CAPITOLO VIII.

Licenziatosi così il Palavicino, e pensato se avesse dato ordine a

tuttociò che gli sarebbe abbisognato per il giorno successivo, si

ridusse anch'esso finalmente alla sua casa, eh'era in via a S. Erasmo,

contrada che ora non esiste più, ma che doveva, senza dubbio, trovarsi

lì fra quelle di Borgonuovo e dell'Annunciata.

Il giovane, nel far la via così solo, si sentiva nell'animo un peso,

un'arrovesciatura, una, a dir così, presaga tristezza che, a lui

medesimo, riuscivano assai strane. Era quella, per dir vero, la

vigilia dì un gran giorno; pure non era la prima volta ch'esso

trovavasi in simili contingenze; nè al mondo vi era uomo di lui più

coraggioso e men curante della vita, ma la cattiva condizione della

città sua, le parole che in quel giorno aveagli detto il Morone, alla

cui straordinaria conoscenza delle cose bisognava pur credere, lo

mettevano in gran pensiero.

Considerava poi come e quanto dall'esito della vicina battaglia,

dipendesse l'assoluta destinazione del resto del viver suo per quanto

spettava la figlia del Bentivoglio, signor di Bologna, il quale, se

Francia avesse trionfato, com'era a presumersi, mai non sarebbesi

indotto, nella speranza di più alti destini, a concedere la propria

figlia ad un semplice gentiluomo. Con questi pensieri giunse

finalmente alla soglia del proprio palazzo; ma qui, tentato da un

altro improvviso pensiero si fermò di tratto e fu a un punto di

rimettersi in via. Gli era entrato il desiderio di recarsi ad una tal

casa, dove soleva praticare la madre sua, a prender commiato ed a

ricevere la materna benedizione prima della battaglia. Considerando

però che innanzi a quella donna, alle parole, al pianto di lei, non

avrebbe potuto star saldo, e se ne sarebbe allontanato più tristo che

mai, fermò non farne altro, e senza più salì nel proprio appartamento.

Dati alcuni ordini al servo che gli faceva lume, ed esaminate con lui

parte a parte le sue armi, ch'eran già preparate, non avendo a far

altro, lo licenziò raccomandandogli gli entrasse in camera due ore

prima dell'alba, e si chiuse dentro disponendosi a buttarsi così sul

letto per quelle ore che rimanevano.

Allora, accostatosi così per caso ad uno de' finestroni che

rispondevano sulla contrada, ed erano aperti, gli giunse all'orecchio,

proprio dal piede del proprio palazzo, un barattar di parole frequente

e vivacissimo tra molte persone quasi si stesse a porre in consulto

alcuna cosa di gravissimo momento. Per essere l'ora ben tarda, e la

via tra le più remote e silenziose della città, si poteva intendere

benissimo qualunque cosa vi si dicesse; pure il Palavicino non vi

avrebbe già prestato orecchio, se l'importanza del soggetto non avesse

alquanto fermata la sua attenzione.

--Quel che oggi non è ben pensato, diceva uno tra gl'interlocutori,

non sarà fatto domani, credetelo a me, e se adesso non si piglia di

tratto il partito pel crine e dubitiamo ancora di porci al soldo de'

Francesi, e di strappare dal nostro berretto la penna di Ghibellino

non saremo per far mai cosa buona in vita nostra, e sarem sempre; quel

che or siamo, se per giunta non si andrà di male in peggio.

--Io per me il mio partito l'ho preso, diceva un altro; stanotte prima

che battano otto ore in castello, mi porrò in via fuori di porta

romana, e domani avrò la borgognata in testa e i gigli di Francia in

petto. Tant'e tanto uno di questi dì, dopo essermi guardato attorno

ben bene, nè trovando uno spiraglio, avevo già fermo lasciarmi andar

giù per l'Olona e finirla. I debiti son tanti, amici cari, che mi

vorrebbero dieci anni di lavoro e di vita allo stecco, per rimettermi

così sulle ginocchia, chè in piedi già non mi rimetto più. In quanto

poi al marcire nelle prigioni della Malastalla non me ne sento volontà

per adesso. Aiutati che t'aiuterò, e se non colgo questa

bell'occasione, io son rovinato per sempre.

