SI SPEGNE UN AMORE.

Ma la madre e il padre della Eponina, che stillavano essi? Di qui non si

esce; delle due cose l'una: od eglino non erano buoni come ci narrò il

libro, o chi lo scrisse ha commesso un solenne svarione dimenticandoli

fin qui. Ecco come stanno le cose. Marcello ritraeva assai della indole

del suo omonimo romano: impetuoso ed avventato, per la veemenza della

passione si spossava: uomo egli era da tagliare i nodi, non già da

scioglierli. Percosso da tante e sì diverse sventure, non sapeva contro

chi rifarsela, però dallo estremo furore trapassando allo estremo

sgomento diventò taciturno e intenebrito; ne perse il sonno, il cibo gli

increbbe, sentì screpolarglisi la esistenza: cominciò a vedere mezzi gli

oggetti circostanti; anco negli orecchi gli parve molestarlo un perpetuo

tintinnìo; gli si mise addosso una febbriciattola sottile come la

pioggerella, che inganna il villano e lo infradicia fino all'osso. Però

Isabella in tale stato non lo poteva lasciare. E quanto ad Arria non ci

era da farne caso, ingolfata ogni dì più nel mare magno della

beghineria: quantunque ella vivesse in questo mondo, e qui dovesse avere

gli affetti come aveva i bisogni, ella mandava tutto nell'altro: a modo

di chi recapita le sue masserizie fuori di casa quando è in procinto di

mutarla. Comunque giovanissima, ella aveva ridotto l'anima a carta

pecora dove l'apatia andava scrivendo: «Che cosa importa affaticarci? A

che giovano i pianti? Gli omei a che? Tanto non può cadere un capello

senza il permesso di Dio! Tutto sta nelle mani della Provvidenza.»

Ma non è così, neanche per gli iniqui che lo danno ad intendere. Perchè

allora, a che andate amplificando la virtù della preghiera? Orazioni e

preci che ritraggono troppo l'amore terreno, onde possano arrivare fino

al cielo. Piglia un libro di preghiere e sincerati da te, se sostituendo

al nome di Gesù quello dello innamorato, la tua figliuola non trova una

bellissima lettera erotica uscita dalla fucina allora, da consegnarsi

alla pollastriera perchè la porti; simili preghiere temperate al fuoco

dell'amor terreno paiono frecce scoccate contro il cielo: finchè la

forza che le spinse in alto dura, vanno in su, ma poi ricascano sul capo

all'arciere che le saettò.

Aggiungi altresì che ad Isabella davano pensiero anche gli altri

figliuoli: ella non avrebbe saputo dire per lo appunto in che

l'affliggessero, e non pertanto sentiva una oppressione foriera di

calamità; stringendoli al seno le pareva che i palpiti del cuor loro non

corrispondessero a quelli del suo; i loro occhi ormai non sostenevano

più il lampeggiare delle pupille materne; o col tenere le palpebre

abbassate, ovvero torcendole altrove, essi le difendevano dal raggio

materno, a mo' che gli infermi di oftalmia le riparano dai raggi solari.

Inoltre, dove si fosse ridotta la figliuola la signora Isabella non

sapeva, e se, come si buccinava, a Vienna, prima le voci della guerra

vicina, e poi la guerra dichiarata l'avevano distolta da imprendere un

viaggio forse inutile e certamente pericoloso.

Intanto le cose non erano state ferme fra Eponina e Ludovico; mutabile

il cielo, che ci pende sul capo, ma quello dello amore mutabilissimo.

Ogni volta più rade venivano a Ludovico le notizie da casa, e con le

notizie più scarsi gli invii di danari. I danari recapitatigli per via

del locandiere non rese ad Eponina come avrebbe desiderato: anzi, mentre

stabiliva fermamente non accettarne più da lei, la necessità rise, ed

entrata furtiva in casa la superbia, le diede di gambetto facendole

battere uno sconcio stramazzone per terra. La superbia perfidiò un pezzo

a non volersi confessare per vinta, ma quantunque continuasse la lotta,

il di sopra alla necessità non potè ripigliarlo più mai. Non possedendo

modo di procurarsi i consueti svaghi della vita gioconda, nè

conoscendone altri, o se li conosceva non allietandosene, tirava giù

sbadigli a canto fermo; però le antiche consuetudini invece di attutirsi

per lo scarso alimento, riarsero.

Di tanto essendosi accorta Eponina, generosa e innamorata, ci portò

rimedio peggiore del male, perchè prese a buttargli là i danari con la

pala, e per quanto gli desse non le pareva avergli dato abbastanza.

E' ci hanno amori che girano attorno con la bisaccia, ed io ne conosco

parecchi, ma cotesti sono amori da strapazzo, generati da un frate

cercatore e da Venere pandemia sul termine di una via; quello di Eponina

era degli amori che, dal turcasso in fuori, procedono ignudi; quindi

dove riporre i danari non sanno. Ora, leva e non metti, ogni gran monte

scema, nè era gran monte quello di Eponina; mise fondo a tutto il

danaro; ed ormai non le avanzava se non parte dei gioielli, doni dei

parenti, o degli amici.

Intanto le avvenne di sapere quello che tanto desiderava e rifuggiva ad

un punto conoscere, voglio dire la cagione della fuga di Ludovico da

Milano e la ripugnanza di lui a condurla per moglie. Certo giorno,

entrata nella camera di Ludovico, mentre questi si trovava assente, vide

Gaspero intento a mettere in sesto gli abiti del padrone: costui nello

spazzolarli ne aveva lasciato cadere una lettera, la quale, senza che ei

se ne accorgesse, erasi ficcata sotto il divano; ond'ella con bel garbo

mandò per certa sua faccenda Gaspero fuori di casa, e raccolta la

lettera lesse:

«Amato figlio,

_Milano, ecc._

«Mi si spezza il cuore pensando che non ti posso scrivere altro che

notizie desolate. L'ebreo Zinfi non intende rendere indietro i biglietti

falsi che tu gli desti in pagamento della cambiale scaduta, se non a

patto che tu gli assicuri il buon fine delle altre che verranno a

scadenza. Dio mio! O come mai hai potuto creare tanti debiti? Capisco

bene che tu, povero figliuolo, dei cento che ti obbligasti a rendere,

forse hai ricevuto cinquanta; ma costui tiene il coltello pel manico:

per cagione di cotesti sciagurati biglietti ci tocca lasciarci sgozzare

senza gemere un ohi!

«Per tranquillarlo gli ho offerto tutto quanto mi resta; nè il saperti

così ignudo di ogni ben di Dio è quello che più mi angustia; non mi dà

tregua il giorno, non mi lascia chiudere occhio la notte il pensiero

che, detratti i pesi che ci gravitano sopra, questi miei beni non

basteranno a saldare i tuoi debiti. Causa poi di angustia acutissima sta

nel doverti dire che te non posso aiutare in nulla; e per me mi trovo

ridotta agli estremi: tutte le biancherie di casa sarebbero appena

sufficienti a metterti insieme cento lire. Oggi farò cuore di rocca (o

Dio! al solo pensarci mi sento accapponare le carni) per condurmi dalla

duchessa Zelmi nostra cugina: mi aprirò con lei: confido che non

rifiuterà sovvenirmi in tanta stretta, e allora ti fornirò di danari:

procura starti più che puoi allo stecchetto; chè ormai non so più a

quale santo votarmi. Ora tocchiamo un altro tasto; tu sai, figlio mio,

come per non darti pena io non mossi mai opposizione al tuo amore per la

figliuola della sig.ª Isabella; ma ora da te stesso comprenderai come ti

sia chiusa la porta a farla tua moglie: lascio la condizione diversa, e

il broncio dei parenti, e le censure degli amici di casa.... questo ed

altro metto da parte, e domando: è egli decente che tu conduca nella tua

onoratissima casa la sorella dell'uomo che ti ha tradito, dandoti in

pagamento della tua cambiale biglietti falsi, ed esponendoti alla

infamia per delitto non tuo? Molto più, che prevedo un fiero tracollo

per la Ditta Boncompagni e Comp., e per consenso andarle dietro gli

Onesti. E tu apprendi, figlio mio, che chi cammina sui trabiccoli

finisce sempre col fiaccarsi le gambe. Mi duole davvero con tutta

l'anima per cotesta fanciulla bella quanto virtuosa, e piena di talento

come di bontà;.... ma ahimè! soffrire e morire è la sorte della massima

parte di noi altre figliuole di Eva. Ella, dove potesse consolarsi,

troverà ricompensa a sollevare la sua casa, cavando costrutto dalla sua

portentosa capacità di cantante, mentre veruno aiuto recherebbe alla

tua, ecc.»

E qui raccomandazioni, e consigli, e precauzioni solite a suggerirsi,

come sarebbe di chiudere bene la stalla quando sono fuggiti i buoi.

Eponina rimise la lettera al posto dove l'aveva raccattata, poi,

agguantandosi alla parete per non cadere, tornò nella sua camera, dove

si gettò boccone sul letto. Sul principio, per quanto si sforzasse, ella

non riuscì a connettere due pensieri insieme: sentivasi il cervello

indolenzito come le avessero dato un fiero picchio sul capo: dopo

trascorsa molta ora, un remolino d'idee rotte e confuse prese a

turbinarle nella mente, il quale ella non riusciva a dominare. Alla

fine, quando se l'aspettava meno, ecco divamparle l'intelletto nella

limpidezza consueta a mo' che le legna verdi fanno, donde dopo molto

fumo guizza fuori la fiamma.

Se per me si volessero riferire tutti i pensieri di cotesta anima

travagliata, mi verrebbero meno l'olio e il lucignolo; basti dire

ch'essi giravano e rigiravano dentro questo cerchio:

«Che fai? che pensi? ella mulinava fra sè; egli è venuto il tempo di

recarti in mano la tua anima e scaraventarla come un sasso contro il

Creatore, il quale ci plasmò così perchè ci sentissimo morire? No; — la

lapide mortuaria è lo scudo dei poltroni. Io non getterò le armi sul

campo. Io vo' serbare quanto più posso di fiato per poter dire in faccia

all'eterno tiranno: — Tiranno, e modello di quanti furono e saranno

tiranni, per requie tua e pace dell'universo disperdi la tua divinità in

brani negli orrori dell'Erebo e della notte: fa di disfarti: soffia

sulla tua luce, e spegnila, poichè tu non la sapesti accendere tranne

per illuminare delitti e sventure. Pari nella desolazione alla Niobe

antica, a me non fia dato sottrarre veruno innocente al tuo saettare

maligno: non importa: trafiggi! Le ferite che farai attesteranno la tua

immanità: le margini di quelle come altrettante bocche aperte ti

urleranno una osanna di maledizione. Io morderò il granito della macina

sotto la quale mi stritoli; io mi industrierò che una scheggia delle mie

ossa infrante ti entri negli occhi e ti faccia lacrimare. Questo

artefice infinito del dolore provi anche egli una volta che sia dolore.

Dunque rimango, e rimanendo, che farò io di cotesta povera creatura di

cui la vita ho intrecciato dentro la mia? — Pongo per fondamento ad ogni

mia risoluzione che se egli non conviene a me, nemmeno io convengo più a

lui. La contessa si affanna pel decoro della sua casa; io popolana mi

arrabatto di più per quello della mia persona: ella bada al di fuori; io

al di dentro: a lei fra il parere e l'essere piace più il parere; a me

preme il parere quanto l'essere. La nobil donna senza addarsene

sofistica, e trova suo pro nello ingannarsi. Supposto vero che mio

fratello Omobono abbia dato in pagamento dei pagherò di Ludovico

biglietti falsi, egli è chiarito ch'egli glieli abbia dati consapevole

della loro falsità? Egli banchiere può riscontrare uno per uno i

biglietti che riscuote? Non paga egli un cassiere preposto a questa

bisogna? È il primo banchiere a cui vennero consegnati biglietti falsi?

Tutto giorno non succede? — E poi, o che cosa fantastica costei? Renda

ella i biglietti ad Omobono, ed Omobono le renderà i pagherò di

Ludovico: nè credito nè debito da una parte e dall'altra: faranno patta

quando la signora contessa voglia: ma no.... perchè rimarrà sempre a

estinguersi il debito verso il giudeo Zinfi. O signora, se infamia ci è

qui dentro, sa ella in che cosa consista? Consiste nel mandare a male il

patrimonio avito; nel commettere spese che non si possono sopportare;

nel contrarre debiti che non si sa come pagare. E quando con infiniti

stenti giungessero lor signori a saldare il giudeo Zinfi, o come

rimarrebbero essi? Costretti a limosinare dai nobili parenti un tozzo

che verrebbe loro negato, o, se non negato, largito duro, a spizzico e

con rinfaccio. Chiamasi nobiltà questa? Ricchezza e bei costumi formano

nobiltà: quella senza questi è veste senza fodera, questi senza quella

sono fodera senza veste. Giacchè questa povera anima di nobile mi si è

rannicchiata in grembo, io la ristuccherò, la invernicerò e metterò a

nuovo, le fornirò danari, stato e fortuna, affetti e mente; non istà in

poter mio negare o concedere. Vedremo accomodarlo nella carriera

diplomatica; onde fare grande cammino per questa via bastano vizi

eleganti, orecchio fino, capacità di giocare una partita di amore come

una partita agli _scarti_ per attrappare fra un bacio e un altro una

confidenza politica. Nobilissime spie galleggianti sopra gli acquitrini

del disprezzo pubblico, in grazia di quattro croci o sei che si mettono

sotto le braccia a modo di sughero. Signor conte, signora contessa, non

vi pare provveduto così al decoro della casa vostra? Credo di sì. Si

lascino pertanto servire. Via questo amore da me. È presto detto, ma ti

basterà l'animo per farlo? Perchè no? Quando un topo s'insinua dentro un

armadio, si agguanta per la coda e si sbalestra fuori del balcone; e non

potrò adoperare così con lo amore, che mi si è fatto canchero nel

cuore?»

