Il corriere cavalcò tutta la notte, e non giunse a Milano che un'ora
prima dell'alba; facevano ancora le più fitte tenebre, ma, come gli
aveva raccomandato il conte, si trasferì tosto al palazzo ducale.
Fermatosi innanzi alla maggior porta, parlò ad un soldato, disse avere
con sè una lettera della più grave importanza, da consegnare a sua
eccellenza il governatore; così fu tosto condotto dentro.
Nel palazzo, a quell'ora, che in ogni altro dì dell'anno tutto
riposava, appariva in questa circostanza un gran disordine; si
vedevano ufficiali, soldati, famigli, in volta per le scale, per gli
atri, pe' cortili, che s'interrogavano alla sfuggita che si
stringevano nelle spalle, che si fermavano a crocchi; si vedevan lumi
comparire e scomparire di volo dietro le vetriere de' finestroni;
tutto era in gran movimento come fosse di giorno.
Soltanto in una grande anticamera degli appartamenti superiori, tre
servi se ne stavano in gran silenzio origliando ad un uscio.
--È da due ore che non si risente, diceva uno sotto voce, io non so
cosa pensare.
--Stà, mi pare d'aver udito un respiro.
--Vorrà essere un avvenimento inaudito, ma quest'uomo morirà di rabbia
e d'affanno....
--E d'amore... credilo a me.
--Darei la metà del mio sangue, perchè mi fosse dato di condurgli
dinanzi il suo Armando, come Dio è vero, la darei.
--Ma il povero Dênis intanto dovette dar tutto il suo.
--Fu un'atrocità senza esempio.
--Zitto.
--Come poteva esso sospettare, che l'italiano lo avrebbe ingannato a
quel modo?
--Questo lo penso anch'io; ma come non si può non scusare sua
eccellenza, se la disperazione lo ha fatto uscire di senno?
--Non è la prima volta.
--Senti, Vautrin, se io avessi a vivere mill'anni, in mille anni non
saprei mai dimenticare il furore onde fu trasportato sua eccellenza,
quando domandato d'Armando, seppe che non era in palazzo e ch'era
stato condotto via dal conte Galeazzo. L'aspetto di lui in quel
momento fu tale che a pensarvi, sempre mi farà raccapricciare
d'orrore.
--Taci, nè io pure ne sopporterei la memoria; ma in vero l'eccesso del
suo dolore mi fa pietà, più che il furor suo mi faccia spavento....
Quest'uomo, che fa tremar tutti... e alla cui comparsa non v'è chi più
ardisca di parlare... quest'uomo... io l'udii piangere e
singhiozzare... Ciò mi ha fatto tal senso... che a me pure vennero le
lagrime agli occhi... e mi sentii tutto intenerito, non so cosa
dire...
Qui s'udì un rumore nella stanza vicina, poi il suono distinto di una
pedata che si accostava all'uscio.
I servi sgomentati, si ritrassero in fretta in fondo all'anticamera;
l'uscio si spalancò, comparve il Lautrec, che si fermò sulla soglia,
immobile come un marmo. I suoi occhi eran fissi come quelli di chi
abbia smarrita la ragione.
Guardando nella camera, non si vedeva, al fioco barlume di una
lampada, presso a spegnersi, che un piccol letto... era quello del
fanciullo Armando.
Il Lautrec versava certamente allora in una di quelle tremende crisi
dell'uomo, in cui la fissazione assidua e spasmodica della mente in un
oggetto unico, sta per degenerare in forsennatezza assoluta. L'assenza
del figliuolo, assenza resa tanto terribile dell'incertezza delle
cause, delle circostanze, del luogo, del tempo; l'assenza di quel
figliuolo, senza di cui gli sarebbe sempre stata insopportabile la
vita, avea tolta ogni susta alla sua forza morale. La sua condizione
era simile a quella di un uomo al quale, mancando un elemento fisico,
indispensabile all'esistenza, irresistibilmente sente fuggirsi gli
spiriti.
Ed era tanto più presso a subire il dominio della pazzia, in quanto
che, sentendo che la presenza del suo Armando gli era necessaria,
procurava illudersi d'averlo a riabbracciare da un istante all'altro,
e trovando poi come quella sua aspettazione ansiosa, e che aveva
tenute sospese tutte le potenze della sua vita, era stato indarno, e
vedendo fuggirsi innanzi ogni speranza, quella specie di voto lo
desolava, lo spaventava sì, che prorompeva in eccessi inauditi.