--Io poi non ho nè debiti nè altro, entrava a dire un terzo; e se

volessi dire che mio padre mi dia scarso appuntamento, direi quello

che non è. E mio zio mi vuol pure un gran bene, ed ha un poderetto qui

fuori a tre miglia, con prati a marcita che rendono una bella

sommetta. E non è tutto; il padre di mia madre mi ha promesso la sua

casetta col cavalcavia a San Prospero, purchè mi faccia addottorar

presto e diventi un gran sapiente; ciò che tanto desidera mio padre e

lo zio, e mia madre anche. E cosa che fa poc'onore, e può anch'essere

una fatalità, ma io non la penso così; in prima quell'aria morta di

Padova è ancor più viziata di questa nostra, e le toghe dei professori

mi guastano il sangue; poi se penso all'eredità, sto fresco...è come

la terra promessa...ed io non mi sento di viaggiar quarant'anni,

perchè, in quanto allo zio, se non è gran fatto giovane, non ha però

un acciacco che prometta bene, e quantunque il nonno, se si guarda

agli anni, sia ben decrepito, pure a desinare si mangia ancora il suo

buon capponcello, e appoggiato al suo bastone di pino, fa tuttavia il

giro delle mura a piedi che è tutto dire. Dunque vedete, s'io non

vengo con voi domani, penso che a simil vita non si dura;

l'inspirazione non può esser migliore, tu saldi i debiti, e a chi

tocca tocca, ed io diserto casa, parenti, professori, e, viva

Dio!...Ma tu...che gran diavolo volgi in testa ora?...parla e

spacciati presto.

--Di che ho da spacciarmi io, per la Madonna! Il mio pensiero l'ho

detto, e sto sodo. La condizione mia vuol così, e tal sia. Vadasi

presto, e si faccia quel che si ha a fare... Già l'opera è bella

veramente, l'opera è santa: mettersi a mangiar lardo insieme a quei

bestioni di Borgogna, e tornar qui con loro a far man bassa sui nostri

senza modo e senza pietà. Oh! va benone...ma l'hanno voluto, lo

vogliono, e tal sia, ch'io non son già quello che possa cambiare il

mio destino maledetto... Ho moglie e figli che non han pane, e pel

fallito non c'è più credenza qui, no... Ma la recherò io la buona

credenza, e ci sguazzeremo, perdio! Presto sarò di ritorno qui, e la

vedremo... Dunque, come t'ho detto, sprechi il fiato a interpellarmi

me...

--E tu, continuava lo studente, volto ad un altro che mai non aveva

parlato, che cosa dici?

--Dico che ci ho bell'è pensato.

--E così?

--E così, verrò con te dimani.

--Bravo; ora sei uomo, ed io t'assicuro che ogni tuo danno sarà per

volgersi in bene.

--Sentite adesso: giacchè siam tutti d'accordo, prendiam tosto per San

Donato che sinchè si è qui, i pentimenti possono ancora guastare i

savi disegni.

--Ben pensato... Ma e voi, che state a far lì tutti d'un pezzo?...

Ohe! dormite?

--Per me ho promesso di venire al campo, e ci verrò, ma a un patto.

--A quale?

--Che di Francesi non voglio saperne, e starò pel duca.

--Bella questa... Ma sai tu perchè si ha ad uscire di città?

--Per tentar la fortuna, lo so benissimo.

--Ma la nostra fortuna, devi sapere, quella del duca non già, che si

starebbe freschi...

--Chi lo può dire?

--La cassa del duca che è vuota, lo dice.

--La città che per lui corre pericolo di fallire, lo dice.

--I signori che mal si comportano questo pazzo duca, lo dicono.

--Ma se gli Svizzeri che stanno per noi...

--Pel duca, vuoi dire.

--Ebbene sia...dunque dicevo...se gli Svizzeri vinceran domani, come

han vinto nel 13 a Novara, che avreste voi fatto?

--Un mal passo, no certo, che chi s'accosta alla Francia fa sempre

guadagno, e guardiamo il Trivulzio...

--Viva il Trivulzio!

--Certo, il Trivulzio, ed io non ci pensavo.

--Considerate ora voi che accoglimento ci vorrà fare il maresciallo.

--La nostra fortuna è dunque fatta.

--È fatta; non c'è più dubbio.

--E fa conto che tornerai presto, vestito da capitan borgognone, e

invece di corone col s. Ambrogio, piattonate a' creditori che ti

verranno dappresso colle solite noje.

--Ma il diletto di metter sossopra i banchi delle scuole del Calchi

dove il Calcondila mi ha fatto tanto dormire quando spiegava Omero,

credo lo lascierete a me solo.

--Presto dunque via di qui e in cammino, ch'io già mi sento arder

tutto d'un fuoco inusitato.

Nel momento che costoro, senz'altre parole, già si disponevano ad

allontanarsi di lì, svoltò il canto una figura lunga e magra, la

quale, a capo chino, a passo tardo, strascinando un bastone, presso a

poco nell'attitudine con cui Fingallo, perduta la battaglia, traevasi

dietro la lunga sua lancia, e se ne veniva innanzi radendo il muro del

palazzo.

Quando fu presso a quel crocchio di giovani, lo studente, osservatolo

così alla sfuggita e riconosciutolo, lo chiamò per nome.

--Ohe, Pierin da Sesto, buon'anima, dove vai tu così solo a quest'ora

e per queste contrade, dove non vi suol mai bazzicare anima viva?

