Non siamo lontani dal credere che se il Palavicino avesse udita questa
tenebrosa storia della duchessa Elena alcuni anni prima, o in altra
occasione, od anche in altro dì, essa gli sarebbe parsa oltremisura
abbominevole; ma di presente invece (tanto è vero che il più grave
difetto in creatura che si prediliga facilmente si trasmuta in un
pregio) quella medesima colpa, a produrre la quale avevano concorso
tante cagioni che in certo modo eccitavano, a commiserare la sventura
di lei, gli fe' scorgere nuove attrattive nella duchessa, per cui,
senza quasi accorgesene, si confermò in quella passione che contro
l'aspettazione nostra e la sua, già lo aveva con tanta violenza
assalito. Così, come è facile supporsi, il giorno dopo fu al palazzo
della Signora, e ogni dì per qualche tempo ci ritornò finchè le volte
si moltiplicarono anche in un giorno solo. Ad eccezione per altro di
codeste replicate visite, egli si comportava di maniera colla
duchessa, e questa con lui, che a nessuno, fuorchè per avventura ad un
occhio ben avvezzo, non potevano dare indizio che d'un'amicizia antica
e intrinseca. Intanto al Palavicino si eran diradate le noie, e (la
verità imperiosa c'incalza a non dissimular nulla) anche i suoi
generosi pensieri in gran parte s'eran venuti dilavando. In quanto poi
alla signora di Rimini, parve che fosse assai soddisfatta del giovane
marchese, al quale (com'ella pensava) i sei anni trascorsi avevan
recato non poco giovamento, e la scuola dell'esperienza e lo
spettacolo della società e le mille avventure lo avevano per modo
disimpacciato che pareva tutt'altra cosa. Di tal guisa a poco a poco
scomparvero dal fondo del cuore di lei quegli ascosi pensieri, quegli
insino a quel punto incoercibili rimorsi, e da ultimo sembrò fatta al
tutto insensibile finanche allo sgomento del Lautrec, pel quale,
lasciando Rimini in fretta, s'era ricoverata a Roma. Siccome poi
l'indole primitiva di quella donna, quando pure avesse racchiuso alcun
che d'eterrogeneo, era notabilmente inclinata all'affetto e a tutto
ciò che di più soave e di più tenero può scaturire da questa pura
fonte, e se mai non aveva potuto rivelarsi interamente altrui da
questo lato, dipendeva da ciò, che mai non erasi incontrata in chi
veramente potesse rincordarsi con lei; ora che il Palavicino parve
assurgere all'ideale de' suoi desideri, ella tosto gli dischiuse tante
nuove virtù, che al giovane Manfredo non sembrò vero, come avesse
dovuto attender tanto per conceder a lei la propria ammirazione. Ma se
per qualche tempo tra que' patrizi romani non trapelò nulla di quanto
succedeva tra la duchessa e il marchese, impediti com'erano dal far
congetture e sospetti, dal sapere le avventure già consumate tra lui e
la moglie del signore di Perugia, venne però il tempo che qualche
voce, più ardita delle altre, corse rapidissima tra la folla; poi un
giorno un bel distico affisso alla statua di Marforio, il quale faceva
alcune interrogazioni a Pasquino sul conto della signora di Rimini e
del giovane lombardo, mise in attenzione Roma tutta quanta.... la
quale fu stuzzicata ancor più, quando Pasquino mostrò al pubblico le
sue risposte, che punto per punto soddisfacevano alle varie domande di
Marforio.
Prima per altro che avvenissero tutte codeste cose, un uomo il quale
era appunto dotato di quell'occhio avvezzo, di cui sopra abbiam
parlato, con moltissima sua maraviglia s'era accorto dell'eccessiva
deviazione dell'ago magnetico che regolava i movimenti del Palavicino.
Ne aveva provato anche un certo rammarico, perchè egli, sperando assai
nell'impresa tentata contro il Baglione, si figurava la Ginevra
Bentivoglio ancor libera di sè, e in tal condizione da poter concedere
la sua mano al Palavicino. E per verità aveva pensato aprirsi con
Manfredo, stornarlo da quella pratica e rinviarlo altrove. Come poi si
pubblicaron le pasquinate per Roma, non mancò di mostrarle trascritte
al Palavicino, parendogli più che ogni altra cosa utile assai l'arma
del ridicolo, per vincere l'indole permalosa del suo giovane
concittadino, ma con molto dispetto, vide cadere anche quell'arme
senza aver fatta una ferita.
