CAPITOLO XVII

È cosa incomoda, per chi scrive e per chi legge queste pagine, che il

racconto fatto dal conte Ridolfi al crocchio in cui trovavasi il

Palavicino, non sia stato impresso dalla tipografia Vaticana, chè

sarebbe giunto fino a noi, e così avremmo saputo assai più cose; e tra

l'altre, anche i nomi di quei personaggi che la cronaca pensò bene di

collocare in una fittissima ombra, e de' quali, narrando i fatti degni

di ricordanza e di studio, dissimulò la fede di nascita e la fede di

battesimo. Convien dire però, a tutto conforto del lettore, che noi

frugando in una quisquiglia infinita di carte vecchie, abbiam pure

raccapezzato ciò che forse il Ridolfi ignorava. Però mettendo a conto

dei fatti taciuti dal degno gentiluomo, tutto quanto per noi potrà

essere svelato, il lettore si dovrà convincere che non fu defraudato

di molto.

È un fenomeno tuttora indecifrabile, come dal connubio del duca di

Paliano, se non il più ricco, certo il più ipocondriaco uomo di Roma,

e di madonna Anna Vettori, gentildonna di sangue purissimo fiorentino,

la più pinzocchera e testarda matrona che mai sia cresciuta alla

scuola delle prediche del Savonarola, abbia potuto nascere la più

bella, la più ardente, la più voluttuosa e fallibil donna che mai

abbia promosse passioni, delirii, vertigini, ire, dicerie e calunnie

in quel secolo turbinoso.

Quando la duchessa Anna si sgravò della sua bimba, e tosto ringraziò

il buon Dio di quel dono da lei atteso con trepida gioia, appena gettò

uno sguardo sulle fattezze della piccola creatura, e scoperse quelle

vaghissime rose e quelle due pupille, ahi troppo brillanti per una

neonata, tosto la gioia fu oscurata da una nube di timore presago, e

pensando alle mille insidie che il tristo mondo suol tendere alle

peregrine beltà, e richiamandosi in mente alquanti aforismi del frate

di S. Marco, quasi fu in procinto di supplicare i cieli, perchè si

degnassero di alterare alquanto le linee graziose della sua creatura.

Non ne fece altro però, e pensò tosto che una sana e severa

educazione, e il tener chiusi con scrupolosa cautela tutti quanti i

pertugi della vita mondana, era un valido mezzo per riparare ai

pericoli contingenti. La duchessa Anna, nell'ortodossa sua fantasia,

si compiaceva di vagheggiar qualche miracolo della prossima futura

santa. Non fu dunque insomma, o almeno parve non sia stata colpa sua,

se gli eventi non risposero alle intenzioni. Siccome poi la duchessa

madre era educata e colta, qual si conveniva a gentildonna, così pensò

allevare da sè la sua creatura senz'aiuto di nessun altro. I primi

ventiquattro mesi della fanciulla, se si eccettuano alcuni acuti

strilli che davano molta noia all'ipocondriaco marito, la buona madre

ebbe molto a lodarsi della sua figlietta, e donna come era di

brevissima esperienza, cominciò a sperar bene. Ma quando insieme al

scilinguagnolo si sviluppò anche la forza fisica della fanciulla, la

duchessa Anna ebbe a querelarsi assai dell'eccessiva, insopportabile

sua vivacità; la piccola Elena toccò così i tre, i quattro, i sei

anni.

Ogni anno che passava era un vizietto che veniva. Non v'era governante

che la piccola Elena non percuotesse, non servo che non garrisse, non

animali domestici ch'ella non malmenasse; era insomma quel che le

madri dicono un vero nabisso. La povera duchessa Anna non sapeva più

comportarsi, ma il fatto sta, che più non bastava a sopportare quella

minuta ma continua procella; inoltre v'era nei modi della fanciulla,

una certa risolutezza quasi maschile, una certa, direi quasi,

procacità, e intanto alla sua straordinaria bellezza ogni dì, per

disgrazia, si aggiungeva qualche nuovo prestigio. La duchessa si fece

seria, praticò anche molte divozioni, infine pensò che l'educazione

della fanciulla era un assunto troppo pesante per lei, e passatogli

per la mente una sua zia, da qualche tempo madre superiora in un

convento di Monte-Corvo, senza più, stabilì di affidare la figlia alle

rigide cure di quella _incatramata_ superiora. La breve esperienza ed

il più breve ingegno impedirono a quella, altronde eccellente

duchessa, di conoscere per qual verso si avesse a prendere la

irrequieta sua figlia; non s'accorse che le blandizie e qualche

concessione a tempo e luogo avrebber giovato assai più dell'asprezza.

Così invece, credendo di essere ella medesima troppo poco aspra, si

tenne sicura che raddoppiando la dose, la piccola Elena sarebbe di

colpo guarita. Senza por tempo in mezzo, questa fu dunque mandata al

convento di Monte-Corvo con una lunga commendatizia alla superiora,

nella quale le si davano tutte le più minute notizie sull'indole

dell'educanda, e la raccomandazione del più severo e stretto regime di

cura. Appena dunque l'Elena fu racchiusa fra quelle tetre muraglie, è

troppo naturale se l'eccessiva vivacità sua ha dovuto dar luogo ad una

specie di paurosa ambascia. Così, presto divenne taciturna e

concentrata; cominciò a smagrire oncia a oncia, a perdere i vivi

colori della bellissima faccia, e infine si mise a letto con

presentissimo pericolo di morte. La madre superiora, piena la mente

delle parole della duchessa Anna, non le scrisse nulla di tutto ciò,

sospettando non la richiamasse a Roma, e pensando ch'egli era pel

meglio della educanda il morire a quell'età immacolata, che correr

pericolo, vivendo, di far peccato, così lasciò andare le cose a

beneficio di natura, e la fanciulla, di una complessione

straordinariamente robusta, vinse di fatto la potenza del malore e,

dopo qualche mese, compiutamente guarì. Ogni anno porta sempre alcuna

varietà nella vita del giovin uomo, perciò a nove anni la figlia della

duchessa Anna non aveva più quell'esuberanza di vitalità che la faceva

tanto irrequieta; l'aria diversa, il grigio molto cupo delle muraglie

del monastero, la faccia ad angoli della reverenda superiora, la

malattia subíta, gli studii serii a cui venne applicata fin da quando

mise il piede nel monastero, sviluppando a un tratto quel pronto

ingegno, del quale era in lei rigogliosissimo il germe, fece sì

ch'ella si compiacesse ormai più a pensare che a saltare. La cosa era

naturalissima. Pure la procella non era cessata ancora; non aveva

cambiato che di luogo, era passata dalle gambe alla testa, e nel suo

segreto pensava e pensava continuamente, violentemente. Non erano che

variazioni sulla vita passata e presente; teatro angustissimo dove non

parea vero ch'ella trovasse da far tanta messe. E tutto ciò non

impediva che ella crescesse molto alta e molto magra, e toccasse i

dodici anni d'età. A questo periodo essendosi scoperta in lei

un'attitudine assai pronunciata al canto ed alla musica, le fu dalla

vice-superiora appreso a toccare i tasti dell'organo, volendo il

costume, che ciò si praticasse con tutte le educande e le monache

stesse. L'ingegno della fanciulla apparve maraviglioso in quest'arte;

in breve si lasciò addietro la vice-superiora. Cantava i mottetti del

canto-fermo di maniera, che dal primo istante ch'ella spiegò la sua

voce dietro alle griglie dell'organo della chiesa di Monte-Corvo, la

folla era cresciuta a dismisura. Qui però ci fu un fenomeno degno

d'osservazione. Non tutte le cose fanno sempre il medesimo effetto su

tutti, e le note solenni dell'organo, che per lo più invitano alla

meditazione religiosa ed alla fervida preghiera, fecero su lei una

impressione insolita. Come dunque fu giunta al pericoloso vestibolo

della gioventù, ogni qualvolta facea scorrere la maestra sua mano sui

tasti, più non stava contenta de' suoni tesi e solenni, ma con fervida

vena e con estro inventivo traendone suoni della più vivace e

fantastica e briosa inspirazione, questi le rivelarono il confuso

iride di una vita di cui non aveva ancora notizia.

