Piaga per allentar d'arco non sana

Il cuore che non sente più il dolore, è pari alla sorgente inaridita. Da

questa sensibilità squisita scaturiscono le immagini, le fantasie e i

pensieri; malavvisati! non desiderate che cessi; sarebbe lo stesso che

spegnere la candela, voi rimarreste al buio. Il pittore manda dal

droghiere per la varia ragione delle tinte, che stempera poi sopra la

sua tavolozza, ma lo scrittore ci stempera sempre la propria anima,

comecchè ella abbia a somministrargli i moltiplici colori per dipingere

la sua opera. Gl'impedirete che ei si sfoghi? Gl'imporrete che egli,

come il barbiere di Mida, scavi una fossa e ci confidi il segreto che il

re Mida ha gli orecchi di asino? Imbestino nei volgari diletti i suoi

nemici la vita; di tristo padrone durino schiavi peggiori; levando il

muso insanguinato dalla carcassa dello Stato, mostrino i denti, sieno

quanto vogliono adesso codardi, persecutori, astiosi e ignoranti, ma

sentano che noi possiamo inchiodare i loro nomi in cima al patibolo. Noi

vogliamo che i figliuoli si abbiano a vergognare dei loro padri: altre

volte i fiorentini per causa meno dura cambiarono di casato. Il nostro

Dio non ci consentiva altre frecce che quelle con la punta d'infamia; e

noi ne saettiamo i nostri nemici: la vendetta del poeta è la provvidenza

di Dio sopra questa terra.

Il solo diletto non ha offerto mai scopo degno agli scrittori; la natura

ed i maestri insegnano loro a mescere l'utile col dolce; ed io secondo

le mie povere forze mi sono industriato sempre di seguitare questo

precetto: però mi piacque stringere co' miei lettori quasi un patto

dicendo: Io vi diletterò due ore, e tre se volete, ma durante un'ora

state a udire le mie lamentazioni e le mie dottrine: che se vi duole

udirle, lasciatemi significarle, e voi non ci badate.

Ed anco penso: la nuova generazione, nella quale mi affido, ha smesso il

convulso che travagliò la generazione antecedente; ella sospira i

negletti studi; ella ricorda come i grandi capitani dell'antichità

fossero discepoli di filosofi, e filosofi eglino stessi; grande si

manifesta nella presente generazione l'ardore di meditare intorno la

ragione delle cose: certo piace a me, ed alla patria giova, che ella

mediti con le mani appoggiate al pomo della spada, — ma mediti.

Per le quali cose il retto giudizio delle digressioni nei romanzi e nei

poemi si riduce come ogni altro nodo a questo pettine: se ti garbano e

t'istruiscono, e tu tienle care e fanne tuo pro, ovvero ti riescono

sazievoli, e tu, o butta via il libro, o meglio, va' dal libraio a farti

restituire il prezzo pagato per comprarlo, ch'io so di certo ch'ei te lo

renderà con gl'interessi.

*

Antichissimo, noto a tutti, e insopportabilmente avvantaggiato lo scopo

della Francia: più che non sentirsi oppressa in casa, a lei piacque mai

sempre opprimere altrui: tutti i popoli, anzi tutti gli uomini la natura

dotò di ugnoli e di denti _canini_; ai francesi la natura in questo, o

si mostrò parziale, o fu superata dal costume. Per fortuna assai, e più

per delitti, la Francia costituitasi in arnese gagliardissimo da guerra,

remuove i Pirenei e si attacca alla cintura la Spagna, con una catena di

Borboni; poi per virtù di arme e di astutezza frantuma intorno a sè

Italia e Germania; così le ammannisce a diventare, a seconda della

occasione, o facile preda, o facile satellizio.

A parere mio Napoleone III troppo fu esaltato e depresso anche troppo,

massime da noi altri italiani, che dovremmo pure considerare, se

avessimo fior d'intelletto, com'ei promovendo i nostri negozi, non

potesse mandar male i suoi: e questo, bene inteso, io dico per ciò che

concerne il suo contegno verso l'Italia, imperciocchè quanto al modo col

quale s'impose principe, non credo che per molto maledirlo che si

faccia, non possa, e a diritto, essere esecrato assai più. Però, non a

scusa di lui, bensì per tuo governo, lettore, avverti che difficilmente

troverai per le storie un trono, il quale non sia stato murato con

calcina di frode, spenta nel sangue del popolo. Uomo non volgare

pertanto fu codesto Napoleonide, e per essersi a lungo riparato in

Italia, egli conobbe i nostri incliti patriotti, e con taluni di loro

usò con familiare domestichezza; dei nostri indomati proponimenti egli

ebbe non solo notizia, ma ci prese parte; combattè per questi; pianse...

(chiedo perdono al lettore: uomini cavati dalla creta ond'era tratto

Napoleone non piangono; quindi correggi: _perse_) un fratello morto per

noi. Che se diventato imperatore si scappucciava e si genufletteva al

prete, pensa che gli era forza armeggiare con la Francia, nel secolo

scorso ferro arroventato nella fucina del diavolo, in questo, baccalà

messo in molle nell'acqua benedetta. In Francia tutto si muta, ma non si

smette nulla, nè Gesù bambini miniati, nè disegni da postribolo, nè

enormezze da far drizzare i capelli, nè cipria per impolverarli. In ogni

secolo pari la violenza, onde altri la segua nei suoi mostruosi

trabalzi[7]; però se il Bonaparte e i preti si facevano le forche, va'

sicuro che l'uno conosceva l'altro; si sorridevano per mostrarsi i

denti; la passava proprio fra corsaro e pirata. Il Bonaparte, più che

altri, era uomo da sapere che il pensiero si converte in trapano capace

da forare il porfido; e neppure ignorava la natura implacabile di quelli

che lo adoperavano; aveva tocco con mano come la barbarie e la sventura,

i preti del pari che i tiranni a masticare la Italia ci lasciarono i

denti; il macinato macinò la macina; un popolo che non intende morire,

che non si può far morire, gli è pure di necessità che tosto o tardi

rifiorisca nella sua potenza vitale.

[7] Popolo certamente vario, instabile, leggero, mostruoso e

vano, e in tutte le più pazze forme cangiabile a' pari delle

nuvole, dai venti in qua ed in là trabalzate. SALVINI. _Dis._ 2,

130.

A questi giorni saltò su un Pallavicini _sindaco_ di Roma; a lui non fu

amica la fama, ma s'ella porgesse il vero, o piuttosto il falso, ignoro;

questo so, che avendo egli mandato fuori _una grida_, alla libera ci

affermava: gli uomini d'ingegno essere stati quelli che hanno ristorato

la fortuna italica; dopo tra i fattori della unità nostra, mette ancora

la monarchia: si sa, questa finchè lo Stato nostro duri monarchico, ha

da incastrare dentro tutti gli atti officiali, come il _gloria_ in fondo

ai salmi, e l'_amen_ ai piedi degli _oremus_; nel manifesto del sindaco

Pallavicini bandito in occasione

del balenar che fece il rege a Roma

ci cascava _come una rima obbligata_. Pertanto il Napoleonide giudicò

oggimai fatale la ricostruzione della Italia a Stato uno e potente.

Nè diverso egli ebbe a giudicare della Germania, tenace anch'essa nei

suoi propositi ed irrequieta per ricuperare potenza da lei più che

dall'Italia prossimamente goduta e perduta. Da parecchio tempo si faceva

palese come o l'Austria, o la Prussia sarebbe spinta dai casi a formare

lo impero germanico, e poichè l'una inciampava l'altra, una delle due

doveva uscire dal campo. L'Austria volle forse, ma certo non potè

pigliare il sopravvento; il suo stato disforme glielo vietò: difatti, o

come un'accozzaglia di gente in tutto e per tutto diversa sentirebbe o

bisogno o vaghezza della nazionalità? L'Austria è una bottega di

pellicciaio; una somma di popoli oppressi: intento ed opera incoerenti

alla sua essenza. Per converso il cômpito della unità germanica, quanto

sconvenevole all'Austria, altrettanto si addice alla Prussia; difatti

non solo i prussiani, bensì i tedeschi degli altri Stati emuli o

avversi, convennero seco lei nel fine comune; e non una classe, ma

tutte, così feudale, come democratica e borghese.

La vecchia politica della Francia, comecchè a lei sommamente garbasse e

ai suoi rettori (qualunque essi fossero) non dispiacesse, ormai cascava

a pezzi; allora il Bonaparte si avvisò astutamente di mettere perpetuo

screzio fra l'Austria e la Prussia, esacerbarle una contro l'altra,

intrigare affinchè la formazione dello impero germanico, poichè impedire

non si poteva, riescisse dopo molto travaglio erachidinosa. Dall'altra

parte, dacchè comprende che in Ispagna la sua dominazione non

cestirebbe, nè quella di verun membro della propria famiglia, osteggia

la candidatura orleanese, si arruffa per la prussiana, e nel concetto di

rendersi mancipio il fanciullo delle Asturie, questo favorisce. Suo

principale fondamento la Italia, onde per un lato bastasse a porgergli

alla occorrenza efficace sussidio, dall'altro non diventasse potente per

guisa da abilitarla a procedere da sè sola, ovvero diversa, peggio poi

contraria ai suoi disegni. E tu, lettore, considera com'egli scendendo

primamente in Italia, allorchè bandiva volerla libera dalle Alpi

all'Adriatico, significasse l'animo suo con bastevole chiarezza; se noi

volemmo intenderlo in altro modo, fu peccato nostro, non già sua

perfidia; se egli avesse voluto intendere della universa Italia, egli,

che di geografia sa di certo, avrebbe detto dalle Alpi al Lilibeo,

ovvero a Girgenti; e ciò chiarisce come il Bonaparte non mirasse mica a

ricostruire intera la nostra patria, bensì a fabbricare pei suoi servizi

un braccio col Piemonte, la Lombardia e la Venezia, capace a contenere,

e, alla occasione, a stringere la Germania. Di vero anche i prussiani la

intesero così, e ne dà prova la repugnanza loro, prima e dopo la guerra

del 1866, alla occupazione del Tirolo meridionale per parte degli

italiani. Se la Italia si trova ridotta oggi nei termini in cui la

vediamo, certo non fu per volontà di Napoleone, il quale si industriò

con ogni maniera accorgimenti innestare sul tronco lorenese della

Toscana un principe della sua famiglia; sperò che il Borbone di Napoli

non venisse schiantato da procella domestica, ed ebbe per certo che

l'ancora della barca di san Pietro non si potesse, nè si dovesse

sgrappare dallo scoglio, dove la tengono fissa la ignoranza dei popoli e

lo interesse dei principi, e si ingannò; imperciocchè sia ben folle chi

crede che i consigli umani commessi in balìa della fortuna si scorgano

meno sbattuti in terra, che in cielo un foglio attaccato alla zampina

della rondine.

Che la Francia provocasse sotto mano, o per lo meno consentisse alla

Italia la guerra contro l'Austria, nel 1866, parmi cosa da non potersi

negare; certo la Italia pigliava più vigore di quello che la Francia

avesse presagito, o che avrebbe sul principio sofferto; ma adesso per la

potenza superlativa nella quale ad un tratto era sorta la Prussia, ella

abbisognava di ausilio più valido, e che stringesse più da vicino la

Germania. Grande spasimo per la Francia Sadowa! Al doppio scopo di

tenersi bene edificati i cattolici in casa e fuori, e la Italia devota,

il Bonaparte giudicò bastevole il ripiego di avere, in virtù di nuove

convenzioni, confermato il papa portinaio preposto all'ufficio di

aprirgli le porte del nostro paese quante volte ne avesse talento.

Il papato ormai sa da parecchi anni e sente essere arnese di governo in

mano ai principi, e ci si adatta; imperciocchè, oggi, malgrado la molta

sua improntitudine, si periti a contendere con gli Stati per

soperchiarli, mentre all'opposto lo miriamo spencolarsi fuori di

finestra per dire: — O principi! o principi! se la mia corda sfilaccica,

la vostra si disfà: oramai siamo diventati due debolezze,

attortigliamole insieme, e vediamo se unite formeranno una forza capace

a tenere legato per le mani e pei piedi anco un secolo il genere umano.

— Non gli danno retta, ed a ragione, perchè promise sempre e sempre

tradì; ed avendo i principi oramai ridotto il prete in servitù, non lo

accettano socio: chi potendo comandare allo sbirro e al prete li

patirebbe compagni? _Chi con chierco si confida, come chierco è senza

guida_, dicevano i nostri vecchi. Tanto, in comunella co' preti, si

corre sicuro il rischio di romperci il collo più presto; meglio vale

perderci soli. Così la pensano parecchi coronati e, a parere mio, con

giudizio, per questa volta.

