CAPITOLO XV.

Siamo nel 1517, quasi due anni sono trascorsi, la congerie degli

elementi si è accresciuta; ed ora da Milano, sulle traccie di taluni

de' nostri personaggi, ci conviene passare a Roma.

A dieci miglia da questa città, chi non si dilunga dalla Via Appia,

vede sorgere sull'alto bordo d'un cratere il Castel Gandolfo, così

chiamato dalla famiglia Gandolfi, che forse lo edificò nel secolo XI.

Passato da quella casa illustre, sul principio del secolo XIII, ai

Savelli, e da questi, nel XIV secolo, ai Capizucchi, fu nel 1436 da

Eugenio IV fatto saccheggiare e distruggere, e ritornò poscia in

proprietà de' Savelli, che lo tennero fino al 1596, nel quale anno

passò alla Camera.

In un bel giorno d'aprile dei 1517, era un affaccendarsi insolito in

quel castello. Camerlinghi, famigli, servi eran sollecitali da un

burbero maggiordomo dell'illustre casa Savelli, perchè colla maggior

magnificenza possibile alcuni addobbassero certe ampie sale, situate

nel piano più alto del castello che guardavano il lago d'Albano e

tutta la campagna di Roma; altri allestissero una mensa per duecento

persone nella più vasta sala, situata a terreno; altri ornassero di

festoni, di frondi, di fiori gli atrj, i cortili, i veroni, le

finestre. L'illustre casa Savelli aveva solennemente invitato papa

Leone ad una caccia ne' dintorni di Albano, e il papa, dilettandosi

assai di que' campestri diporti, aveva tenuto l'invito, e con tutta la

sua corte, i suoi poeti, i suoi dotti, i suoi musici, i suoi buffoni

vi s'era trasferito quel dì stesso.

Era all'alba di un tal giorno che s'udiva incessantemente il lontano

squillo del corno, e per le ore ventidue attendevasi che tutti si

riducessero in castello, però mancando pochissimo a scattar quell'ora

all'orologio del torrazzo, il maggiordomo si affannava perchè ogni

cosa fosse compiutamente in ordine pel momento stabilito. Un servo che

stava affacciato ad uno de' finestroni del castello diede finalmente

l'avviso, che la numerosa cavalcata ritornava. E tosto un correre per

le sale, per gli atrj, un discendere e salire, uno sbattere di

usciali, di vetriere, un insolito sommovimento.

Quando Leone colla sua Corte saliva per lo scalone principale del

castello, per un'altra scala entravano, sotto un atrio del primo

piano, due uomini che noi conosciamo, accompagnati da un servo. Erano

il Morone e l'Elia Corvino. Pervenuti innanzi ad un magnifico

vestibolo, dove il servo si fermò indicando che quello era il luogo

che volevano:

--Tu entrerai qui dentro, disse allora il Morone al Corvino; ho già

parlato al Bembo e al Savelli, che ciò mi consigliarono. Colui al

quale tu hai a parlare è già istrutto del fatto tuo e dei tuoi

disegni, e purchè tu sappia mettere in movimento i congegni della tua

logica, egli farà il voler nostro, che alla fine è anche il suo. Entra

dunque, e se mai dovessi aspettare qualche tempo, sulla vôlta di

questa sala v'hanno bellissime figure a fresco che ti faranno forse

comportare la noja. Quando sarà il momento, verrà qualche servo a

chiamarti.... Io so che farai molto bene il fatto tuo, e non ti dico

altro.

Così dicendo, il Morone si licenziò, ripercorse l'atrio, e ridiscese

col servo, intanto che l'Elia Corvino aperto l'usciale entrò nella

camera indicatagli.

Entrato che fu, un altro servo gli si fece incontro dicendo:

--So chi siete, abbiate la bontà di aspettare, che a suo tempo verrò a

domandarvi. Ciò detto, lasciò solo il Corvino.

