è, sui colpevoli omeri di re

Francesco. Se quel re non iscrutò e non conobbe l'indole e l'ingegno

di un tal uomo prima di mandarlo in mezzo a noi; se, conoscendolo

appieno, ne lo mandò egualmente; o se, più che altro, il fece per

appagare i desiderii della sorella stessa del Lautrec, supplicante

scaltrita; e ai laidi vezzi di una donna sacrificò spensierato il

benessere e la vita di due milioni, d'uomini, per noi è

incomprensibile il fenomeno, che un tal re, anche dopo sì nera

spensieratezza, ed altre tali inassolvibili colpe, sia sempre stato e

continui ad essere l'_enfant gâtè_ degli storici.

Ma tornando al Lautrec, egli era nato uomo di guerra, uom di guerra

soltanto; fuori di quell'irto campo non era cosa per cui fosse atto.

La sua natura di ferro, le sue facoltà disaccordanti, le sue passioni

effrenate, l'abitudine a balzare repentinamente da un'eccesso

all'altro delle umane cose senza misura, senza ragione, gli vietavano

di far bene in una sfera diversa.

Abbiam veduto come a Rimini, facendo l'opposto di quanti Francesi

stanziavano in qualche parte d'Italia, fosse scrupoloso nell'osservare

e nel far osservare il rispetto agli abitanti di quella città, e fosse

eccessivo in vece il suo rigore nel punire quelli tra' suoi soldati

che si fossero resi colpevoli della benchè minima violenza. Sappiamo

adesso come quell'uomo medesimo, cangiato costume, abbia rilasciato i

freni a' suoi luogotenenti, a' suoi baroni, a tutte le sue

soldatesche.

La storia, occupandosi di lui, più volte registra un tal fatto, più

volte parla delle sue ingiustizie assidue, onde, ad arricchire sè

stesso, spodestava i suoi governati. Ma registrando tali cose a

chiarissime parole e in più d'un'occasione, passa di volo sul resto,

nè molto si occupa dell'intima vita del Lautrec, e come e perchè fosse

spinto a quelle ingiustizie. Noi però, dopo aver tentato di

interrogare anche il silenzio e diradare il buio, e col soccorso di

pochi dati di rintracciare il valor delle incognite, possiamo

aggiungere altre cose di lui.

Diremo intanto, che di quanti sventurati trovavasi nel ducato di

Milano di cui, a quel tempo, non v'era forse, percorrendo tutt'Europa,

più desolata contrada, di quanti infelici gemevano oppressi pel duro

governo di lui, di quelle sue vittime istesse egli era, senza misura,

assai più infelice.

Ciò potrebbe parere esagerazione; ma a quei due milioni d'uomini così

tremendamente conculcati, rimaneva tuttavia un barlume di speranza, e

le confische medesime non potevano intercettar loro le contingenze

favorevoli dell'avvenire. Ma il fondo invece che costituiva il

carattere permanente dell'esistenza del Lautrec era la disperazione,

quando non si faccia conto delle sue speranze di vendetta, speranze di

tal natura, che concorrevano anch'esse a far più acre e più torbida la

sua vita. Non saremmo per altro lontani dal credere, che per quelle

appunto abbia sollecitato di venire in Italia e d'esser collocato in

tal posto che gli rendesse più lungo e più potente il braccio. Sia

dunque l'esecrazione sullo stolido suo re, che non indugiò ad aderire

a' di lui desiderii; sia lode a Dio, che gliene fece di poi pagar

carissimo il fio.

Prima dell'anno 1512 il Lautrec, essendosi sempre innanzi a tutti

distinto nelle fazioni di guerra, nè avendo mai altro carico, erasi

meritato un nome abbastanza onorato: nè, fuori di quegli impeti

procellosi a' quali talora andava soggetto, non aveva mai fatto cosa

che soverchiasse i confini della ragione. Ma da quell'anno di

terribile memoria cangiò al tutto natura, divenne incomportabile a chi

l'avvicinava, e da principio si credette avesse il suo cervello dato

di volta affatto.