Santa Cecilia sognò, coll'aiuto dell'organo, i gaudi inenarrabili del

paradiso.... All'educanda Elena quel veicolo istesso dischiuse invece

uno spiraglio del vizioso mondo.... Chi sapesse risolvere tali

problemi, darebbe indizio di una straordinaria acutezza.

Passarono così più mesi, e la fanciulla attinse i suoi quattordici

anni; quando un avvenimento impreveduto e, a dir breve, la morte

improvvisa dell'ipocondriaco duca suo padre, accelerò il suo ingresso

nel mondo. La duchessa Anna richiamò tosto la figlia a Roma; aveva

però prese le sue buone misure, preparandole un marito. Girato uno

sguardo fra tutti i giovani gentiluomini che avevano a metter

famiglia, e fermatolo su chi gli parve il più ricco e il più nobile,

propose il partito, che fu accolto a bocca baciata. Giunta da

Monte-Corvo a Roma, la fanciulla non ci pensò due volte prima di

annuire ai materni voleri. Non basta l'ingegno, qualche poco

d'esperienza è pur necessaria, ed ella nella sua innocenza credette

che un marito fosse il riassunto ideale di quanto fra sè stessa aveva

fantasticato. Quando ella vide per la prima volta il giovine duca di

Pitigliano, un certo istinto estetico le fece bensì torcere il viso

vedendo l'aspetto di lui, ma come fossero veramente fatti i bei

giovani ella non ne sapeva gran fatto. La duchessa Anna, nella sua

saviezza, non aveva mai permesso si mostrasse nella propria casa un

volto di giovane. Era stata una santa precauzione, innanzi tutto per

sè medesima, poi per il quieto vivere dell'ipocondriaco marito, infine

per il meglio della piccola Elena, la quale prima d'esser chiusa in

monastero mai non aveva potuto vedere viso d'uomo che le desse

piacere, giacchè anche il seguito dei servi era stato assortito con

una saviezza non comune. In monastero non vide nulla di meglio, com'è

facile a credersi, per cui quando le fu condotto innanzi il duca di

Pitigliano, ella, non avendo pietra di paragone che le regolasse i

giudizii, a malgrado di quell'involontario torcimento di viso, fe'

cenno di sì, e si reputò anche fortunata.

V'è un tratto della Via Mala dove il passaggero deve percorrere un

tortuoso sentiero quasi al perfetto buio fino al punto che,

improvvisamente, svoltando il canto, gli si appresenta l'ampia valle

di Tusis tutta inondata dai vivi raggi del sole; è uno spettacolo che

abbaglia la vista e fa chiudere gli occhi del viandante tormentati da

quell'insolito fiume di luce. Una tal sensazione, press'a poco, ebbe a

provare la giovane duchessa Elena, quando dall'ombra fitta del

monastero e dagli squallidi crepuscoli delle materne stanze, stretta a

braccio del duca di Pitigliano, mise il piede per la prima volta

nell'immensa sala del palazzo Orsini, rischiarata da cento lampade,

affollata da più di duemila persone, inondata da infinite regioni di

profumi, e adornata da qualche centinaio di giovani teste maschili,

l'una più bella dell'altra, raggianti desiderii e voluttà dalle nere

pupille che tutte s'appuntarono, in una volta, sulla nova bellezza

della sposa appena trilustre. Come il sole di maggio (la similitudine,

se non migliore, potrebb'esser più nuova) che fa germogliar in un

subito i molteplici semi gittati nel verno; quello spettacolo che, a

tutta prima, l'acceccò, fe' sorgere nella fantasia della giovinetta

una quantità non definibile d'immagini, di pensieri, di desiderii

molto simili a quelle bolle che gorgogliando e stridendo appaiono alla

superficie di un liquido per l'improvvisa immersione di un ferro

rovente. Furono rivelazioni vivaci ad un tempo e tormentose; ma appena

da un più attento esame di quelle giovani maschili teste, ella si

volse al men vago marito, è troppo difficile a dirsi, qual genere di

sensazioni ella subisse in quel punto; ma il fatto è certo che lo

abborrì di colpo.

Così, a notte alta, quand'ella uscì di quelle sale, era tanto

infelice, quanto era stata gioconda un momento prima di porvi il

piede. Nulla apparve di fuori però, e passò di tal maniera qualche

mese senza che nessun vento straordinario sconvolgesse le onde di quel

mare tanto arduo di sirti. Ma ogni giorno che passava era un passo di

più che ella faceva nel mondo. L'organo fu lasciato per il liuto e

l'arpa. Alle noti cubitali e pesanti del canto-fermo furono sostituite

le tenere romanze che i poeti facevano a gara nel comporre per lei. Il

marito che, dopo le prime settimane, rozzo come era per costume,

l'aveva lasciata in piena balia di sè stessa, non pensò mai potesse

sorgere qualche ortica fra le rose del letto matrimoniale, lasciando

che la giovinetta sposa, facendo sfoggio della mirabile arte sua,

provocasse di troppo l'ammirazione ne' gentiluomini romani. Pure, se

si guarda allo stato oltremodo ardente del cielo di Roma, e del cuore

della giovine duchessa e delle mille insidie che a quel tempo si

tendevano colà all'altrui fralezza, non par vero come abbia potuto

trascorrere un intiero anno senza che la maligna fortuna siasi preso

il diletto di torcer fila per tessere la densa tela di un dramma o

d'una tragedia domestica. Ma il duca di Pitigliano apparteneva a una

potentissima famiglia, ma l'indole di lui rozza e fiera, quando

occorresse, dava da pensar due volte ai tentatori. Ma nelle vaghe

sembianze di Elena c'era tuttavia una certa tinta di alterigia e

disdegno che comandava il rispetto. Tutte queste cause contribuiron

dunque a far trascorrer quell'anno senza fatti di molta importanza, e

così fosse stato di tutto il rimanente tempo, ma ben altro ne doveva

succedere.

Fu il giorno 6 o 7 settembre, salv'errore, in sulle ore ventitrè, poco

più, poco meno, in uno degli ombrosi olezzanti viali della villa

Orsini, situata sulle rive del lago d'Albano, che il bel piede della

duchessa Elena fu d'improvviso arrestato dalle maliardi spire di un

serpe, fratello genuino di quel d'Eva, celato, non so se fra i

rosseggianti massi dell'oleandro, o gli azzurrini della mesta viola.