Del resto, questa esaltazione furibonda che gli durava da tante ore,
non era stata e non era senza i suoi lucidi intervalli. In questi
aveva potuto pensare a tutte le cause possibili, del rapimento di
Armando, e per sua e altrui fortuna, essendogli noto, che era stato il
conte Mandello a condurselo seco, fu da ciò condotto a sospettare il
perchè avesse colui operato di tal maniera; e un simile sospetto, dirò
anzi una simile speranza così lo dominò, che negli istanti medesimi in
cui, per versar fuori quella rabbia affannosa che lo tormentava,
sentiva come un bisogno d'incrudelire su tutti e di far sangue, e di
cominciare appunto a diguazzarsi nella vendetta del Palavicino, pure
se ne astenne sempre, quasi una forza imperiosa lo trattenesse, e se
ne astenne con un proposito così deciso che, a mettere un ostacolo
agli assalti subitanei dell'ira propria, e temendo di non potersi
dominare abbastanza, aveva fatto condurre il Palavicino nella torre
del castello per averlo così più lontano; aveva intravveduto insomma,
che quello era l'unico prezzo del riscatto del proprio figliuolo.
E quante volte aveva supplicato Iddio con un fervore strano alla sua
indole irreligiosa, perchè tosto gli desse il motivo per liberare il
suo mortale nemico!... Pure, più d'una volta insorsero con prepotenza
anche gli odii vecchi, e non gli parea vero, che quell'uomo dovesse
sfuggirgli così, e non sopportando tale idea, ad escluderne per sempre
la possibilità, stette spesso per dar l'ordine di uccidere il
Palavicino; se non che, appena egli volgevasi a guardare la coltrice
del suo Armando, improvvisamente sbollivano le ire, tutto cedeva,
tutto squagliavasi al fuoco ardentissimo dell'indefinito amor suo, e
allorquando l'entusiasmo della vendetta stava per vincerlo, l'unica
lagrima che gli sgorgava dall'occhio infuocato, mandava tutto in
dileguo. Così avea passato tutte quelle ore, tutta la notte, in
conseguenza di che, sopraffatto, domato dalla forza del male, e da
tanto contrasto, la sua intelligenza era adesso in procinto di
alienarsi.
In tale stato dell'animo, stava ei dunque ancora immobile sulla soglia
della camera da letto del suo Armando, e i servi aggruppati in un
canto dell'anticamera, mentre lo guardavano attenti, non ardivano
nemmeno di respirare, quando s'udì dalle scale, dai corridioi, dalle
camere, un gran rumore di passi e di voci che si avvicinavano, e
finalmente si videro entrare con gran sollecitudine alcuni ufficiali
in quell'anticamera stessa.
Erano essi saliti in fretta per domandare del governatore, ma quando
lo scorsero immobile in quella posizione e in quell'atteggiamento, si
tacquero un momento irresoluti.
Ma uno di quegli ufficiali fattosi animo:
--Eccellenza, disse, è qui una lettera di grande importanza, il
corriere è dabbasso che aspetta.
La rapidità onde il Lautrec a quelle parole e alla vista della lettera
si scosse, e dal punto ove trovavasi, balzato presso all'ufficiale che
parlava, gli strappò con violenza la lettera dalle mani, è
indescrivibile.
Avutala così, rotto il sigillo, spiegazzatala con gran tremito la
lesse di un fiato. La faccia gli si trasmutò a un tratto, parve quasi
che un fitto velo gli si fosse tolto dinnanzi.
Ebbe un altro soprassalto di gioia perfetta, pari a quello che provò
quando gli fu annunziato che il Palavicino era nelle sue mani; chi gli
avrebbe detto allora, che sarebbe costretto a rimandarlo libero ed
illeso?
E si volse allora a quegli ufficiali stessi che avean recata la
lettera, per dar loro l'ordine di far tosto liberare il Palavicino e
di scortarlo fino a Reggio... ma nel punto stesso di profferire quella
parola, gli parve sì duro l'esser costretto a tal passo, che si
tacque, e si mise invece a passeggiar per la camera in preda ad un
novello contrasto.
