CAPITOLO VII.

Ma lasciamo or da parte l'indole di costui, e teniam dietro piuttosto

a' suoi passi e a quelli del suo giovane amico. Prendendo dunque così

a caso, nel recarsi dal marchese Besozzo, per una delle più

frequentate contrade di Milano, della quale era principale ornamento

un vasto e magnifico palazzo di architettura gotica del secolo XIII,

allora appartenente in proprietà ad una vecchia marchesa, di cui la

storia non s'è presa la briga di tramandare il nome sino a noi,

l'attenzione del Palavicino e del conte Galeazzo dovette

necessariamente essere fermata dall'eccessivo splendore che riboccava

dalle finestre appunto di quel palazzo, talchè pareva quasi fosse

tutto quanto in fiamme; ma in fiamme non era certamente, perchè invece

di strilli e di pianti e di voci lamentevoli, gli orecchi venivano

intronati da un frastornio festoso da certi suoni e strimpellamenti e

canti, i quali, manifestamente erano indizio di un'allegria smodata,

di una gazzarra baccante. E ciò che produceva un'antitesi assai

curiosa, era il genere di quei suoni e di que' canti, e la dignitosa

magnificenza del palazzo. Canzonaccie per sè stesse sguajate, ma rese

ancor più sguajate dalla natura delle voci strillanti che le mandavan

fuori, pifferi e cornamuse e tiorbe e ribebe a due corde con

accompagnamento di tamburelli, quali solevansi udire il giovedì e il

sabbato grasso nelle bettole del Ponte Vetro, del Verzaro, del

Bottonuto, con questa differenza, che tutte le orchestre particolari

di ciascuna bettola erano state unite insieme e messe tutte a

contributo per produrre il maggior frastuono possibile. Ogni tanto poi

a qualcheduna di quelle finestre si vedeva comparire improvvisamente

una figura d'uomo, la cui massa nera spiccava tagliata sul fondo

luminoso delle sale, a mandare qualche acuto strillo che percorresse

tutta la longitudine della contrada, a sacramentare per celia, a

rivolger parole ed orazioni altitonanti alla folla che, stipata

innanzi al palazzo, rispondeva con altri schiamazzi ed altre grida a

quelle che facevano rimbombare le interne vôlte. Ed era una cosa

strana, e che facilmente produceva la giocondità e il buon umore, il

pensare a chi apparteneva quel palazzo, e l'uso che di presente se ne

faceva. La marchesa proprietaria, vedova già da trent'anni, era

vecchia, era ricchissima, era pinzocchera, era santa ed avara, due

qualità che non potrebbero camminar di conserva, ma dessa ci avea

trovato il modo. Ritirata in un cantuccio del palazzo, in una celletta

oscura, conduceva una vita che avrebbe potuto essere un esempio

cospicuo dell'umiltà cristiana, se i ventimila fiorini d'oro che tutti

gli anni entravano a dormire un riposo eterno nelle casse ferrate

intorno alle quali biascicando paternostri ella faceva la ronda piena

di paurosa e gelosa sollecitudine, non avessero dato indizio che nel

cervello della settantenne marchesa, c'era qualche cosa di guasto. Ora

i ladri, i _tôffi_, i caramogi di porta Tosa, e tutta la parte più

lercia della popolazione milanese, che conoscevano molto bene la

vecchia, e il morto che teneva nascosto, aveva pensato prendere

d'assalto il suo gotico palazzo e compensarlo in una sola notte della

lunga solitudine e del profondo silenzio nel quale aveva passato

trent'anni continui, giacchè il marchese defunto era stato un assai

magnifico signore, e non s'era stato a dondolare. I pochi servi che,

colla palandrana grattugiata, cadevano a brandelli per la vecchiaia,

come le imposte tarlate e scardinate della porta del palazzo, non

avevano saputo far testa pur un momento, e l'irruzione era stata così

impetuosa, che in un istante tutto il palazzo fu gremito di

popolaccio, il quale, sfondati gli usci, sfracellate le antiche

vetriere, s'era precipitato in quegl'immensi e ricchi saloni che da

tanto tempo eran vuoti, solitarj e silenziosi. Abbiamo detto che in

questa notte memorabile la plebe, assai più che dall'istinto della

violenza brutale, era animata da un buon umore straordinario, chè più

che tutto gli premeva godersi quelle poche ore in tutta libertà,

intanto che la legge, come talvolta accadeva pur troppo di que'

giorni, trattenuta dalla chiragra, se ne stava a far capolino, ed

ammicava irata e impotente dalle finestre del palazzo di giustizia.