Quella lunga figura stette così un momento senza parlare, poi rispose:

--Buon dì, e buon anno, caro signore; aspetto mezzanotte, e vado così,

non so io ben dove: ma sono in compagnia dei miei pensieri.

--Non mi sembra allegra gran fatto la compagnia; ma come va coll'arte?

--Di male in peggio, sempre un di più dell'altro, e tanto che stavo

ora appunto mettendo il partito d'uscir di qui, ove non c'è più un fil

d'erba, e andarmene altrove a cercar fortuna.

--Diavolo, siam già a questo punto?

--Sono tre mesi, caro signore, che la miseria d'una corona non ha

voluto entrarmi in saccoccia, e a quel poco che avea messo da parte

lavorando con maestro Bernardino, oggi per l'appunto ho dato l'ultimo

colpo, e domando io come s'ha a fare? Maestro Bernardino, se n'è

andato in giù infino a Parma, chè anche lui che è lui non trovava più

a far bene qui. Il curato di San Pietro all'Olmo che dilettavasi darmi

ogni tanto qualche tavola a dipingere, ora non mi da più che pareri e

consolazioni anche sin che ne voglio; ma dice che per adesso non ha

altro a comandarmi, che i Francesi son qui alle coste, e i proventi

dell'orto e della vigna quest'anno andranno in bocca al diavolo. Il

conte Beroaldo e il Gabaloita marchese, che mi aveano comandato

facessi loro qualche bel nudo, sono andati in villa, e chi n'ha

toccato n'ha toccato. Dunque vedete a che mal termine son io, e se a

Sesto non avessi mia madre, che è ben vecchia, il mio partito l'avrei

già preso. Ma come si fa?...

A tali parole si volse a lui quello tra i socii che sappiamo non aver

molto ben nette le sue partite coi creditori, e:

--Amico, gli disse, dammi la mano e ringrazia Iddio, che se le tue

saccoccie non hanno peso, pure c'è qualcheduno qui che può ancora

benissimo invidiarti. Dammi la mano, e pensa ch'io dovrei darmi

attorno una decina d'anni, Dio sa con che fatica e struggimento, per

ridurmi ad averne quanti ne hai tu adesso.

--Non vi capisco bene, caro signore, ma dovrebbero esser debiti i

vostri....

--Dovrebbero.... Tu dunque cercavi compassione ed hai trovato invidia,

ma ora volevo dirti, che se Dio manda i malanni, manda anche le

inspirazioni buone, ed è la tua fortuna appunto che t'ha fatto passare

per di qui stassera. Ed ora vedrò se posso darti un tal parere, quale

il tuo curato non ti avrebbe mai dato in mille anni.

--Io v'ascolto tutto pieno di speranze, caro signore, e dite pure.

--Vedi tu in quanti siam qui?

--Lo vedo benissimo.

--Siamo in dieci.

--È un bel numero.

--Tutti assai giovani, tutti benissimo in gambe, e tutti, se pure non

vuoi fare eccezione di questo bel giovane (e batteva la spalla dello

studente), al quale l'esser grande e grosso e pasciuto come una vacca

spagnuola, non impedisce d'essere poi leggero come una penna di

gallina; tutti, dicevo, gettati sgarbatamente dalla fortuna in mezzo

al mondo, felici e protetti come i ronzini del procaccia, o come i

botoli stizzosi di Bologna, a cui, ne' dì della canicola, si fa quel

trattamento che tu sai; galantuomini tutti ai quali è assai ben nota

la parrocchia ove si è stati battezzati, ma se in sajo o in cappa ci

corrà la morte, e quale de' quattro venti si porterà la polvere de'

nostri dieci carcami, è quanto sta ancora nascosto in un fitto bujo

che fa perdere l'allegria; tutta gente inoltre che vorrebbe esser

qualcosa di ben considerabile al mondo, ma che, fino ad oggi almanco,

è qualche cosa assai meno di niente, e non si può dire non siasi data

attorno con fatica cocente, che, per la pura verità, ne sentiamo

ancora i trasudori alla camiscia. Ma tu sai la storia de' quattro

apostoli in marmo di Viggiù che il Calzago scultore donò al comune di

Milano; sai che son corsi sei anni buonamente, e a quelle quattro

statue la compagnia del Breghetto non ha ancora saputo trovare una

nicchia, che non par vero; e intanto son là in piazza e su d'esse

piove, tira vento, nevica e tempesta, senza l'incerto di una quantità

considerevole di sassate, tanto che a quest'ora non han più nemmanco

il naso. Ebbene: guardaci ora noi, amico dell'anima mia, guardaci e

piangi a caldissime lagrime di pietà, che noi siam veramente il

ritratto al vivo di que' poveri apostoli e non abbiamo la fortuna

d'esser di sasso... Larghe spalle però, grossa pelle e coraggio, il

buon Dio non ci lasciò mancare; stamattina poi la provvidenza ha fatto

capolino, e così in barlume e a mezza bocca ci ha insegnata la via

maestra. Senza por tempo in mezzo, noi siam dunque in volta pel campo

francese a cercar fortuna.