Lo imperatore di Francia da tutte queste sottilità si aspettava un

solenne sconquasso della intera Germania: era da sperarsi che la Baviera

e gli altri Stati cattolici aborrissero la lega dei protestanti; la

Danimarca cogliesse il destro per vendicare le patite ingiurie; il re di

Annover con gli altri principi spodestati rimuginassero novità per

tornarsene a casa; e pure veruna di queste previsioni si verificò,

perchè, camminando sui trabiccoli, l'uomo finisce quasi sempre col

fiaccarsi le gambe: cotesta politica dura, che fa suo fondamento la

naturale necessità delle cose, governando la logica non i raziocini

soltanto, ma sì e più i successi umani, nei primi si comprende; nei

secondi si sente: in quelli persuade, in questi costringe, e se il

concetto della unità italica ha potuto allignare in onta agli errori e

ad ogni sorte contrarietà, egli è perchè cotesto fatto si palesava

necessario nell'ordine morale e politico, quanto nel fisico la tendenza

dei pesi al centro di gravità. Quanto poi la necessità del concetto

possa sopra il suo buono esito, di leggieri se ne persuaderà chiunque

consideri la Italia conseguisse il fine della sua unità al pari della

Germania, questa vincendo, e l'altra perdendo battaglie: la necessità

del fatto vinse la sventura: che se tu mi opporrai non essere riscattata

tutta la terra italiana, io ti risponderò, che nè anche la Germania potè

fino ad ora costituirsi in uno Stato solo: però quanti sono tedeschi si

sentono inevitabilmente attratti alla unità germanica come l'ago della

bussola al polo, e gli abbracciari, che adesso la fama racconta, dei due

imperatori di Germania e di Austria non sono mica bugiardi; all'opposto

sincerissimi, perchè l'uno tasta l'altro per conoscere dove l'avrà a

stringere, per soffocarlo più presto.

Volete voi vedere qual sia la mente del prete verso la Italia? Il papa

prega Dio, e confida in lui, onde non si riuniscano al capo della patria

le parti, che ne durano avulse! Volete voi chiarirvi che la politica

astiosa della Francia contro noi procede meno dall'uomo che dalla

nazione? Mirate! Cotesta politica sopravvive ai funerali dello impero:

non essa la ereditò da Napoleone, bensì Napoleone l'ebbe a provare parte

della corona che s'imponeva. Dicasi quello che sentiamo, e quello che è

vero: la Francia ustolò la guerra contro la Prussia, quasi esorcismo, il

quale scongiurasse il fantasma di Sadowa, che le rimescolava le viscere

della vanità, poi, ingenerosa, pretese lavarsene le mani a mo' di

Pilato, ed ora più spasimante che mai ne arrovella, forse provocando i

suoi ultimi fati, e certo tenendo in sussulto il mondo per presentimento

di future guerre. Nizza e Savoia l'impero ingordo e fraudolento arraffò:

forse la repubblica magnanima e leale le restituisce? Lo impero per

libidine di dominio ci calcò nel cranio il triregno papale armato di

punte; la repubblica si morde il dito, perchè abbiamo gettato da noi

cotesto supplizio; e di più pigliasi cura di farci sapere che se non

viene a rificcarcelo in capo non è per manco di volontà, bensì di

potestà; rifatte appena le forze, tornerà allo esercizio dell'antica

tirannide: ricresciuti gli ugnoli, ripiglierà a lacerare... e allora,

qual cuore di uomo presumi che possa desiderare la cessazione dello

avvilimento di Francia? Tu conduci il senno e costringi la pietà a

invocare da Dio che colmi la misura della tua miseria, che ti cancelli

dal libro dei popoli... Non maledite ancora, non vi sconfortate, il

verme del passato rotto su la schiena si agita, ma non vive; pare che

scontorcendosi minacci, e lo attortiglia lo spasimo dell'agonia...

pensate a scavargli la fossa. La Francia adesso è in istato di

crisalide, in breve (per quanto ci voglia fede robusta, nondimeno

ardisco sperarlo) rotto lo involucro dell'ira, del cordoglio, della

superbia offesa e della febbre di fastidire il vicino, volerà farfalla,

simbolo della parte divina infusa nell'uomo dal suo Creatore.

*

— Bene sarebbe stato non nascere, ma poichè venni al mondo, il meglio

sta nell'uscirne presto. — Così favellava Curio, e provveduto in fretta

quanto gli parve necessario al bisogno, s'incamminò verso Brescia. Tanto

la passione lo teneva legato, che in andando egli non pose mente ai

mesti volti, nè alle parole dolorose delle persone nelle quali

occorreva: appena giunto a Brescia ei si fece a casa Cammilli amica

vecchia della sua famiglia, e non v'incontrò anima viva; allora si

avvisava recarsi alla dimora della baronessa Olfridi, vedova attempata,

ma per patrii spiriti e per solerte benevolenza sul fiore della vita, ed

anche lì tutto deserto; sceso daccapo sulla pubblica via, considera i

passanti e mira quello reggersi colla mano la fronte, questo con ambedue

farsi visiera agli occhi, uno desolato guarda il cielo, l'altro non ha

balìa di levare la faccia da terra; lamentevoli le madri, dolorose le

fanciulle; spirava da ogni lato un'aura di desolazione: un lutto grave

opprimeva di certo la città.

Curio si accosta a tale, che giudicò alla sembianza cortese, per

domandargli qual fosse la causa di tanto cordoglio; costui non lo badò

neppure, e così gli accadde con altro e con altro fino a cinque, sicchè

ne stava per rinnegare la pazienza; non lo sovvenendo partito migliore,

si lascia trasportare dalla piena, la quale come fu arrivata sopra certa

piazza si biforcò, parte continuando a camminare pel medesimo tramite, e

parte volgendo ad altro lato: di vero taluni andavano alle porte per

accogliere i sorvegnenti, mentre altri si affrettano a soccorrere gli

arrivati all'ospedale. Curio fu co' secondi, e intantochè scorreva la

via, riunite varie frasi tronche, costruiva la fiera notizia della rotta

di Custoza, e quasi fosse poco, ecco aggiungergli trafitte all'anima le

voci dello esercito sbandato; Garibaldi respinto, ferito... taluno

accertava ucciso; immensa la strage degli italiani sopra le sponde

fatali del Mincio. Nel salire le scale, Curio si sentiva sotto mancare

le gambe, tantochè, per non cadere, ebbe ad aggrapparsi al muro; pure,

innanzi di entrare nello spedale dove giacevano i feriti, i moribondi e,

ahimè! anco i morti, ricuperò il coraggio, pensando al debito sacro che

gli correva di frugare se fra quei miseri si trovasse parente od amico,

e, trovatolo, sovvenire.

Stupendo colà l'andare, il tornare, lo strepito dei passi, la polvere

continua sagliente dallo ammattonato al palco, l'afa degli aneliti

fumosi; chi portava materassi, chi biancherie, spugne, secchi, di ogni

maniera arnesi, scansandosi e urtandosi, — pietà ad un punto e

maraviglia a vedere. La schiera delle formiche, arrovellata a riporre la

raccolta nel granaio, quando l'urge lo inverno, non sarebbe similitudine

capace a ritrarre cotesto, più che solerzia, spasimo di solerzia; e

tuttavia non vi notavi confusione; comando e obbedienza, lampi pari; non

pace mai, nè tregua; i chirurghi nonchè il sudore non si asciugavano il

sangue; più prestanti di ogni altro le donne, massime le fanciulle, che

con la intera anima riversata negli occhi attendevano ad adattare

faldelle, a fasciare, a forbire.... La Carità supplice accennava al

Pudore, che pel momento acconsentisse a starsi un po' indietro; ed il

Pudore se ne andava adagio adagio alla porta ad aspettare le fanciulle

quando sarebbero passate per tornarsene a casa.

Curio dardeggiava con gli occhi la faccia dei giacenti in cerca di

persona amica, nè stette un pezzo ch'egli ebbe riconosciuto il maggiore

Mainieri, soldato bravo quanto piacevole e arguto, amico grande di casa,

quasi parente diletto; gli fu accanto di un salto; già lo avevano

medicato; adesso se ne stava come assopito, eccettochè il dolore lo

costringeva di tratto in tratto a far greppo con le labbra, donde però

non usciva gemito alcuno. Vistolo in cotale stato, Curio maledisse alla

sua avventatezza, e per tema di sturbarlo rimase immobile così, che la

moglie di Lot, quando diventò di sale, a petto a lui non ci sarebbe

stata per nulla. Ora a poco a poco due grosse lacrime formatesi nel cavo

degli occhi del maggiore, sgorgano fuori, e dopo essere rimaste per

alcuno spazio di tempo penzole alle sue palpebre come diaccioli ai merli

di una rocca, gli cascano giù per le gote; e sembra che il maggiore se

ne spaventasse, perchè di subito spalancò gli occhi quasi per

trattenerle e per impedire che altri le vedesse, ma nè ei le trattenne,

nè potè impedire che altri le vedesse, e Curio accostando il suo volto

al volto del soldato con due baci gliele bevve, mentre vinto dalla

passione, egli stesso proruppe in pianto, e lo bagnò con le sue.

— Non piango per me, sai; quantunque io senta che non ce la caverò

liscia...

— O Dio, non me lo dite! Come state? Dove siete ferito?

— Una scheggia di mitraglia mi ha fracassato il braccio; ma con un

braccio di meno si vive; si resta soldati con la tara del cinquanta per

cento, ma sempre soldato; la ferita mortale ho ricevuta qui nel cuore...

io ne morrò... e mi piace morire.

— No, voi dovete vivere per gli amici, per la patria...

— Per la patria? Rammenta Curio, che io t'ho detto ch'io non piangeva

per me. In vero io piansi per l'onore militare perduto, per la patria,

dopo tanta speranza, scaraventata nella ignominia; piansi sopra tanto

lume d'intelletti divini diffuso invano; piansi sul sangue di tanta

brava gente sparso per ribattezzare l'antica servitù... Ah!

— Ma che sia proprio vero, ch'io abbia a vedere la fine della mia povera

Italia?

Il maggiore chiuse gli occhi, e singhiozzò; Curio continuava:

— Il popolo non ha dato vite, danaro e tutto quello che aveva? Il popolo

non diede armi, navi, provincie?... Chi è lo sciagurato che si è preso

tutti questi tesori e li ha buttati via, come fanno i ragazzi con le

piastrelle sull'acqua... tre, quattro guizzi per gioco, e poi giù in

fondo per sempre.

— Cause occulte e rimote, onde accadde questo, figliuolo mio, ci hanno

ad essere, anzi ci sono, ma a me non è dato indagarle, nè mi gioverebbe

esporre; le prossime sì, e te le dirò, perchè tu ne faccia senno. Voi

giovani veniste al mondo in tempi brutti; la urgenza del male non lascia

campo ai propri esperimenti; approfittatevi degli altrui. Causa prima

dei nostri disastri io metto la presenza del re alla guerra: i principi

stanno d'incanto a capo degli eserciti, quando si chiamano od Alessandro

Magno, o Federigo II, o Gustavo Adolfo, o Napoleone I, perchè allora

all'autorità del grado aggiungendo la maggiore autorità della molta

perizia, maneggiano gli eserciti come macchine e li avventano come

leoni; diversamente ti riusciranno sempre di impaccio e di pericolo. Di

vero, o concedono che il supremo comandante non li consulti, e allora

faranno meglio a starsene a casa; si vince anche in poltrona, e se non è

vero non importa; per la reputazione del principe basta che il popolo lo

creda; o all'opposto pretendono essi mettere il becco in molle, e

allora, o diranno cose che saranno come portare ghiande alle querce, e

perderai tempo, o come è da supporsi diranno svarioni, e allora il

povero capitano bisogna che procuri renderli capaci, pigliandola alla

larga e con un sacco di precauzioni, le quali, se stanno poco bene in

Corte, in campo poi stanno malissimo, scompigliando i consigli e

ritardando l'azione: ancora il capitano, quando il principe gli cammina

dietro ai calcagni, più che a vincere il nemico, deve attendere a

preservare costui incolume da ogni stroppio: però, senti me, che parlo

schietto, se avessi ad essere capitano supremo, io preferirei avere una

veste di fiasco avviticchiata alle gambe quando cammino, che un principe

per compagno quando combatto. La seconda (ho fatto male a non metterla

prima) sperpetua, il La Marmora; cocomero ingrossato dalle piogge

moderate; imperito costui non si potrebbe dire, se non che, invece di

riporre la scienza nel cranio, la porta sul groppone: e qui se vuoi

ch'ei ce la porti a ceste, a ceste volentieri accorderò che ei ce la

porti. Non ci è numero, non misura, non stadera, che valgano a

calcolare, misurare o pesare la sterminata presunzione di cotesto uomo:

ei farebbe la barba a Carlo Magno, e piglierebbe ad allattare Annibale e

Giulio Cesare, se avesse le poppe: lo hanno abbaiato in tutte le cinque

parti del mondo, in tutte le lingue gli hanno detto che ei vada a fare

il capotamburo, ma egli duro; oramai ei si è ciurmato da sè gran

capitano, e non ci ha più rimedio, però tentenna il capo, e

compassionando leva gli occhi ed esclama: — Sciagurati! non sanno quello

ch'ei si dicano. — Anco la presenza gli nuoce, dacchè egli si muova come

un ragnatelo spaventato: io non so per quale sua disgrazia quanti

disegnatori, illustrando il maggiore romanzo del Cervantes, presero ad

effigiare il _Cavaliere della trista figura_, sembra che si sieno dati

la intesa di pigliare a modello il La Marmora. Non ci è Cristi: guarda

bene il _gran capitano_ di Biella, e ti parrà don Chisciotte nato e

sputato. L'aspetto dell'uomo impressiona più che tu non pensi: mira la

testa di Napoleone primo console, e provati a negarmi che egli sia eroe:

che cosa ti parrà di La Marmora col suo capo a pane di zucchero, e gli

occhiali a cavallo sul promontorio che gli tiene le veci di naso? Io non

lo dirò, se prima non gli avrai messo un filo sotto, facendogli, col

tirarlo, muovere le mani e i piedi a sêsta[8]. Improvvido negli

apparecchi, nè strategico, nè tattico, povero di partiti, nei consigli

incerto, impacciato nei moti; in mal punto sta ed in mal punto corre:

flagello vero della milizia italiana; avrei detto di Dio, ma Attila gli

ha preso il posto. La reputazione di servitore umilissimo, devotissimo e

obbedientissimo di casa Savoia gli procacciò favore inestimabile in

Corte, e per mio avviso a torto, perchè nè prudente assume sopra di sè

gli errori altrui, nè animoso li riversa sopra chi tocca; in somma nè

Strafford, il quale si lasciò decapitare per Carlo I, nè Bava, che

scrisse addirittura il disastro del 1848 doversi attribuire a Carlo

Alberto: della famiglia dei servi per certo egli è, ma spetta più

particolarmente alla specie dei servi insolenti: difatti per iscusarsi

egli va sussurrando lui non esser capitano comandante, bensì capo di

stato maggiore: scusa come ingenerosa fallace, perchè se conosceva i

comandi infelici, dovesse opporsi a spada tratta, o inascoltato

risegnare lo ufficio: ed ho sentito anche spandersi la voce di poca

_connessione_ nello esercito, di salmerie disordinate e confuse, i quali

difetti se furono, e taluni furono, non si dovessero attribuire a lui

per lungo tempo ministro della guerra.

[8]

Chi vuol veder quantunque può natura

Nel fabbricare un uom di carta pesta,

Che par mover le mani e i piedi a sêsta

A guisa d'ingegnosa architettura.

TASSONI, _Son. su Filippo da Narni_.

Quanto valga il suo emulo Cialdini ignoro, ma del La Marmora so tanto,

che sul conto loro io posso in buona coscienza profferire il giudizio di

colui, che avendo a scegliere fra due sonetti, lettone uno disse:

_stampate l'altro_, che peggio non può essere. La emulazione di questi

due soldati forse necessitò il comando supremo del re, onde in lui si

smussassero i puntigli, e, se così fu, anco questo si ha da deplorare

come sciagura.

Pareva dovesse essere studiato con diligenza il campo delle battaglie

imminenti, però che sia naturale guardare bene il luogo dove abbiamo una

volta battuto il naso; ma non fu così: procedemmo a casaccio sul terreno

che intendevamo ricuperare; i tedeschi che non n'erano padroni lo

conoscevano palmo a palmo, noi non avevamo imparato niente; l'esperienza

delle patite sconfitte era trascorsa via per le teste dei nostri

condottieri, come l'acqua piovana per le doccionate, senza lasciarvi

posatura. Tre modi ci si presentavano per condurre la guerra offensiva:

espugnare una per volta o tutte assieme le fortezze, ovvero introdursi

nel mezzo di queste, isolare l'una dall'altra, distruggendo per siffatta

guisa la ragione strategica del quadrilatero; finalmente, irrompere

nell'Austria pel Friuli da un lato e pel Tirolo dall'altro, occupare

Vienna e buttare all'aria la Ungheria: qui grande l'acquisto, pari al

pericolo; ma per concepire e mandare a compimento simili partiti

audacissimi, ci vogliono capitani che si chiamino Scipioni, ed eserciti

composti di romani; e poi alle monarchie non garba sollevare la polvere

delle rivoluzioni, memori sempre che chi semina il vento raccoglie la

tempesta: il disegno di espugnare le fortezze, lungo, pieno di

accidenti, spegnitoio di militare entusiasmo; riprovato dai maestri di

guerra, massime se il nemico tenga con un esercito potente la campagna.

Dei tre concetti elessero il secondo. Pertanto il presidente dei

ministri Ricasoli, il venti del passato mese, lesse alle Camere il

manifesto di guerra contro l'Austria[9].

[9] Quanto fu la guerra bandita immortale per castronerie di

tattica e di strategia, altrettanto fu memorabile lo scritto del

Ricasoli per ispropositi di lingua e di senso comune: di vero,

tre volte ci occorrono le frasi _al seguito_ delle dimissioni

date... _in seguito_ della partenza... _al seguito_

dell'ingiuste minacce; — più oltre: l'Austria _temette_... il

Governo del Re _credette_... _credette_, che a ciò gli desse

diritto: il più bello all'ultimo: «per queste aspirazioni

nazionali troviamo soldati _pronti a spargere sangue e fatiche

in tutte le parti della Camera_!» Quindi nulla manca a farlo

detestabile: turpitudine di locuzioni straniere, barbarie di

dettato, errata assimilazione di sangue e di fatiche da

_spargersi in tutte le parti della Camera_! Nè anche un

montanino di Garfagnana si attenterebbe menare tanta strage

della lingua e del buon senso. _Erat in fatis_, che la monarchia

in occasione tanto solenne si commettesse a due sciagurati come

Ricasoli e La Marmora. Quali l'ingegno, le opere, la fama di

costoro? — Si predicavano avversi al popolo, avversi ai

volontari, e tanto bastò. Così in grazia del partito moderato e

dei suoi uomini, noi abbiamo perduto tutto, fino la reputazione

dello idioma, che sola ci rimaneva conservata in mezzo alla

secolare molteplice tirannide. La Camera applaudiva: un giorno

ella sarà giudicata severamente senza _circostanze attenuanti_,

perchè gli applausi avvennero in giugno, mese di già copioso di

_proietti vegetali_. Per questa guisa il governo d'Italia, se fu

argomento di molti sospiri, infinito si attirò eziandio il riso

della gente stupefatta.

Nel giorno stesso il capitano La Marmora faceva sapere all'arciduca

Alberto, che avrebbe messo mano alle armi tre giorni dopo la data del

manifesto, lasciando in dubbio se il 23 o il 24: difatti doveva

intendersi il 24, perchè il giorno che incomincia il termine non si

comprende nel termine; invece egli principiò il 23, e questi mi paiono

ganci diritti e gherminelle a uso Oudinot, cosicchè il capo di stato

maggiore John rilevò il tiro quasi per uccellare il capitano La Marmora.

Il fine della battaglia di Custoza certo fu dare comodità al Cialdini di

traghettare il Po e stabilirsi sopra la sinistra sponda di quello: ora

considera se si poteva far peggio; il Cialdini prima del 26, per quanti

sforzi ci adoperasse, non poteva essere pronto a passare il fiume; le

ostilità si ruppero il 23, la battaglia s'ingaggiò il 24; dunque vi era

tempo sufficiente per l'arciduca Alberto di prostrare La Marmora diviso

dal Cialdini; ma il capitano La Marmora si era fitto in testa che il

nemico rifuggisse dalle difese del territorio fra il Mincio e l'Adige;

fisima proprio non vera, nè verosimile, essendo stato munito cotesto

territorio, dopo il 1848, da un semicerchio di fortilizi tra Chievo e

Tomba; ma, che vuoi tu? Come madre natura fabbricò i gamberi, così fece

il cervello del capitano La Marmora, perchè entrambi camminassero alla

rovescia. All'opposto l'arciduca Alberto, ottimamente informato, si

avvisa batterci sul terreno che il capitano La Marmora suppone deserto,

ributtarci in Lombardia, poi voltarsi celere e baldanzoso per la

vittoria contro il Cialdini; ed in conformità della presa deliberazione,

lasciate di cheto le stanze lungo l'Adige, ordina ai suoi si facciano

avanti, per occupare le colline tra Salionze e Sommacampagna. Il

capitano La Marmora, che di ciò sa niente, comanda al Della Rocca si

atteli col suo corpo di esercito tra Sommacampagna e Villafranca; al

Cucchiari tenga in soggezione il presidio di Mantova; ai generali

Longoni e Angioletti s'inoltrino fino a Marmirolo, e quivi stieno per

riserva. Durando passi il Mincio, ma la divisione Pianell rimanga sopra

la sponda destra; sulla sinistra il Cerale osservi Peschiera. Il Sirtori

e il Brignone occupino le alture verso Sona. Ormai incaponiti nel

supporre sgombro il paese, in mezzo del quale si avventuravano, comecchè

prossimi ed in vista di due fortezze, procedono senza provvedimento di

possibile battaglia, anzi senza neppure confortare i soldati di cibo e

di bevanda, sicchè parvero padri scolopi che menassero alla prima

comunione gli scolari da ventiquattro ore digiuni, non già capitani

soldati alla battaglia[10]: seguivano le salmerie condotte da gentame di

scarriera, che stava al soldo degli impresari, capace di mettere lo

scompiglio in casa del diavolo. Anche nelle passate guerre si ebbe a

deplorare simile disordine; parecchi generali, e il capitano La Marmora

in particolare, lo seppero, lo videro, e non ci rimediarono.

[10] Proprio così fu detto, da un soldato ferito, nell'Ospedale

di Brescia.

A questo modo procedendo, c'imbattemmo alla sprovvista nel nemico, col

quale, appena visto, ci azzuffammo senza concetto di guerra, d'onde

nacque un accapigliamento alla rinfusa, che di mano in mano ingrossando,

per la strage diventò battaglia, per arte militare una baruffa: fu

combattuto in tre gruppi, perchè in tre punti ci percossero gli

austriaci con mosse di fianco; il primo sotto Villafranca, dove si

trovarono il principe Umberto, Bixio e Cugia, credo anche il Govone:

sfolgorati dalle artiglierie, urtati dall'impeto dei cavalli, cotesti

uomini prodi tennero fermo disposti in quadrati, in uno dei quali ebbe a

ricoverarsi il principe Umberto, che, a detta de' suoi commilitoni, in

cotesto giorno fece il debito di soldato italiano: tutta la giornata

essi contennero il nemico: vi ha chi assottiglia, anzi nega addirittura

il merito a quei valorosi, perchè non fecero di più; ma a parere mio fu

grande onore per loro tenere testa finchè durò la battaglia contro un

nemico potente di cavalli e di artiglierie, proteggere la ritirata del

nostro esercito a sera, ributtando in atto di vincitore, piuttostochè di

vinto, due volte gli austriaci, una volta a furia di cannonate, ed

un'altra per isforzo di cariche di cavalleria.

Il corpo del generale Durando s'incamminò mattiniero verso le colline di

Sona; la sua via doveva essere diritta fra Monzambano e Castelnuovo,

senonchè il Cerale, che comandava la prima brigata, temendo dei cannoni

di Peschiera, invece di andare in su, scese per la sponda del Mincio

fino al Borghetto, dove incontrato il traino mosso per la medesima

strada, lo fa ripiegare sopra sè stesso mandandolo sottosopra; nè qui

cessano gli errori del Cerale, che ripigliando la via per Castelnuovo

s'inferra dentro certa via stretta e incassata, senza pigliare alcuna

delle precauzioni che si costumano quando si cammina per paese nemico;

quanto a intrepidezza a tutta prova io tengo dal Cerale, ma per

accorgimento, bisognerebbe si facesse ristagnare il cervello: provata

che egli ebbe la dura batosta, pretese schermirsi dicendo che _senza

rompere uova non si fanno frittate_; pur troppo non si combattono

battaglie senza sperpero di vite umane, ma bisogna evitare le frittate.

Io era con lui, e per lui mi trovo lacero questo mio povero braccio, ma

ciò non dico per rancore, bensì per verità: verun sottotenente di

volontari avrebbe proceduto con sì poca considerazione, ed egli può bene

disprezzare la propria vita, ma come capitano deve pigliarsi cura della

vita altrui.

Le disgrazie nascono sempre gemelle, però il generale Villermosa,

condottiero dell'antiguardia della divisione Sirtori, nell'uscire da

Valleggio, invece di svoltare a destra per Santa Giustina, tira su per

la via di Castelnuovo, e così raddoppia la vanguardia della divisione

del Cerale, e la leva a quella del Sirtori, il quale non addandosi dello

abbandono del Villermosa, quando se lo aspetta meno dà di capo nel

nemico, che lo riceve a suono di cannonate ottimamente disposte su le

alture, e per le strette dei colli[11]: ormai la vittoria impossibile, e

la ritirata rischiosa: vi rimasero feriti Durando, Dho e il Cerale, il

generale Villarey ucciso, ed altri non pochi: i soldati sgomenti di

vedersi condotti al macello, imprecando la stoltezza dei capitani,

sbandaronsi; sì, che serve celarlo? fuggirono. Ciò accadde ai più famosi

soldati, dai romani ai francesi, ed accadrà sempre, quando avvenga che

per errori continuati perdano ogni fiducia nei loro condottieri; se il

generale Pianell non era, al quale sovvenne la ispirazione di varcare il

Mincio, respingere gli assalti nemici, e proteggere la nostra ritirata,

o fuga, prigioni o morti noi ci restavamo tutti. Degli altri gruppi io

non so darti distinta notizia, però anche là e' fu una matassa

arruffata; bastonate da ciechi.