La violentissima passione che avealo investito per la duchessa Elena,

signora di Rimini, l'essere stato da lei rifiutato nel punto stesso in

cui credeva fosse per compiersi ogni suo desiderio, e per colpa, come

egli stimava, del Palavicino, cui odiava di un odio al quale le parole

non arrivano; le ferite che oscenamente gli aveano deturpato il viso,

e per le quali tuttodì s'accorgeva di quanto ribrezzo fosse causa a'

risguardanti, erano più che sufficienti cagioni per isconvolgere

un'esistenza come la sua, tessuta di passioni e d'atrabili,

eccessivamente eccitabile per amor proprio, e di continuo tormentata

dalla smania di piacere, smania che, fin dal suo primo ingresso nel

mondo, sempre gli era stata lusingata dalle sue virtù cavalleresche, e

dalla sua virile ed aitante bellezza.

Parrebbe che in uomo di sì ferrea tempra quale era il Lautrec,

quest'ultima causa avesse dovuto esser troppo frivola e troppo debole

per operare su di lui; troppo frivola potrebbe esserlo stato, troppo

debole non lo fu; e il più degli uomini danno al proprio esteriore

maggiore importanza di quello che si crede e che, per verità, non

dovrebbero se fossero ragionevoli. Ma è calda ancora la memoria di un

alto ingegno che tormentavasi, ed era infelicissimo per un lieve

difetto del corpo; però non deve far troppa maraviglia che la

deformità di Odetto, se non la prima, fosse una delle terribili

cagioni dell'assidua sua tristezza e disperazione. E tanto più in

quanto appunto egli era stato bellissimo, e di quel tempo avea

promossi gli affetti e le passioni di quel sesso che ora, sebbene a

suo dispetto, e per quanto si sforzasse dissimulare a sè medesimo

continuava tuttavia ad idolatrare in segreto.

S'ei fosse nato deforme, nè mai avesse posto il senso a talune voluttà

della vita, non avrebbe nemmeno provato sì acuto dolore nel dividersi

da esse; pari al cieco nato, in calma avrebbe sopportato la sua

privazione, e come l'uomo cresciuto nella miseria, forse si sarebbe

appagato del poco che la fortuna avesse voluto concedergli; ma egli

era nella condizione di un re spodestato, spodestato per sempre,

spodestato e schernito e tuttavia superbo.

Dal momento che gli sorse nell'animo quell'odio implacabile per la

duchessa Elena, odiò con lei tutte quante le donne, le odiò di quella

guisa istessa onde odiava lei; le odiava cioè, idolatrandole come

idolatrava la duchessa che tanto abborriva. E come s'accorse che per

la propria deformità era stato da lei ributtato, da quell'istante

scansò di trovarsi con verun'altra donna; le fuggiva tutte

costantemente, espressamente, portando tuttavia dentro di sè il

desiderio roditore di avvicinarle. E il pensiero che avrebbe loro

destato una repugnanza invincibile, era quel medesimo che gliele

faceva poi tanto abborrire, e godeva in sè stesso nel vagheggiar

qualche modo per poterle tormentare.

Ma egli era troppo orgoglioso per farlo, troppo orgoglioso per farsi

scorgere ch'egli avesse un pensiero di loro; avrebbe voluto che altri

il facessero per lui.

E venuto in Italia, avuto in propria balia il ducato di Milano,

trovandosi possessore di quante bellezze contava Lombardia, pure non

si degnò mai di accostarle, non volle che gentildonna mai fosse

ammessa in palazzo; ma godette di avere sotto di sè tante soldatesche

sfrenate, godette di poter loro liberare il guinzaglio; e lo fece, e

lor disse:

--Andate, e dovunque lasciate i segni della violenza.

Vergognava di porsi egli stesso agli atti brutali, nessuna matrona,

nessuna sposa, nessuna fanciulla ebbe mai torto un capello da lui; ma

gioiva che gli altri facessero strazio di quelle splendide e superbe

beltà che, docili a lui un tempo, or l'avrebbero ributtato

schifandolo; gioiva che gli altri calpestassero inesorabilmente quei

tesori ch'egli per sempre avea perduti.

Soltanto su d'una donna egli si riserbava di fare da sè le proprie

vendette, ed era in questo pensiero ch'egli passava gran parte del dì,

gran parte delle notti; che li passava tormentandosi nella ricerca

d'un mezzo che tosto il portasse a toccare il suo intento.

Per la sciagurata Elena, la deformità del Lautrec fu il gravissimo dei

danni, che s'egli nel suo orgoglio non si fosse tenuto lontano da

tutte le donne, forse nella vita avrebbe trovato qualche nuova

illusione, e in questa stemprandosi le ire, avrebbe dimenticata la

prima causa d'ogni suo tormento, quantunque un altro ostacolo vi fosse

forse per ciò.

