CAPITOLO XVIII

Non siamo lontani dal credere che se il Palavicino avesse udita questa

tenebrosa storia della duchessa Elena alcuni anni prima, o in altra

occasione, od anche in altro dì, essa gli sarebbe parsa oltremisura

abbominevole; ma di presente invece (tanto è vero che il più grave

difetto in creatura che si prediliga facilmente si trasmuta in un

pregio) quella medesima colpa, a produrre la quale avevano concorso

tante cagioni che in certo modo eccitavano, a commiserare la sventura

di lei, gli fe' scorgere nuove attrattive nella duchessa, per cui,

senza quasi accorgesene, si confermò in quella passione che contro

l'aspettazione nostra e la sua, già lo aveva con tanta violenza

assalito. Così, come è facile supporsi, il giorno dopo fu al palazzo

della Signora, e ogni dì per qualche tempo ci ritornò finchè le volte

si moltiplicarono anche in un giorno solo. Ad eccezione per altro di

codeste replicate visite, egli si comportava di maniera colla

duchessa, e questa con lui, che a nessuno, fuorchè per avventura ad un

occhio ben avvezzo, non potevano dare indizio che d'un'amicizia antica

e intrinseca. Intanto al Palavicino si eran diradate le noie, e (la

verità imperiosa c'incalza a non dissimular nulla) anche i suoi

generosi pensieri in gran parte s'eran venuti dilavando. In quanto poi

alla signora di Rimini, parve che fosse assai soddisfatta del giovane

marchese, al quale (com'ella pensava) i sei anni trascorsi avevan

recato non poco giovamento, e la scuola dell'esperienza e lo

spettacolo della società e le mille avventure lo avevano per modo

disimpacciato che pareva tutt'altra cosa. Di tal guisa a poco a poco

scomparvero dal fondo del cuore di lei quegli ascosi pensieri, quegli

insino a quel punto incoercibili rimorsi, e da ultimo sembrò fatta al

tutto insensibile finanche allo sgomento del Lautrec, pel quale,

lasciando Rimini in fretta, s'era ricoverata a Roma. Siccome poi

l'indole primitiva di quella donna, quando pure avesse racchiuso alcun

che d'eterrogeneo, era notabilmente inclinata all'affetto e a tutto

ciò che di più soave e di più tenero può scaturire da questa pura

fonte, e se mai non aveva potuto rivelarsi interamente altrui da

questo lato, dipendeva da ciò, che mai non erasi incontrata in chi

veramente potesse rincordarsi con lei; ora che il Palavicino parve

assurgere all'ideale de' suoi desideri, ella tosto gli dischiuse tante

nuove virtù, che al giovane Manfredo non sembrò vero, come avesse

dovuto attender tanto per conceder a lei la propria ammirazione. Ma se

per qualche tempo tra que' patrizi romani non trapelò nulla di quanto

succedeva tra la duchessa e il marchese, impediti com'erano dal far

congetture e sospetti, dal sapere le avventure già consumate tra lui e

la moglie del signore di Perugia, venne però il tempo che qualche

voce, più ardita delle altre, corse rapidissima tra la folla; poi un

giorno un bel distico affisso alla statua di Marforio, il quale faceva

alcune interrogazioni a Pasquino sul conto della signora di Rimini e

del giovane lombardo, mise in attenzione Roma tutta quanta.... la

quale fu stuzzicata ancor più, quando Pasquino mostrò al pubblico le

sue risposte, che punto per punto soddisfacevano alle varie domande di

Marforio.

Prima per altro che avvenissero tutte codeste cose, un uomo il quale

era appunto dotato di quell'occhio avvezzo, di cui sopra abbiam

parlato, con moltissima sua maraviglia s'era accorto dell'eccessiva

deviazione dell'ago magnetico che regolava i movimenti del Palavicino.

Ne aveva provato anche un certo rammarico, perchè egli, sperando assai

nell'impresa tentata contro il Baglione, si figurava la Ginevra

Bentivoglio ancor libera di sè, e in tal condizione da poter concedere

la sua mano al Palavicino. E per verità aveva pensato aprirsi con

Manfredo, stornarlo da quella pratica e rinviarlo altrove. Come poi si

pubblicaron le pasquinate per Roma, non mancò di mostrarle trascritte

al Palavicino, parendogli più che ogni altra cosa utile assai l'arma

del ridicolo, per vincere l'indole permalosa del suo giovane

concittadino, ma con molto dispetto, vide cadere anche quell'arme

senza aver fatta una ferita.