Ella passeggiava, accompagnata da una sua confidentissima fante,

pensando agli applausi fragorosi che destava ogni sera quando gli echi

delle ardite vôlte ripercoteano la sua voce, e in quel punto vedendo

la propria immagine nell'acqua del lago, e idolatrando ella medesima

quelle divine sue forme, si affannava entro sè stessa che un sì largo

dono di natura, si fosse vanamente sagrificato, e sagrificato per

sempre. Pensava, come ho detto, a tali cose, e la fante s'era

allontanata d'un trenta passi a cogliere un fiore per la sua

signora... quando in quel punto medesimo, un leggiadro involto cadde

sulla sinistra delle sue celestri pianelle. La duchessa si fermò, alzò

la testa, la girò a dritta, a sinistra... solitudine e silenzio

d'ogn'intorno..... se si tolga qualche minuto picchiar di rostri,

qualche alto lontano garrito, e il continuo rumore delle onde. Se ne

stette irresoluta qualche poco, ma osservando venir la fante con un

ciclame, si chinò di volo, raccolse la profumata carta e la nascose.

Pareva che qualche silfo celato nell'aria l'avvisasse in segreto,

doversi di quel foglio far mistero con tutti. Così ella lo raccolse.

Fosse almen ciò accaduto un'altra volta!! ma in quel dì, che il sangue

di lei era all'estrema bollitura, fu per verità un avvenimento fatale.

Staccatasi dalla fante, e corsa con impazienza a chiudersi nel proprio

gabinetto, aperto il foglio, lo lesse di volo, lo rilesse due, tre

volte; non aveva firma nè altra cosa che ne palesasse lo scrittore, ma

in quelle righe c'era più di quanto sarebbe già troppo per manifestare

la più violenta passione che mai abbia riscaldata anima d'uomo.

Lettolo così più volte di fuga, si fermò poi, sperando quasi scoprire

chi tenevasi celato, a commentarne ogni riga, ogni frase, ogni parola.

Il modo con cui era scritta quella lettera, una tal qual potenza di

stile, mista a squisita eleganza, davano a diveder l'uomo d'ingegno:

ciò che piacque assai, e piacque di troppo alla duchessa. Il

linguaggio inusitato ch'ella vedeva farsi per la prima volta, la

differenza che troppo facilmente doveva scorgere tra quelle violenti

proteste d'amore, e i modi rozzi e gelati del duca marito, cominciò a

metterle una strana vertigine. A questo s'aggiunga, che il modo

gentile e riserbato con cui le venne porto quell'attestato d'affetto,

rivelavano l'uomo appassionato insieme e l'uomo riguardoso. Un'altra

cosa poi, e ne teniam conto, perchè vorremmo scusare in qualche modo

la giovinetta sposa, s'aggiunse a darle una spinta, a far sì che il

suo piede sdrucciolasse più presto sul pendìo della colpa, ed era

l'assoluto mistero in cui aveva voluto chiudersi l'uomo, che pur tanto

violentemente l'amava. Anche una donna, la cui temperatura fosse stata

sotto a zero, e le cui virtù avesser costituito un antemurale

insormontabile, per il manco sarebbe stata colta al laccio della

curiosità di conoscere il nome dell'appassionato scrivente per riderne

e mandarlo in pace con un no desolante. Consideriamo or dunque ciò che

doveva succedere nella duchessa Elena pel desiderio di conoscere chi

si celava con tanta circospezione. E quel desiderio trasmutossi presto

in una smania impaziente, in una inquietudine che non le permetteva

d'aver tregua un momento, e in queste cose c'era già l'amore adulto,

la passione con tutti i suoi sintomi, la colpa in una parola.

Corse così qualche mese, nè quel viglietto si dipartiva un istante da

lei, e lo rileggeva qualche volta, lo rileggeva con ardore e con

disperazione ad un tempo. Si affannava, si martoriava perchè non fosse

in sua facoltà di scoprire colui pel quale ella, senza conoscerlo, e

in gran parte appunto perchè non lo conosceva, provava già una così

violenta passione. In principio lasciò le rumorose adunanze, perchè lo

stato interno dell'animo suo richiedeva la solitudine e la

concentrazione, poi, accorgendosi che a quel modo non si poteva dar

campo al destino di preparare i fortuiti incontri, si gettò nel gran

mondo più che non avesse mai fatto. Gli applausi della moltitudine

estasiata si raddoppiarono, fu notato che la sua voce e il suo canto

aveva raggiunto una perfezione di più. La passione s'era congiunta

all'arte, e quelle sue note oltre l'usato discesero a rimescolare i

giovani cuori. Ma ella intanto, se piena di ardite speranze compariva

innanzi alla folla ammirante, ne partiva poi sempre sconsolata e

tetra. I servi poterono accorgersi, che fra lei e il duca marito ci

fosse qualche rancore. Ella era troppo impetuosa per dissimulare

gl'interni rodimenti e la decisa antipatia che provava, in quegli

ultimi dì segnatamente, quando vedevasi il marito accanto.

Passò qualche giorno ancora: nell'estremo autunno di quell'anno, non

so in qual occasione, in Roma si diede una festa notturna con

luminarie e danze ed altre tali cose. Venne la notte; il fiore dei

gentiluomini e delle gentildonne romane, si raccolsero nelle ampie

sale del Palazzo Aurelio. La duchessa Elena, usa a far sempre la prima

figura in quell'occasioni, non ci poteva mancare. C'era stato bensì

qualche vivo contrasto tra lei e il marito in quel dì. Ella aveva

protestato di non voler recarvisi, ma il duca lo pretese di forza. Ci

furono diverbi lunghi, vivissimi, violenti, con qualche lagrima d'ira

per parte di lei, ma non c'era verso. Il marito, di solito non

curante, si mostrò quella volta ostinatissimo. Gli fosse almeno

comparso qualche nuovo Spurina a profetargli quanto fosser fatali a

lui ed alla giovane sua sposa, se non le idi di marzo, le calende di

ottobre! o i cavalli traendo l'adorata loro lettiga li avesse

travolti, attraversando il ponte Elio, nel sottoposto Tevere, chè

affogandoli, li avrebbe almeno involati al gioco atroce della loro

fortuna! Ma ciò non doveva succedere, e la duchessa di Pitigliano,

diva del canto e della danza, fu proclamata in quella notte da

migliaia di grida, intanto che la trista sorte stava per liberare la

corda.

Alla grossa campana del Vaticano suonarono le due di notte; il duca

marito, alla zecchinetta, aveva a quell'ora perduti più di

cinquantamila scudi romani, ma ebbro e ostinato non si moveva di là.

La duchessa Elena, stanca, abbattuta, arrovesciata, mestissima di

quella mestizia che appunto è prodotta dalle smodate allegrezze di una

festa, si ritraeva un momento lontano dalla folla. Alcune gentildonne,

alcuni gentiluomini avevan procurato farsi con lei, ma ella si scansò,

e tutta sola se ne venne su d'una aperta galleria.

Il cielo era sgombro e lucentissimo, la notte molle e deliziosa, la

luna biancheggiante sulle moli gigantesche, tutta quella galleria

innondata dalle fragranze degli aranci, che gettavano le lunghe loro

ombre sul marmoreo pavimento e sui bianchi pilastri. Per quanto l'aria

vi recasse ogni tanto la confusione delle voci, delle grida, de' suoni

che fervevano nelle interne sale, quel luogo era tuttavia abbastanza

silenzioso. Ella si concentrò in sè stessa, e fatta la somma dei beni

e dei mali, che in quel momento costituivano la sua vita, concluse di

essere troppo infelice, e non vedendo nel tempo avvenire nessun

barlume di meglio, pensò esser ben più vantaggioso il morire, che

vivere di quella guisa. In questi pensieri stava così colla testa

reclina, guardando meccanicamente le ombre dei flessuosi aranci, che

movendosi rendevano strane figure sui bianchi marmi rischiarati dalla

luna. A un tratto ode un sospiro, nè già un sospiro di vento, ma d'un

essere animato. Si volse, e si alzò repentinamente tutta conturbata e

tremante e presaga. Un'alta ed elegantissima figura di giovane le

stava dinanzi, due pupille ardenti la guardavano, le nerissime chiome

di chi la guardava ondeggiavano all'aria.

