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Sarebbe stato studio proprio degno del pennello del Rembrandt. Marcello
era solo dentro una stanza, e se ne stava seduto sopra un seggiolone a
bracciuoli; la mano destra gli cadeva giù pendula; con la manca si
agguantava il mento, perchè non gli cascasse interamente sul petto.
La massa della luce che pioveva giù dall'abbaino praticato nel soffitto
colpiva in pieno il cranio calvo di lui; imperciocchè il dolore dove
passa peli più dell'acqua bollente.
La faccia china restava nell'ombra; e, ahimè, qual faccia! Anche qui la
sventura, essendosi compiaciuta a modellarla secondo il suo fiero
talento, in un attimo l'aveva tramutata così, che della sua prima forma
non n'era rimasto tratto.
Non sempre però Marcello si era rassegnato a tenere china la faccia:
all'opposto, sentendosi un dì l'anima fornita di filosofia, e di salute
il corpo, ardiva levarla in alto e lottare contro il destino: gli
accadde come a Giacobbe; i fati e gli angioli non patiscono contrasti, e
al pari di Giacobbe fu tocco, e rimase inaridito.
Certo giorno gli parve che, di sotto all'unghia di qualche dito della
mano destra, gli entrasse un rettile diaccio nelle vene e gli corresse
su dal gomito alla spalla, gli si avventasse al collo, glielo stringesse
e con violentissime scosse tentasse svitargli il capo: allora cervello,
occhi e tutti i muscoli della faccia gli si raggrinzarono; perduta la
conoscenza, stramazzò cacciando fuori dalla bocca alito fumoso e
schiuma; arrotava i denti così, che venne a scompaginarli tutti, ed
alcuni ne cacciò via dall'alveolo; la lingua gli si spartì in due a modo
dei serpi. Nè qui rimase, che dopo l'epilessia sopraggiunse la paralisi,
tartassandolo in maniera da non riaversi più.
Ora poi accade di rado che egli ardisca levare il volto in su; troppo
tardi: doveva pensarci prima; quando ti capita addosso una scionata
bisogna sapersi aggomitolare in tempo: quando il cielo insanisce, non
vuole essere guardato, molto meno provocato; terribili le ire di lui;
egli ti flagellerà con la grandine, e se non basta t'incenerirà con la
folgore.
Marcello mareggiava in tale stato, che dormendo gli pareva vegliare, e
dormire quando vegliava; però mentr'era desto eleggeva un soggetto
speciale di tribolazione, e meditando sopra quello sentiva come forarsi
il cervello dal trapano del marmista; ma nella dormi-veglia le angosce
gli giravano e rigiravano intorno al cranio, dandogli lo spasimo del
taglio della sgorbia del torniaio.
Isabella schiuse piano l'uscio e si pose sopra la soglia a contemplare
quel capo da lei caramente diletto nel tempo felice, e adesso nello
infortunio due cotanti più; poi accostatasi in punta di piedi lieve
sfiorò con un bacio il desolato. Egli però era talmente indolenzito, che
anche un bacio lo trafiggeva acuto come un ago; quindi cessò di un
tratto da mormorare i nomi di Arria, di Eponina, di Omobono, di Curio e
di Fabrizio, com'egli senza intromissione costumava a modo dei devoti,
quando mulinano il turbinìo del rosario; e aperti gli occhi belò:
— Mi hai riportato le mie colombe al nido?
Isabella, côlta alla sprovvista, non si potè reprimere da rispondergli
con impeto:
— Ah! Marcello, Marcello! La morte rende almeno i cadaveri, ma i preti
non rendono mai nulla.
— Come ci entra la morte? Come entra la morte qui?
E siccome Isabella, accortasi del fallo, metteva alcuna dimora a
rispondergli, Marcello presentendo novelle ambascie cadde in deliquio.
Allora Isabella comprese come, essendo impossibile nascondere a Marcello
le dolenti storie, ella fosse la persona meno acconcia a
manifestargliele; la sua passione avrebbe a dismisura cresciuto il
fascio dello affanno di lui: deliberava quindi commettere lo incarico a
taluno amico prudente e affettuoso: ma pensandoci su ella conobbe subito
come avesse poco da scegliere.
Turpe cosa è sempre l'abbandono dell'amico nella miseria, ma non sempre
tu ravvisi maligne le cause che lo provocarono. Amore di sè vince amore
altrui; poi viene la paura; e delle altre passioni non parlo. Gli amici
quantunque buoni si allontanano dalle case degli infelici, come gli
animali domestici dai consueti abituri, nel presentimento del terremoto.
Pertanto Isabella mise l'occhio sul medico, prima perchè medico, e poi
perchè, secondo quello che presentava la piazza, le parve uomo di cuore:
si chiamava Taberni, e veramente oro egli era, però mescolato con
mondiglia, e di molta; pure l'oro prevaleva: l'età, che per molti fa
l'ufficio del crogiuolo, forse a quest'ora lo ha reso, o se non lo ha
reso, lo renderà di ventiquattro carati l'oncia. Questo auguro al dottor
Taberni, e proseguo la storia.
Avendo il dottore volentieri acconsentito ai desideri dell'Isabella,
entrambi si ridussero dentro una cameretta, dove la donna, poichè si
ebbe asciugati gli occhi, e tratto qualche sospiro incominciò così:
— Voi avete a sapere, come innanzi che la misera Eponina avesse
abbandonato la casa paterna, io, nonostante che Curio si fosse posto
immediatamente alla ricerca di lei, deliberai seguitarne a mia volta le
tracce, mossa a ciò dal debito di madre, e pei conforti del mio marito
Marcello: una cosa mi teneva in forse, ed era di lasciare Arria in balìa
di se stessa. Certo, non ve lo nascondo, il pensiero del pessimo effetto
sortito dalle cure indefesse per la buona educazione dei miei figliuoli
mi aveva buttato per la terra, ma ciò mi porgeva argomento di
raddoppiarle, non già di smetterle; quindi mi decisi di confidarla alla
signora Claudia...
— Vale a dire a pigliare il lupo per pecoraio.
— Come! Non è persona dabbene la signora Claudia?
— Anzi prelibata; ma ai conti vecchi diamo di frego, e addio, che di
storie antiche io non sono vago; fatto sta che, o per saldare i debiti
antichi, o per quale altra causa la signora Claudia, smessa ad un tratto
la vita galante, si è data da parecchio tempo a coltivare, operaia
zelantissima, la vigna della Compagnia di Gesù.
— Guardatevi, dottore, dai giudizi temerari, perchè, vedete, la signora
Claudia, in onta delle mie fervorose preghiere, ricusò di pigliarsi
cotesto assunto.
— Eh! signora mia, conosco i miei polli; vuol dire che gatta ci aveva a
covare; beghina e prete non fallano: se l'uno è merlo, l'altro è corvo.
— Insomma la signora Claudia mi persuase tenerne proposito alla signora
marchesa X, patrona del pio istituto di educazione noto col nome di X,
dove si accolgono zitelle civili e si allevano nel santo timore di Dio,
nonchè in ogni buona disciplina conveniente all'ottima madre di
famiglia.
— _De malo in peius_, _venite adoremus_, secondo lo invitatorio del
diavolo; e voi seguitaste il consiglio?
— Lo seguitai.
— Ora mirate furberia di beghina; la signora Claudia non la volle
infornare, ma la mise sopra la pala; insomma, io capisco la ragia: voi
la raccomandaste alla signora marchesa X nota in _Judea_, la marchesa si
fece pregare alquanto, all'ultimo vi risucchiò la povera figliuola, ed
Arria, una volta entrata in cotesta macelleria di anime, non si è potuta
più riscattare: _facile discensus Averni, sed revocare grados... hoc
opus_. Io mi ci sbattezzerei, proseguiva riscaldandosi il dottore; la
legge impose un giorno che sopra le botteghe dove esponevansi in vendita
carni scadenti si ponesse la scritta: _Macelleria di mala carne_, e
lascia che sopra certi conservatorii, educatorii e roba siffatta veruna
iscrizione avverta: _qui si macellano le anime buone_. Più sinceri, i
pontefici romani permettevano a taluni barbieri avvisare il pubblico, a
mo' di privilegio, con un cartello: «_Qui si castrano maravigliosamente
i putti ad uso della cappella del papa._» O che pasticcio ripieno di
contradizioni è questo nostro civile consorzio! Chi porta a zonzo per la
città un quarto di manzo, paghi la multa; a vedere impiccare un uomo
s'invita il pubblico con gli avvisi su i canti. Al boia e al sotto boia
per una impiccatura si pagano 1700 lire e più; per trecento giornate
d'istruzione ad un povero maestro lire 800, quando è grassa. Quando
scavi una fossa, se dimentichi accendere il lume, onde il viandante non
si rompa le gambe, il Municipio ti coglie in trasgressione; preti e
pretesse, di tendere trappole insidiose dove le anime cristiane rompansi
gambe e collo, padroni e padronissime[36].
[36] Mi sono astenuto, per ragioni facili a comprendersi, di
nominare il _pio scannatoio_, ma che colpisca giusto imprecando
a simili istituti si può ricavare dal libro _Sui riformatorii
pei giovani_, studi del dottore Serafino Biffi, Milano, 1870,
temperatissimo uomo, il quale si esprime in proposito con queste
miti parole: «Abolite quelle corporazioni dalle leggi
dell'attuale regno d'Italia, le più accorte seppero tramutarsi
in libere associazioni, le quali continuano a possedere i loro
vecchi istituti, si reggono con le oblazioni dei pietisti e,
_nonostante la nuova forma assunta, internamente vivono come
prima_, spiegando un asceticismo di altri tempi, facendo ai loro
membri emettere _in modo segreto_ gli antichi voti religiosi,
che, irriti davanti alle odierne leggi nazionali, pure non
cessano avere pieno vigore per le anime pie e timorate. In
Milano havvi oggidì qualche riformatorio sorretto dal favore del
Governo, che accoglie i giovani minorenni condannati per
oziosità e per vagabondaggio, ma anco questi sono in mano di
_pie associazioni o di preti_.» (pag. 85).
— Ahimè! dottore, voi avete ragioni da vendere, ma non mi sarei mai
aspettata questo tiro dalla signora Claudia, tanto mostrò dispiacere per
quello che accadde, e tanto parve darsi dattorno affinchè fosse
riparato.
— Ma se ve l'ho detto che la signora Claudia l'è proprio una volpe
cresimata, ovvero una biscottina riformata, che è tutt'uno; tirò il
sasso e poi celò la mano.
— E tuttavia non so capacitarmene. Qual secondo fine poteva avere la
signora Claudia e quale le altre suore a rapirmi la figlia? Se
l'interesse governa i gesuiti e chi dipende da loro, come proporsi
argomento di cupidità Arria mia? Ella non erede e fin d'allora
conosciuta povera.
— O signora mia, mi dia retta; veda qui: lo interesse quanto al fine è
unico, infiniti poi i mezzi per conseguirlo, e i modi coi quali si
manifesta. Mi dica un po', a che mira il cacciatore? A chiappare uccelli
o quadrupedi: or bene, consideri di grazia quali e quante industrie per
ciò sieno state inventate, e quante altre se ne inventeranno: un dì
girifalchi e balestre: oggi reti, schioppi, tagliuole, fosse,
stiacciole, panie, archetti, gabbiuzze, lacci, stringoli, penere,
erpici, lungagnole, strascini, insomma, un flagello. Ora avverta a
questo: la conversione della nipote della illustre memoria di Orazio
Onesti mena chiasso, alla più trista, un anno, cresce reputazione e mena
clientela; molto più che l'Onesti procedè sempre implacabile contro
cotesti avoltoi. Per questa guisa si scredita la dottrina che nuoce;
mettesi a interesse la carità come ci hanno messo la vendetta; si ara
col bue e coll'asino. Gesù perdonò chi lo percosse, i gesuiti hanno
salvato le anime dei discendenti dei loro persecutori! Perchè qui sta il
punto: confondere la religione con le furfanterie pretesche; di Gesù e
dei gesuiti farne tutta una minestra: insomma mescolare in un buglione
brillanti e mochi... e... ed anche... ma non mi attento aggiungere
parola che la potrebbe affliggere, e mi cucio la bocca.
— No, dottore, dite pure, vi prego: a quest'ora io mi sento corazzata a
tutto.
— E sia: col soccorso di lingue dolose affilate con l'olio santo sul
_cornu epistolæ_ dell'altare, si insinua un parallelo fra Arria la santa
ed Eponina perduta... magari, se occorre, alla santa si faranno operare
miracoli... Cristo non si staccò di croce per abbracciare Santa Caterina
da Siena? Santa Brigida non isposò Gesù in virtù di contratto stipulato
per mano di notaro? E così anche sulla fossa de' morti, anzi soprattutto
sulle fosse dei morti si miete l'erba; dalle lacrime della madre si
battono scudi da cinque franchi; la disperazione del padre si baratta in
biglietti di banca. I preti, signora mia, sono per eccellenza
cuori-cultori; agli altri lasciano il vanto di agri-cultori.