Cessato quello sgomento, generato dall'incertezza della sorte del
proprio figlio, e assicurato dell'esser suo, e in qual luogo
trovavasi, e come era sano e salvo; riposato da quell'oppressione
orrenda, che avea chiuso l'adito ad ogni altra cosa, l'odio pel
Palavicino insorse allora con più forza che mai, e rimase padrone del
campo.
Alcuni momenti prima aveva atteso con ansia, che in prezzo del
riscatto del proprio figliuolo gli fosse richiesto il Palavicino, ma
ora che trovavasi al punto, una tale necessità le fu insopportabile, e
pensò a ribellarsene. Fin dal dì prima, appena seppe che il Mandello
seco aveva condotto Armando, sulle tracce di lui, con gran
sollecitudine aveva spediti uomini per tutte le parti, de' quali
veruno peranco era tornato; volle dunque aspettare qualcuno di
costoro, e, sebbene la lettera stessa del Mandello desse indizio
ch'esso non era ancor stato raggiunto, ed era in salvo, pure sperò che
ciò potesse tuttavia succedere da un momento all'altro.
Ma il contrasto era terribile, era tale che l'animo suo già fiaccato
da tante ore d'angoscia, non bastava più a sopportarlo. Diede un'altra
occhiata alla lettera; quell'intimazione del termine perentorio di tre
dì, cui a tutta prima non aveva posto mente, ora le sconvolse l'animo
terribilmente, ora che, misurate le distanze gli parve essere
difficile che in tre giorni, senza una gran sollecitudine, il
Palavicino potesse arrivare a Reggio. Gli corse un gelo per tutte le
membra... Si volse finalmente per dar l'ordine agli ufficiali che
aspettavano... ma nel punto di parlare, non seppe vincere la vergogna
di avere a cedere all'impero della necessità, di mostrare tanta
debolezza, di mostrarla in faccia a que' suoi soggetti specialmente;
però non volendo parlare, prese di forza pel braccio uno di quegli
ufficiali, e seco il trasse a furia nelle proprie stanze... là, non
volendo ancora parlare, scrisse l'ordine, glielo consegnò
dicendogli--Va--e nel pronunciare questa parola respinse l'ufficiale
con un urto violento del braccio quasi a cacciarlo fuori della camera,
nella quale egli si chiuse poi disperatamente e si buttò sul letto
nascondendo la faccia tra i cuscini... Aveva vergogna anche di sè
stesso.
L'ufficiale di servizio, uscito che fu dal la camera del governatore,
senza pensar molto al duro modo onde n'era stato respinto, essendovi
avvezzo da gran tempo, letto l'ordine di volo, e interpretata la parte
sottintesa, si recò presso a' colleghi cui lo comunicò.
Tutti gli ufficiali che sapevano benissimo il fatto del conte
Mandello, e stando in aspettazione di qualche gran cosa, avevano fatte
di molte interrogazioni al corriere, si strinsero in un gruppo con
gran sollecitudine per sentire quel che aveva deliberato il Lautrec;
però, quando udirono che non si trattava d'altro che di rimettere in
libertà il marchese Palavicino, per quanto avessero già pensato che
necessariamente doveasi riuscire a questo, pure ne rimasero tutti
altamente maravigliati.
--Codesta è tutta opera del conte Galeazzo Mandello.
--A quel diavolo d'Italiano, io non so cosa non sia possibile; pure,
quando ci penso, non mi par vero.
--Ce n'è dell'astuzia in codesta insidia a cui trasse sua eccellenza.
--C'è anche della perfidia in buon dato.
--E molta generosità assai, io lo confesso, quantunque non ami niente
quell'Italiano, e non m'attenterei dirlo a sua eccellenza.
--Lo dico io pure, perchè in fine, mise all'azzardo la propria vita,
e, in che arrischiato modo!!
--Bisogna dunque che questo marchese Palavicino valga qualche cosa, se
un tal uomo si è offerto per lui.
--Valga, o non valga, bisogna intanto provvedere a farlo mettere in
libertà, e ci siamo già troppo attesi qui.
--Dopo bisognerà pensare a farlo scortare sino a Reggio.
--E a chi se ne darà l'incarico?
--Il governatore non ce ne dà istruzione...
--Dunque...
--Dunque converrà interpellarlo...
