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Troppa legna sotto la caldaia; troppa passione nell'anima partoriscono
il medesimo effetto; di vero la vampa eccessiva spinge il liquore
spumante fino all'orlo del vaso, donde traboccando spenge il fuoco e lo
scema. Certo Eponina poteva vantarsi di avere saettato cotesta povera
creatura; il suo cuore balestrò l'ira compressa a modo di lava; si era
vendicata; aveva fatto un mucchio di cenere intorno a sè; ma desolando
altrui aveva consolato sè stessa? Ripensando sulle vicende della propria
vita, sovente ella diceva: — Ecco, i miei giorni furono come archi tesi
invano, il mio cuore, il mio nobile cuore mi si è screpolato dentro di
me; simile all'orologio a polvere, che pittori e poeti pongono in mano
al tempo, consumandosi, non mi ha giovato ad altro che a misurare lo
spazio che mi approssimi alla morte.
Infatti ella aveva spento troppo più che un amore: aveva svelto
dall'anima sua la facoltà di amare; ed io fermamente credo che il verace
amore, perduto che abbia una volta le penne, non ripiumi più; ed ora che
l'alito di amore aveva cessato spirarle dintorno, le membra e lo spirito
di lei languivano nella inerzia: non più il balenìo negli occhi, non più
squillo nella voce; bella sempre, ma a modo della camelia, fiore senza
odore. Lo stato in cui ella adesso si versava non ritraeva punto da
quello deplorato dal Parini, voglio alludere alla miseria di persona
dabbene, la quale invischiata dentro laido affetto, lo conosce, lo
abbomina e tuttavia non sa districarsene; ella non si doleva già avere
bandito Ludovico dalla sua vista e dal suo cuore, anzi anche avesse
potuto non lo avrebbe richiamato; se le fosse venuto dintorno, ella
daccapo gli avrebbe detto: — Fratello, passa per la tua strada, il mondo
è largo per tutti. — Ma con terrore sentiva avere costruito il rogo alla
facoltà di amare, e di avervi con le proprie mani appiccato il fuoco; e
dal rogo non rinasce altri che la fenice. Ormai tutto le rincresce:
Che un'immagin di amor non vi si mesce;
e quando invoca la morte ella chiama: — Madre mia. — In breve ella
l'adornerà di tutte le bellezze con le quali l'amante scialacquatore
inciela la sua innamorata, e si struggerà per lei. Ch'è mai la morte?
Troppo meno che passar l'uscio di casa. Se Seneca sentenziò giusto
allorchè disse: — vita beata esser quella che alla sicurezza accoppia
perpetua tranquillità, — si comprende di leggeri che la morte è la vita,
la vita la morte.
Affermano che anche la statua di granito di Mennone al raggio del sole
crepitasse; qual meraviglia dunque che anco il russo Platow si sentisse
preso dalla consuetudine del giocondo conversare con Eponina? — Importa
sapere come cotesto signore possedesse, o a meglio dire fosse posseduto
da tre vizi o peccati, secondochè ti piaccia chiamarli; era superbo, era
bigotto, era furioso; superbo come un bojardo, bacchettone come un
vecchio moscovita, stizzoso come un orso dei suoi paesi; le quali tre
cose mi è piaciuto distinguere, per sospetto che il lettore non me ne
facesse tutta una matassa. La superbia lo teneva per le falde affinchè
non si lasciasse andare alla passione per femmina plebea, e di giunta
cantante. La religione gli metteva davanti agli occhi, quattro volte al
giorno ed altrettante la notte, Moisè in procinto di rompergli le tavole
della legge sul capo, in causa di quel tale comandamento che si occupa
della fede matrimoniale; la collera finalmente lo scombussolava col
martello che qualcheduno gli portasse via Eponina quando meno se
l'aspettava. Certo egli aveva combattuto aspre battaglie per vincere la
passione, ma la passione aveva vinto lui, come accade sempre in questa
maniera di duelli, imperciocchè l'appassionato picchiando forte la
passione ha paura di farsi male. Il suo rimedio per vincere ci sarebbe
benissimo, e consiste in pane, acqua e legnate: i santi dicono che lo
adoperassero con frutto; io l'ho veduto usare con gli asini, sostituendo
paglia al pane, e attesto che fece loro la mano di Dio; ma i principi
(rammentiamoci che il Platow era principe) con le mani proprie non
pigliano questa medicina, ed altri non si attenta a ministrarla loro.
Tuttavia bisogna confessare che egli quanto potè contrastò di forza, ma
sì, avvenne al povero principe quello che suole accadere annualmente
alla sua Neva natìa in primavera: veruno di quanti vedono la sua
superficie gelata si accorge che l'acqua corrente per di sotto
assottiglia più e più sempre la crosta, finchè di un tratto il ghiaccio
si rompe, e i suoi frammenti mescolati con l'acqua corrono insieme
rapidissimi al mare.
Dall'ammirazione il principe passò alla venerazione, dalla venerazione
all'adorazione, insomma per tutto il _crescendo_ della sinfonia del
diavolo; però, strano a dirsi, avendo egli affidato a diversi sentimenti
del suo corpo la incumbenza di palesare l'amor suo ad Eponina, veruno
volle torne lo incarico. La voce ci si rifiutò recisamente; e gli occhi
traverso le lenti (il principe costumava portare occhiali) non paiono
per ordinario buoni conduttori di calorico amoroso: i vetri possono fare
ottima prova per accendere l'esca, non già i cuori: finalmente, non
sapendo il povero principe che pesci pigliare, argomentò modellarsi
sopra parecchi quadri da lui ammirati in Francia ed in Italia, dove
pittori valorosissimi dipinsero i ritratti di personaggi illustri
genuflessi ai piedi delle Madonne, o dei Santi protettori. Basti
rammentare per tutti il voto di Luigi XII dipinto dall'Ingres ed inciso
dal Calamatta. Impertanto, mentre Eponina se ne stava un dì seduta al
suo pianoforte, il principe, cheto cheto, le s'inginocchia dietro la
sedia a mani giunte, col naso insinuato fra mezzo queste, a guisa di
segno dentro le pagine di un libro, e gli occhi chiusi in atto di devota
meditazione.
Vi chiedo licenza di buttarvi là in quattro schizzi il bozzetto di
questo russo dabbene. Comincio coll'avvertirvi che per russo poteva
sostenersi bell'uomo; una maniera di Apollo tagliato coll'ascia dai
Druidi; portava occhiali, e l'ho già detto, ora aggiungo ch'egli erano
di oro, i quali intorno alle sue tempie parevano una corona; le tempie
poi comparivano di un bel colore di terra cotta, sicchè unendo la terra
cotta con quelli occhiali d'oro tu acquistavi precisa la idea di _un
tegame incoronato da re_. E poichè il dabbene principe aveva sofferto
travagli da cani nelle guerre del Caucaso per la gloria del suo
imperatore e pel bene della umanità, egli aveva guadagnato in ciondoli
quasi quanto aveva perduto in capelli, ond'egli, comecchè con gli anni
della sua vita si trovasse poco sopra lo equinozio, pure era costretto
ad usare in parte una parrucca di capelli sauri, colore ordinario agli
uomini del settentrione e _agli sparvieri_: grandissima importanza
costui metteva a fare sì che veruno penetrasse questo segreto di Stato:
infinita la diligenza a tenersela accomodata, la qual cosa contribuiva a
darla a scoprire anco ai meno osservatori; frequenti e chiazzate ora di
preghiere, ora di minaccie le raccomandazioni al barbiere di nascondere
_l'atroce caso ad ogni uomo_, e questo pure aveva più che tutto altro
contribuito a propalarlo al popolo, al comune e al contado: anche dei
denti aveva perduto parecchi, e i surrogati gli comparivano in bocca
come i deputati italiani sopra i seggi della destra ministeriale —
_legati in oro_. Nel formargli il volto la natura, per via di eccezione,
mise da parte il pomello della gola rilevato, che tanto piacevolmente
agguaglia la faccia del russo genuino con quella del cane da macellaio,
e si tenne alla forma sferica; pareva avesse preso gara con Giotto a
condurre un O; rotondo il contorno del sembiante, rotondo il mento,
tondi gli occhi sporgenti in fuori; anco il naso foggiato a mezzo
cerchio rivolto in su, in atto di pilota che sul cassero della galera
mira le stelle per ispeculare il cammino.
Non solo donne gioconde, bensì uomini sodi, a contemplare cotesto
cristiano, concio a cotesto modo, avrebbero rotto in risate; non già
Eponina, esperta che nelle grandi passioni tutto ciò che spetta al
fisico come al morale può riuscire o stupendo, o terribile, o pietoso, —
ridicolo mai: e però pensando quanta violenza di fato doveva avere
condotto costui al fiero passo, ne trasse argomento di spaventarsi, onde
levatasi e scansatasi alquanto, con mite suono di voce favellò:
— Signor principe, che fate mai?
— Che faccio? — questi rispose senza muoversi: — io prego.
— O che a sorte mi avreste voi scambiato con la _Panagia_?[34]
[34] _Madonna_, così in greco come in russo: _tutta santa_.
— Non vi ho scambiato: siete; però, Eponina, non mi sturbate, vi prego,
lasciatemi pregare.
Ma non durò un pezzo in quella corrente d'idee, che, all'improvviso
sorgendo, afferra la sedia dove poc'anzi Eponina sedeva, e branditala a
guisa di spada parve che attendesse con quella a scacciare verso terra
la sua passione, che aveva levato troppo in alto il volo, aggiungendo:
— Eponina, io vi amo, e voglio e posso amarvi; che cosa trovereste voi
da opporci?
— Oppongo, signore, non essere affatto generoso tenere simili propositi
a fanciulla sola, priva di protettori.
— Come! Credete voi che io vi possa oltraggiare? Pensate davvero che
abbia avuto intenzione di mancarvi di ossequio? Questo non fu nè sarà.
Oh! perdonatemi; se mi negate il perdono mi brucerò il cervello.
— Lasciamo, di grazia, il cervello al suo posto, e non entriamo neanche
sopra la intenzione, ma egli è sicuro che voi non mi avreste tenuto
siffatto discorso, se mi aveste trovata al fianco della mia genitrice.
— Io?...
— Sì, voi; e voi avete pensato potermelo fare perchè.... perchè.... ve
l'ho a dire? Perchè vi sono parsa vivanda avanzata alla mensa di un
altro.
— Orrore!
— Ed io, principe, sappiate, per mercè di Dio e la mia volontà, mi sento
tale e sono da non ricevere dichiarazioni di amore se non per mezzo di
mia madre.
— Ma, signora Eponina, o che cosa vi ho chiesto io? Nulla dalla parte
vostra. A me basta che vi lasciate amare. Voi avete rammentato la
_Panagia_; bene; forse si è mai sentito dire che questa abbia dato di un
calcio nella faccia al suo devoto, che le stava inginocchiato ai piedi?
— Via, via, principe, noi siamo in età da sapere che l'amore stampa
tutte le sue grammatiche a casa del diavolo. Platone e Petrarca hanno
perduto più anime che tutti i romanzi francesi. Non crediate, che
credereste male, il corpo starsi in potestà dell'anima, come Calibano in
quella di Prospero; all'opposto Calibano si tira dietro la meschinella
Psiche, a mo' che il fanciullo costuma l'uccelletto legato per una
zampa. Amore, se pure può vincersi, si vince in una maniera sola,
fuggendo.
— Ebbene, soggiunse gravemente il principe, quando mi accorgerò che
l'amore pigli troppo a riscaldarmi, io me ne andrò a visitare le mie
miniere in Siberia, e non ritornerò se prima non mi senta rinfrescato.
Eponina non si potè astenere da far bocca da ridere, e piacevolmente
interrogò:
— Ma io, che sono italiana, dove mai mi ricovererò? Nel mio paese, in
terra, in mare, sui monti, nelle pianure tutto avvampa; fuoco nel
Vesuvio, fuoco a Stromboli, nel Mongibello fuoco.
— Diavolo! Non ci aveva pensato: allora andate a Torino; esponete la
vostra faccia alla brezza che spira dalle Alpi, e vi sentirete
rinfrescata.
