In un giorno del dicembre di quell'anno, nell'ora che, sparecchiate le
mense, i numerosi commensali della duchessa Elena recavansi nella sala
dove servivasi l'Alicante e il Lagrima Christi, il marchese Palavicino
che, com'era indispensabile, trovavasi tra quelli, fu chiamato in
disparte da un servo, il quale gli disse attenderlo un uomo in una
delle anticamere, e avere una lettera da consegnargli. Il Palavicino
tosto si mosse, e veduto l'uomo e ricevuta la lettera, lo richiese da
chi era mandato.
--Io vengo da Milano, illustrissimo, e son qui di passaggio per
Napoli. Questa lettera mi fu data a consegnarvi da un uomo di camera
della contessa vostra madre.
Il Palavicino subito aprì allora la lettera e la scorse di volo.
L'uomo che lo stava guardando, si accorse che gli si cangiò il colore
del volto.
--Quando il servo ti consegnò questa lettera, gli chiese poi Manfredo
con voce manifestamente alterata e tremante, non ti ha detto nulla di
più particolare intorno alla contessa?
--Nulla mi fu detto, illustrissimo signor marchese. Il mio mestiere è
quello del procaccia e di trasportare le mercanzie di Lombardia a
Napoli. Io sono assai noto in Milano, e venne da me un uomo che mi si
diede a conoscere per servo della contessa, raccomandandomi
consegnassi a voi il più segretamente che fosse possibile una tal
lettera, e mi guardassi dal palesare ad altri ch'io era mandato a voi.
Ecco tutto; del resto non so nulla.
--Quando sarete per ritornare a Milano, buon uomo?
--Non so se mai ci tornerò, caro signore, il commercio lombardo è così
rifinito a Milano, e ridotto a così deplorabile condizione, ch'ella è
già questa la terza volta che ci rimetto del mio viaggiando. D'or
innanzi le mie gite saranno tra Venezia e Napoli; Milano è un cadavere
ormai, e non è più a cavarne un costrutto.
Il Palavicino non rispose, diede a quell'uomo un fiorino e lo
licenziò. Come si trovò solo, tutto conturbato, rilesse la lettera.
"Illustrissimo signor marchese, diceva quel foglio, la contessa madre
vostra è da due mesi in così pessimo stato di salute, che si teme
forte non ci abbia a mancare da un giorno all'altro. I continui
patimenti l'hanno condotta a così mal punto, ed ora è abbandonata da
tutti. Chi scrive sente il rimorso d'affliggervi in sì cruda maniera,
ma lo fa per esortarvi a venir di volo a Milano, a vederla un momento.
Ella non fa che nominar voi a tutte le ore, e la disperazione di non
avervi a rivedere mai più, è quella che più che altro le va limando la
sventurata sua vita; se voi foste qui, non sarebbe forse perduta ogni
speranza. Affrettatevi dunque per amore della sventurata madre vostra
che va consumandosi di giorno in giorno per voi. Affrettatevi, se
avete qualche pietà di figlio, e a questa vogliate posporre qualunque
timore che possiate avere del Lautrec, di cui non vi sarà difficile
scansare la collera."
Quella seconda lettura fece sul Palavicino una impressione assai più
forte della prima. Un angore amarissimo lo vinse di tanta forza, che
diede in lagrime, e gli entrò nell'animo un tal rimorso di non avere
abbastanza pensato a quella povera sua madre, che più non sapeva darsi
pace.
--Tristo, diceva tra sè, ed io poteva star qui in mezzo alle feste,
mentre quella donna sventurata è in così orrenda condizione per me. E
avrei ben dovuto pensare che un tal punto era inevitabile.... e avrei
avuto a condurla qui con me, quale assai volte me ne venne il
pensiero.... e lo avrei potuto.... Tristo dunque se non l'ho fatto! Io
non saprò mai più darmene pace, mai più,
E cacciandosi le mani tra' capegli, a gran passi misurava la camera.
La duchessa Elena intanto che, non vedendolo tra gli altri, aveva
chiesto al servo che era venuto a domandarlo, dove era desso,
impaziente del molto tempo trascorso senza vederlo a ritornare, uscì
delle sale e venne in traccia di lui. Quando, entrata nella camera
dov'egli passeggiava in tanto disordine, s'accorse del quanto egli era
stravolto e contraffatto, tutta spaventata gli domandò che fosse....
Il Palavicino a tutta prima non rispose, poi diede a leggere il foglio
alla duchessa.
--O povera sventurata, disse questa tutta impietosita, letta che
l'ebbe; e così, Manfredo?
--E così partirò stanotte; fra un'ora partirò; non è tempo da perdere,
neppure un momento!
E tirato a furia la corda di una campana, chiamò un servo.
--Va, gli disse, come questo si mostrò, va alla mia casa; di al fante
che inselli sull'istante due cavalli, e venga qui tosto e si disponga
anch'esso a viaggiar con me stanotte verso Milano.... Va e fa presto,
per carità, non por tempo in mezzo!
--Manfredo, disse allora con impeto la duchessa, accennando al servo
di fermarsi, e assai conturbata; Manfredo, voi precipitate le cose!
sapete pure se voi siete in condizione di rimettere il piede in
Milano. Voi siete perduto se vi ci recate, inevitabilmente perduto! Ci
andrei io stessa piuttosto; io stessa ci andrei, anzichè permettere
che corriate voi stesso nelle insidie di colui....
--E mia madre, Elena, e mia madre? Oh se mi verrà fatto di poterle
dare questa suprema consolazione, io potrò bene morir dopo, e lodarne
Iddio se fu per una sì pietosa causa!.... Oh no, no, io non ci penso
ai pericoli.... Venga il Lautrec, mi strazj con mille tormenti il
Lautrec, ma voglio vedere mia madre; vederla una volta, una volta
almeno quella povera, miserissima donna, e morire! Sì, morire, che
sarà per il meglio.
--E noi, Manfredo, ed io?.... disse Elena allora, con un accento
particolarissimo, e con un suono di voce da muovere il pianto.
Manfredo ne fu scosso, e guardatala a lungo....
--Ahi, maledetto!! proruppe.... pure bisogna ch'io parta, bisogna
ch'io parta! Temerei di offender Dio, dispererei del suo perdono, non
avrei mai più pace, mai più, per tutta la mia vita, se potessi
dimenticarmi di mia madre.... Per carità, Elena, per carità, s'egli è
vero che voi avete alcun amore per me, esortatemi anzi a partire di
subito! Mi sarete ancora più cara; più cara che ad uomo non sia stata
mai donna di questo mondo.