Appunto perchè egli è un cancro tu non lo potrai svellere, o lo

svellerai tirandoti dietro il cuore. L'amore di sopra alle spalle della

superbia sogguarda tutto quanto questa tratteggia sopra la lavagna, e

ride: quando ella ha finito, stende la mano e ne cancella ogni cosa.

In questo proponimento pertanto ella calmava l'interno scompiglio, e

côlta la occasione opportuna, disse a Ludovico:

— E' parmi tempo che noi dobbiamo pensare di proposito a partirci da

Vienna: la guerra sta per rompersi, e però non giudico sicura la più

lunga dimora in questo paese; la corrispondenza interrotta; impossibile,

finchè dura la guerra, trovare occupazione utile; restabilita la pace si

sa, dopo lo incendio rimangono le ceneri: ogni giorno lo scarso peculio

si assottiglia; stremato che sia, come rinnovarlo?

E molte altre cose in proposito ella aggiunse tutte savie e discrete,

per cui Ludovico accettò di stianto il partito che gli veniva posto

dinanzi: bisogna però dire che egli ci aveva le sue buone ragioni

particolari, le quali erano che da Milano, dopo l'ultima, non aveva più

ricevuto lettere, e poi perchè perduti mille fiorini alla bisca non

sapeva come pagarli; onde pareva a lui, come a tutti coloro che, o

stanno per corrompersi, o sono corrotti, che la vergogna trasportata

altrove fosse evitata, come se questa non salga teco in carrozza e teco

scenda in locanda, ti si assida a mensa e ti rincalzi a letto.

— E dove, Eponina mia, ti parrebbe che noi avessimo a condurci? con mal

celata ansietà domandava Lodovico.

— Io ci ho pensato su, e giudico che sarà il meglio metterci addirittura

in cammino per Pietroburgo.

— A Pietroburgo? Misericordia! E con quale viatico ci metteremo in

cammino?

— Di questo non ti dare pensiero, Ludovico, ci provvederò io.

— E a Pietroburgo come faremo a camparci?

— Non te ne dare pensiero, provvederò io dando lezioni di canto e di

suono.

— Ma come ti auguri formarti da un punto all'altro la clientela? Non

conosciamo il paese, non conosciamo la lingua.

— Chi ti ha detto che io non conosco la lingua russa? Io la parlo e la

scrivo.

— E dove tu l'hai appresa, burlona?

— Io l'ho appresa qui nelle serate che mi lasciavi sola; sul primo mi

metteva paura, ma poi l'ho rinvenuta alla prova facile a ritenersi,

quanto soave a favellarsi; che vuoi tu che io ti dica? La tedesca mi è

riuscita due cotanti più dura.

E queste furono trafitte all'orgoglio di Ludovico, il quale rispose:

— Come è così, mi stringo nelle spalle; ma quello che dobbiamo fare

facciamolo presto, chè lo indugio potrebbe pigliar vizio.

— Anco domani, se ti piace.

— E domani sia.

Eponina accontatasi coll'onesto Hans, il quale non rifiniva accertarla

che le passioni dei campi di battaglia erano fermate dai gabellini alle

porte: diversi i guerrieri dai borghesi quanto le campane da cui le

suona: continuasse a starsene dentro il suo albergo tranquilla: quando

ce ne fosse stato il bisogno le avrebbe prestato egli stesso sicurtà

_gratis et amore Dei_. Tuttavia, stando la giovine ferma a partire,

volentieri si tolse il carico affidatogli dall'Eponina di vendere le

gioie al suo maggiore interesse.

Il buon viennese, uso a camminare lungo le frontiere della onestà senza

mai sconfinarle, come i topi che girano sull'orlo dei barattoli e non ci

cascano dentro, se ne andò difilato da certo suo amico gioielliere,

affinchè gli stimasse le gioie, informandolo qualmente un forastiero

albergato nella sua locanda, ridotto al verde, volesse disfarsene per

cavarne danari.

Il gioielliere, nel presagio di averle ad acquistare, egli ci disse

sopra parole più che non ne ha un leggìo; e poi conchiuse stimandole un

buon terzo meno del giusto loro valore. Allora l'onesto locandiere, dopo

un monte di ringraziamenti, riprese le gioie e disse che per cotesto

prezzo era intenzionato accollarsele egli per conservarle un pezzo, onde

se il proprietario volesse riscattarle sì il potesse, previo rimborso

del capitale e degli interessi. Il gioielliere gli rispose con un

risolino soave quanto il filo di un rasoio, aggiungendo:

— Compare, voi siete quel fiore di galantuomo, che siete.

L'onesto tedesco si recò a scrupolo avvantaggiarsi di un _kreutzer_ sul

valore delle gioie; esso tenne più dicevole abbrivare il conto, perchè

le riprese dell'albergo sarebbero diminuite di certo; il quale danno era

chiaro come l'acqua che egli lo avrebbe patito per colpa degli italiani,

imperciocchè tutti questi subbugli non nascevano per lo appunto dal

costoro intestarsi a contrastare ai tedeschi il pacifico possesso della

Lombardia e della Venezia? Ora la signora Eponina era amabilissima dama,

ma a fin di conto italiana e nemica.

*

— Oh! a proposito! esclamava Eponina mentre ripiegava una sottoveste di

Ludovico per assettarla dentro la valigia, bisogna portare i passaporti

all'ambasciata russa perchè ci appongano il visto.

— Certo, soggiunse Ludovico, non possiamo farne a meno.

— Ma ora che ci penso su, riprese Eponina, mi sembra che sarà opportuno

per mille ragioni rinnovare alla legazione italiana il nostro passaporto

in nome di ambedue, dandoci la qualità di marito e moglie.

— Io veramente non ci vedrei questa necessità, perchè tu sai che su tale

proposito il mio partito è preso.

— Non dubitare, Ludovico... in ciò ci troviamo d'accordo più che non

credi... lo faccio nel tuo stesso interesse... perchè comprenderai come

il titolo di marito onesti la compagnia che tu mi tieni... e a me il

titolo di moglie agevolerà lo accesso nelle famiglie. Lo sai? La nostra

società beve grosso sull'essere, per rifarsi sul parere. Ancora, noi

andiamo in paese di gente vana della sua nobilea, quindi il titolo di

contessa mi servirà di salvocondotto presso di loro. Però rimane inteso

e stabilito fra noi che noi non siamo, nè saremo mai marito e moglie.

Proprio sul punto di mettere il piè sul limitare per partire, Eponina

stringe pel braccio Ludovico, e tiratolo indietro lo fissa negli occhi e

gli domanda:

— Lodovico, non celare niente alla tua amica, lasci verun debito a

Vienna?

— Io? E che debiti ho da avere? Rispose Ludovico facendosi rosso fino

alla radice dei capelli.

— Tu non mi dici il vero, Ludovico; perchè ti periti ad aprirti meco?

Non sono e sarò sempre la tua migliore amica nel mondo?

— Ma a te che preme se io mi abbia o no debiti?

— Poichè tu mi presti il tuo nome, finchè lo porto mi preme che sia

onorato; e la tua fama è la mia; quando te lo renderò, ne farai quello

che vuoi: per ora no.

E questa fu una nuova trafitta al cuore di Ludovico, che confuso e

umiliato ebbe a confessare che lasciava un debito di giuoco di mille

fiorini con tale che per giudizio universale lo aveva giuntato, avendo

reputazione di baro emerito.

— Questa era buona ragione per non giuocarci, ma non pagarlo è pessima:

mi duole che in simile congiuntura non possiamo sprovvederci di danaro:

aspetta un momento che vedrò di provvedere anco a questo imbarazzo. Il

tuo creditore come si chiama?

Ludovico glielo disse, ed ella condottasi a trovare l'onesto Hans

locandiere, lo chiamò a parte e sì gli disse:

— Mio buon signore, il conte, costretto a partire su due piedi, lascia

dietro di sè un debito di giuoco.

L'onesto locandiere, presentendo una domanda d'imprestito, levò le

spalle mormorando:

— Oh! di questi debiti veruno si dà pensiero; quando se ne ha, si

pagano.

— Ma il vincitore è un cavaliere; certo barone Kircher, ebreo.

— Buono, per Dio! Gli è un truffatore di cartello. Parta pure il signor

conte senza scrupolo di coscienza.

— No signore; ciò non permette al signor conte la sua illibatezza:

voglia, caro signore, essermi cortese di vedere il signor Kircher e

dirgli che il conte non si parte da Vienna come i suoi antenati di

Egitto, sebbene il paragone non sia per lo appunto preciso. Sia

discreto, e non passeranno mesi che riceverà per mezzo suo i mille

fiorini, se pure gli basterà il cuore di pigliarli.

L'onesto Hans, liberato dalla minaccia di un imprestito, rispose:

— Eh! il cuore gli basterebbe per pigliarne anco centomila: viva

tranquilla, che lo persuaderò ad aspettare senza aprir bocca... Poi,

come se dicesse a sè, continuava: che brava gente son questi italiani!

Per me l'ho sempre detto! quando se ne incontra uno, ci sentiamo

ricreare come dal primo fiato di primavera. Peccato che non ci vogliano

lasciare possedere in pace la Lombardia e la Venezia! Peccato che li

dobbiamo persuadere a legnate sul capo! Allo italiano per essere

paragonato al pane non gli manca altro che lasciarsi fare come lui a

morsi senza dire nulla.

*

Giunti a Pietroburgo, si acconciarono di casa assai decentemente, e

siccome Eponina sapeva che mentre il grano cresce spesso l'asino muore,

così si diede subito attorno per rintracciare talune persone da lei

conosciute a Milano e a Torino, dame e cavalieri che andavano per la

maggiore, e di che tinta! Anco da Vienna si era procacciata copia di

commendatizie per gente di alto affare, sicchè dopo pochi giorni si

trovò a navigare in pieno mare col vento in poppa. — Accolta, blandita,

portata in palmo di mano, Eponina, arrendevole ai consigli altrui e per

farsi conoscere ad un tratto, promise che avrebbe cantato in certa

accademia, la quale sotto il patrocinio della imperatrice si dava a

benefizio delle madri impotenti ad allattare i propri nati. L'augusta

donna, penetrandosi della frequente richiesta di figliuoli mossa

dall'augusto imperatore suo marito, per diffondere le delizie del suo

paterno dominio da Varsavia fino al Kamchatka, si metteva in quattro ad

assicurargliene la produzione.

Però Eponina giuocava una grossa posta, non per colpa sua, bensì a

cagione degli amici, che con lodi superlative la levavano a cielo, e

forse un po' più in su: per buona ventura ella non pure vinse, ma

stravinse.

Non mai accadde ai petti russi sentirsi investiti da tanta dolcezza; a

onda sopra onda scorreva sopra loro il piacere. Principi e borghesi,

uomini e donne, preti e soldati manifestavano la intensità del giubilo

in guisa, che tu gli avresti reputati tanti apostoli che uscissero dal

cenacolo[31]: non acclamazioni, ma urli: moti irrequieti delle membra;

un battere palma a palma da levarsi le galle alla pelle; un abbracciarsi

e un baciarsi per tenerezza; chi si rizzava su di stianto come uno

stollo da pagliaio; chi si abbandonava a braccia aperte sopra la

seggiola: poi cominciò un gettito di fiori di ogni ragione, côlti non

già per le aiuole dei giardini, bensì sopra i cappelli delle signore:

non tessuti dalle mani della natura, ma da quelle delle crestaie: e più

infervorandosi per far più presto gittarono cuffie, gittarono piume,

gittarono ventagli, e borse, e fazzoletti, e pendenti, e perfino.... lo

dico o lo taccio? E perfino una parrucca. — Chi si trovò presente al

caso non rinvenne nell'antica o nella moderna storia successo da

poterglisi paragonare: non le convulsionarie di S. Medardo, non quelle

che curò Boerhave nell'ospedale di Harlem; non gli Abderitani, che per

tre giorni durarono matti; non le scapigliate baccanti furenti pei

gioghi di Citerone; forse ci si sarebbero accostati i Coribanti, i quali

tutti, fuori di sè dai salti, dai gridi e dallo strepito delle lancie,

degli scudi e dei tamburi percossi in onore di Ati castrato, si

castravano. Chi se ne intende afferma che di riscontro a cotesto smodato

entusiasmo potrebbe stare unicamente la _frenesia_ da cui (secondochè

raccontano le _Gazzette ufficiali_) si sentono presi gli italiani ogni

qualvolta contemplano le sembianze auguste di Vittorio Emanuele loro re;

conciossiacosachè la frenesia costituisca il grado supremo della pazzia,

anzi a modo che il _pantheon_ conteneva tutti gli Dei, ella comprenda in

sè tutte le varie infermità dello intelletto umano, come sarebbe a dire:

lo _sragionamento_, la _mania_, la _monomania_, la _demenza_, la

_imbecillità_, la _stoltezza_, la _stupidità_, la _scioccheria_;........