— Peggio che mai; sarebbe un pigliare il male per medicina. O non vi
giunse all'orecchio che giusto a piè delle Alpi seppero da un pezzo in
qua instituire i semenzai più copiosi di fiori e di amori?
— Ma dunque il clima nulla può sul sangue?
— Sul sangue sì, ma sopra la passione no. E poi, venite qua, principe, e
siamo di buon conto; voi che fate professione di uomo religioso, potete
insegnarmi come il peccato non istia solo nell'atto, bensì ancora nel
pensiero; qui il nostro Redentore parla chiaro; nè avvocati, nè preti
varranno a storcere il senso delle sue parole: «Chiunque riguarda una
donna per appetirla già ha commesso adulterio con lei nel suo cuore».
— L'Apostolo si è spiegato male; tutti gli altri vangeli danno ad
intendere trattarsi di donna moglie ad altri; ma voi siete libera.
— Certo sì, ma siete voi, principe, che avete moglie.
— Sì, ma un cancro di minuto in minuto me ne mangia un pezzo. I medici
l'hanno sfidata; se tira innanzi un mese sarà un miracolo.
— E perciò appunto voi dovete temere di commettere, più che peccato,
sacrilegio, sottraendo adesso un atomo, un filo, un fiato del vostro
amore a cotesta sventurata. Nel passo tremendo a cui si avvicina, ella
abbisogna sentirsi sostenuta da tutto l'affetto del suo consorte;
sarebbe carità fiorita raddoppiare nella sua anima la fede che durerà
immortale il ricordo di lei nel cuore dello sposo; che innaffiati dalle
lacrime vedovili cresceranno perenni i fiori sopra la sua tomba.
Principe! Avete mai pensato alla spada che la trafiggerebbe, se venisse
a sospettare che voi non l'amate più, peggio, che voi ne amate un'altra?
Morirebbe disperata; e voi ed io saremmo forse colpa della sua eterna
dannazione. Vostra moglie, mi afferma il grido pubblico, santissima
donna ed a voi attaccata con tutte le viscere. Sarebbe questo il
guiderdone che voi le serbate per tanto amore? E quando? Quando la morte
ci ha fatto il segno, come su cosa che abbia di già acquistata. E in che
occasione? Allorchè ella posa il suo ultimo sguardo sopra l'amato volto,
per quinci desumere forza e coraggio di levarlo per sempre in paradiso.
Il principe sudava per la pena; non sapeva andare innanzi nè indietro,
come il cavallo che patisce di restìo, non si muove neppure se gli
accendono una fascina sotto la pancia; nè Eponina si sentiva meno sopra
le spine non potendo indovinare come la sarebbe ita a finire; quando la
fortuna le porse inopinatamente il destro di cavarsi da cotesto pelago.
Il principe nella confusione della sua mente, come uomo che si attacchi
alle funi del cielo, di un tratto mi usciva fuori in queste sciagurate
parole:
— Orsù, Eponina, sentite: dacchè così volete, io cesserò vedervi... io
sospenderò di amarvi... ma ad un patto... che voi vi leghiate con
giuramento meco, di sposarmi quando piacerà a Dio chiamare a sè la
signora principessa mia consorte.
E non ci è rimedio; neppure il senatore Casati se ci pensava un mese
avrebbe saputo accozzare tanti spropositi, quanti costui ne mise insieme
in un minuto.
Eponina riscotendosi si trova presso l'uscio della stanza; allungato il
braccio agguanta la maniglia, e voltasi al principe con voce alterata
gli favellò:
— Dunque sono io tal donna da non potere diventare moglie di un uomo, se
prima non figuro scheletro a piè di un catafalco? Amore egregio davvero
quello del principe Platow, il quale non sa offrire per talamo che un
cataletto!
E aperto l'uscio, scomparve.
Eponina, pensando ai casi suoi, considerò come il partito che le
rimaneva migliore stesse nel partirsi da Pietroburgo più presto che le
fosse stato possibile; molto più che oggimai veruna causa la trattenesse
in cotesta città; però le si fece sentire il bisogno di adoperare
straordinaria cautela, chè la passione del principe le parve pur troppo
di quelle che stanno a un pelo per diventare frenesie, al quale effetto,
deliberata di valersi dell'opera della sua cameriera russa, serva
affrancata di sulle terre dello imperatore, giovane svelta da levare il
pel per l'aria, ed a quanto pareva devotissima a lei; si restrinse con
essa, e prima di aprirsele, per iscoprire marina, la interrogò se si
sarebbe maritata volentieri con Yanni, maestro di casa, in cui Eponina
avendo posto confidenza grande viveva sicura, che l'avrebbe seguitata in
qualunque parte le fosse piaciuto condursi. Katinka, che tale avea nome
la cameriera, rispose subito a faccia tosta di no; onde Eponina,
contrariata, ebbe a dire: sono uscita di casa col piè sinistro. Bisognò
pertanto andare in traccia di altro ripiego, senonchè mentre stava
cercandolo, ecco che le venne fatto di scoprire che Yanni e Katinka di
pienissimo accordo avevano camminato nel medesimo veicolo, più miglia
verso il paese del santo matrimonio, che a lei non sarebbe piaciuto
conoscere; di che assai s'impermalì, e fece alla cameriera una ramanzina
da levarle il pelo; ma la Katinka tutta umile si scusava col dire, lei
avere dubitato che le interrogazioni della signora fossero per tastare
il terreno, e chiarito il dubbio avrebbe dato il puleggio all'una o
all'altro e forse a tutti e due, non garbando ordinariamente ai padroni
tenere per casa marito e moglie. Non parve questa buona ragione ad
Eponina, sostenendo ella che la giovane con lei doveva venirsene liscia;
dopo tante dimostrazioni di affetto meritarsi schiettezza fraterna (come
se il proverbio mancasse di avvertire, che amore di fratelli è amore di
coltelli), e la presente furberia male confarsi con la ingenuità
mostrata per lo innanzi: ai quali rimproveri la Katinka rispose breve
con una sentenza, che Eponina ebbe cura di notare nelle sue effemeridi:
«Signora, io sono serva affrancata, ed ella lo sa. Ora i padroni ben
possono liberare da un punto all'altro i servi dalla catena del
servaggio, non possono dai vizi di quello: la servitù fa all'anima il
medesimo effetto del nero nel corpo; anche dopo tre o quattro
generazioni di neri con bianche, o di bianchi con nere, il nero si
distingue sempre. La finzione è l'unica arme difensiva che il servo
possa adoperare contro il suo signore.»
Meglio che registrarla nel taccuino, bisognava riporsela nella mente; ma
ciò non fece Eponina, e non ne trasse profitto, perchè la superbia
persuade facilmente la creatura umana che incontrando la regola questa
debba scansarsi con una eccezione per lasciarle libero il passo; e
questo è scoglio dove rompono spesso i più perspicaci intelletti.
Pertanto fu stabilito che si sarieno fatti gli apparecchi pel viaggio
colla massima segretezza. Yanni e Katinka avrebbero messo in isquadra il
loro connubio con l'aiuto del papasso, continuando nel servizio presso
Eponina: la mobiglia fu venduta alla rinfusa, ed anco per questa volta
bisognò ricorrere all'ebreo Anania, il quale avendo subodorato il
negozio, fece in un dì le sue vendette della ingiuria patita allorchè
ebbe a pagare un terzo solo meno le gioie del monile donato dalla
imperatrice ad Eponina.
Però giova procedere giusti con tutti; quando l'ebreo compra a taccio,
se non si contenta neppure avere la roba a mezza gamba, quasi lo scuso,
imperciocchè vecchio, io osservai nella sua bottega oggetti che ci vidi
da giovane: limbi di rigattiere privi di speranza di redenzione.
Yanni si raccomandava a mani giunte e poneva ogni sua diligenza ad
osservare il mistero; perchè se il principe avesse preso fumo della
cosa, guai a tutti, massime a lui. Se alla signora talentasse conoscere
di che il principe fosse capace nel male, lo argomentasse dal modo col
quale egli talvolta praticava il bene: trovandosi governatore in
Tartaria, preso dal santo desiderio di guadagnare anime al Signore,
propose a certa tribù di tartari ridursi alla fede di Cristo, e poichè
costoro tentennavano, ei li fece pigliare dai suoi dragoni, spogliare,
legnare, e così ignudi e bastonati scaraventare nel fiume Tehoulima; il
prete intanto recitava la formola del sacramento del battesimo, e così
uscirono dalle acque battendo i denti e cristiani. Il principe raggiante
di giubilo si fregava le mani, esclamando: «Non ci è verso, bisogna
mandarli in paradiso coi dragoni!» Difatti ce ne mandò parecchi, ma
oltre i dragoni ci adoperò l'acquavite, perchè, avendone fatta
ministrare loro un boccale a testa onde celebrassero tanta solennità,
tra il quarto ed il quinto dì la maggior parte basiva per infiammazione.
Di questa razza benefattori della umanità ce ne nasce in Russia. Ed
invero il principe, il quale non era ricco di partiti, si limava in
questo frattempo a cercare modo di assettare il suo amore, ma più ci
pensava e meno ne trovava il bandolo, dove non si risolvesse a rapire
Eponina e trasportarla in qualche suo remoto castello, quivi battezzarla
coi dragoni. Il russo tornava a galla! Ma lo tratteneva la
considerazione che queste imprese anche in Russia non costumavano più,
dove anche in Corte dopo lo esempio della imperatrice Caterina in fatto
di morale si procede in punta di piedi: il principe della morte ne
avrebbe fatto caso quanto di un bicchiere di _cognac_, ma vedersi
cancellato dalla lista dei ciambellani di S. M. era supplizio tale,
ch'egli non valeva a sopportare nè anche in immaginazione.
Mentre il povero principe si tribolava nel martirio che gli innamorati
hanno comune con S. Lorenzo, ecco farglisi contro un servo e dirgli che
la principessa sua consorte mandava per esso, ed egli andò; entrato in
camera la inferma gli disse: avere ricevuto or ora le lettere dalla
posta, e fra queste una che ne chiudeva un'altra per lui, con preghiera
di consegnargliela in proprie mani; cosa ch'ella faceva; ed in così dire
gliela porse.
Al principe diede un tuffo il sangue, e come presago di qualche malanno
si trasse nel vano di una finestra, dove aperta la lettera lesse:
«_Signore!_
«Mirate bene chi vi porge la lettera e poi mirate chi ve la manda, e
comprenderete inutile ogni altra parola, salvo la preghiera che vi
faccio, di scordarvi di me: riunite con tutte le potenze dell'anima i
vostri affetti sopra la moribonda, per renderle, se è possibile, lieta,
o almeno non trista l'aurora che sta per incominciare la sua giornata
immortale.
«EPONINA.»
Il principe si ridusse a balzelloni nella sua camera, dove postosi a
meditare sopra l'atrocissimo caso, tanto dolore lo vinse che cadde a
terra percosso da accidente di gocciola; non morì, chè solleciti rimedi
e gagliardi lo riscattarono dalle granfie della morte; non tutto però;
gli rimase la bocca storta, il braccio manco penzoloni: anco il piè
sinistro strascinava malamente per terra: risensato, seppe la moglie
morta, Eponina sparita: a queste notizie buttò giù la faccia sul petto,
grugnì e parve sprofondare nella demenza.
Eponina con i suoi servitori, camminando come costuma la volpe quando
vuol mettere i cani fuori di traccia, dopo molti andirivieni giunse per
ultimo nella Svizzera.
Chi dice male della Svizzera ha torto marcio; per me la giudico uno dei
più bei paesi di questo mondo; ci si respira l'aria di libertà, un po'
fredda, ma pura; ci si trova di tutto: latte, amor del prossimo,
ospitalità e formaggio e carne in copia, veramente tutto un po' caro, ma
di prima qualità, massime la carne.