--Va dunque, va, disse poi tosto al servo, ch'era impacciato assai di
trovarsi presente a quella scena, va e fa quel che ti ho detto; che
tra un'ora sia qui il fante e i cavalli; va, che si è perduto già
troppo tempo.
Il servo partì.
Ci fu qualche momento di silenzio. La duchessa diede anch'essa di
volta per la camera agitatissima, poi si gettò a sedere su d'una di
quelle cassapanche che stanno nelle anticamere. Non sapeva più quel
che si facesse nè quel che si pensasse. D'improvviso, come se le
venisse una speranza:
--Avete fatto leggere la lettera al Morone? domandò al Manfredo.
--Egli non sa nulla.
--Convien pure ch'egli lo sappia, Manfredo. Lo chiamerò.
--Non fate, duchessa, non fate. Egli sarebbe ostinato a non lasciarmi
partire, ed io non potrei obbedirlo. No, non fate; gli direte voi ogni
cosa quando sarò partito.
--Sarebbe malissimo fatto il comportarsi di tal modo, io lo chiamo; e
domandato un servo:
--Andate nelle sale, dite all'illustrissimo Morone che venga qui.
Aspettate; fatelo passare nel mio gabinetto.... Manfredo, disse poi a
lui rivolta; andiamo. Non è conveniente lo star qui, potrebbe venir
gente, e i servi vanno e vengono di continuo, andiamo.
E il Manfredo, più sbalordito che altro, la seguì nel di lei
gabinetto. Un momento dopo v'entrò anche il Morone, che, accorgendosi
della commozione dipinta sul volto d'ambedue:
--Che c'è egli di così grave? domandò.
--Oh Dio!! Dategli la lettera Manfredo.
Questi senza parlare, gliela consegnò.
Intanto che il Morone leggeva, Manfredo continuava a passeggiare per
camera.
--E così? disse il Morone quand'ebbe finito di leggere.
--E così, rispose la duchessa, costui ha fermo di partire questa notte
medesima, ed ha già dato gli ordini perchè s'insellino i cavalli.
Pensate voi s'egli non è un correre incontro alla propria rovina.
--Egli non ci andrà, disse allora il Morone con molta pacatezza e
gravità, egli sa bene che la sua vita è preziosa, preziosissima, non
tanto per lei stessa quanto per il suo paese, egli lo sa meglio di me;
egli anzi lo ha detto a me più volte. Se in questo momento ei si
recasse a Milano e giocasse la sua vita così, tradirebbe la causa per
la quale ha fatto tanto frequenti e tanto solenni promesse; egli non
partirà, ne sono certissimo.
Manfredo, intanto che il Morone profferiva queste parole, lo stava
guardando attonito, ed era pallido come un morto. Dopo qualche momento
cambiò atteggiamento, e guardando il Morone come uomo che stia
supplicando un suo superiore, e con voce quasi piangente:
--Sentite, Morone, io vi supplico come non ho mai supplicato nessuno
al mondo, io vi scongiuro come si scongiura la croce nei più gravi
travagli della vita; lasciate che io vada a Milano, si tratta di mia
madre; voi l'avete conosciuta quell'infelice; voi sapete quanto abbia
dovuto soffrire per me. Sovvengavi poi, oh! vi sovvenga, che fu un
tempo nel quale avete amata quell'angelica e dolce creatura di un
ardentissimo amore; voi eravate ben giovane ed ella ancor fanciulla.
Vi muova dunque a pietà la rimembranza di quegli anni lontani, non
voler dunque permettere ch'ella abbia a morir disperata . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Qui il
labbro gli tremò per l'eccessiva commozione, il giovine volto tutto
gli s'inondò di lagrime, e tacque.
Elena proruppe anch'essa in lagrime allora, e il Morone non potè più
dominarsi.
Fu un lugubre silenzio di qualche minuto.
--Io compiango la madre tua, uscì poi a dire, dopo qualche momento il
Morone, ne provo quella pietà medesima che tu ne provi, e sa Iddio
com'io vorrei che tu potessi andar tosto a confortarla, ma una fatale
necessità te lo proibisce. A te pesa di sembrar sconoscente, di
sembrar spietato... pure, questo sacrifizio istesso che tu fai del tuo
sviscerato amor figliale, che ti fa piangere con queste così sante
lagrime, parrà assai più generoso e più solenne a coloro che
penseranno perchè lo hai tu fatto. I tempi, i fatti sono maturi,
l'occasione di operare è assai presta, e a te verrà dato il primo
carico; se tu vai a Milano, è impossibile al tutto che non cada in
un'insidia, e che sarà per succederne allora? tua madre morrà ben più
disperata, pensando ch'ella stessa fu causa della tua rovina e della
rovina del paese tuo, il quale aveva riposta ogni fiducia in te. E tu
pensa come, morendo condannato, insieme al crepacuore dell'inesorabile
tua sventura, ti morderà la vergogna della tua debolezza; conchiudi
dunque, Manfredo, che ti è forza rimanere. A tua madre scriverò io
stesso; ella ha tal mente e cuore che ti vorrà amare di più quando
sappia la tua risoluzione; coraggio, Manfredo, a noi più che a nessun
altro è necessaria la fermezza.
In questa entrò il servo.
--È qui il vostro fante, illustrissimo signor marchese.
--Son qui i cavalli? domandò questi infiammandosi in viso, e guardando
il Morone alla sfuggita.
--No, illustrissimo. Ma lui dice che, dovendosi viaggiare verso
Lombardia, gli bisogna maggior tempo per i preparativi; siamo in
dicembre, e lassù vorrà essere un rigido inverno..
--Bene, verrò io, di' che mi aspetti; e qui rivoltosi al Morone:
--Se non tenterò, disse; se non tenterò ogni mezzo per iscansare tutti
i pericoli possibili, allora potrò essere colpevole d'avere in qualche
modo tradito la causa alla quale mi son dedicato, ma starò sulle ali
per isfuggire ogni insidia, ve ne do parola; or dunque lasciate ch'io
vada, e vogliate voi medesimo darmi i felici auguri.
