LETTERA A FRANCESCO SFORZA.

_Roma, 9 ottobre 1516._

Il conte Maldengo, segretario dell'ambasciatore d'Alemagna, mi portò

stamattina la vostra lettera. In quest'anno dunque è il primo di

oggi che nell'animo mio amareggiato spesso, attediato sempre, entrò

uno schietto conforto. Davvero che quella lettera fu un grave

rimprovero per me che in questi due anni non ho mai saputo trovare

il modo di prevenire l'E. V. Ma io non sapevo a quanti piedi d'acqua

si stesse veramente alla Corte di Massimiliano d'Austria, per quanto

il medesimo protegga apertamente la vostra e la causa di noi tutti,

e non sapevo con che cifra si avessero a vergar le lettere da

spedirsi colà.... e a rompere quest'ingrato silenzio aspettavo

appunto un'occasione di schiarirmi di tutto. Che poi quest'occasione

mi fosse esibita da voi, che il primo vi degnaste a darmi un

attestato del vostro attaccamento, è quanto per verità avrei ben

potuto desiderare, non però nè sperare, nè pretendere.

"Ti ringrazio (perdona se ritorno ai modi della dimestichezza

antica) ti ringrazio dell'avermi palesata la più interna condizione

dell'animo tuo; e d'avermi con sì generose proteste, parlato di te,

del tuo paese, de' tuoi concittadini e di me. Mi sento però in

obbligo di retificare alcune tue idee intorno al tuo stato presente.

"Mi scrivi che oramai non ti basta più l'animo di continuare in

quella vita inerte alla quale sei costretto da un lungo anno, che

non puoi sopportare l'idea che l'universale opinione abbia a

condannare la ragione del tuo vivere attuale. Che però o in un modo

o nell'altro ti sei deliberato di uscire di tanta ignominia, e di

tentare la sorte comunque sia per esser destra od avversa. Io ho la

tua medesima età e lo stesso calore del tuo sangue, ma sono più

vicino ai fatti, e penso che quelle tue proteste se sono generose,

sono però indebite. La tua virtù sta ora appunto nel sopportare

tutta la noia di una vita inerte, nel far violenza agli impeti

dell'animo tuo; nel frenare i fremiti dello sdegno, per quanto ei

sia generoso. Il tuo coraggio sta nel porti appunto tutto solo

contro alle punte della pubblica opinione; nel maturare dentro al

lievito ingrato della passeggera calunnia, le azioni che poi ti

alzeranno a perpetua ed inconcussa fama. Tanto è virtù in te il far

nulla adesso, e il pensare alla tua conservazione, e al corroborare

la tua salute fisica e la tua forza morale, quanta sarebbe in me il

tentar tutto se l'occasione il portasse, e il mettere la mia vita a

qualunque pericolo che comandasse la necessità. Se io cado, un

altro, moltissimi altri, possono occupare il mio posto, e nulla v'ha

di perduto ancora; me se avventurassi la tua vita in questo momento,

saresti reo di aver messo all'azzardo il bene, del tuo paese e de'

tuoi concittadini; se tu muori, tutto è finito; nella tua vita,

nella tua esistenza è riposta ogni speranza; a te l'inerzia è

dovere, come a me l'azione. Quando i fatti avranno risposto ai

desiderj, quando le nostre mani ti avranno ricollocato nella tua

città, allora ci scambieremo il carico: a te sarà indispensabile

l'operosità continua, a me potrebb'essere perdonata anche l'inerzia.

Per ora dunque abbi fede e speranza, e non ti dar cura del resto, e

pensa che, nel frenare gl'impeti generosi della bollente tua

gioventù, nel rattenere questa tua medesima virtù, c'è una virtù

molto più alta e solenne perchè molto più difficile. Frattanto a noi

pure ci conviene star qui attendendo; ma ho fede ne' destini che

qualcosa ci abbiano a recar presto di nuovo. Il Morone, del quale

pare che tu muova alcun dubbio nella tua lettera, e di cui per tutta

Italia si bisbigliava, s'è finalmente rivelato quale e quant'è; e

fingendo recarsi a Bressy per occuparvi il posto di governatore, a

cui Francesco avealo eletto, uscì invece del Milanese e, fra qualche

giorno, sarà qui in Roma egli stesso. Dopo un anno e più che il

conte Galeazzo Mandello non dava più sentore di vita, gettato come

s'era, a corpo perduto nella sua voluttuosa e viziosa indolenza, a

un tratto, non richiesto, mi manda sue notizie, e, quel che più fa

maravigliare, notizie della sua città, de' suoi concittadini, de'