Fu in questo tempo che il Morone dovette partire da Roma e condursi a

Modena, dove l'anno prima si era fermato già per gran tempo, poi a

Reggio, della quale era governatore il Guicciardini, con cui aveva

gran desiderio di abboccarsi. Quivi si trattenne più di due mesi, e fu

certo in quell'occasione che tra que' due astuti e ingegnosissimi

maneggiatori d'uomini e di cose, si gettarono le prime fila della

trama, colla quale si tendeva ad espellere la Francia dall'Italia, e

stabilire i piani perchè Leone si unisse a Spagna e all'Austria, e si

facesse una lega di più potenze al danno di quella sola che allora

preponderava tanto pel suo governo diretto in Lombardia, e pel suo

intervento in tutte le italiane cose.

Dopo aver dunque provveduto col Guicciardini agli affari del più grave

momento, e dopo avere preventivamente cercato di indovinare le

contingenze possibili che potevano susseguire ai loro disegni, attuati

che si fossero, il Morone se ne tornò a Roma, perchè forte gli premeva

di vegliar d'accanto Leone, dare una direzione sicura ai propositi di

quel pontefice, di non allontanarsi da' fianchi del cardinal Bembo, e

di soffiare ne' savi orecchi di questo grand'uomo i propri consigli, a

tenerlo così sulla diritta e sicura via.

Qualche tempo dopo il suo arrivo a Roma si manifestarono poi i primi

segni di quella procella che si doveva addensare sulla testa di

Giampaolo Baglione: ecco come avvenne il fatto.

Un giorno papa Leone, in mezzo a' suoi soliti cardinali, protonotarj,

letterati e poeti, stavasi nella gran sala delle mense, ascoltando un

assai prolisso:--_Poematium--De pulcra prole_--di un latinante a

quell'epoca, dopo il Bembo, distintissimo, quando il segretario

apostolico entrò ad annunziare che il Baglione sarebbe entrato in Roma

quella sera medesima. Lo stupore di quei cento illustri personaggi,

tra i quali trovavasi il Morone, fu straordinario, come era

straordinaria la notizia, ed a nessuno non parea vero come quel

sospettoso e tetro uomo del Baglione avesse potuto indursi ad entrare

in Roma, mentre doveva pur vivere in grandissima paura di sè medesimo.

Soltanto il Morone pensando che tra le persone che avevan costituita

l'ambasceria spedita a Perugia v'era anche l'Elia Corvino, non ebbe a

maravigliarsi molto, sì grande era la fiducia che aveva nell'astuzia

di costui. Papa Leone intanto, per quanto fosse l'amore che avesse

alla poesia latina, e per quanto diletto gli derivasse dalla

declamazione del poemetto latino, pure per quelle ore che dovette

lasciar passare prima che arrivasse il Baglione, non fu più atto ad

ascoltar altro, ed alzatosi dalla sua sedia, con somma impazienza

movevasi per la gran sala passando da crocchio a crocchio, udendo

tutti e non ascoltando nessuno.

Fuori della Porta Belisario, per ordine di lui, s'eran mandati

cinquanta cavalli guidati dal Rangone comandante in S. Angelo, per

ricevere il Baglione e per condurlo poi subito dov'egli aveva

comandato, senza por tempo in mezzo. Ma un uomo a cavallo, spedito a

tutta corsa a Roma dal Rangone stesso, era entrato in Vaticano ad

avvisare che non era già il Baglione padre che arrivava, ma il figlio

Grazio, il quale veniva in sua vece. Per queste notizie, alla prima

sorpresa ne era successa un'altra assai più forte, e Leone stesso fu

visto muovere incontro iracondo al segretario che aveva recata

l'ingrata notizia, poi fermatosi di colpo, e spezzato della propria

mano un vaso ch'era sulla gran tavola, volgersi con gran dispetto al

Morone, e dirgli:--Il vostro uomo è un cialtrone anch'esso come tutti,

ed or m'ha guasto ogni cosa al peggio.

Ma quasi nel medesimo tempo si raffrenò e volto al segretario--Fate

dire al capitano de' cavalleggieri, che al figlio del Baglione si

facciano onori come ad un re, andate: e noi tutti... si volse poi a

quanti gli stavano intorno... fino a quando ei rimarrà qui, avremo a

fargli ottima accoglienza e ad usargli ogni riguardo; ciò non ci esca

mai dalla memoria. Non è Giampaolo... andava poi ripetendo... Non è

Giampaolo... ed io lo dava già per ispacciato...

