Garibaldi! La gioventù italiana si rimescola a questo nome, più che non
faccia il cavallo di battaglia al suono della tromba guerriera; a questo
nome drizzano spaventati le orecchie il destriere di Sileno e il
capitano La Marmora. Forse al solo sentirmi rammentare Garibaldi,
Euterpe e Clio hanno a quest'ora preso la mantiglia per venirmi a
susurrare nelle orecchie un cantico nuovo ad esaltazione dell'eroe. Non
vi scomodate, o Muse, chè quello che col vostro aiuto poteva dire di
lui, io l'ho già detto, nè ci potrei aggiungere parola. Quando mai le
tenebre avessero ad inviluppare la terra, così che la umanità, perduta
ogni idea del giusto e dell'onesto, si fosse ridotta a camminare a
tastoni, ella si volga al luogo in cui Garibaldi vive, ovvero a quello
in cui le sue ossa riposeranno: ritroverà sempre la via della virtù.
Enrico IV, sul punto d'ingaggiar battaglia, ammoniva i suoi soldati:
«Raccoglietevi dove vedrete sventolare il mio pennoncello bianco, perchè
voi lo troverete sempre sulla via dell'onore.» Pei re, il sentiero
dell'onore è quello del trono, traverso la strage di creature viventi, e
poco preme se conterranee, o straniere; pel figlio del popolo, il
sentiero dell'onore è quello della pace: nati tutti da un medesimo
padre, perchè gli uomini non si dovranno alfine sovvenire come fratelli?
Solo una guerra è giusta, quella contro l'aggressore di casa tua.
Un dì il Garibaldi, per questo nostro cielo italiano, comparve
circondato da altri luminari; noi li credemmo stelle ed erano _lacrime
di San Lorenzo_;[1] esse furono piante; in cielo ci è rimasto Garibaldi,
che di stella diventò sole: tramonterà la sua vita mortale, ma la fama
della sua virtù durerà, finchè si trovi una bocca per magnificarla ed un
cuore per benedirla.
[1] Corpi erranti che entrando nella nostra atmosfera diventano
luminosi. Humboldt afferma essere periodici; piovono dal cielo
tra il 12 al 14 novembre e verso il 10 agosto. Olmested e
Palmer, americani, in una notte sola, nello spazio di nove ore
ne videro cadere 240,000. Questo fenomeno riceve dai vari popoli
diversi nomi; i tedeschi lo chiamano _smoccolatura_ di stelle,
gli svedesi, _caduta_ di stelle, gli inglesi _scoppio_ di
stelle, gli indiani dell'Oriente sconciamente _piscio_ di
stelle, gli italiani _lacrime di San Lorenzo_. Il mito lituano è
amabile: quando un fanciullo nasce, Werpeia fila per lui il filo
del destino: ogni filo termina con una stella; al punto di morte
il filo si rompe e la stella casca.
Pregusti pertanto, egli mortale, la immortalità: esulti nell'altissima
gioia di aver vinto la morte; dacchè da questo premio in fuori altro non
gliene diedero gli uomini, nè egli lo avrebbe voluto.
Però insieme col Garibaldi una schiera di generosi si affaticò in altra
guisa per le fortune della patria: operò meno con le armi, più col
consiglio: più parca gloria acquistava, forse veruna, ma durò pari i
patimenti, e a paragone di lui concorse al risorgimento dell'Italia.
Molti anni si sono accumulati sul capo di questi incliti cittadini; la
loro vita non vediamo arrivata presso al verde, sicchè importa per tutti
che noi la liquidiamo, senza ambagi, prima di depositarla, a mo' di
bilancio, nella cancelleria della morte.
Repubblicani tutti fummo e siamo. Educazione, genio, carità patria e
necessità ci fecero tali, ed anco, mirabile a dirsi, i _frati_, i quali
insegnandoci a leggere il latino sopra Tacito, e il greco sopra
Tucidide, credevano mostrarceli come mummie di Egitto, mentre essi
accendevano nel nostro cuore inestinguibile l'amore per la repubblica.
Come Sansone cavò il miele dalla gola del leone, la schietta tirannide
ci fu maestra di libertà; imperciocchè in verità vi dico ch'è più sana
la tirannide netta, che la libertà menzognera: la tirannide schietta ha
virtù di rinnovare nelle vene degli oppressi il sangue coll'odio; la
libertà menzognera abietta i redenti con la corruzione; non noi lo
diciamo, bensì la storia dei secoli ci mette davanti agli occhi come le
monarchie precipitino i popoli nella viltà e nella inopia; la repubblica
invece li feliciti con la generosità e l'agiatezza.
E poi, proponendoci a scopo di vita affrancare la patria dalla
dominazione straniera, non avevamo potestà di scelta; imperciocchè
l'Austria, oltre il terrore delle armi proprie, si facesse strumento di
impero le tirannidi di seconda mano e le paure sacerdotali intese ad
imbestialire la gente sotto sembianza di religione. E l'anima del popolo
allora, ahimè! giaceva morta dentro il corpo vivo, al contrario di
quanto narra la leggenda di Merlino, il _Savio mago_, di cui lo spirito
viveva dentro il corpo sepolto.
Tutti i camposanti, io l'ho provato, possiedono un'eco; chiama là
dentro, e qualcheduno ti risponderà, ma nelle città fatte cimiteri di
anime vive dentro corpi morti, non affaticarti a gridare; tu perderai la
voce: quivi è ineccitabile il silenzio. Come hai tu cuore di chiamarle
camposanto? Lo infesto e infinito e infame gracidare dei ranocchi nelle
curie, nelle cattedre e nei diari ti fanno fede che le città italiche
non diventarono camposanto, bensì pantano.