--Pel campo francese?

--Così è, amico, e penso adesso che tu potresti fare il medesimo e

venire con noi. Di giorno menar le mani a buona guerra come gli altri;

di notte, a chiaro di lampione, ritrarre col rossetto in carta le

faccie lustre e violette de' caporali ubbriachi. La sorte che a te si

para innanzi è tale da perderci la testa dietro al solo pensarci, e

considera che que' baroni francesi han gigliati e fiorini d'oro a

staia e non la guardan pel sottile, e c'è anche il re che vuole un

gran bene all'arte. Soldato dunque e pittore, sbrigati presto e vieni

con noi.

--Quel che mi dite, mi persuade moltissimo, caro signore, e son tutto

tentato di venire con esso voi senz'altro; ben è vero che se resto sul

campo....

Qui la gioia che le parole del nuovo amico gli avevano messo in cuore

al primo, fu tosto annuvolata da un pensiero, onde soggiunse:

--Mia madre per altro non ha altri che me al mondo, e s'io non gliene

mando, vedete bene....

--Aiutati che Dio ti aiuterà, Pierin da Sesto, e vieni con noi, così

in poco tempo ne avrai messi insieme abbastanza da sostentare la madre

per tutta la sua vita.

--Ebbene, andiamo s'ell'è così, rispose.

Ma qui un altro pensiero gli si attraversò improvviso, e disse:

--È dunque al campo francese dove dobbiamo andar noi?...

--Dove vorresti tu? Diavolo.....Ma cosa pensi?

--Non penso nulla....ma, dico, come la facciamo col dovere e

coll'onore?

--Tu dici delle sciocchezze, Pierino; di che onore intendi tu?... Hai

tu detto il vero che ora sei secco affatto, e che tua madre aspetta?

Amico caro, credilo a me, che avrà un bell'aspettare la vecchia finchè

tu resti qui.

--Sia dunque come volete allora, disse il pittore risoluto, io sono

con voi.

Tutti si tolsero di lì.

Allorquando eran questi ancora nel massimo caldo della disputa, il

Palavicino, che ne aveva compreso quanto bastava, tutto agitato da

quel suo zelo ardentissimo pel paese e per gli Sforza, tentato, chi

sa, da che inspirazione, trasse il campanello e chiamò il servo.

Come questo si trovò nella camera, le voci dei giovani si udivano

ancora nella contrada abbastanza alte, e in ultimo quella di Pierino

da Sesto.

--Odi tu costoro? disse Manfredo al servo.

--Li odo benissimo.

--Senti questa voce? è quella del pittore Pierin da Sesto, che tu devi

conoscere.

--Lo conosco di fatto.

--Fammi dunque un piacere; va abbasso... aspetta... sento che si

allontanan già. Spicciati presto dunque, e va sui loro passi. Di' al

pittore che lo saluto, che ho bisogno di parlargli, che ne ho

grandissimo bisogno, e tosto. Va, e fa presto.

--Vo subito.

--Senti; avresti a tentare, se mai ti venisse atta una cosa; parlargli

così alto che t'abbiano ad udire anche i suoi compagni.... e se fosse

mai possibile.... di' insomma a tutti quanti che li attendo qui, che

vengano liberamente, e che.... conduci insomma le cose in modo che non

abbiano a rifiutarsi. Va, e fa presto.

Il servo parti.

Quando i giovani furon al canto della contrada e stavan già per

isvoltarlo, odono una voce:

--Messer Pietro.

Tutti si volsero, e il pittore per il primo.

--Il signor marchese vuol parlarvi, messer Pietro, continuava quella

voce, e v'aspetta su in camera.

--Il marchese?.... Oh sei tu? soggiunse poi il pittore a un tratto

come riconoscendo il servo. Come sta il marchese?

--Sta bene e vuol parlarvi; venite presto che non ci vorrà gran tempo.

Anche loro signori possono benissimo entrare, che il marchese li

conosce, e avrebbe bisogno dir qualche parola anche a loro.

--A noi? dissero ad una voce.

--Questo non può essere che uno sbaglio.

--Non è uno sbaglio altrimenti, vengano con me, che siamo a dieci

passi dalla casa, ed è cosa subito fatta.

Tutti si guardavano in viso molto perplessi.

--Come mai, entrò a dire uno di loro, il marchese può aver bisogno di

noi? e soggiunse poi subito rivolto al servo:

--S'ella è una qualche burla che tu ci voglia fare, ti avverto che

sarebbe in malissimo punto. Ben è vero che so chi è il marchese, e lui

mi risponderebbe di te. E così, disse poi a' compagni, volete o non

volete? Non ci bisognerà più d'un quarticello d'ora, e non è gran

perdita.