Eponina si ridusse a vivere, quanto meglio potè di celato, in certo
paesello prossimo ad un lago: piace del paese e del lago tacere i nomi:
e neanco lì parendole stare abbastanza nascosta, cercò e rinvenne una
deliziosa villetta posta a breve distanza dal villaggio a ridosso di un
monte dove appariva incassata come perla dentro un anello. Senza che
ella se ne pigliasse cura primi ad ammobiliargliela furono gli oscuri
rammarichi del passato ed i non meno foschi presentimenti dell'avvenire;
si adattò ad infinite privazioni di cose che sul principio sembravano
più necessarie del necessario, ma che il bisogno mette poi al suo posto,
senza paura di errare. Al difetto del pianoforte supplì con un violino,
essendo suonatrice stupenda anche di questo strumento: un pezzo si svagò
col pensiero che si trovava divisa dall'Italia, da casa sua, mediante
sottilissima parete (veramente ci voleva tutta la immaginazione di un
artista per supporre un'alpe una parete, e per di più sottile) e quindi
godeva della contentezza di coloro, i quali non potendo vedere la faccia
dei propri parenti pure ne odono i passi e la voce; e poichè la sua
fantasia spiegava le ali largo davvero, nè ella attendeva a temperarne
il volo, così delirando accosta il seno a qualche rupe e si consola
nella idea di sentire traverso a quella palpitare il cuore d'Italia sul
suo.
Ma amore è nudrimento dell'anima, in molta parte non diverso dal cibo
corporale; così ve ne ha di quello che, sempre uguale e poco, basta a
saziarci, altro variato ed in abbondanza, aggrava e non approda; però
Eponina, priva del primo, incominciava ad annoiarsi, ma al maggiore uopo
la sovvenne la ventura parandole davanti, in cotesta solitudine, una
fanciulletta di nove o dieci anni, vispa e lieta nella sua miseria come
una lodola mattutina; di vero ella errava pel mondo campando la sua vita
come gli uccelli, col canto: per verità ella si accompagnava
coll'organino, cosa che agli uccelli io non ho veduto fare; ma questo
piuttosto le noceva che giovava, imperciocchè per ordinario chi la stava
a udire le chiedeva cessasse per l'amore di Dio il suono, e con la voce
sola finisse la canzone. Eponina, pari alla rondine, la quale, per farsi
meno disagiato il nido, ogni piuma raccatta, si tolse in casa la
fanciullina e ce la tenne un giorno, poi dieci e poi sempre, tanto le
piacque per la sua gentile leggiadria, e più per la facilità con la
quale apprendeva ogni atto di educazione donnesca: leggere e scrivere
già sapeva di avanzo: in breve conobbe la musica; imparò a suonare il
violino; sempre linda, nelle vesti attillata; e sempre gioconda e
festosa; insomma una cara creatura. La sua storia breve e poco svariata,
tutta un affanno: si chiamava Natalizia perchè i suoi genitori, e certo
la mamma, la notte di Ceppo la espose novellamente nata sul lastrico di
Milano, forse per regalo del Natale che le mamme costumano co'
figliuoli; una donna vedova, senza figli e povera, la rinvenne, la prese
e la tirò innanzi alla meglio: giunta ad otto anni, la vecchia essendo
assicurata che ella aveva voce soave, le permise andare pei caffè a
guadagnarsi la vita, dove la udivano molto volentieri, ma ne cavava poco
costrutto; quando un suonatore vecchio le propose di andarsene con lui
per le Asie e per le Americhe fino a Madrid; ed ella che era vaga di
girare pel mondo, disse: «Magari!» E tenutone proposito con la vecchia,
questa glielo assentì a patto che tornasse presto. A questo modo
camminarono attorno per terre e per villaggi; egli suonando da svegliare
i morti prima del giudizio finale; ella medicando col canto gli squarci
ch'ei faceva negli orecchi altrui e guadagnando i quattrini, ed egli
pigliandoseli e facendole le male spese; e fin lì pazienza! Ma un giorno
egli la volle picchiare, ed ella, non trovandosi altro da vicino, gli
frombolò mezzo pane, che teneva sotto il braccio, nella testa e scappò
via, piantando il vecchio ghiottone che campava alle sue spalle e le
lesinava il vivere; si mise sola pel mondo e girò, girò stentando,
finchè non capitava alla casa dalla sua cara mammina e con lei voleva
vivere e morire, ma le coceva di sapere che ne fosse dell'altra mamma da
lei lasciata a Milano, la quale, vedendola tanto tardare, per certo
stava in pensiero; e poi, o vivere lì, o in Milano tornava lo stesso?
Natalizia non passava dì che con questi od altri simili discorsi non
facesse divampare nella Eponina più intenso il desiderio di tornarsene
in grembo alla propria famiglia; e perchè non ci si sarebbe presentata
con fiducia? Passi dei quali doveva pentirsi ne aveva fatti anche
troppi, ma da arrossire, veruno: e se per sorte l'avessero reietta,
ella, consolandosi di non avere meritato tanto rigore, avrebbe
provveduto ai casi suoi, ritraendo dall'esercizio della propria
professione il modo di vivere.
I romanzieri, quando si mettono a frugare nel cuore umano, procedono
nella stessa maniera dei filosofi moralisti, non mica con norma sicura,
bensì a tastoni, per via di congetture, e però certi di cercare con
coscienza, non già di trovare con certezza; per la qual cosa, tirando ad
indovinare, dico probabile che l'amore di Eponina verso Natalizia
accendesse nei cuori di Yanni e di Katinka la prima favilla di astio, la
crescesse la paura che Eponina rimpatriasse, peggio poi che si
restituisse coi suoi e così li licenziasse; che se anche, conservandoli
al proprio servizio, dovesse cessare il quotidiano saccheggio da loro
esercitato sopra le cose della padrona, non sarebbe stato meno grave lo
stroppio.
Yanni e Katinka, ormai legati coi vincoli del santo matrimonio,
passavano la più parte della notte in letto supini ad abbacare se anche
a loro convenisse tornarsene a casa: veramente i baci gelidi dell'aria
natia capaci a incancrenire il naso degli abitanti, non li allettavano;
braccia tese di amanti congiunti verso loro, da coteste parti non
vedevano, o se le vedevano erano per votare tasche e per rubare valigie.
In tutte le parti del mondo spesso, in Russia sempre, padri, madri e
parenti in linea discendente o trasversale, sino alla quarta, o alla
quinta generazione, _per pigliare darebbero il cuore_.
— Tu sai, cara mia... diceva il marito.
— Tu sai, diletto mio... rispondeva la moglie.
E qui si abbracciavano stretti e ad una voce finivano:... che da vivere
noi non abbiamo.
E nei geniali ragionamenti continuando, toccavano della poca capacità
loro e più della niuna volontà che avevano di lavorare.
— Quando ci vada in poppa, ci toccherà un benservito scritto in carta
velina, un paio di mesi di salario e se vuoi anche una fra le tante arie
che canta la signora: _Ti lascio al ben che adoro_; ovvero: _Separiamci
da forti e non si pianga_.
— Dunque, che cosa stilliamo?
La idea del furto si affacciò dapprima come un fuoco fatuo sopra
l'orizzonte estremo di cotesti due crani; poi ci ricomparve più
insistente; prese forma, prese colore; che più? all'ultimo prese
l'aspetto di spiegazione del vangelo, predicato da un prete: _cosacco_,
diceva la predica, propriamente significa _ladro_, e ciò sta ad
attestare come il russo per naturale propensione tenda al furto. Dio ci
ha fatto, non noi; noi dobbiamo e possiamo combattere gli istinti di
natura e incamminarci per quanto ci è dato sopra il sentiero della
perfezione: ora per mantenerci onesti ci vogliono quattrini; di qui la
necessità di rubare un'ora per durare onesti tutto il tempo della nostra
vita.
Ragionavano giusto come Dante operò: intendevano passare dall'inferno
per andare in paradiso.
Un concetto gittato nella corrente del pensiero è pari ad un tronco
caduto in balìa del fiume: entrambi devono per necessità giungere al
fine; quello col traboccare nell'azione, e quest'altro nel mare; però i
nostri coniugi nel colmo di una notte entrano chetamente nella camera
dove dorme Eponina, aprono con precauzione canterale e armadio, pigliano
a cavarne il buono e il meglio in gemme, in orerie, con tale
disinvoltura che non pareva fatto loro, e siccome fossero entrambi
religiosi, così volendo pigliare con coscienza, prima di appropriarsi un
oggetto formulavano un _attesochè_, come costumano i giudici, anzi, più
scrupolosi di questi, però che essi pongano le ragioni del giudicato
solo innanzi alla parte dispositiva della sentenza, mentre essi le
ponevano prima e dopo: — Tanto ella non ha bisogno; — e finivano: — e
noi necessità estrema. — Tanto ella con quattro trilli se li rifà più
belli; — e finivano: — e noi neanco spaccassimo legna fino alla
consumazione dei secoli; aggiungevano dopo: — e a pensarci su, si può
quasimente sostenere che la è roba nostra, avendola ella raccattata in
Russia, e riportandocela non sarebbe fuori di luogo vantarci che
adempiamo a una regola di buona economia e al debito di amor patrio.
Quando i nostri artisti calmucchi inonderanno i teatri d'Italia, gli
italiani si vendicheranno negando a loro gemme e ghirlande. Si
vendichino pure! Noi ci stiamo; così le borse non impoveriranno e la
morale ci guadagnerà...
O che credono i nostri professori di comunismo possedere eglino soli il
privilegio di ragionare il furto? Anche i cosacchi lo sanno fare, e se
avessero perizia di mettere in carta, essi ci comporrebbero libri, di
petto ai quali quelli di Proudhon sarieno giudicati conservatori.
Però, quantunque i nostri coniugi in coteste loro lucubrazioni ponessero
garbo infinito, tanto non poterono procedere cauti che non movessero
rumore da svegliare Eponina, la quale sollevando il capo interrogò:
— O che fate costì a quest'ora? Perchè senza che io vi chiamassi mi
siete entrati in camera?
_Katinka._ Oh! ecco; la signora si lamentava tanto nel sonno, che
abbiamo ruzzolato il letto per correre ad aiutarla.
_Eponina._ O che credevate mi fossi addormentata nel canterale?
_Yanni._ No, signora; cercavamo biancheria fine per servizio di vostra
signoria illustrissima.
_Eponina._ Ma nel canterale non ci stanno le biancherie, e voi lo
dovreste sapere, Yanni; ad ogni modo lo sa Katinka.
_Katinka._ Dice bene la signora, ma, rimescolata come sono, non ho avuto
capo ad avvertirglielo.
Qui Eponina perse la pazienza e con suono risentito disse loro:
— Sciagurati! Bugiardi! Voi rubavate... uscite subito di casa mia.
E fino a questo punto poteva andare; ci sarebbe stato quasi da
scommettere che i coniugi avrebbero spulezzato mogi mogi, e in cotesta
medesima notte preso il volo per altre contrade; ma no, la smania dello
stravincere pose sempre mai a repentaglio la vittoria, e questo insegna
eziandio il Machiavelli, ond'è che Eponina tutta accesa di collera
aggiunse:
— Andate; domani farà giorno, e voi, furfante, renderete ragione del
vostro operato davanti al tribunale.
Mala ispirazione fu quella; e sì che Eponina doveva ricordarsi la fine
miserabile toccata al Winkelmann, trafitto proditoriamente dal servo
assassino, per derubarlo dei suoi tesori.
I coniugi allora si avviarono di conserva verso il letto: su quello che
fossero per fare non erano ben chiari; si presentava alla mente loro, a
modo di embrione, il quale però stava in procinto di pigliare forma
determinata dalla necessità di condurre, ormai che lo avevano
incominciato, a compimento il furto e di godersi in pace la roba rubata;
ma Eponina avendo scorto cotesti due ribaldi ricambiarsi con gli occhi
una di quelle faville che schizzano proprio da un tizzo di casa del
diavolo, capì dove sarebbero iti a cascare, anche prima ch'essi ci
pensassero; onde non le parve più tempo di gingillarsela e, con la manca
frugato sotto il capezzale, ne trasse fuori una _rivoltella_ che subito
spianò contro Yanni. Sua sventura volle che Yanni si fosse accostato
troppo, sicchè questi, allungata la gamba e steso il braccio, agguantò
la mano di Eponina, strappandole con forza irresistibile la pistola; non
per questo sbigottì Eponina che animosa con la destra cerca e trova
sotto il guanciale il pugnaletto, a lei carissima galanteria, come
quello ch'era dono del suo miglior fratello Curio, che aveva per manico
le figurine di Amore e di Psiche vagamente intrecciate. Curio nel
darglielo le aveva detto sorridendo: «Con questo un giorno ammazzerai
qualcheduno.» Katinka non meno svelta di Yanni afferrò Eponina; nel tira
tira cadde il fodero, e la serva venne a trovarsi ignudo il pugnaletto
in mano, che senza esitare appuntò nella fossetta che fa la clavicola
alla radice del collo ad Eponina.