Fu in questo tempo che il Morone dovette partire da Roma e condursi a
Modena, dove l'anno prima si era fermato già per gran tempo, poi a
Reggio, della quale era governatore il Guicciardini, con cui aveva
gran desiderio di abboccarsi. Quivi si trattenne più di due mesi, e fu
certo in quell'occasione che tra que' due astuti e ingegnosissimi
maneggiatori d'uomini e di cose, si gettarono le prime fila della
trama, colla quale si tendeva ad espellere la Francia dall'Italia, e
stabilire i piani perchè Leone si unisse a Spagna e all'Austria, e si
facesse una lega di più potenze al danno di quella sola che allora
preponderava tanto pel suo governo diretto in Lombardia, e pel suo
intervento in tutte le italiane cose.
Dopo aver dunque provveduto col Guicciardini agli affari del più grave
momento, e dopo avere preventivamente cercato di indovinare le
contingenze possibili che potevano susseguire ai loro disegni, attuati
che si fossero, il Morone se ne tornò a Roma, perchè forte gli premeva
di vegliar d'accanto Leone, dare una direzione sicura ai propositi di
quel pontefice, di non allontanarsi da' fianchi del cardinal Bembo, e
di soffiare ne' savi orecchi di questo grand'uomo i propri consigli, a
tenerlo così sulla diritta e sicura via.
Qualche tempo dopo il suo arrivo a Roma si manifestarono poi i primi
segni di quella procella che si doveva addensare sulla testa di
Giampaolo Baglione: ecco come avvenne il fatto.
Un giorno papa Leone, in mezzo a' suoi soliti cardinali, protonotarj,
letterati e poeti, stavasi nella gran sala delle mense, ascoltando un
assai prolisso:--_Poematium--De pulcra prole_--di un latinante a
quell'epoca, dopo il Bembo, distintissimo, quando il segretario
apostolico entrò ad annunziare che il Baglione sarebbe entrato in Roma
quella sera medesima. Lo stupore di quei cento illustri personaggi,
tra i quali trovavasi il Morone, fu straordinario, come era
straordinaria la notizia, ed a nessuno non parea vero come quel
sospettoso e tetro uomo del Baglione avesse potuto indursi ad entrare
in Roma, mentre doveva pur vivere in grandissima paura di sè medesimo.
Soltanto il Morone pensando che tra le persone che avevan costituita
l'ambasceria spedita a Perugia v'era anche l'Elia Corvino, non ebbe a
maravigliarsi molto, sì grande era la fiducia che aveva nell'astuzia
di costui. Papa Leone intanto, per quanto fosse l'amore che avesse
alla poesia latina, e per quanto diletto gli derivasse dalla
declamazione del poemetto latino, pure per quelle ore che dovette
lasciar passare prima che arrivasse il Baglione, non fu più atto ad
ascoltar altro, ed alzatosi dalla sua sedia, con somma impazienza
movevasi per la gran sala passando da crocchio a crocchio, udendo
tutti e non ascoltando nessuno.
Fuori della Porta Belisario, per ordine di lui, s'eran mandati
cinquanta cavalli guidati dal Rangone comandante in S. Angelo, per
ricevere il Baglione e per condurlo poi subito dov'egli aveva
comandato, senza por tempo in mezzo. Ma un uomo a cavallo, spedito a
tutta corsa a Roma dal Rangone stesso, era entrato in Vaticano ad
avvisare che non era già il Baglione padre che arrivava, ma il figlio
Grazio, il quale veniva in sua vece. Per queste notizie, alla prima
sorpresa ne era successa un'altra assai più forte, e Leone stesso fu
visto muovere incontro iracondo al segretario che aveva recata
l'ingrata notizia, poi fermatosi di colpo, e spezzato della propria
mano un vaso ch'era sulla gran tavola, volgersi con gran dispetto al
Morone, e dirgli:--Il vostro uomo è un cialtrone anch'esso come tutti,
ed or m'ha guasto ogni cosa al peggio.
Ma quasi nel medesimo tempo si raffrenò e volto al segretario--Fate
dire al capitano de' cavalleggieri, che al figlio del Baglione si
facciano onori come ad un re, andate: e noi tutti... si volse poi a
quanti gli stavano intorno... fino a quando ei rimarrà qui, avremo a
fargli ottima accoglienza e ad usargli ogni riguardo; ciò non ci esca
mai dalla memoria. Non è Giampaolo... andava poi ripetendo... Non è
Giampaolo... ed io lo dava già per ispacciato...
