I tre si strinsero in un gruppo.

--Lui?

--Sì, lui; ci cascò adesso.

--Ma ne sei poi sicuro?

--Diavolo... come che io son io, e tu sei tu; ci può esser dubbio?

--Fu dunque un buon pensiero.

--Non credo che ve ne fossero di migliori; o presto o tardi ci doveva

venire... e fu già troppo l'aver aspettato fino ad oggi.

--Non buttiam le parole; ora io ti domando: che si ha a fare?

--C'è da pensarci? aspettare il momento e non perderlo mai d'occhio.

--E stanotte medesima trarlo dal governatore.

Stavan costoro facendo ancora queste parole, che il Palavicino, come

fuggendo da cosa che lo spaventasse, spalancata la porta del

vestibolo, uscì della chiesuola, imbacuccandosi fino agli occhi nella

propria pelliccia.

I tre, che a ciò non eran preparati, si rimasero un momento perplessi

su quello che conveniva fare.

--Se non volete che ci sfugga, disse un d'essi, seguiamolo tosto, e

assicuriamoci di lui.

--Per me penso, che sarebbe bene tenergli dietro da lontano per non

dargli sospetto.

--Che fa a noi se anche facesse dei sospetti?

--Sentite, nostro incarico è quello d'impadronirci di costui, non è

già quello di metter la contrada a rumore, che, se vi ricorda, il

governatore ci comandò facessimo le cose alla sorda. Dunque, siccome

ad esser pronti è impossibile che ci scappi, così fate quel che vi

dico, e andiam di fretta; tu a dritta.., tu a sinistra... noi due gli

staremo alle coste... attenti dunque, che la nebbia non ce lo possa

nascondere.

Così dicendo, s'eran già incamminati sui passi dei Palavicino il

quale, correndo a furia, li faceva correre affannati. Percorsero così

una, due, tre contrade, e nel silenzio che a quel tempo, in quell'ora

s'era steso per tutto, s'udivano distintamente le veloci peste delle

quattro pedate.

Ma il Palavicino non s'accorgeva di nulla; la condizione dell'animo

suo era tale, da non permetterle d'aver più una sensazione del mondo

esterno. D'improvviso rallentò il passo, pareva fosse incerto della

via per dove avesse a prendere; fu due o tre volte per ritornare al

palazzo del conte Mandello, ma l'idea che doveva fermarvisi tante ore

per aspettarlo, lo fece risolvere diversamente. Aveva bisogno di

trovarsi solo con sè stesso, di agitarsi, di correre. Qui gli venne un

altro pensiero. Ma nell'irresoluzione percorse e ripercorse due o tre

viottoli; essendosi finalmente determinato, accelerò più che mai il

passo alla volta della casa paterna.

Egli medesimo non sapea veramente perchè si recasse a quel luogo di

tanto terribili memorie, ma il fece forse per quella inesplicabile e

disperata voluttà, onde l'uomo, non potendo in nessun modo far cessare

un dolore, gode quasi nel tentar d'aggiungergli egli stesso

un'asprezza nuova.

Davvero che quegl'istanti eran così crudi, così desolati, così orrendi

per lui, che, a non rimanerne oppresso e vinto gli bisognava un fatto,

una occasione, una cosa qualunque che, in qualche modo, ne cangiasse

il tenore.

Camminato così per qualche tempo, intravide finalmente, attraverso la

folta nebbia, la torre quadrata della sua casa fatale; s'accorse poi

come di una viva luce che, innanzi al portone, diradava qualche poco

la nebbia.

Fatto un passo, riconobbe il vecchio portinaio del palazzo che teneva

un lampione, l'unico rimasto degli antichi abitatori di quel luogo,

l'unico dei tanti servi che, una volta, popolavano quel palazzo.

Questo, passato al fisco e vuoto da molto tempo, era stato dato in

custodia a lui per ingiunzione del fisco stesso, e il vecchio

servidore con rammarico vi rimaneva. Nel momento che il Palavicino lo

scòrse, esso tornava d'aver detto il rosario ad una vicina cappella, e

stava per chiudersi dentro; udì allora chiamarsi per nome, si volse, e

vide il figlio del suo antico padrone senza riconoscerlo al primo; ma

quegli, trasportato dalla sua disperazione, senza saper quello che si

facesse, mise il piede in palazzo.