Signore! quante mai cose, giusta l'opinione delle _Gazzette ufficiali_,

ha virtù di suscitare negli intelletti degli uomini italiani la

sembianza augusta del re! — E dico intelletti umani, perchè è noto che

la natura, fra tutti gli animali, concesse ai soli uomini la privativa

di diventare matti.

[31] .... essendosi fatto quel suono... tutti stupivano e si

maravigliavano.... e dicevano: _sono pieni di vino dolce_.

(_Atti degli Apostoli_ Cap. II, 13).

La imperatrice volle vedere Eponina ed avendola trovata come valorosa,

modesta e bella, tremante di emozione si tolse un ricchissimo

braccialetto dal polso e lo allacciò a quello della giovane; e siccome

questa, avendo presa la mano alla donna scettrata, con atto umile gliela

voleva baciare, la imperatrice non lo sofferse, ma postele le mani sopra

le spalle, si trattenne alquanto a contemplarla; poi la baciò in fronte

e le disse:

— Benedetta tu sia fra le donne del tuo paese e del nostro.

Ed Eponina in ischietta favella russa le rispose:

— Benedetta sii tu, madre di popoli e gloria di prosapia di eroi.

La imperatrice nel sentire lo idioma russo sulle labbra di Eponina

rimase estatica: se la Corte russa non andasse illustre per esempio

perenne di castità, e se Eponina non fosse stata femmina, quasi quasi ci

era da temere che l'avrebbe inalzata di punto in bianco all'alto ufficio

di favorito.

Veramente dai tempi nei quali Atea re degli Sciti, udendo sonare il

flauto a Ismenia, disse: «per me gli preferisco il nitrire del mio

cavallo,» a quelli di adesso, pei russi gran tratto ci corre. I francesi

un giorno dispensatori del biasimo e della lode dissero per ghiribizzo:

stropiccia un russo e ci troverai sotto un cosacco, ed il frizzo durò

finchè il mondo si accorse i francesi giudicare ordinariamente come

Minos, con la coda. Noi, meno prosuntuosi e più giusti, diciamo che i

russi non possiedono per ora quei supremi intelletti che soglionsi

chiamare Genii: però il Brulow nella pittura e il Pouskine nella poesia

ai tempi nostri furono giudicati eccellenti; e il primo sopra il secondo

assai, e così credo ancora io. I tedeschi si vantano dirittamente popolo

per arti, scienze e lettere a moltissimi primo, secondo a veruno; ma per

_sentire_ il bello, quanto a me, pongo innanzi a lui il russo. Di vero

il tedesco armato di compasso e di scalpello procede al calcolo ed alla

notomia dei suoni, dei colori, dei disegni e degli affetti: per lui

vuolsi conseguire l'estro e la ispirazione per via di regole

matematiche; quindi accade sovente ai tedeschi che, mentre essi credono

aliare pel cielo della poesia, danno senza accorgersene un tuffo nella

metafisica. Quando il poeta tedesco cava la materia dei canti dai

concetti usciti dal cuore del popolo commosso, allora ritrae cose piene

di palpito umano; se diversamente lo desume della propria fantasia, egli

crea un fantasma corruscante di tutti i colori dell'iride, ma nebbia pur

sempre. Ne vuoi la riprova? Piglia ad esempio i due Fausti di Goethe; la

leggenda popolare gli porse il primo; però tu qui vedi, senti e ti

addolori: il secondo è una splendidissima emicrania poetica: un

brulichio irrequieto di atomi luminosi traverso i raggi del sole, nè più

nè meno della musica del Meyerbeer. Metti eziandio il Goetz di

Berlichingen a confronto col Tasso, e ti verrà confermata la esperienza.

L'arte non crea, l'arte abbellisce; la creazione è lampo di Dio

ripercosso dall'intelletto umano. Non fate pagare gabella alla

ispirazione, non la frugate, non vi confondete a guardare che cosa ella

si porti sotto; esponete le fibre del vostro cuore o del vostro cervello

al soffio della passione, ed esse vibreranno armoniche come le corde

dell'arpa eolia. Conservate l'anima giovane, accogliete religiosamente

le impressioni magnanime ed amorose, onde ci calchino bene l'orma, e

molto sentendo riuscirete a fare sentire molto. Il russo si trova in

simile stato; perocchè in lui la natura non sia corrosa dal costume

pravo; nè tanto è barbaro da non comprendere le opere grandi della

natura e dell'arte, nè tanto è incivilito da rimanere indifferente a

tutto pel fradicio della corruzione. La Russia con molti vizi di meno,

con alcune virtù di più di noi, oltre le miniere del rame, dell'oro,

della malachite, possiede nel suo grembo un'altra miniera inesplorata

fin qui, ma forse più copiosa di tutte, quella dei portentosi artisti e

dei poeti, e dubito forte che a quest'ora in lei sia nato il

conquistatore eletto a mutare la faccia del mondo.

Intanto che Lodovico ed Eponina si limavano di agonia intorno agli

ultimi cento franchi, il dono della imperatrice scese sopra di loro

_come rugiada al cespite dell'erba inaridita_; ond'è che Eponina, senza

metterci tempo fra mezzo, chiamata a sè persona amica, s'informava da

lei quali per opinione sua fossero i mercanti di gioie più accreditati

della città, desiderando ella commettere un assortimento di gioie per

fare degno corredo al magnifico braccialetto, dono della imperatrice:

l'amico rispose Pietroburgo andare piena di gioiellieri, principalissimi

due, Anania Caieky e Ivano Rotting, ebreo il primo, cristiano il

secondo, e questi fornitore di Corte. Eponina, com'era naturale, scelse

l'ebreo, e pregò l'amico suo di avvisarlo che le andasse a casa. Anania,

sentendo che ci era da tirare la rezzola con la speranza di averne un

grosso barbio, andò a tiro di ale, ed introdotto da Eponina, prese ad

adorarla con le smancerie servili che gli ebrei sogliono praticare molto

per naturale vilezza e più per eredità di abiezione: certo di avere a

sostenere le parti di venditore nel prossimo contratto, incominciò a

dissertare intorno la scarsità sempre crescente di brillanti di acqua

pura; la più parte di quelli che entrano greggi in commercio, dopo

lavorati si scoprono verdastri, senza raggio, e non vale il pregio

spedirli in Olanda a farli lavorare a forma dei trovati moderni; vado o

mando alle fiere di Brodi, di Nini-Nowogorod, e non mi riesce rinvenire

nulla di buono: qualche cosa di mediocre arriva in Siberia dall'Asia, ma

la terra classica dei diamanti, checchè ne dicano, sarà sempre l'India;

peccato che i Rajah non li vendano, e gli inglesi quando gli agguantano

li fanno vedere traverso una gabbia, come il Koke-noor alla esposizione

di Londra! Pertanto difficile oggi trovare diamanti nell'India, caro ad

acquistarli, pericoloso estrarli di costà. — Quale però non fu la sua

maraviglia, per non dire spavento, quando Eponina, troncatagli ad un

tratto la parola, lo chiarì com'ella non intendesse comprare, bensì

vendere. Si tacque confuso, come uomo che si accorga avere sbagliato

sentiero; e attese poi con industre precauzione a dare indietro non

disdicendo addirittura il detto, chè sarebbe stato un cucire la toppa

nera col filo bianco, ma ponendo innanzi una filastrocca di argomenti, i

quali, comunque procedessero paralleli ai primi, tuttavia avevano virtù

di disfarli.

Eponina per tagliar corto gli mostrò il braccialetto, alla vista del

quale le grinze della fronte di Anania si spianarono, lo invase tanta

dolcezza, che lo sforzò ad esclamare suo malgrado: _magnifici!_ Non ci

era caso, mal giorno correva per Anania; si sarebbe morso la lingua, ma

parola detta e sasso gettato non si possono più tirare indietro: però,

più per debito di coscienza ebrea che con isperanza di rimediare,

aggiunse: magnifici diamanti invero, se non pendessero alquanto allo

scuro, onde scapitano metà prezzo.... per lo meno.... a dire due terzi

non sarebbe troppo....

— Che dite mai? gridò Eponina, levando le mani al cielo come vinta da

orrore; ma non sapete, che sono un dono di S. M. la imperatrice?

Ardireste voi tacciare di spilorceria S. M.? Vi attentereste a

calunniare le sue auguste braccia, come quelle che sarebbero state

contaminate dal contatto di diamanti scuri, di verun pregio, da

bottegaie, anzi da pescivendole?

Anania, spaventato, apriva e chiudeva la bocca senza susurrare parola;

pareva un pesce rosso chiuso dentro una caraffa; di un tratto si appose

il monile alla fronte, poi alle labbra, lo baciò divotamente, e

ripigliati gli spiriti favellò:

— Tutto quello che viene dalla imperatrice e dall'imperatore è sacro; ma

come l'eterno Dio lassù nei cieli è circondato di stelle più o meno

sfolgoreggianti di luce, e senza offesa di lui possiamo osservare che

Venere scintilla più di Saturno, così S. M. può possedere nei suoi

tesori diamanti di pregio minore o maggiore, nè credo mi sia impedito

rilevarlo senz'oltraggio.... piuttosto, _cara lei_, mi pare... se non

isbaglio.... altrimenti mi rimetto, che _lei_ non faccia troppo onore a

S. M. vendendo subito il dono di tanto augusta persona.

Per questa volta toccò ad Eponina a riparare la botta, e la riparò male;

presa a soqquadro rispose: — Necessità non ha legge.

L'ebreo allora, chiappata la mosca a volo, disse: — Cagna di cristiana,

dunque il bisogno ti strozza; questo però fra sè; di fuori raddoppiava

venerazioni ed ossequi. Adesso incomincia un lungo batostare tra il di

più della pretensione e il meno dell'offerta; l'ebreo non voleva

crescere un centesimo dai quindicimila franchi, e ne rubava mezzi.

Eponina uggita della fastidiosa tenzone conchiuse:

— Orsù! Voi mi darete ventimila franchi dei diamanti; mi lascerete il

cerchio di oro, nel quale sostituirete ai diamanti tanti bei cristalli

di quarzo: sostituzione, bene inteso, che pei cristalli quanto per la

mano di opera voi farete a vostre spese, oltre i ventimila franchi, che

mi hanno a venire in tasca senza alcun defalco; e con patto che prima

d'incastonare i cristalli, voi me li farete esaminare e scegliere.

— Mi possano, cara _lei_, cascare gli occhi che ho davanti; possa non

più vedere i tabernacoli di Isdraele, se quello che mi domanda non

supera di un terzo il valore dei diamanti. Ella, mia padrona reverita,

se in bellezza supera Ester, nella sagacità potrebbe dare venti punti ai

sessanta alla regina Saba; ma creda, per vita mia, se Anania facesse

affari come propone _lei_, diventerebbe più povero di Giob. Le parrebbe

giusto che, dopo tanti anni di fatica, avessi a trovarmi ad avere

edificato sopra l'arena del Giordano? Lascio considerarlo a lei.

— Basta così, signore Anania; pregovi a volermi scusare il disturbo, mi

volgerò al signore Ivano Rotting, che spero trovare più ragionevole di

voi: se m'ingannassi, in qualche altro modo provvederò.

— Mia signora, si accomodi; solo vo' dirle una cosa che desidererei mi

fosse creduta senza giuramento; dov'ella pensasse che per essere Anania

circonciso e il signor Ivano battezzato, lo troverà più arrendevole di

me, ella sbaglia, e di grosso: circoncisione o battesimo non genera

differenza nel mercante: sopra la professione che ognuno di loro

professa, ce ne ha una terza, comune ad ambidue loro.

— Mio degno Anania, io penso che voi possiate avere ragione; ma a

provare non si rimette nulla.

— E veda, proseguiva l'ebreo, circa ai cristalli io la potrei servire

unicamente, chè possiedo i più bei quarzi di cristallo che sieno stati

mai raccolti nell'Altai: ci vuole occhio esperto di molto a distinguerli

anco messi accanto ai diamanti genuini; e questo, mi sembra, non dovere

riuscire indifferente alla mia signora.

— Eh! fino a un certo punto non dico di no. — E così dicendo Eponina si

levò in piedi in atto di accompagnare Anania, il quale andando lemme

lemme lasciò cadere queste parole per terra, rade, ad una ad una, perchè

facessero più romore.

