Ma lasciamo or da parte l'indole di costui, e teniam dietro piuttosto
a' suoi passi e a quelli del suo giovane amico. Prendendo dunque così
a caso, nel recarsi dal marchese Besozzo, per una delle più
frequentate contrade di Milano, della quale era principale ornamento
un vasto e magnifico palazzo di architettura gotica del secolo XIII,
allora appartenente in proprietà ad una vecchia marchesa, di cui la
storia non s'è presa la briga di tramandare il nome sino a noi,
l'attenzione del Palavicino e del conte Galeazzo dovette
necessariamente essere fermata dall'eccessivo splendore che riboccava
dalle finestre appunto di quel palazzo, talchè pareva quasi fosse
tutto quanto in fiamme; ma in fiamme non era certamente, perchè invece
di strilli e di pianti e di voci lamentevoli, gli orecchi venivano
intronati da un frastornio festoso da certi suoni e strimpellamenti e
canti, i quali, manifestamente erano indizio di un'allegria smodata,
di una gazzarra baccante. E ciò che produceva un'antitesi assai
curiosa, era il genere di quei suoni e di que' canti, e la dignitosa
magnificenza del palazzo. Canzonaccie per sè stesse sguajate, ma rese
ancor più sguajate dalla natura delle voci strillanti che le mandavan
fuori, pifferi e cornamuse e tiorbe e ribebe a due corde con
accompagnamento di tamburelli, quali solevansi udire il giovedì e il
sabbato grasso nelle bettole del Ponte Vetro, del Verzaro, del
Bottonuto, con questa differenza, che tutte le orchestre particolari
di ciascuna bettola erano state unite insieme e messe tutte a
contributo per produrre il maggior frastuono possibile. Ogni tanto poi
a qualcheduna di quelle finestre si vedeva comparire improvvisamente
una figura d'uomo, la cui massa nera spiccava tagliata sul fondo
luminoso delle sale, a mandare qualche acuto strillo che percorresse
tutta la longitudine della contrada, a sacramentare per celia, a
rivolger parole ed orazioni altitonanti alla folla che, stipata
innanzi al palazzo, rispondeva con altri schiamazzi ed altre grida a
quelle che facevano rimbombare le interne vôlte. Ed era una cosa
strana, e che facilmente produceva la giocondità e il buon umore, il
pensare a chi apparteneva quel palazzo, e l'uso che di presente se ne
faceva. La marchesa proprietaria, vedova già da trent'anni, era
vecchia, era ricchissima, era pinzocchera, era santa ed avara, due
qualità che non potrebbero camminar di conserva, ma dessa ci avea
trovato il modo. Ritirata in un cantuccio del palazzo, in una celletta
oscura, conduceva una vita che avrebbe potuto essere un esempio
cospicuo dell'umiltà cristiana, se i ventimila fiorini d'oro che tutti
gli anni entravano a dormire un riposo eterno nelle casse ferrate
intorno alle quali biascicando paternostri ella faceva la ronda piena
di paurosa e gelosa sollecitudine, non avessero dato indizio che nel
cervello della settantenne marchesa, c'era qualche cosa di guasto. Ora
i ladri, i _tôffi_, i caramogi di porta Tosa, e tutta la parte più
lercia della popolazione milanese, che conoscevano molto bene la
vecchia, e il morto che teneva nascosto, aveva pensato prendere
d'assalto il suo gotico palazzo e compensarlo in una sola notte della
lunga solitudine e del profondo silenzio nel quale aveva passato
trent'anni continui, giacchè il marchese defunto era stato un assai
magnifico signore, e non s'era stato a dondolare. I pochi servi che,
colla palandrana grattugiata, cadevano a brandelli per la vecchiaia,
come le imposte tarlate e scardinate della porta del palazzo, non
avevano saputo far testa pur un momento, e l'irruzione era stata così
impetuosa, che in un istante tutto il palazzo fu gremito di
popolaccio, il quale, sfondati gli usci, sfracellate le antiche
vetriere, s'era precipitato in quegl'immensi e ricchi saloni che da
tanto tempo eran vuoti, solitarj e silenziosi. Abbiamo detto che in
questa notte memorabile la plebe, assai più che dall'istinto della
violenza brutale, era animata da un buon umore straordinario, chè più
che tutto gli premeva godersi quelle poche ore in tutta libertà,
intanto che la legge, come talvolta accadeva pur troppo di que'
giorni, trattenuta dalla chiragra, se ne stava a far capolino, ed
ammicava irata e impotente dalle finestre del palazzo di giustizia.