[11] Il generale Sirtori, con lettera dell'8 febbraio 1867,

afferma essersi accorto _subito_ della deviazione della

avanguardia, ed averci provveduto _immediatamente_: dichiara

avere proceduto con ogni più squisita precauzione di guerra:

esclude tutta sorpresa: fu lasciato solo; se lo avessero

soccorso, anco verso le ore 4 pom., avrebbe vinto, egli dice;

peccato che veruno ci creda.

*

Pur troppo le parole del soldato ferito erano vangelo: giusta quello che

ne sparse la fama, il La Marmora fino dalle ore mattutine se ne andava a

Gherla, e nel cammino imbattendosi nella divisione Brignone, la mena

seco ad occupare le alture di Custoza, donde mira come gli austriaci

abbiano fatto lo stesso su le colline della Berrettara: ciò nonostante

egli ingiunge al Brignone si spinga innanzi, e questi lo fa inoltrandosi

fino a Monte Godio: allora il La Marmora lo pianta lì, e galoppando solo

verso Villafranca, va a vedere come le cose procedano da questa parte,

ed anche per condurre rinforzi al Brignone; di vero torna, ma trova il

Brignone a mal ridotto dallo sforzo degli austriaci incalzanti, e

costretto a ripiegarsi sopra Monte Godio: il terreno compariva ingombro

di morti; si contavano tra i feriti il generale Gozzani e il principe

Amedeo. A Custoza i nostri tentarono resistere, ma neanche in questo

punto la fortuna volle arridere al valore scompagnato dalla perizia;

fummo respinti. Il re, il quale se ne stava a contemplare la battaglia

fra Villafranca e Custoza, visto retrocedere la divisione Brignone,

corre via a Valleggio, di là varca il Mincio e si conduce a Goito: per

questa guisa, se mai ci era stato sul campo di battaglia un comando

supremo, venne affatto a sparire. Il La Marmora, per onestare la cosa,

disse più tardi essere stato suo intendimento sgarrare la prova sopra le

alture di Custoza con le divisioni del secondo corpo, mentre il Bixio e

il principe Umberto sostenevano il terzo corpo nella pianura; sproposito

o bugia che il Rustow gli rimbecca, dichiarando: — dal suo stesso

rapporto si fa manifesto, come ciò non fosse per nulla il caso, o

dimostra la sua testa in balìa _di deplorabile confusione_[12]. — La

verità è, che il La Marmora, perduto il lume degli occhi, povero di

partiti, di animo volgare, giudicando i successi non secondo la realtà,

bensì a norma della sua dabbenaggine, tenne per disperata la fortuna

della guerra, e mandò subito dopo la battaglia di Custoza i due famosi

telegrammi; uno al Garibaldi del tenore: «Disastro irreparabile! Coprite

la ritirata e Brescia;» l'altro al Cialdini concepito così: «Disastro

irreparabile! Coprite la capitale (Firenze).» Da tanto poi che erano

disperate le fortune della guerra, gli austriaci non pensarono manco per

ombra a traghettare il Mincio e ad inseguirci: e questo afferma eziandio

il La Marmora; nondimanco l'esercito intero fu addossato all'Oglio, e il

re pose tranquille le stanze a Torre Malamberti presso Pescarolo.

[12] _Guerra del 1866_, p. 139.

I giornali italiani tacquero quasi due giorni, e in questo frattempo i

devotissimi, avendo ripreso fiato, incominciarono a sussurrare che la

battaglia veramente perduta non si poteva dire, sì piuttosto non vinta;

con inezia e parola francesi la battezzarono _insuccesso_, e a torto,

imperciocchè perduta la facessero lo scopo mancato della medesima, che

fu mettersi in mezzo alle fortezze del quadrilatero, e il campo

abbandonato; più che tutto, i due telegrammi, non mai abbastanza

_deplorabili_. Se non che qui vennero fuori i devotissimi del La

Marmora, ed a posta loro andarono bisbigliando ch'egli li sconfessava, e

parve bruttissimo tiro, perchè, se non furono sua fattura, non si

rimanga a mormorarlo sottovoce; lo dica chiaro ed aperto; ma vorrà

disdire forse anco il suo rapporto dove significa: «non avendo avuto

buon successo il nostro tentativo di stabilirci tra il Mincio e l'Adige

per separare le fortezze le une dalle altre, la posizione da noi presa

lungo il Mincio diveniva senza scopo.»? Gli intendenti della milizia,

nei giudizi loro discreti, a queste insanie non possono reggersi tanto,

che non siano costretti ad esclamare: Da quando in qua il condottiero,

se non riesce al primo tratto nella sua impresa, l'abbandona? Costumò

così Napoleone a Marengo? Fino alle quattro pom. è fama lo avesse

respinto il vecchio Melas; a codesta ora sopraggiunse il Desaix, il

quale, interrogato, disse sè essere giunto tardo per impedire che una

battaglia si perdesse, sempre a tempo perchè un'altra se ne guadagnasse,

e così fece. Forse era cessato lo scopo di porgere la mano al Cialdini,

varcato che avesse il Po? Da quando in qua si mettono due fiumi in mezzo

tra voi e il nemico che non v'insegue? Il Rustow, per trovare un'aurora

boreale di senso comune in tutto questo garbuglio, immagina che

l'esercito si versasse in disordine maggiore di quello che si

supponesse, e certo tacquesi allora e non si dice neanche adesso, ma è

vero, come il maggiore Mainieri narrava a Curio, che non pochi soldati

fuggirono, gittate le armi, maledicendo gli stolti capitani: però in

breve ripresero animo, e desiderarono ritentare la prova sotto guida

migliore: moltissimi all'incontro durarono ordinati e pugnaci come

quelli del Pianell e gli altri del Bixio; le due divisioni Angioletti e

Longoni intatte, non avendo preso parte al combattimento: inoltre, o il

Cialdini sul Po che ci stava egli a fare?

Eppure comandava a ben quattordici divisioni, esercito più

numeroso di quello del Mincio. Intorno a Custoza furono i nostri

centoquarantaseimila, e di questi combatterono soltanto sessantaseimila.

Settecentoventi ne caddero morti, tremilacentododici si noverarono i

feriti; tra le nostre e quelle del nemico, le perdite si bilanciarono:

perchè dunque ci demmo per vinti? Al fatto di Marengo, di già riportato,

il Rustow aggiunge con legittimo orgoglio l'altro di Ligny, dove i

prussiani sbaragliati poterono in due giorni riordinarsi e battere

Napoleone con la famosa percossa di Waterloo.

_Non si volle vincere_, proruppe un giorno quel fiero uomo che è Nino

Bixio: però io non mi accosto alla terribile sentenza di lui, che è

naturale cosa desiderarsi la vittoria con maggiore anelito da quelli che

si sentono meno capaci ad acquistarla per virtù; ed ella ci viene sempre

feconda di utili resultati: di rado l'uomo renunzia alle sue comodità, e

più di rado alle lusinghe dell'amor proprio appagato; quando poi

l'agonia dell'utile e l'agonia della vanità s'intrecciano in uno

interesse solo, allora poi giudico impossibile che ci renunzi l'uomo:

questo parmi più vero, che tra la speranza generosa, ma piena del

pericolo di perdere, e la ghiottoneria di guadagnare con sicurezza,

prevalse nei nostri guidaioli la ghiottoneria; non si contò la vergogna.

Il capitano La Marmora rinfoderò il brando sul fianco sinistro, e

diventato Scriba cavò fuori dal destro il pennajolo: nelle sue mani

l'uno e l'altro del pari infelici: arduo è sgarrare col calamaio colà

dove fece fallo la spada: non ci fu altri che Lutero, al quale riuscì

vincere col calamaio: e vinse nientemeno che il diavolo in persona, ma

glielo scaraventò nella testa. Ora il La Marmora, professandosi

cattolico, non ha fede che nell'acqua benedetta. In verità di Dio, io

per me penso che quando la monarchia ci schiera davanti agli occhi i

suoi capitani, i suoi ammiragli, i suoi ministri, lo faccia pel medesimo

spirito onde i giocolieri ti mostrano, sopra l'avversa parete, le figure

grottesche della lanterna magica, per tenere allegra la brigata

divertendola dal senso dei mali presenti e dalle apprensioni del futuro.

*

— Oh! sia ringraziato Dio, che ci ha concesso la morte: adesso, se ci

condannassero a vivere, quale strazio sarebbe pari al dolor nostro?

Così lamentava Curio, e il buon maggiore percosso dalla desolazione del

giovane avrebbe volentieri rinnegato le sue parole: pure, voglioso di

rimediare come meglio poteva al mal fatto, soggiunse:

— Coraggio, Curio, sempre coraggio, che tutto quello che ciondola non

casca: ora fa' una cosa, va' fuori, e procura raccogliere qualche

notizia per te ed anche per me.

— Ho paura.

— Paura! E di che?

— Sì, paura da non potersi dire: io tremo tutto nel presagio di

sentirmene contare delle peggio: le forze italiane mi fanno l'effetto

dei birilli del biliardo, che si mettono ritti per essere buttati giù.

— Or via, Curio, pensa che il diavolo non è mai brutto come si dipinge:

va', torna, e fa' presto; rammenta ch'io sto sulle spine, e alla

disgrazia sono uso opporre cuore di rocca: la incertezza mi ammazza.

*

Curio andava per le vie di Brescia speculando onde trovare persona, la

quale dal sembiante gli promettesse accoglienza cortese, allorchè di un

tratto gli si presenta davanti un gruppo, che trasse a sè la sua intera

attenzione: un uomo aitante della persona, di barba e di capelli grigio,

con la camicia rossa dei garibaldini, si portava in collo un altro

soldato del pari garibaldino, di cui il capo gli penzolava sopra la

sinistra spalla: il vecchio tirava innanzi a stento, appoggiandosi con

la destra mano al muro, che non si attentava di abbandonare. La gente

passava senza badarlo, non per mancanza di cuore, figurarsi se questo

può mai avvenire a Brescia! ma perchè si sentiva da più dolenti cure

compresa, e le grandi angosce strozzano le piccole. Curio, nella

speranza di spillare dal soldato qualche novella che facesse al suo

caso, gli si accosta bel bello per profferirglisi, ma appena gli ebbe

sbirciato la faccia, che esclamò:

— Gua'! Filippo, sei tu? Come diavolo ti trovo qui?

E Filippo: — Curio, proprio mi ti manda Dio: dammi una mano per adagiare

su questo muricciolo il poverino che porto.

— Fatti in là, Filippo, che basto solo, e tu barelli: a sorte non

saresti ferito?

— No, grazie a Dio, ma le forze pur troppo mi mancano — e così dicendo

casca giù ginocchioni con le mani in avanti. Curio, aiutato da un

cittadino che di là passava, mise Filippo a sedere accanto all'altro;

poi prese una rincorsa piantando ambidue, e in meno che non si dice un

_credo_, mentre Filippo pur troppo sospettava essere abbandonato (la

sventura, quando si maritò col bisogno, per primogenito partorì il

sospetto) rideccoti comparirgli dinanzi Curio con un palmo di lingua

fuori, carico di berlingozzi, bocce di liquori e di due fiaschi di vino.

Però Curio, andando alla volta di Filippo, mirò da lontano una cosa, che

gli mise la pulce dentro l'orecchio, senza che ei potesse rendersene

ragione. Filippo si era tirato in grembo il soldato, e sciorinando su

lui il fazzoletto _olim_ bianco, gli rinfrescava il capo riarso, gli

cacciava le mosche, e di ora in ora lo andava dolcissimamente baciando.

Il bene è sempre bene, diceva Curio fra sè, ma i troppi _amen_ guastano

le messe. Filippo stese ansioso le mani a ciò che Curio gli porgeva, ma

non sì tosto lo ebbe guardato, esclamò:

— Ohimè! Curio, che è questo che tu hai portato? acqua, acqua... tu me

la vuoi far morire?

— Hai ragione, soggiunse Curio, e via da capo a precipizio; tornò in un

attimo coll'occorrente, ma anco per questa volta riuscì il sussidio

inefficace, però che il giovanetto vagellando sbattesse smanioso di qua

e di là la testa. Filippo mandava giù dalla fronte a quattro a quattro

le gocciole del sudore; in cotesto punto, non sapendo che fare di

meglio, diede di piglio alla boccia dell'acquavite, e sia lode al vero,

ne mandò giù un gran sorso.