— Ivano... gioielliere di Corte... è sicuro che ha fornito il monile...

la indiscrezione dorme a letto con lui... ogni giorno egli si ubbriaca

di acquavite... Anania tiene le labbra chiuse più di un sepolcro.

Vedendosi giunto sopra la soglia della stanza senza che coteste parole

avessero fatto breccia, vi si fermò all'improvviso; solo volgendo il

capo con le spalle disse:

— Vadano ventimila franchi da una mano e il braccialetto, ma libero da

ogni altra spesa o fattura.

— Non si fa nulla: ho bisogno che il monile mi rimanga.

Anania ripose il capo nella prima posizione e si spinse avanti due

passi; di là senza neppure darsi lo incomodo di voltarsi, soggiunse:

— Dove andò il brigantino vada la barca; le rimanga il braccialetto, ma

tocchi a lei la spesa dei cristalli e della incastonatura...

E siccome Eponina, non rispondeva, egli ci appose per glossa: E questo

lavoro, cara signora, eseguirò io per un prezzo da convenirsi.... quasi

per nulla, veda... duemila franchi tutto compreso... cristalli...

legatura... ripulitura.

Ed Eponina zitta; onde l'ebreo, spaurito che ella si fosse partita dalla

stanza, riggiravasi tutto di un pezzo sopra i calcagni, come ventarola

del camino ad un sbuffo di libeccio.

— Dunque, cara _lei_, come vuole; che non possa rivedere la famiglia se

con lei guadagno tanto da fare gli azimi per Pasqua.

— S'intende, Anania, per famiglia la vostra, e per vostri gli occhi che

avete nella fronte; basta così, conosco le espressioni maligne del

vostro odio impotente, e le disprezzo: odiate e tremate: intanto

procurate osservare la promessa e portatemi a far vedere cristalli di

primissima qualità.

— Viva tranquilla... glielo aveva detto ancora io che era cosa della

massima importanza; chi non se ne intende non li distinguerà nè manco

scoperti, i periti non li potranno conoscere sotto i rabeschi delle

trine di Malines...

— Ai ventimila franchi ne aggiungerete duemila che terrò in pegno della

esecuzione dell'obbligo vostro.

— Pare, cara signora, che _lei_ non si fidi?

— Eh! non pare, è.

— Fidati fu un galantuomo, e non ti fidare galantuomo più di lui;

peccato che non sia mia figliuola! Scusi, di che paese è vostra

signoria?

— D'Italia.

— Per vita mia, me ne era accorto.

— Pur troppo; noi vi pratichiamo in Italia assai più che non si

dovrebbe, e però riteniamo del fare vostro più che non si vorrebbe; nè a

vero dire gli ebrei sieno banchieri o mercanti, noi sperimentiamo

peggiori.

— O chi reputate i peggiori?

— Gli ebrei politici, ma non solo in Italia, bensì credo anche nella

Russia, massime in Polonia.

— Finiamo il nostro affare.

— Finiamolo.

Eponina dai ventimila franchi tirò fuori tanta somma quanta, tenuto

conto da piazza a piazza, potesse formare il valore di mille fiorini

austriaci, e mediante rimessa spiccata a nome del conte Ludovico

Anafesti, la spedì all'onesto locandiere di Vienna con la commissione di

pagare l'ebreo Kircher. Ancora fece trarre, sempre a nome di Ludovico,

sopra il banchiere Bellinspilli di Milano, una cambiale di dodicimila

franchi all'ordine della contessa Anafesti: la cambiale ella accompagnò

con una lettera, mediante la quale si fingeva che Ludovico l'avvisasse

della sua presente dimora a Pietroburgo; in breve le avrebbe spedito

altro denaro: del debito con lo Zinfi non si pigliasse travaglio: la

fortuna placata avergli adesso aperto una strada dove potersi

avvantaggiare con onore, negoziando sopra i valori pubblici, dietro la

scorta di persona, in compagnia della quale non poteva perdere. Le molte

occupazioni obbligarlo a valersi, per la corrispondenza, dell'opera di

un segretario; però non aombrasse, se vedeva la lettera scritta con

carattere diverso dal suo. Indirizzasse la risposta sotto fascia al

signor conte Caroti aggiunto alla legazione italiana a Pietroburgo, e

conchiudeva con un geroglifico, che ritraeva bene abbastanza le iniziali

di Ludovico Anafesti.

E già Eponina, sagacissima donna, avendo rinnovato la conoscenza del

conte Caroti, ottenne licenza di fare indirizzare a lui le lettere da

Milano, con promessa di consegnarle tutte quante a lei: anzi, annuente

il conte, s'impossessò di alcuni quaderni di carta con la impronta della

legazione italiana, sopra la quale ella scrisse la lettera che si

fingeva Ludovico spedisse alla madre: e ciò al fine di meglio colorire

la cosa.

L'onesto locandiere di Vienna rispose puntualissimo e presto, chiudendo

dentro la sua lettera ampia ricevuta del barone ebreo per saldo, fine e

quietanza di ogni suo avere, pretensione, ecc. fino al presente giorno;

ed aggiungeva: «Non creda però, mia signora amabile, ch'io glieli abbia

dati tutti, che anzi mi andava proprio il sangue a catinelle per quelli

che io gli ho dato. Avendolo avuto a me, io gli ho discorso così:

Barone, non ti ho chiamato già per dirti che sei un ladro, perchè questo

lo sai da te, ed è un pezzo: non per leggerti la sentenza che ti

condanna alla galera, perchè io non sono giudice, ma locandiere, ed

arrostisco polli, non uomini: non per ribadirti l'anello intorno al

collo del piede, perchè di mio mestiere io non faccio il magnano; bensì

per parteciparti una notizia altrettanto gradita quanto inaspettata:

immagina che invece di darti querela criminale per una truffa commessa,

io ti pagassi il danaro che hai rubato al gioco a quel signore italiano

di nome conte Ludovico Anafesti, quanti me ne ritorneresti indietro per

mancia? — Il barone ha risposto: parole sono piume: sabato non è, e la

borsa non ci è. — Ed io — Certo il giorno che corre oggi è giovedì, ma

la borsa io la tengo. Basta, tu taci; proporrò io. Contentati di

cinquecento franchi. — Egli: — E poi voi dite: queste sono proposizioni

da ebrei! Tu mi vuoi strangolare... e mi do facoltà di sopprimere il

resto. — Barone, rammentati, che se io ti mettessi l'ossa in un sacco

non ti darei il tuo avere; via, non mi far perdere tempo, e scrivimi la

ricevuta. — Egli da capo: — Anzi, io non la scriverò; o perchè il conte

vuol pagarmi? — Che so io? Gusti fradici; i negri non condiscono la

insalata con l'assa fetida? — Non è così, ripicchiava costui; il conte

pei suoi particolari interessi ha bisogno di una mia ricevuta. — Tu

svagelli, barone, la tua ricevuta non sarebbe buona ad altro che a farti

spalancare le porte della galera a vita, senza mandato di giudice: or

su, piglia seicento franchi, e vattene. — I cavalieri, insisteva il

barone, quando vogliono mantenere il loro punto, hanno da pagare a saldo

e a danaro il debito del gioco. — Sicuro, quando è vinto, non già quando

è rubato. — Breve, si è contentato di seicento franchi; però dai mille

fiorini sono giusto avanzati 1900 franchi, i quali, detratti gli

interessi fino al presente giorno, io le ho segnato a credito come

rileverà dal suo conto qui annesso. Con altri 7 od 800 fiorini, vostra

signoria potrà riscattare le sue gioie, che le ho serbate e le serberò

sempre, — cioè, finchè gli interessi non rodano il capitale..... perchè

veda, mia rispettabile signora, sebbene locandiere, ho un cuore da

Cesare, e mi sono fatto a dire: — Giovanni! La giovane, si vede chiaro,

è affezionata alle sue gioie come quelle che le hanno a venire da

persone amate... padre, madre, zii, zie, e così di seguito: assicurato

sei; tienle in mano; bisogna farle trovare alla signora quando venga a

cercarle, e tu glie le restituirai previo rimborso di capitale e

interessi; e se qualche cosa ella ti vorrà dare di mancia, guarda bene

di non metterti sul superbo, e rammentati che italiani e tedeschi sono

fatti a posta per istare d'accordo come pane e cacio, ecc., ecc.»

O bontà somma di locandiere viennese! Imparino gli italiani a seguirlo

fin lì, più oltre no, chè correrebbero rischio di traboccare nel

sublime. Quando le faccende della curia romana comincieranno a

ravviarsi, io per me credo fermamente che il collegio amplissimo dei

locandieri, tavernieri, osti e consorti opererà da pari suo promuovendo

la santificazione del locandiere viennese — o per lo meno la sua

beatificazione.

Dopo questa, a qualche settimana di distanza, sopraggiunse la lettera

della contessa al suo figliuolo. «Incominciava da congratularsi con la

fortuna e con lui. Con la fortuna, perchè alla fine cessando i suoi

rigori si fosse mossa a favorire Lodovico; con questo, perchè attendendo

alacre e diligente ai negozi si dimostrasse degno degli inusitati

favori. Lodava il figlio della discretezza adoperata a celarle il nome

del suo compagno negli affari di Borsa, ma mordendo all'amo apprestatole

da Eponina, aggiungeva averlo indovinato (ella immaginò qualche

segretario della legazione; forse il ministro stesso). Continuava poi,

la cugina duchessa averla così accomodata di danari, ma pochi, come

quella che si versava a posta sua nella penuria a cagione delle

prodigalità commesse nel passato carnevale: prometteva di più in

seguito; però arrivati come manna i dodicimila franchi, mentre quelli

della duchessa soli non sarieno bastati a tranquillare le avare

improntitudini dello Zinfi; aggiunti i suoi, lo avevano persuaso a

starsi fermo nel convincimento di avere ad essere saldato: però

dichiarava che, stante il caro del denaro, quanto a interessi non poteva

contentarsi al 6 per cento. — Alla quale proposta, aggiungeva la

contessa, non ho potuto astenermi da osservargli: — Ma voi avete

imprestato danaro al mio figliuolo incominciando a contare dal sessanta,

sicchè il sei su sessanta fa giusto il 10 per cento. — Egli, cavandosi

la berretta, ha risposto: che con donne, massime con le signore, non

voleva avere discussioni, e mi ha lasciata in asso; ond'io prego Dio con

tutto il fervore dell'anima affinchè comandi alla fortuna di proseguirti

propizia, per liberarci dalle branche del demonio... voleva dire

dell'usuraio ebreo. Dicano quanto sanno i Salomoni della scienza, per me

perfidio a sostenere che i giudei entrarono nella vera terra promessa

allora soltanto che furono abolite le leggi sopra l'usura. Adesso noi

dobbiamo 50 mila franchi di capitale allo Zinfi; 10 mila alla duchessa;

e rimangono fuori gli 80 mila dei pagherò nelle mani di quel furfante

matricolato dell'Onesti, di contro ai quali stanno i pagherò falsi, che

egli ti diede. Speriamo da questo lato non sia per venirci danno; però

ne dubito: quante volte ci penso mi trema il cuore come una foglia.

Dunque il debito ora somma a franchi 62 mila, più i maledetti interessi,

che non dormono mai giorno, nè notte, e mangiano sempre; altri debiti

non ci avrebbero ad essere; almeno io non ne ho, e così spero sarà di

te. Dunque lavora, guadagna ed attendi a fare di ogni pruno siepe,

seppure non vuoi rimanerti pulito come il palmo della mano. Alla buona

duchessa nostra cugina, udendo e vedendo che tu ti sei dato al buono,

sono venute le lacrime agli occhi; povera donna, ella ti vuole proprio

bene! Mi ha raccomandato più volte che io ti scriva: — tu cerchi ad

aiutarti quanto puoi, ella attendere notte e giorno a trovar modo di

levarti di pena; anzi a restituire alla tua nobilissima casa (che è pure

la sua) l'antico splendore. Tirando a indovinare, io immagino che ella

mulini qualche partito per te, proprio coi fiocchi. Dove mai mi

apponessi, badiamo bene, veh! per quanto possa riuscire fruttuoso, non

vo' letame plebeo in casa. A negozio fatto bisogna piegare il capo, ma a

negozio da farsi, se non ci troviamo tutte le nostre convenienze, diamo

di frego; nella quale risoluzione io mi sono tanto più confermata, che

la esperienza mi ha fatto toccare con mano che la plebe o il popolo, per

quanto tu lo stropicci, non piglia mai il lustro, eccetto sulle

sopraccarte: gli è fiato perso, nonostante il suo anfanare, non giungerà

mai a quella rettitudine di sensi e alla gentilezza di modi, retaggio

proprio di noi altri nobili[32]. Quando mi scrivi, io ti prego di

sapermi dire che ne sia di quella _povera creatura_ della Onesti. Ella

non merita il destino a cui la riservano le tristizie dei suoi parenti:

mi era adattata a tenermela per nuora: adesso poi mi è impossibile: deve

sentirlo ella stessa: procura usarle ogni più urbano e gentile riguardo:

come gentildonna te ne prego, come madre te lo comando: proteggila,

assistila in tutto, anche prima di me...»

