LETTERA AL CONTE GALEAZZO MANDELLO.

_Roma, 7 novembre 1515._

"Tu mi scrivi, che dopo tanto tempo i nostri Milanesi non si sono

ancora stancati di vibrare su di me il micidiale veleno della

calunnia, su di me che, per verità, mi pare d'avere tutti i diritti

alla commiserazione dei miei concittadini. Tu stesso, sebbene mi ti

professi sincero amico, e me lo dimostri col fatto, sembra tuttavia

non sia in tutto persuaso della rettitudine dell'operar mio in

quella sciagurata circostanza della battaglia, della fuga, della

doppia fuga.

"Tu mi scrivi che gli accusatori si dividono in due schiere; la

prima, di chi m'incolpa d'aver rapita a viva forza la sventurata

figlia del Bentivoglio, e perciò non cessa di vituperarmi per aver

tentato di gettar troppo disonore su quella virtuosissima creatura,

nella quale accusa trovo il conforto almeno che tutti sappiano e

gridino altamente la virtù intemerata di lei; la seconda, di coloro

a' quali sembra assai giusto ch'io abbia tentato di rapire la

Ginevra, per liberarla così dalle mani di quel tristo Giampaolo, ma

che non si stancano di gridare contro di me, perchè l'abbia poi

molto vilmente restituita, e lasciatomi intimorire dalle minacce; e

pare che all'opinione di costoro tu, in qualche modo ti accosti;

però trovo necessario raccontarti la cosa, com'io devo pure saperla,

e comincierò dal dirti, che tanto l'un'accusa, che l'altra si riduce

a non essere che una pretta falsità.... Io non l'ho rapita; io non

l'ho restituita vilmente. L'Elia Corvino, che tu devi conoscere, e

che prese ad amarmi perchè feci un po' di bene al fratel suo, fu

quegli che condusse le cose in modo perch'io quella notte mi

trovassi colla Ginevra senza saputa sua, e quasi, starei per dire,

senza l'assoluta mia volontà. Tutta la mia colpa si riduce nel non

aver consigliato alla Ginevra di ritornare fra le laide braccia del

suo tristo marito, quando una combinazione che, a tutta prima, mi

parve fosse protetta dai destini, me la mise d'accanto. E di questo

non ti dirò altro, giacchè tu pure avresti fatto il medesimo, e

trovi ragionevolissimo che un gentiluomo che ha dato la sua fede ad

una fanciulla, che pure gli si è promessa, debba difenderla

dall'attentato dei tristi, chè tali erano suo padre e suo marito, al

quale per forza e inumanamente il primo la volle sagrificata. Quanto

alla seconda accusa, trovo che un complesso di combinazioni fatali

le hanno dato un certo fondamento; ma siccome a tutti, e a te,

dev'essere ignota la parte secreta, e più efficace, e più orribile

di quella storia, credo bene di rammentartela qui a brevissime

parole.

"L'angoscia che in que' giorni del suo malaugurato matrimonio ebbe

ad accasciare la complessione della Ginevra; lo sbattimento continuo

dell'animo agitato da mille passioni, e tutte procellose, come puoi

ben credere, lo sgomento che l'assalì in quella sera in cui ella

ebbe a trovarsi nella medesima lettiga con me, la sua virtù che la

teneva in un atrocissimo contrasto tra l'amore e il dovere,

lavorarono di tanta forza sul già stanco suo corpo, che pervenuti al

mio castello d'Aquanera in Lodigiana, guardatala in volto, ebbi a

spaventarmi del quanto ella si fosse trasfigurata. Una violentissima

febbre con brividi gelati l'era entrata addosso pochi momenti prima.