--Non sarei mai per far questo, disse allora l'ufficiale che aveva
ricevuto l'ordine dalle mani stesse del Lautrec. Questo non è il
momento di dargli altre noje, e se non c'è altri che possa
accompagnare il marchese, lo accompagnerà qualcuno di noi. Fra tre dì
si ha ad essere a Reggio, dove il figlio di sua eccellenza ci sarà
restituito; questa è la cosa per cui si avrà più che mai a tener
aperti gli occhi. Andiamo dunque, che in verità non c'è tempo da
perdere.
Così tre degli uffiziali di servigio si trasferirono al castello.
Per quanto quegli ufficiali francesi fossero alieni dal provare una
pietà al mondo delle miserie lombarde, pure, questa volta, per la
novità stessa del caso, e per l'ammirazione a cui non poterono
sottrarsi verso il Mandello, che tanto aveva fatto a salvare un suo
concittadino, e per l'interesse onde ebber sempre riguardato il
giovane Palavicino, fatto assai grande agli occhi loro dalla tenacità
stessa dell'odio onde il Lautrec lo aveva fatto segno, provarono una
certa compiacenza nell'essere portatori di un ordine a favore di lui.
Mostratolo dunque al castellano, e fattagli presente l'urgenza
straordinaria delle circostanze, lo sollecitarono a rimettere in
libertà il marchese Palavicino. Intanto che il castellano recavasi per
adempiere gli ordini, essi a non perder tempo, fecero tosto allestire
le cavalcature pel viaggio.
Il marchese Palavicino, già da quindici ore, se ne stava in uno di
que' tetri camerotti della torretta del castello; fin dal primo
momento che v'era stato condotto, gli era caduta ogni speranza
affatto, e si tenne irremissibilmente perduto. Quella prima fiducia
ond'erasi tanto confortato, quando udì che il Lautrec avea fermo di
battersi seco, quella fiducia illimitata, onde sperando per sè, sperò
per tutta Italia, e per tutti i suoi fratelli, abbandonatolo
improvvisamente, lo lasciò in tale stato di disperazione, in tale
abbattimento, che le smanie istesse e i deliri, portati dai patimenti
estremi dell'animo che avea subito il Lautrec nelle ore della notte
trascorsa, li aveva subiti esso pure. E tanto più, in quanto non
poteva vincere il rimorso di avere anteposto alla patria comune un
affetto privato, d'avere egli medesimo affrettato la propria rovina, e
d'essersi posto al punto che se l'espiazione gli era pur troppo
inevitabile, ogni via gli era intercetta ad una riparazione generosa.
Non poteva sopportare l'idea di avere a morire così giovine, senza
avere operato cosa che fosse degna della gratitudine degli ottimi, e
dopo aver fatte tante promesse, d'aver suscitate in altri tante
speranze, e averle tradite tutte quante...
Verso il mattino, quando sentì ch'egli veniva meno sotto il peso di
tali pensieri, e gli parve che tutte le facoltà dello spirito fossero
per essere soppresse come da un deliquio, cadde in ginocchio, e nella
sua desolazione, sentì il bisogno di rivolgersi a Dio. Le lagrime che
gl'innondarono il volto in quell'ora angosciosa, ma d'una solennità
senza pari, la preghiera che fece il suo labbro commosso e inspirato
dalla sventura e da un amore ardentissimo, attestavano quanto v'era di
puro, di soave e di sublime in quell'anima giovanile. Le sue
debolezze, le sue cadute lo aveano altra volta pur troppo messo a paro
degli uomini volgari. L'entusiasmo della carne aveva per qualche tempo
assorbito ogni altra cosa, e avea vinto; ma non mai anima di mortale
alzò poi tant'alto il suo volo, come quella di lui in questo punto;
essa erasi gettata veramente nelle braccia d'Iddio, per esserne degna
un istante. I colpi della sventura sono talvolta di una efficacia
senza pari a redimer l'uomo dall'uomo, ed a comunicargli un ardore che
va oltre la sfera delle sue abituali tendenze.
Egli era ancora assorto in tali pensieri, quando il castellano entrò a
comunicargli l'ordine del governatore.
Come rimanesse a tale notizia, è facile pensarlo. Gli rinacquero tutte
le speranze, e in quelle afflizioni medesime gli parve d'aver
rinvenuto una forza novella, e così discese col castellano.