[32] Anco il conte Vittorio Alfieri la pensava così. Vedi sua

lettera al conte Alfieri di Sostegno.

Dopo averla letta, Eponina si ripose la lettera in seno esclamando:

— È la solita storia; il pranzo squisito al condannato quando lo mettono

in cappella.

*

— Cara Eponina mia, senti, tu mi hai a fare un piacere, e non mi dire di

no: stasera sono invitato al _Club_ della Neva, ed ho promesso di

trovarmici; tu sai che lo frequentano principi e boiardi, insomma gente

che va per la maggiore: colà si giuoca alla grossa, ed io non vorrei

scomparire.... forse potrei rifarmi dei tanti che ho perduto: — oh! che

la disdetta non deva cessare mai?

Appena l'alba spunta le tiene dietro l'aurora, dopo l'aurora corre il

sole; così del pari il crepuscolo non si ferma un istante: di vermiglio,

paonazzo e poi nero d'inferno. Nella medesima guisa l'anima dell'uomo si

affretta a salire, o a scendere; le buone qualità sopra i naturali

viziati si posano meno dei colombi su la cuspide dei campanili. Ludovico

di pudibondo eccolo in breve diventato impudente ed impronto, e spera

riuscire nello intento, avendo saputo la vendita fatta da Eponina dei

diamanti donatile dall'imperatrice. Ora la giovane rispose con la sua

voce soave alla domanda molesta:

— Vico mio, con tutto il cuore se potessi: ma vedi, ho spedito fuori

tutto il denaro: mille fiorini mandai in tuo nome a Vienna per pagare il

debito di gioco che tu ci lasciasti con l'ebreo Kircher.....

Ludovico sentì darsi nuova trafitta nel cuore, e, senza attendere che

Eponina aggiungesse altre parole, tutto arruffato andò via sbuffando.

Veruno usuraio sentì mai pungersi dall'aculeo della cupidità di

accumulare danari come adesso Eponina, onde deliberò aprirsene con certo

principe russo, conosciuto da lei per lo passato a Milano, il quale

pareva averle posto straordinario affetto, e veramente era così: —

questi, o acconsentisse al vero, o per zelo dei pregiudizi della Corte e

della nobilea, la dissuase da dare lezioni a pago; stesse al suo posto;

non le mancherebbero inviti di prendere parte ad accademie in casa dei

magnati. S. M. la imperatrice la chiamerebbe ai concerti di palazzo, e

la munificenza russa non patire che chi la letizia con le sue virtù, si

allontani senza segno notabile del proprio gradimento. Eponina si

attenne a cotesto consiglio. Ora il conte Ludovico talvolta fu invitato

insieme ad Eponina, e più spesso no, o per inavvertenza, o perchè lo

considerassero appendice inutile della giovane artista; un gambo di

fiore; ed anche ciò era trafitta al suo cuore vano. Nè quando

accompagnava Eponina soleva gioire di più, chè senza glielo dicessero,

gli facevano comprendere la sua essere la parte dell'ombrello che,

entrati nel portone, si chiude e mettesi da parte per ripigliarlo poi

quando si esce di casa. La sua vita, a canto a quella di Eponina, ignudo

com'era d'ingegno e ricco di vizi, insaccato fino agli occhi di

orgoglio, ricordava la passeggiata favolosa della pentola di terra cotta

a braccetto pei manichi con la pentola di ferro; egli ci si trovava a

suo bell'agio, presso a poco come Regolo dentro la botte cartaginese.

Eponina certo ebbe a provare gli effetti della generosità russa, ma non

corrisposero alla sua aspettativa, la quale, per la passione che la

rodeva, era diventata improntissima; arrogi che quel vendere continuo di

gioie per sostituirvi cristalli, con sicuro scapito d'interesse e con

eventuale perdita della reputazione, se fosse venuto a scoprirsi, forte

la infastidiva: nè punto la tranquillava l'esempio del marchese Massimo

D'Azeglio, che il giorno stesso nel quale gli venne ricapitata per parte

del Sultano la decorazione in brillanti della _medijdiè_ la vendè di

rincorsa, surrogando, com'ella costumava, alle gemme cristalli,

imperciocchè quanto di leggieri era permesso ad uno degli archimandriti

della mandria moderata d'Italia, non si concede a un semplice mortale.

La facoltà di non sentire o non curare il proprio decoro è privilegio

esclusivo dei signori. Difatti vendonsi dal Governo titoli di nobilea,

come dallo speziale cerotti per apporli sulle ulcere e nasconderle alla

vista di chi passa.

Intanto Eponina i denari raccolti spendeva sottilmente per Ludovico e

per sè; gli altri tutti rimetteva nella consueta guisa alla contessa, la

quale rispondeva con lettere sempre uguali, come gli _Oremus_, piene

zeppe di lodi e di promesse; ma siccome queste non vedeva mai Ludovico,

così Eponina, maravigliando della indifferenza di lui circa il silenzio

materno, un bel giorno gli disse:

— O Vico, e di tua madre non hai notizia alcuna?

— Da lei diretto nessuna, ma se capita qui qualche lombardo io ne faccio

ricerca, e così m'avviene sapere di tratto in tratto che ella è viva e

sana, che Dio la benedica. Mi sembra che, tacendo, mia madre operi da

quella discreta gentildonna ch'è. O che vuoi tu ch'ella mi scrivesse?

Miserie; ciò intristisce, e non leva un ragnatelo dal buco: quando potrà

mandarmi un po' di danaro, mi scriverà.

E questo disse con tale una perfetta intonazione di gelo, così

nell'anima come nella voce e nel sembiante, che Eponina ebbe a pensare:

va', tu se' proprio della pezza donde si fanno le giubbe ai diplomatici!

Ora accadde che, avendo Eponina in certa veglia incontrato il signor

Mario di Candia, cantante di quella eccellenza che tutto il mondo sa,

seco lui si trattenesse a lungo, ed ella restasse incantata non solo pei

modi squisitamente gentileschi, ma sì eziandio per la espressione delle

doti che onorano la nostra umana natura. Più che altro, com'era da

credere, favellarono di musica, ed egli le lasciò intendere che si

reputerebbe sommamente onorato di unire la propria alla voce di lei; e

da cotesta sera Eponina si risolvè di presentarsi sul teatro. Nel

presagio di levare via di un tratto, o almeno in brevissimo tempo, i

debiti di Ludovico, ella raggiava di contentezza, sicchè tornando a casa

ella non si potè tenere da fargli motto di cotesto suo proponimento; ma

con sua non piccola maraviglia ella lo trovò renitente; sicchè dopo un

batostare da una parte e dall'altra, egli alla ricisa le disse: avrebbe

desiderato che ella rimanesse lontana dalle scene, ma poichè ci voleva

andare ad ogni modo, nè egli la poteva impedire, egli intendeva che lo

facesse con tutto altro nome che col suo.

— Perchè, egli aggiungeva, vedi, non te ne avere a male, ma, capisci, la

contessa mia madre e tutta la mia nobile casata non vorrei che un giorno

mi movessero rimprovero di non avere conservato nel suo pieno decoro il

nostro nome.

— Ah! Dio volesse che il tuo nome non fosse caduto in peggiori mani

delle mie. Queste parole scoppiarono ratte come fulmine dalle labbra di

Eponina, e quando le volle ritenere era fuori di sua balìa poterlo fare;

però si affrettava aggiungere: — Nondimeno, andando sul teatro,

procurerò non valermi del tuo nome.

Essendo ricorsa Eponina al patrocinio del suo amico principe Platow, per

riuscire più agevolmente nello intento, qui pure incontrava contrasto;

anzi il principe risentito, nel mezzo del colloquio esclamò:

— Io non mi posso capacitare, mia signora, come ella si sia intestata

così di andare sul teatro.

— Perchè ho bisogno... moltissimo bisogno di danaro.

Allora il principe, con gesto di disgusto, riprese:

— Non vi avrei mai creduto così avara; scusate, ciò vi fa torto.

Parve Eponina a coteste parole proprio un apparecchio elettrico di cui

avessero girato la chiave: afferrò il braccio del principe, e

squassatoglielo forte, gli stridè fra i denti:

— Sappi, russo... sappiate, signor principe, che il danaro, il molto

danaro mi fa bisogno per pagare debiti di onore..... e questi debiti non

ho fatto io.... intendete bene, non ho fatto io... e l'onore che voglio

salvare non è il mio, intendete bene, non è il mio.

Il russo sbalordito dalla terribile esaltazione di lei, le chiese

umilissima scusa e la pregò di lasciarsi condurre per suo maggiore

vantaggio. Eponina facilmente placabile glielo concesse, anzi, côlto il

destro, come per aderire ai suoi consigli, gli confessava farle scrupolo

non mediocre esporre sul teatro il nome Anafesti, nobilissimo in Italia

se altri fu mai. Il principe, che era orgoglioso della sua nobiltà una

volta e mezzo più del pavone della sua coda, lodò abbondantemente

cotesto scrupolo, sicchè alla osservazione che Eponina le mosse alquanto

indispettita:

— E sì, che senza biasimo potè salire sopra le scene il signor Mario,

ch'è marchese, gentile sangue italiano dalla Spagna trasfuso nella

Sardegna...

rispose interrompendo:

— Sì, sì; ma un fiore non fa primavera, ed è desiderabile che questi

esempi cessino, piuttostochè si rinnovino.

Venne pertanto statuito fra loro che ella avrebbe segnato la scrittura

col nome di Eponina marchesa di S. Prudenziano; il principe poi,

avendone tenuto proposito col signor Mario, convenne con lui non esser

bene andarsi a profferire; il principe si desse d'attorno per fare

nascere, crescere e divampare il desiderio di sentir cantare sopra il

teatro di Pietroburgo la celebre italiana, marchesa di S. Prudenziano:

egli dal canto suo non si rimarrebbe da movere i mantici nella Direzione

del teatro, per accendere la voglia di mettere sopra le scene la

_Semiramide_ del Rossini ed ottenere a qualunque prezzo che Eponina ci

sosterrebbe la parte di Arsace; tanto più volentieri dare egli di mano a

cotesto accordo, perchè ella ne avrebbe aumentata, se pure era

possibile, la sua reputazione, e la Direzione ne avrebbe tirato una

ripresa superiore ad ogni previsione.

E poichè, come ammonivano gli antichi, con quei di Creta bisogna

cretizzare, così i negoziatori di Eponina si mostrarono alieni da

impegnarla una stagione intera, molto meno un anno; ella acconsentirebbe

per quattro o sei recite, col compenso di duecento rubli per sera, e non

parve caro.

È mestieri dirlo; l'esito non superò solo il presagio del direttore del

teatro, bensì anco quello dello stesso signor Mario: a tanto giunse

l'entusiasmo, che non si rifiniva mai di parlare del nuovo miracolo,

così alla Corte come all'osteria; nelle botteghe dei barbieri come in

chiesa: insomma da per tutto. Il direttore del teatro, con sua

inestimabile contentezza, si trovò, secondo quello che racconta il

cronista Villani, a raccogliere i denari col rastello alla porta del

teatro, come i preti alla porta delle basiliche di Roma nel primo

Giubbileo instituito da Bonifazio VIII: però, venute a termine le

quattro sere, non è da dirsi quale assedio costui mettesse intorno ad

Eponina perchè si obbligasse un anno a cantare sul teatro, o nelle

accademie particolari, o almeno per una stagione; profondevasi in

inchini; ogni giorno un mazzo di fiori, e adesso naturali, ma cresciuti

al tepore delle stufe, non già ai raggi del sole: a tutte le persone

astanti intorno ad Eponina si raccomandava; mesceva mancie ai servi con

lo stecchetto, ma le promesse sbraciava con la pala; di qui Ludovico

venne a sapere come Eponina avesse obbligato la opera sua sotto un nome

che finto non si poteva dire e vero neppure, perchè _temporibus illis_

il marchesato di S. Prudenziano fu feudo di casa; ma i suoi non gli

avevano dato nè anche la consolazione di cui il conte di Cavour fu largo

a' genovesi quando li mandò in Crimea a vedere Caffa; e seppe inoltre,

cosa più importante per lui, che ella si era legata durante sei mesi pel

compenso di 25 mila rubli, di cui per patto il direttore aveva dovuto

anticiparle 60 mila franchi. Udito questo _evangelo_, Ludovico non

corse, non volò, ma come lo struzzo nel deserto parve aiutarsi con le

gambe e con l'ale nel ridursi a casa, dove rinvenne appunto Eponina che

riscontrava i biglietti di banca pagati dal Direttore, ond'è che

postergata ogni vergogna, e forse messo alle strette da qualche suo

segreto bisogno, le disse:

— Oh! adesso il morto è sulla bara; tu non potrai negarmi di avere

quattrini.