Era desso avvolto in un drappo di seta nera, e teneva la maschera

nella mano. Non fu pronunciata una parola, ma ella conobbe chi esso

era, ed egli, quali sensazioni producesse in lei, e quante erano già

passate in quel cuore di donna. Il silenzio continuava, s'udiva

l'anelito affannato d'ambidue; ambidue erano felici, la mano di lui

strinse la mano tremante della duchessa, che sentì l'impressione di

una bocca di fuoco; finalmente, a quegli atti tenne dietro un sommesso

bisbiglio, poi alcune parole:--Fra tre dì, sul lago d'Albano, ad un

miglio dalla vostra villa, lungo la costa, dove tante volte solitaria

io vi ho veduta, io ci verrò ancora.--Dette le quali parole, egli

scomparve, ed ella rimase immobile, piena di sgomento, d'incertezza,

di estasi. A quella bianca luce della notte, ella potè benissimo

osservare ogni linea della figura di lui, e sì le piacque, che ne fu

paga oltre ogni suo desiderio, oltre ogni sua speranza, e la passione

guadagnò sì gran tratto di terreno in un subito, ch'ella quasi non si

ricordò più d'esser legata indissolubilmente ad un altro. Il dì dopo

ne provò bensì qualche oscillazione di pentimento, ed anche, dopo aver

avuto un saggio del tetro umore del marito, un'altra oscillazione di

timore, il quale crebbe a tanto, che risolvette di star salda, di far

qualche divozione, e di scacciare il demonio tentatore. Ma la

terz'alba fu presta, e furono più presti ancora, pur troppo, i ritorni

della passione. Alla data ora, al dato luogo ella non mancò; rivide

colui, gli parlò, scoperse nuovi fascini, non fu più atta a dominare

sè stessa; per quel giovin uomo avrebbe dato le sue ricchezze, il suo

grado, la sua fama, la sua vita, tutto, e que' ritrovi si rinnovarono.

Pure, stando più a lungo con lui, di sotto a quelle grate apparenze,

c'era qualche cosa ch'ella non arrivava a scoprire, ma che sentiva, in

confuso; qualche cosa che promoveva in lei un turbamento ineffabile;

un certo mistero nelle parole di lui, alcun che d'impacciato, di

severo, di tetro.

Adah, la moglie di Caino, quando vide per la prima volta Lucifero, di

sotto alla celeste bellezza di lui, intravide tal cosa, che la fece

tremare e fremere.... Una simile impressione subì Elena una delle

volte che si trovò coll'uomo che mai non le si volle scoprire. Pure i

fascini di colui erano così potenti, così manifesti gl'indizi che egli

la idolatrava, così ardenti ed assidue le sue proteste, che ella non

seppe ritrarsi. Avrebbe però voluto sapere chi fosse colui, e

all'accento, ai modi, a tutto avendo ragioni per credere che egli

fosse un gentiluomo di Roma, si maravigliava come in tanto tempo

ch'ella vi dimorava, per quante adunanze avesse frequentate, mai non

le venisse veduto. Su questo pensiero cominciò a fermarsi a lungo;

fermandovisi a lungo, cominciò a capire essere al tutto disdicevole il

continuare in quella colpevol pratica. Finalmente, ciò che ella mai

non potè scoprire, glielo scopri il caso.....

Una mattina la sua donna, fidatissima donna, cui per necessità aveva

dovuto far partecipe del segreto, tutta pallida e tremante entra dalla

signora per dirle qualche cosa, e si tace perplessa. La duchessa

s'accorge di qualche novità e, sgomentata da quell'insolito pallore

della fante, le domanda di che si tratta, e che parli per carità.

--Lasciate se n'esca l'eccellentissimo signor duca poi vi dirò tutto.

Quando il duca fu uscito e si credettero sicure.

--Voi vi affannavate, madonna, a cercarlo nelle adunanze, e credavate

scoprirlo sotto alle vesti di gentiluomo, e colla spada al fianco.

--Chi?

--Lui.

--Oh Dio! e così?

--Un dì mi domandaste, se un giovane vestito di un drappo cilestre

fosse mai desso; un altro dì era un mantel verde, sotto cui credevate

si celasse; un altro, che una borgognata coprisse il suo volto. Ahi,

madonna! non si tratta di borgognate.... La sua testa non ha bisogno

di quest'arnese.

Grado grado che queste parole uscivano dalla bocca della fante, veniva

sempre più mancando il colore nel volto e la virtù vitale nelle membra

commosse della duchessa....

--Ma chi dunque è desso? proruppe alfine.

--Signora, Iddio è misericordioso, e perdona molte e molte colpe....

Ma guardatevi da questa.... per carità, guardatevene.... siete ancora

in tempo. Ma già è inutile ch'io vi preghi, che, se voi persisteste,

io stessa farei la spia a Sua Eccellenza; finchè trattavasi d'un uom

libero.... Iddio me la perdoni... era certo una colpa. Ma così.... è

tutt'altra cosa; colui è nullameno che....

Il nome che qui fu pronunciato non cerchi di conoscerlo il lettore; la

storia ha voluto tacerlo espressamente; forse lo avrebbe palesato

quando, ottenuto che avesse quel personaggio d'avere Stato in Italia,

si fosse meglio spiegato al cospetto della nazione: ma la forbice

della parca, o, meglio, una palla di piombo, troncò, prima del tempo,

il filo della sua misteriosa vita. Ma una tal circostanza anche a noi

scappò di bocca prima del tempo.

La duchessa Elena, all'udir quel nome, del quale aveva sentito a

parlar tante volte, rimase colpita da quel genere di terrore che dà la

disperazione; se l'angelo della vendetta le fosse venuto ad

annunciarle, ch'ella aveva perduto la sua parte di paradiso per

sempre, non sarebbe rimasta più atterrita di così. I severi e rigidi

principii stati in lei instillati e dalla madre e dalla veneranda

suora, avevano pure gettato nel fondo dell'anima sua un sedimento

abbastanza forte di religione, dirò anzi, di superstizione. Però,

all'udire in che laccio ella era stata avvolta, il rimorso le serrò

l'anima; fece voto di non uscir per gran tempo se non accompagnata dal

duca; si chiuse nella sacra cappella di palazzo, e pianse, e pregò, e

chiese perdono.... Ma nella passione c'è la violenza, e senza una

violenza maggiore non la si vince mai.... Passato alcun tempo,

cominciò a risentire il peso noioso e tetro della solitudine....

cominciò a pensare, e questo fu il danno, che finalmente ella era

colpevole soltanto per avere amato un uomo, il quale non era suo

marito; ma che, del resto, nessuna colpa più grave poteva pesare su

lei, che era stata tentata da chi non conosceva e, d'uno in altro

pensiero, cominciò a considerare qual gioconda vita sarebbe stata la

sua, e quanto innocenti sarebbero corsi tutti i suoi dì, se la

condizione di colui fosse stata la medesima del marito, se appena

uscita dalle stanze materne, una combinazione più propizia l'avesse

posta nelle braccia di lui.... E questo grato supposto piacendogli

oltremisura, vi si fermava colla contemplazione per giorni intieri. La

sciagurata, da questi assidui pensieri, fu trascinata così a rompere

il primo proponimento.... e con artificio faticoso cominciò a

suscitare una speranza che non aveva voluto spuntar naturalmente....

la speranza, il dubbio almeno, che la fante avesse al tutto preso un

abbaglio, e s'affannava a trovar così un pretesto per rivedere colui,

dissimulando il rinascere della colpa, e cercando la delusione

dell'innocenza. Però non iscansò di rivedere colui e il più

segretamente che le venisse fatto, e all'insaputa della sua confidente

medesima, della quale viveva in grandissimo sospetto, seppe condurre

le cose in modo, che toccò il suo intento.