--Tu vai incontro alla tua rovina, codesto è l'augurio che ti posso
dare; pure se tu ti ostini a voler queste, io non sarò già quello che
ti trattenga per forza, tanto più ch'io m'avvedo adesso che tu sei ben
altro da quello che ti ho stimato fin qui. Ho creduto che l'animo tuo
fosse di ben altra tempra; per questo avevo messo l'occhio su di te.
Ora gravemente mi pesa d'essermi così ingannato, e d'essere costretto
a rivolgermi ad altri, quando credevo fosse giunto il momento di poter
valermi di te; però puoi andar, nè io aggiungerò altre parole per
dissuaderti.
Questo discorso mise il Palavicino in un imbarazzo assai più terribile
di prima. Tornò a passeggiare su e giù per la camera inquietissimo,
guardava or l'uno or l'altra, pareva gli ardesse il pavimento sotto a'
piedi; il Servo intanto aspettava, il Morone e la duchessa tacevano.
A un tratto il Palavicino si fermò, parve assumere l'apparenza di un
uomo che tenti spiccare il salto da un precipizio, gridò:--Io vado,--e
si gettò a furia fuori del gabinetto. La duchessa si mosse di slancio
sui passi suoi, chiamandolo altamente per nome; ma il Palavicino,
afferrato il fante per un braccio, saltelloni gli fece discendere la
scala, e uscì con lui rapidissimo dal palazzo di Marco Aurelio. Il
Morone non si mosse, e non parlò.
Recatosi al suo alloggio, il Palavicino dispose le cose sue pel
viaggio, a que' tempi lungo e disastrosissimo. Stabilì di condurre con
sè due uomini a cavallo, che avrebbe poi lasciati molte miglia fuori
di Milano per non fermare l'attenzione altrui. Sotto ai panni vestì
una maglia di ferro intera, e caricò i cavalli di gravissime
pelliccie, tanto per sè che pei servi. Così verso le quattr'ore di
notte potè uscire di porta Belisario, e si mise in cammino, punto da
un certo rimorso per essersi licenziato a quel modo dalla duchessa
Elena e dal Morone.
L'inverno essendo di solito assai clemente a Roma, e in quell'anno
segnatamente, camminò senza noje quella notte per un bel tratto di
paese, sotto a un cielo tutto stellato, rinfrescato da uno spirare
continuo di una brezza che metteva una tal quale alacrità nel sangue,
e l'avrebbe messa anche nel Palavicino, se non avesse avuto con sè il
grave fardello delle sue cure, che non gli lasciava aver tregua. Ma da
Narni a Terni ebbe a viaggiare sotto una pioggia minuta e assidua che
gli accrebbe a più doppi la già soverchia tristezza, e che
l'accompagnò quasi sempre fin presso a Perugia.
Quando alzando la testa, vide a molta distanza, le alte torri di
quell'antichissima città, senti tutto rimescolarsi per l'improvviso
sopraggiungere di un affanno che da moltissimo tempo erasi dileguato
dall'animo suo. Quando ne scorse la gran torre del castello e col
pensiero vi corse per entro, la sventurata Ginevra gli ricomparve
inanzi, e con quella quante angosciose memorie, e meste imagini e
rimorsi!! Usciva da Roma, dove per poco aveva lasciata la donna che,
tra brevissimo tempo, avrebbe fatto sua sposa. Gli tornarono allora in
mente le prime proteste fatte alla Ginevra; le parole onde,
nell'effusione dell'ardente amor suo, le aveva giurato che
nessun'altra donna al mondo avrebbe mai avuto il suo affetto; pensando
allora com'egli aveva attenute quelle promesse, come eran stati
mutabili gli affetti suoi, ebbe ribrezzo e vergogna di sè stesso. Dato
allora un tratto ai freni del cavallo e fermatosi, stette per lungo
tempo a guardare la gran mole quadrata del castello, e penetrandovi
coll'occhio della mente conturbata a considerar la Ginevra che,
desolata, forse ne passeggiava le tetre camere, ne fu intenerito oltre
misura, e sentì rinascere più ardente che mai l'amore per
quell'infelice sua donna; se non che, rivolgendo la testa verso Roma,
e involontariamente lasciandosi trascinare nelle splendide sale del
palazzo Aurelio, gli ricompariva Elena dinanzi: crollò il capo
indispettito, non potendo sopportare il cozzo di quelle due passioni,
e fisse e rifisse gli sproni nel cavallo, che prese la rincorsa a
galoppo. Ma sua madre boccheggiante sul letto, disperata, destituita
d'ogni soccorso; ma la sua città squallida e deserta; ma Odetto
minaccioso e terribile; tutte queste immagini gli si pararon contro
d'improvviso e in una volta, mentre cacciava il cavallo a quel modo. I
capelli gli si rizzarono per brividi di sotto al cappuccio, un vento
gelato cominciava allora a soffiare dalle gole dell'Appennino.
Da Perugia volse il suo cammino per traverso, diretto alla volta
d'Ancona. A Foligno aveva udito correr voci, che alcune galee di
Francia e Spagna si fossero scontrate sull'Adriatico; perciò volle
passare ad Ancona, desideroso di poter raccogliere altre notizie, che
egli non poneva da un canto nessun fatto che menomamente toccasse la
Francia. Giunto colà seppe che i legni francesi, aiutati da alcune
galee veneziane, avevan recato qualche grave danno alla flottiglia
spagnuola. Ogni più grave sciagura augurò a quella repubblica,
considerando che, in quegli ultimi anni, in ogni occasione s'era
sempre messa dalla parte della Francia, e richiamandosi in mente
Bartolomeo d'Alviano suo generale, che tanto aveva contribuito
all'esito della battaglia di Marignano, dopo la quale Milano era
caduta sempre più basso di giorno in giorno, smarrì quasi ogni
coraggio, pensando ai troppi inciampi che impedivano alla sua patria
di riaversi.