Ma quando dagl'istessi uffiziali che gli si mostrarono assai cortesi,
seppe com'era andata ogni cosa, e come il conte Galeazzo Mandello
s'era condotto seco a Reggio il figlio del Lautrec per salvar lui, e
che adesso egli era atteso in quella città stessa, nel palazzo del
governatore, dall'amico che per lui aveva messo a repentaglio la
propria vita; per quanto fosse forte la gratitudine e la tenerezza che
provò in quel momento, pure non seppe determinarsi ad accettare quella
via di scampo. Gli parve di abbassarsi troppo in faccia al Lautrec, di
avere così a sembrar troppo piccolo in faccia ai proprii concittadini
ed all'Italia tutta; d'altra parte gli era entrata così forte la
persuasione che per una determinazione espressa di chi è superiore
alle fortuite combinazioni degli umani eventi, egli fosse venuto a
Milano per trovarsi faccia faccia col Lautrec, per battersi seco, e
forse per liberare il paese dell'atroce flagello di lui, che
coll'accettare quel partito gli sembrò mancare al proprio ufficio.
Però, dopo un forte contrasto, volto agli ufficiali:
--Prima di venire con voi bisogna ch'io dica qualche parole al
governatore, egli si esibì di battersi con me. Non sarà mai ch'io
voglia sfuggire ad una tale occasione; conducetemi dunque da lui.
I tre ufficiali gli rimostrarono come una tal cosa fosse impossibile,
trattandosi che se passavano i tre giorni la vita del figliuolo del
governatore ne andava di mezzo.
--Io provvederò anche a questo, rispose il Palavicino; conducetemi
dunque tosto da sua eccellenza, se non volete che si perda il tempo
inutilmente.
Gli ufficiali non seppero opporsi.
Quando al Lautrec fu annunziato chi era venuto in palazzo per
parlargli, ne fa così maravigliato, che non sapeva cosa pensare. Uscì
però di fretta delle sue camere, e venne in quella dov'era stato
condotto il Palavicino.
Neppure questa volta seppe dominare quell'avversione invincibile che
provava vedendo colui, e gli prestò orecchio rivolgendo altrove lo
sguardo.
--Io non mi parto di Milano, disse allora il Palavicino in tuono alto,
se prima non ho incrocicchiata la mia colla vostra spada. Voi me ne
avete fatto l'invito per il primo; però vi esorto a mantener la
parola.
Al Lautrec crebbe a più doppj la maraviglia.... ma il pensiero che ad
ogni ora che passava sempre più cresceva il pericolo del proprio
figliuolo gli chiuse il labbro ad una risposta e lo atterri.
Il Palavicino, che se ne accorse, continuava:
--Se temete per la vita del vostro figlio, fate ch'io possa scrivere
una coppia di righe al conte Galeazzo Mandello... lo pregherò a
protrarre il termine alla sua risoluzione. Un corriere potrà recargli
di volo la mia lettera.
Il Lautrec si volse a tali parole.... guardò dal capo alle piante il
Palavicino.... per un istante fuggevolissimo sentì per colui una
sensazione quasi di simpatia, di gratitudine, di tenerezza.... Fu un
lampo però... e l'odio tornò colla solita insistenza. Disse poi:
--Scrivete dunque!
Il Palavicino scrisse la seguente lettera:
"Caro conte!
"Dell'atto generosissimo onde hai dato prova della amicizia unica
che hai per me, ed al quale ogni gratitudine sarà sempre minore, non
posso valermi per ora. Prima di mettermi sulla via dello scampo che
tu mi hai aperto, ho fermo di battermi col Lautrec. È questa una
necessità... Mancherei a me, alla patria, a tutti se io evitassi un
simile incontro. La mia fede non ha limite in questo punto, perciò
non so cosa non affronterei. Intanto non fare offesa al fanciullo
Armando... e solamente, quando sien passati sei dì senza ch'io te ne
scriva appositamente, fa di lui quel che ti parrà meglio. Se non
foss'altro, un tal pegno costringerà il Lautrec alla lealtà. Addio."
Il Lautrec lesse una tal lettera con fremito, si volse al Palavicino,
e disse:--E se voi rimarreste sul terreno?
--Non mi potrà mancar tempo di scrivere un'altra coppia di righe al
conte.
Il Lautrec tacque, e tosto fatto commettere il foglio ad un corriere
perchè lo recasse alla sua destinazione, si ritirò.