Al Morone, tal contrattempo dispiacque forse più che a tutti, e smarrì

le speranze che fino a quei punto aveva sempre nutrite, e pensò che il

Baglione, se non fosse per morire di morte naturale, non sarebbe già

morto altrimenti.

La notte, il giovane Orazio figlio del Baglione, fu magnificamente

alloggiato in palazzo. Il padre lo aveva mandato con plenipotenza di

trattar per lui tutto ciò che risguardava gl'interessi tra la santa

Sede e la signoria di Perugia, e Leone pensò di fatto condurre le cose

in modo per dare un'apparenza di massima importanza alle questioni che

avrebbero dovuto agitarsi tra la sua Corte ed il suo ospite, e

medesimamente per declinare ogni domanda e lasciare sospesa tuttavia

ogni vertenza perchè ne emergesse spontanea la conseguenza, che era

necessaria la presenza del padre. Elia Corvino, entrato da Leone cogli

altri che avevan fatto parte dell'ambasceria, è probabile abbia detto

quanto riferì poi la notte medesima al Morone, allorquando questo

volle essere istrutto minutamente da lui su tutto ciò che era

succeduto a Perugia.

--Il signore, disse il Corvino, era alquanto aggravato da quelle

solite sue doglie acute, perciò quando gli si mise innanzi la

necessità della sua presenza in Roma, rispose essere grandissima la

sua buona volontà, ma oramai mancargli il potere; che tuttavia qualora

si fosse ristabilito in salute sarebbesi forse indotto a venire egli

stesso; che intanto spediva il suo Orazio, al quale dava podestà di

rappresentarlo per tutti i bisogni che si fossero presentati.

--E tu, Elia, ti se' accontentato di queste parole, e non hai fatto

altro?

--Le parole non mi contentarono affatto, e feci tutto quello ch'era

fattibil ad uomo per fargli passar le doglie e determinarlo a venir

qui.... E in quanto alle doglie, se non sarebbero passate, le avrebbe

saputo comportare però, e un po' in lettiga, un po'a cavallo sarebbe

giunto fin qui; se non avesse temuto un trabochetto nascosto, e avesse

avuto fede nella fede altrui, ma questa fede non l'ebbe. Allora ho

detto fra me.... codesto giuoco, a volerlo condurre a buon fine,

converrà trarlo in lungo, e dare intanto qualche fetta di lardo da

rosicchiare a questo vecchio sdentato.... ed accogliendo adesso ogni

sua domanda, e facendo ogni volontà sua, rintuzzare anche i suoi

sospetti.... fino a tanto che, nel punto che meno sel penserà,

torneremo a caricare la trappola e sarà nostro.

--Sta volta, Elia, ho i miei dubbi, e così forti dubbi, che pongo già

da un canto tutti i disegni che avevo fatto su costui, e già mi

rivolgo ad altro.

--Eppure voi m'insegnereste, illustrissimo, che in questi maneggi non

conviene mai lasciarsi trasportare dall'impazienza, ma temporeggiare

bensì, e lavorare di queto. Leone si comporterà intanto di maniera che

il giovinetto Orazio sarà per lasciar Roma tutto quanto edificato.

Allora porrò in campo un altro mio progetto. Converrà bene però che

dia qualche forte narcotico alla coscienza, perchè profondamente si

assopisca e non abbia ad ascoltar nulla, quand'io sarò per muovere i

congegni. Del resto, giacchè mi guardate di quell'occhio così grave,

sappiate che il progetto sarà per essere affatto incruento. Ho sempre

avuto avversione a quei mezzi infami dei pugnali e dei veleni, e a me

non importa d'altra cosa al mondo che di condurre in Roma quella volpe

vecchia di Giampaolo. Ho veduto dappresso i poveri Perugini, e le loro

piaghe stillano sangue continuamente, ho veduto quella soave e

sventurata creatura della Bentivoglio, e considerando che sarebbe ben

tristo chi avendo un mezzo, non ne volesse far uso per confortarla una

volta per sempre, feci de' lunghi ragionamenti fra me stesso in questi

dì affine di farmi convinto, ch'ella è cosa verissima che lo scopo

talvolta santifica il mezzo.