Appena dunque che la folla, avvolta in un denso spolverío che s'alzava
da tutte le parti, si trovò in quelle sale dorate, e al lume di certi
razzi, di certi lampioni e lanterne che taluni facendo notte oscura
aveva portate con sè, s'erano accorti delle lampade di cristallo che
pendevano in lunga e densa fila dalle vôlte delle sale, subito s'alzò
una voce strillante fra quella numerosa folla:
--Non si può negare che qui si stia assai meglio che alla taverna
della Colonnetta, e se stanotte si aveva a strimpellare colà colle
tiorbe dello Squinterna, e fare una scorpacciata di cipolle coll'olio
di merluzzo che raspa in gola, per adesso ho cambiato parere, e l'oste
potrà benissimo saltar lui con quella maladetta balena d'Onofria sua
moglie, ch'io voglio far gazzarra qui stanotte.
E uno scoppio d'urli con accompagnamento di battimani disperati,
avendo dato indizio che un simile partito era stato accolto a
maggioranza di voti, in fretta e in furia un centinajo di bordellieri
si sparpagliarono per tutti i canti della città, gli uni a reclutar
pifferi e tromboni storti e tamburelli e ribebe e unicordi e tiorbe,
gli altri a insaccarsi in tutti gli angiporti della città, destando
dall'impuro letargo gli sciami schifosi delle briffalde, le quali,
volessero o non volessero, tempestate da certi inviti strani, misti di
cortesie, di bestemmie ed anche di pugni altitonanti, dovettero
sgomitolarsi come vipere intrecciate al sole che sian percosse da una
verga e seguire la turba. Altri a spandersi per le botteghe dei
vend'arrosti, sagrando e minacciando perchè subito s'allestisse tutto
quanto era sui fornelli. Fatto sta, che in poco d'ora tutto fu in
ordine, in un momento la folla già stipata si raddoppiò per gli atrii
e per le sale; tutto il putridume e la mondiglia che stava accatastata
nelle cloache e ne' mondazzai della città si scaricarono in quel
sontuoso palazzo. Nelle lampade di cristallo si mise olio quanto
bastasse a fare grosse fiamme; e torcie e razzi e fiaccole e lanterne
e lampioni furono aggiunti ad accrescere l'illuminazione e a far
giorno di notte. Tutto però non avea potuto condursi colla
tranquillità medesima, chè quando corse voce che il Cecco ferrajo
aveva scassinata la cassa, la folla, attirata dai fiorini della
marchesa, s'era riversata così impetuosa nell'angusto camerotto, che
la quantità delle teste ammaccate e delle sorbe sugli occhi fu
innumerevole. A questo punto eran dunque le cose quando il conte
Galeazzo e il Palavicino passarono a caso per di là.
E appena che il conte ebbe udita la storia genuina del fatto, come
preso da una repentina inspirazione, rivolto a Manfredo:--Mi pare,
disse, che il conte Besozzo potrà benissimo far senza di noi stassera,
che in ogni modo domani allo sparo delle artiglierie saremo in
castello, la qual cosa è la sola che importi veramente. E intanto non
si vuole non tener conto di un momento così prezioso senza entrare
nelle sale della marchesa a godervi uno spettacolo che, per lo meno, è
novissimo. Una festa da ballo composta di trecconi, di ladri e di
ciccantoni che saltano sui tappeti dorati di Bologna e si riflettono
negli specchi di Murano, è un fenomeno che non si vedrà la seconda
volta. Lascia dunque il Besozzo e vieni con me.
Qui ci furono alcune altre parole tra il Palavicino e il conte, il
quale, finalmente lasciando che il Palavicino se ne andasse tutto solo
dal Besozzo, entrò nel palazzo della marchesa.