Bensì il suo contegno assunse questa volta una apparenza così

dignitosa e severa e rigida, che colui stesso ne fu conturbato.

--Dal giorno in cui, pel mio danno, mi avete veduta, cominciò a

dirgli, foste sempre il primo voi a venir su' miei passi, oggi ci

venni io medesima di mia voglia, ma ci venni.... appunto perchè sarà

l'ultima volta, l'ultima irrevocabilmente. Voi mi avete forse già

compreso, e troverete che io non debbo più a lungo sopportare di

trovarmi con voi, dal momento che so chi siete.

Mentre la duchessa pronunciò le ingrate parole, le sorse

spontaneamente in cuore quella speranza che alcuni dì prima aveva

durata tanta fatica nel suscitare, sperò d'aver creduto ciò che non

era e che le parole di lui l'avrebbero affidata in quel punto; ma

quando vide ch'esso cambiò invece il colore del volto, ella impallidì

più di lui, e non trovò altre parole.

Fu un momento di silenzio, di un silenzio terribile, che finalmente

egli ruppe.

--Se fino a quest'ora io v'ho tacciuto quel ch'io era veramente, la

ragione sta in questo, che attendevo di fatto a palesarmi a voi,

quando la condizion mia fosse tale che non vi avesse mai a far

raccapricciare di me.... Sappi ora che, tra breve, avrò deposta questa

mia veste, e sarò io pure quel che sono tutti gli altri uomini, libero

di me e dell'anima mia; io ho supplicata questa grazia, la quale era

oltre il possibile, l'ho supplicata in ginocchio e con lagrime. Io

abbandonerò per sempre quel posto al quale fui messo. Io ne era

indegno, ne divenni indegno forse per voi; ma se a voi tutto ho

posposto, abbiatemi qualche gratitudine dunque. L'amore nato in me la

prima volta che vi ho veduto, sì mi trasportò che, fin d'allora non

tenendo conto degli ostacoli, impegnai la mia fede, che voi sareste

stata mia in ogni modo. Se la natura di questo amore si avesse a

render con parole, e queste si dovesser poi scrivere, la penna

dovrebbe intignersi nel mio sudore di sangue per darne la più pallida

idea. Voi tremate e impallidite.... Ahi pur troppo, Elena, pur troppo

fu una dura cosa per noi l'esserci incontrati allora che

gl'infrangibili nodi ne avevan già legati ambedue. Voi testè mi

dicevate, sarebbe l'ultima volta questa che ci saremmo incontrati;

spero che ciò non sarà.... pure passerà gran tempo prima che io vi

riveda.

Ciò detto, si tolse dal cospetto di lei e scomparve. A quelle parole

ella fu sbalordita e commossa, e quando tornò a chiudersi nelle

interne sue stanze, si trovò in una condizione di gran lunga peggiore

della consueta; s'accorse che la violenza del male aveva vinta ogni

sua forza, e che mai non avrebbe rinunciato a pensare a chi le aveva

dato prova di un amore così maraviglioso per lei; tuttavia si tenne

indegna di Dio e degli uomini.... Tremava nell'articolare una

preghiera, non osava più mostrare la sua faccia in pubblico; e più

ancora, dopo che seppe avere colui mutato abito al tutto, cosa che

molto aveva fatto maravigliar Roma, e provocate infinite congetture e

dicerie.

Fu intorno a que' tempi che Giulio, infervorato di ricuperare e farsi

padrone della Mirandola, richiese l'aiuto de' principali patrizi

romani, e il duca di Pitigliano si esibì di prestar l'opera sua a

quell'assedio; prima occasione in cui la duchessa s'accorse, esser la

vita dell'abborrito consorte messa ad arbitrio della fortuna.

Le sorse nell'animo allora un involontario desiderio, che fece di

tutto per respingere, e non poteva. Ogni dì chiedeva con impazienza

come corressero le cose della guerra; ogni giorno attendeva le notizie

del duca. Se si fosse dovuto credere alle apparenze ed al modo con cui

si esprimeva nel chieder conto del marito suo, si sarebbe dovuto

conchiuderne, che svisceratamente lo amasse, e paventasse all'idea

ch'ei fosse per cader morto in guerra; pure, lo possiam dire con

certezza, questa non era ciò che temeva, era ciò che desiderava, ma se

lo desiderava non lo voleva però, e un tal cozzo di sensazioni

succedeva nel più profondo dell'animo suo, tentando essa ogni sforzo

per dissimularlo a sè stessa, e le preghiere quotidiane che faceva per

la salute di lui, possiamo assicurarlo, erano sincerissime. Vi hanno

tali intricate condizioni dell'animo umano, che chi si propone di

spiegarle a parole corre pericolo di diventare incomprensibile, e

questa n'è una.

Si sparse intanto la notizia della presa della Mirandola; correvan per

Roma le liste dei morti e dei feriti. Fra questi ultimi era il duca di

Pitigliano. Quando una tale nuova giunse all'orecchio della duchessa,

coll'aggiunta che la ferita era mortale, e ch'ei non avrebbe potuto

sopravviver molto, la duchessa balzò in piedi in mezzo a' suoi servi

che la guardavano attoniti. V'era nel suo volto qualcosa

d'indefinibile, ma che pur faceva una tetra impressione. E corse così

a chiudersi, nella sua camera, tanto ella temea di svelarsi altrui; un

impulso di gioja prepotente le si manifestò allora con un

singhiozzo.... Ma di colpo ne fu poi atterrita, e quand'ella tornò a

mostrarsi altrui e fu veduta così pallida, così abbattuta, così

prostrata, fu un sommesso bisbiglio di compassione profonda, poi un

silenzio di venerazione compunta; fu trasportato intanto il marito a

Roma mortalmente ferito. Ci ritornò anche colui del quale ella, per

assai tempo, non seppe mai nuova. Ci ritornò sano e salvo, dopo aver

gloriosamente combattuto a quella guerra, e per uscirne poi tosto e

recarsi a Rimini, la quale città si volle dargli a governare, come

correva la fama. Che giorni fosser quelli per la duchessa Elena, il

lettore può pensarlo da sè.... Ma il marito, dopo assai cure, qualche

poco si riaveva; le ferite non eran state mortali come s'era creduto

da principio.... le sue guancie l'un giorno più dell'altro

riprendevano il solito colore, in quella maniera ch'Elena lo andava

perdendo ogni dì più.... Una mattina il medico, a confortarla in

tutto, le disse: facesse pure cantare un _Te Deum in Ara Coeli_, che

ella aveva ricuperato il marito.

Come la donna d'Iris, che si sente trascinata verso la cascata del

Niagara, Elena chinò allora il capo e chiuse gli occhi, non osando più

di guardare nell'avvenire, e, per forza, tornò alla solita ragione di

vita, che pareva non dovesse trasmutarsi mai più. Ma il destino stava

gettando altre insidie.