— Ah! mi sentivo proprio morire, sospirò restituendo la boccia a Curio:

rinfrancato così, riprese:

— Curio, piglia il capo al ragazzo e tienglielo fermo con più grazia che

puoi: ecco, adesso m'ingegnerò aprirgli le labbra e versarvi un po' di

acqua.... sta' attento.... e fa' adagio.

Certo fu più quella che gli versò sul petto, che nella bocca; pure

cotesto refrigerio di acqua valse per fare aprire gli occhi all'infermo:

e Curio allora, secondo l'usato costume, precipitoso interrogava

Filippo.

— E adesso che almanacchi qui, con questo povero ragazzo?

— Vengo da Montesuello....

— Da Montesuello! Là dove è caduto morto il Garibaldi?

— Che morto! Accidenti a chi lo crede e a chi lo dice. Per Dio! non mi

stringere il collo... Curio, non mi strozzare!

Difatti Curio gli si era avventato al collo, scaricando sopra di lui un

turbine di baci.

— Neanche ferito? Assicurami che non è stato nemmeno ferito.

— Ferito sì, ma gli è un nonnulla... povero uomo! Ogni battaglia a cui

si trova gli lascia il ricordo sul corpo; però egli ha bene altro per il

capo che pensare alle sue ferite; ha bisogno di sentirsi sano, e sano è;

egli ha già ripreso a menare le mani contro i tedeschi.... a quest'ora

si batte.... a quest'ora vince.

— Come, tu credi che costà si combatta e tu stai qui?

— Il generale Garibaldi in persona, saltò su a gridare Filippo avvampato

nel viso... mi ordinò, mi pregò di condurre subito via questo fanciullo

ed acconciarlo in qualche casa perchè si curi....

— È ferito?

— No, travagliato fieramente dalla terzana a cagione delle intemperie e

della soverchia fatica; forse ci ha miscuglio di qualche altro malanno:

almeno il medico del reggimento ne dubita.

— E s'è così, che ci stiamo a gingillare? Su, portiamolo all'ospedale.

— Gli è appunto allo spedale che io non lo voglio portare.

— E perchè?

— Perchè negli spedali è forza vedere e udire cose, delle quali la

verecondia si offende.

— Filippo, che diavolo arzigogoli? Ai giorni nostri un giovanotto di

diciassette anni ha da scandalizzarsi di quanto possa vedere o udire

nello spedale, dopo esser passato per la trafila delle caserme e dei

campi?

— Un giovane forse no, ma una fanciulla di certo sì, e questa è una

fanciulla.

— E, tôcco di disgraziato, in mezzo di strada la baciavi?....

— Silenzio, Curio, ella è mia figlia.

— Oh! tua figlia! E da quando in qua? Io non seppi mai che tu avessi

moglie.

— E che bisogno ci era che tu lo sapessi? Quanto più preziosi i tesori,

più si tengono nascosti. Adesso, ella mi ha abbandonato per vita

migliore, almeno così mi giova sperare; però non le bastò il cuore di

lasciarmi solo, e innanzi di morire mi pose sopra le braccia questa

figliuola.

— Dimmi, Filippo, ed era bella cotesta tua moglie?

— Ella mi amava.

— Donde nasceva, dal popolo? dalla borghesia? Era gentilesca nei modi?

— Ella mi amava: l'amore ch'ella mi portava finchè visse, e che io

portava e porto a lei, non ci lasciarono attendere ad altro. In vita, io

la guardai traverso una contentezza che non era terrena, in morte

traverso un pianto, che pur troppo è terreno: per indole, per sembianza,

per affetto, questa mia creatura è tutta lei.

Curio mirò curiosamente la fanciulla e gli parve che non ci fossero

sfoggi; allo improvviso, come vergognando degli inani propositi, uscì

fuori dicendo:

— Dacchè sei qui, e qui rimanti fintantochè io torni, che spero avere

trovato il fatto tuo.

E via di corsa daccapo: questa volta il suo cammino era indirizzato al

palazzo della egregia donna, la baronessa Olfridi: anco adesso cercò

invano il portinaio; salite le scale a tre scalini per volta, si attacca

al cordone del campanello, e tira giù, che pareva il diluvio.

— Furia! Furia! si sentì gridare per di dentro, date tempo al tempo!

Discrezione, se ce n'è!

Si spalanca la porta.

— Oh, signora baronessa! E come diamine viene ella ad aprire in persona?

La mi scusi, se....

— Curio! Come ti sei fatto grande! E chi vuoi che ti venga ad aprire se

non io? Mi trovo in casa sola: Nisio, il cocchiere, e Bertino, il

cameriere, se ne sono andati col Garibaldi, menando seco i cavalli;

Gaspero, il portinaio, si attaccò alle falde loro ed anch'egli volò via.

Eleuteria, la mia figliuola, guarda a vista suo marito, e dei cinque

figliuoli si serve come di altrettanti uncini per trattenerlo, onde non

pigli insieme con gli altri il cammino verso il Garibaldi: delle mie

quattro donne non posso far capitale; sono a curare gli infermi ed i

feriti per le case, alla stazione, per gli ospizi; appena ne ho il

comodo, una scappata ce la do ancor io; ed ecco perchè ti vengo ad

aprire l'uscio.

— Meglio così!

— Come? No davvero, che non è meglio così: non è meglio per la ragione

che alla vista di quei bravi figliuoli, così malconci dalla rabbia dei

nostri nemici, mi piglia una passione al cuore, che non ti so dire; non

è meglio per me, perchè la vecchiaia è trista e la solitudine mi

uggisce; io sento bisogno, più che del pane quotidiano, vedermi ogni dì

attorno i miei nipotini.... io sono di levata, Curio mio; nella mia

famiglia vivo, e finchè duro me la voglio godere... hai capito?

— Sì, signora; ella parla unicamente, ma io non lo diceva per questo,

avendo il pensiero rivolto a Filippo: lo conosce, signora, Filippo?

— E chi è questo signore? Lo sento per la prima volta nominare adesso.

— Ebbene, vostra signoria sappia ch'egli è un sergente....

— E che me ne importa?

— Ma lasci dire; un sergente, bravo a prova di bomba; nella guardia

nazionale di Milano egli tenne uffizio di sergente istruttore, e di

giunta era maestro d'arme, onde egli ha potuto per questa via insegnare

a tutti i giovanotti di Milano, me inclusivo, il maneggio della

carabina, della spada e della sciabola. Filippo, oltre l'ufficio di

sergente maggiore e di maestro d'arme, teneva eziandio una moglie, che

egli amava, e però non faceva vedere a nessuno: il sergente racconta che

la donna a fare da lampana sotto il moggio ci aveva piacere.

— Male; un tiranno, secondo il solito.

— No, signora, il prelodato sergente afferma sopra la sua coscienza, e

badi ch'egli è galantuomo, questa essere stata la volontà espressa della

moglie, la quale si sentiva contenta dello amore del marito, come il

marito arcicontento dello amore della moglie.

— Allora muta specie e dirò: benissimo.

— La buona donna, sul più bello, essendosi infermata, venne a morte.

— Tribolazioni quotidiane di questo nostro pellegrinaggio sopra la

terra.

— Prima però di chiudere gli occhi, ella gli pose una bambina sopra le

braccia dicendogli: Ecco, ti lascio questa in ricordo di me! La bimba

crebbe e adesso annovera sedici anni. Ora ha da sapere come Filippo alla

chiamata del Garibaldi ha fatto a modo del suo cocchiere, del suo

cameriere e del suo portinaio.... come vorrebbe fare il suo signor

genero, e come avrebbero fatto tutti i suoi figli, se il cielo gliene

avesse concesso.

— Certamente.... che dubbio?

— Veruno. Il pover'uomo, con cotesta figliuola sulle braccia, non sapeva

a qual santo votarsi, un piede aveva fuori dell'uscio e l'altro dentro

per amore della ragazza, cui non gli bastava l'animo abbandonare, e la

figliuola a sua posta non intendeva separarsi dal padre. Allora, senta

che cosa mi stilla Filippo. Nella divina asinità del suo cuore...

avverta, signora baronessa, questo concetto è di mia particolare

invenzione, e come mi esce dalla mente, io, caldo caldo, lo servo a

lei... dunque Filippo, nella divina asinità del suo cuore, trasforma la

figliuola in giovanetto, la veste da garibaldino, e, senza punto badare

alla tenera età, nè alla delicata complessione, la conduce seco a durare

fatiche alle quali anco i più robusti vengono meno, e a cimentarsi in

pericoli che mettono i brividi addosso ai meglio animosi. La giovanetta

ha preso la febbre, e il padre teme di peggio. Il Garibaldi ha comandato

al padre la meni subito qua, e stia a custodirla finchè non risani;

Filippo non la intende così; allo spedale non ce la vuole mettere, e

dalla guerra non si vuole allontanare: io l'ho incontrato testè più

morto che vivo, colla sua figliuola in collo, vagare per la città in

traccia di un asilo fidato dove deporre cotesta parte dell'anima sua, ed

una volta sicuro che le useranno carità di patriotti e di cristiani, se

ne torna al fianco del generale. Sentito appena il suo bisogno, io ho

pensato subito a lei, e ho detto a lui, cioè a Filippo: — Tu sei nato

vestito; non moverti di lì, che ho il fatto tuo: per la qual cosa udendo

adesso come la signoria vostra abbia tutta la sua gente fuori di casa,

ho pensato: tanto meglio così, la signora non si troverà in imbarazzo a

dare un po' di ricovero alla poverina.

— Curio, voi dovevate sapere che quando non avessi avuto libere altre

camere, ci sarebbe stata la mia. Orsù, andate per la ragazza; e intanto

io allestirò alla meglio quello che fa bisogno.

Curio si rovescia, proprio così, verso la baronessa, le bacia e le

ribacia le mani, poi senz'altre parole scappa via: giunto colà dove lo

aspettava Filippo:

— Su, sorgi _et ambula_, e non aggiungo: _tolle grabatum tuum_, perchè

ti toccherebbe a schiantare il muricciolo...

— E dove andiamo?

— Andiamo da mia madre, vale a dire da una santissima donna, che come

madre reverisco ed amo, dalla baronessa Olfridi.

— Dio te ne renda merito; ma ora a trasportare questa figliuola come si

fa?

— Ecco come si fa: con la tua destra agguantati il braccio sinistro, con

la mano sinistra stringimi il braccio destro; così, bravo; ecco fatta la

seggiola; qui sopra adageremo la ragazza; ora bisognerebbe che anch'essa

si aiutasse passandoci le braccia al collo ed agguantandocisi bene per

non cadere all'indietro; a questo modo la porteremo pari come una sposa.

E come disse fecero; se non che la fanciulla non potè, siccome avevano

sperato, aiutarsi, ond'ella ad ogni momento per difetto di spalliera

minacciava cadere riversa: sudavano entrambi dalla fatica, e più per la

pena; allora Curio soffiando osservò:

— Non ci è rimedio; qui ci vuole proprio una seggiola. E sbirciato

d'intorno, mira un carbonaio seduto sopra lo sporto della sua bottega:

il carbonaio e la sedia parevano ricavati dal medesimo pezzo di ebano,

tanto essi erano neri. Curio gli si accosta e gli dice: Alzati.

— E se non mi volessi alzare?

— Che m'importa che tu non voglia; basta che tu ti alzi e mi dia la

seggiola.

— È matto.

— Senti, carbonaio, io non sono matto; ho bisogno della tua seggiola per

trasportare quel povero garibaldino infermo, che miri là; lo portavamo a

braccia, ma non si potendo attaccare a noi, ogni momento stava in

procinto di cascare per di dietro; molto più che anche suo padre si

regge a mala pena in piedi.

— Come così è, vengo io, rispose il carbonaio, saltando su e tirandosi

dietro la seggiola, dove tosto riassettata la ragazza continuarono la

via.

Filippo aveva contrastato per non cedere ad altri il trasporto della

figliuola, ma poi ci si adattò dietro la osservazione di Curio, che

reggendo lievemente il capo della figliuola per la nuca, le avrebbe

impedito di ciondolarlo sul petto da una parte all'altra.

Il carbonaio, nello ardore della sua benevolenza, non aveva posto mente

alla polvere di carbone onde egli e la sua seggiola andavano imbrattati,

e molto meno ce l'avevano posta gli altri; sicchè Curio, essendosi

asciugato più volte con le mani il sudore, ed avendo anco reso più volte

lo stesso servizio alla inferma che grondava, in breve venne a fare di

sè e di lei un tutto uguale al carbonaio: però giunti che furono al

palazzo Olfridi, la baronessa, che li aspettava a gloria in capo di

scala, al vederli non sapeva più in che mondo si fosse; erano tre cafri

in un gomitolo: già stava per dare di volta, chiudere l'uscio e tirare i

chiavistelli, quando valse a trattenerla la voce di Curio, il quale si

mise a gridare:

— O che scappa, baronessa?

— Aspetto bianchi, e voi mi venite neri.