— Anzi, ella rispose, io non mi sono mai trovata in penuria come in

questo momento; vieni qua, invece di danaro io ti darò una storia; poca

cosa invero, tuttavia sempre meglio di un canto. — Certo fittaiolo

andava creditore del Fox, che gli aveva fatto una dichiarazione del suo

debito in piena regola; scarrucolato da un giorno all'altro dal nobile

signore sotto pretesto di mancanza di moneta, accadde un dì che egli lo

cogliesse proprio sull'atto di ripassare danaro. Oh! per questa volta,

esclamò il fittaiolo, voi non mi verrete a cantare che non avete

quattrini: io vi piglio con la mano nel sacco; per lo appunto come hai

detto tu; e il Fox gli rispose come io: — Non fui mai povero quanto

adesso perchè, come vedi, riscontro questa moneta per mandarla a lord

Say, il quale me l'ha vinta al gioco. — Oh! il mio, soggiunse il

fittaiolo, non è debito come quello col lord Say, anzi più vecchio, e

però più inquieto per esser pagato. — Niente affatto, disse il Fox; a

sicurezza del tuo credito tu possiedi la mia obbligazione, mentre il

debito di giuoco non ha altra garanzia che quella del mio onore. —

Ludovico, sappi che io ho destinato questo danaro a pagare debiti di

onore.

— Ma dove tu hai mai giocato? Quando hai perduto?

— Ludovico! Io pago debiti d'onore, esclamò percotendo, tutta alterata,

del piè la terra, — pago debiti di onore.... perchè a me premono più i

debiti altrui dei miei.

— Anche io ho i miei debiti di onore.

— E ci credo, però credo ugualmente che tu non abbia mai pensato a

soddisfarli.

Ludovico, quantunque fosse di temperamento linfatico anzichè no,

inasprito dal diniego del denaro, dalle passate trafitte commosso,

esacerbato dalla nuova puntura, si avventa addosso ad Eponina, le

stringe, le travolge il braccio destro violentemente, ond'ella ebbe a

prorompere in urli di dolore, nè si rimase alle strida, chè tolta di sè

dal furore, lo chiamò: _vile!_

E pur troppo ormai egli era fatto tale; ma l'uomo quanto più lo merita e

meno sopporta sentirselo dire in faccia, per la qual cosa Ludovico a

posta sua arrovellato le lasciò andare una ceffata, che coltala nel naso

ebbe virtù di farne spicciare larga vena di sangue: allora Eponina

proruppe nella sua terribile ira di donna; non più gridi cacciò fuori,

ma ruggiti; di uno strettone svincola il braccio, ed afferrato un

pugnaletto che stava sopra la tavola, con quello in mano corse contro di

lui.

Lodovico, sbalordito dal suo atto indegno e dal furore di Eponina, non

faceva difesa, e sarebbe senz'altro rimasto ucciso, se in quel punto il

commissario di polizia del quartiere, tirato dai gridi, non fosse

comparso nella camera. Vista Eponina con lo stiletto in mano, tutta

macchiata di sangue, e Ludovico bianco come un lenzuolo di bucato,

intimava l'arresto ad ambedue.

Eponina però, avendo chiesto licenza di ritirarsi in camera per lavarsi,

ed essendole stato di leggieri concesso, in breve ebbe stagnato il

sangue, terso il volto: acconciò i capelli, mutò vesti, e dopo tolta via

ogni traccia della ignobile baruffa, si ricondusse pacata nella sala,

dove confessò con acconce parole che bisticciandosi col marito avesse

prorotto in parole strambe, di cui egli non a torto si era reputato

offeso; donde il chiasso e lo schiaffo, che il marito avrebbe potuto in

ogni caso risparmiarsi, il quale percotendo il naso era stato cagione

del sangue sparso. Tafferugli che sarebbe bene non avvenissero mai fra

marito e moglie, ma con tutta la buona volontà del mondo non sempre si

possono evitare.

D'altronde simili casi non avrebbero dovuto partorire maraviglia presso

i russi, i quali, se la fama porge il vero, sogliono provare la propria

affezione alle dilette mogli con qualche solenne carpiccio di bastonate;

e le mogli, per quanto se ne sente dire, se a troppa distanza ricevono

queste dimostrazioni di amore, si arrapinano.

— Voi dunque, interrogò tutto abbonito il magistrato, veramente siete

marito e moglie?

— Voi dunque ne dubitereste?

— Il mio ufficio non è dubitare, bensì verificare; per tanto vi

compiacereste somministrarmene la prova?

— Sull'atto; ed Eponina, tornata in camera, ne uscì dopo pochi momenti

col passaporto della legazione italiana a Vienna, il quale avendo

esaminato il commissario, lo rese dicendo:

— Non ho niente da osservare; pure permettano che io li ammonisca

sconvenire altamente a persone ben nate trascorrere in simili eccessi.

Quello poi che voi, signora, avete avvertito intorno ai costumi russi,

un tempo, è vero, accadeva fra noi; ma adesso pare che questa usanza,

sbandita fra noi, abbia trovato albergo presso di voi. Se si va avanti

di questo passo, voi altre razze latine tanto presuntuose della vostra

civiltà vi vestirete della nostra barbarie, come vi vestite delle nostre

pelli.

Partito il commissario, Ludovico capì sarebbe stato inopportuno, forse

pericoloso riappiccare il colloquio, onde cautamente se la svignava.

Eponina rimasta sola si rimise allo scrittoio; le tremava la mano, e

guardandosi il polso del braccio destro marcato attorno da un cerchio

livido, pensò alla Maria Stuarda, quando ebbe a patire simile brutalità

nel castello di Lochleven per parte del lord Lindesay[33]. — Ella

sorrise di un cotale suo riso acerbo, e mormorò: — Ma costui era nemico,

e questi?... E senza più attese a scrivere lettere alla contessa

Anafesti in nome del figliuolo.

[33] _L'Abate_ di W. SCOTT, c. 22.

La lettera a un di presso parlava in questa sentenza: la fortuna, per le

preghiere materne, essersi convertita in provvidenza; i negozi avere

proceduto di bene in meglio, epperò trovarsi in caso di spedirle in un

botto 60 mila franchi, i quali co' già mandati dovevano bastare pel

saldo dell'ebreo Zinfi, e pel ritiro dei biglietti, che soprattutto

premeva riscattare; non mettesse tempo fra mezzo a porgergliene avviso

per suo governo.

Dopo questa lettera ne scrisse un'altra, la quale doveva arrecarle

inestimabile travaglio, a giudicarne dalle goccie di sudore che le

cadevano a quattro a quattro dalla fronte; la sigillò e la chiuse dentro

un'altra lettera.

Dopo un quarto d'ora, comparve il suo amico principe Platow, che le

portò la cambiale dei 60 mila franchi tratti sopra il banchiere

Bellinzaghi all'ordine del traente, e da questi girata in nome di

Ludovico Anafesti. Eponina nella smania di affrettarsi ci appose subito

di propria mano la gira all'ordine della signora contessa; di che

maravigliando il principe e sottilmente seguendo il moto della penna di

Eponina, si accorse com'ella s'industriasse ad imitare la segnatura di

Ludovico.

Allora balenò alla mente del principe lo intento di Eponina, ma questa,

accortasi della sua inavvertenza, per non lasciargli agio di fermare

troppo il pensiero sopra simile accidente, di subito levandosi lo

pregava di accompagnarla con la sua carrozza fino allo ufficio della

posta, per assicurare le due lettere, che ella spediva in Italia: per

via gli raccomandava le portasse il conto del banchiere per soddisfarlo

del cambio da piazza a piazza, che non poteva essere piccolo. Il

principe, immaginando che da lei simili faccende s'ignorassero, aveva

disegnato non farglielo pagare, ma ella ebbe avvertenza a tutto, e il

modo col quale ella lo chiese parve tale al principe da torgli la voglia

di disobbedire.

Intanto che la nostra egregia donna seguitava la sua carriera luminosa,

le lettere giungevano a Milano, dove sortirono l'effetto da lei

desiderato, conforme conobbe dalla lettera scritta qualche mese dopo

dalla contessa al figliuolo, e da lei secondo il solito intercettata.

Questa lettera da cima in fondo cantava gloria, osanna e alleluja.

Pagato lo Zinfi giudeo; ritirati i pagherò e i biglietti falsi, da

questo lato una pietra sopra ogni cosa; ma le buone al pari delle triste

venture le sono come le ciliegie, però il giorno dopo che si aveva

levato cotesto peso di sul petto, le si era presentato un signore, il

quale, datosi a conoscere pel cassiere della casa O. Boncompagni e C.,

l'aveva chiarita come qualmente la prelodata casa Boncompagni e C.,

fosse stata _vittima_ di un furfante matricolato, il quale aveva seco

lei conchiuso un baratto di un milione circa di valori pubblici con

altrettanti biglietti falsi del Banco di ***: aggiungeva riportarle i

pagherò sottoscritti dal suo signor figliuolo conte Ludovico, a patto

che ella gli retrocedesse i biglietti avuti in pagamento; averle recato

questo disturbo perchè era stato avvertito che i biglietti si trovavano

in possesso della signora contessa, e che ella era dispostissima a

stornare il negozio: «Io, proseguiva la contessa, figurati se l'ho

lasciata bollire e mal cuocere; però sull'atto gli ho dato i biglietti,

e il cassiere mi ha restituito i tuoi pagherò dopo avermi fatto giurare

per me e per te, sul nostro onore, il più assoluto silenzio sopra questa

operazione, per non pregiudicare il credito della banca Boncompagni e

C., e peggio il credito della banca a danno della quale erano stati

falsificati i biglietti; promessa che di leggieri feci per me e per te,

ed alla quale noi non mancheremo di certo. I tuoi pagherò, a scanso di

fastidi, ho gittati sul fuoco. Adesso come piace a Dio non ci è più

debiti in casa, non ci sta più sul collo il pericolo di vedere gettato

ai cani quel po' di bene che ci resta. La cugina duchessa avere ricevuto

consolazione da non potersi dire, dalle notizie che mano a mano le

partecipava sul conto tuo; ti mette al quarto cielo, e se potesse ti

metterebbe più in su: a tutti di te tiene proposito: ti tuffa pel ciuffo

nelle lodi; e tanto si è data e si dà d'intorno, che ha persuaso il

preclaro marchese di Cavedoni a consentire le nozze della sua figliuola

Sofonisba con te: anzi l'altra sera ha parlato aperto, che se questo

matrimonio si può fare, egli ti dà la sua figliuola non con una mano, ma

con due. La dote sarebbe di 500 mila franchi, e di giunta le _speranze_

e due zie quasi decrepite ottimamente provviste e piuttosto sviscerate

che benevole di Sofonisba. Questa poi propriamente un angiolo, capitato

non si sa come sopra la terra e smarrito una sera nel tornarsene a casa

sulla via del paradiso: giglio di purità educato dalle suore del Sacro

Cuore: turibolo di oro, donde s'inalzavano senza posa al cielo profumi

di virtù e di santità: quanto a bellezza, certo in lei avresti cercato

invano quanto di allettatore e di lusinghiero si accoglie nel volto

delle donne mondane, ma nelle sue sembianze, quanto più le contempli e

più ti posi: talenti molti e positivi, non lampeggianti da

abbarbagliarti gli occhi, bensì luminosi di una luce modesta da

rischiararti nei più oscuri laberinti della vita. Aggiungi ancora che il

marchese Cavedoni, essendo coll'attuale ministro Jolicari o Palicari,

come si suol dire, due anime in un nocciolo, egli si faceva forte

ottenere al suo genero di schianto la carica di segretario di Legazione.

La duchessa si mostra tanto infervorita in questo negozio, che ha fatto

cantare un _triduo_ pel suo esito felice. Ora dunque, figlio mio,

considera se ci sia verso di potere onoratamente dare seguito alla

pratica, ammonendoti che dove anco tu avessi assunto impegni _morali_,

quelli tu attenga. Non credo doverti rammentare come il precipuo dovere

del gentiluomo consista appunto nella osservanza delle promesse date;

prima di darle bisogna pensarci due volte, ma ad eseguirle nè manco una.

Tra l'orgoglio offeso delle nozze dispari e l'onore maculato non ha

luogo scelta; ti desidero copioso di beni, ma più di onore. Capisco che

non ti sarà agevole ritirarti dal passo che hai fatto, ma la via retta è

la più piana; apriti con la giovane, e se veramente ella ti ama,

potendolo col suo decoro, ella di gran cuore acconsentirà al tuo bene:

imperciocchè quantunque sia amaro confessarlo a voi altri uomini, per

cagione della vostra superbia, è un fatto che noi donne valiamo troppo

più di voi, ecc., ecc.»

Eponina dalla lettura di questa lettera cavò tre conclusioni. 1ª Che se

la signora Sofonisba non era gobba, sarebbe stato un miracolo. 2ª Che di

finissimo acciaio era stata formata la contessa, ma la ruggine della

vanità l'aveva rôsa più di mezza. 3ª Essere spediente consegnarla senza

far dimora a Ludovico.