— Misera me! io non ci aveva pensato, ed ora pur troppo m'accorgo che
con le mie mani esposi il mio sangue alle fiere. Non è cosa da potersi
ridire le finezze che io mi ebbi: però qualche cosa sembra che non mi
garbasse, imperciocchè, se allora lo notai, a ripensarci sopra più tardi
mi rese la bocca amara: invero rammentai gli amplessi della figliuola
non avermi stretto col consueto abbandono; nè i baci mi scaldarono le
labbra come prima: le lacrime da lei desiderai invano. E, o avvenga che
la mente nostra sia talvolta divina, o che la impressione quantunque
inavvertita governi i nostri affetti, per tre notti consecutive, sul
mattino, quando è opinione che i sogni ci vengano da Dio, mi sognai
Arria in procinto di annegare nel Naviglio grande, ed io sul margine non
la poteva sovvenire. Allora mi cascò addosso il sospetto di averla
perduta; subito dopo il sospetto diventava paura. Scottata, e come!
dall'acqua bollente, era naturale che temessi eziandio della fredda. A
rischio di passare per volubile, per ingrata e peggio, mi sentii
costretta di conferirne con la signora Claudia, supplicandola, per
quanto amore portava a Gesù, di porsi tramezzo, affinchè mi fosse
restituita la figliuola. La signora aggrinzò il naso, ma si astenne da
qualunque osservazione o rimprovero; solo mi pregava notare come questa
parte a lei non convenisse, a me sì, perchè la madre afflitta se nel
tumulto della passione ora vuole ed ora disvuole, merita pietà più che
perdono; le mie parole tornerebbero più efficaci delle sue, perchè io
dove con la persuasione non fossi arrivata, poteva aggiungere
esortazioni e lacrime, mentre a lei questi partiti non avrebbero
sovvenuto.
— Certamente, non istava alla signora Claudia sonare il cembalo in
colombaia.
— Siccome mi parvero le avvertenze di cotesta signora ragionevoli, così
senz'altro indugio mi avviai verso il palazzo della marchesa X. —
Comecchè io avessi camminato in fretta, pure mi accorsi che la doveva
essere stata celermente avvisata, però che appena le comparvi davanti mi
mostrò fosco il sembiante: i modi suoi urbanissimi sempre.
— Zampa di gatto, che per meglio graffiare ritira gli ugnoli...
— Udita la mia istanza, la marchesa adagio adagio prese a dirmi come lo
universale mi avrebbe lodata sempre per avere riposta la mia figliuola
in cotesto fidatissimo asilo, nido di ogni cristiana virtù anche a cose
ordinarie: ora poi dopo il tremendo castigo, che a lei piaceva
qualificare tribolazione, con la quale la Provvidenza aveva voluto
provare casa mia, era sembrato a lei ed alle pie sue sorelle necessità
espressa confidare la fanciulla nelle mani di persone religiose, come
adesso non esitava a giudicare insania espressa ritornarci sopra...
— La gatta piglia a mettere fuori gli ugnoli...
— Ed aggiungeva tutta compunta: consideri lei, ch'è madre, che bel
costrutto ricaverebbe la fanciulla a riparare da capo in casa sua; ella
si renderebbe inabile allo stato così religioso come secolare... Ch'è
mai la zitella, perduto il credito? Coteste parole mi erano tante
stilettate nel cuore, ma tanto in quel momento mi sentivo avvilita dallo
infortunio, che non ebbi balìa di barattare pan per focaccia alla
spietata: pertanto mi strinsi a risponderle: Signora, io credo
fermamente che il Signore placato vorrà cessare per una povera madre i
giorni della sventura: oh! io spero che egli non si appoggerà con tutta
la sua potenza sopra una canna incrinata. Ad ogni modo, contro il
soperchiante infortunio a me misera avanza un conforto supremo, che
veruno può rapirmi, ed è sentire di non averlo meritato. — Oh! via, via,
sempre più blanda soggiunse la marchesa, coteste iattanze rasentano
quasi la bestemmia. Qual giusto potrà dire: io non ho meritato la
penitenza che Dio mi ha imposto? Scusi, ma si attenterebbe ella a
sostenere giusti i suoi figliuoli? Tutte l'erbe, cara mia, si conoscono
dal seme, e per me veruno mi leva di mente che chi tal semina tal
raccoglie. La società ha diritto di vigilare sopra sè stessa, perchè
veda, cara mia, le leggi non sanno fare altro che punire la colpa
commessa, mentre a noi, principali interessati nell'ordinato vivere
civile, preme anzitutto che la non si commetta; però appartiene
capitalmente a noi, ed ai religiosi di santa vita, vigilare con lo
apostolato delle parole, e più delle opere, che i traviati precipitando
dal vizio nel misfatto non vadano a popolare i bordelli e gli ergastoli.
— Ecco, gli ugnoli della gatta si manifestano nella pienezza della loro
gloria!
— La natura, che diede l'ira al verme stesso, fece sì che la mia
pazienza, gittati gli argini, diventasse furore, onde con voce turbata
le favellai: Signora, ella è in casa sua, e non fosse altro che per
questo, avrebbe dovuto come gentildonna astenersi di trafiggere il cuore
di una madre abbastanza desolata. Qui non venni per garrire, bensì per
ripigliarmi la figlia. Si compiaccia pertanto di ordinare alla priora
del ricovero che me la renda. Se sì, io gliene professerò riconoscenza:
se no, duolmi avvertirla che io ricorro difilato al questore perchè
provveda ai termini di legge. — La marchesa allora: Le priore dei pii
istituti, cara mia, non sono mica serve alle quali si possa comandare;
ed io sono patrona, non già padrona del ricovero. Nel confidarle secondo
i suoi desiderii la fanciulla, io non feci contratti, nè io per me
assunsi obbligo di sorta. L'unica cosa che ella possa fare, è
d'intendersela con la priora. — Qui sonò, e comparso subito uno
staffiere, ella gli disse: Giovanni, accompagnate questa signora, — e
con elegantissimo inchino mi licenziò, ritirandosi in altra stanza
innanzi che io le potessi ricambiare il saluto.
Mi avviai frettolosa al Ricovero; sonai il campanello: non risposero;
tornai a sonare fino a quattro volte sempre invano: all'ultimo apersero
lo sportellino, e domandarono chi fossi e che cosa volessi. Dettolo, mi
sbatacchiano lo sportellino in faccia: mi armo di pazienza ed aspetto;
dopo lunghissima ora mi venne conceduto l'ingresso. Allora mi accorsi di
cosa che mi era sfuggita prima; lì dentro l'aria opprimeva immota e
gelata, vero ambiente di sepoltura: anche i mobili presentavano
l'aspetto di desolazione, pari agli alberi dei cimiteri, i quali sembra
che sentano la inutilità di spargere ombra sopra le ossa destinate al
freddo eterno: lì dentro occorre sempre ogni oggetto fermo al suo posto,
non coperto mai dalla polvere, la quale, non fosse altro, attesta che in
cotesta, o camera o sala, qualcheduno si muove: si giurerebbe che
cotesti luoghi sieno deserti, o ci frequentino spettri. Dalla entratura
si scorgeva il giardino uliginoso, dove le piante e i fiori sembravano
starsi condannati a far penitenza. Rabbrividii, e tanto andai innanzi,
che mi rinvenni di un tratto alla presenza della priora. Queste femmine
paiono formate tutte sopra un medesimo modello; taluno le disse composte
di mozziconi di moccoli avanzati ai mortorî: a me piuttosto, considerata
bene la qualità viscosa della loro pelle, parvero fabbricate con la
pasta da vermicelli, e appunto come le paste nel colore diverse, voglio
dire talune bianche, tal'altre tinte di zafferano: gli occhi reverberi
di lumi spenti: insopportabile l'alito, perocchè l'anima, da tanto tempo
morta dentro di loro, le renda troppo più fiatose dei denti fradici: il
gelo della morte le circonda tutte, ghiaccie le mani, ghiaccio lo
sguardo, le parole ghiaccie e chete come falde di neve che senza vento
fiocchi; mi entrò più che mai il raccapriccio nelle ossa, tuttavia vinto
il ribrezzo presi a parlare. A me parve discorrere, anzi, dottore, ve lo
affermo addirittura, discorsi di certo con efficacia; e lo potete
credere, se considerate quanto smaniosa mi agitasse la passione materna;
poteva pretendere, e non di manco le mie parole sonarono affatto umili,
pregai, piansi. La priora non m'interruppe mai, lasciò che nel dire
affannato mi rifinissi, e mi accorsi più tardi questo essere stato
astuto consiglio per ispossarmi: cessato che io mi ebbi di parlare,
ella, ineccitabile, a me terribilmente palpitante rispose in questi
accenti: — Arria non ha potuto resistere alla voce che le venne dal
paradiso di consacrarsi a Dio: tra la voce del Creatore e la sua
creatura, come mai può attentarsi la creta di entrare in mezzo? Se da
lei madre si sentisse verace affetto per la sua figliuola, invece di
affannarsi, dovrebbe esultare nel pensiero che gli angioli l'avessero
assunta al sodalizio della beatitudine eterna.
Cotesto empiastro di zucca essendomi riuscito soprammodo sazievole, la
interruppi dicendo che noi altre donne nate e cresciute per uffici
diversi non ci potevamo intendere: per me giudicare poltrone le femmine
le quali fuggendo il debito di natura e civile si sprofondano nella
inerzia e da per loro si condannano alla sterilità: solo chi ha
combattuto merita lode presso agli uomini e presso Dio. Chi si anticipa
la morte o si sopprime parte della vita non dà prova di virtù. — A
queste parole mi parve che la priora palesasse il suo sconcerto
diventando più bianca, però quando tornava sul discorrere la sua voce
non palesò veruna alterazione; pianamente disse: — Arria avere
manifestato alla madre il suo fermo proposito dentro una lettera chiusa,
la quale ella le avrebbe fatto recapitare in giornata, ma che essendole
ora, fuori della sua aspettativa, capitata dinanzi, si recava a debito
consegnarla nelle mie proprie mani. Apersi la lettera con membra
tremanti, e con l'anima tremante anche più la lessi, e compresi come
l'uredine letale della falsa religione avesse ormai corsi gli steli più
delicati di cotesta povera anima...
— Per caso, interruppe il dottore, avreste conservato cotesta lettera?
— Non me ne separo mai, la porto sempre meco sul seno, nella folle
speranza che, come l'ardore del mio sangue scalda la carta, un giorno
possa scaldare anche il cuore di cui la scrisse.
— Le rincresce mostrarmela?
— Al contrario; prendete.
Il dottore lesse:
«_Dilettissimi genitori_,
«Per vostra consolazione io vi ho da dire che, appena posto il piede
sopra la soglia di questo asilo di carità e di pace, mi sono sentita
tutta ricreare. Dio pertanto vi rimeriti del benefizio grande che mi
avete fatto, allorchè secondando il mio desiderio voi mi ci avete messo;
e come spontanei mi ci metteste, così spero che volentieri mi ci
lascerete stare, avendo ormai fermamente risoluto di non lasciarlo più.
Varcato di un passo il limitare del piissimo asilo, ecco subito
scendermi sull'anima una quiete di paradiso, una esultanza celeste, che
si può ben sentire, ma non si può ridire, onde io, sovvenuta di certo
dal mio angiolo custode, potei raccogliermi e meditare: — Se tu ti
proponi veracemente albergare nel tuo cuore Gesù, hai da procurare prima
rinettarlo da ogni immondezza, dacchè in modo diverso a lui parrà
ritornare nella stalla ove nacque... Ora come mai puoi presumere di
conseguire questo continuando a vivere in mezzo al mondo, se anacoreti
ed eremiti ci riuscirono a stento ritirandosi nelle solitudini, dove
attendevano notte e giorno nelle discipline, ne' digiuni e nelle
orazioni, per purificarsi al cospetto di Dio? Bisogna avere perduto
proprio il bene dello intelletto, per credere di ottenere la salute
dell'anima vivendo al secolo. Mi sono affacciata sull'orlo della gran
caldaia del mondo ed ho dato indietro piena di terrore e di molta paura,
conciossiachè io ci abbia veduto bollire dentro la Santa Madre Chiesa,
lacerata in pezzi dagli empi, i suoi divini precetti tritati co' si fa
del prezzemolo; ci ho visto bollire altresì eresie e bestemmie da fare
rizzare i capelli sulla testa allo stesso Lucifero; ci ho visto costole,
stinchi e capi dei sacerdoti, semenza preziosissima di Gesù; ci ho visto
l'aceto, il fiele, le battiture, lo schiaffo, i chiodi, le spine e la
lanciata di Longino ammaniti tutti per la passione dell'angelico Pio
nono, martire della fede. Dalla caldaia infernale saltavano su come
sonagli i tradimenti, le rapine, i disordinati appetiti della carne, gli
omicidi, le ire, le vendette; colà vedevi disfarsi per virtù del fuoco
infernale la carità e la fede: fino la speranza ci boccheggiava in
procinto di dare gli ultimi tratti. Sì, dilettissimi, gli scellerati
hanno ucciso perfino la speranza, conciossiachè una volta strappato Dio,
non dai cieli, che tanto non possono gli empi, bensì dal cuore umano, o
che cosa starebbe a fare la speranza sopra la terra? Tutti i flagelli di
Dio si sono scatenati su questa generazione perversa. O Maria refugio
dei peccatori, o Angiolo custode strenuissimo guerriero nostro, o anime
benedette del purgatorio, accorrete in nostra difesa! E a me misera chi
sovviene? La più parte dei miei si è portati via la bufera. La vanità
vinse Eponina, la cupidigia vinse Omobono, la prosunzione Fabrizio,
tutti la irreligione. Di Curio, più degli altri fratelli posseduto dal
demonio, non si sa nulla, e chi sa che fine ha fatto: voi altri
abbracciati al tronco della croce, appena potete reggere, dilettissimi,
alla violenza del temporale. Non mi contrastate dunque che io mi
offerisca intera, anima e corpo, al mio buon Gesù; egli ha patito tanto
per me, che qualunque sacrifizio per parte mia non varrà a compensare nè
manco una gocciola del suo preziosissimo sangue e nessuno si attenti
incolparmi di abbandonarvi, imperocchè, venite qua e ragioniamo sul
sodo: ditemi che cosa vale più agli occhi vostri, l'anima o il corpo?