Appena che la cappa di velluto rasato e la collana d'oro del conte
Galeazzo comparve nella gran sala dove infuriavano l'orgie, a tutta
prima scoppiò un urlo generale che non pareva prometter nulla di buono
per lui, e tutti i pantanosi caramogi, come ranocchi sconcertati
dall'improvvisa comparsa di un luccio dorato, gracidarono minacciando
di farlo in brani; ma il conte avea più di una cosa che militava a suo
favore. In prima è da sapersi, ch'egli tutte le mattine, alla porta
del proprio palazzo, faceva distribuire duecentocinquanta zuppe per la
minutaglia affamata, ora buona parte di coloro che attendevano colà a
far salti scomposti al suono di una trentina di tiorbe scordate,
avevano appunto assaggiato più d'una volta i brodi della cucina del
conte. Ciò per altro non sarebbe bastato a difenderlo dall'ira
generale; ma più d'una volta il conte era stato veduto a far la via a
zig-zag nel recarsi a casa la notte, e sapevasi da tutti che era il
primo bevitore di Milano, e che andava soggetto a degli accessi
d'ubbriachezza formidabili. Ora un uomo così amico del buon vino, e
che più d'una volta sotto l'influenza di eccessivi vapori, che
promovevano in lui gli estri guerreschi, s'era azzuffato coi sargenti
della controronda, non poteva che aver destata l'ammirazione di quella
parte di pubblico. Ma qui non era tutto ancora. Molte di quelle
pudiche creature, che andavano a quarti ballando anfanate su quei
ricchi tappeti, avevano più d'una volta avuto campo di ammirar la
faccia del duca e dell'imperatore Massimiliano sui piccoli fiorini
d'oro del conte, e non s'eran mai potuto far capaci del come un sì
grande gentiluomo si degnasse salire per quelle scalette di legno dove
era tanto facile fiaccarsi il collo, ciò che per altro non impediva
loro di tenere il grandissimo conto l'affabile e liberale signore. Per
tutte queste cagioni adunque, appena che egli fu conosciuto, gli urli
minacciosi si cambiarono in grida d'applausi, cosa di cui il conte non
avea potuto accorgersi, essendo rimaso come estatico appena gli si
parò innanzi quel peregrino spettacolo.
Quella sala era un vastissimo quadrilungo, con dodici colonne
capitelli dorati; la vôlta, a sesto acuto, dipinta a ricchissimo
mosaico con fondo d'oro, le pareti rivestite di specchietti che
quadruplicavano la grandezza della sala; il pavimento coperto di
tappeti e d'arazzi, storiati in tessuto, di pazientissimo lavoro, i
quali è vero bensì che, per incuria della marchesa, eran stati mezzo
corrosi dalla polvere di treni'anni, ma spazzati in quella sera dalle
danze carnascialesche, facevano tuttavia una splendidissima mostra. Si
figuri il lettore che scandalosa antitesi dovesse fare con quelle
magnificenze la schifosa moltitudine che stava là dentro. Quelle
coppie di lerci danzanti e di oscene danzatrici, i primi colle
palandrane sfilacciate, e le brache che cadevano a drappelloni,
attraverso le quali si vedevan costole e trippe e gheroni in malissimo
essere; le altre ancor più laide sotto a quell'apparenza di lusso
inzaccherato di fango. Gonnelle di bucherame sparse di macchie d'unto,
coi lembi sfilacciati, creste di canutiglia cariche di nastri di tutti
i colori, che adornavano la arruffatte capigliature e quelle faccie
quadre e sfrontate sparse di lividumi e di sorbe; e delle impronte dei
pugni dei pochi gentili amanti. Nel mentre che le coppie attendevano a
danzare, altri luridi gruppi gettati a sdraio sui tappeti attendevano
a mangiare dello strutto, che impregnava d'un forte odore l'atmosfera,
già abbastanza impuro, di quella sala. E intanto che le tiorbe e le
cornette storte ci davan dentro a perdiafiato, alcuni mezzi ubbriachi,
saliti in vetta alle colonne, aggrappatisi sugli accanti dei
capitelli, cantavano con certe voci acute in chiave di clarinetto e
d'ottavino alcune oscene canzonacce, mentre con del carbone facevan
turpi aggiunte alle Veneri dipinte a mosaico in campo d'oro. La
stranezza di quella scena in somma somigliava più che altro ad uno di
quei sogni arruffati che può fare un galantuomo il quale si corichi
subito dopo una scorpacciata d'ostriche e d'anguille marinate.