Nonostante le apprensioni di cui i nostri personaggi andavano compresi,

di tanto non poterono trattenersi che non prorompessero tutti in uno

scoppio di risa; fino la fanciulla, poco prima risentita, rise. Il

carbonaio, che si sentiva in colpa di cotesto caso, si confondeva in

scuse al mal fatto, chiamandosi pronto a sopperire alle spese di ranno e

di sapone; onde le risa crescevano vie più: impertanto appena gli parve

poterlo fare, se la svignò lasciando la seggiola, la quale indi a un'ora

gli fu riportata da parte della baronessa, con cinque lire di mancia,

cui egli da principio rifiutò ferocemente, ma la moglie a poco a poco lo

ammollì, e all'ultimo con una stretta lo vinse, dicendo: «Pigliale,

serviranno a rinnovare la provvisione di polvere e palle, caso mai quei

cani avessero a tornare.» La guerra essendo durata poco, e così remosso

ogni pericolo d'invasione, il carbonaio e la carbonaia, messo in

consulta il da farsi delle cinque lire, deliberarono all'unanimità di

comprare tanto vino e beverlo alla salute del generale Garibaldi.

La baronessa, poichè le fu recata in camera la fanciulla, voltasi agli

astanti piacevolmente lor favellò:

— Ed ora voi altri ve ne potete andare. Curio, tu conosci la casa, al

camino la pentola bolle, in dispensa troverai il bisogno: apparecchiate

da voi, e mangiate. Tu, Curio, a quanto sembra, hai maggiore necessità

di lavarti che di mangiare, il signor Filippo forse più di mangiare che

di lavarsi, ma di ambedue le cose l'uno e l'altro di voi ha certamente

bisogno.

— Grazie, signora mia, grazie, ma veda, se non le fosse d'incomodo, le

darei aiuto a spogliare ed a lavare la ragazza.

— Signor no, la decenza lo vieta.

— O se l'ho fatto tante volte?

— E che rileva cotesto? Quando costringe la necessità, allora va bene

che il padre riunisca alle sue anco le prerogative della madre, a patto

però che tornino a separarsi subito dopo che la madre, od altra donna la

quale ne tenga le veci, soppraggiunga a ripigliarle; e ora ci sono io a

fare da madre.

Filippo chinò il capo, e sospirando soggiunse:

— E quando potrò tornare?

— A suo tempo sarà avvisato: per ora, reverisco; e presolo per mano lo

scortava fino al limitare della porta; voltandosi poi vide come Curio

non si fosse mosso: E lei che fa?

— Aspettava la intimazione di sfratto. Ecco la intimazione, disse

sorridendo la baronessa; e, messagli la mano sopra una spalla, lo cacciò

fuori chiudendogli l'uscio in faccia.

Filippo e Curio lavaronsi e si misero a mensa; se non che Filippo quasi

ad ogni boccone si levava, e con le nocche battuto alla porta della

camera della baronessa, chiedeva con la voce del mendicante:

— Si può entrare?

— No, signore.

Ed egli tutto umile rifaceva i passi: all'ultimo la baronessa un po'

spazientita lo ammonì:

— Senta, non stia a disturbarsi più oltre: sarà chiamato.

La egregia donna, spogliata la giovane, adoperò verso quella le più

delicate mondizie di cui meritamente sono vaghe le gentildonne, e mentre

l'allindiva, secondochè la femminile curiosità la persuadeva, di tratto

in tratto la guardava e viepiù sempre stupiva.

— O Dio! O Dio! ella non rifiniva di esclamare, come sei bella; che

volto! che capo! E come ti chiami, carina mia?

E la fanciulla, fattasi in faccia color di rosa imbalconata, rispondeva:

— Mi chiamo Eufrosina.

— Il nome di una Grazia, e ti sta bene.

Le sciolse i capelli folti e nerissimi, glieli forbì, glieli profumò con

olio lievemente odoroso di ireos, e infine glieli compose a benda lungo

le tempie; non si saziando contemplarla e baciarla. La contentezza della

buona signora superava di mille doppi quella del restauratore di quadri,

al quale fu data a ripulire la rozza tavola dove Leonardo da Vinci aveva

dipinto l'_Angiolo_: narrasi come l'artefice mano a mano che lavando la

lordura scopriva cotesto miracolo dell'arte, si sentisse conquidere

dentro, finchè avendolo disvelato tutto, tanta dolcezza lo vinse, che si

lasciò cadere in ginocchioni per adorarlo. Suprema forza della natura,

bellezza.

In effetto, la baronessa infervorata dall'entusiasmo, andava ripetendo:

— Ma tu sei creatura modellata da Dio, con le sue sante mani: Eufrosina,

vedi, la mia figliuola Eleuteria, che pure è in fama di bella, in faccia

a te parrebbe un moccolo in paragone del sole.

E non cessava stazzonarla: la vestì di finissima camicia di tela

batista, e in capo le pose la più preziosa delle sue cuffiette; la

ricreò con un cordiale, tornò a guardarla, tornò a baciarla, e poi,

lieta così che non capiva nella pelle, spalanca la porta e grida:

— Sor Filippo... o sor Filippo, adesso, se vuole, può venire.

E quegli non aspettò si rinnovasse l'invito. Curio, che gli veniva

dietro, a posta sua domandò peritoso:

— E a me non sarebbe permesso?

— O chi ti para?

Vieni amore a veder la gloria nostra,

Beltà sopra natura altera e nuova.

Il padre, comecchè uso a contemplare quel caro sembiante, rimase

estatico a vederla così trasformata, e come i devoti costumano recitare

le orazioni, egli sussurrava sommesso:

— Che maraviglia! quanto bella! quanto buona!

E la baronessa osservava a Curio:

— Ma lo credo io, che il sor Filippo repugnava a metterla allo spedale;

coteste creature si custodiscono, Dio mi perdoni, nel ciborio; Curio, ma

guarda quegli occhi, fammi il piacere di guardarmeli bene, e dimmi poi

se non ti paiono fatti di filo di rasoi; perchè gli occhi tagliano, e di

che tinta!

Non ci era mestieri tanta fiamma per accendere il cuore di Curio, ma ciò

che lo fece andare in visibilio, fu quando la fanciulla in sembianza

umile lo pregò:

— Signor Curio, vorrebbe accostarsi più presso a me...

Non se lo fece dire due volte, ed ella, presolo per la mano, gliela

strinse con immenso affetto dicendo:

— Anche lei il Signore Dio rimeriti della sua carità.

Curio non ebbe balìa di aprire bocca; un formicolio dalla mano stretta

gli corse su pel braccio, e dal braccio gli salì negli occhi, che in un

attimo rimasero assorti in un mare di fuoco: essendosi poi provato ad

articolare parola, dalla gola stretta non valse a cavarne altro che un

singulto; e il poveretto, il quale non sapeva ancora che fosse amore,

credè che gli ci fosse rimasto un ossetto della braciola mangiata

poc'anzi.

Dopo alcuna dimora, la baronessa riprese:

— Ho mandato pel medico, ma, signor Filippo, stia allegro, che non sarà

nulla; alla peggio una terzana, e voi lo sapete il proverbio che dice:

«i vecchi ammazza e i giovani risana.» Se non fossi per passare da

presuntuosa, io piglierei a guarirla da me; giuoco che tra otto giorni o

dieci ella vi torna in fiore, più che non sia mai stata. Adesso poi

bisogna che riposi: vedete come la si sforza a tenere gli occhi aperti;

andate a dormire, a passeggiare: a rivederci a pranzo.

Filippo si china, e, preso un lembo della vesta alla baronessa, glielo

bacia dicendo:

— Signora, voi siete una santa...

E Curio, con quel suo fare avventato, lo interrompe, esclamando:

— Non ci è bisogno di stupirne; qui in Brescia tutte le donne sono

così...

— Non tutte, adulatore, non tutte, riprese la baronessa sorridendo, però

non nego, la massima parte.

*

— E adesso che facciamo?

— A parer mio, il meglio sarà andarcene a dormire, rispose Curio; se non

che subito dandosi un picchio al capo esclamò:

— Ignorante che sono! E il povero maggiore mi era già uscito di mente!

Addio, Filippo, addio; va' a dormire, che a me tocca andare fino allo

spedale a rivedere il maggiore; un bravo uomo, sai? Credendo egli

perduta la guerra, si era dato alla disperazione; io gli ho promesso

portargli notizie fresche, e poichè son liete, giudico crudeltà

ritardargliele; dunque a rivederci.

— Aspetta, Curio, che vo' venire anch'io.

— O la fatica? O il sonno?

— Vedere un patriotta di cuore, e parlare con lui di battaglie, mi fa

più pro che dormire.

Andarono; però, nonostante i bei propositi di Filippo, egli sentendosi

debole di forze, si appoggiò al braccio di Curio, e per un buon tratto

di cammino procederono a maraviglia; di repente Curio si svincolava da

Filippo con tanto buon garbo, che per poco non lo mandò riverso per la

terra; la cagione ne fu lo aver visto Curio una corba di limoni, i quali

pensando potessero essere accetti al maggiore, corse a comprarli alla

sua maniera, cioè a pigliarli per pagarli poi quello che chiedevano. Di

nuovo si rimettono in via, e Filippo di nuovo si regge al braccio di

Curio, finchè a questo non gli frulla pel capo la fantasia che forse il

maggiore mancava di zucchero, e allora i limoni soli a che buoni, se non

che alleghire i denti? Di qui un secondo sbalzo e un altro squasso, che

per questa volta avrebbe di certo stramazzato Filippo, se non dava in

pieno nella pancia ad una massaia, che pareva un pagliaio.

— Buona grazia vinse il palio! gridò la donna stizzita, rendendogli la

spinta col cambio, onde Filippo potè, quantunque traballando, reggersi

in piedi e dirle _grazie_ di cuore. Per la quale cosa la massaia

reputandosi uccellata, piena di rovello si allontanò brontolando un

carro di villanie. Curio intanto, lieto del fatto suo, profferiva il

braccio a Filippo, ma questi respingendolo disse:

— Va' al diavolo, ch'io torrei mettermi in una tasca la tramontana e in

un'altra il grecale, piuttostochè venire a braccetto con te.

*

Accostaronsi al letto del maggiore, dov'egli se ne stava appisolato,

senonchè, udito appena il rumore dei passi che gli si avvicinavano,

aperse gli occhi sospirando:

— Quanto ti sei fatto aspettare!

— Maggiore, non una ma venti scuse potrei addurvi una migliore

dell'altra: ma a che pro? Ecco: io vi ho condotto un'anima di leccio,

che viene adesso dal quartiere del generale Garibaldi.

— Viene! E perchè torna?

— Non istate a farvi il sangue verde, maggiore, questo vi basti, che

stoppa ce ne avanza, nè Garibaldi si rimane da torcerla.

— Sì? Su presto, racconta.

— Il sergente Filippo ve lo racconterà per filo e per segno.

— Se permette, signor maggiore, disse Filippo, salutando coll'alzare

della mano verso il berretto, le domanderò innanzi tratto se sappia dove

diavolo ci abbiano cacciato?

— Dillo a me, che lo conosco a mena dito! Gioghi, che per vederne la

cima bisogna metterci addirittura a pancia all'aria; rupi a strappi

appuntate come le guglie del duomo di Milano: nevi da un anno all'altro,

ghiacciaie eterne, e a giorni per ore e ore un fiato di bocca di forno:

calli poi dove la camozza, dopo averci steso il piede, lo tiene in alto

quasi per deliberare se debba o no avventurarcisi, e all'ultimo non ne

fa niente; fiumi, che menano a rotta di collo macigni come fossero rena,

sempre a guadarli pericolosi, sovente impossibili; dai fianchi del

monte, di sul capo da mille ripari naturali, o condotti ad arte, ti

fioccano palle senza sapere chi ringraziarne: sembra che i demoni del

luogo, impietriti in coteste rocce, sparino a man salva: in mezzo al

terribile laberinto, ai tempi di Andrea Hofer, si dice che ci restassero

morti non meno di quarantamila uomini fra bavari e franchi.

— Proprio così, ed anco adesso, dopo cinquantasette anni, tu miri

biancheggiare di ossa certa valle, che ha nome il _burrone dei morti_:

però al presente è troppo peggio del 1809 e del 1848, perchè da

quest'ultimo anno gli austriaci, in capo ad ogni svolta dei monti, hanno

fabbricato un fortino armato di tutto punto. Cotesti fortilizi, posti là

a sbarrare la strada, paiono mastini che ti mostrino i denti... da un

punto all'altro ti sembra che abbiano a pigliare la rincorsa per

saltarti alla gola. Glielo avevano avvisato a quel coso del La Marmora:

«Generale, badi al Caffaro, al Tonale e allo Stelvio, che da coteste

parti gli austriaci sbucarono sempre.»

Ma ei non la volle capire.