L'anima di sicuro, così per voi come per me; _ergo_ è forza che voi
lasciate che io intenda intera alla salute dell'anima, e prima di tutto
della mia, conciossiachè la carità, onde sia perfetta, bisogna che
cominci da sè stessa, poi della vostra, quindi dei miei; per ultimo di
quella di tutti i fratelli in Cristo. Con le mie preghiere vi metterò
sotto il patrocinio delle cinque piaghe di Gesù; non rifinirò con
lacrime, orazioni, penitenze e digiuni d'impegnare la beata Vergine
madre del Signore e tutta la corte Celeste, affinchè ai fratelli miei ed
a voi, dilettissimi genitori, non abbia a toccare peggior male che le
fiamme del purgatorio, ed in questa fiducia mi pare che mi si
spalanchino le porte ed io contempli la gloria di Dio, e possa
ringraziarlo di persona della grazia conceduta; o come mi esaltano i
cantici degli angioli, come i sacri timiami fumanti nei turiboli di oro
dei serafini m'inebriano; troni, dominazioni, potenze, cherubini,
arcangioli, io mi abbandono nelle vostre braccia... chi mai dopo avere
contemplato il cielo può riabbassare lo sguardo per rivedere la terra?
«_Suora_ MARIA CROCIFISSA.»
«_P. S._ Suora Maria Crocifissa, vi avverto, che sono io vostra
figliuola; ho rinunciato al nome di Arria, perchè pagano, e un giorno di
femmina, senza dubbio adesso nello inferno, per essersi ammazzata con le
proprie mani, volendo dare coraggio al suo marito per fare lo stesso,
mentre quello di Maria Crocifissa mi mette in certa guisa a parte della
passione del nostro divino Redentore.»
«Secondo _P. S._ Nella divina esaltazione della mia mente mi sono
sentita capace d'improvvisare un inno sacro, e ve lo mando: voi
argomenterete da questo la forza mirabile della potenza di Dio, che di
punto in bianco m'invade di furore poetico, com'egli costumò già
col rapito di Patmo evangelista,
e come un giorno delegò virtù al legislatore ebreo di fare scaturire con
un colpo di bacchetta la sorgente dell'acqua dalla dura roccia.»
Difatti, compiegati dentro la lettera, occorrevano versi da fare morire
di colica tutte le nove Muse, ed Apollo per giunta.
Il dottore li lesse, e nel restituirli alla Isabella, con un tale suo
ghigno alla trista favellò:
— Conosco queste ricette gesuitiche, bocconcini di arsenico confettati
nella scialappa; ebbene, avanti, che sono impaziente di sentire la fine.
— Povera me! Frenai l'impeto della passione, e più umilmente che per me
si potesse, soggiunsi: — Signora priora, ella mi dà una lettera, mentre
io sono venuta qui per ripigliarmi la figlia, e la voglio, nè mi
rimuoverò di qui finchè la non mi venga restituita.
— La non si alteri, cara sorella, l'ira guasta la salute, e poi è
peccato mortale. Io le renderei con tutto il cuore la Crocifissa, ma non
posso.
— E perchè non può?
— Perchè la Crocifissa non si trova più in questo ricovero.
— Ohimè! E come non ci è più Arria?
— Questo apprenderà dove si compiaccia leggere una seconda lettera che
la nostra diletta figliuola in Cristo, Maria Crocifissa, scrisse prima
di partire, appunto per lei.
— Io per me credo che il supplizio del pillottamento non giunga a pezza
quello che pativa io; sentiva le goccie dell'olio ardente cadermi
addosso ad una ad una ed abbruciarmi le carni; — una lettera — due
poscritti — un inno sacro — una seconda lettera.... ne volete di più? La
lettera, eccola qua.... con questa, insomma, mi dice che, per sospetto
di trovarsi attraversata nella sua vocazione, aveva risoluto partirsi
per Parigi, e quivi nella casa centrale delle suore di carità terminare
il suo tempo di prova. Allora non conoscendo più ritegno diedi in
escandescenze: — menzogne coteste, urlava da spiritata, Arria là dentro;
la seconda lettera scritta allora allora; essermi accorta pur troppo, da
una carrozza uscita dal palazzo della marchesa X, la quale mi passò
fulminando dallato mentre io mi recava al Ricovero, lei essere stata
avvertita della mia venuta; — come dalla lunga dimora a farla aspettare
alla porta prima d'introdurla dentro argomentava l'apparecchio forse di
ambedue le lettere; per certo della seconda. La priora sempre pacata mi
rispose: cotesti essere giudizi temerari, badassi bene che un giorno
avrei dovuto renderne conto a Dio..... e come severo! Forse il dovere
suo e la dignità del Ricovero imporle il rifiuto di qualunque discolpa
alle accuse calunniose; pure per chiarirmi non della sua lealtà, bensì
della mia ingiustizia, frugassi a piacere mio il Ricovero, lo rovistassi
a bell'agio dalle soffitte alle cantine, mi sincerassi pienamente. —
Compresi allora inutile ogni ricerca; ormai l'uccello era volato
altrove. La priora, visto l'affanno che mi faceva tremare come vetta, mi
si accostava carezzevole profferendomi acqua mescolata con elisirvite,
aggiungendo non so che parolette susurrate per modo di conforto.
Respinsi da me la donna ed il bicchiere, esclamando: — Qui tutto è
veleno! Dio, ti piglio in testimonio che io consacro la mia vita alla
ricerca della mia figlia, e mai non mi fermerò fintantochè non l'abbia
ritrovata. Ma voi, dite, che siete donna e dovreste sapere amore e
dolore di madre che sia, perchè congiurate contro di me? Perchè vi unite
con gente iniqua a perseguitarmi? Io non vi offesi mai, e credete
davvero ben meritare di Dio e della religione, sacrificando l'anima
vostra agli interessi mondani dell'empia setta dei gesuiti? — La priora
incrocicchia le dita delle mani, piega alquanto il capo sopra la spalla
destra e, levati al cielo cotesti suoi occhi di triglia cotta, non
risponde altro che questo: — Signore, io vi offro anche queste ingiurie
non meritate in isconto dei miei peccati. — Dio! Dio! E' c'è proprio da
ammattirne; o che cosa guadagnano coteste sciagurate a contristare così
le povere creature per conto altrui?
— E lo domanda a me?
— Sì, a voi come a persona esperta, e mi professerò anche per questo
capo a voi obbligata.
— Ebbene, io le esporrò taluna delle mie opinioni in proposito: abbia la
pazienza d'ascoltarmi. Con rispetto parlando, mi è parso che le donne
sono per ordinario governate molto dal cuore, dal giudizio poco; quindi
penso che nelle azioni loro, non dirò che non ci sia ipocrisia, ma assai
meno di quello che si pensi, però possono talora essere di pessima
indole e religiose ad un punto: l'amore nelle donne si mescola a tutto:
l'amore per esse costituisce la stoffa della vita, le altre passioni ci
fanno la balza: quindi vediamo le donne facili ad amare, tenaci a
perseverare, massime se la pietà, come spesso succede, o preceda
l'amore, od anche gli tenga dietro; nel primo caso la pietà è il
lucifero dell'amore, nel secondo l'espero; stella benigna sempre. Ponete
mente, le donne più di tutti delirarono per le credenze antiche, e più
che tutti insanirono per le nuove: esse non sanno distinguere nulla, nè
vogliono; tanto vale per loro la barba del cappuccino, quanto la
onnipotenza di Dio. La fede che nella religione precedente alla nostra
esse avevano di potere diventare oggetto di tenerezza per gli Immortali,
Giove compreso, le faceva andare in visibilio: che importava lo
infortunio di Semele? Tutte, veruna esclusa nè eccettuata, avrebbero
eletto di stringere nelle proprie braccia il Tonante, vederlo nella
terribilità della sua gloria e poi restare incenerite. O ch'egli è poi
il caso di Dafne lacrimabile davvero? Se le sue membra diventarono
alloro, le fronde di questo albero furono e sono onore d'imperatori e di
poeti. Se le donne si staccarono dai numi antichi e vennero ai nuovi, e'
fu perchè amore più veemente le vinse: piacque Cristo, bellissimo di
forme terrene, spiranti misericordia ed immensa pietà: la tenerezza da
lui sentita e dimostrata pei pargoli gli attirò i cuori delle madri: la
Maria di Magdala perdonata, l'adultera preservata dalla lapidazione, la
Samaritana salutata sorella fecero sì che in lui confidassero quante
donne, aborrita la presente abiezione, volessero rigenerarsi e in lui
sperassero unicamente per tornare a parte della famiglia e del consorzio
umano purificate, riverite ed amate. Però le donne si innamorarono e
s'innamorano davvero di Gesù: considerate le loro orazioni, esse
grondano propriamente delirio di amore: levateci Gesù e sostituiteci o
Nanni, o Gigi, o Tonino, ed ecco che troverete bella e fatta la più
ardente lettera erotica che mai sapesse immaginare donna innamorata:
anzi, bisogna confessarlo, la più parte di loro vergognerebbe
bisbigliare nelle orecchie a Tonino quello che spiattella a Gesù a voce
alta; mirate con quanta insistenza pretendono che egli si pigli di riffa
anima, corpo _et reliqua_: sposo e amante, e adorabile ed adorato non
rifinisce mai appellarlo. Ponete mente anche a questo: i preti, piloti
solenni nei pelaghi donneschi, da prima effigiarono i simulacri di
Cristo e dei Santi orribili a vedersi, ma considerando poi come le donne
torcessero il viso dai Giovambattista, dai Paoli, dai Macari, dagli
Ilarioni e da altri siffatti eremiti affranti dalla penitenza e attriti
dal digiuno, dissero: diamo volta al timone, che queste benedette donne
fanno il callo anche al terrore, mentre dello amore non si saziano mai,
e allora presero ad effigiare i Santi smaglianti di bellezza. Ponetemi
una giovane donna a recitare i sette salmi penitenziali ai piedi degli
angioli dipinti dal Ghirlandajo, da Raffaello e da Lionardo, e mi direte
poi se ella ne diventi devota. I gesuiti, nello scopo di moltiplicare la
pesca, hanno di nobile fatto l'arte plebea, fabbricando un flagello di
Madonne e di Santi da strapazzo, ma però lustri, imbiaccati,
imbellettati e ravviati, come se uscissero allora allora di mano al
barbiere. Nei conventi delle monache, caso mai Giuseppe il falegname si
attentasse comparire senza facciole in mezzo al bue e all'asino, sarebbe
grave scandalo. Non dirò nulla di S. Luigi Gonzaga, nè di S. Stanislao
Kostka ed altri simili cavati fuori dal semenzaio della Compagnia di
Gesù; nella _Novità_ del Sonzogno non comparvero mai figure di femmine
tanto azzimate, come ci presentano i gesuiti questi Santi di loro
manifattura. Un giorno al visconte di Chateaubriand frullò pel capo,
allo scopo di menare chiasso, di dettare i _Martiri_ e il _Genio del
Cristianesimo_, amara radice donde vennero alla Francia amari frutti, ed
eccoti i preti arrabattarsi a fare l'autore amabile in grazia del libro,
e il libro in grazia dell'autore, e però ornare il volume del preteso
ritratto del Visconte, il quale ricavarono non mica dal vero, potendo il
povero uomo, a cagione della sua bruttezza, somministrare testimonianza
a coloro che sostengono l'uomo disceso da progenie scimmiesca, bensì dal
Byron, giudicato empio come il demonio, ma bello come un Dio. Avvertite
altresì come, per insinuare nelle grazie delle signore quel grimo di Pio
IX, in fronte delle varie edizioni della sua vita, dettate dal Plutarco
St. Aubin, si sieno industriati di mettere al tormento la estetica per
dare affetto ed intelletto ad una faccia di vecchia balia, che va a
battezzare un bambino. Dunque poniamo in sodo, movente primo delle donne
faccendiere in materia di amore essere l'amore, il quale quanto più vola
in alto più affatica le penne, sicchè quando ha volato e volato in su e
si crede lontano dal paradiso meno di un tiro di schioppo, nel volgere
lo sguardo in giù si vede rasentare la terra più che non è verecondo
avvertire: le monache di Prato e il laidissimo canonico Ricasoli
informino[37]. Dopo l'amore viene la vanità nel cuore di femmina,
passione fredda quanto quell'altra è calda: supremo intento della
femmina comparire, e siccome per comparire proviamo il dominio
efficacissimo strumento, così per conseguirlo ella si affanna con tutti
i nervi; potendo piglierebbe potestà principesca, e l'ha tenuta talvolta
non meno scelleratamente che sagacemente degli uomini, ma ciò a lei non
concedesi tanto di leggieri, che la vanità maggiore degli uomini glielo
contrasta; per la qual cosa ella cala sopra qualunque prominenza le si
pari dinanzi, che la qualità dello strumento sul quale la passione si
esercita non muta in nulla la natura di lei: tanto sotto la corazza di
ferro di Achille, quanto sotto quella di barbietola dei ranocchi di
Omero, il cuore batte con palpiti eguali: che cosa importa sedere sopra
un guscio di noce o sopra una scranna dorata, a patto però che entrambi
significhino trono? Che rivela stringere uno scettro, ovvero un
mestolino, a patto che ambidue sieno simboli di signoria? Allo scarabeo
che rotola nelle sue zampine la palla escrementizia pare di essere
glorioso quanto Carlo Magno che stringe nelle mani il globo del mondo. I
preti per giunta si studiano indefessi di adulare le donne, e con arte
astuta alterano in loro il retto giudizio delle cose, sicchè alla
perfine esse giungono a confondere le spille con gli stiletti, i veleni
co' biscottini, il fuoco della contrizione col fuoco di legna, e quindi
con leggerezza o gravità pari trattano queste e quelle. Dopo siffatte
considerazioni ne vengono altre più materiate, non però meno
desiderabili: le femmine agiate, dove tengano in convento lo ufficio
supremo di priora e di abbadessa, ovvero uno dei capitali, godono delle
comodità consuete o maggiori a quelle di cui già godevano in famiglia;
le altre poi uscite da basso lignaggio si deliziano in morbidezze non
isperate; dove capiterebbero mai se dimesse dal convento? Le più non
hanno famiglia; l'avessero, esse repugnanti ci si condurrebbero, e le
famiglie repugnanti le accoglierebbero. Uscendo dai conventi, esse se ne
tirano dietro la polvere, trista quanto quella dei sepolcri: non più
impero, nè obbedienza, stanza meschina, pensione grama: solitarie nelle
città, nelle quali esse rientrano a modo dei sette dormienti, non avendo
a spendere altro che monete di cuoio. Oltre queste vi saranno altre
ragioni, ma l'esposte non le paiano poche: amore rinvestito in passione
religiosa, vanità di dominio, saccenteria soddisfatta, bisogno di
conservare il bene presente, paura del male futuro.