Questi, anzi che considerare le molte figure a fresco che decoravano

la vôlta di quella sala, cominciò invece a pensare a sè stesso, e a

quella specie di metamorfosi che in sì poco tempo egli avea subito.

Due anni prima, a Milano, le persone di maggior conto, colle quali per

lo più ei trovavasi in contatto, erano gli scabini del Collegio dei

Dottori, alle quali dava qualche grossa mancia perchè non ne avessero

a cacciarlo, siccome intruso; e le classi dov'egli trovava i suoi

migliori clienti, eran quelle dei vendarrostri e de' bruciataj. Ora

aveva indosso una magnifica cappa di velluto nero, la quale alterava

tutto il suo aspetto; quella tinta di mariuoleria plateale, che da

molto tempo gli si era svolta in faccia, appariva coperta a più mani

da una tinta di acume presidenziale: il _ludro_ insomma era scomparso

per dar luogo a Talleyrand. Intanto trovavasi in una delle più

sontuose camere d'uno dei più facoltosi romani, e, ciò che può far

stupire chicchessia, per parlare all'uomo che col proprio nome doveva

distinguere il suo secolo. La sfera delle sue speculazioni s'era

cangiata. Non trattavasi più del povero borghese che metteva nelle sue

mani la scarsa polizza perchè lo patrocinasse contro al creditore

insolvente; era uno Stato, una città, un popolo al quale in quel

momento egli doveva pensare, e di cui tra poco avevasi a far discorso.

La cosa è così, nè più, nè meno. Del resto, ella è tale, che il

Corvino medesimo se ne maravigliava.

E considerando la strana situazione in cui la fortuna lo aveva

messo, d'uno in altro pensiero, per quanto il suo grave buon senso

lo volesse trattenere dall'abbandonarsi ad eccessivi voli, pure

fece delle speranze che, s'altro non fosse, avevano il merito di

un'insolita audacia.... In questa s'era fermato innanzi al

finestrone ad osservare la vasta scena della campagna e del lago

che gli si distendeva dinanzi, men vasta certamente del campo dove

le sue speranze correvano a furia, ma tale però da fermare

l'attenzione di chicchessia.... Era da qualche tempo ch'egli se ne

stava immobile a contemplare quella splendida natura, e gli

effetti, per lui nuovissimi e interessantissimi, di un tramonto di

sole nell'Agro romano, quando, sembrandogli d'avere udito il rumore

di una porta che si fosse aperta, si volse.

Nella camera non v'era nessuno ancora, ma s'udiva il bisbiglio di

alcune voci nella vicina, dalla quale un momento dopo, spalancatosi

l'uscio da due servitori, un uomo passò in quella ove stava l'Elia

Corvino, e i servi si ritirarono.

Il nuovo personaggio non dava indizio di essere nè un camarlingo, nè

un maggiordomo, nè un segretario, ma non dava neppure nessun dato per

formare una congettura. Aveva in testa un camauro che in vero poteva

somigliar, per la forma, a quello di un papa, ma la stoffa e il colore

n'erano affatto diversi. Intorno al collo aveva un fazzoletto bianco

avvolto senza cura, indossava una breve cappa di sajo, e, ciò che più

dava nell'occhio, eran due stivali grossi di bulgaro che gli passavano

il ginocchio. Poteva parere nel suo complesso una foggia da

cacciatore.... ma qualche cosa vi mancava per osser completa. Nè

guardando al viso e alla corporatura del personaggio non vedevasi cosa

che menomamente potesse acconciarsi ai costumi di un cacciatore. Esso

cominciò a fissare l'Elia Corvino con quello stringere degli angoli

delle occhiaie, proprio a tutti coloro che sono affetti da miopia; gli

occhi che ogni tanto quasi scomparivano per quel lezio, erano

eccessivamente piccoli in proporzione della faccia larga, grassa e

paffuta. Tutto il corpo era notabilmente adiposo, e le mani grasse e

pienotte anch'esse. Con tutto ciò, guardando a quel volto e a quella

persona, c'era qualche cosa che, senza potersi nettamente definire,

ingenerava un involontario senso di rispetto, anzi di soggezione,

senso contro il quale, quantunque per brevissimi istanti, non potè

star forte neppure il Corvino.