Non era solo per la distanza in cui tenevasi dal voluttuoso mondo,

ch'egli vedeva continuamente innanzi a sè l'immagine di quella donna.

Anche senza di ciò, egli si teneva un pegno con sè che tuttodì gli

riproduceva quelle vaghe forme; un pegno pel quale soltanto avea

trovata la forza di sopportare l'orribile vita; un pegno ch'egli amava

con quell'eccesso di trasporto onde odiava la signora di Rimini e il

Palavicino.

Uomini della tempra del Lautrec è forse impossibile trovarne ai nostri

dì, e quando la natura ne riproduce di tali, le diverse condizioni

della vita attuale li dirigono in modo da tramutarne al tutto l'indole

primitiva. E oggidì sarebbe un fatto mostruoso quella costanza

dell'odio per cui il Lautrec mai non perdette di vista, e mai non

abbandonò le tracce dei Palavicino.

Sul mare, in veduta di Rimini, noi fummo spettatori dell'impeto

furibondo onde l'ebbe investito; sappiamo che un anno dopo, alla

battaglia di Novara, pagò un soldato perchè togliesse di mezzo il

giovane Manfredo. La vigilia della battaglia di Marignano, i quattro

sgherri colti sul fatto, come era la congettura di Manfredo stesso,

erano stati pagati da lui.

In altre circostanze il Lautrec non avrebbe mai voluto ricorrere a

questi così vili mezzi; ma l'odio gli aveva messa la benda, e senza

vergogna avea gettato dietro di sè ogni virtù di cavaliere.

E in questo momento medesimo egli se ne sta pensando appunto al

giovane gentiluomo, e sospirando l'ora in cui la sorte glielo porrà

tra le mani.

Mal riuscitogli il primo ed il secondo tentativo, ostinossi sempre più

nel suo truce proposito, e tanto aguzzò l'ingegno nel cercare

un'insidia che non fallisse allo scopo, che per sciagura del

Palavicino l'ebbe alfine trovata.

La lettera spedita a Roma, per sollecitare il ritorno di lui a Milano,

non fu dunque mai scritta per accontentare le ultime volontà della

madre del Palavicino; bensì fu fatta scrivere dal Lautrec medesimo,

cosa di cui il lettore si sarà già accorto.

Com'egli seppe la condizione della contessa Palavicino, alla quale o

per deferenza del conte Mandello che l'avea ricovrata nel proprio

palazzo, o chi sa perchè altro, mai non aveva fatta ingiuria, come

seppe poi quanto amore portasse Manfredo a quella donna, di colpo gli

balenò quel modo di trarlo nelle proprie reti, e considerando che lo

avrebbe così avuto vivo nelle proprie mani, fu assai contento della

non riuscita dei primi tentativi.

Egli era dunque da qualche dì che il Lautrec se ne viveva

inquietissimo; perchè, misurando tempo e distanze, parevagli che, se

la lettera avesse avuto l'effetto, doveva a quell'ora essere arrivato.

Tempestava perciò continuamente que' suoi cagnotti, che in agguato del

Palavicino aveva sparpagliati in varie parti della città, al palazzo

di lui, al palazzo Mandello, alla chiesa di S. Martino, dove la

contessa madre era stata sepolta, e dove tutto induceva a credere che

il figlio si sarebbe tosto recato.

Ed ora l'idea che forse quella sera gli poteva esser condotto innanzi,

cominciò ad occuparlo tanto, da renderlo smemorato d'ogni altra cosa,

ed all'insorgere dei dubbi che a mille ne generava il suo desiderio

medesimo, si sentì agitato da tale impazienza, che più non bastava a

mantenersi calmo. Vagheggiando poi il supposto, che il Palavicino

avesse a cader negli agguati, proponeva e rigettava partiti sul genere

di vendetta che avrebbe potuto trarre di lui, e come ne avrebbe

mandato notizia alla duchessa Elena, e con che nuove minacce l'avrebbe

atterrita... E in questi pensieri era così profondamente immerso, che

non udiva neppure il martellare dei ferri che facevasi nell'aula

contigua, nè in ultimo il suono prodotto da una subita caduta, nè

quell'alto ed unico grido nel quale s'eran fuse le voci di tanti

uomini. Soltanto quando a furia rientrarono nella sala i cento suoi

commensali facendo tal rumore che le vôlte ne rintronarono, volse un

momento la testa. Vide allora il conte Galeazzo Mandello che rientrava

anch'esso per l'ultimo, assai pallido, contraffatto, tutto coperto di

sudore, che s'andava asciugando.