Il Morone, stato un pezzo in silenzio:

--Di tutti i tuoi progetti e di tutte le tue speranze io sono convinto

invece che non sarà per attuarsene neppur una. Non mi fermerò adesso a

numerarti i motivi di questa mia persuasione, ti basti che la cosa sia

così, e ch'io non mi lascio tor giù tanto facilmente dalle mie

opinioni. In quanto poi alla Ginevra, ho una calda raccomandazione da

farti.

--Io sto ascoltandovi, illustrissimo.

--Tu non farai mai parola col Palavicino nè del suo marito, nè di lei,

nè de' suoi patimenti, nè delle tue speranze di trarla a salvamento.

Non ho bisogno che in tal punto si travolgano taluni affetti nuovi che

in questi ultimi mesi m'han tratto costui per altre vie. Da principio

ciò m'era parso un grave contrattempo, ma ora che ho abbandonato ogni

pensiero del Baglione, di ciò che mi sembrò danno, saprò trarre tanto

vantaggio, che tu farai le maraviglie a suo tempo. Della Ginevra

adunque non ne dir nulla.

--Io tacerò, potete vivere tranquillo, e l'Elia si licenziò.

Dopo tutto questo, il Morone lasciò passare molto tempo ancora senza

far nulla, durante il quale non avvenne cosa che meritasse nota.

Soltanto il Palavicino continuava a frequentare la signora di Rimini.

Per tutta Roma ormai non era parola che degli amori di quella donna

voluttuosa coll'illustre lombardo. Il Morone recavasi esso pure

qualche volta al palazzo della duchessa. Una notte vi stette a lungo

col Palavicino, e col medesimo ne partì ad ora tardissima. Fu in

quell'occasione che, facendo la strada seco, e prendendo per certe

solitarie vie di Roma, d'una in altra parola, lo trasse al seguente

discorso:

--È già da un anno, Manfredo, che l'ozio e le delizie della vita ne

circondano da tutte le parti; se non fossimo a ciò costretti dalla

necessità, se in quest'ozio medesimo i nostri pensieri non fossero

continuamente rivolti a quel fine per cui siamo fuggiti di Milano, per

cui stiamo qui, comprendi anche tu che sarebbe una gran vergogna. Egli

è certo però, che in questi ultimi mesi l'amore per il tuo paese ha

ceduto luogo, credo che non vorrà esserlo per sempre, ad un altro

oggetto. Queste mie parole sarebbero assai più gravi che non sono, se

appunto in quell'ozio che ti dicevo non trovassi quanto basta per

iscusare la tua condotta; e queste mie parole tanto sono meno gravi,

quanto più mi pare che, qualora tu il voglia, possa raccogliere utile

dal nuovo avviamento che il destino impresse alla tua vita e agli

affetti tuoi. Che tu ti sii dimenticato della Ginevra, è cosa di cui

mi consolo per la tua pace, per la pace di lei, per la pace di molti.

Non sarà mai dunque ch'io ti voglia far rimprovero del tuo vario

ingegno. Tuttavia, egli ha messo in me qualche dubbio sul conto

tuo....

--Qualche dubbio su me?

--Zitto, lascia ch'io finisca. Ti confesserò dunque ch'io ti reputava

assai più fermo ne' tuoi propositi e ne' tuoi affetti, che le prove

ch'io già tenni di te, del tuo ingegno, dell'animo tuo, del tuo cuore

pel paese nostro comune, parevan promettere assai più. Egli è perciò

che voglio da te oggi tal caparra che, per l'avvenire, mi faccia

vivere tranquillo sul tuo conto. È dunque necessario che tu sappia

fare qualche sacrificio di te stesso, e, può darsi anche, ch'egli

abbia ad essere tutt'altro che sacrificio. Odimi bene: tu ami, ed ami

ardentemente la duchessa; questo è certissimo, perchè tu l'hai

confessato.... perchè converrebbe esser ciechi per non accorgersene.

Ti ricorderai adesso d'alcune parole ch'io feci con te prima di

andarmene a Modena, colle quali io procurava tôrti giù da questa nuova

passione. Ora ho fatto tutt'altro pensiero; però intendiamoci bene.

Il Palavicino facevasi attento.