Yanni urlò: Forte! — Ed Eponina: — Ah! scellerata!
Spruzzò il sangue negli occhi e sulla bocca di Katinka: costei
rabbrividita dal sapore del sangue e cieca, lasciava il ferro nella
ferita e tremante come per paralisia si appigliava con ambedue le mani
alla colonna del letto per non istramazzare.
— Katinka, presto, scappiamo! susurrò Yanni.
— Sì, sì, fuggiamo, acconsentiva premurosa Katinka.
E volsero le spalle alla trafitta, affrettandosi verso l'uscio della
camera; ma giunti presso al canterale la tentazione li riacciuffò pei
capelli, con la man manca l'uomo, con la destra, epperò più forte, la
donna, la quale con voce rantolosa e non pertanto distinta disse:
— Yanni, ci basterà la roba?
— Gua'! o chi ci para di rubarne dell'altra? rispose questi.
E si misero di concerto a grancire più rapaci di prima; ma la paura e la
confusione tanto prevalevano in loro, che con le mani l'uno l'altro
agguantava.
— Oh! chi è che mi agguanta? Urlò Yanni, trasalendo, la prima volta che
questo accadde; e la donna:
— Sono io, zuzzurullone! — E levatigli gli occhi nel viso esclamò: —
Come sei giallo!
Yanni a sua posta mirando lei digrigna fra i denti:
— E tu come rossa!
Katinka abbassando gli occhi con orrore si vide macchiati di sangue il
petto e le braccia.
Di un tratto li percuote uno scoppio di fucile, e subito dopo le strida:
Assassinio! assassinio!
— Ah! siamo scoperti!
— Salviamoci! urlarono a una voce gli scellerati, e via a precipizio
verso la porta dove essendo giunti in un punto, e donde ad un punto
volendo uscire si diedero uno strizzone da sgretolarsi le costole.
*
Ecco uno dei soliti colpi di scena da romanziere arrembato, osserva,
ghignandomi in faccia, la mia censora sdentata, quarantenne e beghina;
ed io paziente:
— Ma signora mia, la si lasci servire, e vedrà come la cosa cammini
naturalmente pei suoi piedi. Ricorda ella l'orfana, sonatrice di
organino, raccolta da Eponina per carità? — Natalizia, via? Se ne
ricorda? Or bene; costumando la Natalizia dormire in certo stambugio
accanto alla camera della sua signora, si accorse dello insolito
rimuginare che si faceva nella camera accanto, e apposto l'occhio alla
serratura si accorse in un attimo del misfatto, che stava per
perpetrarsi: — Se chiamo soccorso, chi mi risponderà? pensava fra sè la
vispa fanciulla: — forse se li lascio fare si terranno contenti a portar
via, mentre se si trovano scoperti ci aggiungeranno l'omicidio: i gatti
spaventati sgraffiano.
La Natalizia aveva pensato a sesto, ma poi la faccenda andò
diversamente, e repentina così, che ella non ci potè fare riparo; ed
anche gliene avessero dato campo, non avrebbe saputo a quale partito
appigliarsi. E nè anche la giovinetta perse il coraggio quando vide la
sua signora tanto fellonescamente trafitta, perchè sperò non lo fosse a
morte, e ad ogni modo sentì il debito di sovvenirla come poteva; certo
le nostre ragazze, fiori tirati su a stento nelle domestiche stufe, per
lo meno sarieno cadute in deliquio; ma la nostra orfana era allieva
della necessità, maestra rigida è vero, ma che per insegnare presto e
bene vale oro quanto pesa. Per la quale cosa ella, guizzando celere e
cheta nella stanza di Giovanni, prese lo schioppo a due canne che costui
si teneva a capo il letto, e poi si calò fuori della finestra: appena
tocca terra si addossava al forno lì presso casa, urlando da spiritata:
«Assassinio!» e al punto stesso esplodendo una delle canne; per buon
rispetto la provvida fanciulla tenne in serbo l'altra. L'esito del
trovato superò la sua speranza, imperciocchè indi a breve vedesse
prorompere fuori della porta di casa i due scellerati e correre a rotta
di collo, come se centomila diavoli ne li portassero.
Allora rientrò in casa dove, avendo prima incatorciato per bene le
imposte dell'uscio, ascese al soccorso di Eponina. Poveretta! non dava
segno di vita; largo lago di sangue aveva lordato le lenzuola e i
tappeti; adesso grondava a stille scarse, perchè più poco gliene restava
nelle vene, ed anco perchè avendo fatto grumo intorno al ferro, le
restava impedito lo sbocco. La fanciulla accorta stava perplessa a
estrarre il pugnale, temendo qualche sgorgo e trovandosi corta a rimedi
per impedirlo; pur si decise a cavarlo, ammannito innanzi un batuffolo
di lini finissimi, di esca e di cotone onde servirsene a modo di stuello
premendolo sopra la piaga; e così fece, avendo la pazienza di tenercelo
fermo per più di un'ora; poi, composto con altri pannilini una maniera
di guancialetto, mediante fasciature condotte in tralice per di sotto
l'ascella destra, lo assicurò con garbo nella fossetta della clavicola
ferita, tanto bene, che meglio non avrebbe saputo fare il cerusico.
Tutto questo compìto, Natalizia pensò se giovasse meglio attendere il
giorno, ovvero recarsi subito al villaggio per soccorso. A lasciare
Eponina sola la dissuadevano il pericolo che gli assassini tornassero, e
l'altro che risensando ella si spaventasse della solitudine, o peggio
ancora, movendosi allentasse la fasciatura e si perdesse
irrevocabilmente quanto sperava avere acquistato con tanta fatica;
aggiungi il risico di smarrire la strada nel buio fitto della notte e
ruinare in qualche precipizio; la combatteva altresì il timore che al
villaggio non si sarebbero svegliati, o che non le avrieno dato retta, o
che non volessero venire: per ultimo non le pareva fuori dei possibili
imbattersi ella stessa negli assassini, i quali non avrebbero mancato
accopparla per distruggere con esso lei il testimonio unico del loro
delitto: tanto è, si fece coraggio e andò; tuttavia al pericolo che gli
assassini rientrassero in casa provvide con lasciare chiuso l'uscio di
casa, ed ella calarsi da capo giù dalla finestra; all'altro
d'incontrarli per via, riparò col caricare anche l'altra canna dello
schioppo e portarlo seco inarcato; come Dio volle, non le nocquero nel
cammino le tenebre, nè le asperità della via; quanto poi alla difficoltà
di svegliare la gente, ebbe un santo dalla sua, che le fece trovare il
Sindaco desto, il quale andava in volta per la casa, col suo decimo nato
in collo, trastullandolo per quietargli la smania della dentizione. Gli
abitanti del villaggio avvertiti in un bacchio baleno, si misero in
assetto per accorrere al soccorso della ferita. Un po' di tempo lo fece
perdere la moglie del Sindaco, la quale, non ci era caso, voleva andare
_lei_, lasciando il Sindaco a ninnolare il bambino; ma il marito glielo
scaraventò nelle braccia, osservando che fuori di casa il Sindaco era
_lui_.
Di subito fu vista una processione di lanterne errare qua e là, a mo' di
lucciole, giù per la vallea, festinante verso il luogo del misfatto.
Ognuno dei lanternisti desiderava con tutta l'anima che Eponina non
fosse rimasta sul tiro, computando il guadagno che per la sua malattia
sarebbe venuto a lui o alla moglie di lui, ovvero ai figli, generi,
cugini di lui, amici e conoscenti a 16 miglia dintorno. Io l'ho già
detto: cuore e formaggio nella Svizzera ci si trovano di prima qualità.
Se io mi trovassi a possedere un cuore svizzero, io non lo baratterei
con la più grande piramide d'Egitto.
*
— O lasci in pace i cuori degli svizzeri e le piramidi di Egitto, e ci
dica un po' come andarono a finire i servi assassini, salta su a dire la
critica bacchettona, e minaccia di non lasciarmi ire innanzi, se prima
non la contento.
— Ma abbia pazienza, questo ella saprà a suo luogo e tempo; dovrebbe pur
capire che la sua continua intromissione mi rompe i concetti e mi
arruffa ogni disegno.
— Ringrazi Dio che mi basti la pazienza di starle al fianco, chè senza
di me, nelle sue diavolerie, non si troverebbe un briciolo di buona
morale, neanco a cercarlo coi lanternoni degli svizzeri da lei poc'anzi
descritti; ci dica subito come la giustizia umana arrivasse gli
assassini; e in ogni caso la giustizia divina, che non può mai fallire.
— Senta. La giustizia umana non li agguantò: i ribaldi scivolarono fra
Stato e Stato senza dare sospetto: anzi alle polizie dei vari paesi
riuscì tanto più difficile rinvenirli, quanto meno essi posero cura a
farsi cercare: in pellicceria ci vanno più pelli di volpe che di asino:
se vuoi gabbare la diplomazia, che campa sulle trappole, usa ingenuità:
e se desideri sgusciare dalle mani delle polizie, solite a camminare pei
traghetti, tira innanzi per le vie maestre: pertanto costoro giunsero a
salvamento in Arcangelo, dove rizzarono su rivendita di acquavite e
furono principali avventori, finchè vissero, della propria bottega.
— Ma la giustizia divina? Dica su della giustizia celeste.
— Della provvidenza, via? Oh, ecco: questa li seguitò un pezzo, ma
siccome a mano a mano che s'inoltrava per coteste contrade boreali,
sentiva per colpa del freddo gelarsi le membra, si fermò a Pietroburgo,
e quivi mentre attende a curarsi i pedignoni la raggiunsero corrieri di
Francia e di Prussia, con ordine fulminante di tornarsene indietro;
volersi ad ogni modo rompere la guerra, nè i popoli potersi capacitare
che senza permesso della divina provvidenza fosse lecito a loro di porre
la mano ai ferri per tagliarsi la gola; avrebbe trovato rifatto il letto
e spazzate le chiese, accesi i moccoli, gonfi i mantici degli organi,
sul turibolo gl'incensi. La provvidenza fece spallucce e significò ai
corrieri che la lasciassero in pace; ma gli impronti le susurrarono
dentro gli orecchi ci pensasse due volte, però che essi avevano
commissione di condurla coi gendarmi. «Co' gendarmi! ella esclamò; e
quale giurisdizione hanno su me i gendarmi? Se presumono ammanettarmi i
gendarmi luterani della Prussia, io sono la provvidenza cattolica; se i
gendarmi cattolici della Francia, io sono la provvidenza luterana; qui
in Russia posso schermirmi da tutti e due proclamandomi provvidenza
greco-scismatica: andate al diavolo voi e chi vi manda. — Ma poi, avendo
levato gli occhi al cielo, pensò ch'egli era spigionato per tutti; onde
per non attizzare scandali, mandando all'aria per sempre casotto e
burattini, si adattò a seguitarli.
Appena giunta a Colonia, la città dei re magi, la provvidenza mandò pei
due imperatori, uno già nato e l'altro che stava per uscire dall'uovo, e
disse loro con voce annuvolata:
— Signori miei, a che giuoco giochiamo? O che questo lavoro non ha da
smettere mai? Voi vedete che moglie di due mariti io non posso essere:
la poliandria si considera peccato così in cielo come in terra; e poi
l'ha da finire questa storia di mettere sopra le mie spalle tutte le
vostre infamie, le truci ambizioni, le maledizioni dell'umanità, i
diluvi di sangue che fate spargere voi altri.