Fu allora che il servo, seguendolo col lampione, e riconosciutolo, ne

fu oltremodo colpito e gli disse qualche parola; se non che il

Palavicino, sturbato ne' propri pensieri da quel suono, meccanicamente

gli accennò di tacere.

Si fermarono così ambidue nel mezzo del cortile.... il lampione, per

la nebbia, formava come una grande e rossa aureola intorno ad essi, la

quale riusciva a rischiarar qualche poco gli atrii, lo scalone e le

finestre del palazzo; il Palavicino vi gettò un'occhiata; questa bastò

perchè la sua faccia, in un subito, tutta quanta si bagnasse di

lagrime. La vista di una finestra di quegli atrii, di quella scala,

facendogli di balzo ritornar nella memoria la madre sua che, la notte

ch'ei fu cacciato di casa dall'inesorabile padre; n'era discesa per

abbracciarlo un'ultima volta sotto gli atrii, e richiamandogli il

tenore delle affettuose parole di lei nel tristissimo istante

dell'abbandono, gli mise l'animo sossopra. . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ma intanto che il servo stupefatto taceva, che Manfredo gemeva, che la

fiamma del lampione stridea per l'umidità, in quel silenzio s'udiva il

rumore continuo (e parea venisse da una delle contigue casupole) come

di un arcolaio che girasse e girasse, e una voce femminile che

accompagnava quel suono.

Una povera donna, forse ad ingannare la dolorosa e lunga solitudine e

la noia del lavoro, cantava macchinalmente una di quelle semplici e

rudi canzoni che il popolo trova, e che passano per tutte le bocche in

una data stagione. Canzoni che, nel territorio milanese, sono vestite

di suoni così monotoni, e improntate di quella gravezza così

esclusivamente longobarda, che ci pesan sull'animo, anche allorquando

le parole han significato giocondo.

Ma le parole che, cantando, pronunciava la povera filatrice, eran

troppo lontane dal rendere una idea lieta; eran parole nate

spontaneamente, non faceva gran tempo, sulle labbra commosse del

popolo per riassumere, coll'unica efficacia della naturale poesia, la

vasta congerie degli atroci fatti ond'erano d'ogni intorno oppressi:

canzone che, cantata in pubblico, era costata a molti la prigione e il

patibolo, ma che quella donna, senza pensare più in là, cantava

tranquillamente nella sua innocenza.

Il Palavicino dovette, per forza, prestarvi orecchio. Il frammento

vernacolo che la voce continuava a ripetere, era questo:

I campann d'òr e d'argent

Hin in del pozz de sant Patrizzi....

Dimmel a mì che s'era present,

L'era proppi un gran stremizzi....

Dâi lader... dâi lader...

Che sèm tutti ruvinaa...

..........................

..........................

La cantilena con cui, facendo il ritornello, si esprimevano quegli

ultimi due versi, era di tal natura che, mettendo i brividi nel

sangue, facea rizzare i capegli in sulla fronte.

Il Palavicino non potè sopportarla ... le sue lagrime si arrestarono;

due dolori si fusero in uno, salutò grave il vecchio servo, che lo

guardava stupefatto ... ed uscì.

Fuori del portone, s'incontrò faccia a faccia coi tre che lo stavano

attendendo; ma egli non ci badò, e infestato da quel lûgubre canto

che, nel generale silenzio, gli suonò fino all'estremo punto della

contrada, continuò il suo disordinato cammino.

Ma noi, senza più accompagnarlo, lo lasceremo nella trista compagnia

dei tre che più gli si stringono dappresso; e giacchè la canzone della

povera filatrice ci ricondusse ai gravi pensieri della cosa pubblica,

è bisogno che noi, rimontando molti anni addietro, tentiamo riassumere

adesso, in brevissime parole, le cause che da lontano la prepararono,

per ritornare poi tosto ai privati avvenimenti.