Dopo una lunga e faticosa lotta, era al Mandello riuscito di stendere

il suo avversario in terra e di vincere la scommessa.

Alla di lui comparsa si tolse un momento il Lautrec da' soliti

propositi, e avendo benissimo compreso com'era andata la cosa, dopo

aver guatato a lungo il Mandello:

--Avete dunque vinto! gli disse con voce agra.

--Ho vinto; però durai qualche fatica.

--Da quanto tempo avete voi pensato a questo vostro colpo? gli chiese

allora il Lautrec.

Il Mandello fu sorpreso da tal domanda, ma subito rispose:

--lo non vi comprendo, eccellenza.

--Comprendo io voi! disse il Lautrec e stette per qualche tempo a

fissare il conte, che fissò lui.

--Voi avete sempre odiato il De-Forses! soggiunse poi il governatore.

Il Mandello non rispose.

--L'odio è quel che rende valoroso l'Italiano; senz'odio non lo

avreste mai vinto.

--Ne ho vinti di più esperti e più terribili assai, disse allora il

conte con dispetto non velato.

A queste parole il Lautrec gli diede quella solita sua torva occhiata,

poi conchiuse:

--Se nel vostro volto non ci fosse qualcosa che mi rimembra Gastone di

Foix, il mio diletto Gastone, l'unico uomo che ho amato nel mondo,

verrei adesso io medesimo a provarmi con voi, conte, e la vedremmo.

Il Mandello non aggiunse parola, ma detto fra sè.--Vorrei bene

vederla,--si confuse nella folla. Il Lautrec, voltegli le spalle, di

nuovo si concentrò in sè stesso.

L'amore e l'odio, spinti ambidue all'estremo lor punto, erano le

passioni alterne dell'esistenza del Lautrec, il quale dal conte

Mandello avrebbe sopportata non so che offesa, per ciò solo ch'esso

rendeva qualche immagine del suo cugino Gastone, ch'egli avea amato

quanto si può amare un uomo, che già fatto cadavere, alla battaglia di

Ravenna, avea serrato tra le braccia difendendolo col valore della

disperazione contro a mille punte, e che avrebbe voluto ritornare in

vita col sagrificio della propria.

Ma la memoria del cugino diletto e della battaglia di Ravenna,

associandosi all'altre, con subita fitta gli rimise l'animo sossopra.

Intanto le cento voci de' baroni e de' soldati assembrati in

quell'aula tornarono a farla risuonare di un alto e continuo

frastuono. Avvinazzati come erano, e continuando ad avvinazzarsi,

eransi già quasi dimenticati dell'ucciso collega. Se colui fosse stato

ucciso in guerra, nulla avrebber tralasciato per vendicarlo, ma

essendo caduto in duello il fatto era assai regolare, e quand'anche

sentissero un segreto rancore pel conte, pure non fecero atto che li

palesasse, ed ingegnandosi a tuffarlo nel vin di Borgogna, volsero il

discorso ad altro. Due soli uomini se ne stavano silenziosi in mezzo

alle baccanti gridi che squarciavan le orecchie, il conte Galeazzo e

il Lautrec, il quale, dopo alcuni momenti, chiamato un soldato, gli

disse alcune parole, per cui il soldato stesso, partito di volo,

ritornò tosto in compagnia d'un uomo di camera, il quale, udito il

Lautrec, uscì poi subito, per ritornare anch'esso dopo breve

intervallo, conducendo seco un fanciullo.

Fu cosa assai notabile che appena fu veduta spuntare quella vaghissima

testa del fanciullo, da tutti i punti della sala sorse quel sibilio

particolare coi quale in un'adunanza si raccomanda altrui il silenzio,

e un così perfetto silenzio successe infatti, che parve se ne fossero

tutti improvvisamente usciti di là.

Erano uomini sfrenati la maggior parte, e in quel momento oltre il

solito alterati dal vino, eppure a quell'improvvisa comparsa non

avevan più osato pronunciare una parola....