Appena dunque che la folla, avvolta in un denso spolverío che s'alzava

da tutte le parti, si trovò in quelle sale dorate, e al lume di certi

razzi, di certi lampioni e lanterne che taluni facendo notte oscura

aveva portate con sè, s'erano accorti delle lampade di cristallo che

pendevano in lunga e densa fila dalle vôlte delle sale, subito s'alzò

una voce strillante fra quella numerosa folla:

--Non si può negare che qui si stia assai meglio che alla taverna

della Colonnetta, e se stanotte si aveva a strimpellare colà colle

tiorbe dello Squinterna, e fare una scorpacciata di cipolle coll'olio

di merluzzo che raspa in gola, per adesso ho cambiato parere, e l'oste

potrà benissimo saltar lui con quella maladetta balena d'Onofria sua

moglie, ch'io voglio far gazzarra qui stanotte.

E uno scoppio d'urli con accompagnamento di battimani disperati,

avendo dato indizio che un simile partito era stato accolto a

maggioranza di voti, in fretta e in furia un centinajo di bordellieri

si sparpagliarono per tutti i canti della città, gli uni a reclutar

pifferi e tromboni storti e tamburelli e ribebe e unicordi e tiorbe,

gli altri a insaccarsi in tutti gli angiporti della città, destando

dall'impuro letargo gli sciami schifosi delle briffalde, le quali,

volessero o non volessero, tempestate da certi inviti strani, misti di

cortesie, di bestemmie ed anche di pugni altitonanti, dovettero

sgomitolarsi come vipere intrecciate al sole che sian percosse da una

verga e seguire la turba. Altri a spandersi per le botteghe dei

vend'arrosti, sagrando e minacciando perchè subito s'allestisse tutto

quanto era sui fornelli. Fatto sta, che in poco d'ora tutto fu in

ordine, in un momento la folla già stipata si raddoppiò per gli atrii

e per le sale; tutto il putridume e la mondiglia che stava accatastata

nelle cloache e ne' mondazzai della città si scaricarono in quel

sontuoso palazzo. Nelle lampade di cristallo si mise olio quanto

bastasse a fare grosse fiamme; e torcie e razzi e fiaccole e lanterne

e lampioni furono aggiunti ad accrescere l'illuminazione e a far

giorno di notte. Tutto però non avea potuto condursi colla

tranquillità medesima, chè quando corse voce che il Cecco ferrajo

aveva scassinata la cassa, la folla, attirata dai fiorini della

marchesa, s'era riversata così impetuosa nell'angusto camerotto, che

la quantità delle teste ammaccate e delle sorbe sugli occhi fu

innumerevole. A questo punto eran dunque le cose quando il conte

Galeazzo e il Palavicino passarono a caso per di là.

E appena che il conte ebbe udita la storia genuina del fatto, come

preso da una repentina inspirazione, rivolto a Manfredo:--Mi pare,

disse, che il conte Besozzo potrà benissimo far senza di noi stassera,

che in ogni modo domani allo sparo delle artiglierie saremo in

castello, la qual cosa è la sola che importi veramente. E intanto non

si vuole non tener conto di un momento così prezioso senza entrare

nelle sale della marchesa a godervi uno spettacolo che, per lo meno, è

novissimo. Una festa da ballo composta di trecconi, di ladri e di

ciccantoni che saltano sui tappeti dorati di Bologna e si riflettono

negli specchi di Murano, è un fenomeno che non si vedrà la seconda

volta. Lascia dunque il Besozzo e vieni con me.

Qui ci furono alcune altre parole tra il Palavicino e il conte, il

quale, finalmente lasciando che il Palavicino se ne andasse tutto solo

dal Besozzo, entrò nel palazzo della marchesa.