Gliela consegnò ella? Non gliela consegnò perchè dal detto al fatto

passa sempre un gran tratto: anche l'anima più risoluta, sul punto di

pigliare irrevocabilmente un partito, il quale di punto in bianco le

scombussola costumanze, abiti di vita, reliquie di affetti e intenti,

che un dì invasero tutto il suo essere, ondeggia, o piuttosto tenzona

con violenza fra il sì e il no; — non gliela consegnò, perchè, essendone

stata distolta un giorno da continue distrazioni, un altro

dall'esaltamento dell'esercizio musicale, un terzo e un quarto dai

trionfi continui, si formò una settimana, dalla settimana il mese, e la

cosa cascò nel dimenticatorio.

Ma quello che ciondola, all'ultimo ha da cascare, sicchè quando Eponina

se lo aspettava meno, ecco venirle addosso una inopinata ventura; certo

giorno che ella se ne stava seduta davanti al piano-forte, dando una

ripassata a certe arie della _Straniera_, che ella si era impegnata a

cantare quella medesima sera, la serva le presenta una carta da visita

dov'ella lesse: «Contessa Anafesti nata Trittolemi.»

Le diede un tuffo il sangue e sentì rimescolarsi dal capo ai piedi;

tutta tremante ordinava alla cameriera:

— Fate entrare la signora contessa nel salotto di rispetto; fra due

minuti sarò da lei.

Corse nella sua camera, e subito si guardò allo specchio; ebbe paura

della sua pallidezza: le labbra aveva pavonazze; il cuore le palpitava

come se lì per lì stesse per ispezzarlesi; ella risoluta ci appose la

mano destra e disse: _chetati!_ Bevve un bicchier di acqua, scosse la

testa e soggiunse: su, andiamo a recitare il quinto atto.

Come i capitani innanzi d'ingaggiare battaglia per via di segreti

esploratori s'industriano riconoscersi, così queste due donne, con

guardi obliqui prima di aprire bocca tentarono scandagliarsi. Noi

conosciamo di già Eponina; le sue sembianze e gli atti percossero forte

la contessa, molto più che le forme della giovane, in grazia dello

esercizio della sua professione, avevano assunto certo garbo di

alterezza virile, che assai le si addiceva; e la nuova emozione animava

al doppio i tratti del suo volto, già vivi anche troppo. La contessa poi

era donna di forme grandiose ed abbastanza attempata; però, sebbene ella

non curasse punto dissimulare i danni della età, da talune parti delle

sue fattezze rimaste intatte, si poteva argomentare quale fosse stato un

dì tutto l'insieme, come da poche colonne, o dal frammento di un

architrave è dato giudicare quale, e quanta fosse la fabbrica caduta per

terra: ma se la benevolenza ideò il sembiante della contessa, per certo

non lo eseguì l'amore: contorni statuari, linee alquanto rigide; di

ossatura potente; nella sveltezza del portamento poteva dirsi giovane:

forse un dì anch'essa sarà stata vulcano, perchè tracce di cenere antica

in lei se ne vedevano; anzi era proprio così; ma il dovere avendoci

soffiato sopra con troppa veemenza, aveva con le passioni meno pure

estinto le pure e le purissime: parlava a spizzico, sicchè, facendo

sospettare che ella scegliesse prima quello che doveva tacersi e quello

che doveva favellarsi, allontanava la confidenza altrui: ma i detti e le

opere la faranno conoscere meglio da sè.

Impertanto ella stese con gesto urbano la destra verso Eponina, mentre

col braccio manco le abbracciava il collo accennando volerla baciare, ma

Eponina nell'atto che corrispose alla stretta di mano, parve studiasse

evitare di corrispondere al bacio, perchè, lasciando scorrere il viso in

giù, accolse il bacio della contessa in fronte.

Così, dopo reiterate più volte le accoglienze oneste, la contessa

favellò:

— Io mi era condotta qui, mia cara signora, nella speranza di trovare

presso di voi il mio figliuolo Ludovico.

— Di fatto, quantunque più rado di una volta, il signor conte frequenta

spesso in casa mia.

— Dunque non abitate insieme sotto il medesimo tetto?

— Ah! sì, rispose sorridendo Eponina, sotto il medesimo tetto abitiamo;

solo il suo quartiere sta accanto al mio.

— Mi avevano assicurato.... e qui la contessa si mise a cercare che cosa

dovesse aggiungere.

— E che cosa le hanno assicurato? Parli pure senza ritegno, nè tema

ch'io abbia ad arrecarmene.

— Mi avevano supposto... mi avevano fatto credere.... che voi vivevate

insieme, come marito e moglie.

— Signora contessa, io non so per lo appunto che cosa intenda il mondo,

nè che cosa intenda significare vostra signoria per marito e moglie:

questo tuttavolta so, e mi giova farle sapere, che io non consentirei a

vivere come moglie con uomo, il quale non fosse mio marito.

— Ma tra voi e il contino Ludovico non è corso un contratto di

matrimonio?

— No.

— Una dichiarazione.... un obbligo.... un vincolo insomma che tiene

legato l'uno all'altro?

— Oh! Ecco, trovandomi a Vienna ed occorrendomi per i miei interessi

condurmi fin quassù a Pietroburgo, proposi al suo signor figliuolo di

accompagnarmi; egli acconsentiva, non avendo nulla che lo trattenesse a

Vienna: allora, per rendere decente per me ed anche per lui la sua

compagnia, ci trovammo d'accordo di pigliare il passaporto in nome di

ambedue, qualificandoci per marito e moglie.

— E avete presso di voi questo passaporto?

— Sissignora.

— E avreste difficoltà alcuna, mia cara figliuola, a farmelo vedere?

— Veruna: si compiaccia di rimanere sola per pochi momenti, che io lo

vado a pigliare.

La contessa assentì col capo; Eponina andò in camera, donde in breve

tornata col foglio, lo porse alla signora. La contessa, dopo averlo

letto con molta attenzione, osservò:

— E non vi sembra questo un obbligo in buona e perfetta regola?

— Io non l'ho mai reputato tale, nè credo ch'ei sia. La legge non mena

buona che una forma sola; le altre non reggono, e noi non abbiamo

praticato quanto prescrive il Codice civile per la validità di simili

obbligazioni.

— Questo può darsi; ma non pertanto simile dichiarazione ingerisce meno

un vincolo morale fra voi altri due.

— E mancando lo scritto, mi scusi, mia riverita signora, secondo il suo

savio parere, verrebbe a mancare la obbligazione?

— Non dirò questo: solo ho voluto accennare che dalla soppressione di

questo documento sarebbe dato desumere la mutata volontà delle parti.

— E a lei, signora contessa, premerebbe molto che cotesta carta

rimanesse abolita? Mi parli chiaro.

— Potendolo fare con onore e con aggradimento delle parti interessate,

sì....

— Ebbene, signora, io le ripeterò le parole che Napoleone I disse alla

moglie del Governatore di Berlino, mentre ella, davanti al caminetto,

teneva in mano le prove della fellonia del proprio marito, ch'egli

stesso le aveva consegnato: — Gettatele sul fuoco coteste carte, ed io

mi guarderò bene di accusarlo per paura di passare per calunniatore.

— Figlia mia, rammentatevi che Napoleone poteva dirlo, imperciocchè

cotesti documenti a lui solo appartenessero, ma il passaporto spetta

soltanto a voi? Per una metà non ci ha diritto Ludovico?

— Non ci aveva pensato. Ella ha ragione; ma l'altra metà io posso dire

mia?

— Sicuramente.

— Ebbene, signora, vorrebbe essermi cortese di rendermi il foglio?

La contessa glielo porse; allora Eponina, sorridendo, lo mise in due

pezzi, uno dei quali gittò sul fuoco, e l'altro rese alla contessa

dicendo:

— Io lo consegno a lei, mia signora, affinchè si compiaccia conservarlo

pel conte suo figliuolo.

La contessa pei detti e pei fatti della giovane donna era rimasta a

bocca aperta come persona trasecolata; in questa si apre l'uscio del

salotto e prorompe dentro Ludovico, il quale a braccia aperte corre

verso la madre, che lo aspetta a braccia aperte; gli amplessi della

madre apparivano, sto per dire, feroci, smaniosi i baci; pianti,

singhiozzi, strida e risa tutto un miscuglio; la nobil donna non

rifiniva esclamare:

— O sangue _mio_, o figlio _mio_, sostegno della _mia_ vecchiezza,

speranza unica di casa _mia_, e così di seguito il _mio_ nei suoi

discorsi si udiva modulato in tutti i tuoni, — ci pigliava troppi più

colori che non ha l'arco-baleno. Cotesta stemperata dimostrazione di

affetto aveva un non so che di famelico, che togliendole ogni aura di

divino la rendeva turpe. Anche gli affetti di madre, meditava Eponina,

avviticchiandosi stranamente sopra interessi materiali, possono

scivolare giù per una scala di cui il primo piuolo è la indiscrezione,

ultimo il delitto; così le perle, a quanto affermano i naturalisti, si

generano da una malattia delle ostriche; e tu, avvenuta che sia questa

confusione, pendi incerto a giudicare se il delitto rimanga irradiato

dallo affetto, o piuttosto lo affetto s'intenebri dal delitto. Gli

affetti appena messe le ali drizzano tutti il volo al paradiso; guai

però se smarriscono la via! che taluni di loro si sono visti

appollaiarsi sulla traversa della forca.

Sboglientita la fornace e ricondotti gli animi alla consueta

tranquillità, la contessa raggiante di contentezza prese ad esporre a

Ludovico, per filo e per segno, quanto la cugina duchessa aveva fatto

per lui, e delle nozze imbastite, e della bontà suprema della damigella

Sofonisba; della pingue dote, delle speranze, del casato illustre, e non

tacque della aspettativa della carica, preludio ad uffici maggiori. La

cara Eponina avere dichiarato spontanea nessun vincolo esserci fra loro,

e quando mai ci fosse stato ella non esigerne lo adempimento: dunque

possiamo tornarcene a casa col cuore lieto. Noi non abbiamo più debiti,

i pagherò di quel malmignatto dello Zinfi giudeo, arsi; arsi anco quelli

posseduti dal Boncompagni: i buoni di banca falsi ritirati, e tutta

accesa continuava: — O figliuolo mio! la tua costanza e la tua virtù ti

hanno guadagnato i cuori di tutti; di me non parlo; ti basti che tua

madre va altera di te. Comprendo che se la fortuna non era, tante belle

cose tu non potevi fare; ma se la solerzia non tiene aperto l'uscio, la

fortuna passa senza entrare mai in casa. Delle somme che tu mi spedisti

io ho qui meco il conto, e vedrai come le furono erogate a tuo

bell'agio.

Ludovico a cotesti discorsi restava come intontito; temeva essere preso

a scherno; ma non si poteva persuadere che la madre amorosissima facesse

di lui così atroce strazio, e poi dal fervore del dire e dai moti delle

membra si conosceva chiaramente ch'ella favellava da senno; bensì non

ardiva levare gli occhi verso Eponina, la quale pure teneva i suoi

abbassati. La madre cagliava l'impeto e perdeva la tramontana; dopo

lunga e affannosa dimora Ludovico con voce strozzata finalmente disse:

— O madre! O madre! Io non ho guadagnato nulla in virtù, nè in danari:

tutto quanto attribuite a me è opera di Eponina.

— Orsù, questa interruppe, dopo avere, giusta il suo costume, scossa per

lo indietro la testa, poichè mi trovo costretta a dire, è vero;

dall'esercizio dell'arte mia ho ricavato il modo di pagare i tuoi

debiti; allorchè ti rifiutai i mille fiorini, e' fu per mandarli a

Vienna al barone ebreo tuo creditore per debiti di gioco; gli altri

danari rimisi tutti in tuo nome a tua madre, perchè riscattasse i tuoi

pagherò dalle mani dell'altro giudeo Zinfi. Allorquando spedii a Milano

tutti i 60 mila franchi avuti in conto della mia scritta, erano pel

ritiro dei biglietti falsi, per la pace della tua povera madre; e tu,

ricordalo, mi percotesti, il mio volto fu da te imbrattato del sangue

mio; le mie braccia portano la impronta della tua brutalità. Io non ti

tengo, va'; se il tuo cammino volge a destra, il mio sarà a sinistra;

cesso guidarti: non ti aspettare impedimento da me: dove mai, nello

incontro della tua vita con la mia tu avessi sofferto danno, parmi

avertene compensato abbastanza: se sia riuscita a emendarti dei vizi,

che a quest'ora ti avrebbero avvilito, non so; so che, se tu non ti

conservassi onesto, tu uccideresti la madre tua, la quale, tu lo vedi,

darebbe per te, non che la vita, l'anima.