Trent'anni prima dell'epoca a cui siamo coi fatti che raccontiamo, chi

avesse voluto tener conto della condizione di Milano, anche dopo avere

assistito alle poderose forze del commercio di Genova, di Pisa, di

Livorno, di Venezia, alla grandezza cui eran salite le arti a Firenze,

a Ferrara, e le scienze a Bologna, a Padova, sarebbe rimasto tuttavia

maravigliato, contemplando la floridissima condizione del Milanese.

Lanifizj e setifizj in tanto numero, quale non ebbe a vantar mai prima

di quell'epoca; fabbriche di stoffe, di broccati, di broccatelli, di

bucherame, che esportavansi nella bassa Italia, a Lione, a Parigi, a

Londra, persino alle Fiandre, dove pure l'industria manifatturiera era

giunta a così alto punto. Officine innumerevoli per la fabbricazione

delle armi, all'acquisto delle quali si accorreva qui, come tutti

sanno, da tutt'Europa. E a tal potenza manifatturiera e commerciale

non inferiore la coltura delle scienze, delle lettere, delle arti.

Lodovico fu per Milano, nella relazione colla civiltà, quello che fu

Leon X a Roma, colla differenza assai notevole, che Lodovico gli fu

anteriore di un quarto di secolo, e che invece di trovare il cammino

in gran parte già dischiuso, dovette egli il primo aprirlo di posta,

dopo che il governo feroce e tenebroso dei due ultimi Visconti,

l'anarchico interregno, torbida linea di divisione tra lo spegnersi

d'una dinastia, e il sorgere d'un'altra, l'atrocità mentecatta di Gian

Galeazzo Maria, che avea disperse al tutto le generatrici sementi del

primo Sforza, avevano moltiplicati inciampi al vitale dispiegamento di

tutte le forze d'uno Stato. Inciampi che al Moro riuscì di superare

con tale prontezza e pienezza di risultato, che lo fanno meritevole

della lode degli storici.

Pubblici stabilimenti d'istruzione, le scuole del Piatti, del Calchi,

del Grassi, s'aprirono sotto lui per la prima volta. Il Calcondila, il

Merula, il Minuziano, il Ferrari ed altri molti si raccolsero in

Milano, per insegnarvi scienze, lettere, lingue erudite. Il Leonardo

fondò la scuola lombarda di pittura; il Gaudenzio Ferrario, il Luino,

l'Oggionno, antistiti di quella scuola, fiorirono sotto il Moro.

Bramante dispiegò per lui il suo straordinario ingegno architettonico,

e lo trasfuse in Bartolomeo Suardi, detto il Bramantino. Insieme ad

un'accademia di pittura venne pure dal Moro fondato il primo

conservatorio di musica che vantasse Italia, e così molt'altre

instituzioni s'effettuarono per le sue cure, come sanno anche coloro

che men sanno di storia patria.

E tali cose noi avremmo tralasciato di por qui, considerando che in

mille guise furono già notate, raccontate, discusse da storie generali

e parziali, da cronache municipali, da dissertazioni accademiche,

artistiche, se non giovasse richiamare un istante tutti codesti fatti

gloriosi in mille libri notati, per parlar poi dell'ultimo esito a cui

toccarono, vogliam dire dell'assoluta loro scomparsa, del loro

diuturno esiglio dal paese nostro; fatto complesso dissimulato di

molti fatti individui, replicati ad esuberanza; fatto che,

esplicitamente almeno, e quando è toccato, intendasi bene, questo solo

periodo di tempo, non si trova registrato ne' libri.

Abbiam detto quando è toccato questo solo periodo di tempo, perchè,

parlando poi dell'era ispanica, tutti gli storici tumultuano in folla,

ripiangendo la fuga delle arti, accelerata dal suono del tamburo delle

soldatesche spagnuole.

La scomparsa delle arti e delle industrie venne dunque da tutti sin

qui registrata dopo la venuta degli Spagnuoli, non mai prima; e di

recente anche un nostro distintissimo concittadino, il quale è solito

a portar nelle questioni, anche quando le tocca di volo, un acume, un

tatto, un'indipendenza di giudizio certamente non comuni, mise

anch'esso la sua sottoscrizione accanto all'altre numerose, forse, noi

crediamo, perchè fu quello un momento di molta fretta.

