Non faceva ancora la prim'alba, ed era un cielo terso e lucentissimo
del mese di settembre. Il silenzio della notte continuava tuttavia,
quel silenzio particolare interrotto spesso da un vasto fremito
generato o dal passaggio di venti improvvisi, o dallo stormire di
estese masse d'alberi, o da rumori lontani, che prolungandosi di luogo
in luogo, vanno a spirare nei recinti delle case.
Nella contrada di S. Erasmo, spopolata e silenziosa anche a di chiaro,
non era indizio che abitasse anima viva, e solo ogni mezz'ora si
sentiva rimbombare in quella quiete il martello dell'orologio
dell'Annunziata.
Quando questo ebbe battuto dieci colpi, cominciò a partir qualche
rumore dal palazzo del Palavicino, indi voci indistinte e nitriti di
cavalli che risuonarono per tutta la contrada, e dopo qualche po'
d'ora, lontan lontano s'udì come un rumor sordo di ruote scorrenti, e
via via anche un trotto serrato, che s'andò sempre più avvicinando,
sino a che svoltando dal Borgo Nuovo, e facendo rimbombar
l'acciottolato, una carrozza, o meglio una lettiga a ruote, che fu la
prima forma di cocchio che i Francesi avevano introdotto in Italia,
non facevano allora molt'anni, andò a fermarsi innanzi al portone del
palazzo del Palavicino.
Il servo, saltato a terra, battuto un colpo di martello alla porta,
che subito venne spalancata, tosto si volse a stirar la cortina della
lettiga, e diè il braccio a discendere ad una donna. Alcuni famigli
del marchese, che erano usciti sulla soglia, conosciuta la signora,
con grandissimo rispetto le si levarono di berretta.
Era dessa la madre di Manfredo.
A vederla così al primo poteva mostrare poco più di trent'anni, e solo
ad avvicinarla e a guardarla per minuto le si dava un'età maggiore,
per quanto fosse ancora attraente la sua non comune bellezza, alla
quale dava un particolare carattere un certo pallore patito: e una tal
quale rilassatezza di portamento. In quella mattina poi aveva il volto
visibilmente scombujato, come per pianto recente. Vestiva una gran
roba di velluto nero, e in testa aveva una cuffia parimenti di un tal
velluto orlata di teletta d'argento.
La signora dimandò:
--È in camera mio figlio?
--È su in camera che sta armandosi, rispose un famiglio.
A queste parole, la signora fece un moto indescrivibile; presto salì
lo scalone, e senza attendere che i servi la precedessero ad aprire
gli usci, di una in altra camera giunse in quella di suo figlio.
Stava questo in quel momento adattandosi la corazzina; e quando,
sentendo aprir l'uscio, si volse, rimase così impacciato e sconcertato
vedendosi innanzi sua madre, che ella se ne dovette ben accorgere.
Ci fu qualche momento di silenzio e d'esitazione, ma infine, troppo
rincrescendo al Manfredo ch'ella si amareggiasse stimandosi mal
accolta:
--Non vi avrei già aspettata a quest'ora disse... jeri sera fui
tentato di venire dai Beroaldo per vedervi.
--T'ho aspettato infatti fino a mezzanotte, tanto ero certa che ci
saresti venuto; ho lasciato che ciascuno si partisse, e vi rimasi
assai tempo ancora colla sola contessa, che pure ti aspettava; ma pur
troppo ho dovuto dire fra me stessa: stavolta il mio Manfredo si è
dimenticato di me.
Il giovane non rispondeva.
--E così venni a casa colla desolazione nel cuore; tuo padre e i tuoi
fratelli mi aspettavano impazienti, perchè confidando nel mio buon
Manfredo, loro aveva promesso che ti avrei persuaso a rimanere...
pensa or tu come mi furon tutti contro, indispettiti e sdegnati,
quando mi videro tornare così confusa e senza parole. Tuo padre, che
vede disperata in tutto la condizione degli Sforza, trema per sè e per
la sua casa, e pensa che la tua ostinazione porterà l'ultima rovina a
tutti noi. In questi ultimi dì fu sempre così torvo e agitato e
terribile, ch'io non ho avuto un'ora, un momento solo di quiete. Ma
quando i tuoi fratelli gli replicarono l'incomportabile rimprovero,
che avrebbe dovuto rimaner vedovo il resto de' suoi dì, che con me
recò la sventura nella casa, l'ira lo trasportò, le sue parole
traboccarono, tutte le sue imprecazioni vennero a cader su me.