Il Piemonte, o neutrale o amico della Francia, tutti i feudi di
Romagna interessati a sostenere la Francia, Firenze egoista, Ferrara
gonfia di poesia e di poeti, non curante di tutto il resto, e con
amici di tal fatta d'ogni intorno, i Milanesi, con più ostinazione di
tutti, nemici di Milano e degli Sforza. In questi pensieri se ne venne
a Ferrara per la via di terra, per esser l'Adriatico, in quella
stagione procelloso fuor dell'usato. Da Ferrara passato a Rovigo,
trovò qui buon numero di Francesi comandati da Annibale ed Ermete,
fratelli della Ginevra Bentivoglio. Seppe che Giampaolo Baglione li
aveva caldamente raccomandati al governatore Lautrec, perchè li
aiutasse a ricuperar Bologna, e il Lautrec, vedendo che col ritogliere
al papa quella ed altre città importanti della Romagna e facendole
ricuperare dai loro originarj padroni, veniva ad avere in questi degli
alleati per necessità e per gratitudine, senza nemmanco domandare il
consenso del re Francesco, che allora ad altro non attendeva che a
darsi buon tempo, aveva concesso quelle truppe ai due Bentivoglio. Il
Palavicino potè inoltre sapere, che il padre della Ginevra era morto
da due mesi; con tali notizie che a qualche cosa gli potevano giovare,
da Rovigo volle recarsi a Venezia di volo, per tentar più dappresso i
misteri di quel Senato. Per quanto non gli lasciasse aver tregua il
desiderio di riveder sua madre, non voleva por però da canto quanto si
riferiva al maggior vantaggio del suo paese.
Da Venezia per altro, non avendovi trovato il fatto suo, difilato e
viaggiando dì e notte per timore che mai non avesse ad arrivar troppo
tardi, volse il suo cammino verso la Lombardia. Dopo cinque giorni di
assai disagiato viaggio, si trovò a Cassano; qui lasciò i suoi famigli
e riposò egli stesso una notte; e finalmente all'alba d'uno degli
ultimi giorni di dicembre, tutto solo cavalcò verso Milano.
Faceva una mestissima mattina degli squallidi inverni della Lombardia.
Il cielo coperto da una sola nube dappertutto eguale, non dava nessuna
speranza di sole, ed era infatti da più di dieci giorni ch'esso non si
mostrava affatto. Tirava continuamente un vento di tramontana
crudissimo che alimentato da quell'infinito strato di neve che copriva
tutta la vasta pianura lombarda, a vicenda ne manteneva la rigidezza;
bianche le cime dei boschi; bianchi i tetti dei casali; bianche le
acque agghiadate; non v'era luogo dove l'occhio potesse riposare un
istante da quell'uguale bianchezza. E il cavallo, sprofondando nella
neve fin oltre i garretti, a stento proseguiva, ed ogni tanto era
costretto fermarsi. Allora il Palavicino, irrigidito nella stessa sua
greve pelliccia, provava quella sensazione del silenzio universale,
tanto particolare in un'immensa pianura, quando la densa massa della
neve par che chiuda ogni adito ai suoni della natura, e dia uno
squallore particolarissimo, anche a que' rumori ch'ella non può far
tacere. Di tanto in tanto infatti, da qualche miglia lontano,
perveniva all'orecchio del Palavicino il suono del martello d'un
orologio che batteva l'ore, ma quel suono, reso muto e senza
oscillazioni, anzichè rompere, accresceva la tetraggine del silenzio;
di tanto in tanto dalle cascine gli perveniva qualche latrato, qualche
muggito, qualche voce umana, qualche canto; ma tutto s'improntava di
una tetra mestizia che gli pesava sull'animo. Egli proseguiva intanto
a passo, e tutto immerso ne' suoi pensieri. Verso il mezzogiorno,
parve che il sole tentasse di rompere quella densa caligine; ma
mostratosi per qualche minuto, come un globo di sangue in mezzo ad
esso, si celò poi di nuovo; e di lì a poco la nebbia, dalle regioni
superiori, si. calò sulla terra. Trasparente in prima, a poco a poco
si raddensò, e dopo due ore era sì fitta, che il Palavicino non vedeva
gli alberi a trenta passi di distanza.
A metà viaggio, non avvisato dal rumore per la neve che lo impediva,
nè avendo potuto accorgersi per la nebbia, gli si scoperse
improvvisamente un convoglio di cavalli e cavalieri ch'egli non potè
scansare, come avrebbe voluto. Erano quattro gentiluomini seguiti dai
loro servi, quattro patrizi milanesi ch'egli conosceva, il conte
Birago, il Figino, il Tornano, il Crivello; ai cavalli tenevan dietro
alcuni somieri che trasportavan bagagli; era facile comprendere, che
coloro erano in ordine di viaggiar lontano.
Il Palavicino stette intradue un istante per darsi a conoscere....
pure non ne avrebbe fatto altro, se il conte Birago non avesse
riconosciuto lui, quantunque fosse coperto dal mantello fin sotto gli
occhi, e lo adombrassero le falde del cappello di feltro, tutte
bianche di bruma. Il conte lo aveva bensì lasciato passare innanzi, ma
detto ai compagni il dubbio suo, questi per un moto spontaneo, e per
vedere se mai fosse stato un abbaglio, nominarono il Palavicino, che
non seppe più celarsi.
Si fermarono così, senza che nessuno ne avesse avuto un'espressa
volontà, i quattro gentiluomini, i cavalli del seguito e il
Palavicino; questi provava un certo conforto nel vedere de' volti
conosciuti prima d'entrare in città, a malgrado quell'avversione
antica che ad essi aveva sempre portato e non aveva mai potuto far
tacere per la diversità dell'indole, dei principi, del partito, de'
veementi e iracondi diverbi avuti secoloro per le cose appunto che
toccavano davvicino l'interesse del paese comune.
--Il marchese Palavicino?.... domandò il conte Birago a lui che
volgeva il capo e sprigionava il volto dalle pieghe del mantello.
--Son io, esso rispose, come tu se' il conte Birago, e tu il Crivello,
e voi due il Figino e il Torriano. Vi riconosco tutti.... e ho caro
rivedervi... pure non fate che il mio nome sia ripetuto un'altra volta
dal vento qui.... Cammino su di un terreno dal quale violentemente fui
cacciato.... Voi dovete saperlo.
--Tutti lo sanno; però stupisco di vederti qui, marchese, e, com'è
vero Iddio, vorrei che subito rivoltassi il cavallo e ripassassi
l'Adda come l'hai passata.
--Così farei, se mia madre non mi chiamasse, mia madre che sta in
termine di morte e vuol vedermi.... Ma voi che venite di là ne
dovreste ben sapere qualcosa. Che stato dunque è il suo?...
I quattro cavalieri si guardarono in faccia a quella domanda, come
consigliandosi a vicenda intorno a ciò che convenisse rispondere.