Al Morone, tal contrattempo dispiacque forse più che a tutti, e smarrì
le speranze che fino a quei punto aveva sempre nutrite, e pensò che il
Baglione, se non fosse per morire di morte naturale, non sarebbe già
morto altrimenti.
La notte, il giovane Orazio figlio del Baglione, fu magnificamente
alloggiato in palazzo. Il padre lo aveva mandato con plenipotenza di
trattar per lui tutto ciò che risguardava gl'interessi tra la santa
Sede e la signoria di Perugia, e Leone pensò di fatto condurre le cose
in modo per dare un'apparenza di massima importanza alle questioni che
avrebbero dovuto agitarsi tra la sua Corte ed il suo ospite, e
medesimamente per declinare ogni domanda e lasciare sospesa tuttavia
ogni vertenza perchè ne emergesse spontanea la conseguenza, che era
necessaria la presenza del padre. Elia Corvino, entrato da Leone cogli
altri che avevan fatto parte dell'ambasceria, è probabile abbia detto
quanto riferì poi la notte medesima al Morone, allorquando questo
volle essere istrutto minutamente da lui su tutto ciò che era
succeduto a Perugia.
--Il signore, disse il Corvino, era alquanto aggravato da quelle
solite sue doglie acute, perciò quando gli si mise innanzi la
necessità della sua presenza in Roma, rispose essere grandissima la
sua buona volontà, ma oramai mancargli il potere; che tuttavia qualora
si fosse ristabilito in salute sarebbesi forse indotto a venire egli
stesso; che intanto spediva il suo Orazio, al quale dava podestà di
rappresentarlo per tutti i bisogni che si fossero presentati.
--E tu, Elia, ti se' accontentato di queste parole, e non hai fatto
altro?
--Le parole non mi contentarono affatto, e feci tutto quello ch'era
fattibil ad uomo per fargli passar le doglie e determinarlo a venir
qui.... E in quanto alle doglie, se non sarebbero passate, le avrebbe
saputo comportare però, e un po' in lettiga, un po'a cavallo sarebbe
giunto fin qui; se non avesse temuto un trabochetto nascosto, e avesse
avuto fede nella fede altrui, ma questa fede non l'ebbe. Allora ho
detto fra me.... codesto giuoco, a volerlo condurre a buon fine,
converrà trarlo in lungo, e dare intanto qualche fetta di lardo da
rosicchiare a questo vecchio sdentato.... ed accogliendo adesso ogni
sua domanda, e facendo ogni volontà sua, rintuzzare anche i suoi
sospetti.... fino a tanto che, nel punto che meno sel penserà,
torneremo a caricare la trappola e sarà nostro.
--Sta volta, Elia, ho i miei dubbi, e così forti dubbi, che pongo già
da un canto tutti i disegni che avevo fatto su costui, e già mi
rivolgo ad altro.
--Eppure voi m'insegnereste, illustrissimo, che in questi maneggi non
conviene mai lasciarsi trasportare dall'impazienza, ma temporeggiare
bensì, e lavorare di queto. Leone si comporterà intanto di maniera che
il giovinetto Orazio sarà per lasciar Roma tutto quanto edificato.
Allora porrò in campo un altro mio progetto. Converrà bene però che
dia qualche forte narcotico alla coscienza, perchè profondamente si
assopisca e non abbia ad ascoltar nulla, quand'io sarò per muovere i
congegni. Del resto, giacchè mi guardate di quell'occhio così grave,
sappiate che il progetto sarà per essere affatto incruento. Ho sempre
avuto avversione a quei mezzi infami dei pugnali e dei veleni, e a me
non importa d'altra cosa al mondo che di condurre in Roma quella volpe
vecchia di Giampaolo. Ho veduto dappresso i poveri Perugini, e le loro
piaghe stillano sangue continuamente, ho veduto quella soave e
sventurata creatura della Bentivoglio, e considerando che sarebbe ben
tristo chi avendo un mezzo, non ne volesse far uso per confortarla una
volta per sempre, feci de' lunghi ragionamenti fra me stesso in questi
dì affine di farmi convinto, ch'ella è cosa verissima che lo scopo
talvolta santifica il mezzo.