Il giovane a tali parole si fe' tristissimo.
La signora stette guardandolo un pezzo, poi riprese:
--Hai tu dunque risoluto?
--Che cosa risoluto?
--Che tu combatta quest'oggi contro i Francesi?
--E ciò mi domandate? ma voi lo sapete pure. Quel ch'io pensavo a
diciott'anni, anche oggi penso con quel fervore medesimo, e più. E
ch'io debba combattere quest'oggi, è mio destino.
--E il mio è quello di viver sempre in affanno e di non aver mai una
consolazione da te; ma, per carità, ascoltami, il mio Manfredo. Io non
ho mai veduto tuo padre così inclinato, come oggi, che l'ho lasciato
con qualche speranza, a dimenticare, a perdonar tutto. Non lasciarti
sfuggire quest'occasione. Potrebbe non venire mai più, e lui altro non
vuole se non che tu non combatta quest'oggi contro i Francesi, e
rimanga in città... e tutto è finito, ed io sarei la più felice di
tutte le madri.
Manfredo crollava il capo e pareva inquietissimo.
--Senti... tuo padre ti ha duramente scacciato per questa ostinazion
tua... e ti ha maladetto.... Tu non ci hai colpa... lo so, tutti lo
sanno. Ma la maledizione di un padre è terribile, il mio povero
Manfredo, e viene il dì....
Il giovane si scosse a queste parole, e un misterioso raccapriccio gli
tramestò tutta l'anima. Accorgendosi poi che la sua volontà quasi
subiva la influenza di quel raccapriccio, indispettito di lasciarsi
così sopraffare, e in quel momento, e per sua madre, tant'ira lo
prese, che non bastò a dominarsi, e proruppe:
--Questo era il dì veramente, e l'ora opportuna per venir qui ad
arrovesciarmi l'anima. Io aveva procurato scansar tutte l'occasioni
per non veder voi innanzi a quest'ora, che già troppo m'immaginava i
vostri soliti, perpetui, insopportabili pianti; ma voi, no, non lo
avete voluto, e siete venuta qui pel mio malanno e pel vostro.
E misurando a gran passi la camera, l'impeto dell'ira sua appariva
assai più dagli atti che da quelle parole medesime. Ma in quella foga
sguardando un istante, e vedendo sul volto di quella donna soave di
sua madre, un'attonitaggine accorata, un'avvilita sommessione, quasi
fosse un suo soggetto intimorito dagli strapazzi e dalle contumelie,
sentì come un rimorso e uno spavento repentino, rimorso che gli fece
cadere a un tratto lo sdegno, gl'inspirò più forte che mai la
tenerezza per sua madre, e gli sconvolse tutta l'anima d'una
compassione che lo faceva tutto tremante. E' si fermò di tratto in
prima, poi lento lento s'accostò alla madre e, stato un istante
perplesso, le gettò le braccia al collo con una dimestichezza ingenua
e abbandonata, che ricordava i suoi atti infantili, e stette così a
guardarla senza dir altro. Allora la tenera donna, sentendo in quel
punto tutt'in una volta l'effetto e dell'ira e della tenerezza del
figlio suo, stette tuttavia attonita e immobile senza parlare, senza
nemmeno guardarlo in viso. Ma dagli occhi lente le sgorgarono due sole
lagrime, di quelle lagrime piene di passione che le promovono a
dirotta in chi le osserva.
La somiglianza quasi perfetta di que' due volti, pallidi ambidue,
sbattuti e atteggiati al dolore; quella madre ancora giovane, ancora
avvenente, abbracciata dal suo unico figliuolo, con quell'atto d'amore
insieme e di venerazione, avrebbero al certo fatta una impressione
particolare in chi che sia li avesse veduti in quel punto. Stettero
così in silenzio per qualche tempo, quando la madre:
--Ora ho a parlarti di una cosa, esclamò, di una cosa che importa
assai, Manfredo; e stata un momento sopra di sè perplessa, soggiunse:
la figlia del Bentivoglio mi parlò di te.