Il Clementi, che è un macellaio di Bormio, mio amico, sulla fine di

maggio si raccomandava, con le braccia in croce, mandassero gente a

guardare i passi; facile impresa presidiando il _Giogo_, il _Casino dei

rottieri_, le cantoniere, la chiesa e la casa del cappellano; più tardi

impossibile; non gli si diede ascolto; precipitando gli eventi, il

Clementi implora: forniteci armi e munizioni che ci difenderemo da noi:

se il governo frigge con l'acqua e non le vuol dare a ufo, ce le metta a

debito, e, se non si fida, da una mano gli schioppi, dall'altra i

quattrini: e' fu predicare ai porri: il dì veniente i tedeschi dallo

Stelvio e dal Tonale irruppero sopra le terre lombarde. Così, un

macellaio alla prova si mostrò più esperto di strategia del capitano La

Marmora. Adesso il Generale ha spedito in fretta e in furia da quelle

parti i colonnelli Guicciardi e Cadolini, e staremo a vedere ciò che

sapranno fare.

— Ma sicuro che bisognava tenere l'occhio sul Tirolo, perchè ecco qua

come i tedeschi possono scendere da codesto lato in Lombardia, e

minacciarci di fianco e alle spalle, intanto che noi c'inoltriamo nel

Veneto; così noi potremmo, a volta nostra, speculandoli in coteste

posizioni, assalirli a tergo ed occupare il Tirolo.

In questa opinione mi conferma l'ottimo sistema immaginato dagli

ingegneri tedeschi, i quali, avendo fatto il castello di Toblino chiave

della vôlta, partirono in due le linee della difesa, di cui la prima

piglia da mezzogiorno scendendo dalla valle inferiore della Sacca verso

la estremità settentrionale del lago di Garda; l'altra dopo avere

rimontato la medesima valle per le Giudicarie conduce al lago d'Idro;

anco da Toblino a Trento, il terreno è munito di forti arnesi di guerra,

che si collegano col quadrilatero e con le altre difese. E a uomini come

state, sergente?

— Io non saprei; chi ne dice una e chi ne conta un'altra. Ella sa quanto

me, come l'arrolamento dei volontari prima fosse aperto, poi chiuso,

all'ultimo riaperto: senza aggravarmi la coscienza, mi è concesso

sospettare che il governo barcamenasse nella speranza di non chiamarli

mai, o, chiamati, rimandarli subito: basta, io credo che da principio, a

farla grassa, saremo giunti a quindicimila; adesso ogni giorno ne

arriva[13]; ma, o signore, che gente! Chi in giacchetta, chi in falda,

taluni persino in manica di camicia; chi con le scarpe, chi scalzo;

quale usa il cappello alto, quale basso; la più parte in berretta, e

queste di tante fogge, stoffa e colori da destare le convulsioni al

capitano La Marmora; giovani imberbi, barbe bianche, maestri con gli

scolari, capi di bottega co' garzoni; e donne in copia travestite da

uomo, o no: breve, immensa e pittoresca disformità, la quale, se mette

tanto di cuore nel patriotta, lo fa diventare vizzo al soldato che sa

chi abbiamo a combattere, ed in quali luoghi.[14]

[13] Il Rustow afferma fossero 6000 i garibaldini al rompere

della guerra; a mezzo luglio confessa che gli mandarono

rinforzo, e allora egli ebbe 10 reggimenti di linea, 2

battaglioni di bersaglieri, ovvero 5 brigate, 1 squadrone di

guide a cavallo; alcune batterie di artiglieria gli somministrò

l'esercito regolare. In tutto 72,000. Altri dice che furono

40,000.

[14] UMILTÀ. _I volontari del 1866_, T. 1.

— Ma intanto che viaggiano, il governo penserà a vestirli e ad armarli a

dovere.

— E che dice ella mai, signor maggiore? È proprio una pietà. Le camicie

rosse non bastano, e la stoffa n'è rada così, che sembra straccio

servito a passare pomidoro; se vuole sincerarsene; consideri la mia,

ch'è delle meglio; la si stinge subito pigliando mille colori, veruno

dei quali si trova nell'arcobaleno: aggiungono una coperta leggera tanto

da disgradarne le frittate fiorentine: solo a vederle viene il freddo

addosso. Le munizioni tali, che se toccasse al nemico provvedercele, in

verità di Dio, ce le manderebbe migliori; il vino, una maniera di

minestra mora composta di acido tartarico, miele e campeggio: per me

giuro che lo attingono a brocche a qualche pozzo infernale; di qui

coliche, dissenterie, un rotolarsi bestemmiando per la terra e morire:

fuori del campo gli avvelenatori si condannano in galera; in campo si

pagano, anzi si fanno cavalieri. E bada, che le più volte muoiono di

fame: ho visto io, con questi occhi veggenti, volontari, ai quali toccò

nel corso di 28 ore mezza galletta ammuffita per uno, sicchè sovente

fummo costretti a frugare sotto terra come bestie per trovare radica o

patata, e con queste attutire la fame canina!!![15]

[15] _Memorie dell'Anonimo_; UMILTÀ loc. cit.

— Eh! caro mio, se Messene piange, Sparta non ride: in questa parte anco

l'esercito stanziale ne ha da contare delle belle: le armi sono buone?

— Qui poi esco dai gangheri; contro le carabine tirolesi, che ti

spaccano il cranio con la palla alla distanza di 1800 metri, ci hanno

mandato catenacci che non piglian fuoco dentro una fornace; sicchè,

senza difesa, noi per un miglio e più siamo esposti alla morte[16]; di

ciò porgono testimonianza molte rocce di coteste alpi, ahimè! vermiglie

di sangue italiano, e invendicato. Di promesse un sacco ma, le carabine

di precisione le hanno di là da venire. Quanto a istruzione, gliene dirò

una e basta: stavamo in procinto di azzuffarci, gli uffiziali avevano

comandato di caricare le armi, quando io mi accorsi, dall'imbarazzo

dimostrato da alcuni volontari, com'essi _non sapessero da che parte

cacciare la cartuccia dentro lo schioppo_; e se io non glielo insegnava,

mettevano _prima la palla e poi la polvere_.[17]

[16] _Memorie dell'Anonimo_ e tutti gli Autori.

[17] Rustow. Cadolini, _Memorie dello Anonimo_, ecc.

— O gli uffiziali che ci stanno a fare?

— Signor maggiore, rispose il sergente, rinnuovando il saluto militare

della mano levata verso la berretta, voglia dispensarmi: ella m'insegna

che i superiori hanno sempre ragione, e se torto, ragione al doppio: al

soldato non è concesso neanco lodare, la si figuri se riprendere!

— Eh! via, smetti di fare il gesuita, come se non sapessi che voialtri

siete più mormoratori e brontoloni degli ebrei menati da Mosè nel

deserto: al solo guardarti in faccia conosco che ti struggi di voglia

per dirne male. Su via, sbotta, o che hai paura ch'io ti faccia la spia?

— Allora per santa obbedienza le dirò, che, eccetto pochi, i quali

meriterebbero davvero gli si accendessero i moccoli ai piedi, gli altri

mi paiono, anzi sono, una mano d'intriganti, queruli e ciarlieri: l'uno

astia l'altro: periti di milizia quanto io di turco: ignoranti dei

luoghi, procedono a vanvera avanti e da parte: nelle aule politiche,

granatieri; in campo, predicatori: generali di pentecoste, vo' dire per

virtù dello Spirito Santo, come gli apostoli. A vederli a cavallo tutti

lustranti d'oro, gli è proprio un desio.....

— E ti peritavi a dire? Dio ci scampi, se ne avevi voglia!

— Ormai che ci sono mi vo' sfogare: la si figuri: ci è tale, che per

comparire mirabile con divisa indorata accattò a usura lire 500, per

renderne in capo ad un mese mille; il che fa il ninnolo del 1400 per

cento. Corse fama in quel tempo che la regia università degli usurai

volesse collettarsi, per edificare una cappella e consacrarci la sua

immagine, perchè nel calendario della sgozzatura costui può tenere le

parti di pontefice massimo, e lo avrebbero fatto; ma trovandosi gli

ebrei nel collegio in maggioranza, imbiancarono il partito col pretesto

che la religione mosaica vieta il culto delle immagini. Però è giusto

dire che a repentaglio ci stanno, e questo me li fa sopportare,

altrimenti li avrei in uggia più della quaresima: vero è però che una

volta parve supremo vanto fra noi menare le mani, e fu quando quei

curiosi dei francesi sentenziarono che gl'italiani non si battono, ma

oggi ch'essi hanno mostrato che si battono anche troppo, i giovani

dovrebbero imparare, e se non lo imparano da per loro glielo insegneremo

noi altri vecchi, _come la minima delle virtù militari sia fare il

proprio dovere in campo_. Rispetto ai soldati gregari, o bassa forza,

come la abbia a chiamare, colpa prima del governo, che niente lasciò

intentato per iscreditarli, poi delle Commissioni, che, ravvisando negli

arrolamenti un cauterio onde purgare la città, ci travasarono il meglio

delle galere e dei penitenziari; per ultimo valga il vero, del

Generale...

— Chi Generale?

— Quando si dice generale, o di chi altri può intendersi se non del

Garibaldi?...

— E ti attenti accusarlo?

— E perchè no? I credenti stimano solo Dio perfetto, i miscredenti

nemmanco lui. Garibaldi poi vuol essere benvoluto non già adorato;

difatti se gli si presenta un facinoroso in sembianza compunta e gli

dichiara sentirsi infastidito della infame vita tratta fin lì e volersi

fare ammazzare per la patria, il Garibaldi gli metterà una mano sulla

spalla e con voce soavissima gli dirà: «Sì, caro, fatti ammazzare alla

prima occasione, e procura con la bella morte espiare la tua scellerata

vita; così adoperando ci è caso che tu ritorni in grazia di Dio e della

patria!» Io ho veduto per esperienza simili tratti riuscire, allorchè ci

troviamo in procinto di battaglia, perchè la passione che mosse il

facinoroso si mantiene rovente, anzi cresce fra lo strepito delle armi e

il furore dei cannoni, onde, prima ch'egli si sboglientisca, casca

morto: nel parapiglia i buoni soldati non si accorgono chi sia loro

caduto allato: morì per la patria, e qual sarà il tristo che gli laverà

la faccia intrisa di sangue per ravvisare un furfante? Ma incastrarli

permanentemente nello esercito, gli è un'altra faccenda; scaccia la mala

natura, e ti ritorna più impronta che la mosca sul naso; le costoro

riotte e rapine e male parole e peggiori fatti ti manderanno a soqquadro

ogni cosa: più volte vedemmo venire i gendarmi fra noi e levarne una

funata, e con quanta umiliazione dei buoni e discredito del corpo, ella,

signor maggiore, immagini. Quanto all'artiglieria, a levarla su in

cielo, in coscienza, non sarebbe metterla in alto quanto si merita...

— E' ci è di già, Filippo, e' ci è, e te ne dovresti essere accorto!

Ormai la costellazione del cannone governa il mondo...

— Insomma, Curio, più buona gente dei nostri artiglieri io non ho mai

visto al mondo. Il maggiore Dogliotti, solo, vale un Perù.

— Allora non può essere a meno che alla fine della campagna non lo

eleggano capitano...

— Che diavolo spropositi? Volevi dire colonnello...

— No, Filippo, non erro; poichè quanto vi ha di codardo, d'ignorante e

di birbone, è spinto innanzi; non resta per mercede ai buoni che

mandarli indietro....

— Lasciamo i morsi ai cani, interruppe il maggiore. Ditemi, sergente,

dalle mosse del Generale si argomenta dov'egli intenda venire?

— Non si argomenta, signor maggiore, si legge espresso, perchè nelle

giravolte di coteste giogaie non ci è da sciegliere; egli può bene

tenere segreto il modo di penetrarci, ma, quanto alla strada, essa fu

tracciata dalla natura: certo più facile sarebbe stato per le valli del

Non e del Sol investire Trento, ma il capitano La Marmora non volle che

il Garibaldi sforzasse i passi dello Stelvio e del Tonale; però non

avanza altro che il Caffaro.

Ora non ci è mulattiere, il quale non sappia che tenendo questo sentiero

si arriva al lago d'Idro, donde per le Giudicarie bisogna andare al

ponte del Chiese: di qui si sale sul Bondo, fra Agrone e Tione, per

discendere alla valle del Sacca; da questa poi, per Vezzano e Stenico, a

Trento. Come già le ho detto, furono spedite due colonne al Tonale ed

allo Stelvio per tenere in rispetto i tedeschi, onde non irrompano

un'altra volta. Tuttavia, ecco, maggiore, glielo confesso col cuore in

mano, belle cose noi non facciamo: la si figuri un gruppo di nodi che ci

bisogni sciogliere uno per volta. I tirolesi con la palla delle loro

carabine spaccano una palanca a mille e più metri di distanza, e gli

austriaci, serve assai, al fuoco ci stanno al pari di ogni altro soldato

del mondo.

— È vero; ne buscano in buona fede: ma i montanari, come ci si mostrano?

Furono un dì amici.