Fu dunque sempre creduto che il ducato di Milano, prima del reggimento

spagnuolo, quantunque abbia subite infinite crisi, le abbia però

sempre subite nel rapporto esterno, nel rapporto colle nazioni

conquistataci, non mai nell'interna vita, la quale fosse poi sotto a

un governo, che sotto a un altro, si credette continuasse ad esser

sempre vegeta e rigogliosa.

La questione è dunque intorno all'epoca vera in cui le arti esularono

da noi, epoca che noi porremo alla seconda venuta dei Francesi in

Lombardia. E sebbene di un tal fatto non ci sia espresso racconto ne'

libri contemporanei, v'è però se non il racconto, gli elementi almeno

di esso, in alcune lettere d'uomini contemporanei, di pittori, di

scultori, lettere di Luino, di Ferrario, i quali assicurano non trovar

più modo di vivere decorosamente a Milano; e in quanto a' libri, se

non se ne parla a precise parole, sono in esse registrate le cause di

effetti necessari taciuti, che sono appunto l'emigrazione di artisti,

di manifatturieri, la dispersione delle varie industrie, e

l'esportazione cessata, il consumo interno assottigliato.

Qui ci si potrebbero opporre alcuni fatti, quali sarebbero

l'assegnamento di diecimila ducati, che il re fece al municipio per

opere di pubblico vantaggio, e il progetto e gli studi per render

navigabile l'Adda da Brivio a Trezzo.... Ma son essi fatti

sparpagliati, tentativi non effettuati, e che necessariamente debbono

rimanere oppressi dalla folla de' fatti contrari.

Ma la colpa d'aver prodotti tanti infelici risultati è ella tutta

della Francia? Senza dubbio fu sua, e tanto più in quanto era del suo

interesse medesimo il ripararvi; ma in gran parte, convien pure

confessarlo, essa fu anche nostra, fu del ceto patrizio.

Pretermettiamo adesso il fatale errore di Lodovico d'aver chiamato i

Francesi in Italia; esso fu, senza dubbio, la causa prima ed unica di

molti tristissimi effetti, non di tutti però; e in quanto a' lontani e

a' non necessari, essi si sarebbero potuti stornare, se i patrizi non

avesser poi aderito a' Francesi, se per odio di Lodovico, abbastanza,

ne pare, punito dell'error suo, o dagli stessi che invitò a discendere

in Italia, non avesser preso ad avversare alla dinastia sforzesca;

contraddizione inesplicabile, e strano modo di far iscontare una

colpa, sforzandosi a perpetuare gli effetti della colpa medesima.

Se il ceto patrizio, sdegnando d'agitare la vita in un teatro angusto,

non avesse vagheggiato un più vasto campo, o se, sdegnando d'obbedire

ad un duca vicino, che dovea pure frenare le loro prorompenti

ambizioni, non avessero anteposto di obbedire ad un re più potente ma

lontano, che, come speravano, avrebbe loro rilasciati i freni; se,

infine non fossero stati indotti a far così dalla smania di novità,

causa frivola e ridicola di effetti seri e gravissimi, all'errore del

Moro sarebbesi pure in qualche modo messo riparo.

Ma questa non sarebbe che la prima colpa del ceto patrizio, colpa

anteriore allo stabilimento de' Francesi in Lombardia. È di un'altra

che noi intendiamo parlare, e del fatto posteriore all'invasione,

dell'avere cioè operato quanto per lui si poteva, a scompaginare

l'intima vita dello Stato, il quale, anche sotto il reggimento

francese, sebbene inglorioso, avrebbe tuttavia potuto, fino ad un

certo punto, durar tranquillo e prospero.

Fin dalla prima volta che i Francesi eran venuti in Lombardia, e dopo

che Luigi venne a visitar Milano, una folla di gentiluomini lombardi,

a sfoggio di zelo ed a gratificarselo con quanti mezzi poteano, avevan

voluto accompagnarlo in Francia, dove per qualche tempo, allettati

dalle lusinghe del re, fermarono la loro dimora.