Il giovane non aveva mai dotto nulla di quell'amor suo alla madre, por
ciò rimase assai maravigliato e scosso a quello parole inaspettate,
Ella se ne accorse, e continuò:
--Io so tutto, Manfredo, e da lei stessa lo so. Ieri sera, avendo ella
saputo, non so come, ch'io era colla contessa, per gli orti che
congiungono il palazzo dei Beroaldo col suo, di nascosto di suo padre
e con grandissimo suo pericolo, come mi disse poi, entrò nelle stanze
della contessa per parlare a me, e le parole e gli atti di quella
fanciulla furono così ingenui e sinceri, ch'io dovetti abbracciarla e
baciarla come se fosse mia, e l'amo adesso come amo te.
Il Palavicino, sentendo sua madre a parlare in tal modo della
Bentivoglio, si sentì agitato da una tenerezza e da una gratitudine
così viva per quella donna, che si mise a guardarla estatico, quasi
fosse una cosa straordinaria, una cosa santa, e non trovava una parola
per rispondere.
--Non avendo dunque il modo di parlare a te stesso, continuava la
madre, appena seppe ch'io era dalla contessa, come dicevo, e riponendo
ogni fiducia in me sola, quella povera tribolata venne a raccontarmi
l'improvvisa sua sventura.... bisogna dunque che tu non esca di città,
che tu rimanga qui domani.... il padre le fa forza, e tu devi
conoscerlo, ed ella è costretta a delle nozze abborrite.... e l'uomo
che la deve sposare è già qui. Egli è dunque anche per questo, anzi
per questo particolarmente che sono venuta da te stamattina.
Il Manfredo, a tali parole, non fece un movimento, soltanto guardava
in viso a sua madre, attonito, soltanto le labbra gli tremavano
visibilmente.
--Ella mi raccontò in fretta ogni cosa, chè il tempo le mancava, e
tremava di paura. Mi disse che sperava nel tuo aiuto, che sola, non
gli basta l'animo a nulla, e teme il padre. Vedi dunque che il bisogno
stringe, e che si vuole soccorrerla. Quando mi disse chi era l'uomo
che ha da sposarla, io temetti volesse morirmi tra le braccia, tanto
le fa orrore quel tetro uomo del Buglione.
A questo nome parve che al giovane si scomponessero le fattezze in un
tratto, pure continuava a guardar la madre con occhi spaventati e
mille parole gli vennero in furia sul labbro, ma il labbro gli balbutì
e gli fu impossibile di parlare. Pareva come oppresso da qualche cosa
che avesse chiusa dentro di sè, e volesse prorompere con violenza e
non trovasse la via.... scoppiò finalmente quasi in un grido.... e si
cacciò ambidue le mani fra i capegli, con quell'atto disperato che fa
l'uomo quando gli entra l'orribile persuasione che per lui non v'è più
scampo.
La madre intanto lo guardava spaventata, e giacchè prima d'entrargli
in camera aveva pensato non manifestargli subito quella trista
novella, e solo l'aveva fatto quando s'accorse che in altro modo non
le sarebbe riuscito vincere la sua ostinazione e trattenerlo in città,
ora quasi se ne pentiva, ed era tutta contristata, e pensava al
miglior modo di placare quell'ira e quel dolore.... ma quel dolore
proruppe:
--Dunque è vero, uscì a dire Manfredo con un accento in cui l'ira
sentivasi già soverchiata dall'accoramento, dalla tenerezza, da
quell'affanno che ha bisogno di stemprarsi in lagrime.... è dunque
vero che l'uomo osceno s'è ancora aggrappato all'orlo del suo sepolcro
e n'è uscito vivo, ancor vivo.... per la rovina mia.... per la
disperazione di quella povera sfortunata fanciulla...
E passeggiava a gran passi prendendosi le vesti, contorcendosi le
mani, mandando gemiti interrotti, come se un acuto, insopportabile
tormento gli serpeggiasse nelle carni, non gli concedesse requie. La
madre allora gli si accostò, e con una grazia sollecita e piena
d'affetto gli pose una mano sulla spalla:
--Manfredo, disse poi, le cose non sono al punto che tu debba
disperarti così.... non v'è nulla ancora di perduto,... io venni ad
avvisarti di ciò appunto, perchè spero, perchè voglio veder felici te
e quella povera fanciulla.... e in ogni modo, io farò quello che a
nessuno non darà mai l'animo di fare.... spera....
Il giovane si fermò, tutto commosso di gratitudine e tenerezza, e a
quelle provvide parole, lo spasimo che gli era derivato da un'orribile
certezza, tornò a stemprarsi nelle oscillazioni del desiderio e della
speranza.