Un giorno il duca marito era fuori di Roma, in villa, e doveva tornare

quel dì medesimo. Verso sera, segretissimamente venne a lei ricapitata

una lettera senza firma, nè altro, che indicasse donde venisse. Il

tenore di quella lettera era il seguente:

"Non potendo, chi scrive, recarsi da Sua Eccellenza il duca vostro

marito, e pensando sarebbe il medesimo rivolgersi all'Eccellenza

Vostra; sappiate che da alcuni tristi furon prese le misure per

assassinare il duca stanotte nell'ora che di solito esce di palazzo

per recarsi dal Chigi; però fate ch'ei non esca."

Quest'avviso fece alla duchessa una strana impressione. L'ora era

tarda, e il duca poteva badar pochissimo a tornare. Siccome avveniva

talvolta che senza sua saputa entrasse il duca in palazzo, così, tutta

sollecita, chiamato un servo,

--Quando il duca sarà di ritorno, gli dice, siate presto a darmene

avviso. Ora siam già sulle ventiquattro, state dunque ad attenderlo

alla finestra che guarda in Piazza Farnese.

Fu per verità una tetra sciagura per questa donna l'aver sperato una

volta che il marito fosse per morirgli, d'averlo anzi tenuto per

certissimo. In que' momenti potè osservare molto da vicino una

felicità ch'era l'assiduo pensiero di tutta la sua vita, e

osservandola più da vicino, le fu anche più difficile il

dimenticarsene, le divenne quasi necessaria.

Ora, la lettera che le stava dinanzi le fece pensare, che se non fosse

stato quell'importuno zelante, la felicità da sì lungo tempo

vagheggiata indarno, si sarebbe quella notte medesima effettuata;

desiderò così che non le fosse fatta ricapitare. Sentì peraltro tanto

orrore di un così atroce pensiero, che scosso a furia il campanello, e

chiamato di nuovo il servo al quale aveva parlato un momento prima:

--Appena il vedi, bada di non indugiare a darmene avviso, gli replicò;

si tratta di cosa gravissima; e fu per mostrar la lettera al servo, ma

tosto si rattenne, e subito se la nascose in petto.--Va, gli disse poi

tutta stravolta e sdegnosa, va, e fa presto.

In quella, il duca era tornato, e il servo non avendolo veduto

entrare, s'indugiò gran tempo prima di darne avviso alla signora.

Saputo però da altri com'esso era tornato, tosto si recò nel gabinetto

della duchessa, e non volendo parer dappoco, le disse come il duca era

in palazzo, tacendogli del tempo ch'era trascorso prima d'averlo

saputo.

La duchessa licenziò il servo e balzò in piedi. Era molto agitata.

Rapidissima, di sala in sala, venne a quella del duca suo marito, e

bussò forte; non rispondendo nessuno, ne interroga il servo che passa

di lì per caso:

--Dov'è il duca?

--È disceso in questo punto, eccellenza.

--Disceso? Aveva la cappa?

Aveva la cappa, e lo accompagnava l'uomo di camera.

--Dunque è disceso per uscire.

--Per uscire; è l'ora solita.

Pareva che la duchessa fosse impaziente di parlare al duca, e in pari

tempo facesse ad arte per trarre in lungo il discorso. Si scosse però

fortemente, e venutigli dei brividi:

--Fa ch'ei non esca, disse poi al servo; va e fa presto, digli che ho

a parlargli prima che se n'esca.... Va dunque, affrettati.... per

carità....

Il servo, non sapendo come spiegare quella pazza furia della signora,

obbedì e discese.... Ed ella lo seguì.... involontaria lo seguì.... e

il modo col quale, tenendo dietro al servo, imprimeva l'orma, era

indescrivibile. Attraversarono così tutte le sale e gli atrj, e

giunsero a metà scala. Incontratosi qui il servo che la precedeva in

un altro che saliva.

--È uscito Sua Eccellenza? gli domanda.

--È uscito in questo punto medesimo, e può esser tuttora in Piazza

Farnese.

La duchessa si fermò. Il suo aspetto era orribile.--Dunque è

destino--pronunciò allora tra labbro e labbro, e risalì di volo.

Il servo, che le si volse allora per chiederle quel che avesse a fare,

non vedendola più, crollò il capo e disse: È matta!--Così discese e

pensò ad altro.

Ma non aveva ancora posto il piede sul lastrico del cortile, che un

altro servo, discendendo a rompicollo e raggiungendolo di

volo:--Presto, dice, vuol essere richiamato il duca, madonna ha a

parlargli; presto!--e, presolo così pel braccio, seco trasse il

compagno di forza, e a quattro passi per volta, giù per Piazza

Farnese, sapendo benissimo per quali strade era solito incamminarsi il

loro signore, si mossero alla sua volta.

Non erano i due servi giunti al mezzo di strada Julia, che tosto un

ronzìo di popolo affollato lor giunge all'orecchio; accelerano il

passo; tutta la strada era ingombra dalla moltitudine. Era un

bisbigliare, un chiedere, un rispondere, una confusione indicibile.

Chi fu? Com'egli è avvenuto? Lo hanno morto.

--Chi? domandano i due servi ad una.

--Il secondo degli Orsini, il duca di Pitigliano.

I servi si guardano in faccia sbalorditi, e tosto essendo riconosciuti

per l'orso che avevan ricamato sul giubbone gallonato, son circondati

da tutto il popolo e tempestati di domande, alle quali non avevan

nulla a rispondere.

In questa il corpo esangue del duca, trapassato da cinque pugnalate, è

deposto su d'una bara e dai frati della Misericordia portato in una

chiesa, e l'uomo di camera che aveva accompagnato il padrone, ne

seguiva or pure la bara, tutto allibito e piangente.

Colui, seguitando il duca a qualche passo di distanza, aveva potuto

scansarsi; ma senza esser atto a portar difesa, potè vedere cinque

assassini, tutti coperti di ferro il corpo e il viso, vibrare, i colpi

e sparir via di volo.

Di quel sanguinoso fatto tosto romoreggiò tutta Roma, e i due servi

retrocessero, dubbiosi se dovessero darne avviso alla signora.

Nel rifar la via, l'un de' servi, volgendosi all'altro che camminava a

testa china:

--Convien confessare, diceva, che l'uomo ha dei presentimenti.

--Perchè dici tu questo?

--Perchè non ho mai veduto la duchessa così conturbata e stravolta

come stanotte.... pareva fuori di sè.... e certo, senza saperlo ella

aveva qualcosa in sè stessa che l'avvisava di tanta disgrazia.

L'altro servo non rispose, e guardando fisso il compagno con un

cert'atto macchinale, crollò leggermente il capo, e tornò ad

immergersi in certi suoi strani pensieri.

Quando rientrarono in palazzo, la funesta notizia v'era già arrivata.

La duchessa se ne stava intanto nella sua camera in una terribile

agitazione; temeva che il servo non potesse giungere in tempo, e di

nessun'altra cosa più le premeva in quel momento, che la salvezza del

marito suo. Aspettava con impazienza convulsa il ritorno del servo e

del duca, e come le parve che troppo tempo fosse passato, discese per

recarsi alle stanze delle sue ancelle. I due servi ch'erano tornati

colla trista novella, prima di parlare alla signora, s'erano appunto

recati da quelle sue donne, che solevano sempre star con lei, per

concertare il modo di metterla in cognizione del fatto senza darle una

scossa troppo violenta. Le ancelle atterrite, non sapevano che fare, e

in quella confusione proponevano e rigettavan partiti, quando a un

tratto odono un grido nella stanza vicina.