suoi colleghi, de' Francesi e del governatore. In quanto a lui ebbe

a lottare due mesi, con pericolo presentissimo di morte, contro ad

un malor fisico, che forse il guarì dalla sua torpedine morale. Mi

scrive talune cose che, a tutta prima, sembrano involute di pazzia,

ma che in sè stesse racchiudono molta verità, e pare siasi, in

qualche giorno di molta alacrità mentale, occupato delle cose del

suo paese, quasi fosse lui al timone dello Stato. "Al tempo di

Lodovico, scrive, il nostro buon popolo sommava a duecentomila, ora

siamo centottanta, e così continuando le cose, la nostra città si

vuoterà in breve; così si vuotasse del tutto, che penseremmo allora

a riempirla. I nostri cari patrizj che per ora non faccio mai degni

de' miei saluti, e molto meno delle mie parole, accarezzati da certi

cani che usano la volpe, accarezzano di rimando, consumano l'entrate

nel correre e ripercorrere la strada da Milano a Parigi, nello

sfoggiare alla corte di quel re spadaccino, di cui vorrei bene

sperimentare il valore, che certo farei pianger Francia e ridere

Italia. Le loro rendite che il nostro villano gli guadagna, si

dilettano a scompartirle fra i parisiani. I loro concittadini, che

per tanto tempo e così bene li calzarono e li vestirono, ora

avrebbero a morir di fame se stesser qui. Ma non ci stanno per lor

buona fortuna e per la rovina del loro paese, ed emigrano; e Parigi,

continuando ad ingoiar scudi, ingrassa e fa pancia. A tutti questi

malanni, ne vien uno di costa, che è il peggiore di tutti, ed è che

il Borbone governatore è uomo eccellente, d'ottimo cuore e di

gentili maniere; così a' patrizi è dato a rosicchiare qualche osso

midolloso, e il loro capogiro continua. Che util cosa sarebbe che la

fortuna mandasse tra noi qualche novello Busiride e, se fosse

possibile, qualche cosa di peggio! Il cancro è spiegato; senza ferro

e senza fuoco non si fa nulla. Non è che per il nostro meglio, che

io desidero che un flagello spietato sollevi la nostra cute. I

patrizj ritroverebbero allora il loro buon senso che hanno smarrito

per via; la sventura è madre di sapienza, ed io la invoco." Questo

mi scrive, il conte, insieme a molte altre cose su quest'andare, per

cui mi sembra che quest'uomo, il quale non si diletta che di

guardare e di non far nulla, sarà per far molto a suo tempo. Intanto

il pontefice, che s'era acconciato a far buon viso a Francesco, pare

ne sia adesso profondamente pentito. I Bentivoglio s'affannano a

muover passioni ed ire, per suscitare qualche vespaio contro il

santo padre, e si ha qui per certo che la Francia dà loro buonissime

speranze. E se coloro i quali già furono spodestati si fanno lecito

di rialzare la cresta, tanto più quelli che si senton forti de' loro

possessi e delle loro armi. Se c'è un pensiero che dia molestia a

Leone, egli è questo fuor di dubbio; e siccome per talune parole

ch'egli medesimo si degnò rivolgermi, in occasione ch'io fui alla

Malliana sua villa, mi parve si disponesse a gettarsi in

quest'impresa a tutt'uomo e con tutte le forze e tutta l'autorità

sua, così spero bene anche per noi...

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Il resto di quella lettera, toccando cose inutili al fatto nostro,

crediamo bene di ommetterlo; piuttosto riporteremo un frammento che

abbiamo trovato fra le carte del Palavicino, il quale parla di una

corsa da lui fatta al lago Trasimeno, e del suo incontro colla signora

di Perugia, vogliam dire colla Ginevra. Non sapremmo se questo sia un

frammento di altra lettera, o sien piuttosto pensieri staccati ch'egli

buttasse sulla carta, a sfogo della sua passione, più che per altro.

Del resto è cosa piuttosto indifferente; e a qualunque uso abbia poi

servito quel brano di scrittura, a noi torna assai comodo il poterlo

riportar qui... con qualche cambiamento di sintassi e d'ortografia,

s'intende, come abbiam praticato coll'altre lettere...

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"È corso un anno e sei giorni, da che ella fu divisa da me per

forza... tengo conto dei giorni, tengo conto delle ore, tanto quel

fatto mi sta sull'animo continuamente... e un mese fa la rividi...

Chi lo avrebbe sperato... e insieme... chi avrebbe mai creduto ch'io

mi sarei rimasto peggio contento che mai dopo averla riveduta?...