--Che stato è il suo? ripetè poi il Birago, pensando intanto a quel
che dovesse dire; che stato è il suo?... Noi non ti sapremmo invero
far contento... ma s'ella mai avesse a morire, son tempi questi in cui
è lecito confortarsi se il padre, se la madre, se i fratelli ne
muoiono.
--Atroce, insopportabile conforto!! La tramontana che venta è molto
men rigida di queste tue parole.
--Io vorrei che fossero ancora più rigide, e ti spaventassero tanto da
farti retrocedere. Ne siamo usciti anche noi, lo vedi, e se ne uscimmo
all'alba, e in questa squallida stagione, non sappiamo se di giorno o
di notte, d'inverno o d'estate ci ritorneremo.... Dio solo lo sa....
Il nostro cammino intanto è essai lungi.
--Banditi anche voi?... pure foste sempre francesi sin nelle ossa....
Io non so comprendere.
--E noi comprendiamo quanto ci parlavi tu da senno una volta. Non è
parola che sia uscita dal tuo labbro allora, la quale sia rimasta
senz'un effetto adesso. Così non fosse stato, così potessi adesso
schernire la tua paurosa e fallace prudenza; ma noi usciamo del paese
nostro quando la nebbia e la tramontana ci sta di sopra e
d'intorno.... Pure, sebbene l'amaro fatto ti dia ragione, io mi sento
obbligo di stringere quella tua mano leale, e di baciare quella saggia
tua fronte. Gli anni e la dura prova assennano gli uomini, ed è venuto
il tempo che noi tutti ti dobbiamo dar ragione.
Il conte tacque; tutti tacevano, il silenzio non era interrotto che
dal vento di tramontana che, agitando gli alberi, faceva cadere i
flocchi della neve raggelata su quelle teste patrizie.
--È tardi! disse poi il Palavicino.
E in quel punto, fosse l'aria che si facesse ancor più rigida, fosse
quella parola, tutti sentirono crescersi i brividi nelle ossa e si
ristrinsero i mantelli d'intorno, che parevan diventati più leggeri.
--Manfredo, parlò allora il Birago, se noi non ti abbiam voluto
ascoltare, ascoltaci tu adesso. Non entrare in città e vieni con noi,
e fa che l'esperienza non abbia poi a rimproverarti di non avermi dato
retta. Tu vai per rivedere tua madre, ed ella forse a quest'ora
potrebb'esser morta.
--Morta!! uscì quasi in un grido il Palavicino allora.
Gli altri tornarono a guardarsi in viso.... il Birago si trattenne.
--Non ne sappiam nulla, disse poi. Ma vorrei ch'ella fosse morta; per
il tuo bene lo vorrei.... Retrocedi.
--S'ella è viva, come ne ho fiducia, come ne scongiuro Iddio, che non
mi vorrà disperato, io la rivedrò ed ella ne sarà tutta consolata. Se
poi ella fosse morta.... ma ciò non può essere.... che io ne avrei
avuto qualche presentimento.
--Manfredo, entrò allora per la prima volta a parlare il conte
Crivello, noi vorremmo che tu credesti alle proteste della nostra
amicizia, che mai non fu tra noi, e che adesso ti esibiamo, ed è
santificata dalla comune sventura; noi vorremmo che tu ascoltassi i
nostri consigli. Non fummo banditi come tu credi; non abbiamo avuto,
per noi stessi, fino ad oggi, a patir soprusi dalla Francia e
dall'atroce uomo che ci governa; a noi non fu ancor torto un capello;
pure abbiam cambiate tutte le nostre terre in oro sonante, ne abbiamo
caricato i nostri cavalli; tutte le nostre sostanze sono qui, e
dolorosamente emigriamo. Il solo spettacolo dell'universale miseria,
quand'anche in un prossimo avvenire non avremmo intraveduta anche la
nostra, bastò a spaventarci tanto da comandarci la fuga. Or pensa se a
te conviene ritornare, che più volte fosti notato sulla tabella del
capitano di giustizia, e quando la tua famiglia ebbe la prima a
sopportare per te lo sdegno terribile di Odetto? Tuo padre fu
spodestato di quanto aveva in Lombardia, se non lo sai, te lo dico, ed
ora è a Parma, se pur vive ancora; un tuo fratello fu ucciso; gli
altri fuggirono....Sappi ancora, che Odetto ti ha condannato nel capo
ed ha posto una taglia sulla tua testa. Retrocedi dunque, per carità
retrocedi e vieni con noi. Il Birago parlando di sè, ha espresso
l'animo di noi tutti, che sentendoci colpevoli di averti offeso altra
volta, ora ti serbiam gratitudine e ti amiamo. Vieni dunque con noi.
Il Palavicino non rispondeva; era sbalordito dall'enormità delle sue
disgrazie e di quelle della sua famiglia, e per la prima volta sentì
spuntare nell'animo un sincerissimo affetto pei fratelli e per suo
padre, pel quale aveva tanto sofferto.
--Non hai tu incontrato altro convoglio lungo la via? gli domandò poi
il Crivello.
--Non ho incontrato nessuno. Ma che vuol dire con ciò?
--Volevo dirti, che tutti provvedono alla propria sicurezza. Oggi
partirono i Salvadego, i Rho, i Gallarate, i Marcellino, i Mariani, i
Ferreri, tutti per Venezia, ove ci rechiam noi. Jeri il Besozzi e il
Moriggi e il Lampugnani partirono per Nizza; è da più mesi che tutti i
giorni parte qualcheduno, e parte per non ritornare mai più.
--Mai più? chiese il Palavicino scuotendosi; mai più, chi lo dice?
--Dove sono le ragionevoli speranze?
--In voi stessi ci dovrebbero essere, per Dio! In me ci sono, in me
più sbattuto e più lacero di voi. Sette anni or fanno aveste troppa
fiducia negli altri, ora non sapete più trovare nessuna speranza in
voi stessi: per verità, quasi parrebbe che Iddio vi abbia maledetti.
--Ma che speranze hai tu?... Il Palavicino stette un momento in
silenzio, poi disse:
--Il Morone è a Roma, ed egli pensa dì e notte a tutte codeste cose.
L'acuta forza della sua mente vi è nota, ed è invero un gran conforto
l'avere di tali uomini per concittadini. S'ei fosse nato re, tutto il
mondo avrebbe sentito il suo benefico influsso; ma suddito a cittadino
soltanto, provvederà a sanar le piaghe del suo paese ed a ridonargli
il suo duca.