Messa a letto, e confortata con panni caldi da quelle mie

villeggiane, che le si misero attorno con molto amore, non diede

alcun segno di miglioramento, che anzi le sconvolse il cervello un

così violento delirio, che faceva pietà e ribrezzo a un punto. Io

credeva tuttavia che in poche ore un sì repentino malore fosse per

dar luogo; ma la mattina, trovatala peggio ridotta che mai, e tanto

prostrata che pareva fosse per passare da un momento all'altro, io

diedi in tale disperazione e in tali smanie, che avrei anteposte le

pene dell'inferno a quell'insopportabile tormento che non mi

lasciava aver requie; pure potei pensare che, smaniando così, non si

veniva a capo di nulla, e che bisognava pure l'opera del medico in

quel pericoloso momento, onde spedii di volo a Milano una lettera ad

Elia stesso perchè mi cercasse l'Accurzio, medico, il più riputato

della sua professione in Milano, come tutti sanno, e il più

scellerato e ipocrita, come io so meglio di tutti, e come tu saprai

fra poco. Verso la sera di quel dì stesso, impazientissimo

d'indugio, perchè da questo poteva dipender la morte del maggior

bene che avessi al mondo, vidi finalmente comparire una cavalcatura;

ed era l'Accurzio infatto coll'uomo che aveva mandato a Milano e

l'Elia Corvino. Questo, avendo letto nel foglio che gli aveva

spedito, come fosse a mal termine la Ginevra, messosi in certa

apprensione, per quel pericolo in sè stesso e pei maggiori che ne

potevano scaturire, volle egli medesimo dirigere ogni mossa e,

tenuto segreta ogni cosa all'Accurzio, quando me lo presentò,

trattomi in disparte, mi disse com'io dovessi comportarmi seco lui,

e che essendo uomo avarissimo e di poco cuore, badassi a caricarlo

bene di fiorini e di scudi.

"L'Accurzio non sospettava di nessuna cosa e mi domandò chi mai

fosse in pericolo della vita perchè fosse necessario l'intervento

suo. Senza rispondere a quelle prime parole, cominciai a tocargli il

guanto con un rotolo di scudi, poi, a poco a poco, gli palesai come

fosse la cosa e di chi si trattasse, e come fosse mestieri di tenere

il segreto. Dapprima mostrò di maravigliarsi molto, e mi parve a

cert'atti, volesse quasi levarsi di tale intrigo; ma com'io durai un

pezzo, quasi colle lagrime agli occhi, a scongiurarlo perchè non ci

abbandonasse lei e me in quel durissimo punto, risposto che farebbe,

mi seguì nella stanza dove giaceva mal condotta la povera

Bentivoglio. Davvero, che a quel tristo, io non so in certi momenti

negare la mia gratitudine, pensando che fa per le sue cure, s'ella

potò ancora ritornare in vita; ben è vero che al prezzo che a lei la

fece pagare, ed a me forse più che a lei, poteva bene pensare al

modo di farci morire ambidue in una volta, che sarebbe stato per il

meglio. Senti questo: venuto il sesto dì, e veduto com'ella si fosse

riavuta, tanto che più non le occorresse l'opera sua, l'Accurzio

disse, che gli bisognava recarsi a Milano, e che tosto sarebbe

tornato il dì dopo. Io gli risposi facesse il suo comodo, e senza

più, facendogli giurar mille volte che avrebbe custodito il segreto,

e messogli nel pugno un altro rotolo di fiorini d'oro, di cui quel

tristo mai non finì di rendermi grazie, allestitagli la cavalcatura,

lo feci scortare a Milano.