Ludovico balenava per cadere e coprendosi gli occhi si lasciò andare

sopra un divano. La contessa, tratta fuori di sè dalla maraviglia e

dalla tenerezza, volle genuflettersi davanti Eponina, la quale a mezzo

l'atto la sostenne e con robuste braccia la rilevò; allora le faccie

loro incontraronsi e si baciarono; l'una stretta nelle braccia

dell'altra confusero il pianto. Appena la contessa potè ricuperare l'uso

della parola, prese il figliuolo per un braccio, esclamando:

— Su, levati, Lodovico, e prostrati davanti a questo miracolo di donna:

pregala... supplichiamola insieme, affinchè ella si degni accettarti per

marito. Del passato, nè parola, nè memoria.... Vieni, mia diletta

figliuola.... un altro abbraccio.... un altro poi.... O Dio! ti piaccia

temperare alquanto l'allegrezza che mi opprime il cuore.... Eponina, tu

mi rendi più che il figlio.... più della vita.... mi hai salvato il

nome, la fama della mia casa.... Io ti giuro da gentildonna che sopra

Dio, no, che sarebbe peccato, ma quanto Dio, tu sarai da me sempre

reverita....

Eponina ecco si pone framezzo alla madre e al figliuolo; trema tutta:

dagli occhi le prorompono scintille di passione e di genio; stupenda a

un punto e terribile a vedersi; con voce velata, che a mano a mano

diventò scoppiettante e poi strepitosa come folgore che i nuvoli

scoscenda, disse:

— Uditemi con animo pacato; io ho da parlarvi parole che non movono già

da senso di orgoglio offeso, nè da baldanza presuntuosa di me: io le ho

librate nelle mie meditazioni notturne e diurne, con diligenza maggiore

di quella dell'orafo, quando pesa le gioie nelle sue bilancie. Noi non

possiamo intrecciare insieme la nostra vita, però che troppo sieno

diverse le nostre nature, sicchè congiunte, invece di aiutarsi si

roderebbero: noi innocentemente c'ingannammo, quando abbiamo creduto

avere col nostro affetto rattorta una corda da confidarci con sicurezza

la nostra felicità, mentr'ella si spezzerebbe al maggiore uopo, mandando

tutti in ruina. Signora contessa, di presente ella è nel suo entusiasmo

sincera, ma crede forse che questo entusiasmo durerà in lei? Crede ella

che la esaltazione, generata da una scossa passeggiera di fibre, valga a

vincere sentimenti scesi come una somma aritmetica dalle nostre

passioni, o se vuol meglio, le nostre passioni, figlie dei nostri

sentimenti? Ah! io ho veduto l'entusiasmo; egli è vento che scaccia le

nuvole, ma si rompe contro le vette dei colli. Ci basti poterci stimare:

evitiamo con tutte le forze il caso di addivenire i nostri scambievoli

carnefici. Veda, signora contessa, ella non lo susurra neanco a sè

medesima, eppure vive in lei qualche cosa che, suo malgrado, avrebbe

desiderato che Ludovico si perdesse piuttosto pei suoi vizi, che si

salvasse per la virtù di una popolana. Questo pensiero si guarderà bene

di affacciarsi sotto questa forma al suo spirito onesto, ma le si

insinuerà nel cuore con sembiante di angiolo; tutti i serpenti quando

vogliono tentare fanno così. Lei educarono a reputarsi, a sentirsi

superiore al comune degli uomini, perchè nata di nobile prosapia; se io

potessi vederle il cuore, ci leggerei com'ella non baratterebbe le sue

perle di contessa co' satelliti di Giove scoperti dal Galilei, nè la sua

corona per la ghirlanda che ornò le tempie del Petrarca. Che posso io

dirle contro questo sentimento oggimai parte del suo sangue, del suo

cuore e del suo intelletto? Parole inani e talvolta, non senza ragione,

attribuite ad astio plebeo. Non ci è dubbio, a pensarci su dobbiamo

confessare che la maggiore offesa alla nobiltà gliel'ha fatta la

monarchia, che, diventata mercantessa, ha riposto nel suo magazzino

tagli di nobilea, come pezze di panno frustagno: i titoli si vendono a

braccia; a vestire un furfante di barone bastano sei braccia, per un

conte dodici, quindici pei marchesi, pei duchi venti. Se vi ha

differenza fra la vendita della pannina e quella della nobilea, ella è

questa una, che nella prima tu puoi accapigliarti con Abram giudeo per

risparmiare sul prezzo, mentre nella seconda il prezzo è fisso. Ma tutto

ciò non crolla i convincimenti di voialtri signori che, di natura di

Mida, proprio nella vostra coscienza credete tutto quello il quale da

voi si tocca diventi oro. Troppo spesso che non era da aspettarci, i

nobili, almeno i moderni, si sono rivoltolati nelle sozzure plebee per

pescar danaro; e se voi li aveste avvertiti della turpe sosta che

facevano nel fango, vi avrebbero risposto: Dio ce ne guardi! Noi

passiamo su questo moticcio in punta di piedi, onde giungere senza

zacchere al festino di Corte. Ella, signora contessa, mi piace

dichiararlo, è quanta onestà vive nel mondo, eppure le godeva l'animo

immaginarsi che Ludovico fosse il sostegno della mia esistenza, e me,

non dirò erba parasita intorno la torre dall'avito castello, ma per lo

meno vite appoggiata all'olmo altrui....; non seduttrice, ma neanco

sedotta.... castellana, che avesse reso la rocca, compìta la resistenza

a pelo, tanto per non offendere l'onore militare; ed ora che trova le

parti del tutto invertite, per generosità della sua indole, non le

duole, anzi ammira; ma una volontà, che chiamerò spontanea in lei, più

forte della sua volontà ragionata, la induce a desiderare che la

faccenda fosse andata diversamente. Ella è onesta, eppure, per naturale

repugnanza contro me, ella si industriava a screditarmi agli occhi di

Ludovico, insinuandogli come dalla conoscenza della mia famiglia e di me

gli fossero derivati tutti i mali che pure non avevano origine da me, nè

dai miei. Era giusto questo? Era gentile? Avevamo noi fomentato in lui

il vizio del giuoco e la dissipazione? Noi, spinto a creare debiti che

non avrebbe potuto pagare? Messo noi in mano agli strozzini? Avesse

tolto o no danari in prestito da mio fratello, forse sussistevano meno

il debito con l'ebreo Zinfi e le cause poco lodevoli che lo avevano

partorito? Voi dite che mio fratello in prezzo delle sue obbligazioni

gli pagò biglietti falsi, ed è vero; ma ditemi, immaginaste neanco un

momento che mio fratello potesse essere stato a posta sua tradito?

Tutt'altro; pare che voi trovaste la vostra compiacenza a credere che

cotesta falsità fosse opera delle sue mani; però non gliene faceste

motto; però v'intoraste nella opinione che egli vi avrebbe negato ogni

cosa; pensaste che la medesima difficoltà che incontraste a pagare lo

Zinfi vi si parava contro per pagare mio fratello? Gli foste grati del

non avervi mai chiesto interesse? Ovvero delle frequenti proroghe al

pagamento? Sotto colore di generosità, voi ne cavaste motivo per

calpestare promesse solenni. Voi lo vedeste, appena io ebbi notizia del

fatto, ne scrissi ad Omobono, ed egli vi rese indietro subito le

cambiali ripigliando i biglietti senza opporsi: dei tanti delusi prima

di me, perchè io sola devo portare il danno? Permetta dunque, signora

contessa, ch'io le renda il suo figliuolo in condizioni meno triste di

quelle in cui egli si trovava quando mi capitò fra mano; se in tutte

queste avventure ci hanno cose che la trafiggono come madre, pensi che

non le ho fatte io, e come donna di alto sentire si consoli,

confermandosi nel suo concetto che noialtre donne siamo migliori degli

uomini.

La contessa si sentì come travolta da un vortice di piacere, di dolore,

di esaltazione, di avvilimento, di verità opprimenti, di lusinghe, di

obbrobrio, di censura, di lode da non sapere proprio più dove darsi di

capo: dentro di sè pensava: «Costei, per certo, ha da essere il diavolo

in gonnella!»

Eponina, tutta avvampata in viso, guardando fiso negli occhi Ludovico,

proruppe:

— E tu, povera creatura, che sei venuto a fare nella mia vita? Anche tu

fossi stato un astro, dovevi aggirarti fuori della mia orbita, e solo

ricambiarmi da lontano un saluto di luce, senza mai desiderare

d'incontrarmi. Non avevi letto di Delia, che, innamoratasi del sole,

perse la vista a contemplarlo? Ti ricordi di Semele che, presumendo

guardare faccia a faccia Giove nella sua onnipotenza, rimase ridotta in

cenere? — Il genio pari allo incendio dove passa brucia. Noi siamo anime

sventurate, ma gloriose; a noi non fu concesso rendere felici noi ed

altrui; il nostro còmpito sta nel fare noi ed altrui famosi. Anime

battezzate col nafta, destinate a vivere la vita del fulmine; noi ci

palesiamo in cielo e in terra con un geroglifico di fuoco, e scompariamo

per sempre. Che cosa importa a noi durare poco, o molto? Tanto il secolo

quanto il minuto sono attimi al cospetto della eternità: appena noi

abbiamo presente, baleniamo e ci dileguiamo, e nondimanco lasciamo per

tempo lunghissimo abbarbagliati i mortali di ammirazione o di odio. Voi

altri poi siete ingollati dalla morte come dal boa, a singhiozzi: già da

due terzi e più siete entrati nel sepolcro, e agitate le mani con

isforzi impotenti per vivere, e guaite come i bambini, imperciocchè voi

non sapete trovare presso la tomba altro che i vagiti abbandonati nella

culla. Noi, noi cogliamo la luce dagli astri, il profumo dai fiori, le

brezze al mattino, la dolce aura alla sera, i colori alla terra, al

cielo, al mare, alla levata ed al tramonto del sole; il più ardente

sospiro allo amore, la più candida preghiera alla fede, la lacrima alla

tenerezza, il bacio alle labbra della madre, il grido di cui combattendo

per la patria si sente ferito nel cuore, i palpiti del vasto petto dei

magnanimi, i gaudi della libertà, tutto quanto lo universo in sè

comprende di bello e di sublime, e a modo di erbe dai sughi portentosi

noi lo pestiamo, lo stilliamo, lo riduciamo in quintessenza, di cui una

stilla sorbita basti a fulminarci di piacere. Forse non vi hanno veleni

capaci di tanto? E se la natura possiede sostanze di tanta potenza nel

male, perchè si sarebbe diseredata di altrettali sostanze potenti di

bene? Ora tu, povera creatura, che hai fatto, e che faresti in seguito

accanto a me? Ogni atomo della mia vita entrerà come una spina nella

tua, i miei detti ti lacereranno, i miei gesti ti scotteranno: umiliato,

sbigottito, sottosopra travolto, a te altro non rimarrebbe che scegliere

fra le varie maniere della pazzia o stupida o furiosa. Va' e ara la tua

felicità, perchè a tirare diritto un solco nella vita, bisogna aggiogare

bovi allo aratro, non aquile: queste tirano a volare in su, e si

rifiniscono a battere le ali invano. — Ci siamo ingannati ambedue, ma la

pena io porto sola. Diventa marito e padre: se ti manterrai onesto, sarà

la sola mercede che io voglio pretendere da te: la onestà è un guanciale

comune dove devono addormentarsi al sonno eterno i grandi come i

pusilli. Tu non puoi imparare altra scienza oltre quella del ben morire;

apprendila bene. Se dalle nozze ti verranno figlie, non imporre il mio

nome a veruna di loro; potrebbe arrecarle sventura; e tu fa' in modo di

dimenticarmi del tutto; io desidero che la mia memoria ti passi davanti

allo spirito come un'ombra a mano a mano diafana quanto più si accosta

l'alba, — e vanità al primo chiarore dell'aurora; te, la mia memoria

turberebbe, e me, il sapermi ricordata non consolerebbe. Vivi; vivete:

porgetemi entrambi la mano, e senza amarezza: addio!

La esaltazione e l'abito dei gesti teatrali, come già avvertimmo,

avevano compartito alla bella persona tale un sembiante d'impero, che

quanto sarebbe stato agevole deridere usciti fuori della sua presenza,

altrettanto difficile non patire stando al suo cospetto. Madre e figlio

si trovarono corti a parole: ed invero tutte quelle che si potevano dire

erano state dette fra loro, senza risparmiarne pure una; anche coteste,

che sarebbe stato prudente tacere.

A faccia china, tenendosi per le mani, la contessa e Ludovico

s'incamminarono verso la porta; dove essi lasciavano l'orma, metteva il

piede Eponina; se tu li avessi visti ti avrebbero porto la immagine dei

primi parenti, che la favola ebrea finge banditi dal paradiso terrestre

dall'angiolo ministro dell'ira del Signore.

Eponina però, contrariamente al suo desiderio, non fu dimenticata; le

_parole sgraffi_ dolgono un pezzo. La contessa andava ripetendo sovente:

— Se fosse stata una Montmorency, non avrebbe messo fuori tanta

superbia. Ludovico poi rabbrividiva quando, pensando alle parole:

_povera creatura!_, tremava gli fossero rimaste sopra la fronte come il

marchio del falsario.

Il secolo che muore, vol. II · 第 13 / 18 题