--Andiamo! via....ci vuol tanto?...soggiunsero tutti in una volta a

quelle parole, e senza più si accompagnarono al servo. Per dir vero,

la curiosità fu quella che più che altro li spinse fortemente a

seguire i passi del servo del Palavicino, d'altra parte poi non v'era

nessuna cagione che li potesse far timorosi dell'accostarsi al

marchese.

Così quei dieci giovani furono introdotti dal servo, l'uno dopo

l'altro, in una gran sala del palazzo. Colà vennero per disgrazia ad

essere rischiarati da una sfacciata luce di molte candele di cera

gialla che malissimo li raccomandava all'occhio dello spettatore e per

minuto potevasi analizzare la fisionomia, il carattere,

l'atteggiamento, l'abito di ciascheduno. Il nostro Pierino da Sesto,

alto, asciutto, magrissimo, spiccava assai bene in mezzo a tutti;

sulla di lui faccia più non apparivano neppure le tracce d'una certa

originaria bellezza, tanto era alterata dal color scialbo, al quale

aggiungevano una tinta ancor più patetica certe chiome castagne folte

e scomposte che fuori del berretto gli cadevano in disordine sulle

spalle. La scintilla dell'ingegno che di quando in quando non poteva a

meno di farsi vedere e di brillare nell'occhio, era quasi sempre

velata e soffusa di languore dalla miseria; e del resto, a primo colpo

d'occhio, guardando quella lunga e magra figura, non si durava fatica

a comprendere ch'era un'esistenza sostenuta a puro pane e latte.

Presso a lui quel giovane così esorbitantemente indebitato il quale,

per contrapposto, mostrava sul volto i segni di una floridezza, non

dirò verginale, ma generata bensì dall'assidua consuetudine di mangiar

bene e bever meglio, la quale però era tutto a scapito delle vesti,

talmente cenciose, talmente in mal essere, che la palandrana

grattugiata del pittore veniva a guadagnare moltissimo nel confronto.

Vicino all'uno e all'altro quel povero padre di famiglia che dopo la

terribile peripezia d'aver sculacciata la pietra de mercanti, per

tentativi che avesse fatti, non gli era mai riuscito di rifarsi un

momento, aveva i cenci dell'uno, e la tinta lugubre dell'altro, con

due sopraccigli irsuti in aggiunta che celavano a mezzo le pupille, le

quali movevano lente e gravi su d'un bianco reticolato di vene

sanguigne e sparso di colori biliosi. Gli altri tutti poi

partecipavano un po' del pittore, un po' dell'indebitato, un po' del

fallito, miscuglio di pallidume prodotto da astinenze involontarie, di

colori vivaci generati da intemperanze di contrabbando, di cenci

larvati da fogge signorili, miscuglio d'avvilimento, di sfrontatezza,

d'abbattimento, di coraggio. E a produrre un contrasto di tinte

certamente soverchio, il volto gioviale, fresco, paffuto, lucido dello

studente, le cui membra assai ben disposte e divinamente pasciute

erano coperte da un abito molto alla foggia in cui la ricchezza andava

di pari passo coll'eleganza.

Allorchè il Palavicino entrò nella sala, quei dieci galantuomini che

non sapevano veramente quel che si volesse, stettero aspettando in

silenzio ch'egli parlasse per il primo; intanto erano pure entrati

nella sala due camerieri con guastade di vino e tazze e calici, e

quando ad un ordine del loro padrone si mossero portando in giro i

bacili fra coloro che non sapevano trovar la ragione di tutte quelle

gentilezze, il Palavicino prese finalmente a parlare:

--Ho a domandarvi scusa di una cosa, amici cari, cominciò a dire.

Tutti si misero in attenzione.

--Stando nella mia camera ho ascoltato assai bene tutte le vostre

parole e tutti i vostri disegni. Egli è vero però che la colpa non è

già tutta mia, perchè le vostre voci erano così estremamente sonore,

che v'avrei udito anche all'altezza della torre. Avendo dunque avuto

sentore che intendete porvi in cammino stanotte medesima, non sarà mai

vero, dissi fra me, che costoro abbiano ad uscire di città senza

ristorarsi con qualche cordiale; però, dal momento che mi avete

onorato dei vostri segreti, spero che mi perdonerete se vi ho fatto

chiamar su e che vorrete onorarmi assaggiando il mio vino.

Tutti si guardarono in faccia maravigliati; il Palavicino allora fece

due passi innanzi, e si piantò in faccia a Pierin da Sesto, il quale

se ne stava immobile e alquanto impacciato:

--Dunque hai risoluto d'andartene anche tu, gli disse poi con un

accento pieno d'affabilità e di dolcezza; non so che dirti, le cose

qui ti vanno fieramente alla peggio, e col danno della tua città, ti

potrai rifare assai bene. Io non posso che lodarti.