Però il conte Galeazzo, appena ebbe appagata la propria curiosità, non
potendo a lungo dilettarsi di quelle sozze stranezze, già pensava
d'uscire, quando gli passò innanzi la corpulente figura del Cecco
ferraio che gli volse un'occhiata alla sfuggita.
Il conte gli mise allora una mano sulla spalla, e gli disse:
--E così, Cecco, come si metton le cose?
--Ottimamente, illustrissimo; peccato ch'ei sia di paglia quel che
abbrucia, e la fiamma debba spegnersi tra poco.
--Non mi par poi che tutto sia paglia, Cecco mio; tu mi comprendi....
--Ci fu qualcosa meglio che paglia in fatti, rispose il ferraio
ridendo, questo è verissimo; pure non fu gran cosa. E la contessa, Dio
sa dove ha nascosto quello che in tanti anni andò ammassando, perchè
quel che a me venne fatto di toccare, è ben poco.
--Pure ti dovresti contentare di ciò che hai trovato, e star pago,
--Non faccio altro infatti; e costoro son contenti abbastanza, ed è
per costoro che ho tentata la virtù del grimaldello. Della pesca che
ho fatto toccò la sua parte dì pesce a ciascuno, e la porzion mia è
pari all'altrui, onde vedete che ho lavorato gratis, e per solo amore
del prossimo.
--Questo mi piace; pure non avresti dovuto nemmeno far questo.
--Siete in errore, illustrissimo; e in quanto a me non feci mai cosa,
di cui tanto mi compiacessi in vita mia, ed è per lei che spero di
ottenere la remissione de' miei peccati. Del resto, considerate bene;
o la contessa si ravvede, e va ottimamente o sta caparba nella sua
pilaccherìa, e meglio ancora, perchè così la faremo morire di
crepacuore. In quanto poi a costoro, un centinaio di ducati per
ciascuno è un grande aiuto; non c'è infine cosa più dannosa al mondo
dell'oro che stagna in una cassa ferrata, e se la zecca gli fa il
conio rotondo, vuol dire che la sua destinazione è quella di girare
per le mani di tutti. Dunque vedete che io ho operato benissimo.
--Sei tu convinto di ciò?
--Lo sono.
--Ebbene, or fa ch'io lo sia di quest'altro.
--Dite pure.
--Vorrei che mi provassi, che in fondo tu sei un uomo dabbene.
--Qual caparra volete?
--Giacchè hai compulsata la cassa, lascia in pace la contessa, e fa in
modo che nessuno di costoro attenti alla sua vita.
--S'egli è ciò solo che vi preme, siatene certo; lo spegnere l'ultimo
fil d'aria che sostiene il suo carcame di vecchia, sarebbe un atto
barbaro non solo, ma un atto inutile.... Vedete che ho fior di
ingegno, dunque non ci pensiamo. E in quanto a costoro, se due terzi
son schiuma di furfanti, pure nessuno farà quel ch'io non voglio; in
tutto Milano non v'è braccio pari al mio, e a questo si porta
rispetto, però state tranquillo.
--Bravo, così mi piaci, e se a te occorresse qual cosa, quando mai la
forza del tuo braccio non ti valesse più che tanto, sai dov'è il mio
palazzo. Bada dunque che costoro si ritraggono presto, e lascino in
pace la vecchia.
Ciò detto il conte Galeazzo uscì. Quando fu sotto gli atri, s'incontrò
in un vecchio servo della contessa, che lo conobbe, e gli disse:
--In che modo ella è qui, illustrissimo signor conte?
--Ci venni, ma me ne vado.
--Se vostra signoria illustrissima si recasse un tratto a confortar la
contessa, farebbe opera caritatevole. Ella teme che da un momento
all'altro questi furfanti entrano da lei a furia, e trema di spavento.
--Questo non può succedere. Andate a dirlo alla contessa.
--Se ci andaste voi medesimo, illustrissimo, sarebbe assai meglio.
Ella si conforterebbe vedendovi.
--Se ciò è, andiamo.
Il servo allora condusse il conte per molti corritoj, e pervenuto
finalmente a una porta, bussò, dandosi a conoscere; una voce acuta,
fessa e tremolante domandò che cosa fosse.
--È l'illustrissimo signor conte Mandello che è venuto in palazzo a
sedare il tumulto, rispose il servo.