Dopo un breve silenzio, e quando appunto il Corvino stava per

romperlo, il nuovo personaggio lo prevenne, e uscì in queste parole:

--Il Savelli e il Morone hanno parlato di voi a Sua Santità, ed è già

da qualche giorno che il vostro nome sta sul suo libro dei ricordi.

Egli sa che avete un progetto d'importanza da manifestargli e, a suo

tempo, vi udrà egli stesso. In questo momento però vogliate

manifestarlo a me, che sarà per essere la medesima cosa. Parlate

dunque con libertà e non omettete parola. So già, intanto, che il

vostro disegno ha per fine il miglior vantaggio della nostra cara

patria; io starò dunque ad ascoltarvi con molto interesse.

Al Corvino crebbe la voglia di sapere chi fosse il personaggio al

quale trovavasi in faccia, e intanto che lo stava esaminando parte a

parte, e lo fisava in volto coll'immota attenzione dell'indagine;

--Io credo, rispose, con modi così franchi e dignitosi da parer uomo

già da tempo avvezzo a vestir l'abito del _diplomatico_, io credo che

l'Eccellente Morone avrà detto anche a vostra signoria in che press'a

poco consisti il progetto mio?

--Me ne disse qualche cosa infatti; ma adesso desidero mi diciate voi

tutto da capo.

--S'egli è così, porrò dunque da canto i preludj inutili.

--È quel che voglio.

--Comincierò quindi con dirvi, ch'io fui per qualche tempo in Perugia,

e che vengo ora appunto da quella città.

--Va bene, e vi comprendo. Voi dunque avete veduto il Baglione?

--Non tanto lui, quanto le opere sue.

--E vi parvero?

--S'egli è vero che un tal uomo deve, finchè vive, pesare

continuamente sul povero suo popolo, senza che nessuno provveda a

purgare i tempi di una così atroce miseria, penso che la giustizia non

c'è più nè in cielo nè in terra.

--Il cielo vorrà farla a suo tempo... in quanto alla terra, potreste

aver ragione, ma.... continuate.

--Intanto che io moveva per quella città, e ad ogni canto vedeva i

segni della più mostruosa oppressione, io pensava tra me come sarebbe

utile, come anzi sarebbe santo il sottrarre una così bella città, ed

anche un così buon popolo, dalla ferocia di questo vecchio tigre....

quand'anche fosse d'uopo dell'aperta violenza.... quand'anche fosse

d'uopo passar sopra, chiudendo un occhio, su qualche patto

internazionale.... Allora ho pensato al diritto delle genti....

--Al diritto delle genti? uscì allora a dire l'alto personaggio con

significazione. È un banco d'arene molto incomodo il diritto delle

genti, e molte volte rattenne la corsa veloce di più d'una barca....

Non parliamo del diritto delle genti....

--Ho dunque pensato che uno spirito forte, a suo luogo e tempo,

dovrebbe anche saltarlo a piè pari. Il Baglione per non so qual patto

è padrone di Perugia, questo è verissimo; pure non trovando in ragione

una legge che stabilisca l'immobilità di un diritto avventizio a

distruzione di un altro che vanti la sua origine dall'imparziale

natura, penso che se fra i molti che hanno stato in Italia, e hanno

virtù più valide di quanto sta scritto in una polverosa pergamena, vi

fosse chi pensasse a togliere dal mondo una scandalosa ingiustizia che

si cela sotto le larve del diritto; penso, dico, che colui si

meriterebbe la benedizione di tutte le genti. Penserei poi che di

tutti gli Stati, il solo cui spetterebbe un tal carico, sarebbe questo

nel quale io sto....