Cessò l'ira, cessò l'orrore; solo rimase l'affetto per sua madre e per
la fanciulla, il quale ora appunto ch'era nato quell'ostacolo crebbe a
tal punto, che la stessa tenerezza gli generò un altro spasimo, e
tanto trasporto lo prese, che fu per gettarsi ad abbracciar le
ginocchia di sua madre. I suoi caldi pensieri volavano allora dalla
madre alla fanciulla con una vicenda fervorosa e continua.
E qui cominciò a non ricordarsi più nè dello Sforza, nè dei Francesi,
nè della battaglia. Altro non vedeva innanzi a sè che quelle due care
donne.
La madre che lo teneva abbracciato, standogli tanto in sul cuore che
non uscisse al campo, e ancora dubitando, dopo qualche momento:
--E così, gli domandò, possiamo sperare che tu ci esaudisca? vorrai tu
finalmente rimandar consolate me e quella fanciulla infelice?
Il giovane si scosse, fece un volto compunto: l'impeto di una passione
inestimabile gli mise le parole sulle labbra.
--Oh non partirò, non partirò. State tranquilla, non partirò....
voi.... lascierete finalmente, e per sempre, quella infame casa dove
vi si fanno patire le angosce dell'inferno. Abbandonerete il rigido
inflessibile vecchio, e verrete con me.... e con quella sventurata
fanciulla.
E alzando a gradi a gradi la voce come l'eccitava la commozione:
--Oh non speri d'averla, il Baglione. Rimanga nella sua dura e superba
solitudine il padre, la fanciulla verrà con me, con me e con voi. Ce
ne andremo insieme una volta, e per sempre, dove migliori destini ci
guideranno. Io, lo giuro per l'anima mia, io non ho altri al mondo che
voi due sole, e piuttosto che abbandonarvi, non so quel che farei,
povere donne mie, non lo so!
Così dicendo, come spossato da quel convulso anfanamento, si gettò a
sedere prendendo la mano di sua madre a farsela seder vicina, e
appoggiandosi a lei e abbracciandola, per effetto dell'immaginazione
infervorata dall'amore, gli pareva, sotto a quell'abbraccio di sentire
e toccare anche la soave figura della Ginevra.
E, cosa strana e incredibile, quello zelo così costante in lui per le
cose della città sua, per la causa degli Sforza, il cui vantaggio
aveva sempre desiderato colla foga d'una passione, furono in quel
punto rintuzzati e vinti da quella tenerezza casalinga, la quale or
sembrava a lui la più desiderabile, la più santa fra tutte le umane
cose, ed era maravigliato anch'esso che tutto il resto gli sembrasse
ora così vacuo, e peggio; e incontrandosi coi pensieri, che scorrevano
rapidissimi, in quella floscia ed effemminata figura del duca
Massimiliano, non gli parve più cotanto sprezzabile, ed ora che il
Baglione era venuto a rompere duramente la pace sua, vide che in
quelle ingenui gioie di famiglia, in quelle pure corrispondenze
d'amore e di pace, c'era una voluttà ed un incanto potentissimi a
legare una volontà per sempre.
La madre intanto, ch'era venuta lì così conturbata, così priva di
speranze, e adesso udiva quelle proteste e quelle parole piene di un
amore così sviscerato, e tenevasi tanto sicura che il figlio suo non
sarebbe già uscito al campo, quasi non ricordandosi più di che nuovo
dolore era egli afflitto, godeva in quel momento di una gioia piena ed
intera, e scorrendo col pensiero tutta la sua vita, non vi trovava un
istante così felice come questo, e abbandonando la mano in quella del
caro suo figlio, lasciava che la mente vagasse in una dolce
contemplazione.
In quel punto, impallidendo affatto la fiamma della lampada che ardeva
ancora sulla tavola, entrava nella camera da una finestrella su in
alto, lasciata aperta, il primo raggio dell'alba a piovere una mesta
luce su quel quadro attraente di matronale bellezza, di bellezza
giovanile, su quel gruppo appassionato del più sviscerato amor
materno, della più gentile venerazione figliale.
Ma in quel punto medesimo, per l'ampio silenzio non mai interrotto
prima, s'udì, trasportato dall'aria, un suono grave e profondo di
tocchi accelerati e continui.... dan dan dan dan dan.... campana a
martello in duomo; poi di lì a poco, più libero, più aereo, più
maestoso, un altro suono in quella cadenza medesima.... dan dan dan
dan dan.... campana a martello a S. Ambrogio. Quindi gli stessi tocchi
a S. Marco, ai monasteri, al'Annunziata; finalmente un martellamento
generale di tutte le campane delle chiese di Milano, un vasto
frastuono, un agitarsi in turbine sonoro di tutte le onde dell'aria.