Il Morone, stato un pezzo in silenzio:
--Di tutti i tuoi progetti e di tutte le tue speranze io sono convinto
invece che non sarà per attuarsene neppur una. Non mi fermerò adesso a
numerarti i motivi di questa mia persuasione, ti basti che la cosa sia
così, e ch'io non mi lascio tor giù tanto facilmente dalle mie
opinioni. In quanto poi alla Ginevra, ho una calda raccomandazione da
farti.
--Io sto ascoltandovi, illustrissimo.
--Tu non farai mai parola col Palavicino nè del suo marito, nè di lei,
nè de' suoi patimenti, nè delle tue speranze di trarla a salvamento.
Non ho bisogno che in tal punto si travolgano taluni affetti nuovi che
in questi ultimi mesi m'han tratto costui per altre vie. Da principio
ciò m'era parso un grave contrattempo, ma ora che ho abbandonato ogni
pensiero del Baglione, di ciò che mi sembrò danno, saprò trarre tanto
vantaggio, che tu farai le maraviglie a suo tempo. Della Ginevra
adunque non ne dir nulla.
--Io tacerò, potete vivere tranquillo, e l'Elia si licenziò.
Dopo tutto questo, il Morone lasciò passare molto tempo ancora senza
far nulla, durante il quale non avvenne cosa che meritasse nota.
Soltanto il Palavicino continuava a frequentare la signora di Rimini.
Per tutta Roma ormai non era parola che degli amori di quella donna
voluttuosa coll'illustre lombardo. Il Morone recavasi esso pure
qualche volta al palazzo della duchessa. Una notte vi stette a lungo
col Palavicino, e col medesimo ne partì ad ora tardissima. Fu in
quell'occasione che, facendo la strada seco, e prendendo per certe
solitarie vie di Roma, d'una in altra parola, lo trasse al seguente
discorso:
--È già da un anno, Manfredo, che l'ozio e le delizie della vita ne
circondano da tutte le parti; se non fossimo a ciò costretti dalla
necessità, se in quest'ozio medesimo i nostri pensieri non fossero
continuamente rivolti a quel fine per cui siamo fuggiti di Milano, per
cui stiamo qui, comprendi anche tu che sarebbe una gran vergogna. Egli
è certo però, che in questi ultimi mesi l'amore per il tuo paese ha
ceduto luogo, credo che non vorrà esserlo per sempre, ad un altro
oggetto. Queste mie parole sarebbero assai più gravi che non sono, se
appunto in quell'ozio che ti dicevo non trovassi quanto basta per
iscusare la tua condotta; e queste mie parole tanto sono meno gravi,
quanto più mi pare che, qualora tu il voglia, possa raccogliere utile
dal nuovo avviamento che il destino impresse alla tua vita e agli
affetti tuoi. Che tu ti sii dimenticato della Ginevra, è cosa di cui
mi consolo per la tua pace, per la pace di lei, per la pace di molti.
Non sarà mai dunque ch'io ti voglia far rimprovero del tuo vario
ingegno. Tuttavia, egli ha messo in me qualche dubbio sul conto
tuo....
--Qualche dubbio su me?
--Zitto, lascia ch'io finisca. Ti confesserò dunque ch'io ti reputava
assai più fermo ne' tuoi propositi e ne' tuoi affetti, che le prove
ch'io già tenni di te, del tuo ingegno, dell'animo tuo, del tuo cuore
pel paese nostro comune, parevan promettere assai più. Egli è perciò
che voglio da te oggi tal caparra che, per l'avvenire, mi faccia
vivere tranquillo sul tuo conto. È dunque necessario che tu sappia
fare qualche sacrificio di te stesso, e, può darsi anche, ch'egli
abbia ad essere tutt'altro che sacrificio. Odimi bene: tu ami, ed ami
ardentemente la duchessa; questo è certissimo, perchè tu l'hai
confessato.... perchè converrebbe esser ciechi per non accorgersene.
Ti ricorderai adesso d'alcune parole ch'io feci con te prima di
andarmene a Modena, colle quali io procurava tôrti giù da questa nuova
passione. Ora ho fatto tutt'altro pensiero; però intendiamoci bene.
Il Palavicino facevasi attento.