— Dia retta a me, maggiore: che la gente culta un giorno ci si

professasse amica, può darsi, ma ora, ecco, non mi pare. La bandiera

italiana, col vescicante savoiardo in mezzo (come cotesti sboccati

sbottonano senza ombra di reverenza) non attecchisce; la età appaltona

non comprende la grande anima del Garibaldi, il quale quanto più

bistrattato più si ostina, amatore malgradito ed importuno, ad

affaticarsi per la monarchia; di fatto ciò non può procedere che da

somma abiezione o da somma generosità, e voi sapete che ai tempi nostri

gli eroi sarebbero centauri. I montanari poi io giudico addirittura

contrari, e ciò perchè, quando l'anima umana piglia la ruggine della

servitù, ci vuole il diavolo a ripulirla, e dobbiamo anche ringraziare i

preti, i quali vanno predicando noi essere nemici mortali della

religione, ed amici parimente mortali delle galline..... e delle

donne...

— E se non sarà lì, sarà all'uscio accanto; ma veniamo al grano,

sergente, fin qui ne avete date, o ne avete buscate?

— Date, per Dio, date, e ne daremo sempre; ma adagio a gonfiare i

palloni: per me, dopo la taccia di vile, quella che più rincresce è di

millantatore: la vanteria è il sole della Francia, lasciamo che a

cotesta fascina si scaldino i francesi. Ascolti: dopo essersi fatto

aspettare un pezzo, il raggio della luce dall'alto dei colli si versò

giù per le valli, e la faccia del Garibaldi splendeva come quella del

sole. _Inoltriamo i nostri passi sulla terra italiana_, egli disse, e

senz'altre parole spinse una colonna comandata dal maggiore Castellini

al ponte del Caffaro, allora confine fra la Lombardia ed il Tirolo:

bello di speranza e di generosità, egli bandiva ai volontari la virtù

dello esercito, la prodezza del re; la vittoria già conquistata nelle

contrade venete; la necessità di correre traverso le armi austriache,

per giungere in tempo a stringere la mano dei fratelli sopra i campi

gloriosi di battaglia[18], _e precisamente in quel punto_ l'austriaco

ricacciava, voi lo sapete, il nostro esercito di qua dal Mincio, e il

re, prudentissimo guerriero, si serbava a migliori fortune affidato alle

groppe del suo cavallo.

[18] «Il prode esercito ha corrisposto degnamente alla fiducia

del re... esso sta cacciando davanti a sè il nostro secolare

nemico, e sul suolo rigenerato della Venezia già si stringono le

destre, il glorioso milite della libertà ed il liberato

fratello.» _Ordine del giorno del generale Garibaldi (24 giugno

1866)._

Non così il Garibaldi; e quantunque gli austriaci ci bersagliassero

quasi a man salva da luoghi da lunga pezza ammanniti, bene poterono

renderci sanguinosa la vittoria, non impedircela: sgarrammo la puntaglia

ed inseguimmo fino a Storo il nemico, con la baionetta nelle reni. Qui

accadde un fatto degnissimo di poema e di storia, e fu, che certo

capitano austriaco sfidò a singolare tenzone il tenente Cella friulano:

entrambi valorosi davvero, e l'uno competente all'altro; però o la

maggior perizia, o piuttosto la fortuna sovvenisse il tenente, fatto sta

che il capitano, rilevate diciassette ferite, si ebbe a rendere: finchè

durò il duello cessammo di tirare da una parte e dall'altra; e il

vincitore con parole blande consolò il vinto, che a questo modo deve

costumare chiunque abbia voglia che la vittoria gli frutti lode e non

biasimo. Con tali presagi e con tali successi il capo ci fumava come un

camino, e il terreno ci scottava sotto i piedi impazienti di sosta:

stavamo per metterci in marcia su Storo, valicando il Chiese, quando il

capitano La Marmora ci arrandellò tra capo e collo il telegramma:

«Disastro irreparabile! Coprite Brescia.» Ci parve che ci tagliassero i

garretti: mogi mogi, scorati rifacemmo i passi; parevamo tanti fratelli

della Misericordia che tornassero da associare un morto. Fermi a Lonato,

a contemplare gli austriaci imperversanti senza sospetto per la valle

del Chiese, noi ci mordevamo le mani; il Garibaldi pareva in vista una

statua di marmo; chi gli era vicino, dal continuo torcere della bocca,

che peggio non poteva fare se avesse mangiato fette di limone, si

chiariva com'egli ci patisse più di noi; all'ultimo non potemmo più

stare al canapo, e il Generale di punto in bianco ordinò andassimo a

ripigliare le posizioni abbandonate, cacciassimo via il nemico da

Montesuello. Gli austriaci ci attesero a piè fermo, ed a ragione, chè

chi sta bene non si ha da movere, ma, appena ci scorsero alla lontana,

presero a bersagliarci dalle trincee di Sant'Antonio. Che cosa potevamo

opporre noi? I migliori alleati dei nostri nemici erano i nostri

schioppi; oltre alla meschina portata, nello spararli correvamo il

rischio di ammazzarci da noi, così li provavamo logori ed arrugginiti.

Per maggiore disdetta ecco annuvolarsi il cielo, e fra lampi e tuoni

rovesciare giù acqua a catinelle. Dunque, mano alla baionetta e addosso.

Pareva che la morte bacchiasse le noci; ma invece di noci erano giovani

prestanti e belli ed italiani tutti: ad ogni passo giù un morto, od un

ferito; ma dai dai, sopra il nemico ci siamo, e la superiorità delle

armi ora non gli giova; primo moto di lui, la fuga, indi a poco,

infervorato dagli ufficiali, volta faccia e ripiglia le offese:

cozzavamo peggio dei montoni, un po' indietreggiando essi, un po' noi;

alfine, noi altri chiusi e stretti in un gomitolo ci avventammo, e lo

incalzammo a piè del Montesuello. Molto sangue grondava la nostra

persona, ma più sudore; credevamo vinto ogni intoppo, e ci ingannammo;

però che là, dove il monte svoltando a levante sembra che chiuda ogni

adito al passeggiero, ci attendessero gli austriaci riparati da

formidabili ridotti; se gl'istrumenti erano pronti a sonare, e noi non

meno vogliosi di ballare. Qui dicemmo: _aut, aut_, o l'audacia e la

celerità ci salvano, o nulla ci salva; si avventa un battaglione come un

maroso, e come un maroso respinto dalla scogliera si ripiega lacero e

fremente; ne subentra un altro, un altro poi, sempre con valore ed

infortunio pari; si sdrucciolava nel sangue; l'anelito fumoso dei petti

lacerati impregnava l'aria, sicchè respiravamo una nebbia sanguigna. Il

Garibaldi, tutto avvampato nel sembiante, si tuffa dentro la mischia,

più che da capitano, da soldato: di repente balena e sparisce, che una

palla lo ha ferito in una coscia. Un urlo spaventoso si mescolò al

ruggito del tuono, allo strepito delle armi da fuoco, e tutto vinse; ma

il Garibaldi, tocca appena la terra, si leva, e fasciato alla meglio, si

adagia sopra una barella e sta nel mezzo della battaglia. Il Garibaldi

non parlava, guardava i volontari, e basta; anzi ce n'era di troppo,

però che lo sguardo del Garibaldi tolga all'anima ogni viltà, come

l'acqua lava il corpo da ogni sozzura: finchè egli ti guarda, la

codardia non si attenta accostarsi a te... finchè il suo sguardo dura,

tutti si sentono eroi. Ma egli non poteva trovarsi da per tutto; e i

volontari leoni sempre, pure, lo ripeto con dolore, leoni travagliati

dalla febbre. Ahimè! la sconfitta di Custoza, la fame, il freddo, i

giornalieri disagi, le armi infami, l'odio e lo spregio in cui sembra

loro essere tenuti, e sono, ha messo nelle anime loro tale uno sgomento,

che li fa desiderare la morte: non importa la vittoria, basta finire la

vita: non volsero le spalle.... diedero indietro disperati.... ormai

credevano la battaglia perduta. Di poca fede i giovani soldati; per noi

vecchi, non è vero, maggiore? finchè ci è fiato ci è speranza. Ed io,

vedendo allontanarsi la barella dove giaceva il Garibaldi, dissi fra me:

gatta ci cova; ed è chiaro: il Garibaldi non uscì mai dal campo se prima

non avessero vinto i suoi: dunque aspettiamo a vederne delle nuove, e mi

era apposto: di un tratto, dalle alture di Santo Antonio, quattro

cannoni pigliano a seminare la strage nella colonna degli austriaci, la

quale non si prova nemmanco a ordinarsi sopra la strada, e spulezza via

più che di corsa. Gli austriaci fuggendo speravano ridursi daccapo ai

fidati ripari di Montesuello, ma venne loro interdetto, chè le compagnie

del maggior Mosto, sopraggiunte alla Berga, li chiamano a morte; onde

essi continuano la fuga lasciandoci in potestà nostra le posizioni di

Montesuello, del Ponte di Caffaro e di Bagolino. Ed ecco come, non

disperando mai, si finisce sempre col vincere; sovente accade che in

mezzo al fragore delle armi, allo affanno della zuffa, alla polvere e al

fumo, la vittoria cammini a tastoni incerta dove si abbia a posare;

tocca al buon capitano ritrovare le orme, agguantarla e incatenarla come

schiava fuggitiva al carro del suo trionfo. Di altro non so, perchè mi

sono partito dal campo.

— Come partito? Sul più bello si parte?

E il sergente, con un suo ghigno amaro:

— Non dubiti, maggiore, che io sono di quelli che rimangono addietro a

chiudere l'uscio; qui venni, per comando espresso del Generale, a curare

una mia creatura di sedici anni, che....

— Che mai?

— Che, nel seguitarmi alla guerra, cadde inferma. Ora ritorno.

— E tu, Curio, a che stai?

— Io non istò per niente, me ne vo con lui a prendere il posto della sua

figliuola.

— Dunque non perdete tempo, andatevene.... ogni minuto perduto è un

delitto, un tradimento.... ma no, aspettate.... voglio venire anch'io.

Immemore dello stato in cui si trovava, il buon maggiore appuntella il

braccio ferito per ispingersi fuori del letto: nell'impeto del moto

manda in pezzi lo apparecchio e sfascia la piaga, con suo inestimabile

spasimo: il sangue scorre a fiume dalle lacere vene, lo invade un freddo

sudore, la immagine delle cose circostanti gli si perde dentro una

caligine sempre più densa, sviene; ma, prima di svenirsi, tanto potè

raccogliere di spirito, che con voce abbastanza sonora esclamò: — Viva

Garibaldi!

Quasi scintilla elettrica questa voce penetrò, circolò in un attimo

nelle ossa di quanti la udirono ed in ogni angolo più recondito dello

spedale: ogni atto, ogni affetto rimasero sospesi; i servigiali,

accorrenti con farmachi od altro, arrestaronsi; i cerusici si fermarono

da medicare le piaghe; una madre stette a mezzo curva sul figliuolo che

si era chinata a baciare; un'amante cessò asciugare il sudore allo amico

per angoscia convulso; gli infermi stessi, dimenticato un momento il

dolore, come se si fossero dati la intesa, con una voce sola

replicarono: «Viva Garibaldi!»

Gran cosa è questa: lo spirito umano esaltato dal divino entusiasmo

domina lo stimolo del bisogno e supera perfino le trafitte del dolore.

Come avviene ciò? In qual modo una parte della materia acquista virtù di

prevalere cotanto sopra l'altra parte? La scienza irride come inane il

vostro postulato e si vanta risolverlo in due palate.[19] Per verità io

meditai molti dei moderni libri sulla materia, ma non sono giunto a

chiarirmi. Se io avessi a dare un consiglio alla scienza, le direi: —

Cerca di molto, e afferma poco e tardi; cerca, poichè io non ti possa

trattenere, ed anco potendo non te lo impedirei; ma cerca tremando di

scoprire che tutta terra siamo: imperciocchè in quel giorno (se fia mai

che venga) sarà spenta ogni poesia dell'anima: invidieremo i bruti, che

camminando col muso chino a terra non sono costretti a funestarsi la

vista con lo immenso inganno del cielo stellato.... le rane dal padule

canteranno le glorie dell'uomo, che, uscito dal fango, tornerà intero

alla mota materna. Oh! di quanto senno fece prova lo antico sapiente,

allorchè disse: «Se tutta la verità mi stesse chiusa nel pugno,

aborrirei aprirlo per la paura di fare un tristo dono all'umanità!»

[19] _Palata_, s'intende il tratto che il notatore scorre col

movere le due braccia nell'acqua. La Crusca definisce la palata:

«il tuffare di tutti i remi della nave a un tempo nell'acqua» ed

è errore: anco nel moto delle barche, la palata è il tratto che

la barca scorre in mare per lo impulso dei remi. Nel linguaggio

pittorico del popolo si dice: _in due palate lo sbrigo_, come

sarebbe: _facilmente e presto_.

Il secolo che muore, vol. II · 第 6 / 18 题