I due imperatori, l'uno fatto e l'altro che stava per rompere il guscio,
ad una voce risposero:
— Dà retta, divina provvidenza, a noi veramente non importa nulla che tu
stia con l'uno o con l'altro ed anco con veruno dei due; noi ci
provvediamo dai noi stessi formandoci i battaglioni più grossi; e' sono
i popoli che non ti vogliono licenziare, sicchè a noi tocca legare
l'asino dove vuole il padrone, fingendo che tu stai con l'uno o con
l'altro: ora, che ci rimetti a lasciarti invocare da tutti e due? Sta'
di mezzo e piglia dalla mano destra e dalla mancina; intanto il cannone
ti darà la pinta per insegnarti da qual parte hai da figurare di esserti
buttata: che se frattanto tu ti uggissi a startene appillottata in casa
o in chiesa, svagati a governare le sorti del giuoco del lotto.
Dov'è la mia critica bacchettona? E' pare che se ne sia scappata da un
pezzo: meglio così, chè senza questa veste di fiasco fra le gambe, il
racconto procederà più spedito.
La ferita fu giudicata mortale, ma il peggiore guaio, per opinione dei
medici, veniva dalla perdita del sangue, per cui si dava come sfidata.
Ora io non dirò che in onta alla scienza, bensì nonostante i responsi
della scienza, la natura pigliò il sopravvento alla morte, ed Eponina
dopo lunga infermità potè riaversi, non senza però lasciare offerte
preziose alla rigida ara di lei. Non le uscì più il pallore dal volto,
onde se egli è pur vero che la sorella di Oreste desumesse il nome dalle
guancie clore, da ora in poi avrebbe dovuto farsi chiamare Elettra; la
voce le rimase limpida come innanzi e sovente anche gagliarda, ma però
soggetta a questo inconveniente, che talora di un tratto le calava giù
giù sempre splendida e poi di subito le si spengeva simile ad una
lacrima del cielo, che noi volgarmente chiamiamo stella cadente. — Più
grave danno di questo, il suo cuore sembrava ad ogni minuto sostasse
alquanto come per ripigliare lena nello esercizio delle sue funzioni di
sistole e di diastole. Ristabilita in salute a questa maniera, dopo
lunghe esitanze si dispose trasferirsi a Milano, dove sua prima cura fu
di cercare la vecchia raccoglitrice della sua diletta Natalizia...
Ma, ahimè! Tu sai, lettore, come la scadenza ordinaria delle cambiali
sia a novanta giorni e quella della vita a sessanta anni. Ora la morte,
che insomma è il creditore puntuale per eccellenza, si era presentata
alla vecchia, molto più che il termine era scaduto da un pezzo, e ne
aveva riscossa la vita.
Sembra che ad Eponina non dovesse parere vero immergersi nel seno della
famiglia, e quivi attingere l'oblìo dei mali sofferti; tutto induceva a
crederlo, eppure questo non fece.
O perchè non lo fece? Lettore discreto e prudente; io te l'ho pur detto:
per penetrare nel cuore umano e dimostrarti i suoi infiniti misteri, mi
farebbe bisogno che Arianna sempreviva dipanasse eternamente gomitoli
per me; ed io calcolo ch'ella deva essere morta da tremila anni e più.
Se avessi a dire la mia, forse ad Eponina rincrebbe aversi a mostrare in
cotesto arnese; ella immaginava un dì tornarsene a casa sfolgorante di
bellezza e di gloria: copiosa di tutti i beni che sono dai mortali
maggiormente invidiati, voleva rientrare in casa sua come uno imperatore
trionfante in Campidoglio, ed ora ella si considerava ridotta quasi al
verde d'ogni cosa. Seppe la sua famiglia stiantata dalla sventura, ed
ella repugnò con la sua presenza crescerle il fascio dei dolori; colà si
piangeva per troppi e pur troppo; le parve debito non partecipare a
coteste lacrime, bensì sollevarle, e questo giudicò potersi eseguire da
lei molto meglio rimanendo sconosciuta e fuori di casa: temeva eziandio
i rimproveri come colei che sentiva averne piuttosto a farne che a
riceverne, ma dall'uno e dall'altro lato, ella rifuggiva del pari: — nè
forse questo solo da lei si mulinava nella mente, ma io non lo so e
lascio ricercarlo a chi legge.
Pertanto ella andò a Torino, dove datasi segretamente a conoscere a
certi suoi fidatissimi amici, quelli pregò a procurarle a patti
vantaggiosi un teatro dove cantare. Iniziate le pratiche lo impresario
la udì e gli piacque; fu stipulato il contratto e stabilito il compenso;
certo per arrivare a quello russo, ci era che ire, ma anche in Italia un
cantante si paga più di dieci Galilei. Eponina sarebbe andata in iscena
con la _Straniera_: quindi ella senza perdita di tempo si mise a
studiare cotesta partitura con l'ansietà del marinaio che, sopraggiunto
dall'uragano, gitta in mare l'ancora della speranza, però che una voce
interna le andasse sussurrando ch'ella si sarebbe salvata o perduta con
lei; quanto l'arte può suggerire di più arguto si adoperò da essa per
incastrare la sua voce fra nota e nota e far comparire magistero la
velatura dei tuoni, odiata sequela della infermità; breve, esultò nella
fiducia di essere giunta a raccogliere i raggi sparsi dell'antica sua
gloria.
Però gli studi della musica non la occuparono soli in cotesto scorcio
della sua vita, bensì attese a vendere con reputazione quanto l'era
rimasto di gioie, parte rinvestendo in rendita pubblica a benefizio
della sua orfana e parte mandando in sollievo della famiglia.
La sua voce operò i consueti portenti; il pubblico si sentì come
travolto in un vortice di piacere; Eponina riconobbe il genio tornare a
batterle con le ale le tempie ed inondarle col suo fuoco le arterie.
Ormai dimentica di ogni passato affanno, fidando pienamente sopra la sua
salute, volle per la sera veniente cimentarsi da capo alla prova.
Ma nella sera successiva la voce a un tratto le si ecclissò; ogni sforzo
fu vano; le si strinse la gola, mentre il cuore con tremendi palpiti le
sobbalzava. In capo a due giorni di riposo le parve esserle tornata la
voce più gagliarda che mai; e poichè la strana intermittenza, invece di
scemarle, le aveva aumentata la popolarità, non è da dirsi se lo
impresario udisse con esultanza, che ella si disponeva per cantare in
cotesta sera: così, per non parere importuno la confortò ad aversi
riguardo, ma si guardò da insistere troppo.
I cedoloni.... ho sbagliato; i cedoloni si costumano dalla Curia romana
per le scomuniche; per gli annunzi teatrali si usano i cartelloni; i
cartelloni dunque avvisavano su tutti i muri per la veniente sera la
_Straniera_ cantata dalla celebre prima donna; la città ne andò in
visibilio; si facevano i capannelli intorno ai manifesti; figurarsi se
la calca la sera fosse grande al teatro! Ognuno si riprometteva che in
cotesta sera il sole non si sarebbe ecclissato; e così pure Eponina, la
quale, a guisa del guerriero che innanzi di avventurarsi nella mischia
prova la spada, scivolando con celeri gorgheggi la scala dei tuoni dal
grave allo acuto e viceversa, conobbe potere starsi sicura della sua
voce.
Piena e stipata la sala, sicchè se fosse piovuto panìco, proprio un
chicco non sarebbe cascato per terra; così profondo il silenzio che tu
avresti udito anco lo zufolio della zanzara, ma zanzare non ci erano; ci
erano spie.
Divina l'onda sonora sgorgò dalle labbra di Eponina, e potente come nei
giorni migliori a dominare sull'anima degli ascoltanti; a seconda del
genio e del temperamento degli individui convenuti costà, all'uno pareva
un balenìo di luce, all'altro un brulichío che gli ricercasse le interne
viscere; a questo parve voluttà del primo bacio d'amore, a quello
dolcezza di lacrima piovutagli sopra la mano dal beneficato; un ghiotto
affermò preferire la voce di Eponina al risotto coi tartufi, il bevone a
un fiasco di barbèra! fino un avaro si attentò dire che lo scudo del
biglietto quasi quasi gli pareva bene speso; breve: dappertutto festa
solenne, pasqua fiorita.
Ad Eponina poi sembrava che Mercurio le avesse fatto omaggio dei suoi
talari; anche un po', e si sarebbe creduta capace di volare; più lucidi
vedeva scintillare i lumi nelle lampade, più sonore sprizzare le note
dagli strumenti; volgendo attorno gli occhi nell'ebbrezza della sua
gloria, le accadde posarli sopra una, piuttostochè donna, statua di
porcellana, bianca, lustra, con certe gote dove in vece di sfumatura
d'incarnato avevano impastato due toppe colore amaranto: gli occhi neri,
tondi e fissi pari a quelli del gallinaccio, stupidissimo fra tutti gli
animali; ella ne provò ribrezzo come alla vista di figura di cera che
ritragga troppo naturalmente la umana sembianza, imperciocchè la vita
simulata induca maggior paura della morte vera; torse lo sguardo, ma
subito dopo si sentì attirata a riguardarla, ed avvertendo meglio le
parve vedere, e vide certo, la faccia severa della contessa Anafesti; e
quindi non fu dato di dubitare che il gentiluomo vôlto con le spalle al
palcoscenico avesse ad essere Ludovico; di vero, quasi subito questi,
atteggiandosi di profilo con gli occhi armati di cannocchiale, si mise a
perquisire l'olimpo teatrale in cerca di costellazioni femminine: astri
e Galileo, gli uni convenienti all'altro.
Notò Eponina cotesto atto ch'ebbe virtù di rimescolarla da capo alle
piante, perchè non poteva mettere in forse che egli l'avesse
riconosciuta, e le sembrava, anzi era certa, che Ludovico intendesse
palesare a quel modo la sua piena indifferenza, o piuttosto il suo
disprezzo per lei.
Il disprezzo!
Agli spiriti alteri può non rincrescere di cadere come i figliuoli di
Niobe sotto gli strali dei figliuoli di Latona, ma rimanere uccisi pel
morso di un granchio nel calcagno, secondochè avvenne al gigante
Morgante, oh! gli è provare la morte due volte. Allora divampò
nell'anima di Eponina la brama, la smania, il delirio, l'agonia (e se tu
sai parola che valga a chiarire più espressa la sconfinata volontà
umana, e tu la metti) di rinnovare la sua vendetta. Già erano presso al
finire dell'opera, e alla Eponina rimaneva cantare la tremenda scena
della Straniera, la quale ode da lontano l'inno del sacro rito che
unisce in matrimonio il proprio sposo con la rivale; ella raccolse
quanto più potè di vita da tutto il suo essere, e con tuono di voce che
commosse dal profondo le viscere di quanti l'ascoltarono, incominciò a
cantare:
Or sei pago, ciel tremendo,
Hai vibrato il colpo estremo.
Suo intento fu radunare un nembo di applausi e di fiori, e gli uni e gli
altri sospingere contro la pallida ed ormai trista anima del novello
diplomatico, e soffocarcelo sotto: supplizio usitato a Sibari.
Maraviglia immensa eccitò cotesto canto, imperciocchè la musica non
avesse mai palesato la passione umana in modo così disperatamente
verace; la disperazione armonizzata, balenava simile al fuoco che guizza
fuori della nuvola in procinto di rovesciare sulla terra una procella di
folgori; però insieme a maraviglia, la gente si sentiva compresa da
paura: qualche cosa di sinistro temeva avesse a tener dietro a cotesti
sforzi, i quali, superando ogni termine del naturale, ritraevano del
portentoso.
Quando Eponina cessò il canto, la gente sbigottita tacque irrequieta;
così, stando sopra l'estremo lido del mare, vediamo da lontano comporsi
il volume del cavallone, che irromperà poi ad allagare la spiaggia:
all'ultimo, gittati giù gli argini, i plausi e le grida mandarono
sottosopra ogni cosa. Se in quel punto i corvi avessero volato traverso
il teatro, sarebbero caduti in platea, siccome avvenne nello stadio di
Corinto quando il banditore pubblicò Nerone avere donato la libertà alla
Grecia. O libertà, di quante generazioni tu hai da essere, se anco un
Nerone potè vantarsi sbraciatore di libertà ai popoli; però io ho
raccomandato, fino a perderne la voce, al popolo di squadrare bene la
libertà che presumono donare i principi, innanzi di esultarne. Che
diavolo! Se avete a comprare un mazzo di tordi, voi soffiate loro sotto
il codone per mirare se sieno freschi; e tu, popolo, non adopererai
medesimamente con la libertà che ti cucinano i principi?