Qui fece una pausa, poi soggiunse:

--Egli è gran tempo, amico, ch'io ti conosco... Qualche anno fa,

trovandomi a caso col Luino, e il discorso essendo caduto su te, me ne

disse cose grandissime quel bravo maestro, e mostrandomi alcune tele

che tu eri venuto lavorando, mi assicurava che Iddio t'avea dato così

mirabile ingegno, che il divino Raffaello forse avrebbe avuto un

grand'emulo a questi dì. Sia dunque benedetta la donna che ti ha

partorito. Pure avrei a dirti qualche cosa....

Qui fece una seconda pausa, e ricominciò poi così:

--Passerà un secolo, caro mio, più di uno ne passerà, e Dio sa quanti,

l'un dopo l'altro, e le tue tavole avran prezzo sempre maggiore in

ragione di tempo. Coloro poi che vivranno in quelle remote età,

osservando i prodigi del tuo pennello, non finiranno di fare le

meraviglie; questo è certissimo. Tuttavia la lode non verrà affatto

sola. Peccato, dirà taluno, che a tanto ingegno venisse compagna così

turpe viltà, giacchè avete a sapere che costui ha preso l'armi al

danno del proprio paese; e forse colui che parlerà di tal modo, colto

da un impeto d'ira, sarà tentato di rompere e distruggere il lavoro

del mirabile pennello dicendo: non è giustizia che di costui ancora si

perpetui l'infame memoria. Credilo a me, Pierino, anche questo potrà

darsi.... Tuttavia bevi e ti prepara al viaggio.

Il pittore chinò la testa, avvilito e costernato, senza sapere cosa

rispondere; ma il fallito che gli stava presso e ch'era uomo

facilmente irritabile, e portava un astio cordiale a tutti coloro che

godevano d'una certa prosperità, a quelle parole del Palavicino che

gli parvero stranissime, si diede a passeggiare per la sala con poca

soggezione e meno rispetto, e parlando ad alta voce come se

discorresse tra sè, con un certo suo fare beffardo insieme e iracondo:

--Parla bene costui, diceva. Io vedo qui arazzi d'alto liccio,

stupendi scrigni e tavolieri e ripostigli d'ebano intarsiati d'agate e

lapislazzoli che è una maraviglia, sgabelli di quercia intagliati in

oro con cuscini di velluto d'Utrec, nè si sbaglia a dire, che questi

tappeti sono delle fabbriche migliori di Aquisgrana e d'Osnaburgo; me

ne intendo benissimo io. E se adesso fosse inverno, su per la cappa di

quel camino così ben ornato di puttini e fogliami, e così zeppo di

stemmi araldici, crepiterebbe l'acuta e lunga lingua d'una fiamma a

spandere un soave tepore per tutta la sala. Ora capisco che ha ad

essere assai comodo e dilettevole il dar consigli e ammonizioni altrui

quando, in cuna, la comare ci adagiò sulla mortadella, e penso che a

me pure fioccherebbero i buoni pareri dalla bocca facili e abbondanti

come fontane e ruscelli in tempo di primavera. Del resto, caro signore

(e qui si piantò in faccia al Palavicino), se questo povero e buon

diavolo, al quale la fame non porta un rispetto al mondo, per quanto

il suo ingegno sia grande, corresse a furia stanotte per la città

gridando: signori e signore, ecco un quadro stupendo per due pagnotte

di segala; è probabile che ad ingannare il digiuno gli toccherebbe

ancora di por la testa sotto la paglia, giacchè non credo che le

coltri migliori sieno le sue.

Il pittore continuava a tacere: le parole del Palavicino lo avevan

punto così al vivo e nella parte più sensibile dell'anima, che i suoi

occhi si erano numiditi d'un pianto amaro.

Il Palavicino se ne accorse, e accostandosi a lui e mettendogli le due

mani sulle spalle:

--Costui non ha parlato male, gli disse; i tuoi concittadini ebbero

davvero un gran torto nel lasciarti senza lavoro tutto questo tempo;

però, siccome le mie parole furono troppo acerbe, così avrei già

pensato all'emenda. Qualche anno fa anch'io mi son trovato in

durissima condizione, amico mio caro, e a quattrocchi ebbi anch'io a

far dialoghi ben lunghi colla miseria, che mi si strinse alle costole

con forti e duri argomenti, e tentò persuadermi ad azioni poco belle.

Ma allora ci fu mia madre che pregò per me, e venutomi un forte aiuto

mi riuscì di rimanere illibato. Ora tocca a te, amico caro, e in

questo momento medesimo, te ne accerto io, la vecchia tua madre, di

cui tu sei così tenero, ha fatto la sua preghiera, e l'aiuto è assai

presto. Se dunque altro non cerchi che di lavorare, tu mi ritrarrai in

una gran tela la battaglia che sta per succedere, e perchè

l'inspirazione non manchi ed il tuo abbia ad essere un capolavoro,

combatterai tu pure con me domani. Stassera intanto ti sborserò

anticipatamente quanti gigliati vorrai tu, e comunque sia per esser di

noi, tua madre non avrà mai più a languire.