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pure è tenace ancora la persuasione in me che il destino

espressamente mi additasse colei per un fine ben più alto che la

sola corrispondenza d'amore non sarebbe... se mai fosse questa

un'illusione, mi giova assai, od io farò di perpetuarla.

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"L'irresistibile bisogno di rivederla anche una volta, facendomi por

da canto qualunque pensiero di pericolo, mi spinse un dì sino a

Perugia e al Trasimeno, e non so in qual altro assai più lontano e

più difficil luogo non mi avrebbe sospinto. Seppi ch'ella usciva

qualche volta sul lago, e sempre in compagnia del truce e osceno

vecchio. In tale orribile condizione io doveva rivederla, pure io mi

condannai da me stesso a quell'insopportabile supplizio. Era una

mattina, da quel solitario lago era scomparsa ogni barca di

pescatore, chè quando usciva il Baglione col suo seguito scompariva

ognuno, tanto era il timore che si aveva d'incontrarsi in lui, tanta

era la cura di scansarlo. A tal uomo io doveva dunque veder

d'accanto la donna dell'anima mia... contuttociò dal luogo ov'io

stava nascosto con un'ansia insolita attendevo che spuntasse la vela

della barca ov'ella trovavasi... L'ho scorta da lontano... Con un

tremito generale del corpo la stetti osservando che s'accostava

d'onda in onda alla mia volta... Il cuore mi scoppiava... finalmente

mi fu presso; erano sei barche, quella del Baglione veniva la

prima... A stento potei guardare di sotto al baldacchino di broccato

d'argento che rifrangeva i raggi del sole. Il truce e squallido

signore se ne stava sdrajato su de' cuscini, e la Bentivoglio gli

stava seduta presso.... Che momento fu quello!... Il sangue mi corse

alla testa velandomi gli occhi, e fui a un punto di gettarmi di

slancio in quella barca e a viva forza prendendo e stringendo a me

quel corpo divino della Ginevra, con lei precipitarmi nel lago e

finirla, e affogar seco in un fascio, chè altra via non c'era.

L'orrenda tentazione mi venne... la vertigine mi avea preso; ma la

corsa della barca che, investita dal vento, fuggiva come saetta

dinanzi a me, potè impedirmi, ed ora ne ringrazio Iddio. Non

pensavo, in quel punto, che della vita mia non mi era lecito

disporre, chè ad altro oggetto io l'avevo consacrato col giuramento

dell'anima mia...

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"E supplico Iddio che a quest'unico oggetto non mi faccia mai

anteporre altra cosa del mondo, e dell'alito suo sempre mantenga

viva in me la necessaria fermezza... La vita mi si rivela spesso da

mille facce, e quand'una a sè irresistibilmente mi attrae

dall'altra, di necessità, io sento dilungarmi... Purtroppo tutte le

passioni dell'uomo vanno agitandosi in me, e insieme allo sgomento

che in me produce talora il difficile posto a cui mi son messo, e

pel quale altri mi crede adatto, uno strano timore mi assale, che il

mondo seco non mi tragga con impeto molto maggiore che non sia la

forza mia per superarlo. Io sono una creatura fragile... ed è

bisogno ch'io mi convinca di ciò, chè così la spensierata fiducia

non avrà a farmi cadere nella mia corsa.

"L'altro dì manifestava l'animo mio a tale che se ne vive solitario

fuori di Roma... uomo fatto savio dalla dura scuola

dell'esperienza... gli toccai della Ginevra e del pericolo che per

lei io avessi a deviare dal mio vero cammino; ma colui mi confortò

fermandomi nel concetto mio, che il destino avesse unito noi due

espressamente... uniti nello scopo, se non nella vita... È fama che

dei casi della Ginevra il santo padre sia stato commosso, però è a

sperarsi che per lei s'induca finalmente a far quello che già aveva

nell'animo... di spodestare Giampaolo. Se ciò fosse mai per essere,

la Providenza ci avrebbe dunque uniti allora appunto quando ci

separò. Per la Ginevra cade il Baglione, e con lui che è il più duro

ceppo, tutti gli altri tiranni della Romagna... Per la caduta di

costoro alla Francia mancherebbero ajuti, e sarebbe allora agevole

il mezzo di farla sloggiare da Lombardia... ma Dio sa cosa cova in

seno al futuro... e più che d'altri io ho sospetto di me medesimo e

della mia giovinezza e del fervido senso il quale minaccia dappresso

la mia prudenza... in questa Roma segnatamente... in questa viva

luce... fra questa calma d'un popolo che i gaudi incessantemente

rapiscon seco.

Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana · 第 30 / 57 题