rivolge le luci al cielo ed ecco — come a Dante si appare Virgilio — a lui
appare un uomo avvolto in fulgente ammanto che gli dice:
. . . .L'affanno del cuor sgombra
Perchè muto ristai? Perchè sì vano
E funesto timor il sen t'ingombra?
Quindi soavemente la sua mano
Alla mia pose, e aggiunsemi: Per trarti
Io venni in loco eterno, dall'umano.
E così questo Daniel [17] — che come abbiam detto per la maggiore parte
de' critici non è che Dante trasfigurato — accompagna il poeta ebreo
. . . . . . . . nei sereni
Eterni campi e negli eterni fochi
soggiungendo:
Vuolsi così nel ciel: sarò tua scorta
Nei maledetti e ne' beati lochi;
O nell'abisso ove ogni luce è morta
O nella sfera più soave e lieta
Ove ai beati eterna gioia è pôrta.
L'inferno dell'Immanuele non ha tanti cerchi, nè tante bolge, nè tanti
mostri, come quello di Dante, ma non mancano certo nuovi tormenti e nuovi
tormentati, non manca
. . . . di diavoli una schiera
Che nell'abisso i peccator spingea . . . .
E pruni e sterpi sparsi in ogni dove
Erano accesi per doppiar le pene
Con vive fiamme e con faville nuove.
Gl'increduli, i lussuriosi, gli avari, gl'iracondi, gl'ipocriti, tutti i
viziosi trovano loco in questo baratro così stupendamente descritto, e vi
sono satire così pungenti e flagelli così tremendi per certuni che furono
dell'Autore nemici, da uguagliar, se non sorpassare, le sferzate di Dante
ai suoi contemporanei avversarii.
L'Alighieri fece un poema; l'Immanuele un canto o meglio diremo due; ma
nell'_Inferno_ del poeta ebreo c'è in miniatura, in embrione quello che
c'è nei 34 canti della prima cantica, ma dall'inferno passando a riveder
le stelle, ci troviamo subito al Paradiso, perchè gli dice il sommo duce:
Lasciar tu devi la città del pianto
Ed in luogo salir dove vedrai
I fior del cielo, e udrai dei giusti il canto.