Non mai egli s'era trovato in una così terribile condizione. Rifiutare
di battersi col Palavicino non fu cosa che neppure gli passò per la
mente a tutta prima. Ma che sarebbe avvenuto del fanciullo Armando, se
il Palavicino fosse rimasto ucciso? Ma qual valore potevano avere le
generose proposte del medesimo, sinchè il fanciullo trovavasi nelle
mani del Mandello? Un tal pensiero lo gettò in tale imbarazzo, che per
la prima volta si degnò richiedere di consiglio i propri ufficiali che
tutti furono d'avviso ch'egli dovesse battersi.
Allora non pronunciò più parola, e lasciato che gli altri facessero i
preparativi pel duello, licenziò tutti quanti, e rimase solo. La notte
d'intervallo fu per colui una notte d'inferno.
Il dì dopo nella massima sala del palazzo ducale, all'ora terza, era
raccolta una gran quantità di persone. Le logge aperte in giro su in
alto, a due terzi dello spazio fra il pavimento ed il cornicione, eran
tutte gremite di popolo. In mezzo ai soldati, agli ufficiali ed ai
baroni francesi, che se ne stavano affollati in giro nella sala
medesima, si vedevano mescolati alcuni gentiluomini lombardi. Il
Palavicino aveva voluto che al duello non assistessero soltanto i
soldati francesi, ma chiese ed ottenne che vi potessero intervenire
anche i suoi Milanesi. Chiese ed ottenne che per tutta la città ne
fosse propalata la notizia, perchè tutto si decidesse al cospetto
delle due nazioni, e al governatore fu giocoforza acconciarvisi per
quella ragione imperiosa alla quale, con suo rodimento e rossore,
dovea sottostare.
Battè finalmente l'ora quarta all'orologio di San Gottardo, ora da
tutti attesa con una trepidazione ed un'ansia tremenda. Un istante
dopo entrarono nella sala il Lautrec e il Palavicino. Al loro
comparire fu un insorgere strepitoso di voci, cui successe quasi nel
medesimo tempo una perfetta calma. Come stessero di dentro tutti i
Milanesi convenuti a quello spettacolo.... come si sentissero
trasportati di tenerezza, d'entusiasmo verso il loro concittadino...
come tremassero del grave suo pericolo, non ignorando nessuno quanto
il Lautrec avesse fama d'invincibile, chi ha cuore lo può pensare.
Tutti quelli intanto che trovavansi nella sala, si ristrinsero in giro
accosto alle pareti e lasciarono affatto libero il campo.
Ma qual era la condizione d'animo dei due che avevano a battersi?
Certamente che più di ogni altra cosa deve tenersi conto di essa,
perchè pare che principalmente abbia influito sull'esito di un simil
fatto.
Il Lautrec era terribilmente abbattuto. Nel comparire al cospetto di
tanti uomini assembrati in quel luogo, si sentì oppresso da una
vergogna insolita, pensando che a tutti era noto aver lui dovuto
piegarsi all'altrui volere.... una simile vergogna lo sbaldanzì. Non
vi è chi ignori quanto la forza morale aiuti la fisica in simili
circostanze, e fu per ciò che il Palavicino in questo giorno venne ad
esser superiore a sè medesimo sul terreno in faccia al Lautrec.
Ardente d'entusiasmo pel suo paese, in pro del quale pensava di
offrire sè medesimo, confortato dalla fiducia insolita che aveva in
sè, nella fortuna, nella buona causa, in quell'ora egli valeva
certamente per due. E quella calma inalterabile della sicurezza gli
traspariva dal nobile volto, circostanza che valse a calmare alquanto
la trepidazione de' suoi concittadini. Sul volto del Lautrec per lo
invece si vedeva a sì chiari segni il turbamento, l'angoscia,
l'oppressione, che diede a pensar molto a' suoi.
Dopo qualche po' d'aspettazione le spade cominciarono a toccarsi.
Non è nostra intenzione di tener conto qui di tutti i colpi dati e
ricevuti in quel memorabile giorno. Non volendo far altro che render
conto di un fatto importantissimo e dell'ultimo suo risultato, diremo
soltanto che il combattimento sospeso e ripreso a molti intervalli
durò, cosa straordinaria a dirsi, dalle quattr'ore della mattina fino
a vespro, quando cioè la luce già cominciava a mancare nella sala.