L'assenza diuturna de' più facoltosi cittadini dalla madre patria, fu

e sarà sempre una cagione di rovina.

Costretti que' patrizi a presentarsi alla corte del re, dove il lusso

e la magnificenza erano al massimo grado, nè volendo mostrarsi da meno

degli altri, troppo facilmente erano spinti a gettare in un mese il

reddito di un anno, e quell'oro così lautamente sparso a colmare le

mani parigine, venne per la prima volta, defraudato alle lombarde, che

tosto subirono la grave influenza dell'inaspettata privazione.

Compiaciutisi nella loro colpevole leggerezza, a scimiottare, in quel

tratto di tempo che dimoravano in Francia le foggie di colà, appena

tornati in patria, mostri a dito per le novità che seco recavano,

cominciarono a suscitare una stolida gara fra coloro che non erano

usciti di qui, e i costosi viaggi si moltiplicavano; ognuno

sollecitava di far seguito alle ambascerie, ognuno faceva lunghi

risparmi in patria, per isfoggiare e sparnazzar fuori.

In Francia intanto avevan cominciato a prender sopravvento, sulle

nostre, le merci e le manifatture delle città olandesi, a lei più

vicine delle italiane. I velluti e i rasi d'Utrecht, i drappi, gli

arazzi d'Osnaburgo, le trine di Brussell, le maglie di Gand, ebbero

spaccio a preferenza. E i nostri, che avevano tanto risparmiato in

patria, gettarono a scialaquo il loro oro nell'acquisto di tali merci,

e reduci fra noi arricciarono il naso, schifando le manifatture

patrie, non inferiori per nulla alle olandesi, le quali se ebbero

smercio in Francia, fu per la sola cagione della maggior vicinanza e

facilità di trasporto. Non s'accorsero che ciò ch'era utile ai

Parigini, era dannoso a noi, e così chi più desiderava farsi mirare e

primeggiare e por legge altrui, arrossiva di valersi ancora dell'opera

di mani concittadine.

Le corse intanto a Parigi si moltiplicavano più volte in un anno, e un

patrizio che, una volta almeno, non si fosse presentato all'udienza

del re a Fontainebleau, bisognava scansasse le rumorose società, se

non amava, esser messo in ridicolo; d'esser posto in ridicolo perchè

desiderava il ristabilimento della dinastia sforzesca, perchè,

lombardo, sdegnava inchinarsi innanzi ad un re francese; di esser

posto in ridicolo perchè, conservando tuttavia le foggie italiane più

proprie, più eleganti, più logiche di quante si conoscessero, non

voleva assumere le altrui; d'esser posto in ridicolo perchè, invece di

gettar le ricchezze a scialacquo fuori della città propria, le

distribuiva utilmente tra i concittadini, e ne incoraggiava,

alimentandola, l'operosa industria.

Di questo modo cominciò, un dì più dell'altro, a venir meno

l'esportazione delle cose nostre; e rimettendosi i patrizj, appena si

riducevano in patria, a' più stretti risparmi, per ristaurare le

ricchezze altrove dilapidate, cominciò a mancare anche il consumo

interno. Per consenso, coloro che stavano a' loro servigi e

raccoglievano qualche frutto dalla loro ricchezza, furono costretti a

fare altrettanto; una veste di meno, un grappolo di meno, un pane di

meno; e il venditore ch'aveva sempre veduta la moltitudine affollarsi

agli sportelli, si sgomentava del suo improvviso diradarsi. Ci fu

un'apprensione, un allarme generale; si radunavano a crocchi

fabbricatori, venditori:--Se voi non vendete, a me non convien

fabbricare; la fortuna, se qui più non risponde, bisogna tentarla

altrove; ormai ci bisogna uscire, qui non è altro a fare; converrebbe

che tutti quanti facessimo l'armajuolo, questa sol'arte ha spaccio

ancora, le altre son disertate...--Queste voci cominciavano ad

espandersi, i progetti cominciarono a ventilarsi; infine più d'uno

emigrò, e più d'uno a Parigi, dove tutti i patrizj lombardi

affluivano, fece fortuna. L'esempio suscitò l'imitazione, e, fin

dall'ora, molte arti indigene esclusive di Lombardia, si trapiantarono

oltremonte.