--Stolta! troppo alto hai parlato; ella ci ha intese di certo!--disse

una di quelle donne accorgendosi da che labbro veniva il grido, e

tosto si recò nella stanza vicina insieme a tutte l'altre sue compagne

per dar soccorso alla duchessa, la quale stavasi nel mezzo della

camera, in ginocchio, colle braccia cascanti, la testa alta, l'occhio

teso e immobile, e pareva fosse uscita di senno affatto.

--Oh povera signora!--disse una delle donne, e inchinatasi per alzarla

di peso, la duchessa lasciò fare. In quello stato di tremenda

immobilità che pareva indizio certo d'alienazione mentale, ella

trascorse quasi un'ora intera, e il primo indizio di ritorno alla vita

furono queste precise parole:--Dio!! quale orrore!!...--pronunciate

con un suono gutturale e stridulo della voce, poi accorgendosi allora

d'essere in mezzo a tutte le sue donne, che tenevano gli occhi fissi

in lei, fu assalita da un insolito sgomento, per che fuggendo si tolse

loro di mezzo, e giunta nella sua camera, vi si chiuse e si gettò in

ginocchio innanzi ad una immagine di Maria Vergine.

Le donne non avevano voluto abbandonarla, e seguitala, stettero

vigilando all'uscio, timorose di qualche nuova sventura, e udirono

alti scoppi di pianti e grida, e singhiozzi, che intermittenti non

cessarono per tutta la notte.

Se vi fu apparenza di cordoglio profondo, se mai fu donna al mondo la

quale sembrasse aver l'animo che non mentisse al lutto delle vesti

vedovili, certo fu la duchessa Elena, che per un anno fu compianta da

tutto il popolo romano, e additata altrui siccome esempio cospicuo di

conjugale fedeltà.

Passò così l'intero anno. I Romani, attirati dal vortice continuo di

avvenimenti di gran lunga più gravi, s'erano ormai dimenticati del

duca ucciso e della duchessa addolorata, e dall'animo di lei s'erano

anche in parte dileguati i tremendi pensieri. Forse avrebbe continuato

così il resto de' suoi giorni, e avrebbe anche lavata, con una

virtuosa vita, quel che aveasi a lavare, ma pur troppo altro ne doveva

succedere.

L'uomo che aveva mutato abito, e che per tutto quel tempo non erasi

mai più mostrato alla duchessa venne in quell'anno innalzato a molte

dignità, e da ultimo era stato creato signore della città di Rimini ed

eletto capitano generale delle soldatesche pontificie. Non parlavasi

ormai più in Roma, che della sua partenza per Rimini, e del dì che

solennemente sarebbe stato installato signore di quella città.

Che la duchessa Elena, dopo la morte del marito, più non pensasse a

quel fatale e misterioso uomo, è cosa che nessuno potrebbe credere, e

di fatto non ci fu giorno ch'ella, in mezzo al suo insistente rimorso,

pur non si fermasse a lungo in quel colpevole pensiero; e per quante

volte le sia sorto nell'animo un sospetto, il più terribile sospetto

non fu tuttavia mai forte abbastanza da renderle detestabile

quell'uomo.

Però, quando udì annunciarsi una visita di lui, ella si sentì

rimescolare il sangue per modo, e ricevette tale percossa, che dovette

appoggiarsi per non cadere. E quando ne udì i passi che si avanzavano,

e vide spalancarsi la porta per dargli accesso, il cuore volle

scoppiargli, e tremò come per sensazione di freddo.

Si trovarono così faccia a faccia, e da solo a solo, dopo due anni

d'intervallo. Partito il servo che aveva accompagnato il signore nella

sala, la porta si richiuse, e continuò il silenzio per molto tempo,

durante il quale il battere frequente del polso d'ambidue si udiva

distintamente.

--Io vi ho promesso, madonna, cominciò finalmente a parlare colui, io

vi ho promesso che, per quanto tempo avrebbe potuto correr di mezzo,

pure vi avrei riveduta alla fine. Il destino ha dunque voluto ch'io

tenessi la parola, e prima che non avrei sperato. Oggi io posso

finalmente mostrarmi a voi coperto di tali vesti, che faccian tacere

ogni scrupolo; oggi possiam star l'uno in faccia all'altro,

liberissimi di noi e della volontà nostra.

La duchessa, a queste parole, chinò il capo tremando; e il signore,

accortosi di quel tremito, fece, involontariamente, un, po' di pausa

al discorso.

--Quello a cui da tanto tempo io anelava, continuò poi, a cui anelava

nell'ambizione ardente dell'anima mia, io l'ho dunque ottenuto. Non

solo mi distrigai di ciò che segregandomi da tutti, mi teneva anche al

disotto di tutti; ma il mio destino tanto mi propiziò, e oramai ho

percorsa così lunga scala, ch'io sto con quei pochi privilegiati i

quali stanno al disopra di tutti gli uomini. La città di Rimini è mia,

a trentamila uomini io comando, dieci milioni di scudi romani stanno

già nel mio erario; e tuttavia questo non è che un assai tenue

principio. La mia testa, il mio braccio, la mia ferma volontà, mi

additano altissime cose nell'avvenire, e a me par già d'averle in sul

palmo. La fortuna giova agli audaci. Da qui a qualche secolo, chi sa

qual preponderanza sarà per avere la mia dinastia nei destini

d'Europa, voi mi comprendete. Però a codesta dinastia convien bene

ch'io provveda. Altri, al posto dove io sto, avrebbe girato lo sguardo

nelle case dei re per cercarvi una donna. Io ho disprezzato le figlie

dei re, e son venuto qui... e tacque aspettando una risposta.

La presenza del signore, il suono della sua voce, la quale aveva,

almeno per lei, una particolare armonia, la natura di quelle

passionate parole, dalle quali traspariva che l'amore, in quel potente

uomo, era tuttavia superiore all'ambizione, fecero tale impressione

nella giovine duchessa che, invece di rispondere, tutta si disciolse

in lagrime.

Era gioia, era gratitudine, o qual cosa era mai che avea aperta la via

a quelle abbondanti lagrime? Troppe eran le cagioni che facean forza

all'animo piagato di lei.

Il signore prese quelle lagrime come la più accetta risposta alle sue

parole, e per la prima volta fu ardito di abbracciare e baciare la

giovine duchessa, e presale la mano ed alzando la fede:

--Voi dunque sarete la moglie mia, soggiunse: e da quest'ora con

giuramento io mi vi prometto; così domani saprà tutta Roma la libera

scelta della mia volontà.

Ciò detto si licenziò.

Quand'egli si fu partito ed ella si trovò ancor sola, i rimorsi

risorsero, e con più insistenza che mai. Ella pianse, pregò, volle e

disvolle; ma all'amore si confederò anche l'ambizione, e vagheggiò il

pomposo titolo di signora di Rimini.

Alcuni giorni dopo si diffuse per tutta Roma la voce che il signore

****, prima di recarsi a Rimini, si sarebbe unito in matrimonio colla

duchessa Elena, vedova del duca Orsini; ma dal momento che circolò

quella voce, altre pure a poco a poco cominciarono a circolare.