--Voi parlate benissimo, e alle vostre ragioni difficilmente si

potrebbero contrapporne altre migliori; pure non basta, non basterebbe

nemmeno se anche il patto tra la Santa Sede e il signore di Perugia

non esistesse.

--Io non comprendo.

--È presto detto ed è presto compreso. Questo sarebbe il caso di una

guerra, e una guerra in questo momento è impossibile. Colui è ben

forte in casa sua e, alzando la voce, ridesterebbe, fino a Napoli, gli

echi di tutte le montagne degli Abruzzi, a provocare i latrati di quel

centinajo di migliaja che ci ammorban l'aria di questo bel paese,

peggio che quelle maladette Paludi Pontine. Una guerra.... in un'altra

occasione, sarebbe presto fatta.... ma adesso abbiamo troppa carne a

bollire, e per parecchi anni.... Abbiam Francia e Spagna, caro mio,

che ci fa pensare e ci tien desti a mezzanotte.... Dunque, se i vostri

scopi stanno qui.... mi rincresce a dirvelo.... ma per adesso converrà

che il vostro bell'ingegno se ne stia inoperoso.

--Io non ho mai inteso di parlar di guerra; mi è troppo cara la pace.

Vi dirò dunque che di tutto si potrebbe venire a capo senza rompere un

sol momento il sonno de' popoli, basta che taluno sappia

convenientemente spostare una sola pedina, e mettere sotto un piede,

finchè dura l'urgenza quel benedetto diritto delle genti.

Il personaggio incognito si mise a sedere, e interruppe il Corvino,

mostrando di avere a dir qualche cosa; si tacque però sul momento, e:

--Continuate, continuate pure con libertà, disse.

--Si parlò a lungo per l'Italia, e fu un plauso generale quando corse

la voce che il carbonajo di Ripetta, coll'astuzia più che colla forza,

seppe condurre in Roma il Grudio masnadiere, che fu poi decapitato, e

da nessuno si pensò mai ch'ella fosse una violenza.

--Questo è vero.

--Dunque, tornando al Baglione, s'egli non è più scellerato del

Grudio, non è migliore di certo, e se poi misuriamo la colpa in

ragione del danno, crederei che tutti i misfatti di quanti briganti ha

generato la Calabria non arriverebbero, sommati insieme, ad eguagliare

i neri delitti di Giampaolo. Considerate perciò, che bel decreto della

provvidenza sarebbe, se qualcheduno avesse l'astuzia del carbonajo di

Ripetta, e la voglia di metterla in atto per lui.

--E vi sarebbe un tal uomo?

--Penso che vi sarebbe.

--E poi?

--Mi spiegherò in due parole: l'uomo va a Perugia, le vertenze tra la

Santa Sede e il Baglione, siccome son molte, e intralciate e vecchie,

così potrebbe sembrar ragionevole il desiderio di venire a un

accomodamento. L'uomo dunque va a Perugia in qualità di commissario

della Santa Sede.... V'hanno lacci per lepri, per volpi ed anche per

tigri... d'uno di questi ultimi converrà far uso, e tosto si

troverebbe il modo di condurre così il Baglione in Roma.... qui....

non ci sarà da pensarci due volte.... Il Castel Sant'Angelo ha veduto

una popolazione di teste rotolare sul lastrico del secondo cortile,

un'altra dunque non gli sarebbe di troppo; ecco tutto.

Il personaggio incognito, a queste parole, si alzò, e dopo aver dato

di volta nella camera, lentamente e col capo basso, si fermò poi e

piantossi in faccia all'Elia:

--E sareste voi quell'uomo?

--Io presterei l'opera mia.

L'altro tornò a passeggiar di nuovo, e di nuovo si fermò:

--Voi mi consigliate una giustizia, ed è una giustizia di fatto, ne

sono convinto.... e se vi si concedesse un tal mandato, di

nessun'altra cosa la mia coscienza sarebbe tranquilla, come di

questa.... pure pel mondo potrebb'esser causa d'uno scandalo

inaudito....