[37] V. POTTER, _Vita di Monsignor Ricci_, o LASTRI,
_Osservatore fiorentino_ — GALLUZZI, _Storie_.
— Dottore, io sono stata a sentirvi a bocca aperta; tanto è, ho da
dirvela, le vostre ragioni mi bollivano pel capo, ma da me non le avrei
sapute districare mai; gradite le mie grazie; io vi stimava molto come
dottore fisico, ma voi mi avete dimostrato che siete troppo più perito
nelle infermità dell'anima.
— Noi altri medici di rado facciamo distinzione tra corpo e spirito:
però, come adesso soprappongo l'orecchio al cuore umano, un dì ebbi
vaghezza di mettere l'orecchio sopra lo involucro di questo consorzio
che piglia nome di società civile per sentire i palpiti del secolo che
muore... egli muore e non ci ha rimedio che valga a salvarlo. Bene mi è
riuscito estrarre tubercoli e sradicare cancri dallo stomaco, non mai un
errore nè una tristizie dal cuore dell'uomo; e quindi a dritto Omero
saluta la persuasione divina, perchè in verità non mi è occorso fin qui
incontrarla in questo mondo; onde io di quanto ho diminuita la fede alla
parola, altrettanto l'ho cresciuta al _bistorì_; ed ora andiamo innanzi
nel nostro racconto.
La signora Isabella proseguendo disse: — Non potendo tenere dietro a
tutte le mie figliuole, mi proposi seguitare le traccie di Arria, come
quella che a mio credere correva maggior pericolo di perdizione:
provvista di lettere commendatizie mi condussi a Parigi; costà, in vista
di tastare il terreno attesi a vedere subito le persone alle quali mi
avevano raccomandata; ell'erano magistrati, avvocati, banchieri,
mercanti e soldati o vecchi riposati o giovani sotto le bandiere;
esposto il caso, tutti, ma principalmente gli ultimi, e i giovani più
dei vecchi, ad una voce affermavano difficilissimo l'esito della mia
richiesta; anzi stupire come io italiana e cattolica ci potessi
insistere; non sapersi persuadere che una madre credesse adempire il suo
dovere e dare prova di amore alla figliuola attraversandole la strada
onde ella si riducesse in luogo di salute. Ahimè! Quanto ci riesce
insopportabile la stolta beghineria sopra la bocca francese, usi come
eravamo da un secolo e più a sentirci sonare la stolta empietà! Ottanta
anni fa correva l'andazzo in Francia rinnegare Dio[38] e tutto il mondo
per darle gusto doveva confessarsi ateo; adesso il tempo volge di
pellegrinare a Roma, e se i francesi potessero ci aggavignerebbero pel
collo e farebbero batterci il naso per forza sulle ciabatte del papa.
Rinvenuto alla fine il luogo dov'erasi riparata Arria, mi presentai alla
priora. Misericordia! Stetti un momento in forse sul dubbio se fosse
quella medesima di Milano, tanto apparivano gettate dentro una medesima
forma; questa però aveva sopra l'altra il vantaggio di stringere più
spesso le mani e più spesso voltare gli occhi al cielo le pupille di
pesce andato a male, zufolando con una vocina da zanzara: _mon Dieu! mon
Dieu!_ — Però, sotto le sembianze false della umiltà, si vedeva
trapelare la sicurezza di chi sa di essere spalleggiato in tutto quanto
si faccia. Invece di svellerla, i francesi hanno ingrassato l'ortica col
guano; se adesso si sentono pungere le mani, lor danno! Il mio colloquio
con la priora veniva interrotto più spesso che non convenisse dalla
comparsa di Suore vestite di una sargia bigia, con certa maniera di
acconciatura in capo tanto sguaiata, da farle sbagliare co' gabbiani
girondolanti per l'aria quando il mare è torbo; anco qui ai miei gridi
strazianti sentii opporre preghiere e scongiuri; anzi vidi lo sforzo
della priora di mescolarci una lacrima o due, ma non ci riuscì (e credo
non ci sarebbe riuscita nè manco se metteva il capo nello strettoio
dell'ulive) perchè non attraversassi a cotest'angiolo il celeste volo
verso il paradiso; breve, la conclusione fu questa: Suora Maria
Crocifissa avere fatto capo veramente là dentro, ma essersene dovuta
allontanare pochi giorni dopo in obbedienza agli ordini superiori per
condursi a Brusselle, dove l'avrei trovata di certo addetta alla pia
casa di lavoro, o agli ospedali. Ed io misera madre da capo in cammino,
da Caifas a Pilato. A Brusselle adoperai come a Parigi per iscoprire
marina, ma se qui incontrai le porte chiuse, a Brusselle erano
inchiavardate. Ora, mentre io mi arrangolo per trovare il filo della
matassa, la buona femmina presso la quale più che modestamente
albergava, sentendo pietà del mio affanno, mi confidava che se ci era
verso di approdare a qualche cosa di buono, bisognava che io me ne
rimettessi nella marchesa di Grappigny, donna di pietà insigne, famosa
per dottrina, e, da quanto se ne sentiva dire, tenuta in odore di
santità; di credito grande presso i gesuiti (e tutto questo parlò a voce
alta; poi a voce sommessa, e guardandosi attorno con sospetto, aggiunse)
— dei quai le male lingue affermano essere spia, porta polli e alla
occasione vettura da strapazzo; caso mai che le male lingue si
apponessero al vero, bisognava dire che tutto questo formasse la sua
industria segreta, mentre la palese consisteva nel darsi a nolo a
recitare orazioni ed a comunicarsi a profitto delle anime del
purgatorio.... Del purgatorio! esclamai io maravigliata, ed ella: Già,
per lo appunto così, perchè voi avete a sapere che i preti non vendono
solo uffizi e tridui, messe e novene, mortori e indulgenze e via
discorrendo, tutte cose di propria manifattura, sibbene ancora le
comunioni e le orazioni delle loro penitenti, buscandoci su la senseria,
la quale supera sempre il prezzo della merce. Avendomi la buona donna
istruita del modo col quale io dovessi comportarmi, e dettomi il luogo
dove per certo mi sarebbe occorsa la marchesa, mi condussi la mattina
per tempo alla chiesa di S. X.
[38] È noto come Luigi XVI, udendo eletto all'arcivescovato di
Parigi un ateo, levando le mani al cielo esclamasse: — Signore!
almeno l'arcivescovo di Parigi dovrebbe credere in Dio. — Tutti
gli storici riportano il fatto. V. THIERS, _Storia della
Rivoluzione di Francia_.
Secondo la descrizione che io ne aveva, non penai troppo a rinvenirla:
ella stava genuflessa sul pavimento co' gomiti appoggiati al paglietto
della seggiola e le mani giunte dirizzate come una lancia verso il cielo
per di sopra al capo, coperto fino al naso di fittissimo velo: la veste
era di raso nero sbiadito, per vetustà pendente al colore che le nostre
donne chiamano di piattola; di trine un profluvio, ma logore anch'esse e
rammendate: ruine d'imperi! Adagio adagio me le feci allato, e la udii
gorgogliare avemmarie e paternostri come pentola che spicchi il bollore;
mentre io stava tra il sì e il no di volgerle la parola, ecco uscire
dalla sagrestia un garzonaccio col muso di faina, i capelli stesi per le
guancie come foglie di canna, e due piedi... due piedi enormi così, da
mettere i brividi addosso ad ogni fedele cristiano che patisse di calli:
costui si appressò camminando per traverso alla marchesa, le pose in
mano una cartuccia e le mormorò negli orecchi non so che parole, le
quali ebbero virtù di fare saltare in piedi la donna, e prorompere
stizzita: Come! per cinque franchi una comunione eucaristica secondo la
sua intenzione? Ah! padre Candido non mi vuol dire il nome dell'anima
alla quale intende applicarla? La è chiara come l'acqua, egli me lo tace
per impedirmi di andare dai suoi parenti, e a questo modo io venga a
scoprire quanto ei mi sgallina sopra la oblazione... eh! mi sentirà; eh!
cinque franchi... mi sentirà! Come posso con cinque franchi tirarmi
innanzi con marito e figliuolo? Se padre Candido vuole che preghi,
bisogna pure che mi dia da mangiare... e adesso dov'è cotesto benedetto
uomo? Il garzonaccio a collo torto le rispose: in cella a comporre il
panegirico per domani l'altro primo luglio, che ricorre la festa di S.