Appena che la cappa di velluto rasato e la collana d'oro del conte

Galeazzo comparve nella gran sala dove infuriavano l'orgie, a tutta

prima scoppiò un urlo generale che non pareva prometter nulla di buono

per lui, e tutti i pantanosi caramogi, come ranocchi sconcertati

dall'improvvisa comparsa di un luccio dorato, gracidarono minacciando

di farlo in brani; ma il conte avea più di una cosa che militava a suo

favore. In prima è da sapersi, ch'egli tutte le mattine, alla porta

del proprio palazzo, faceva distribuire duecentocinquanta zuppe per la

minutaglia affamata, ora buona parte di coloro che attendevano colà a

far salti scomposti al suono di una trentina di tiorbe scordate,

avevano appunto assaggiato più d'una volta i brodi della cucina del

conte. Ciò per altro non sarebbe bastato a difenderlo dall'ira

generale; ma più d'una volta il conte era stato veduto a far la via a

zig-zag nel recarsi a casa la notte, e sapevasi da tutti che era il

primo bevitore di Milano, e che andava soggetto a degli accessi

d'ubbriachezza formidabili. Ora un uomo così amico del buon vino, e

che più d'una volta sotto l'influenza di eccessivi vapori, che

promovevano in lui gli estri guerreschi, s'era azzuffato coi sargenti

della controronda, non poteva che aver destata l'ammirazione di quella

parte di pubblico. Ma qui non era tutto ancora. Molte di quelle

pudiche creature, che andavano a quarti ballando anfanate su quei

ricchi tappeti, avevano più d'una volta avuto campo di ammirar la

faccia del duca e dell'imperatore Massimiliano sui piccoli fiorini

d'oro del conte, e non s'eran mai potuto far capaci del come un sì

grande gentiluomo si degnasse salire per quelle scalette di legno dove

era tanto facile fiaccarsi il collo, ciò che per altro non impediva

loro di tenere il grandissimo conto l'affabile e liberale signore. Per

tutte queste cagioni adunque, appena che egli fu conosciuto, gli urli

minacciosi si cambiarono in grida d'applausi, cosa di cui il conte non

avea potuto accorgersi, essendo rimaso come estatico appena gli si

parò innanzi quel peregrino spettacolo.

Quella sala era un vastissimo quadrilungo, con dodici colonne

capitelli dorati; la vôlta, a sesto acuto, dipinta a ricchissimo

mosaico con fondo d'oro, le pareti rivestite di specchietti che

quadruplicavano la grandezza della sala; il pavimento coperto di

tappeti e d'arazzi, storiati in tessuto, di pazientissimo lavoro, i

quali è vero bensì che, per incuria della marchesa, eran stati mezzo

corrosi dalla polvere di treni'anni, ma spazzati in quella sera dalle

danze carnascialesche, facevano tuttavia una splendidissima mostra. Si

figuri il lettore che scandalosa antitesi dovesse fare con quelle

magnificenze la schifosa moltitudine che stava là dentro. Quelle

coppie di lerci danzanti e di oscene danzatrici, i primi colle

palandrane sfilacciate, e le brache che cadevano a drappelloni,

attraverso le quali si vedevan costole e trippe e gheroni in malissimo

essere; le altre ancor più laide sotto a quell'apparenza di lusso

inzaccherato di fango. Gonnelle di bucherame sparse di macchie d'unto,

coi lembi sfilacciati, creste di canutiglia cariche di nastri di tutti

i colori, che adornavano la arruffatte capigliature e quelle faccie

quadre e sfrontate sparse di lividumi e di sorbe; e delle impronte dei

pugni dei pochi gentili amanti. Nel mentre che le coppie attendevano a

danzare, altri luridi gruppi gettati a sdraio sui tappeti attendevano

a mangiare dello strutto, che impregnava d'un forte odore l'atmosfera,

già abbastanza impuro, di quella sala. E intanto che le tiorbe e le

cornette storte ci davan dentro a perdiafiato, alcuni mezzi ubbriachi,

saliti in vetta alle colonne, aggrappatisi sugli accanti dei

capitelli, cantavano con certe voci acute in chiave di clarinetto e

d'ottavino alcune oscene canzonacce, mentre con del carbone facevan

turpi aggiunte alle Veneri dipinte a mosaico in campo d'oro. La

stranezza di quella scena in somma somigliava più che altro ad uno di

quei sogni arruffati che può fare un galantuomo il quale si corichi

subito dopo una scorpacciata d'ostriche e d'anguille marinate.