Allora l'uscio fu aperto, e il conte entrando vide una camera assai
poveramente addobbata, una vecchia fantesca in piedi, e la contessa
seduta. Nella camera non c'era che una tavola, due seggiole, un
inginocchiatojo, un Cristo in croce e un grosso libro nero. Il
Mandello girato l'occhio intorno:--Mi maraviglio, disse, che voi ve ne
stiate in questo sozzo bugigattolo, mentre la canaglia sta
contemplando il proprio ceffo ne' vostri specchi e saltando, sfilaccia
il velluto delle vostre sale.
--Capirete dunque, ella disse, che se si continua di tal passo, non
c'è più che la fine del mondo.
--Questo potrebbe darsi, contessa; pure avrete la bontà di confessare,
che il torto, ben più che d'altri, è vostro questa volta,
--È mio? Chi vi può capire?
--Date per amore quel che vi cresce, contessa, che nessuno verrà a
prenderselo per forza...
--E che dunque avrei dovuto fare?
--L'opposto di ciò che avete sempre fatto.
--Sentite, conte, se siete venuto qui per farmi ingiuria, potrete
anche andarvene.
--Son venuto qui per dirvi, che mettiate da canto ogni paura, che quel
ch'è successo è successo, e se alla vostra cassa si cavò il sangue,
non sarà cavato a voi; questo voleva dirvi.
--Dunque tutto è perduto?
--In che modo? se tutto è guadagnato invece.
--Che cosa dite? Io non vi comprendo.
--I tempi sono assai scarsi, contessa, e se la povera gente levò
stassera la muffa ai vostri ducati, che da quest'ora prenderanno aria
e circoleranno a furia, è innegabile che molto siasi guadagnato; ne
dovrete convenire anche voi...
--Andate; voi siete più tristo di tutti costoro. Andate, lasciatemi in
pace una volta.
--E in pace vi lascerò; soltanto badate a ringraziarmi, e fate che la
lezione vi giovi. Io vi auguro la buona notte.
E il conte ghignando, si tolse di là e uscì di palazzo.
Liberatosi che si fu dalla folla, che ancora innondava quella
contrada, pensò che poteva ancora recarsi alla casa del conte Besozzo,
dove si raccoglievano i patrizi che stavano pel duca, ossia i patrizi
ghibellini, e l'un passo dopo l'altro in fatti, attraversando
lentamente buona parte della città, per osservare quanto ci si faceva
dal popolo in quella straordinaria circostanza, pochi momenti dopo
ch'eran cessati i rintocchi della campana grossa de' Mercanti, si
trovò sulla piazza di S. Ambrogio, dov'era il palazzo Besozzo. Ma in
quella ch'egli stava per entrarvi, ne uscirono appunto in folla quei
che vi si erano raccolti, e le parole e le esortazioni e i diverbi e
le dispute continuavano ancora nel loro massimo fervore.
Il Palavicino quando s'accorse del conte Galeazzo:--Sei giunto in
tempo, gli disse, ma fu peccato che tu non abbia potuto udire le calde
parole del vecchio Besozzo.
--Per quanto io abbia stima di questo vecchio onorato, rispose il
conte, pur non credo d'aver nulla perduto, che quando uno ha fermo il
suo partito, le esortazioni sono inutili, e quand'uno ha in animo di
far l'opposto, altro che parole ci vogliono, caro Manfredo. Dunque che
cosa avete stabilito?
--Nulla che tu non sappia per verità. Domani all'alba ci raccoglierem
tutti in castello.
--E non c'è a far altro?
--Null'altro, io credo, fuorchè a menar le mani da valorosi, quando
sarà il momento.
--E questo è ciò che faremo, se non foss'altro, per mantenere
l'esercizio.
--Per questo solo?
--Credo bene che basti; il berretto lo portai sempre alla mia foggia,
nè a' guelfi nè a' ghibellini è mai riuscito d'iscrivermi nelle loro
tabelle; la mia cappa non ha colore... per adesso almeno.
Ciò detto, accompagnatosi con Manfredo, e ripercorsa con lui buona
parte della città, come la notte fu innoltrata, e i cittadini anche i
più turbolenti, si riducevano alle case loro, e Milano tornava
tranquilla e silenziosa, se ne venne al proprio palazzo. Qui strettasi
la mano:--A rivederci all'alba! sclamarono i due amici, e si
lasciarono.