--Tu sai, continuava il Morone, qual'è la parola d'ordine colla quale

io soglio comportarmi in taluni momenti, tu lo sai; ella è: _O tutto,

o nulla_; ora io voglio ch'ella debba servire a te pure. Ascoltami

bene; da questo istante tu hai a pensare scrupolosamente a' fatti

tuoi; tu hai a scegliere un partito, scelto che sia, non abbandonarlo

mai più. Tu corteggi la duchessa; tutto il mondo dice che la cosa è

così.... Sciagurata quella terra che attende il suo soccorso dall'uomo

che vive una tal vita; è bisogno dunque, è necessità.... imperiosa

necessità, che tu ti purghi da questa taccia; tu devi sposar la

duchessa.

--Sposarla?

--Sposarla, non mi ritraggo, o abbandonarla per sempre; l'una delle

due: _O tutto, o nulla_.

--Ma io non saprei....

--So io tutto. Se ti stacchi da lei rimani libero di te, della volontà

tua, e pronto a porti in movimento appena il tuo paese ti chiami, e

questo è un vantaggio; se poi tu la sposi, la tua posizione può

acquistare importanza in Italia.... dal tuo stato di privato t'innalzi

a un posto che sta al cospetto delle genti.... possessore della

duchessa la quale, io so bene, porrebbe adesso ogni cosa a' piedi

tuoi, saresti possessore anche della sua città, e, benchè il pontefice

ne sia a metà padrone, pure tu avresti un popolo, molti soldati e

mille lance, alle quali porti a capo quando la necessità lo richieda.

Come già ti ho detto, stetti a lunghe e replicate conferenze col

Guicciardini, e anch'egli pensa, al pari di me, che or si debba più

che mai stare in agguato dell'occasione, e affrettarla anzi per quanto

è possibile. Egli mi domandò se avevo un uomo di cuore al quale,

all'occorrenza, dare incarico di tentare un colpo a mano armata, ed

alla testa di qualche migliaia d'uomini. A lui ho nominato te, ed

egli, non sapendomi dir nulla in contrario, mi fece tuttavia

comprendere come sarebbe stato un gran bene se un sì difficil carico

si fosse imposto ad uomo che avesse Stato in Italia; se dunque tu

sposi la duchessa, tu potresti esser l'uomo veramente che riunisce in

sè tutte le qualità acconcie per ciò. Puoi dunque lodarti della tua

fortuna che t'ha suscitata in cuore una passione che, in certo qual

modo, può collimare coi vantaggi lontani del paese tuo. Però ti do

tempo a pensarci tutta questa notte; domani verrò da te.... e mi dirai

quello che avrai stabilito.... Se tu ti stacchi da lei può esser

bene.... se tu la sposi è senza dubbio il meglio. Soltanto se

continuassi in codesta vita voluttuosa, sarebbe una sventura

incalcolabile. Ora poi che, su tutto ciò, teco mi sono aperto con

libertà, ti dirò anche il resto. Io ho conosciuto e conosco la tua

casa... conosco tua madre, quell'angelica donna di tua madre, e per

amor suo io ti amo come se fossi un mio figliuolo, ti amo al disopra

di ogni altro mio concittadino, e forse non c'è altri che Francesco

Sforza che divida codest'amor mio con te; pure adesso ti parlerò con

assai dure parole. Se domani non fermi il tuo partito sull'una delle

due cose che t'ho proposto, abbandonarla o sposarla, io mi divido

sull'istante da te, e per sempre, e mi rivolgo ad altri. Il mio

rammarico sarà immenso, ma sarò forte, nè su te porrò mai più gli

occhi in tutta la mia vita... Trattasi d'impresa a cui convien

mettersi con calma solenne, con virtù e senza basse passioni; nè per

un affetto esagerato e mal'inteso verso di te, mai non vorrei porre

all'azzardo tutta la cosa pubblica del paese in cui son nato; io non

mi rimovo.

Il Palavicino, stato in silenzio per qualche tempo, alla fine gli

rispose con queste parole:

--Vi ringrazio del grande amore che voi avete per me, e potete

esser certo ch'egli è altrettanto quello che ho sempre sentito e

che sento tuttavia per voi. Mi piace la franchezza con cui adesso

mi avete parlato; pure, del timore e del dubbio che nell'animo

vostro ha potuto sorgere sul conto mio, sono così conturbato che,

se non vi reputassi quel che vi reputo, vi avrei già risposto colle

parole dell'indegnazione; ora ascoltatemi. Il paese mio è il primo

mio affetto, e per quanto le passioni avesser tentato dilungarmi da

lui, io porto fiducia però che sempre gliele avrei sapute posporre.