Ignazio. — Adesso... adesso mi sentirà, e senza altre parole, via di
corsa. Aveva avuto tempo sufficiente a contemplarla; ella era una beltà
giunta a compieta, l'amor terreno (se pure ce gli aveva spenti) in lei
spense i suoi strali come il fabbro i ferri infuocati nell'acqua; dentro
le rughe e negli angoli delle labbra tu vedevi brulicare i malefizi
quasi lumbrichi per le fosse: gli occhi ardevano sempre di luce
sinistra, sicchè se mai fosse venuto a smorzarsi il fuoco dello inferno,
io per me credo fermamente che il diavolo lo avrebbe riacceso a cotesti
occhi. Ahimè! A quel fiasco bisognava pur bere. Con voce quanto più
seppi umile la chiamai: Signora! Ed ella senza neanche voltarsi, acerba
rispose: Chi siete? che volete? Io le apersi il desiderio di conferire
con esso lei. Ed ella da capo arrovellata: aspettate che abbia fatto le
mie devozioni: orò, si comunicò, tornò di nuovo ad orare; per ultimo mi
disse: venitemi dietro; e così ci riducemmo in un angolo remoto della
chiesa, dove io, dopo averle narrato la compassionevole storia la
richiesi di consiglio e di aiuto. Strana cosa, se togli la mia buona
albergatrice, la provai unica fra tutte le donne di Brusselle a non
darmi torto per le mie premure nella ricerca della figlia, ma nel
medesimo tempo mi palesava le difficoltà quasi insuperabili per riuscire
nel mio intento. Io la supplicai con tutte le viscere a tentare ogni
via, ed aggiunsi che per attestarle la mia riconoscenza le avrei donato
l'anello che io teneva in dito. Ciò udendo ella mi acciuffò la mano ed
esaminato bene il diamante, come persona perita esclamò: certo una
coppia di mila franchi può valere! — Ne costava tremila e più, ma poco
rileva. Allora, al fine di gratificarmela maggiormente, glielo
proffersi: lo tenesse per mercede anticipata; ma ella osservò: e se non
riesco? Allora me lo renderete. In questa essendo stato sonato l'ultima
volta a messa, una frotta di devoti prorompe in chiesa, ed accostatasi
alla pila dell'acqua benedetta lì, presso a noi, ci tuffava la mano,
facendosi poi il segno della croce; ci separammo; molto più che taluno
dei sopraggiunti, gingillandosi, pareva volesse spiare i fatti nostri.
Io non istarò, dottore, a narrarvi a parte a parte il mio supplizio; e
non lo potrei; bastivi che la marchesa un giorno me ne dava una calda ed
una fredda: ora la speranza pigliava forma di certezza, ed ora si
spegneva; di un tratto tornava a risplendere; insomma una vera passione
di dubbio e di esitanza, la quale dopo un lungo ciondolare si conchiuse
con la recisa repulsa di rendermi la figliuola. Dottore, immaginate a
vostra possa l'abisso del mio dolore; io però in verità vi dico che voi
con tutta la vostra immaginazione non giungerete alla millesima parte
del vero; bastivi questo, che la stessa marchesa, la quale pure era
madre, alla vista di tanta desolazione non potè trattenersi da dire: vi
compatisco. Sicuro, cotesta parola era fredda come lo spruzzo dell'acqua
benedetta sopra la bara, tuttavolta la disse. Allora io non aveva il
capo davvero a richiedere l'anello alla marchesa, nè ella lo ricordò; me
ne accorsi più tardi, e giudicandolo perduto quasi mi ci rassegnava;
quando venne a trovarmi a casa la faina clericale che prima vidi in
chiesa fattorino del padre Candido, e mi avvisò: la marchesa di
Grappigny desiderare di parlarmi; andai di volo premendo appena i
battiti del cuore, nella speranza che si trattasse della mia figliuola;
ma la marchesa mi cavò subito dall'incertezza, chè con certo suo fare
signorile mi disse: come rovistando nelle cantere del suo stipo
ell'erasi trovata davanti il suo anello: scusassi per amore del cielo la
dimenticanza; rammentarsi il convegno; correrle obbligo di rendermelo,
poichè con tanto suo dispiacere male esito avevano sortito le pratiche
per riscattare la figlia. Commossa da simile generosità, risposi senza
manco pensarci: le angustie presenti non mi concedere ricompensarla come
avrei desiderato, tuttavia pregarla a volersi incaricare della vendita;
sarebbe riuscito a lei meglio che a me cavarne profitto; del prezzo
ritratto fin d'ora la supplicava accettare la metà in testimonio della
mia riconoscenza. Parve le andasse infinitamente a genio la proposta e
mi ringraziava a mani giunte; però giudicate quale non fu la mia
sorpresa nel vedermela il giorno appresso comparire davanti tutta
spaventata, e dirmi: non volere assolutamente l'anello; esserle cascato
su l'anima uno scrupolo invincibile... d'altronde impossibile vendere la
gioia senza scapitarci tre quarti almeno in Brusselle, città di ebrei
battezzati e di cristiani circoncisi. — Partita la marchesa, la mia
albergatrice, confortandomi alla sua maniera mi favellò: la secchia
cascata nel pozzo, ho sentito dire che un bugiardo la ripesca, ma
un'anima cascata in mano ai gesuiti, non la riscatta nè manco un santo:
non istate a logorare qui invano tempo, salute e quattrini; correte
dietro all'altra figliuola, e di due procurate almeno ricuperarne una.
Pur troppo ella mi consigliava da quella savia donna che ella era; ma
per consiglio cuore appassionato non si arrende: quando mi vidi al verde
di ogni partito, non ascoltando altro che la mia disperazione, mi gettai
allo sbaraglio, e presi a correre la città con urli e pianti per tirare
a me la misericordia del popolo: pensai che i gesuiti avrebbero concesso
per paura quanto avevano negato per pietà; e il primo giorno bene me ne
incolse, che la gente mi si accalcava d'intorno, e mi compiangeva, ed
alla libera gridava: essere infamia cotesta; doversi rendere la figlia
alla madre; a cotesto mo' i falchi portano via le piccione, non i
religiosi le fanciulle dalle loro famiglie. Avrei abbracciato e baciato
tutti; mi ridussi a casa pieno il cuore di dolci presagi; il giorno
veniente tornai alla prova con maggior lena di prima. O Dio! quale
disinganno crudele; appena uscita di casa una mano di straccioni prese a
rincorrermi urlando: è matta! è matta! Mi assordarono i fischi, ed anco
qualche sassata mi ammaccò le costole, onde io mi sarei trovata presto a
mal termine se non mi ricovrava dentro ad un portone. Questa scappata
innanzi tratto mi fruttò lo sfratto dalla casa della mia albergatrice
(perchè buona femmina, ed amica del giusto certamente ell'era, ma
timida, e gatte a pelare non ne voleva, massime entrandoci di mezzo la
paurosa Compagnia di Gesù), in seguito vituperii e insulti da quei dessi
che mi si erano dimostrati fin lì meglio amorevoli. La persecuzione
m'inasprì il sangue: di ora in ora sentiva crescere in me il talento di
fiera; smisi di farmi vedere per la città di giorno, ma quando la notte
diventava buia io usciva quatta quatta per recarmi sotto le finestre del
reclusorio, che io credeva prigione del cuor mio, e quivi, come le
scolte costumano, gridava in capo ad ogni mezz'ora; Assassini!
Assassini! Rendetemi la mia figliuola! Certa sera mi sento abbrivare
alla sprovvista un colpo di mazza impiombata sul capo; caddi come morta;
trasportata allo spedale, ciondolai tra la vita e la morte un bel
tratto. Appena mi fui riavuta, ecco il ministro d'Italia a Brusselle mi
fece accompagnare a Milano, avendo, come disse, ricevute lettere
ortatorie dalla mia famiglia e il danaro occorrente pel viaggio. Giunta
qui, ebbi a conoscere come la mia famiglia non avesse scritto lettere di
sorta, e quanto a danaro trovai che, invece di poterne mandare pel mio
viaggio a Brusselle, non ne possedeva tanto da tirarsi innanzi a Milano.
Il pietoso che mi sovvenne, fin qui rimase ignorato.
— Per lei, per me no; io lo conosco da un pezzo.
— Voi?
— Già, io: ma dirò di più, lo conosce anche lei, e forse più lei di me.
Lo ignoto benefattore sa ella chi fu? Fu la Compagnia dei gesuiti, la
quale non essendo riuscita a farla ammazzare, operò a cotesto modo per
levarla da Brusselle, per paura, che, dai dai, le sue strida non
giungessero a movere il popolo a compassione. Ci fa sapere il
Machiavelli che i francesi, ai suoi tempi, dove non arrivavano con
l'astutezza, ci aggiuntavano un palmo di ferro. I gesuiti, al contrario,
dove lo stiletto si trova corto, ci appongono una coda, due code, cento
code di volpe.
*
Ed ora apriamo un po' l'orologio e speculiamolo dentro per vedere come
abbiano girato le ruote; il giorno che tenne dietro a quello in cui la
marchesa di Grappigny ebbe sfidata Isabella, il reverendo padre Candido
chiamava in cella la marchesa, e quivi, dopo averle rinfacciata la
indebita ritenzione dell'anello della signora Isabella, tali parole vi
aggiunse sotto voce, soavemente come il filo del rasoio penetra nella
carne, che ella, che pure era proterva, si accartocciò tutta, e
genuflessa a mani giunte lo supplicava di perdono. — Egli rispose: Sia
per questa volta; e non dimenticate che di quanto vi ho detto noi
possediamo le prove; ora andate e portatemi senza perder tempo l'anello:
i superiori delibereranno quello che se ne abbia a fare: tornate domani.
— Nel dì veniente padre Candido partecipò alla marchesa i superiori
avere deciso che l'anello si rendesse alla madre di suor Maria
Crocifissa, perchè in questi tempi perversi, nei quali a bigoncie si
versano le calunnie sopra le cose più sacre, perfino sopra la Compagnia
di Gesù, che sarebbe mai se quei pezzi d'ira di Dio dei giornalisti si
fossero potuti attaccare ad un fumo di vero!
Ma poichè vide il pietoso padre che la marchesa per la pena di condursi
a cotesta penitenza, non potendo piangere lacrime, stava per buttare
fuori gli occhi, e sapeva quali sgraffi le desse la miseria, la consolò
con la promessa di farle buscare fra breve, in comunioni per una certa
tal quale anima del purgatorio, qualche cento di lire. Quindi la
marchesa rese il diamante ad Isabella.
Ora è da sapersi che la marchesa aveva bene e meglio tentato, e più
volte, vendere l'anello, anche dopo il truce comando di padre Candido,
ma l'avvertirono che egli era falso, ed ella stessa se ne chiarì
considerandolo con maggiore attenzione, ed in questo nuovo esame si
accorse altresì come avessero sostituito di fresco il cristallo alla
gemma: per la qual cosa volle risolutamente che la madre di Arria
ripigliasse l'anello.
Isabella, dopo che ebbe condotto a termine il racconto delle avventure
di Arria, prese ad esporre quelle concernenti Eponina, le quali essendo
state già da noi descritte, ci passiamo da ripeterle. Solo vogliamo
avvertire che, quando Isabella giunse al punto del caso successo dal
gioielliere di Dora Grossa, il dottore Taberni proruppe nelle medesime
parole di quello: _È un furto alla gesuita_.
Dato che ebbe compimento Isabella al suo doloroso racconto, il dottore
si accorse essersi assunto un impegno per ogni verso ingratissimo,
tuttavia non volle mancare al debito: ci adoperò di ogni maniera
cautele, come colui che temeva le fibre di Marcello indebolite così, che
per ogni po' di peso cresciuto venissero a spezzarsi. L'esito non parve
rispondere al triste presagio, imperciocchè egli assorbisse il nuovo
affanno simile al mare che accoglie in sè qualunque grosso diluvio di
acqua e non se ne commuove. Succede del cuore umano come della fiaccola
della lampada; questa, consumato intero l'umore che l'alimenta, tace
alla luce; su quello il dolore logora che abbia tutta la parte
sensibile, ci può posare il capo come sopra un guanciale. Anche la morte
ha la sua anticamera. Però certo giorno Marcello, quasi desto da lungo
letargo, aperse gli occhi, e vistosi innanzi il dottor Taberni, fattogli
cenno col dito di appressarsi, a lui con un filo di voce gli favellò:
— Dottore, avete mai conosciuto uomo più ricco di mali di me?
— Certo, quegli rispose, grandi, anzi infinite furono le sventure
vostre.
— Ebbene, io ne patisco un'altra, la quale mi travaglia sopra tutte, ed
è questa. Io non credo che il nostro Dio, come i Numi del paganesimo,
pigli a schiantare a colpi di saette i figli di Niobe; e poi io non mi
ricordo avere offeso Dio; quindi io non mi posso capacitare che una
Provvidenza buona e giusta possa acconsentire che la sua creatura venga
straziata fino alla disperazione. O non ci è, e buona notte; ovvero ci
è, e allora non sapendo o non volendo provvedere, io la compiango.
— E chi compiangete?
— La Provvidenza, rispose Marcello, e chinato il capo sul petto non
disse più nulla.
Marcello, come lo zio, fu trovato morto nel letto. La Provvidenza, nel
cessare i suoi affanni, si mostrò vereconda. Isabella contemplò il
cadavere del diletto compagno della sua vita senza lacrime, e come donna
eletta dal fato a superare la Madonna dei sette dolori; e pur troppo le
marmette nel campo santo col motto _dolor_ arrivate fino a quattro, con
quella di Marcello giunsero a cinque. Ella accompagnò il suo dolce
consorte alla fossa, ella provvide a che egli fosse deterso, vestito,
inchiodato nella cassa, insomma a tutto senza stringere le ciglia, senza
corrugare la bocca, a passo lento e tardo; a cui la mirò in cotesto atto
fece quasi credere non fosse favola la comparsa della statua del
commendatore al festino di Don Giovanni. Seppellire i suoi cari, per lei
era diventata faccenda ordinaria.