L'assassinio del duca di Pitigliano, se era stato un mistero per il

più de' cittadini di Roma, non lo era per tutti. Chi ne aveva mandato

espresso avviso con lettera alla duchessa, doveva intanto saperne

qualche cosa; i cinque che avevano vibrati i colpi ne sapevano più di

tutti. La fante, ch'era stata messa a parte del segreto degli amori

della duchessa, e che di poi era stata licenziata, se non sapeva nulla

di certo, aveva però in mano un filo per far delle congetture. Da

queste fonti pare adunque sieno uscite tutte le dicerie che, al

pubblicarsi di quel matrimonio, innondarono tutta Roma. In sul primo

le accuse non furono che a carico del signore ****, del quale, stando

ad alcuni cronisti, non era la miglior fama in Roma, poi a poco a poco

corse qualche sospetto anche sul conto della duchessa Elena. L'uomo

che le avea spedita la lettera, avrà cominciato a meditar la causa per

la quale la lettera stessa non ebbe poi effetto, e d'uno in altro

pensiero, e d'una in altra indagine, avrà scoperto il resto. I

discorsi promossi da costui, combinandosi con quelli fatti circolar

dalla fante, ingrossarono così il corpo delle congetture, le quali si

trasformarono tosto in fatti ed in accuse. V'erano tuttavia, a tutto

scarico della giovine duchessa, le lagrime versate per la morte del

marito e il suo lungo cordoglio. Ma il servo che aveva avuto ordine da

lei d'aspettare il padrone, e di recarle avviso del suo arrivo, al

quale era parso assai strano il modo di comportarsi della signora in

quella notte, e fin d'allora s'era messo in sospetto, gettò anche lui

la sua parola nella pubblica caldaja della maldicenza, parola che ne

accrebbe di molto la bollitura. Ma intanto che la duchessa Elena e il

signore di Rimini erano il soggetto principale dei discorsi

quotidiani, essi si andavano accostando sempre più all'altare, dove

aveva a santificarsi il loro matrimonio. S'apprestavan già gli

apparecchi per la partenza; tutti i giorni di buon mattino sul Campo

Marzio, il signore di Rimini, portante già sulle splendide vesti i

segni della sua potestà, e facendo caracollare il suo sbuffante

cavallo di Barberia, assisteva e comandava le evoluzioni delle sue

truppe.

A Rimini era stato mandato un numeroso stuolo di pittori a decorare le

sale del palazzo della Signoria, e un nuovo concerto di campane era

stato donato al maggior tempio di quella città. Il matrimonio doveva

tra breve esser fatto; alcuni poi dicevano che, nella cappella

sotterranea di Santa Maria Maggiore, era già stato benedetto

senz'intervento di popolo e in tutta segretezza.

Che quel giovane signore, salito tant'alto pel forte ajuto di chi

poteva quel che voleva, destasse invidia e dispetti nei più facoltosi

patrizj di Roma, specialmente ne' Colonna, ne' Savelli, negli Orsini,

è cosa troppo facile a supporsi, ma il seguente dialogo fatto da due

personaggi appartenenti a quest'ultima famiglia, intanto che

affacciati ad una finestra del loro palazzo vedevan passar quel

signore alla testa delle sue belle truppe, ce ne può dare un maggiore

indizio.

--Senti, Giordano, se quest'uomo, dopo quanto è avvenuto, e dopo

l'atroce delitto che ha commesso, fu tuttavia così fortunato da

diventare il primo di Roma, io non so poi dove trovare e a chi cercare

giustizia.

--La giustizia, invece di cercarla, bisogna farla, Maffio: quest'uomo

ha ucciso il fratel nostro.... oramai ne sono certissimo, e colui che

venne da me è assai degno di fede; chi ha ucciso dev'essere ucciso....

questa è la giustizia che un uomo d'onore ha a fare. Converrà dunque

pensarci, Maffio.

--Se si doveva pensarci, mi pare allora che abbiam già troppo

aspettato. Fra qualche giorno egli sarà in Rimini, se non prendiamo le

nostre misure, prima ch'egli se n'esca, non so quel che ci rimarrebbe

a fare di poi.

--E non lo saprei io pure, per ciò fra ventiquattr'ore ci sarà

qualch'altra novità, e qualch'altro scandalo per Roma.

--Fra ventiquattr'ore? sei tu pazzo?

--Sono assai bene in me stesso. Le misure son già prese.

--Già prese! e al papa hai tu pensato, e all'ira sua?

--Non ho pensato che al miglior modo di far cadere quel tristo, e

nasca quel che vuol nascere.

--E la duchessa Elena?

--Che vuoi tu dire?

--Voglio dire che corron voci d'accusa anche per lei, e se ciò fosse,

quella giustizia medesima...

--No, io non credo a quelle accuse. Il suo dolore era sincero. No,

ella può vivere. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

La sera medesima di questo giorno, il signore di Rimini, accompagnato

da un numeroso seguito di cavalieri, attraversava a cavallo il Ponte

Elio. La folla traeva sul suo cammino ammirando quelle straordinarie

pompe, ed egli, mentre lo scalpito rincalzato del suo focoso destriero

faceva rimbombare il ponte, pensava con compiacenza a quell'altezza

che aveva saputo raggiungere, e volgendo in mente i suoi futuri

destini, considerava che lungo e glorioso tratto di cammino gli

rimaneva ancora a percorrere. In quel punto una palla di piombo,

squarciando l'aria con un fischio istantaneo, gli fracassò il collo e

la spalla, e lo rovesciò nel Tevere sottoposto.

Fu un grido generale, si corse a strapparlo all'onde del Tevere, Un

chirurgo attestò che non era morto, e fu così trasportato al suo

palazzo.

A quest'avvenimento tutta Roma ne fu sossopra. La famiglia Orsini

corse sulle labbra di tutti, e tutti stavano in aspettazione d'una

grand'ira del pontefice. La piazza di Spagna, dove era il palazzo del

signore di Rimini, fu il dì dopo zeppa di popolo da mattina a sera.

Era un correre e ricorcorrer continuo delle 74 lettighe dei cardinali.

Innanzi alla porta di palazzo, la folla si stipò più fitta che mai

intorno a quella del pontefice. Questo finalmente fu veduto uscire in

mezzo ai suoi cardinali e a' suoi dodici camarlinghi. Il signore di

Rimini era morto.

Fatte le solenni esequie, parve che il popolo si dimenticasse anche di

quell'atroce avvenimento; soltanto dopo alcuni dì corse voce che la

duchessa Elena era uscita di Roma con un seguito numerosissimo, e non

sapevasi dove fosse diretta. Si diceva che più non erale bastato

l'animo di fermarsi in Roma, quando seppe d'esser bersaglio della

generale maldicenza, e s'accorse che tutte le più illustri case le

chiudevano la porta in faccia. Ciò in gran parte era vero, ma

quand'anche avesse potuto esser questa una causa forte per farla

esular da Roma, pure n'era ella uscita per tutt'altro. Dopo qualche

tempo infatti, con maraviglia e stupore universale, si seppe ch'ella

aveva fermata la sua stanza a Rimini, fatta signora di quella città.

Chi disse allora che ella fosse stata sposata da quel potente signore

prima d'esser ferito, chi disse aver egli ciò fatto nelle ultime sue

ore, e che essendo già stato installato signore di Rimini, lasciasse,

con solenne dichiarazione dell'estrema sua volontà, il possesso di

quella città alla duchessa Elena, e scongiurasse gli astanti, al letto

di morte, della più scrupolosa esecuzione di quel suo orale

testamento. Chi disse altre e diverse cose.

Il fatto è certo intanto, ch'ella ebbe la signoria di Rimini; quale

sia poi stata la via precisa per la quale vi è pervenuta, non è la

cosa che più importa di sapere. Ora, tutto quello che avvenne di lei

da quell'epoca in poi, il nostro lettore lo sa, e potrà adesso farsi

capace della varia fama che, per tutta Italia, era corsa sul conto di

questa donna straordinaria.

Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana · 第 32 / 57 题