Il fanciullo era corso intanto presso il Lautrec, il quale,

contemplatolo a lungo, se lo strinse vicino.--Quel fanciullo era

l'unico oggetto per cui sopportava l'orribile vita, il solo che tanto

quanto gli rallegrasse i tetri giorni, il solo a cui avrebbe fatto

sagrifizio di sè, d'altrui, di tutto, di tutti, pel quale si affannava

con trovati iniqui ad ammassar tante ricchezze, il solo per cui, con

legge strettissima, era a tutti stato imposto il più scrupoloso

riguardo.

Una notte, in un'occasione come la presente, mentre il fanciullo se ne

stava presso al Lautrec, ed uno degli ufficiali che trovavasi nella

sala con lui, venne profferita, nel fumo dell'ebbrezza, una oscena

parola che poteva offendere l'innocenza del fanciullo. È impossibile

il dare un'idea del furore, onde il Lautrec, a quella parola, fa

trasportato; furore che non dileguò senza un terribile effetto, ed il

dì dopo sei palle di piombo avevan fracassata la testa dell'incauto e

sciagurato ufficiale.--Fu inaudito rigore, fu ingiustizia che provocò

l'ammutinamento in tutte le truppe; ma l'irremovibile e ferrea volontà

onde il Lautrec avea rintuzzata ogni forza di reazione, ingenerò tale

sgomento in tutti, che nessuno mai più si dimenticò di quel fatto,

onde ogni qualvolta compariva in mezzo ad essi la vaga figura del

fanciullo, ognuno si taceva per tema di profferir parola che fosse in

fallo; e il rispetto pel Lautrec era tale che vinceva anche l'azione

prepotente dell'ebbrezza; così era fatto quell'uomo.

Nessuno però, per quanto la memoria del fatto fosse terribile, portava

odio al fanciullo che n'era stata la prima causa; bensì le care grazie

di quella creatura gli avevano conciliato l'amore di tutti.

Il fanciullo poteva avere otto anni d'età, nè linee più gentili

potevansi immaginare di quel suo viso, nè forme più eleganti delle

giovinette sue membra. E ciò che forse il rendeva ancor più attraente,

era un tal pallore non solito nei fanciulli di quell'età. Una prolissa

capellatura castagno-cupa gli cadeva in anella sul collo e sulle

spalle, le pupille grandi, lucenti, erano adombrate da due fini

sopraccigli, nè sapevasi immaginar cosa più soave del modo onde

volgeva lo sguardo. Queste naturali vaghezze erano poi giovate da un

vestito azzurrino che gli si stringeva alla carne con grata eleganza.

Continuava il silenzio nella grand'aula tanto che s'udiva

distintamente il crepitare che faceva la fiamma sul focolare. Intorno

alla gran tavola, su cui alla rinfusa stavano i segni dell'orgia

notturna, si vedevano quelle cento faccie soldatesche accese pei

vapori del vino e pel riverbero della fiamma, e fatte così ancor più

rozze e più truci del solito. Innanzi al camino, a qualche distanza,

seduta la grave persona del governatore. Se dunque, al primo, non

pareva cosa che s'addicesse a quel luogo ed a quegli uomini la vaga e

purissima figura del giovinetto, non era tuttavia senza il suo

prestigio quella scena curiosa; e tanti uomini fatti silenziosi per

lui e tante pupille converse in lui solamente e il governatore che lo

guardava con affetto che parea compunzione religiosa, tutto ciò potea

suscitare una strana, ma pur grata commozione.

Il Lautrec, porgendo orecchio alla voce argentina del fanciullo, lo

stava dunque osservando con religioso affetto, e parea che

contemplando quel volto più non si ricordasse nè del luogo ove

trovavasi, nè da quali cose fosse circondato, nè quanti uomini

stessero a guardar lui in quel punto.

La tenerezza, che di consueto non trapelava mai dalla fiera tetraggine

della sua natura, si era allora come sprigionata da un duro involucro.

In quel momento l'esistenza del Lautrec non era che amore, ma così

intenso amore, che la commozione che glie ne derivava gli tirava quasi

le lagrime agli occhi. Chiunque allora avesse potuto guardargli in

cuore, dimenticando chi esso era veramente, non avrebbe saputo

rifiutarsi a compiangerlo, direi quasi, ad amarlo; tanta era la

santità del suo affetto, tanto l'angore onde contemplando quel volto,

immagine viva e perfetta e ognora presente di un altro volto fatale,

si sentiva tramestar l'anima, risalendo col pensiero ad un giorno, ad

un'ora, ad un punto perpetuamente memorabile.