--Ma e con quali mezzi?
--La fortuna talvolta ci è destra. Ci è tanto destra, che... guardate
e pensateci bene.... vi fa emigrar tutti, e nella vostra debolezza
medesima trova gli argomenti per reintegrarvi alla vostra salute. E da
più mesi, avete detto, che ogni dì esce taluno e va lungi... Questa
notizia è preziosa, preziosa tanto, che il Morone contava soltanto su
di essa. Voi siete in cammino per Venezia; gli altri che oggi
partirono son pur diretti a Venezia.... è ben ciò che io ho udito?
--Sì, tutti, quasi tutti almeno si raccolgono colà.
--E questo, perdio, è destino! Solo mi pesa, che di tutte le città
siasi scelta la peggiore appunto; pure, se la fortuna ha cominciato,
continuerà, quando provvediate a raccogliervi tutti in un sol luogo,
che poi sarà facile passare altrove. Il resto lo farà il tempo e chi
ha più senno di voi, di noi tutti. Andate dunque pel vostro cammino, e
nella mia tristissima condizione mi è dolce augurarvi il felice
viaggio assai più amico che mai non vi sia stato, e tanto più che
codesta amicizia mi fu da voi medesimi esibita per i primi. Questo è
pegno che la provvidenza è per noi, onde in lei confidando, e nel suo
aiuto, volo incontro a mia madre per dispiccarmene poi tosto. Tornato
che sarò a Roma, scriverò a te, Birago, e forse ci rivedrem prima a
Venezia, chi sa!... Grandi cose hanno ha succedere, grandissime, o
amici miei, e non può essere altrimenti, se io ne ho una così viva
fiducia nell'angoscia profonda dell'animo mio, nella rovina della mia
casa, nella miseria di tutti, e nello squallore di questa morta
natura; però vivete felici, io non ho più tempo da perdere.
Detto questo, senz'attender altro, fe' dar di volta al cavallo e si
rimise in via di corsa.
Il Birago lo chiamò replicate volte, ma visto che non ne avrebbero
cavato altro.
--Egli va incontro alla sua rovina, esclamò, e spera nella nostra
redenzione.
--Dio l'aiuti, e noi pure--aggiunsero gli altri, e mestissimi si
rimisero in via, correndo molte e molte miglia senza rompere il vasto
silenzio che li circondava.
Dopo qualche momento, su quel medesimo sentiero aperto da loro,
camminava a passo, venendo da Milano, e parimenti rivolta all'Adda,
un'altra numerosa cavalcata. Eran le sei famiglie milanesi nominate
dal conte Crivello. Molti uomini a cavallo avvolti in grevi pellicce
fin sotto gli occhi e molte donne nelle lettighe portate dalle mule.
La ricchezza degli equipaggi attestava l'alta loro condizione; ma non
era voce che sorgesse fra tutte quelle persone. Gli uomini, chiusa la
bocca nei mantelli, tenevan la testa bassa, o volgean l'occhio intorno
con quell'atto meditativo e grave che dà indizio di una pessima
condizione dell'animo. Le donne, pensose anch'esse e qualcuna
piangente.... pure andavano a Venezia per godervi il prossimo
carnevale, come avean lasciato detto.
Il Palavicino, accortosi in tempo di quel nuovo convoglio, potè
scansarlo, e così, senz'altr'incontro, verso le ore ventidue arrivò
sotto le mura di Milano. L'esser stato facilmente riconosciuto dal
conte Birago e dagli altri, gli fece pensare al miglior modo di
celarsi altrui. Perciò stimò opportuno di lasciare il cavallo fuori
delle mura, e d'entrar pedestre nella città tutto imbavagliato fino
agli occhi.
La nebbia, che a quell'ora s'era fatta ancora più fitta, lo liberò dal
timore di poter essere facilmente riconosciuto. Così prese per la via
più breve, diretto alla casa del conte Galeazzo Mandello, col quale
voleva abboccarsi prima di recarsi dalla madre che, uscita com'era
dalla casa paterna, la quale era passata al fisco, non sapeva dove di
presente fosse ricoverata.
Sebbene egli si trovasse immerso nella massima tristezza, pure,
entrato che fu in città, non potè non accorgersi del novissimo aspetto
con cui questa gli si mostrava. Era giorno di martedì, e le botteghe
eran chiuse come ne' dì festivi. Per la novità del caso non potè
dunque trattenersi dal richiederne un buon popolano che gli camminava
presso.
--Che vuol dir questo, buon uomo, ch'io non ho ancor trovato bottega
che sia aperta?
--Vuol dire, caro signore, che i mercanti han dato licenza a tutti i
loro lavoranti, e ieri sbarrarono le botteghe. Da che Milano è Milano
non s'è mai veduta una cosa simile. Ma questa volta i mercanti fecero
davvero orecchio da mercante, e il signor governatore, che dopo aver
fatti domandare gli abati dei Paratici, impose loro una tassa di
cinquantamila ducati da pagarsi tosto agli Svizzeri che han messo in
campo certe loro pretese, questa volta non trovò la solita paura, e i
nostri operai trovarono il coraggio nella disperazione. E tutt'oggi
intanto che la città è in gran silenzio, e pochissimi vanno in volta,
e la nebbia e il freddo e il ghiaccio, ch'è più terribile ancora di
quel del dieci, ha fatto che ciascun cittadino stesse fermo nel suo
proposito. Ben è vero che il Lautrec ne ha fatti prender parecchi, e
in dodici ore si son commesse più atrocità che in dodici anni, e Dio
sa a che si vorrà riuscire....
Il Palavicino, senz'aggiungere parola, impedito com'era dal pensiero
incalzante di sua madre, continuava di corsa la sua via, per cui il
popolano, credendo di non fermar molto la sua attenzione, a una svolta
della contrada, lo lasciò di punto in bianco e se n'andò pe' suoi
fatti.
Ma per quanto il Palavicino fosse assorto, potè pure accorgersi della
squallida apparenza dei palazzi signorili. Intorno a quell'ora egli
era sempre stato solito vederne le finestre riboccanti di luce, e per
le porte e gli atrii un ire e redire continuo di cavalli, di
cavalieri, di lettighe, di servi, di famigli, essendo l'ora in cui
tutti i convitati si affollavano alle mense dei magnifici signori. Ma
in quel dì non avrebbe potuto accorgersi dei palazzi, se non se per le
alte e cupe facciate che rendevano ancor più nere le tenebre delle
contrade. Del resto le finestre e le porte, chiuse in gran parte,
erano indizio che le case, come quei castelli deserti per timore dei
notturni fantasmi, erano state abbandonate dai loro padroni.