E qui s'interruppe, per soggiugnere poi subito:

--Basta, ci penseremo. È tal cosa alla quale converrà pensarci tre

volte, non che una, e a lunghi intervalli l'una dall'altra, e

interpelleremo chi si dovrà interpellare.... Non temo gli audaci

partiti, disse poi, temo il mondo e i suoi giudizii.... Il mondo ha

una foggia sua di valutare le cose, e persuaderlo è arduo, credetelo a

me.

--Ci sarebbe poi da farvi un'altra giustizia, una giustizia privata,

pure non meno santa della pubblica.

--Di che si tratterebbe?

--Sapete come tra il Baglione e il Bentivoglio, già signore di

Bologna, abbian stretta una lega, primo pegno della quale fu il

sacrifizio di quella sventurata figliuola del Bentivoglio, che da due

anni è sposa del Baglione. Ella è la sesta moglie di questo infame

uomo; le altre tutte morirono di violenza, come portò la fama. Che

ragione di vita possa esser quella di costei accanto a così osceno e

truce vecchio ognuno può immaginarselo. Intanto io so, ch'ella va

consumandosi oncia oncia di crepacuore. È facile dunque a pensare

quanto sarebbe meritoria l'opera di chi, facendole morire il marito,

tenesse lei in vita e la difendesse contro una nuova violenza del

padre!...

--Del caso di costei me ne fu già parlato, e mi dolse già che non si

potesse far nulla per lei... pure codesta circostanza, per quanto

minuta, potrebbe esser quella da rendere sufficiente la somma delle

cause a farmi risolvere ad un passo; faremo dunque in modo che non mi

abbia a doler più per lo innanzi.... Per ora basta così.... quando

sarà tempo, avrete l'ordine di presentarvi alla Corte.... Adesso vi do

licenza.

Ciò detto, senz'altre cerimonie, si ritrasse e scomparve dietro

l'usciale, che subito si richiuse.

Il Corvino stato un poco sopra di sè pensando, chi mai esser potesse

quel personaggio, fu interrotto ne' suoi pensieri dal servitore di

camera che lo condusse fuori. A questo, nell'uscire, fu sollecito di

dimandare chi era l'uomo col quale aveva parlato, ma non ne seppe

altro, che il servitore disse che non gli poteva dir nulla, e lo

avrebbe saputo poi.

Ora è molto probabile che anche il lettore, attraversata velocemente

con noi la curva di questi due anni, desideri saper quel che sia

avvenuto in codesto tempo, e da quali cagioni sieno scaturiti gli

effetti di cui ha già intraveduto qualche cosa in barlume. È un fatto

intanto, pur troppo incontrastabile, che la Ginevra Bentivoglio se ne

sta a Perugia consorte di quel Baglione, sulla cui testa abbiamo

potuto accorgerci che stia per crollare qualche ciglione di montagna.

È un altro fatto che il Morone, entrato in sospetto di Francesco I e

de' suoi Francesi, invece di accettare la carica di governatore

statagli esibita, abbia stimato opportuno a sè ed al suo paese di

emigrare e recarsi in Romagna; sappiamo.... molte altre cose

sappiamo.... ma perciò appunto converrà aggiungere maggior luce al

pallido barlume di queste notizie.

E qui correrebbe l'obbligo a noi di raccontare alla spiccia quanto è

avvenuto, se alcune lettere del Palavicino medesimo, scritte

sparsamente in que' due anni allo Sforza e al conte Galeazzo Mandello,

non ci liberassero da questo officio.

Noi le riprodurremo qui, persuasi che il lettore, il quale di solito è

assai mal prevenuto contro ai raccontatori, darà più fede al

Palavicino, che scrive come gli vien dettando la condizione dell'animo

suo, delle sue cose, di quelle del suo tempo, che a noi che viviamo

tanto lontani da que' fatti.

Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana · 第 27 / 57 题