Però il conte Galeazzo, appena ebbe appagata la propria curiosità, non

potendo a lungo dilettarsi di quelle sozze stranezze, già pensava

d'uscire, quando gli passò innanzi la corpulente figura del Cecco

ferraio che gli volse un'occhiata alla sfuggita.

Il conte gli mise allora una mano sulla spalla, e gli disse:

--E così, Cecco, come si metton le cose?

--Ottimamente, illustrissimo; peccato ch'ei sia di paglia quel che

abbrucia, e la fiamma debba spegnersi tra poco.

--Non mi par poi che tutto sia paglia, Cecco mio; tu mi comprendi....

--Ci fu qualcosa meglio che paglia in fatti, rispose il ferraio

ridendo, questo è verissimo; pure non fu gran cosa. E la contessa, Dio

sa dove ha nascosto quello che in tanti anni andò ammassando, perchè

quel che a me venne fatto di toccare, è ben poco.

--Pure ti dovresti contentare di ciò che hai trovato, e star pago,

--Non faccio altro infatti; e costoro son contenti abbastanza, ed è

per costoro che ho tentata la virtù del grimaldello. Della pesca che

ho fatto toccò la sua parte dì pesce a ciascuno, e la porzion mia è

pari all'altrui, onde vedete che ho lavorato gratis, e per solo amore

del prossimo.

--Questo mi piace; pure non avresti dovuto nemmeno far questo.

--Siete in errore, illustrissimo; e in quanto a me non feci mai cosa,

di cui tanto mi compiacessi in vita mia, ed è per lei che spero di

ottenere la remissione de' miei peccati. Del resto, considerate bene;

o la contessa si ravvede, e va ottimamente o sta caparba nella sua

pilaccherìa, e meglio ancora, perchè così la faremo morire di

crepacuore. In quanto poi a costoro, un centinaio di ducati per

ciascuno è un grande aiuto; non c'è infine cosa più dannosa al mondo

dell'oro che stagna in una cassa ferrata, e se la zecca gli fa il

conio rotondo, vuol dire che la sua destinazione è quella di girare

per le mani di tutti. Dunque vedete che io ho operato benissimo.

--Sei tu convinto di ciò?

--Lo sono.

--Ebbene, or fa ch'io lo sia di quest'altro.

--Dite pure.

--Vorrei che mi provassi, che in fondo tu sei un uomo dabbene.

--Qual caparra volete?

--Giacchè hai compulsata la cassa, lascia in pace la contessa, e fa in

modo che nessuno di costoro attenti alla sua vita.

--S'egli è ciò solo che vi preme, siatene certo; lo spegnere l'ultimo

fil d'aria che sostiene il suo carcame di vecchia, sarebbe un atto

barbaro non solo, ma un atto inutile.... Vedete che ho fior di

ingegno, dunque non ci pensiamo. E in quanto a costoro, se due terzi

son schiuma di furfanti, pure nessuno farà quel ch'io non voglio; in

tutto Milano non v'è braccio pari al mio, e a questo si porta

rispetto, però state tranquillo.

--Bravo, così mi piaci, e se a te occorresse qual cosa, quando mai la

forza del tuo braccio non ti valesse più che tanto, sai dov'è il mio

palazzo. Bada dunque che costoro si ritraggono presto, e lascino in

pace la vecchia.

Ciò detto il conte Galeazzo uscì. Quando fu sotto gli atri, s'incontrò

in un vecchio servo della contessa, che lo conobbe, e gli disse:

--In che modo ella è qui, illustrissimo signor conte?

--Ci venni, ma me ne vado.

--Se vostra signoria illustrissima si recasse un tratto a confortar la

contessa, farebbe opera caritatevole. Ella teme che da un momento

all'altro questi furfanti entrano da lei a furia, e trema di spavento.

--Questo non può succedere. Andate a dirlo alla contessa.

--Se ci andaste voi medesimo, illustrissimo, sarebbe assai meglio.

Ella si conforterebbe vedendovi.

--Se ciò è, andiamo.

Il servo allora condusse il conte per molti corritoj, e pervenuto

finalmente a una porta, bussò, dandosi a conoscere; una voce acuta,

fessa e tremolante domandò che cosa fosse.

--È l'illustrissimo signor conte Mandello che è venuto in palazzo a

sedare il tumulto, rispose il servo.