*
Eccola sola! Povera creatura! Di tanti figli e servi suoi, Isabella si
trova sola; ma no, qualcheduno le sta allato e la consola. Non le si
stacca mai dal fianco una fanciulla di forme egregie, rigogliosa di
gioventù e di salute: soprattutto le sfolgorano gli occhi, i quali pare
che accendano l'aria dintorno: stupendi certo quei divini raggi d'amore;
peccato che patiscano di un mancamento.... e' non vedono! La fanciulla è
cieca: miratela, ella si attenta mutare senza appoggio quattro passi o
sei, di più no, chè si perita, e messa la mano al muro va a tasto. O chi
è mai cotesta infelice? È un nuovo personaggio introdotto nel dramma?
No: la conosciamo da parecchio tempo; ella è la Eufrosina, la figliuola
del sergente Filippo, e come si trovi lì lo saprete a suo luogo e tempo:
intanto non istate a immaginare che io abbia fatto Isabella calamita di
disgrazie, ovvero che ella medesima avesse il costume di murarsi nel
forno; no, il destino l'aveva tolta a bersaglio; come a quella della
Parca alla sua rocca non mancava mai filo; aveva filato a mezzo una
sventura, che la fortuna le ci apponeva subito canapa per un'altra:
eppure durava: per poco tu avessi posato gli occhi su lei, ecco ti
appariva quasi una quercia tocca dal fuoco celeste; la striscia della
folgore ne solca la corteccia; questi sono gli stianti di cui l'ha
ferita la saetta; le foglie ingombrano la valle e il piano, i rami le
giacciono dintorno al tutto morti; certo ella non aspetta più la gloria
delle mêssi primaverili, e nondimanco illesa nella midolla si ripromette
per molti anni ancora offrire ombre contro gli ardori della canicola e
asilo alla rabbia della tempesta.
Anche la speranza talora abbranca tenace come una furia; finchè può,
onde allettarti a continuare nel doloroso tramite, coglie i fiori più
freschi e te ne spruzza la rugiada sul viso; mancati i fiori, onde tu
non cessi, ora ti cava una spina dai piedi, ed ora ti remuove le
pietruzze taglienti dal sentiero, e tanto basta all'uomo per tirare
innanzi, finchè incespichi nel rialto di terra scavato dalla fossa, e ci
trabocchi dentro. E neppure allora si induce a lasciarlo la speranza,
che, seduta sopra la lapide del sepolcro, ci si mette a cantare l'inno
della _risurrezione_. Maligna! Anche sulle fosse dei morti tu drizzi il
paretaio per agguantare i vivi.
Le povere donne passavano i giorni desolate; non si attentavano
favellare a voce alta per paura che la disdetta passando per là non le
avvertisse e tornasse a flagellarle: per tema di recarsi fastidio, rade
si ricambiavano le parole. Tanto è peritoso lo infortunio! Sostegno
unico della vita squallida la speranza che Arria, Curio e Filippo
vivessero: di certo sapevano che non erano morti.
Una sera, mentre Isabella attendeva a ricamare ed Eufrosina ad
intrecciare cordoni, fu udito sul pianerottolo delle scale un
giuramento, che non importa riferire, seguitato da queste parole:
— Se per andare in paradiso mi toccherà a salire altrettanti scalini,
gli è bella e risoluta; io rimango a mezze scale. Ohe, di casa! fate
lume. Ci è una signora Isabella? Una signora Onesti? O mira un po' dove
va a ficcarsi l'onestà! In una soffitta sotto ai tegoli.
Isabella a coteste parole si rimescolò tutta, e fattasi di corsa
sull'uscio, cavò il capo fuori domandando:
— Che volete?
— Ecco qua, ho portato in vettura fin giù una donna, che si dice vostra
figliuola, la quale mi ha ordinato di salire ad avvisarvi del suo
arrivo; dunque venite a pigliarvela.
Isabella non istette a sentire altro, e giù per le scale; ma Eufrosina
pensando che così al buio poteva precipitarsi, le corse dietro col lume.
Poveretta! pensava a far luce altrui senza avvertire che ella era cieca,
ma bene questo avvertì la Isabella quando, giunta a mezzo della scala,
vide chiaro; onde voltatasi, e spaventata dall'atto di Eufrosina in
procinto di mettere il piede sul primo scalino urlò:
— Non ti muovere; fermati....
E si affrettò a ritornare indietro per ricondurre la infelice in casa.
Intanto il vetturino andava dicendo: cotesti essere proprio pensieri del
rosso; o che cerini non ne aveva egli? Di mozziconi di candela era piena
la cassetta; ma Eufrosina insisteva perchè pigliassero il lume.
— Ed io che me ne fo? Tanto sono cieca!
— Non importa: chi più meno vede la luce e più desidera non
iscompagnarsene mai, osservò Isabella; e il vetturino rincalzò:
— E se per le scale si spegnesse il lume, si verrebbe su al buio.
Ciò detto, da capo giù per le scale, e:
— Arria, mugolava la madre ad ogni scalino che scendeva, Arria, sei tu?
— Mamma! mamma! sì, sono io.
Arria scese, l'una si precipitò nelle braccia dell'altra, e piansero.
Quando, dopo un tempo ben lungo, si svincolarono, si accorsero che il
vetturino era sparito: ecco perchè il galantuomo non voleva fare a
fidanza con la luce; costui rubò i panni alla povera Arria, sicchè ella
tornò ignuda nella casa donde era uscita provvista di ogni bene di Dio.
Isabella, fuori di sè per la contentezza, non pensò alla valigia; Arria
molto meno, tutta sossopra per la piena degli affetti. Ora, mentre la
madre saliva le scale al buio, la figliuola le traeva dietro
interrogando:
— E babbo come sta?
— Babbo! non ha più dolori....
— E di Eponina si hanno notizie?
— Sì.
— E sta bene?
— Bene.... ma tu che hai, che salisci a stento?
— Sono stracca, rifinita dal viaggio....
— Poverina! farò adagio.
— Mamma.... mi daresti un po' braccio.
— Magari! Porgimi la mano..... Misericordia! come sudi? Ti senti male?
— Mamma! mamma! reggimi.... casco.
Isabella lì pronta, prima a sorregerla, poi ad assettarla quanto più
potè soavemente sopra gli scalini, e le asciugò il sudore, e co' più
dolci nomi si diede a chiamarla. Dopo pochi momenti Arria con voce fioca
riprese a dire:
— Non ti spaventare, mamma, sai! È stato un deliquio passeggero... la
commozione.... la fatica.... ora è passato.... andiamo pur su!
Ma di levarsi in piedi egli era niente. La madre amorosa la veniva
interrogando:
— Ma da quando è che tu non hai mangiato?
— Saranno ventiquattro ore e più....
— Ma perchè, tu sii benedetta, non ti sei un po' ristorata a tempo?
Perchè mai ridurti in questo stato di debolezza?
E qui, senza nemmanco attendere la risposta, dimentica degli anni e
degli acciacchi cagionati dalle lunghe angoscie, si reca in collo la
figliuola mentre invano questa se ne schermiva dicendo:
— Non fare! non fare!
A cui la madre rispondeva:
— Assettati bene.... procura di stare a tutt'agio.... qui sulla spalla
appoggia il capo.... abbracciami il collo col braccio dritto; da brava,
su.
Era Isabella a posta sua rifinita di forze, e nonostante ciò tanta balìa
le diede la passione, che sarebbe bastata a portare la figlia, non che
di carne, di marmo. Miracoli di amore materno, ai quali egli è forza
credere.
Giunsero nella soffitta, e al primo raggio di luce, bramose di
guardarsi, l'una spinse lo sguardo sopra l'altra, e si fecero paura,
tanto si apparvero mutate da quello che furono; nè tanto si poterono
reprimere, che non prorompessero in un urlo, al quale Eufrosina aggiunse
il suo per consenso di dolore. A quale stato si fosse ridotta Isabella
ogni uomo può facilmente immaginare; Arria poi era uno scheletro; tisica
senza rimedio. Così la pietà dei gesuiti restituiva la figliuola alla
madre. Arrogi che ad Arria aveva messo paura anco Eufrosina, la quale,
smaniante a sua posta di contemplare Arria, le cacciò addosso stralunate
le pupille come due punte di stile, per la quale cosa questa,
abbracciando più stretto il collo alla madre le nascose il volto nel
seno interrogando a voce bassa:
— Mamma, cotesta donna chi è? Perchè mi guarda così truce? Che cosa le
ho fatto?
E l'altra le bisbigliava negli orecchi:
— Ah! figlia mia, ella è tua sorella, promessa sposa di Curzio, e se ti
guarda a quel modo, compatiscila, perchè la poverina è cieca.
Il dottore Taberni, sempre pronto, accorse a visitare Arria; egli
conobbe ad un tratto la gravità del male, e gli parve debito non celarlo
alla madre; la quale, pure a malincuore persuadendosene, preso per un
braccio il dottore, e fissandolo dentro gli occhi, lo interrogò:
— Dunque proprio... proprio non ci è più speranza alcuna?
— Alcuna.
— Dunque, che resta a fare?
— Per me giudicherei carità abbreviarle la vita; per voi ad attenuarle
l'angoscia dell'agonia.
— E quando cesserai di trafiggermi con le tue saette? Digrignò fra i
denti la desolata, voltando gli occhi in su; ma subito dopo, declinando
la faccia in atto di rassegnazione, soggiunse: e sia così!
Il dottore, scendendo i centosei scalini mal connessi, e per giunta bui
sempre, acerbo borbottava:
— Io non so capire come i poveri si arrampichino per rannicchiarsi nelle
soffitte! Se essi lo fanno per accostarsi maggiormente al paradiso, onde
con più facilità Dio veda le loro miserie e ascolti i loro lamenti,
stanno freschi! Ci guadagneranno stridori di verno e bagni di acqua
piovana; gente senza giudizio, scendete nelle cantine, avvicinatevi allo
inferno, almeno sentirete un po' di caldo! Il caldo è principio di vita,
il freddo è morte.
Io per me credo, che se è vero che un angiolo stia al fianco di ogni
creatura per registrare le sue azioni, la storia dei prodigi di amore di
Isabella per la sua infelice figliuola, degli sforzi più che umani onde
adempire le sue voglie rinascenti, delle blandizie affinchè l'anima di
lei per difetto di consolazione non si desolasse, a quest'ora, scritta
su carta velina in caratteri d'oro, dev'essere stata esposta dinanzi al
cospetto eterno. Però se lassù, io spero, che la leggeranno con piacere,
ed anco con edificazione, egli è perchè tempo avanzato non manca ai
beati, a cui la eternità non si misura, mentre a noi il tempo ci è
fornito a braccia. Però mi dispenso raccontare la storia dolorosa ai
miei lettori; basta per questi quanto riferimmo delle tribolazioni di
Arria fino al punto nel quale i gesuiti, calcolando che ormai la povera
giovane era diventata di scapito certo, la rimandarono a morire a casa.
Arria, all'opposto, nelle vigili notti e nei giorni lunghissimi, la
raccontò più volte, per cui la Isabella venne a conoscere come la sua
figliuola non fosse uscita mai da Parigi; menzogna la sua partenza per
Brusselle; ma non bisogna maravigliarsene, imperciocchè la bugiarderia
gli è il sale dei discorsi dei gesuiti. Le accoglienze prime fattele
nella casa di Parigi, piuttosto che oneste, principesche: quivi avere
vestito l'abito in apparenza uguale a quello delle altre suore, ma in
sostanza con sottile arte foggiato così da dare risalto alla sua
persona. Da quanto udiva dire intorno con poca verecondia e meno
santimonia, la gente andava stupita del poderoso suo incesso, dal
colorito caldo, dagli occhi e dai capelli nerissimi, dall'insieme delle
fattezze traboccanti di vita, onde il direttore spirituale della casa
ebbe a prognosticare che ella sarebbe diventata una _strenua
gladiatrice_ della Fede.
Incominciarono a venirla a vedere due o tre vecchie duchesse, le quali
di colta ne andarono in visibilio; e visitatala poi a parte a parte con
diligenza maggiore di quella che costuma l'eunuco quando provvede
odalische pel serraglio del sultano, esclamavano: — Superba! magnifica!
— e ad ogni membro del suo corpo assegnavano peculiare epiteto, e direi
quasi dottrinale, declaratorio le sue qualità. Dietro a quelle la
caterva della plebe titolata, contesse, baronesse e tocca via, la
esaltarono a coro bellissima, anzi divina. Aveva a provarsi la nobile
gentaglia di contraddire a quanto avevano affermato le duchesse!