Il pittore stette un pezzo attonito a guardare il Palavicino, e per

quella sua natura fìsica così debole ed estenuata dal disagio e dallo

scarso sostentamento, essendo facilissimo alla commozione, non potè

dominarsi così che non desse in lagrime. Del resto gli mancarono le

parole a ringraziare il marchese.

Ma al Palavicino si volse in vece sua alquanto calmato il bilioso

fallito, e:

--Parlate voi da senno, gli disse.

--Perchè ne dubitate, messer Giorgio dei Nocenti?

--Giorgio dei Nocenti.... Ma in che modo sapete voi il mio nome?

--La storia sarebbe lunga, ti basti dunque ch'io sappia il tuo nome.

--Perdonate, caro signore, ma questa è pure la prima volta ch'io vedo

voi.

--Ed io la seconda che vedo te... Vi fu un tal giorno, amico mio, che

in Milano, due uomini erano infelicissimi forse del pari...tu eri uno

di questi, io l'altro.... Correva il 12 e si era ai 30 di marzo....

Leggo già nella tua faccia che tu non hai dimenticato quel dì.... Ma

io pure lo tengo a memoria. I trombetti de' mercanti annunziavano il

sequestro di tutto quanto avevi al mondo, intanto ch'io vagolava per

la città senza casa e senza mezzi, cacciato, disperato. Non ho

vergogna a dirlo, no, tu allora non hai veduto me, avevi altro a

pensare...ma io ti ho veduto bensì e ti ho compianto... Peccato che

quanto hai tu adesso sul nudo palmo, tanto io possedessi allora, che

forse non avresti avuto a sentire il duro rifiuto di quell'uomo

spietato del conte Ferrandi.

A questo nome, sulla faccia del fallito si stese un nuvolo ancor più

nero de' soliti, poi soggiunse:

--Signore, non mi state a parlare di colui, solo a nominarmelo mi si

guasta il sangue... Trattavasi della mia vita, caro signore, della

vita de' miei figliuoli si trattava, e colui mi ricusò allora quanto è

solito a spendere in un voluttuoso quarto d'ora.

--E permise che tu, uomo onorato, fossi posto tre volte sull'odiosa

pietra. Vedi che la tua storia io la so, ma allora m'accorsi ch'era la

prosperità quella che teneva chiuso il cuore di quell'uomo, e ch'io

sentiva pietà della tua miseria, perch'io era miserabile al pari di

te; benedetta la miseria dunque, benedetta la sventura se tanto può; e

benedetta la sorte che t'ha condotto da me in questo momento.

Qui fermatosi a guardarlo attentamente:

--Tre anni fa, soggiunse, brillava la salute sul tuo volto giovanile,

ed ora tu non sembri più quello. So cosa vuol dire, ma a tutto c'è

rimedio a questo mondo, e quando tornerai a casa, dirai a tua moglie e

ai tuoi figli, che bollirà ancora del buon brodo nella loro pentola.

Domani per altro anche tu sarai dei nostri, e comunque sia per esser

di noi, alla tua famiglia sarà provveduto in ogni modo.

A queste parole la faccia burbera e sconvolta di quell'uomo s'era

venuta a poco a poco spianando, e il suo occhio bilioso e come iterico

era divenuto rosso empiendosi di lagrime.

Durò il silenzio per qualche tempo. A un tratto il Palavicino si

staccò da lui, e girò lo sguardo fra tutti coloro che lo stavano a

guardare attoniti essi pure e oltremisura commossi.

--Ora, quel che ho detto a questo amico mio carissimo, io dico anche a

voi tutti. Ho potuto accorgermi che in fondo voi amate il bene del

vostro paese, e i suoi nemici sono pure anche i vostri, e se per

rimediare alle miserie, v'inducevate ad unirvi con esso loro e a

tradire voi stessi, facevate tuttavia uno sforzo faticosissimo

dell'animo, e colle belle parole e le celie e le risa che non

bastavano a togliervi l'amaro in bocca era inutile il vostro tentativo

di far tacere il pungolo segreto. Ora ditemi con libertà quel che vi

abbisogna ad uscire di travaglio, ch'io confido di potervi benissimo

soddisfare, e mi chiamo anzi fortunato ch'io sia quel tale che v'aiuti

in quest'occasione. Del resto, se domani vi dà l'animo d'affrontar

pericoli, vogliate uscire con me al campo, ma in difesa degli Sforza

nostri signori, e contro Francia sino alla morte.