Allora l'uscio fu aperto, e il conte entrando vide una camera assai

poveramente addobbata, una vecchia fantesca in piedi, e la contessa

seduta. Nella camera non c'era che una tavola, due seggiole, un

inginocchiatojo, un Cristo in croce e un grosso libro nero. Il

Mandello girato l'occhio intorno:--Mi maraviglio, disse, che voi ve ne

stiate in questo sozzo bugigattolo, mentre la canaglia sta

contemplando il proprio ceffo ne' vostri specchi e saltando, sfilaccia

il velluto delle vostre sale.

--Capirete dunque, ella disse, che se si continua di tal passo, non

c'è più che la fine del mondo.

--Questo potrebbe darsi, contessa; pure avrete la bontà di confessare,

che il torto, ben più che d'altri, è vostro questa volta,

--È mio? Chi vi può capire?

--Date per amore quel che vi cresce, contessa, che nessuno verrà a

prenderselo per forza...

--E che dunque avrei dovuto fare?

--L'opposto di ciò che avete sempre fatto.

--Sentite, conte, se siete venuto qui per farmi ingiuria, potrete

anche andarvene.

--Son venuto qui per dirvi, che mettiate da canto ogni paura, che quel

ch'è successo è successo, e se alla vostra cassa si cavò il sangue,

non sarà cavato a voi; questo voleva dirvi.

--Dunque tutto è perduto?

--In che modo? se tutto è guadagnato invece.

--Che cosa dite? Io non vi comprendo.

--I tempi sono assai scarsi, contessa, e se la povera gente levò

stassera la muffa ai vostri ducati, che da quest'ora prenderanno aria

e circoleranno a furia, è innegabile che molto siasi guadagnato; ne

dovrete convenire anche voi...

--Andate; voi siete più tristo di tutti costoro. Andate, lasciatemi in

pace una volta.

--E in pace vi lascerò; soltanto badate a ringraziarmi, e fate che la

lezione vi giovi. Io vi auguro la buona notte.

E il conte ghignando, si tolse di là e uscì di palazzo.

Liberatosi che si fu dalla folla, che ancora innondava quella

contrada, pensò che poteva ancora recarsi alla casa del conte Besozzo,

dove si raccoglievano i patrizi che stavano pel duca, ossia i patrizi

ghibellini, e l'un passo dopo l'altro in fatti, attraversando

lentamente buona parte della città, per osservare quanto ci si faceva

dal popolo in quella straordinaria circostanza, pochi momenti dopo

ch'eran cessati i rintocchi della campana grossa de' Mercanti, si

trovò sulla piazza di S. Ambrogio, dov'era il palazzo Besozzo. Ma in

quella ch'egli stava per entrarvi, ne uscirono appunto in folla quei

che vi si erano raccolti, e le parole e le esortazioni e i diverbi e

le dispute continuavano ancora nel loro massimo fervore.

Il Palavicino quando s'accorse del conte Galeazzo:--Sei giunto in

tempo, gli disse, ma fu peccato che tu non abbia potuto udire le calde

parole del vecchio Besozzo.

--Per quanto io abbia stima di questo vecchio onorato, rispose il

conte, pur non credo d'aver nulla perduto, che quando uno ha fermo il

suo partito, le esortazioni sono inutili, e quand'uno ha in animo di

far l'opposto, altro che parole ci vogliono, caro Manfredo. Dunque che

cosa avete stabilito?

--Nulla che tu non sappia per verità. Domani all'alba ci raccoglierem

tutti in castello.

--E non c'è a far altro?

--Null'altro, io credo, fuorchè a menar le mani da valorosi, quando

sarà il momento.

--E questo è ciò che faremo, se non foss'altro, per mantenere

l'esercizio.

--Per questo solo?

--Credo bene che basti; il berretto lo portai sempre alla mia foggia,

nè a' guelfi nè a' ghibellini è mai riuscito d'iscrivermi nelle loro

tabelle; la mia cappa non ha colore... per adesso almeno.

Ciò detto, accompagnatosi con Manfredo, e ripercorsa con lui buona

parte della città, come la notte fu innoltrata, e i cittadini anche i

più turbolenti, si riducevano alle case loro, e Milano tornava

tranquilla e silenziosa, se ne venne al proprio palazzo. Qui strettasi

la mano:--A rivederci all'alba! sclamarono i due amici, e si

lasciarono.

Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana · 第 18 / 57 题