Dopo delle donne vennero gli uomini, dei quali più tarda la curiosità,
ma più tenace e proterva: questi, chi con un pretesto, chi con un altro,
procuravano introdursi nel convento, dove la superiora non mancava mai
di esporre in mostra la povera fanciulla. Ma poichè l'àncora che gli
uomini calavano non trovava luogo dove appigliarsi, avvenne che anche
essi diradarono; allora la priora, nello intento di mantenere sempre la
brace accesa, incominciò a menare Arria, ovvero Maria Crocifissa, in
giro per le case delle principali patrizie, dove potè essere a bell'agio
ammirata, vagheggiata e ritratta. Arria, assueta alle caste carezze
della madre, rimase scandalezzata dal vedersi menata in giro come l'orso
in fiera, e dal sentirsi posta a mo' di richiamo al paretaio
ecclesiastico. I discorsi delle nobilissime quanto cattolicissime
baldracche valsero ad arricciare la fanciulla dabbene, che non potè fare
a meno di capire come elleno portassero a consumare sopra l'ara dello
amore divino tizzi già accesi nella fucina dello amore terreno e sovente
criminoso. Più che tutto la offese la _spiegazione_ che le suore
provette, e le più volte la priora, davano di lei ai visitanti, come
costumano i mostratori dinanzi alle gabbie delle bestie feroci; e lei
annunziavano come anima riscattata dalle granfie del demonio: sapere, e
saperlo di certo, che non mai l'arcangiolo S. Michele ebbe a durare
aspra battaglia col diavolo come i reverendi padri gesuiti contro la
famiglia, la città, la nazione di suor Maria Crocifissa, imperciocchè la
Italia, eccetto Roma, meriterebbe un diluvio di fuoco come già il mondo
lo patì di acqua; e i congiunti della riscattata dalla servitù dello
inferno tali da disgradarne Tiberio, Caligola e Nerone, quanto a uomini,
e quanto a donne Messalina e Poppea. A lei, udendo simile strazio dei
cari parenti e del paese natìo, spesso andavano le caldane al capo e
stava lì lì per dare di fuori; ma le suore allora in un attimo la
circondavano, con infinito schiamazzo la sbalordivano, e con pronto
pretesto lei ed i visitatori senza indugio di colà removevano: di ciò
essendosi forte lamentata con la priora, ebbe a sentirsi rispondere:
doversi accettare per ottimo tutto che giova alla maggiore esaltazione
della Chiesa, e per tale bisognava tenere tutto che giudicano i
direttori spirituali; d'altronde uno dei rari poeti religiosi d'Italia
avere cantato nel suo poema:
Così all'egro fanciul porgiamo aspersi
Di soave licor gli orli del vaso,
Succhi amari ingannato intanto ei beve
E dall'inganno suo vita riceve.
Ora per lo appunto il secolo è l'infermo. Arria non potè reggersi
dall'osservare: — Madre priora, o che la Chiesa la rassomiglia a un
purgante? Così non mi sembra che praticasse Gesù. Egli non predicò che
seguitassimo l'utile, bensì il giusto. — E la priora rispose: — Certo:
ma ai tempi di Gesù gli uomini si provavano meno perversi di oggi:
allora si navigava come si voleva, mentre oggi è forza schermirci come
possiamo. — Con reverenza vostra, madre priora, insistè Arria, o come
fate a dire che gli uomini oggi sono più tristi di quelli che vissero in
antico? O non furono appunto i contemporanei di Gesù che lo flagellarono
e misero in Croce? — Allora la priora, per cavarsi fuori da cotesto
salceto, a modo di perorazione conchiuse: — Orsù, figliuola mia, io vo'
che sappiate come nei _nostri piedi_ bisogna deporre la _nostra ragione
nelle mani_ del direttore spirituale come un'offerta che si fa a Dio.
D'altronde, questo prurito di perfidiare su tutto di rado avviene che
non muova dal diavolo, ed abbiatelo per inteso. — Più tardi, la _moda_
tiranna dei tiranni francesi (del popolo non se ne parla nè manco)
stando sul punto di abbandonare Arria, per rinfocolare l'avviamento in
chiesa la torturarono per indurla ad operare un miracolo, e siccome ella
si oppose recisamente di prendere parte in cotesta empia ciurmeria, da
quel giorno in poi cascò di collo prima ai reverendi padri, subito dopo
alla priora, ed in breve alle sorelle tutte, inviperite contro di lei
per l'astio della predilezione di cui fin lì era stata segno. Frati e
monache convengono insieme senza conoscersi, convivono senza amarsi,
muoiono senza compiangersi. Arria pertanto fu lasciata da parte, e in
breve passò di moda così, che di lei non si rammentavano neppure. La
vanità è il grano della Francia, e la moda il molino che gliela macina
pel suo pane quotidiano; ogni altra cosa passa; colà passò Dio; la
libertà, la filosofia, la gloria, l'errore, la tirannide, la
superstizione, il bene e il male stare, tutto gira in ballo tondo,
sicchè tutto sparisce e tutto ritorna. Strano popolo cotesto! Noi non lo
proviamo mai tanto insensato, come quando si mette sul serio; nè tanto
sfarfallone, come quando fa le viste di ragionare; e la cagione è
questa: allorchè si presenta un caso difficile a sciogliersi, egli non
si occupa punto del nodo della quistione, gli gira bravamente d'intorno,
e ti pianta tre o quattro proposte come assiomi, che non hanno bisogno
di dimostrazione, poi giù a tirarne conseguenze alla dirotta, che più
non corre l'acqua dalle grondaie. I francesi galoppano pei campi del
sofisma come i cavalli, i quali tanto più scarrierano quando hanno
mandato il cavaliere a gambe all'aria. Tutti tirano l'acqua al loro
mulino, ma i francesi aggiungono al danno lo strazio. Se ti imbatti alla
spicciolata in taluno di loro, li trovi amabili e di bello ingegno;
mettili insieme, e viene a galla il vecchio celta, di cui istituto fu
_gabbare_, _spergiurare_, e poi _uccellare_; _bugiardi_ poi da far
morire dalla vergogna la stessa bugiarderia.[39] Popolo infelice! La
prosperità lo inebria, la sventura lo accieca; non rammenta e non impara
mai nulla.
[39] Franci _mendaces_. Salv. l. 7, p. 169. Si _peieret_ Francus
quid novi faceret? Qui _periurium_ ipsum sermonis genus putat,
non criminis. _Id._ l. 4, c. 14. Franci quibus familiare est
_ridendo frangere fidem_. Flav. Vopis in Proculo, l. 1, p. 216.
Les Galles ont aimé de bonne heure a _gaber_, comme on disait au
moyen âge. La parole n'avait pour eux rien de serieux. Ils
promettaient, puis riaient, et tout était dit: «_ridendo
frangere fidem_». Il trattatello del Segretario fiorentino è
sempre vivo e verde di verità. Se tanto sta loro a cuore il
dominio temporale del papa, perchè non incominciano essi a dare
il buono esempio restituendogli Avignone e il contado Venosino?
Torniamo a bomba. Chi mai potrebbe annoverare le migliaia di punture di
aghi, chi le trafitte dei nugoli di zanzare, le umiliazioni tritatele
nel pane, gli smacchi di che le annacquavano il vino, chi gli strazi, le
scede, le irrisioni, la guerra implacata, irrequieta che mossero contro
Arria? La desolata sentì sgretolarsi dentro cuore e cervello. La sua
salute non resse, e di corto le si manifestò la tisi: forse fino da
principio ella era insanabile, ma la priora cortese, per finirla più
presto, la mandò assistente all'ospedale militare, dove ella ministrando
un giovane militare ferito gravemente, avvenne che lo udisse in mezzo
agli spasimi invocare sempre i nomi del padre e della madre con tanta
dolcezza, da chiamare le lacrime al ciglio; ed avendo aspettato che il
dolore gli desse alcun poco di tregua, gli domandò: — Fratello, o perchè
insieme co' nomi dei vostri parenti non rammentate eziandio quello di
Gesù Redentore? Non siete forse cristiano?
— Sono, il ferito rispose, e nato di popolo; faccio l'ottonaio; non so
di lettere, e tuttavia, dando le spese al mio cervello, di due cose mi
sono convinto: la prima è che amore di famiglia somministra fondamento
ad ogni altro amore; e però amando i miei genitori mi sembra nel
medesimo punto amare Dio, il quale si degnò concedermeli tanto amorosi e
diletti, e mi sembra altresì che essi pregando per me, la preghiera loro
deva accogliersi da Dio più volentieri della mia, perchè di me più
virtuosi assai. La seconda cosa è che il lavoro finchè la salute dura, e
la pazienza finchè la malattia travaglia, sieno la preghiera migliore
che la creatura possa innalzare al suo Creatore. — Arria, sentendosi
come una puntura al cuore per coteste parole del giovane, scosso
alquanto il capo in atto di diniego, replicò: Eppure la prima parte del
vostro ragionamento, per mio avviso, non cammina pei suoi piedi: siamo
di buon conto come sopra questo punto si espresse il nostro Signore?
Ecco, così: «Chi ama padre e madre più di me non è degno di me: e chi
ama figliuolo o figliuoli più di me non è degno di me: _chi non prende
la sua croce e non viene dietro a me non è degno di me_.» Allora il
giovane, dopo essere stato alquanto sopra di sè meditando, favellò:
Sorella mia, ecco, mi par chiaro che se Gesù profferì coteste parole,
egli volle significare di figli e di genitori pagani, ovvero giudei, i
quali nella falsa loro credenza si ostinassero; e se per reverenza di
padre o per tenerezza di figlio non abbandoneranno la falsa religione
per seguitare la vera, non saranno degni di Gesù. Le parole del precetto
mi confermano in questa sentenza, imperciocchè se le dovessero
intendersi materialmente, ci voleva altro che croci, se tutti i
convertiti se ne dovevano recare una sopra le spalle per tenergli
dietro.
Arria allora soggiunse: — Voi avete detto se Gesù profferì coteste
parole; o che per avventura ne dubitereste voi?
— E a ragione ne dubito, disse il soldato, perchè, date retta, quel
pigliare la croce, e con essa sopra le spalle mettersi sulle orme di
Gesù, fu una forma di dire che non potè avere significato se non dopo la
passione del Redentore, dove per maggiore strazio l'obbligarono a
portare la croce su la quale intendevano conficcarlo; prima di cotesto
fatto, pigliare la croce non significava davvero conversione al
cristianesimo. Ad ogni modo, sorella, per non farvi dispiacere, da ora
in avanti aggiungerò il nome di Gesù a quello dei miei genitori.
Appressandosi la sua fine, narrava Arria, egli mi accennò col capo che
mi accostassi a lui, la quale cosa feci: allora mi bisbigliò negli
orecchi: — Sorella, è l'ora di andare; ponete per carità la vostra mano
qui, sotto il capezzale, ci troverete un libriccino; cavatelo fuori,
apritelo e porgetemi quel ritratto di donna che ci è tra mezzo... è di
mia madre! Bisogna pure che io muoia in sua compagnia.
Allora Arria gli domandò: — Fratello, desiderereste che vi chiamassi il
prete per acconciare le cose dell'anima?
— No; perchè io mi sento Dio più vicino che voi non credete; egli non ha
bisogno di telegrafo per udire subito la voce del mio cuore. La
corrispondenza fra il Creatore e la sua creatura è la brevissima delle
linee; il prete fra mezzo ci fa una spezzata.
Prese il ritratto della madre, se lo strinse al seno mormorando non so
che orazione, certo qualcheduna di quelle che le aveva insegnato
mentr'egli era fanciullo, poi se lo recò alla bocca e lo baciò con tanto
affetto e tanto profluvio di lacrime, che io proprio non sapeva più in
che mondo mi fossi. Quietato alquanto, soggiunse: Udite, sorella, le
novissime parole di un uomo che si muore, e fatene vostro pro. Voi avete
qualche cosa che vi pesa sul cuore, ed io dubito che sia il rimorso di
avere abbandonato i vostri genitori per consacrarvi alla vita ascetica:
ora io vo' che sappiate che chi non ama il padre e la madre non può
amare di amore verace i suoi simili, nè la patria, nè Dio. Se la vostra
madre in questo momento si trovasse ai termini nei quali mi trovo
ridotto io, chi le bagnerebbe le labbra per alleggiarle il singhiozzo
dell'agonia? Chi le chiuderebbe gli occhi al sonno eterno? Pensateci.
Dopo breve ora il giovane bennato aveva reso l'anima al suo Creatore.
Cotesto caso pieno di malinconia attristò tanto lo spirito di Arria, già
vinto dai patimenti sofferti, che si ebbe a mettere in letto, dove
pensando fisso ai suoi genitori, le si destò dentro alla coscienza una
voce pietosa e continua, che le andava ripetendo: «Tua madre ti chiama e
tu non rispondi?» Appena potè reggersi in piedi, sentendosi soffocare,
scese nel giardino, dove le fronde degli alberi, stormendo, pareva le
ripetessero l'appello materno; e le acque gorgoglianti della fontana i
singulti della madre le riportassero. Allora, non potendo proprio più
reggere, si fece coraggio per dire alla priora che, per lo amore di Dio,
le concedesse, almeno provvisoriamente, licenza di tornarsene a casa.