--Tu sai, continuava il Morone, qual'è la parola d'ordine colla quale
io soglio comportarmi in taluni momenti, tu lo sai; ella è: _O tutto,
o nulla_; ora io voglio ch'ella debba servire a te pure. Ascoltami
bene; da questo istante tu hai a pensare scrupolosamente a' fatti
tuoi; tu hai a scegliere un partito, scelto che sia, non abbandonarlo
mai più. Tu corteggi la duchessa; tutto il mondo dice che la cosa è
così.... Sciagurata quella terra che attende il suo soccorso dall'uomo
che vive una tal vita; è bisogno dunque, è necessità.... imperiosa
necessità, che tu ti purghi da questa taccia; tu devi sposar la
duchessa.
--Sposarla?
--Sposarla, non mi ritraggo, o abbandonarla per sempre; l'una delle
due: _O tutto, o nulla_.
--Ma io non saprei....
--So io tutto. Se ti stacchi da lei rimani libero di te, della volontà
tua, e pronto a porti in movimento appena il tuo paese ti chiami, e
questo è un vantaggio; se poi tu la sposi, la tua posizione può
acquistare importanza in Italia.... dal tuo stato di privato t'innalzi
a un posto che sta al cospetto delle genti.... possessore della
duchessa la quale, io so bene, porrebbe adesso ogni cosa a' piedi
tuoi, saresti possessore anche della sua città, e, benchè il pontefice
ne sia a metà padrone, pure tu avresti un popolo, molti soldati e
mille lance, alle quali porti a capo quando la necessità lo richieda.
Come già ti ho detto, stetti a lunghe e replicate conferenze col
Guicciardini, e anch'egli pensa, al pari di me, che or si debba più
che mai stare in agguato dell'occasione, e affrettarla anzi per quanto
è possibile. Egli mi domandò se avevo un uomo di cuore al quale,
all'occorrenza, dare incarico di tentare un colpo a mano armata, ed
alla testa di qualche migliaia d'uomini. A lui ho nominato te, ed
egli, non sapendomi dir nulla in contrario, mi fece tuttavia
comprendere come sarebbe stato un gran bene se un sì difficil carico
si fosse imposto ad uomo che avesse Stato in Italia; se dunque tu
sposi la duchessa, tu potresti esser l'uomo veramente che riunisce in
sè tutte le qualità acconcie per ciò. Puoi dunque lodarti della tua
fortuna che t'ha suscitata in cuore una passione che, in certo qual
modo, può collimare coi vantaggi lontani del paese tuo. Però ti do
tempo a pensarci tutta questa notte; domani verrò da te.... e mi dirai
quello che avrai stabilito.... Se tu ti stacchi da lei può esser
bene.... se tu la sposi è senza dubbio il meglio. Soltanto se
continuassi in codesta vita voluttuosa, sarebbe una sventura
incalcolabile. Ora poi che, su tutto ciò, teco mi sono aperto con
libertà, ti dirò anche il resto. Io ho conosciuto e conosco la tua
casa... conosco tua madre, quell'angelica donna di tua madre, e per
amor suo io ti amo come se fossi un mio figliuolo, ti amo al disopra
di ogni altro mio concittadino, e forse non c'è altri che Francesco
Sforza che divida codest'amor mio con te; pure adesso ti parlerò con
assai dure parole. Se domani non fermi il tuo partito sull'una delle
due cose che t'ho proposto, abbandonarla o sposarla, io mi divido
sull'istante da te, e per sempre, e mi rivolgo ad altri. Il mio
rammarico sarà immenso, ma sarò forte, nè su te porrò mai più gli
occhi in tutta la mia vita... Trattasi d'impresa a cui convien
mettersi con calma solenne, con virtù e senza basse passioni; nè per
un affetto esagerato e mal'inteso verso di te, mai non vorrei porre
all'azzardo tutta la cosa pubblica del paese in cui son nato; io non
mi rimovo.
Il Palavicino, stato in silenzio per qualche tempo, alla fine gli
rispose con queste parole:
--Vi ringrazio del grande amore che voi avete per me, e potete
esser certo ch'egli è altrettanto quello che ho sempre sentito e
che sento tuttavia per voi. Mi piace la franchezza con cui adesso
mi avete parlato; pure, del timore e del dubbio che nell'animo
vostro ha potuto sorgere sul conto mio, sono così conturbato che,
se non vi reputassi quel che vi reputo, vi avrei già risposto colle
parole dell'indegnazione; ora ascoltatemi. Il paese mio è il primo
mio affetto, e per quanto le passioni avesser tentato dilungarmi da
lui, io porto fiducia però che sempre gliele avrei sapute posporre.