"Il dì dopo, intorno alle ventidue, quando la Ginevra, riavuta del

suo malore, passeggiava negli orti del castello in mezzo alle donne,

ed io ero irresoluto fra mille pensieri intorno a quello che mi

convenisse fare di poi, m'entra il famiglio in camera e mi dice che

il castello è invaso da un cinquanta cavalleggieri del re, e con

loro trovarsi un gentiluomo che altamente mi chiedeva. Il pensiero

tosto mi corse a quel che era veramente, sudavo freddo; per mala

sorte la Ginevra potè udire ogni cosa, e venutami appresso mi

scongiurò non tentassi nulla a danno o del padre suo o del marito

che si fosse, e risparmiassi me pure, perch'ella era in tutto

disposta a ritornare col padre suo, col suo consorte, e che io

poteva darle mille morti, non mai obbligarla però a convivere con

me. Dette queste parole, disperata, mi si tolse dappresso, ed io

seguitandola e trattenendola tuttavia non potei fare ch'ella non

s'incontrasse col Bentivoglio. A' piedi suoi ella si gettò appena lo

vide, e a mani giunte impetrando quella sventurata il suo perdono,

lo pregò volesse condurla con lui che in quel luogo non avrebbe mai

voluto rimanere. Il Bentivoglio, vedendo la figlia disposta a quel

che egli voleva, non mostrò di fuori nessun'ira e, simulando anzi

una certa pietà, come se egli credesse ben altro di quel che era di

fatto, disse ch'ella ringraziasse Iddio il quale, avea provveduto a

farla liberare dalle mie scellerate mani. Qui non ti saprei dire

quel che sia corso tra me e il Bentivoglio, nè la millesima parte

delle imprecazioni ch'io diedi alla sua spietata natura, nè le

contumelie d'ogni sorta onde feci segno quella sua vituperosa

vecchiezza, e certo non gli avrei mai più rilasciata la Ginevra, e

mi sarei fatto fare in pezzi da que' suoi cinquanta cavalleggieri,

piuttosto che abbandonarla in così vil modo; ma ella, fosse lo

spavento dell'autorità paterna, fosse un resto d'amor figliale,

fosse ira verso di me, che tante villanie avevo scagliate a suo

padre, fosse... chi sa quante cose insieme le travolsero il cervello

in quel punto.... il fatto è pure, ed io ne fremo e piango in

ridirlo... ch'ella si alzò contro di me, con voce tremante e

piagnolosa e iraconda, e protestò ch'ella voleva partirsi col padre,

e ch'io mi guardassi dal farle violenza, che guai per me e per

tutti. A tali parole mi cadde ogni virtù affatto, a me pareva di

sognare, e chi mi avesse giurato che quella era ancora la mia

Ginevra, per verità che non l'avrei creduto. Così senza parole,

senza addio, senza lagrime, senza nessun segno, istupidito più che

altro, io mi tolsi dalla sua presenza e lasciai fare. Quel che

avvenne dopo, tutto il mondo lo sa... ed ella intanto è signora di

Perugia. Dovevo io ritenerla per forza con me? l'avresti tu fatto? e

ti par egli ancora ch'io sia stato un vile per essermi comportato

così? S'ella avesse pianto.... s'ella avesse voluto ch'io la

salvassi.... puoi bene esser certo che nè suo padre, nè quell'atroce

marito suo non l'avrebbe riavuta mai più, e piuttosto l'avrei

uccisa... ma così... ella comandò che fosse diversamente, ed io

dovetti obbedirla; del resto poi non so.... eppure ella mi

amava!!!....

"In quanto all'Accurzio, l'Elia Corvino scoprì poi quel che aveva

fatto quel tristo, sperando non so quali emolumenti dalla Francia, e

sapendo come il Bentivoglio fosse amicissimo del governatore e de'

più distinti baroni, a gratificarselo, gli manifestò i segreti sul

quale tanto solennemente aveva giurato il silenzio e gli diede i

mezzi a venire sulle traccie della Ginevra... Non so se i miei

destini lo faranno comparire quell'infame un'altra volta innanzi a

me... Ma se mai ci venisse... puoi esser certo più che di qualunque

altra cosa del mondo, che non lo potrà un'altra volta.... Del

resto... chi sa! potrebbe ancora avermi fatto male in fin di bene,

e, pinzocchero qual'era, è probabile che abbia consultato il senno

di qualche nostro arciprete prima di rovinar me e lei in

quell'atrocissimo modo... pure, guardando le cose da un diverso

punto... parrebbe aver egli operato da assennato e da santo, e noi

esser stati travolti dalla vertigine della colpa....

"Adesso dunque che tu sai le cose com'elle sono, e punto per punto,

fa in modo, io ti prego di porre un argine a tutto questo flusso di

calunnie e dicerie che vengono ad accumularsi sul mio capo, e

procura sovratutto che continui a durare intemerata la fama della

virtù della Ginevra; addio".

Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana · 第 28 / 57 题