E dopo il ritorno di Massimiliano Sforza, la maggior parte del ceto

predominante, avverso al ristabilimento di quella dinastia, o

fermarono al tutto la loro dimora in Francia, o in patria fecero ancor

peggio di chi se n'era ito altrove. Il buon senno, esulato dalle alte

regioni, erasi rifuggito nelle più basse, che pur sono consueto

dominio dell'ignoranza e della superstizione, ma il popolo minuto,

stretto dai fatti, s'accorgeva del tarlo, mentre i patrizj, illesi

tuttavia, godevano a soffiar nella fiamma che, a lungo andare avrebbe

involuto anche le robe loro.

Gettando un'occhiata sulle varie magistrature in quel secolo

costituite in Milano, su quelle che non potevano essere esercitate che

da nobili, e segnatamente al gran consiglio de' Novecento,

c'incontriamo in un fatto, del quale non fu mai tentato d'indagar la

cagione.

Prima che si aprisse il secolo XVI ossia, prima che la Francia si

stabilisse fra noi, il numero dei novecento che costituivano il gran

consiglio ora tuttavia completo. Poco dopo, ai novecento si cominciò a

sottrarre il centinaio, e grado grado il numero si venne tanto

assottigliando che, nel 1516, a quel consiglio più non rimaneva che

l'appellazione de' novecento, non contando in fatto più di 150 nobili.

L'appellazione superstite è prova, ch'esso non venne mai abolito nè

ridotto a minor numero per decreto espresso, (perchè, quando ciò

avvenne sotto il Lautrec, che volle non fosse costituito che di soli

60 decurioni, l'appellazione di gran Consiglio cessò, e le fu

sostituita quella di _Cameretta_), parrebbe dunque che quella

riduzione di numero sia avvenuta di sua natura, vale a dire per

assenza spontanea e diuturna del più dei patrizj, assenza dalla città,

o solamente assenza dal Consiglio, per disamore delle cose patrie.

Ed ora ci sarà forse taluno cui dispiaccia siano state scoperte

codeste piaghe, e ci voglia gridare, ch'era debito nostro il tenerle

celate? Se v'ha chi se ne senta la tentazione, si alzi pure, si alzi,

e gridi a sua posta; noi teniamo in serbo una risposta per lui.

Dopo la battaglia di Marignano le cose camminarono di male in peggio

sempre più; quando il commercio e le industrie lombarde ebbero

ricevuta una così mortale percossa, le arti consacrate al solo

diletto, al solo ornato, tanto meno furon valide a sostenersi. I

patrizj assenti lasciavan senza commissioni scultori e pittori; reduci

e in bisogno di far risparmi, cessarono di far donazioni alle chiese,

le quali in quel secolo, ajutavan l'arti, aiutate dalle elemosine.

Cosi una cosa crollando ne faceva crollar mille, e i patrizj, che

avevan dato il primo urto non si ristavano; così la città nostra vide

passare molt'anni, spensierata, indolente, tranquilla, come il

possidente che, ignaro che il suo gli è dilapidato a furia, dorme

abbastanza placidi i sonni, improvvido che un rovinoso sequestro il

getterà nudo, quandochessia in mezzo alla folla.

Ma venne un anno memorabile; un governatore partì per dar luogo ad un

altro. Il sonno fu rotto di colpo ai Milanesi che spaventati, si

destarono; sarebbero morti di lenta consunzione, e la violenza

accelerò gli estremi dolori; sarebber morti senza pianti, senza

strepito, forse senza patimenti, tranquilli. Ma ferri omicidi e

flagellature a sangue, fecero loro alzare così acute grida di spasimo,

che furono udite a grandi distanze, e tanti e tali strazj, operò un

sol uomo di noi, che l'orrore non ne può essere scemato, anche dopo sì

lungo corso di tempo.

Ora è di un tal uomo che ci dobbiamo occupare.

Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana · 第 36 / 57 题