Più d'una volta, nella ultim'ora del combattimento, con applausi e con
grida, a cui la novità del caso e l'ammirazione per tanta bravura
aveva eccitato tutti gli spettatori, era stato manifestato il
desiderio che i due combattenti ristessero e si finisse così ogni
cosa.
Ma la luce mancando sempre più, cominciò ad agitarsi tra quegli
ufficiali del Lautrec quello che fosse conveniente di fare. Ci fu un
punto che i due combattenti, impediti dall'oscurità, abbassarono
spontaneamente le spade. Allora tutti gli ufficiali si aggrupparono
intorno al Lautrec onde persuadergli che bisognava portare al dì
prossimo la decisione del duello. Egli non rispose e soltanto fece
capire che bisognava domandarne al Palavicino, il quale non rifiutò.
Quando il Lautrec fu uscito, gli ufficiali, che rimasero nella sala, e
i gentiluomini lombardi si affollarono intorno al Palavicino, che in
quell'istante d'intervallo, s'era buttato a sedere, preso da un
repentino capogiro per l'eccessiva stanchezza e pel dolor vivo che gli
derivava da tutte le membra lussate. Intorno a lui s'indugiarono così
quanti eran nella sala gran parte della notte.
Ma nella stanza del Lautrec fu il massimo disordine in quella notte
medesima. Ripensando al pericolo del fanciullo, pericolo che gli
pareva si facesse sempre più grave ad ogni ora, le smanie del
governatore ricominciarono.... e grado grado giunsero a tal punto, che
parve il suo cervello avesse dato di volta affatto. Gli ufficiali che
stavan con lui, scossi da quegli affanamenti forsennati, e temendo
ogni peggior cosa, pensarono se vi poteva essere qualche pronto
rimedio a tanto disordine... e di nuovo strettisi intorno al Lautrec
per tentar di calmare i deliri di quel terribil uomo... si permisero
di dare un consiglio.
Nell'impeto dell'amor paterno al governatore scappò detto che si
facesse. La lontananza del proprio figliuolo gli era divenuta
insopportabile. A qualunque onta si sarebbe sottoposto per riavere il
suo Armando. Gli ufficiali non aspettarono altro allora, e tosto
recatisi presso il Palavicino, fattegli presente la volontà del
governatore, lo esortarono a star contento d'essere uscito con pari
onore dalla gara, e di lasciarsi condurre incontanente a Reggio per
mandar subito a Milano il figlio del Lautrec. Il Palavicino stette in
prima ostinato un pezzo.... finalmente, vinto dalle parole di taluni
lombardi che gli si misero intorno a scongiurarlo perchè non volesse
abusare così della favorevole fortuna, stimò bene di aderire.
Di tal guisa si venne sciogliendo un nodo, dal quale pareva dover
nascere una conseguenza risolutiva e tremenda. Ma non è questo esempio
nuovo nelle umane cose, che gravi principi abbiano spesso fini leggeri
o nulli, e viceversa poche e impercettibili faville sian causa più
spesso di disastrosi incendi.
L'alba del giorno successivo il Palavicino era in viaggio per Reggio,
accompagnato da tre ufficiali francesi.
Il viaggio fu lungo e tedioso, e non arrivarono in Reggio che la sera
del terzo dì. Senza por tempo in mezzo, si recaron dunque al palazzo
del governatore.
Giunti che vi furono, poterono accorgersi che v'erano attesi, perchè
subito fu domandato se fra essi era il Palavicino, e appena questi si
diede a conoscere, immantinente fu condotto nelle stanze del
governatore, col quale appunto trovavasi allora il conte Galeazzo
Mandello che aveva ricevuta la lettera del Palavicino il giorno prima.
Tosto che la porta della camera fu aperta, e gli occhi s'incontrarono,
fu un commovimento straordinario; il Palavicino si precipitò nella
camera e cadde come spossato nelle braccia del conte, che gli si
slanciò incontro con un movimento istantaneo. Non mai entusiasmo
d'amore spinse l'uno incontro all'altro due esseri così, non mai due
cuori palpitarono d'una amicizia così santa, così profonda, così
forte; tanto forte, che il Mandello sentì negli occhi le lagrime per
la prima volta, e al Palavicino mancarono gli spiriti. Il Guicciardini
intanto, colla calma inalterabile dello storico, stette contemplando
quel gruppo. Il silenzio fu lungo e solenne.