La plebe nella foga feroce del suo entusiasmo intende e vuole essere
divertita una seconda volta. «Da capo!» urla con grida sgangherate:
«Replica! replica!» Ed alle grida aggiunge strepito di palme e picchi di
bastone e zampate sul pavimento, donde si levano nuvoli di polvere.
Ma Eponina non ne poteva proprio più; in tutto il suo essere sentiva
avvicinarsi qualche grave trasformazione; le tintinnavano le orecchie;
miriadi di faville le carolavano dinanzi agli occhi; o la terra o le
gambe le mancavano sotto; a balzelloni si accostò alle quinte dove
balbettò una preghiera all'impresario che la scusasse presso il
pubblico: assolutamente non poteva.
L'impresario comparve sul proscenio, e con la sua voce dal dì delle
feste espose lo stato di salute della simpatica prima donna, e supplicò
il rispettabile pubblico per lei, ed anche per sè, affinchè egli si
degnasse dispensarla dalla ripetizione.
No!.. da capo!... no!... replica!... scuse magre! — e qui un turbine di
picchi e di urli da subissare il teatro: per giunta qualche fischio.
Perchè mai pretende il gladiatore ferito sottrarsi alla morte? Gua'! Se
l'agonia è il punto più divertente della rappresentanza! Il popolo per
ora non se la sente di abbassare il pollice, e le vestali molto meno,
chè amore e ferocia quanto trovano più delicati gli stami a cui si
appigliano, maggiormente divampano.
Non ci ha rimedio; bisogna cantare.
Eponina dal fondo della sua stanzuccia udì il rigido impero del popolo
come una sentenza di morte; lo istinto di donna la spinse a guardarsi
allo specchio e si vide pallida come uno spettro; sospettando mettere
paura, tuffò il cotone nel belletto e si tinse fino agli occhi: così
concia si avvia risoluta verso il palco scenico, — e ride.
Appena comparisce sulla scena, ecco scatenarsi un uragano vero di
applausi; un diluvio di fiori; ella si accosta al proscenio, lì presso
ai lumi, e si accinge a sciogliere la voce, ma lo tenta invano, una
tanaglia le stringe la gola: raggrinza le dita dei piedi e delle mani,
raccogliendo in supremo ed ineffabile conato, e tenta di nuovo. Le fauci
le si sturano, sì, ma non per dare adito al canto, sibbene ad un
profluvio bollente di sangue che le trabocca dai labbri e dalle narici.
Una immensa luce abbarbagliò Eponina, seguìta immediatamente da una
immensa tenebra; mosse precipite due o tre passi in avanti, le braccia
stende, e con le mani annaspa come il naufrago presso all'ultimo tuffo,
poi giù di sfascio, ammaccandosi in molto pietosa maniera la fronte e il
naso.
Accorrono a sollevarla.
Eponina tiene gli occhi spalancati e fissi, come vetro lucidi; la faccia
e il seno tutti sordidi di sangue, la bocca _tonda_; i muscoli dello
intero suo corpo, massime quelli della faccia, contratti così, che bene
appariva la morte tenerle gli artigli fitti nel capo come uccello di
rapina.
Il mare della platea si rimugina daccapo in burrasca: confusi
s'intrecciano i gridi: — È svenuta! è morta! Che morta! La ragia si
conosce lontano un miglio; non vuol cantare...
Dai palchi vedonsi spenzolare dove tre e dove quattro donne, abbracciate
insieme come le api quando fanno i grappoli; gli uomini anch'essi
smaniosi di chiarirsi, s'industriano a farsi largo per vedere, ma le
donne, api stizzite, li cacciano addietro a mo' di fuchi; invece di
pungiglioni, gomitate da rompere le costole.
Non è l'amore solo a regnare sopra le donne; se ne divide lo impero con
la curiosità.
In platea la gente sembra presa da febbre infiammatoria per la smania di
sapere come la cosa stia: ci fu chi saltò in piedi sopra la panca, e
dalla panca sopra la spalliera, tentando sostenercisi in bilico, ma di
un tratto perduto l'equilibrio ruina addosso ai seduti davanti, con
istrazio di cappelli e contorsioni di colli; gli offesi si drizzano su
come aspidi e barattano le percosse con una manomessa nuova di pugni,
punzoni, sergozzoni e susorni, che in men che non dico mi ridussero quel
povero diavolo a tale da parere un _ecce homo_; un altro gravaccione,
mentre affrettandosi per levarsi su cerca un punto di appoggio, gli
accade di posare la mano spanta sul cocuzzolo di un cappello, il quale
calca di punto in bianco giù fino al mento al suo possessore, che,
riuscito dopo molta fatica a tirarselo su dal viso, rosso di collera
bestemmia da disgradarne un turco. Il vicino flemmatico, autore del
danno, con voce soave gli dice: Scusi! io non l'ho fatto a posta; — e
l'altro quasi fuori di sè con labbra tremanti: Ringrazia Dio che il
codice penale non si occupa di _ingozzature_, che altrimenti ti manderei
diritto in galera come un cero pasquale.
Costui era uno dei vecchi procuratori del re presso il tribunale
correzionale di Milano, adesso posto da parte come una manetta
arrugginita: marmeggia pensionata, ei si rodeva a Torino la paga.
Più audace di tutti un gobbino; costui aveva davanti a sè una maniera di
mastodonte umano; al povero gobbo pareva proprio essere Giuseppe Ebreo
nella cisterna vuota: ricercando qualche partito per venire a galla
anch'egli, non rinvenne meglio di questo: aiutandosi colla testata di
una panca si arrampica sulle spallaccie del gigante e quivi si
appollaia: pareva una scimmia sulla groppa ad un cammello; ne rise prima
uno, poi dieci, cento, tutto il teatro all'improvviso rimbomba di
altissimi scoppi di risa.
Intanto l'impresario esce da capo di scancìo fuori delle quinte, e fatto
arco della persona, apre le braccia a mo' del prete quando compartisce
ai devoti il _domine vobiscum_, e così saluta il pubblico per la prima
volta; quindi, mutati alquanti nuovi passi sempre a schisa, replica nel
medesimo modo il secondo saluto, per ultimo il terzo proprio sulla buca
del rammentatore.
— Zitto! Silenzio! L'impresario sta per parlare.
— Impossibile!
— Signori! incomincia l'impresario, industriandosi a mettere nella voce
un po' di pianto.
— Perchè impossibile? In Giudea parlarono gli asini.
— Chiedo scusa: era un asino.
— In Roma, prima della seconda guerra punica parlarono i bovi.
— E in Italia i deputati; dunque perchè non può parlare un impresario.
— Signori! Signori! ripete lo imperturbabile impresario, mi reco a
debito notiziare il rispettabile pubblico, come alla nostra simpatica
prima donna sia sopraggiunto un caso... un caso il quale, secondo i
casi, potrebbe... sicuro... potrebbe riuscirle funesto... la simpatica
prima donna è desolata, ed io con lei, non potere appagare i vostri
desiderii più che legittimi: essendo pertanto rimasto mozzo lo
_spettacolo_, io, salva sempre l'approvazione del rispettabile pubblico,
proporrei completarlo col secondo atto del _Don Bucefalo_.
— Sì, sì, _Don Bucefalo_, tanto per annacquare la malinconia... _Don
Bucefalo_... _Don Bucefalo_, e qui battute di mani e picchi da sfondare
il soffitto.
Quando si fu alcun poco quieto l'osceno strepito, una voce di dolore,
scesa dall'alto, investì tutta la sala e domandò:
— Ma finalmente che accadde alla prima donna?
A cui una voce non meno lugubre rispose da basso.
— È morta.
Un silenzio spaventevole subentrò allo schiamazzo: il teatro parve
diventato un camposanto: ognuno sentì agghiacciarsi il cuore: prima a
levarsi fa la contessa Anafesti madre; dietro a lei le altre signore
tutte; dopo loro gli uomini, taciturni e mesti come se tornassero da un
mortorio. Solo Ludovico, nel ripulire le lenti del cannocchiale per
rimetterlo nella busta, esclamò:
— Povera creatura! Poteva fare una fine migliore...
Spensero subito tutti i lumi; i morti non hanno bisogno di vederci; e
poi la economia sta sempre bene. Alzarono il sipario e il teatro parve
la bocca del regno delle tenebre, di facile ingresso e di regresso
disperato; lavarono il pavimento, e raccolta l'acqua sanguinosa con
spugne da cavalli la travasarono dentro un bugliolo... Eponina così come
appariva tutta sordida di sangue distesero sopra una scala messa per
traverso sulla spalliera di due seggiole. Chi di qua chi di là dal
teatro erano spulezzati tutti, soli rimasero i coristi, così uomini come
donne, e le comparse e l'orfana Natalizia, la quale genuflessa ai piedi
della sua signora, col capo nascosto entro le mani piangeva e pregava.
Di un tratto colui che imponeva il coro, o vogliam dire maestro dei
coristi, uomo atticciato, uso a cantare versi all'improvviso, e più a
bevere fiaschi di vino, facile al pianto, facile al riso, tenerone,
buffone, salito su di un trespolo prese a favellare così:
— Signori e signore, per dire come dice il reverendo nostro impresario
quando non ha quattrini per pagarci il _quartale_, questa egregia donna
è morta; ma ella è morta da eroe artista sullo intavolato del teatro,
come l'eroe guerriero muore sul campo di battaglia; questi spira l'anima
in mezzo al fracasso dei moschetti e dei cannoni; ella in mezzo
all'armonia dei violini, dei violoncelli e di tutti gl'istrumenti
dell'orchestra; l'uno si avvolge nel cadere nel mantello della sua
gloria, l'altra si avviluppò nel manto della Straniera. A noi spetta
ornarla di fiori, a noi inghirlandarla di lauri, che troppo bene si
meritò, a noi sermonarla con la orazione funebre, a noi inalzarle un
monumento, certo modesto, perchè sarà di pane convertito in marmo: i
poveri, si sa, di altro non sono ricchi che di cuore, e di appetito.
Intanto, per cominciare, ognuno di voi canterà un _a solo_[35] sopra il
suo corpo, o inventandolo di pianta, ovvero ripetendone alcuni di quelli
che ha tenuto a mente: quello che viene viene; a sfogo del cuore; adesso
copritela di fiori, coronatela di alloro, che io incomincerò:
L'angioletta che canta da soprana
Del Padre Eterno fra i beati cori,
La scorsa settimana
Chiappò una sbardellata infreddatura.
[35] _Monodia._
Su voi altri, che state lì a gingillare: ripetete in coro l'ultimo verso
per ritornello; e i coristi avendolo fatto, costui li lodò dicendo: —
Bravi! Da pari vostro, da voi non ci era da sperare di più. — Attenti,
continuo:
Il mastro di cappella
Non se ne prese cura
E fece molto male
Che si è trovato addosso
Le feste di Natale,
E per la messa su in cielo a cantare
Non sapea il grullo che pesci pigliare.
Su, a voi: Non sapea il grullo che pesci pigliare... Bene. Vi trovereste
a caso un sorso di vino da bagnarmi la gola? No? Ve lo siete bevuto
tutto; bravi patriotti! Come si ama il tradimento e si odia il
traditore, così mi sarei asciugato il vino, ma avrei detestato,
aborrito, calpestato l'infame che invece di berselo lo avesse messo da
parte per me. Ripiglio il canto:
Quando arriva nei cieli un'angiolina
Che il _crup_ di stianto si portava via
Giusto l'altra mattina,
Che visto del maestro lo imbarazzo:
La non si stia, gli disse, a ingarbugliare;
Colà a Torino tutto il mondo è pazzo
Di una voce celeste
Che se voi la metteste
Nei piedi della vostra Angiola fioca
Vi troverete aver compìto il coro
E fatto il becco all'oca.