--A te poi, e si volse allo studente, io non ho nulla a dirti; a te è

concesso far quello che più ti aggrada, nè io vorrò spendere neppure

una parola sola a consigliarti quel che sarebbe il meglio. Se costoro,

e additava gli altri che gli stavano d'intorno, fosser mai stati

colpevoli anche di un delitto, comprendi tu, anche d'un delitto,

sapendo bene da che duro persuasore eran stati sospinti, ben

volontieri io avrei loro gettato un panno perchè tosto coprissero il

marchio vergognoso, e tosto pensassero all'emenda, e in ogni modo io

li avrei aiutati come avrei saputo meglio. Ma tu...tu non devi far

altro che uscire e unirti alla Francia, che già non sarai quel tale

che faccia il suo vantaggio. Esci dunque, e va pure, che sarai sempre

la disperazione de' tuoi, che vorrebbero far di te un onest'uomo, e lo

zimbello di coloro a cui tu pretendi di venire in aiuto. E in quanto

alla patria; è assai meglio ch'ella ti perda, anzichè ti trovi. Lo ha

detto il senno di quest'uomo, (e battè la spalla del giovane

indebitato che se ne stava a bocca aperta), la tua testa è leggiera

come la penna d'una gallina.

Il giovane studente, la cui natura era stata viziata dalla soverchia

indulgenza della madre, della zia e dell'avolo, nè mai aveva sentito

un sol rimprovero in vita sua, fu scosso da quelle dure e beffarde

parole del Palavicino; fu quella la prima volta che si senti

fortemente conturbato nell'animo dallo sdegno e dalla vergogna, fu una

rivelazione di cose che gli erano al tutto ignote, e fu così potente

rivelazione, che la sua faccia, abitualmente giovanile, si rialzò

tutta stravolta e infocata per lo degno, e:

--Giacchè me lo dite, tosto uscirò di qui, rispose, ma vi rivedrò

domani, in ogni modo vi rivedrò. Voi mi direte il numero de' baroni

francesi che avrete uccisi... Io vi dirò i miei...faremo la somma. Ciò

detto, senza attender altro, volse le spalle al marchese e partì di

furia.

Il Palavicino sorrise a quelle parole e a quello sdegno, poi, come fu

uscito:

--Non avrei creduto, disse, ch'egli si tenesse nascosto tanto fuoco.

Basta, vedremo.

E stato qualche poco sopra di sè:

--Ora spacciamoci, soggiunse; noi dobbiamo stassera aggiustare i

nostri conti, e la notte si fa alta. Compiacetevi dunque di seguirmi.

Lo seguirono infatti in un suo gabinetto dove rimasero con lui una

mezz'ora buonamente. Quando uscirono, le loro fronti raggiavano di un

contento certamente straordinario, perchè qualche cosa d'insolito

pesava nelle loro saccocce. Allora il Palavicino li accompagnò fin sul

pianerottolo dello scalone stringendo la mano a ciascheduno, e

ripetendo spesso quasi per abitudine:--Domani all'alba alla porta del

castello,--diede loro la buona notte, e si ritirò intanto che quei

dieci giovani, a saltellone, discesero per la gran scala del palazzo.

Alcuni momenti prima il tetro bisogno loro aveva fatto sentire che per

rifarsi, non c'era altro mezzo che d'accostarsi alla Francia, e

quantunque conoscessero assai bene la turpitudine di quel disegno, la

miseria, ingegnosissima, aveva popolato la loro mente di un così gran

numero di sofismi, che essi, studiandosi ad esagerare il bene che

Francesco avrebbe fatto alla Lombardia, avevano trovato il modo di

conciliare il proprio vantaggio con quello del loro paese, talchè

prima di trovarsi innanzi al Palavicino, erano riusciti a convincersi

bastantemente che il loro disegno aveva la sua parte di generosità.

Ora, come fu tolta la causa che aveva generato que' torti

ragionamenti, subito anche questi si dileguarono; tosto che la miseria

ebbe cessato di preoccuparli, parve a loro di una schifosa bassezza il

partito a cui si erano appigliati, e ragionando tra loro, e

vergognando, non facevano che benedire la liberalità del giovane

Palavicino, e a profferirgli, per rimeritarlo, anche la propria loro

vita, se mai fosse venuta l'occasione.

Il Palavicino intanto, ritrattosi nella sua camera, ripensando a

quella strana combinazione per cui aveva potuto guadagnare dieci

uomini alla causa degli Sforza e della Lombardia sottraendoli alla

miseria, egli se ne godeva in sè stesso assai più che i beneficati

medesimi.

La voluttà dei riabilitare un'esistenza coi tempestivi soccorsi, di

ritornare la tranquillità nell'animo di chi già disperava di tutto, è

la suprema di cui gli uomini possono godere, è quasi una seconda

creazione.

Ma per goderne occorrono troppo rare e squisite qualità di cuore e

d'ingegno, e un simile fenomeno si riduce ad esser cosa così fuori

delle regole e delle abitudini più consuete, che noi temiamo possa mai

venir messa in dubbio la liberalità dei giovane Palavicino, e, ciò che

sarebbe ancor peggio, tacciata di pazzia e multata di ridicolo.

Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana · 第 19 / 57 题