Del resto, quanto mi avete voi chiesto non è cosa che significhi un
sacrificio, nè credo che ci sia alcun merito nel protestarvi, io mi
vi acconcio pienamente, purch'ella sia cosa fattibile. Non credo
però che ella sia tale.
--Di ciò lascerai ogni pensiero a me, rispose allora il Morone, assai
contento delle parole del suo giovane concittadino; parlerò io
medesimo alla duchessa, parlerò al Bembo, parlerò, se farà d'uopo, al
santo padre: ma voglio che il tutto sia combinato in breve; non abbiam
tempo da perdere.
Fermi in questo nuovo proposito, dopo qualch'altra parola, per quella
sera i due concittadini si lasciarono. Il giorno dopo, il Morone non
attese ad altro che a gettare lo scandaglio alla Corte romana, per
vedere come sarebbe accolto quel nuovo progetto del matrimonio tra la
duchessa Elena e il marchese. Per verità ebbe ad accorgersi che tal
cosa non era per esser tanto facile come a tutta prima aveva creduto,
ma continuando ad aver fede in sè stesso e nella propria facoltà
persuasiva, ed anche nella mutabilità delle circostanze, non si
conturbò punto, nè perdette le sue speranze.
In quanto alla signora di Rimini, allorchè il Morone s'accorse che la
buona occasione era venuta, le domandò un abboccamento segreto,
ottenuto il quale, con quella sua mirabile facondia e gentilezza di
modi, seppe condurla a promettere, non già ch'ella avrebbe sposato il
Palavicino, cosa di cui non poteva essere in lei l'assoluto arbitrio,
ma che, dato che Leone mettesse innanzi qualche dubbio, anch'ella
ponendo in campo de' fatti veri od anche de' simulati, avrebbe saputo
fare in modo per indurlo ad accordarle la necessaria licenza. Del
resto fu assai facil cosa il trarre la duchessa a quel partito, perchè
già da gran tempo, nel cuore di lei, ne era sorto ardentissimo il
desiderio; desiderio ch'ella non sarebbesi indotta a manifestar mai,
perchè le parea cosa al tutto impossibile in quella sua condizione, e
per mille altre ragioni. Ora poi che il Morone le ebbe dischiusa
quella nuova via, è facile il credere ch'ella vi si mise a tutta corsa
con un'alacrità straordinaria. Si può dire, senza timore di errare,
che di tutti gli affetti nati e morti in questa versatile donna,
questo che ella ebbe pel giovane Manfredo fu il più forte, il più
sincero, il più sviscerato di tutti; e che se invece di finire ella
avesse cominciato con questo forse non sarebbe mai pesata su di lei
nessuna grave taccia. Non sarebbe possibile poi far tacere un moto
assai naturale di compassione profonda, pensando che a dure
vicissitudini ella doveva esser tratta da tale affetto, che di tutti
fu il più innocente, se non si considerasse che con ciò voleasi
appunto trarla sulla via dell'espiazione da colui che veglia su tutte
le umane cose... Ma di ciò a suo luogo e tempo.
Sicuro adunque che fu il Morone della buona volontà della signora di
Rimini, mise in movimento tutti i suoi congegni per toccare di volo
gli ultimi risultati. Ebbe però a lasciar passare gran tempo ancora,
perchè Leone stette forte in sul negare un pezzo.... e fu soltanto
dopo molte e molte preghiere per parte del Bembo e dello Sanzio e
della duchessa medesima, che se ne potè impetrare il permesso.
Ottenuto il quale, con una vivezza di gioia che in lei era nuova,
d'accordo col Palavicino e col Morone, ella dispose le cose in modo
che le nozze dovessero effettuarsi nel più breve tempo possibile... e
fu verso la fine del novembre del 1519, che tutta Roma altro non
attendeva che di assistere alle pompe solenni di quelle nozze.
Ma, prima ch'esse s'effettuassero, doveva scorrere assai più tempo che
non avrebber creduto, per una sventura non attesa, la quale ne portò
seco mille altre, e che all'altrui perfidia, la quale stava in
agguato, diede campo di tendere al giovane Manfredo così infernale
insidia, che, Dio sa, s'egli sarà mai per iscamparne.