Per dispaccio mandatela a chiamare
E la morte lo vada a consegnare:
E il coro ripetè il ritornello:
E la morte lo vada a consegnare.
Il buffone riprese:
La morte venne giù per l'ambasciata
Le disse un motto e via se l'è portata;
Ella poi la seguì con tutto il cuore
Certa, com'era, si farebbe onore
Anco dei cieli infra il beato coro
Or con la cetra d'oro
Accompagnando i suoi divini canti
Fa il Padre Eterno strabiliare e i santi.
— Fa strabiliare, ecc. Ora attenti al comiato:
Che se talun di voi cotanto ardisca
Alla novella mia fede negare
Affinchè si chiarisca
La vada in paradiso ad ascoltare.
Ed or mi tarda andare all'osteria
Dite la vostra che ho detto la mia.
I coristi usi ad obbedire il maestro avevano accompagnato la monodia,
ma, bisogna confessarlo, a contraggenio, perocchè non sapessero
distinguere s'egli celiasse, o facesse davvero, e questo molestamente
sopportassero; allora si levò su Natalizia, la quale, posta la sua mano
sul braccio del maestro, in questo modo gli favellò:
— Agatone, senti: la tua mente ed il tuo cuore erano nati per far casa
insieme; ma non ci pensarono mai, ed ora è troppo tardi; i tuoi occhi
sono gonfi di lagrime e la tua bocca canta in chiave di baccanale. Taci,
che Dio ti perdoni e ti conceda la grazia che stilla di acqua, senza il
tuo consenso, non ti caschi mai nel vino. Voi altri, fratelli e sorelle
mie, alunni dell'armonia, non vi state ad affaticare lo spirito cercando
inni funebri; le ore dell'angoscia non sono quelle che accompagnano il
carro alla fantasia. Noi tutti conosciamo un canto dove le parole
occorrono sublimi ed i numeri divini; inginocchiamoci intorno alla
defunta, e con le labbra, e più col cuore, cantiamo la preghiera del
_Moisè_: io vi dico in verità che ne esulteranno quanti sono beati in
paradiso, e con essi questa cara infelice, la quale così acerbamente si
è partita da noi.
— Sì, facciamo a questa maniera; Dio ha parlato per la bocca della
fanciullina.
Intuonarono la preghiera: _Dal tuo stellato soglio_, e con tale una
effusione di tenerezza che terminò col pianto universale: pianto senza
mistura di amaro, pianto che ricava la sua scaturigine da più alta fonte
che non è il cuore umano, e che consola tanto quello che lo versa,
quanto quello per cui è versato.
Ma pianto e riso, e affanno e gioia si dileguano nel mondo a modo che fa
l'eco. I cantori mano a mano lasciarono il teatro; sul palco scenico
rimasero una candela di sego, che mandava tanta luce quanta bastava a
rendere le tenebre visibili, una guardia di pubblica sicurezza intesa a
passeggiare, a masticare tabacco ed a schizzare la saliva più lontano
che poteva, la morta sempre stesa sulla scala, e l'orfana di nuovo
genuflessa ai piedi della defunta per pregare.
Indi a breve comparve l'assessore di polizia con alcuni uomini a cui
ordinava trasportassero il cadavere nella stanza mortuaria, così come
stava sopra la scala, coprendolo con uno straccio qualunque. Appena egli
ebbe profferite queste parole che una larva uscita di sotto terra,
mostrando la faccia più bianca del marmo, stridè:
— Nessuno la tocchi... è mia.
— Chi è vostra? riprese l'assessore, il quale senza volerlo sentì
corrersi freddo nelle ossa.
— Questa morta.
— E voi chi siete?
— Io? Sono sua madre.
— Madre.... e che volete?
— La voglio accompagnare, la voglio vegliare, la voglio....
— Va tutto bene; ma, donna mia, ora capite che non si può tenere sul
palco scenico; quindi occorre farla trasferire nella stanza mortuaria.
— Sopra la scala? Coperta da uno straccio purchessia?
L'assessore mortificato, si affrettò a rispondere:
— Oh! no: qualcheduno vada all'ospedale per un cataletto; ci riporrete
dentro la morta e la porterete alla stanza mortuaria; se questa donna
insisterà a vegliarla, non glielo vieterete; allora lasciatele una
lanterna e serratecela dentro.
Ciò detto, premuroso di mettere fine a cotesta scena disgustevole, se la
svignò.
Ora vuolsi sapere come la misera madre accovacciata su nella piccionaia
fosse stata presente a tutto; da lei mosse la domanda piovuta dall'alto
intorno alla qualità dell'accidente occorso alla Eponina, come la
funesta risposta si era dipartita dall'orfana. Ella si precipitò senza
indugio per le scale, ma, rinvenuta la porta del teatro, che metteva al
palco scenico, chiusa, si pose lì ritta ad aspettare. Quando i coristi
uscirono e l'assessore entrò, ella, côlto il destro, gli si cacciò
dietro inosservata. Adesso sovvenuta dalle guardie trasse giù il caro
corpo dalla turpe scala, ed ella assettatasi in terra se lo fece deporre
nel grembo. La guardò, e: — Avessi un po' di acqua! — bisbigliò
sommessa. E subito le venne portata l'acqua; gliela porgeva Natalizia.
Trattasi il fazzoletto di tasca lo intrise nell'acqua e prese a lavarle
diligentemente la faccia. — Ah! non basta.... susurrò da capo, e non
aveva anche finito le parole che si rinvenne un altro pannolino in mano:
ella lo prese senza considerare da chi le venisse: viva soltanto nel
rendere gli ultimi uffici alla morta; poi le ravviò i capelli, glieli
spartì sulla fronte, glieli compose con arte; all'ultimo le sollevò il
capo e si mise a contemplarla per lunga ora senza gemito, senza pianto;
guardatala e riguardatala un pezzo, a denti stretti mormorò:
— Ben ti ritrovo, Eponina, ma quanto diversa da quella che mi uscisti di
casa!
L'orfana abbracciava sempre i piedi della sua signora, ed Isabella non
l'aveva ancora avvertita.
Venne la bara, ci adagiarono il cadavere della meschina; la madre
dietro; l'orfana, senza che alcuno ci badasse, si mise sotto la bara, ed
in questo modo potè entrare anche essa nella stanza mortuaria, e
rimanerci anche quando furono partite le guardie.
— Oh! adesso che mi trovo sola con lei, guardiamocela un po' senza
soggezione.
E tolta in mano la lanterna, scoperse la bara e l'infelicissima madre
esaminò sottilmente a parte a parte il cadavere. Rinnuovato quattro
volte o sei l'esame angoscioso, depose la lanterna nel cataletto, ed
ella assettatasi in terra sospirò:
— Non ci ha caso, è morta.
Si abbracciò le ginocchia, sopra esse appoggiò la faccia e non profferì
più parola.
Alla domane, quando un poco di luce si fu messa nella funebre stanza,
avendo levata la faccia, i suoi sguardi vennero a posarsi sopra
Natalizia: non parve ne sentisse maraviglia, o paura; se non che
l'eccesso dell'ambascia e il digiuno prolungato incominciavano a farla
vagellare; le prime parole che disse sonarono delirio:
— Donde vieni, fanciulla? Chi ti manda? Se dalla parte di Eponina, parla
presto, onde io possa contentare la povera figliuola.
— Vengo da me, signora Isabella; io sono una povera orfana che la sua
figliuola raccolse, col suo pane nudrì, col suo spirito educò: la
sventura, ecco, adesso l'ha schiantata; ella, senza volerlo, mi ha
abbandonata, ma io non voglio abbandonare lei; quando la metteranno in
terra, io supplicherò che mi seppelliscano nella medesima fossa e mi
esaudiranno.
— Ah! soggiunse Isabella, anche morendo, o mia Eponina, tu hai pensato a
me, porgendomi dalla bara un fiore.... ben venuto, o fiore di
consolazione, io ti poserò sul seno che ti allattò, o figliuola; dimmi,
vuoi stare con me? Non mi lasciare desolata e sola. L'amore che porto ad
Eponina può bastare anco a te, senza che ei ne rimanga menomato.
Natalizia allora, cingendo alla madre di Eponina col diritto braccio il
collo, disse:
— Sì; io ti starò al fianco, e quando piangerai, io piangerò con te.
Allora Isabella sentì squagliarsi il cuore, che fino a quel momento le
aveva oppresso il petto; e strinto con ambe le mani il capo alla
fanciullina, pianse, e la fanciulla con lei; e piansero tanto e tanto,
che elleno stesse si maravigliarono come sì grande copia di lacrime
potesse versarsi da occhi mortali.
Si apre la stanza mortuaria e vi penetrano parecchi, di cui uno che
pareva essere il _sopracciò_, appressatosi alla signora Isabella, prese
a favellarle di questo tenore:
— Che recapito si ha da dare a questo corpo?
— Io vorrei trasportare questa mia figliuola a Milano per seppellirla
allato ai suoi parenti.
— Ciò va d'incanto, ma quando ha da essere così, non ci è da perder
tempo, perchè in _primis_ conviene ricorrere alla _autorità governativa_
per la debita licenza; poi è mestieri mettersi in regola con l'_autorità
amministrativa_ circa la tassa da pagarsi pel trasporto del cadavere;
inoltre bisogna intendercela con l'_autorità sanitaria_ per
_condizionarlo_ a dovere nelle casse di uso, delle quali due di legno ed
una di zinco; per ultimo occorre pigliare appuntamento con l'_autorità
delle strade ferrate_, la quale, come vedrete, non vorrà assumere
l'incarico di trasportarlo se non di notte col _treno merci_; sicchè voi
potete da per voi stessa comprendere che per fare tutte queste cose
presto e bene, ci vogliono gente e quattrini.
Isabella sentì stringersi il cuore, perchè, venuta via in fretta da
Milano, poca moneta aveva portato seco, e quando pure se ne fosse
partita ad agio, dove procurarsene maggiore non avrebbe saputo; però che
la sventura si era compiaciuta di ridurre al verde cotesta povera
famiglia di ogni sostanza, come in breve mi toccherà a raccontare;
mentre Isabella percossa da nuovo dolore abbassa gli occhi, si vede in
dito il magnifico _solitario_, dono dello zio Orazio, di sempre cara ed
onorata memoria; riprese animo nella certezza di far quattrini, onde
levò la faccia dicendo con garbo signorile al sopracciò:
— Voi intendete, signore, come l'affanno che mi travaglia mi renda
inetta a questi uffici; siatemi cortese di compirli per me; intanto vado
a procacciarmi la moneta necessaria; — ma di un'altra cosa io vi vorrei
pregare, ed è che pigliaste in custodia questa ragazzina fintanto che io
non ritorni.
— Vada, signora mia, e viva tranquilla che la lascia in buone mani; la
condurrò in casa al parroco...
— Parroco! Preti!.... Oh! no.... via preti.... voi non sapete che cosa
siano i preti.... vien qua, fanciulla mia; — ed in così dire la Isabella
tremava a verga.
— La non si rimescoli, signora.... oh! capisco anch'io.... ma, sa,
succede fra i preti come a quei di Lucca, ce n'è dei buoni e dei
cattivi....
Isabella agguanta il sopracciò pel petto, strabuzzando gli occhi, e gli
domanda:
— Sei forse prete?
— No, signora.... in coscienza, no.... no davvero davvero.
— Se non prete, qualche cosa che appartenga a prete?
— Quanto a questo, io non posso negare, fui cuoco nel convento dei
reverendi padri barnabiti.
— Va' all'inferno donde prima sei venuto.
Ed Isabella lo scaraventò lontano da sè. Il sopracciò, riaggiustandosi
le vesti sgualcite, pauroso di perdere il guadagno, che ormai si faceva
sicuro, umilmente favellava:
— Per avere dato a mangiare ai lupi, o che si diventa lupi? Si lasci
servire.... e mi dirà se si sarà trovata contenta. Quanto alla
signorina....
Natalizia, che da prima distratta non aveva posto mente al dialogo,
adesso fattane accorta prese pel braccio Isabella e trattala a parte, le
disse:
— Di che temi? Ormai ne ho viste tante, che nulla mi fa più specie, e
quanto a violenza che mi volessero usare, vedi.... (e qui cavò fuori il
pugnale che estrasse dal collo di Eponina) io saprei difendermi. —
Lasciami qui; ci sto bene; e a separarmi da lei — e additò la bara — tu
mi recheresti dolore.