Del resto, quanto mi avete voi chiesto non è cosa che significhi un

sacrificio, nè credo che ci sia alcun merito nel protestarvi, io mi

vi acconcio pienamente, purch'ella sia cosa fattibile. Non credo

però che ella sia tale.

--Di ciò lascerai ogni pensiero a me, rispose allora il Morone, assai

contento delle parole del suo giovane concittadino; parlerò io

medesimo alla duchessa, parlerò al Bembo, parlerò, se farà d'uopo, al

santo padre: ma voglio che il tutto sia combinato in breve; non abbiam

tempo da perdere.

Fermi in questo nuovo proposito, dopo qualch'altra parola, per quella

sera i due concittadini si lasciarono. Il giorno dopo, il Morone non

attese ad altro che a gettare lo scandaglio alla Corte romana, per

vedere come sarebbe accolto quel nuovo progetto del matrimonio tra la

duchessa Elena e il marchese. Per verità ebbe ad accorgersi che tal

cosa non era per esser tanto facile come a tutta prima aveva creduto,

ma continuando ad aver fede in sè stesso e nella propria facoltà

persuasiva, ed anche nella mutabilità delle circostanze, non si

conturbò punto, nè perdette le sue speranze.

In quanto alla signora di Rimini, allorchè il Morone s'accorse che la

buona occasione era venuta, le domandò un abboccamento segreto,

ottenuto il quale, con quella sua mirabile facondia e gentilezza di

modi, seppe condurla a promettere, non già ch'ella avrebbe sposato il

Palavicino, cosa di cui non poteva essere in lei l'assoluto arbitrio,

ma che, dato che Leone mettesse innanzi qualche dubbio, anch'ella

ponendo in campo de' fatti veri od anche de' simulati, avrebbe saputo

fare in modo per indurlo ad accordarle la necessaria licenza. Del

resto fu assai facil cosa il trarre la duchessa a quel partito, perchè

già da gran tempo, nel cuore di lei, ne era sorto ardentissimo il

desiderio; desiderio ch'ella non sarebbesi indotta a manifestar mai,

perchè le parea cosa al tutto impossibile in quella sua condizione, e

per mille altre ragioni. Ora poi che il Morone le ebbe dischiusa

quella nuova via, è facile il credere ch'ella vi si mise a tutta corsa

con un'alacrità straordinaria. Si può dire, senza timore di errare,

che di tutti gli affetti nati e morti in questa versatile donna,

questo che ella ebbe pel giovane Manfredo fu il più forte, il più

sincero, il più sviscerato di tutti; e che se invece di finire ella

avesse cominciato con questo forse non sarebbe mai pesata su di lei

nessuna grave taccia. Non sarebbe possibile poi far tacere un moto

assai naturale di compassione profonda, pensando che a dure

vicissitudini ella doveva esser tratta da tale affetto, che di tutti

fu il più innocente, se non si considerasse che con ciò voleasi

appunto trarla sulla via dell'espiazione da colui che veglia su tutte

le umane cose... Ma di ciò a suo luogo e tempo.

Sicuro adunque che fu il Morone della buona volontà della signora di

Rimini, mise in movimento tutti i suoi congegni per toccare di volo

gli ultimi risultati. Ebbe però a lasciar passare gran tempo ancora,

perchè Leone stette forte in sul negare un pezzo.... e fu soltanto

dopo molte e molte preghiere per parte del Bembo e dello Sanzio e

della duchessa medesima, che se ne potè impetrare il permesso.

Ottenuto il quale, con una vivezza di gioia che in lei era nuova,

d'accordo col Palavicino e col Morone, ella dispose le cose in modo

che le nozze dovessero effettuarsi nel più breve tempo possibile... e

fu verso la fine del novembre del 1519, che tutta Roma altro non

attendeva che di assistere alle pompe solenni di quelle nozze.

Ma, prima ch'esse s'effettuassero, doveva scorrere assai più tempo che

non avrebber creduto, per una sventura non attesa, la quale ne portò

seco mille altre, e che all'altrui perfidia, la quale stava in

agguato, diede campo di tendere al giovane Manfredo così infernale

insidia, che, Dio sa, s'egli sarà mai per iscamparne.

Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana · 第 33 / 57 题