Apriti cielo! Ella ebbe a sostenere uno scroscio di detti acerbi e di
minacce, onde, smarritasi nell'animo, si ricovrò nella sua solitaria
celletta, e quivi, abbandonatasi bocconi sul letto, pianse. Ma quale non
fu mai la sua sorpresa quando nel dì seguente la priora si fece a
trovarla, e dopo un mondo di lisciamenti e di moine le domandò se avesse
intenzione davvero di tornarsene in famiglia; e siccome Arria rispose: —
Magari subito! — la priora la confortò a starsi di buon animo;
prometterle si sarebbe messa coll'arco del dorso per farglielo ottenere;
potersi permettere a lei quello che si negava alle altre, in vista delle
sue virtù, obbedienza, ecc.: — qui da capo di caccabaldole un monte; —
procurasse frattanto di rimettersi in salute per poter reggere alle
fatiche del viaggio, e poi se ne riparlerebbe. Arria, sentendosi tutta
racconsolata, fece quanto stava in lei per ripigliare un poco di balìa,
e ci riusciva, chè anche sopra le infermità disperate l'animo
soddisfatto può molto, e quando le parve sentirsi meglio ne tenne motto
alla priora, la quale le condusse il medico. Questi, visitatala prima
con molta diligenza, sentenziò che il mutamento dell'aria e la gioventù
_interdum in morbis faciunt miracula_, come disse Ippocrate; quindi la
scienza non opporsi a che ella imprendesse il viaggio per l'Italia. —
Così parlò il medico finchè stette alla presenza di Arria, ma
nell'andarsene, comecchè favellasse sommesso alla priora, la voce
percotendo le pareti riportò ad Arria queste parole pronunziate da lui
sopra la soglia della camera: — Al cascare delle foglie è un libro
letto...
Pertanto fu giudicato non si frapponesse indugio alla partenza di lei,
ma, quattro giorni innanzi a quello in cui Arria doveva mettersi in
viaggio, la priora dabbene le portò un foglio da copiare e segnare, il
quale conteneva una dichiarazione amplissima della giovane dei benefizi
ricevuti da tutti in generale, ed in particolare dalla priora, dalla
vicepriora, dal padre direttore del reclusorio, dal padre direttore
delle coscienze del reclusorio; breve, a tante sommavano le specialità,
che tornavano quasi all'universalità; le virtù di tutti i laudati
superavano quelle della bettonica; dilungavasi a sazietà in proteste di
riconoscenza, di devozione, di venerazione profonda; confettata ogni
cosa nello zucchero di sant'Ignazio di prima qualità. Per ultimo
attestava Arria essere stata ospitata nelle varie case pie, e quivi
nudrita e vestita sempre per amor di Dio.
A questo punto Arria, non mica per superbia, bensì per istudio di
verità, volle notare ciò non sembrarle preciso, imperciocchè quando
entrava nel reclusorio ella possedesse collana, orologio, gioielli ed
anco parecchi biglietti di banca; alla quale osservazione la priora
indispettita rispose: — Miserie! miserie! figliuola mia! e poi ne avete
speso il valsente quattro volte e più per voi. — Per me? esclamò Arria
maravigliata. — E la priora, con faccia da batterci su le monete,
soggiunse: — Certo, per voi, dacchè avendo ridotto tutto in danaro, lo
rinvestii in tanto bene, secondo la vostra intenzione, pei vostri poveri
morti, sicchè mi stupisco che non abbiate mai udito i fervidi
ringraziamenti che essi vi mandano fino dal purgatorio.
Il giorno seguente Arria fu messa in viaggio; per via trovò ogni cosa
pagata, perocchè a lei non volesse confidare danaro la previdenza,
sospettosa sempre, dei gesuiti; nelle diverse stazioni ella occorse in
persona che pareva commessa a spesarla e a rimetterla in cammino. A
Milano parimente; perfino la vettura ammannita; il vetturino informato
puntuale del luogo dove l'aveva a condurre.
La vita di Arria se ne andava dal suo corpo cheta e perenne, come
l'acqua cola a goccie a goccie dall'urna incrinata: diversa in questa
dagli altri infermi di mal sottile, ella conosceva benissimo il suo
continuo avvicinarsi alla morte: chè se talora favellava di letificarsi
nei raggi del sole diffuso pei campi aperti, ovvero bagnarsi il petto
nelle aure vitali di primavera, ciò faceva meno per la speranza di
goderne, che per acconsentire allo impulso dei contrasti messo dentro di
noi dalla natura, la quale ha disposto che a maestro Adamo, trangosciato
dalla sete, ricorrano davanti nella immaginazione i ruscelletti freschi
dei colli dell'Appennino.[40]
[40] Dante, _Inferno_ 30.
Ora accadde, che affannandosi ella a consolare gli altri, quanto gli
altri si studiavano consolare lei, in un dì di settembre, verso la fine,
mentre il sole ormai declinando ad occidente investiva lei, il letto e
ogni altra cosa che si trovava nella camera, ella, tenendo strette nelle
sue le mani della madre e di Eufrosina, che in piedi da un lato e
dall'altro le ministravano, con voce piana e soave prese a ragionare:
— Madre e sorella mia, ho sentito dire spesso, e questo ho ancora letto,
che la creatura, quando si approssima alla morte, acquista la facoltà di
penetrare nell'avvenire. Chi sa? Dio forse, in refrigerio delle tenebre
eterne che ci stanno sopra, dona ai moribondi una passeggera accrescenza
di lume. Certo è che, quanto vive e splende, si spegne in un lungo alito
di vita e di luce; ed io lo provo in me, che, ormai prossima a
lasciarvi, mi sembra leggere nel futuro come in un libro aperto.
— Ah! esclamò Eufrosina, portando la mano libera sugli occhi
ottenebrati, quasi in testimonio della pietosa illusione della sorella.
Isabella poi null'altro potè che increspare le labbra, come costuma il
fanciullo quando fa greppo, non lasciando distinguere se fosse per
piangere ovvero per ridere; ma Arria, avendo notato gli atti delle
donne, accendendosi nel presagio della sua fede, con maggior lena
continuò.
— Eufrosina, in verità io ti dico che tu vedrai il sorriso del bimbo che
primo accosterai al tuo seno per nutrirlo... Ah, tu tentenni il capo?
Non ci vuoi credere? Ebbene, che vuoi tu scommettere meco che Dio ti
farà questa grazia? Tu mi hai a promettere che se quanto ti predìco
avviene, tu deporrai una ghirlanda di fiori sopra la mia fossa... bada,
veh! odorosi li voglio... le semprevive io non posso soffrire... è vero
che non muoiono mai, ma è vero altresì che nè manco paiono aver vissuto
mai, e le tombe si allietano se tu le ornerai con un simulacro, e sia
pur breve, di vita, non aggiungendo simboli di morte là dove la morte
impera nella pienezza della sua desolata dominazione... dunque,
intendiamoci bene, sia una corona di rose... od anco di gelsomini o di
giunchiglie, io mi contento... me lo prometti? Io lo tengo per negozio
conchiuso..... Ed ora perchè piangi? Vedi! i singhiozzi ti levano la
parola, e tu non puoi rispondere: ebbene, io risponderò per te: Arria,
sorella, io ti giuro che quando vedrò sorridere il mio primo bimbo,
allorchè me lo attaccherò al petto per dargli il latte, io verrò a
mettere una ghirlanda di fiori odorosi sopra la tua fossa..... E tu,
mamma, perchè m'irridi? Certo, il tronco dell'albero reciso dalla radice
non germoglierà mai più; ma dalle radici rimaste sotto terra sogliono
uscire rampolli, che, a volta loro crescendo, saranno liberali di ombre
e di frutti. I morti passano presto, o mamma mia, e quantunque voi
porrete in opera ogni studio per non obliare i vostri, pure noi ci
affacceremo di tratto in tratto al vostro spirito, mesta e cara memoria,
mentre i viventi vi letizieranno continui di gaudio attuale: alle
generazioni che cascano inaridite altre ne succedono verdi, foglie
dell'albero della vita; così piacque a Dio. Di poca fede! mamma, io ti
ammonisco a non dubitare... e sappi che l'ira del Signore contro la mia
casa è sodisfatta; io sono l'ultima stilla del calice dell'amarezza; e
sento che con la mia morte il terribile conto aperto lassù con la mia
famiglia resta saldato... Consolatevi, adesso per voi altre incomincia
la giornata del premio.
Il cuore della creatura umana, quantunque talvolta impietri, di granito
non diventa mai, ed ancorchè lo diventasse, le rugiade dei cieli hanno
virtù di penetrare nei suoi pori; tanto più la divina consolazione
giunge a blandire co' tepidi fiati l'anima nostra, comecchè intirizzita
dal sido del dolore; onde le donne si sentirono alquanto sollevate.
Ma il dì veniente, mentre Arria, Isabella ed Eufrosina alla medesima ora
dimoravano nello stesso atteggiamento del giorno innanzi, ecco Arria
prese a battere le palpebre presto presto, come l'uccello l'ale quando
lo punge amore di tornare al nido; strinse le mani, aggrinzò la pelle
negli angoli della bocca, un nervo le saltellò, le guizzò due volte o
tre in mezzo alla sinistra guancia, e dalla gola a stento le uscì un
singhiozzo: pianse da un occhio solo, una lacrima sola, l'ultima.
Arria era cessata. Al cascare delle foglie ella cadde, foglia pure essa,
troppo presto seccata sull'albero della vita. Isabella per questa volta
non levò nè anche gli occhi al cielo in atto di preghiera o di minaccia;
gli torse obliqui, e facendo con la mano destra l'atto di cui si stacchi
qualche cosa che gli dia molestia, borbogliò come mordendo le parole:
— Va' via, aspide di speranza... fuori del mio cuore... intanto che
aspetto i vivi, mi tocca a seppellire i morti!
Il dottor Taberni, commosso alla vista di tanta miseria, volle
profferire soccorso, ma tante volte avendolo fatto invano, adesso si
peritava; pure, vinto ogni ritegno, ci si provò, ma Isabella gli
prendeva le mani e se le portava al petto e gli diceva: — Io non ho più
lacrime.... poca fiducia pongo nella preghiera.... che vi dirò? La
vostra anima ve ne rimeriti.... altri si desolano più infelici di me....
sovvenite quelli.... E con siffatto pretesto ricusava.
Il dottore non sapeva capacitarsi come Isabella avesse sopperito alle
spese del mortorio, ma di corto ne fu chiarito, non vedendo più agli
orecchi delle donne i pendenti conservati fin lì.
Isabella pertanto, verso sera, una sera triste e per giunta
piovigginosa, si condusse dal solito marmista per commettergli una
solita lapide col solito motto «_dolor_».
Il marmista, fissando gli occhi sopra la faccia bianca, marmorea
d'Isabella, n'ebbe paura; onde esitando le domandava:
— Ma sapete, donna, quante di queste lapidi voi mi avete ordinato fin
qui?
— Se lo so! se lo so!.... Sono sei.... e non finiranno qui.
Il buon maestro sentì entrarsi addosso il ribrezzo della febbre
quartana, ma lo esorcizzò con un litro di nebbiolo: fece la sesta
lapide, e tutto tremante sopra la sesta fossa l'adattò. Tornato a casa e
riconfortatosi col medesimo argomento del nebbiolo, si mise dinanzi un
foglio spiegato, che era liscio, ma per voglia di lisciarlo vie più ci
passò sopra la mano, e tutto lo sgualcì; poi, impugnata la penna col
garbo che adoperava lo scarpello, scrisse la seguente lettera:
«_Signora Isabella_,
«La lapide è al posto; e _addio_; con la presente vengo a _dirgli_, che
non _gli_ mando il conto, perchè non intendo essere pagato — e non
voglio, e in casa mia il padrone sono io; veda, prima di andare a letto
mi butto in ginocchioni per pregare Dio a _volergli_ risparmiare delle
altre tribolazioni; creda che non mi rimango da dirgli: — via, lasciala
stare quella poverina; ora la potresti smettere; chi troppo mangia
scoppia: tu non hai da permettere che delle Marie di sette dolori ce ne
abbiano ad essere due. Spero che intenderà la ragione, ma se non la
volesse capire, allora la vengo a supplicare di servirsi da un altro,
perchè, non se ne abbia a male, ma creda in coscienza, che quando ho
scarpellato una lapide per lei ne perdo il sonno e l'appetito per una
settimana, e mi cresce il bisogno di bere per cacciare la malinconia:
per tutt'altro ai suoi servizi; e _addio_; di tutto cuore, ecc.»
Oh! il popolo ha cuore; così avesse cervello!