— Orsù, disse allora Isabella, voi andate a fare l'ufficio promesso.
Natalizia rimane a custodire la mia figliuola.
*
— Eccovi qui un diamante di molto valore, e a me carissimo; fortuna
vuole che io lo abbia a vendere; mi hanno detto che siete un galantuomo
e che vi contentate dell'onesto: datemi quello che mi potete dare e fate
presto.
Così parlò la signora Isabella, entrata in bottega a certo orafo dei
principali di Torino, mettendogli in mano l'anello che si cavò dal dito.
L'orafo, poco uso a codesti modi rotti, guardò la donna e le parve, come
pur troppo era, una figura strana, poi guardò la gemma, riguardò lei, e
diede in uno scoppio di riso; all'ultimo disse:
— Credeva possedere una faccia sola, ma sembra che stamane taluno mi
abbia prestato la faccia di scimunito.... e sarà colpa la barba lunga.
Per chi mi avete preso, tocco di cialtrona? O sta' a vedere che io non
sappia più distinguere i diamanti dai culi di bicchiere? Via di
bottega.... imbrogliona.... e ringrazia Dio che non ti denunzio alla
questura.
La Isabella, comecchè si sentisse abbattuta dal prepotente infortunio,
pure non era femmina da succhiarsi in pace cotesta carta d'ingiurie;
quindi replicò risentita:
— Voi siete screanzato, e a quanto sembra imperito della vostra
professione: buon per voi che altri pensieri mi turbano; altrimenti ve
la darei bene io la questura.
Al gioielliere parendo essere soverchiato a torto, perfidiava più
riottoso che mai, e con voce incollerita ingiuriava la povera Isabella
che stava per averne il danno e lo strazio.
In questa venne a passare la carrozza del conte Anafesti dove si
trovavano la contessa madre col figliuolo Ludovico. Avendo ambedue
scorto il capannello della gente adunata intorno alla bottega
dell'orafo, e questo con gesti concitati minacciare Isabella, si
avvidero che la doveva essere incappata in qualche pelago, donde non
carità o gentilezza, ma obbligo espresso correva loro di liberarla; e
ciò la contessa propose subito al figlio, ma Ludovico con mirabile
sussiego le disse:
— Signora madre, io giudicherei lesivo al mio decoro prendere parte a
simili trivialità; molto più adesso che sono avvisato sua eccellenza il
Ministro degli esteri avermi spedito il diploma di grande ufficiale
della Corona d'Italia.
La contessa lo guardò di sbieco, ed altro non gli rispose:
— Tu hai ragione.
Ordinato quindi al cocchiere che fermasse, scese, e in un momento fu
nella bottega dell'orafo, il quale vista una signorona uscire da una
carrozzona le fece una sberrettata famosa, curvandosi innanzi a lei come
una fetta di popone; ma ella, senza curarsi di coteste cerimonie, prese
a rimproverarlo così:
— Ch'è questo, signor mio, e perchè e come vi attentate a straziare
questa onorata gentildonna, mia pregiatissima amica?
E quegli le narrò umilmente la storia, ed Isabella la confermava per
vera, aggiungendo il fallo del mercante stare in questo, che
supponendola capace di volerlo giuntare le aveva detto villania, senza
considerare ch'era impossibile prendere lui esperto a cotesta frode
manifesta, mentre, se avesse avuto punto di discrezione, doveva
facilmente immaginare lei imperita vittima di qualche truffa.
E poichè la contessa chiese ad Isabella da cui tenesse l'anello, questa
avendoglielo detto, soggiunse:
— Ed ora lascio considerare a lei signora, s'egli è possibile che un
uomo qual fu lo zio Orazio Onesti volesse donarmi un diamante falso?
Il mercante, udendo ricordare il nome di Orazio, vera gloria del paese,
non solo per altezza d'ingegno, bensì per eccellenza di costumi, si
faceva piccino piccino, e se lo avesse potuto si saria rimpiattato nella
cantera del suo banco. Intanto la contessa ripiglia:
— No certo; ma come mai può essere avvenuto questo? Che il gioielliere
sbagli non è da supporsi, e poi... (e qui diede uno sguardo all'anello,
come persona usa a praticare con gemme) la differenza si conosce in un
battere di occhio.
Questo discorso insomma portava a significare: mira, plebea! a me non
l'avrebbero ficcata; ma la povera Isabella aveva ben altro in mente che
abbadare a cotesta trafitta. Sventura è bene di certi animali domestici,
fra cui capitali i nobili, di sgraffiare anche quando accarezzano.
Allora Isabella, essendosi risovvenuta della offerta fatta alla marchesa
Rottan in compenso della restituzione della figliuola, e come le avesse
anticipatamente consegnato l'anello, il quale, non avendo avuto effetto
la restituzione, ella volle ad ogni patto restituirle, il gioielliere
studioso di farsi perdonare il grosso granchio commesso, saltò su a
dire:
— Gioco Torino per Busalla, che i gesuiti, avendone avuto il tempo,
hanno grancito il diamante buono sostituendo il falso. Gli è chiaro come
l'acqua che al furto alla forchetta, all'americana, al tesoro, insomma
alla moltiplice famiglia dei furti, adesso dovremo aggiungere il furto
alla Compagnia di Gesù. Signora, creda che mi sento mortificato....
— Signora Isabella, la prego ad usarmi la gentilezza di accompagnarsi
meco per alcun tratto di via, occorrendomi parteciparle alcun che che la
riguarda.
— Ai suoi comandi, signora contessa; e le due donne uscirono dalla
bottega senza darsi pensiero dell'orafo, il quale adesso si profondeva
in servilissimi inchini, quanto da prima si era mostrato villano.
Poichè ebbero mutati alquanti passi in silenzio, la contessa
soffermatasi allo improvviso così favellò:
— Signora Isabella, io la prego a volere ravvisare nelle parole che sto
per dirle, il sentimento della profonda stima che nutrisco per lei.
Dalla tentata vendita dell'anello, che a lei deve esser caro per tanti
motivi, desumo ch'ella si versi in qualche angustia di danaro: mi
permetterebbe il favore di potergliene offrire? La scongiuro a non
rifiutarlo.... non mi dica di no.... non glie lo voglio mica regalare,
sa? Lo pigli in prestito, me lo restituirà più tardi.
— Signora.... grazie di cuore... ma io non posso creare un debito,
quando non sono sicura di poterlo estinguere.
— Di ciò non si prenda punto pensiero...
— Signora contessa, questo non mi consente la mia natura... manchevole
come mi sento di ogni titolo alla sua benevolenza...
— Creda a me, signora Isabella, replica la contessa, tirata fuori dei
limiti che si era prefissi dalla inopinata resistenza della madre di
Eponina, ella ne ha forse più di quelli che non si potrebbe immaginare.
— Mi professo grata profondamente alla sua squisita cortesia; ma tanto
è, non giunge a vincere la repugnanza di accettare danaro, che davvero
non so come rendere.
Allora la contessa esitò, si fece in volto di fiamma, si calò il velo
sugli occhi, e con voce bassa, e al punto stesso alterata, porgendo ad
Isabella un piccolo portafogli sussurrò queste parole.
— Da dama onorata le giuro che questo danaro è suo.... che non monta
neppure alla cinquantesima parte di quello che la infelice Eponina donò
alla mia casa......
E più non potè dire; strinse la mano ad Isabella e si allontanò,
sentendosi incapace a sostenere più oltre la dura prova.
Certo la contessa Anafesti operando a cotesto modo compì il suo dovere,
e non in tutto; pure, chi voglia considerare la superbia, infermità
ordinaria dei nobili, e i pregiudizi della infelice loro educazione,
dovrà convenire che coteste sue parole furono veramente sublimi; almeno
così parvero, per quanto ho sentito dire, al suo angelo custode, che
cavatasi dall'ala una penna nuova, le scrisse con quella nel libro delle
buone azioni della contessa per mostrarle poi, in punto di morte, come
viatico di conforto allo eterno viaggio.
In questa guisa fu dato alla Isabella sopperire alla traslocazione delle
reliquie della sua figliuola a Milano, dove la depose nel camposanto
comune: non monumento, non lapide sopra la fossa di lei; distingueva le
sue dalle ossa altrui una semplice tavoletta di marmo, dove si leggeva
segnata una parola sola: «_Dolor!_»
Forse Isabella, mentre segnò questa parola, intese gareggiare con colei
che i cattolici salutarono col nome di madonna dei sette dolori; o
piuttosto adoperò così nel presagio di nuove tribolazioni. Chi sa? La
sventura è tale un tarlo, che rode sempre, finchè trova fibra sana; e
alle cose indicate nella Scrittura, che non dicono mai _basta_, aggiungi
l'avversità. — E quanto all'orgoglio, egli si accompagna con tutto,
anche colla estrema miseria.
Per dare ricapito finale ai personaggi che hanno recitato la loro parte
nel presente capitolo, bisogna sapere come:
Il principe di Platow, quando prima n'ebbe balìa, si mise alla ricerca
di Eponina, e la rinvenne... ma polvere. — Mosso dal pertinace affetto,
volle portarne seco il cadavere in Russia, e non gli fu concesso; allora
intese erigerle nel camposanto di Milano un monumento fastoso, e neppur
questo ottenne: chiese in grazia un frammento della marmetta posta sopra
la sepoltura di lei, ed anco ciò gli fu negato: allora per molta moneta
largita al custode del cimitero ebbe un pugillo della terra che copriva
l'amata donna, dentro un reliquario preziosissimo la ripose, e da
cotesto giorno in poi egli costumò dire le sue orazioni dinanzi a
quello. — E quando taluno lo interrogava sopra quella sua eterodossa
devozione, egli soleva rispondere:
— Di altri santi ho sentito parlare, e ci credo, ma questa santa ho
visto e conosciuto io.
Quanto amore sprecato indarno! Ma Dio manda le sacca a chi non ha grano:
veramente questo proverbio non porge buona testimonianza della
provvidenza divina; che volete ch'io ci faccia? Il proverbio dice così.
La povera Natalizia non potè sopravvivere alla sua signora; la distrusse
il non consolabile affanno: ebbe sepoltura nella fossa allato di
Eponina, e su la fossa anch'ella il suo pezzo di marmo col motto:
«_Dolor!_»
O fiori di primavera nati appena, abbattuti dalla falce: veruno si
accorse della vostra nascita come veruno della vostra morte, eccetto il
pietoso che vi coprì di terra. Voi qui giacete polvere indistinta ma
lassù in cielo, Dio, che chiama a nome la moltitudine immensa delle
stelle, serberà (così giova sperare) ad ognuna di voi, povere anime,
mente consapevole, e luce, ed affetti. Poesia! Poesia! mi urla nelle
orecchie, da levarmi di sentimento, una femmina con le chiome
scarduffate, cinta intorno alle tempie con le vipere di Medusa e i
pampini della baccante. — Poesia! grida costei furiando insanita per
terre e per castelli, come lo schiavo libero per un dì dalla catena pei
lupercali a Roma. — Poesia! schiamazza agitando una fiaccola fumosa atta
ad ardere, non già ad illuminare... Bene sta; ma che mi darai tu in
compenso della perduta poesia? Forse la notizia che fra me e la terra
che calpesto non corre divario? Che la mia mente è mota? Che il mio
cuore va composto della medesima materia dello scarabeo, della cimicia,
del lumbrico? Volete sollevare l'anima buttandola giù nel fango? Tolto
all'uomo il senso della sua origine divina, persuasolo che tutto finisce
in lui, la polvere avrà sentimenti di polvere.
Prosunzione e invereconda temerarietà è sostenere che gli uomini sieno
del tutto materia; ma supposto che fosse vero, a buon diritto sapiente
fu giudicato quel filosofo della Grecia che disse: — Se avessi nel pugno
tutte le verità dell'universo, mi guarderei di aprirlo, per timore che
funestassero le generazioni degli uomini abbastanza infelici.