Il lettore si ricorderà che il Lautrec, quando colle truppe si partì

di Rimini, chiamato in Francia, seco si avea condotto un fanciullo di

pratica altamente segreta. Ora, se avesse innanzi agli occhi il

ritratto del fanciullo Armando e della signora di Rimini, tosto il

mistero gli sarebbe chiarito.--La sciagurata Elena era la madre di

Armando, di cui Lautrec era padre!!

E non pareva vero come, vedendo nelle fattezze del figlio la donna

istessa che tanto abborriva, potesse poi amarlo di tanto amore. Pure

in questa notte, considerando che di lei gli rimaneva un tal pegno che

a tutti attestava esser egli stato riamato da lei, provò un così vivo

soprassalto di compiacenze, che si strinse accanto più teneramente che

mai il giovanetto Armando, e illudendosi, nel guardarlo fisso,

artificiosamente illudendosi di vedere la stessa Elena, e di averla

innanzi, e l'odio non potendo più a far sentire la sua voce, e

rinascendo l'amore, provò un istante di felicità perfetta; taceva

ancor tutto d'intorno, egli non udiva che il molle respiro d'Armando,

e si sforzò, direi quasi, a mantener viva quell'illusione il più a

lungo che potè.

Scoccarono allora le cinque della notte all'orologio di San Gottardo.

A tal suono si scosse, e di tratto fu ricondotto alla realtà che lo

circondava. Fu il ritorno dello spasimo dopo un istante di calma

perfetta. Ed egli n'ebbe sì cruda la sensazione, che balzò in piedi

improvviso. L'angoscia di quell'uomo in tal punto varcò il consueto

confine; avrebbe destato orrore più che pietà. . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Dopo qualche tempo entrò di fretta nella sala l'uomo di camera, e

s'accostò al Lautrec. Quella folla di baroni, che da qualche tempo lo

stava guardando in silenzio, notò la sollecitudine straordinaria con

cui quell'uomo era entrato là dentro, e l'atto che fece il Lautrec

nell'udire le parole.--Quest'atto fu tale che si guardarono in viso

come interrogandosi sul suo significato, e tanto più quando videro il

governatore prendere il fanciullo per mano, passarlo all'uom di camera

e uscir con essi in manifesto disordine.

Uscito lui, il silenzio fu rotto di subito, e il generale bisbiglio

che gli successe crebbe grado grado fino al più alto frastuono.

--Hai tu veduto?

--Che vorrà dir ciò?

--Sarà qualche dispaccio del re.

--Un dispaccio del re non può essere.

--Qualche lettera della sorella.

--Non poteva esserne scosso a quel modo.

--E che sai tu?

--Nulla io so.

--Ed io so invece che da qualche tempo ei vive in grandissimo timore

non sia la sua sorella per perdere la grazia del re.

--Questo non sarei lontano dal crederlo.

--Zitto.... silenzio.... corsero allora molte voci per la sala.

--Tu se' incauto a parlar così; s'egli ti udisse, guai!

--Guai! lo dico anch'io.

--Io sono impaziente di sapere quel che fu e quel che ne sarà.

--Zitto: ho sentito a sbattere una porta.

--Zitto, tacete, è lui.

--No.

--Silenzio...

Era il Lautrec infatti; tutti si rimisero in quiete, in aspettazione

di qualche gran cosa.

Il Lautrec era manifestamente convulso, e gli balenava un raggio di

terribil gioia tra ciglio e ciglio.

--Uscite tutti! tuonò poi con quella sua voce nasale, e piantandosi

nel mezzo della sala.

Nessuno al primo si mosse, tanto erano perplessi per la curiosità.

--Uscite tutti! tornò a gridare più forte il Lautrec.

Allora, per quanto lo stupore lor facesse forza, tutti si mossero in

fretta, e pel disordine s'affollarono, uscendo, in sulla soglia, come

branco di bufali sgominati dal ruggito di un tigre reale.

Il conte Galeazzo, che uscì l'ultimo e che più di tutti era impaziente

di saper quel che fosse, potè allora udire il Lautrec a pronunciare

tra' denti queste precise parole:

--Ora non mi potrà più sfuggire.

Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana · 第 37 / 57 题