E sebbene il Palavicino avesse udito non esservi giorno in cui
volontariamente non uscisse qualcuno dalla città, pure non avrebbe mai
creduto si fosse giunto a quel termine. In quanto poi al popolo
minuto, che la popolazione fosse ancora abbondante, glielo indicarono
migliaia di fiammelle che dopo qualche momento si mostrarono
luccicando dalle impennate delle casupole e delle catapecchie a
diradare qualche poco la nebbia.
Ma sconfortato dalla vista di quegli squallidi prospetti, il
Palavicino affrettò più ancora il passo, e finalmente si trovò a San
Martino in Nosigia, innanzi al palazzo del conte Galeazzo Mandello.
Entrò, domandò del conte: gli fu risposto che non era in palazzo, ma
che se avesse voluto lasciar detto qualche cosa, si rivolgesse al
maggiordomo.
Il Palavicino, costretto a starsi di ciò contento, pregò gli
conducessero innanzi quell'uomo ch'egli conosceva assai bene, e sapeva
esser fidatissimo del conte.
Colui comparve finalmente, e appena fu lasciato solo col Palavicino,
questi gli si scoperse dicendogli:
--Son io, buon uomo, e vengo a cercar di mia madre. Desideravo però
prima di vedere il conte: dove può esser dunque a quest'ora?
L'uomo del conte, maravigliato nel vedere il Palavicino,
--Per carità, gli disse, vogliate venire nel gabinetto del conte. Qui
troppo occhi ci potrebbero vedere; venite con me. Voi mi ponete in
apprensione.... Ma perchè siete venuto qui.... e di questi tempi, e di
questa stagione?....
Così dicendo, seco il traeva ad una delle camere più interne.
--Venni per mia madre, gli andava intanto rispondendo il Palavicino, e
sapendo quanto è avvenuto nella mia casa in questi infelici tre anni,
e com'ella sia rimasta qui sola, affatto sola, son qui per sapere dove
se ne sta di presente....
L'uomo del conte guardò il marchese stupefatto, e fu in procinto di
dire alcune parole, che tosto tramutò in quest'altre:
--Ma da chi avete saputo tutto questo, illustrissimo? Ma chi v'ha
detto ch'ella sia a mal termine?
--Mi fu scritto, però fui scongiurato a venir qui, e, come dunque
potete pensare, tosto io mi mossi.
--Oh com'io vi compiango, caro signore! rispose l'altro allora
facendosi forza. Ma io non so darvi nessun conforto.... Solo vi prego
a sopportar la sventura con rassegnazione.... Oh, per carità, non
tremate così! Siate uomo e abbiate fermezza.... Voi dunque mi avete
compreso.
Il rapido tramutamento dell'espressione e delle tinte che a tali
parole si osservò sulla faccia del Palavicino fu cosa straordinaria, e
più straordinaria ancora quell'immobilità, dirò quasi demente, che
subì tutta la sua persona, e poscia quel balzo istantaneo
dall'immobilità all'escandescenza.
--Ma quando?!... chiese poi, allorchè nella parola si riversò
l'angoscia disperata dell'animo.
--Martedì, alle quattro della notte. Ora sta nella cappella di San
Martino. Il conte mio padrone ha fatto tutto quello che far si poteva
per quella povera signora.... Non fu conforto che mettesse da
parte.... l'assistette fino all'ultima ora sua. Ero là anch'io.... ed
ella morì benedicendo voi, caro signore; quando il conte mio padrone
le giurò (le parole le ho sentite io stesso) che, purchè morisse in
pace, egli avrebbe sagrificato anche la vita per amor vostro e per la
vostra sicurezza.... Quella povera signora repentinamente s'alzò alle
sante parole del conte, lo abbracciò, lo baciò. Ciò vidi io stesso co'
miei occhi, e ho pianto.--Io vi raccomando il mio buono, il mio unico
figliuolo, gli disse, l'unica mia delizia; proteggetelo sempre,
sempre, e che voi siate benedetto.... e stringendosi al petto un lembo
di veste che vi coprì fanciullo, e supplicando il conte che quella
unica memoria fosse con lei seppellita.... spirò.... Ma voi piangete,
caro signore.... Oh! perchè non era qui il conte..., perchè non era
qui lui, che vi avrebbe saputo confortare.... Ed io non posso
trattenere le lagrime.... Era davvero un angelo di bontà quella povera
vostra madre.... Ma consolatevi, che morì col sorriso sulle labbra,
tanta gioia le recarono le parole del mio padrone.
Fu ottima cosa veramente che l'uomo del conte, condotto dall'ingenuità
del suo carattere e della sua stessa pietà, abbia esposto il fatto in
modo d'aprire una larga via alle lagrime. Il dolore del Palavicino fu
alleggerito così, ed egli stette quasi un'ora senza profferir parola,
piangendo di continuo dirottamente. Alla fine tanto quanto si riebbe.
--Che ora può essere? domandò.
--Le ventiquattro, caro signore.
--E il conte non ritorna?
--Sin oltre a mezzanotte non ritorna mai. Egli è a palazzo.
--A palazzo?
--Dal governatore.
--Il conte dal governatore? Il Palavicino si scosse facendo questa
domanda.
--Egli ci va sempre, marchese. Di tutti i Milanesi egli è il più
accetto al governatore.
--Vorrei che ciò non fosse, lo vorrei, com'è vero Iddio!
--Ma non credo che il governatore sia così accetto a lui.
--Perchè ci va dunque?
--Se ci va.... vuol dire che facendo altrimenti, farebbe il danno di
sè e degli altri. S'io vedessi il conte mio padrone a colloquio col
diavolo, non mi stupirei punto; direi soltanto: questa volta è il
diavolo che va di mezzo. Il conte, caro signore, è tutt'altr'uomo di
quello che voi l'avete lasciato.... Alle cene del governatore, non
crederei ch'egli sia l'ultimo a vuotar fiale.... ma in casa non beve
quasi mai. A mezzanotte la sua mente è lucida come a mezzodì. Del
resto non ho mai potuto farmi capace come sia riuscito a divezzarsi da
quel costume che voi sapete.... Ma il conte è padrone di sè e degli
altri, di tutto e di tutti, e se vuole una cosa, state pur certo ch'ei
sarà anche per farla, e tosto; lasciate dunque che vada dal
governatore.
