ALLO STESSO.

_Roma 18 marzo 1510._

"S'io ti avessi a dire con parole la centesima parte della

gratitudine ch'io ho a professare a te e a quel povero Elia, che

sostentando con sì difficile e pericolosa fatica la sua vita, trova

pure il tempo da provvedere all'altrui vantaggio, davvero che non ci

riuscirei, per quanto io mi sforzassi. Fino dal dicembre dell'anno

ora trascorso, ho passate più settimane temendo ogni dì sentir

pubblicata la confisca di tutti i mei beni, e mi son martellato il

cervello per vedere se ci fosse modo di riparare a tanta rovina...

pure, accorgendomi che non era mezzo di scansar quella procella, se

avesse voluto piombarmi addosso, non ci pensai altro, e mi parve

alla fine che il temporale fosse al tutto passato. Però l'ultima tua

mi recò grandissimo stupore insieme a molto sdegno e a grandissima

consolazione ancora, la quale, per dirti il vero, mi ha vinto al

punto, che piansi di riconoscenza per te e per quel povero Elia. Io

non so comprendere come a colui, per quanto sia destro ed acuto il

suo ingegno, sia riuscito di far risultare al fisco come della

maggior parte de' miei beni io abbia fatta la cessione a te per

vendita regolare. Vorrei che in un'altra tua mi spiegasse com'egli

abbia potuto far questo, che ancora non mi par vero. In quanto ai

pozzi di sale ch'io possedevo, ed ai boschi, devo dirti che non

m'importa gran fatto siano caduti in bocca del fisco, perchè in

questi ultimi anni non mi rendevano più che tanto, onde assai poco

ci ho perduto. I trentamila fiorini d'oro che m'hai spediti non

potevano giungermi più a tempo, che già le strettezze minacciavano

di farmi ancora più miserabile di quello che di solito io sono.

Tornando all'Elia, al miglior stato del quale è obbligo mio il

provvedere da questo momento in poi, perchè troppo mi dorrebbe se

tosto o tardi, dando nella rete, scontasse duramente tutte in una

volta, nelle prigioni del Capitano di Giustizia, quelle azioni

certamente vituperevoli a cui lo hanno guidato e la sua miserabile

condizione e la natura del suo ingegno assai più che del suo cuore,

che fuor d'ogni dubbio è nobilissimo, io ti prego a torlo giù da

quella qualunque altra trappola che per avventura avesse già

caricata, e dargli denari e mezzi perch'egli mi possa raggiungere

qui in Roma, dove io spero poter trovargli un impiego molto acconcio

alle sue cognizioni ed al suo scaltro ingegno. Mi pare ch'ei

potrebbe versare in una sfera molto più nobile di quella che fin'ora

il tenne occupato. Assai pochi di questi segretari di cardinali a'

quali è affidata la manipolazione della cosa pubblica, la quale

quanto sia sterminata e intricata e ardua è troppo facile ad

immaginarsi in questi disastrosi tempi, non mi pare, stando a quelli

che io son venuto tentando ci sia quell'ingegno che abbisogna. Tutti

questi feudatari della Romagna che al santo padre danno un bel

pensare da mattina a sera, e che sono tali furfanti da condurre

chicchessia a perdizione, avrebbero bisogno di taluno che li traesse

nel laccio, giocando di acutezza più che d'altro. Colui che in

piccolo teatro e in talune condizioni è furfante, trasportato in

altro campo è un grand'uomo. Non è cosa affatto nuova, e tu lo sai

meglio di me, perciò mandami l'Elia Corvino, che in ogni modo ne

caveremo qualcosa... D'altra parte, se non lavorerà per Roma,

lavorerà per Milano, e se adesso non c'è nulla, e ci è forza lo

stare imboscati ad attendere l'occasione, egli saprà far qualche

cosa di buono.... Il Morone non dà segno di vita e non so quello che

sarà per fare.... Si parla qui del posto di governatore, al quale

Francesco lo ha eletto.... ne fu parlato anzi da Leone medesimo. È

un gran peccato che questo magnifico pontefice abbia troppo amore

alla poesia latina ed ai poeti in generale, e alla pittura, e alla

musica. Io pure qualche volta deliro per queste arti; ma in tanta

farragine di cose più importanti, e in tanto pericolo della patria

comune, si pensa troppo a quelle gentilezze della vita.--In questa

Roma intanto v'è un flusso e riflusso continuo di popolazione che

romoreggia da mattina a sera; tutti i fiumi degli Stati d'Europa

mandano qui i loro rigagnoli, tutte le razze del globo spiegano qui

le loro fisionomie. Intanto l'oro, con vena sì larga come se venisse

dall'Oceano, sgorga dal Vaticano, e tutto il popolo ci sguazza e vi

si abbevera. La fragorosa voluttà del momento non lascia pensare a

quel che sarà per succedere del patrimonio di San Pietro; e il

Medici, che vede pure molto lontano spesse volte, quantunque sia

miope, mi par bene che qui sia cieco. Me ne duole perchè forti

bisogni mi stringon da tutta parte; me ne duole perchè Leone

potrebb'essere davvero un leone. Ma i poeti, i citaredi, i

dialettici, i buffoni gli fanno consumare troppa parte del dì. A

quest'ora io solo avrò udito più di un centinaio d'improvvisatori.

Di poeti, e verseggiatori in tutte le lingue, ve ne sono qui a

migliaia; v'è una quantità innumerevole di rettorici, e più di dieci

elefanti. Se io ti dicessi l'oro, l'argento, le gemme, le perle che

di giorno fan specchio al sole, di notte alle fiamme, t'indurrei a

credere sia stato saccheggiato il mar Rosso, sviscerate le miniere:

e mentre l'onda dell'oro, come la gran cascata di Tivoli, si versa

dal Vaticano, tutti i patrizi di qui fanno a gara a chi più ne

rigurgita dalla loro sorgente, di men larga bocca.

Però bisogna confessare che Roma ti sembra veramente la regina del

mondo; e, a voler star paghi del momento che passa, è uno spettacolo

di cui è facile compiacersi, il veder risorta a pieno l'antica sua

grandezza.

Scrivi presto, e fa in modo che l'Elia medesimo mi rechi la tua.

Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana · 第 29 / 57 题