Era l'avviso che davasi a que' cittadini che avesser voluto prender
l'armi in quel dì ed aggregarsi alla numerosa truppa degli Svizzeri
che a momenti dovevano uscir dal castello.
Il volto del Palavicino diventò rosso infuocato come bragia, poi quasi
nel medesimo tempo, pallido, inferriato come la faccia d'un cadavere.
La mano, con cui teneva stretta quella di sua madre gli tremò quasi
per repentina paralisi.
Che accadeva in quel momento nell'anima sua? con che ordine fatale gli
si disposero improvvisamente nel pensiero gli Sforza, i Francesi, la
battaglia, le promesse, il dovere, i concittadini, i colleghi che
l'aspettavano, i dieci di cui la sera prima era riuscito a cambiare i
propositi, le proteste di amore, le promesse di rimanere fatte alla
madre, della quale teneva la mano ancor stretta nella propria, la sua
Ginevra, le preghiere di lei, il grave pericolo che le sovrastava.
E allora, quasi sentisse una fitta, una doglia acuta un tormento
fisico, mandò, senza volerlo, senza nemmeno avvedersene,
un'esclamazione così angosciosa, così disperata, che sua madre ne
trasalì.
In quella, avendo rimbombato per tutta la città lo sparo delle
artiglierie del castello, il Palavicino balzò in piedi con quella
rapidità che ha una molla che scatta, si volse, s'accostò alla tavola,
prese, si calcò la borgognata in testa... e a sua madre, che s'era
alzata essa pure tutta convulsa, e a cui non osava nemmen guardare:
--Ahi non m'è possibile, gridò.
In quel grido c'era il tremito del singhiozzo accorato, l'asprezza
dell'ira, l'accento della disperazione. Era una di quelle voci che ha
l'uomo per manifestare tante e diverse passioni in una volta, e che
non si possono tradurre in nessuna maniera.
E tentato allora un ultimo sforzo, e sempre senza mai guardare in viso
a sua madre, quasi ne avesse timore e vergogna, si sciolse duramente
da lei e fuggì, chiudendo l'uscio dietro a sè.
Pochi momenti dopo s'udì il galoppo serrato di due cavalli suonare
sull'acciottolato della contrada.
La madre, tenuto dietro a quell'ingrato rumore, finchè si perdette
affatto, se ne rimase come trasognata. Non sapeva credere a sè stessa,
le pareva impossibile, dopo che s'era tenuta sicura di quanto
desiderava con tanto ardore, ch'ella or si trovasse di nuovo in quella
medesima angoscia con cui era venuta a supplicar suo figlio, e non
sapeva uscire da quell'attonita sospensione, ma persuadendosi alfine
di quel che era veramente, sentendo il sanguinoso contrasto tra la
disperazione presente e la gioia d'un momento prima, pensando al
vecchio marito, all'inflessibile padre di Manfredo che, con impazienza
stava attendendo una risposta, e più che altro assalita dal timore,
che il figlio suo fosse per morirgli quel dì stesso, ed ella non
avesse a vederlo mai più, diede in uno schianto così procelloso di
pianto che minacciava affogarla.
Entrava allora in quella camera, non sapendo ch'ella vi si trovasse
ancora, un domestico del Palavicino per dar sesto ad alcune cose. La
poveretta si fece forza, si asciugò gli occhi in fretta, procurò
ricomporsi, ed uscì.
Appena discesa, se le fece incontro il vecchio servo, che l'aspettava
da un pezzo sotto l'androne della porta.
Notò il buon vecchio, che era affezionatissimo alla signora, gli occhi
ancor molli di pianto o il turbamento straordinario.... e preso da
compassione, colla voce tremante e gli occhi quasi bagnati, le disse
qualche parola per confortarla.... Ma a quell'atto e a quelle parole
ella tornò a dare in un altro scoppio di pianto con un angore che le
toglieva il respiro, e quando si adagiò nella paravereda e la cortina
si stirò, si mise il fazzoletto agli occhi, e pianse dirottamente
finchè si fermò innanzi al portone del vecchio palazzo Palavicino.