--E sia.... gli rispose il Palavicino; e attirato ancora dal funesto
pensiero della madre: Dunque tu hai detto ch'ella sta nella cappella
di San Martino?
--Ponete da parte questo doloroso pensiero.
--Dimmi, io vorrei vedere dov'ella fu seppellita!
--Non fate, marchese; lasciate questo doloroso pensiero....
--Dimmi, se il conte ha voluto provvedere a tutto, avrà pur pensato a
far ritrarre l'immagine di quella donna soave. Un tal ritratto mi
abbisogna; conviene ch'io lo rechi sempre con me.
--Anche a questo avrebbe provveduto il conte....
--Avrebbe?....
--Sì, avrebbe; ma in tutta Milano non si trovò nè pittore, nè
scultore, nè disegnatore, nè altro che fosse abile a ciò in qualche
modo.... Tutti se ne sono andati. La scuola che ha aperto il Leonardo
fu chiusa, caro signore, e quell'edificio fu trasmutato in magazzino
per lo strame de' cavalli francesi. Prima che voi partiste, già sapete
che il Luino e tutti i suoi scolari se ne erano andati. Il Calzago,
scultore, fu l'ultimo.... e colle vesti che gli cascavano a brandelli
venne dal conte, prima di partire, perchè gli desse qualche fiorino,
che voleva recarsi a Ferrara. Così dunque in tutta Milano non si trovò
chi sapesse ritrarre la benedetta immagine della madre vostra....
--A tanto siam giunti! proruppe il Palavicino; ma il nome attesta il
luogo almeno dov'ella venne seppellita?
--Questo fu fatto.
--Ora discenderò in chiesa, vedrò almeno la pietra che copre
l'infelice e benedetta sua cenere. Oh madre mia!!
--Ora mi torna in mente una cosa, caro signore; voi diceste poco fa
che un servo della contessa vostra madre vi scrisse espressamente una
lettera per esortarvi a venir di volo a Milano?
--Questo ho detto, e questo è di fatto.
--Eppure adesso che ci penso, ciò non può essere, ciò è impossibile.
--Ma perchè dici questo?
--Ho udito io stesso il conte più volte a raccomandare alla contessa,
e a chi stava con lei, di non dare a voi nessuna notizia del pessimo
stato, in cui ella trovavasi. Ben lo avrebbe voluto la madre vostra,
ma quando fu fatta capace che trattavasi della vostra rovina, non
replicò altro, e disse al conte:--Fate voi--e so benissimo ch'ella
soggiunse:--Quando scrivete a Manfredo, dategli dunque le migliori
notizie di me, tanto ch'ei viva tranquillo e non si muova di là.
--Questo è vero di fatti. Il conte mi scrisse ch'ella stava abbastanza
bene.
--Ma quando dunque vi giunse l'altra lettera?
--Qualche tempo dopo....
--E chi la scriveva,...?
--Credo, il servo; del resto non so, quel carattere non lo
conosceva.... Ma cosa pensi tu?
--Cosa so io!... pure non sono tranquillo. Io tremo per voi.... Quanto
pagherei che fosse qui il conte, mio padrone....
La campana di San Martino in Nosigia suonò in questa l'avemmaria.
Il Palavicino che s'era messo a sedere si alzò... fece due o tre passi
per la camera, poi con un accento il più accorato che mai.
--Discenderò in chiesa, disse; bisogna ch'io parli al priore, bisogna
ch'io veda il luogo dove sta il corpo benedetto di mia madre.
--Sarebbe meglio vi fermaste ad aspettare il conte.
--Aspettarlo fino a mezzanotte? Non è possibile. Discendo dunque un
momento in chiesa, e torno subito; siamo a tre passi; non ci può esser
nessun pericolo.
--Fate come volete, ma Dio v'aiuti. Il Palavicino uscì e discese.
In quei momenti egli era così assorto nel pietoso pensiero della
madre, che nel mondo e fuori di esso non v'era cosa nessuna di cui
menomamente avesse coscenza. E quantunque il suo aspetto fosse
tranquillo, era però quella calma solenne e funesta che promove le
lagrime in chi n'è spettatore.
Entrò dunque in chiesa, si recò innanzi all'altare della Vergine, girò
uno sguardo sul pavimento; e vi cercò una lapide; la scorse, diè un
guizzo per tutte le membra, e vi si accostò; lesse il nome di Giulia
Flisea Palavicino, quel nome così caro e così funesto, stette immobile
a considerarne le lettere incavate nel sasso, poi vi s'inginocchiò
sopra con una compunzione così religiosa, così scrupolosa, che idea
non giungerebbe a comprenderla.
Nella chiesuola v'era uno scarso numero di persone che vi si eran
raccolte per recitare la terza parte del rosario; tutte notarono la
presenza di lui.
--Chi può esser mai quel giovane gentiluomo? disse uno.
--Lascialo in pace, e attendi a rispondere all'avemaria che recita il
priore.
--Io vi attendo... però guardate anche voi che turbamento insolito è
su quel giovane volto.
A tali parole, l'altro devoto, bisbigliando l'avemaria, si volse.
--Quello che tu dici è vero... ma non so s'egli potrebbe avere invidia
di noi. Bada ch'ei s'è accorto che noi stiamo a guardarlo. Lascialo
dunque in pace, e preghiamo anche per lui, s'egli è così tribolato.
Intanto che questi parlavano tra loro, un altro strano dialogo si
stava facendo al vestibolo della chiesuola, fra tre uomini tutti
imbavagliati nei loro mantelli, e il sagrestano.
--Dunque non avete veduto nessuno neppure oggi? domandava l'uno dei
tre al sagrestano.
--Nessuno, in fede mia, e ci viene così poca gente oramai, ch'ei
sarebbe ben facile accorgersene.
--Eppure avrebbe dovuto capitarci.
--Domandatene anche mia moglie, e vi dirà s'ella ha mai veduto capitar
qui gentiluomini nè giovani, nè vecchi; in quanto poi alla lapide che
il priore fece murare l'altro dì, posso assicurarvi che non ha fermato
l'attenzione di nessuno.