No, non è così; camposanto ad un punto, e pantano; camposanto per ogni
voce di virtù e di gloria, pantano agli stridi ribaldi e servili. Oh!
questi odierni saturnali di abiettezza durano troppo; almeno nei
saturnali antichi i servi comandavano un giorno; adesso corrono anni che
il padrone sopporta la pessima delle signorie, quella degli schiavi.
Tre per tanto le tirannidi di allora, ed una servitù sola. In quale dei
principi potevamo confidare? Aspidi tutti, uno peggiore degli altri; il
casereccio, supremo in malignità. Due traditi testimoniarono di lui:
uno, il Santarosa, morendo pose un libro per puntello tra la lapide e la
bocca del suo sepolcro, onde questo aperto perpetuamente raccontasse la
truce storia di colui che lo tradì; l'altro, che fu poeta, insegnò alle
crescenti generazioni l'orrore di quel nome; infelice! Egli,
sopravvissuto alla sua fierezza, disdisse l'ire; ma fece di più, il
Berchet chiese perdono delle sue colpe e l'ebbe: a sè tolse la fama e
non la diede altrui. Benedetta la morte! Deh! lascia, o morte, ch'io ti
baci le mani quante volte chiudi il libro della vita di un uomo, e dopo
avervi scritto in fondo _Ne varietur_ lo consegni all'eternità. Dio mi
guardi da turbare le ceneri nel sepolcro, fossero anche quelle di un re:
la Espiazione pose custode di cotesta tomba la Pietà. Dove il gran
Giustiziere ha percosso, l'uomo deve chinare la testa, ed io la chino;
solo ricordo che noi avevamo buono in mano per non ci fidare del
principe domestico.
Quanto patimmo altri racconterà: intanto il mondo conosce che l'ardua
lampada per alimentare la fiamma della libertà chiedeva sangue non olio,
e sangue fu dato. E tuttavia non fu questo il più grave dei sagrifizi;
l'amore, o piuttosto il furore della libertà impose che ogni altro
affetto, che non fosse il suo, gli si immolasse in olocausto, e noi li
strozzammo tutti come Ercole fanciullo i serpenti entrati dentro la sua
culla. Pane nostro quotidiano lo scherno; bevanda le lacrime; e ciò
nonostante ci consolavamo pensando che anche degli Apostoli di Cristo fu
detto: — E' sono pieni di vino dolce; — che le lacrime sono la migliore
delle preghiere; e che quello che in terra si chiama martirio, gloria si
appella in cielo.
Ecco l'ora in cui i lamenti diventano strepito di cascata e lo superano;
ecco i sospiri si fanno uragano, che abbatte travi secolari e travolge
per le terre d'Italia scettri e corone, come polvere dei campi; ecco
sorgere un prete fra noi, il quale, o illuminato dall'ultimo raggio
dello spirito di Dio, che lo abbandonava, ovvero intenebrito dalla prima
ombra che gettava su lui lo spirito del male (e questo dicevano i preti)
bandisce alle genti: voce di Dio la procella contro di cui argomento
umano non basta; venuti i tempi di rendere al popolo le sue giustizie. I
principi atterriti promettono cessare i costumi di belva, umanarsi; e i
popoli credono ai sacerdoti ed ai re; a cui non credono, e che cosa non
credono le moltitudini?
Ma la caterva dei preti si attacca smaniosa alle fimbrie del piviale del
gran prete pigolando: — O papa, che armeggi? Tu mandi a soqquadro la
ciurma e la galera: o che non sai che il nostro giorno è la notte? Noi
figli del mistero, noi creatori del domma, che non ammette discussione,
noi fabbricanti della regola dell'infallibilità, consentendo libero
l'arbitrio di pensare, ci avveleniamo da noi. Stentammo secoli e secoli
a pigliarci la croce ed avvolgerla dentro una caligine di superstizione,
ed ora, tremenda nella sua divina nudità, ti avvisi restituirla nelle
mani del popolo? Poni mente al vaticinio che noi ti mandiamo: i preti un
giorno conficcarono Cristo sopra la croce; il popolo, appena
impadronitosi della croce, c'inchioderà il prete.
Il prete magno non intese a sordo, e la parola che egli aveva
incominciato con la faccia di benedizione terminò in coda di
maledizione; e da quel giorno non cessa procederci infesto, e a diritto,
imperciocchè non mica la sola Compagnia di Gesù, bensì tutto il
sacerdozio bisogna che sia qual è, o che non sia: ogni argomento torna
inane per necessità, imperciocchè egli non voglia e non possa essere
esaminato; o che vorreste che il prete pigliasse il suo male per
medicina?
Oh! no. Queste cose costumano i preti con gli altri; invero non furono
essi che fecero portare al Nazareno la croce per inchiodarcelo sopra?
La più parte dei nostri andava convinta che dal tenere dietro a coteste
girandole cattoliche non poteva uscirne altro che danno; alla meno
trista, perdita di tempo, come a chi sbaglia cammino, e pure taluno di
noi tacque, altri si spencolò fino a confortare il prete nella magnanima
impresa, profferendogli le lodi serbate ai redentori della patria. Tanto
potè nei petti italiani la paura di sperdere le forze, che unite
dovevano appuntarsi contro lo straniero! Ci volle anco un'altra prova
per persuadere la gente che se le chiavi in mano al prete non ponno
stare come segno della sua facoltà di aprire le porte del paradiso,
molto acconciamente ci stanno per significare il suo intento di
schiudere le porte della Italia ai barbari, quantunque volte ci trovi il
suo pro.
Rispetto a principi, tutti ci accordammo di sostenerli nello assunto
loro; gli antichi sospetti furono messi da parte; ci parve bello il
trovato di distinguere la libertà in _libertà_ ed in _indipendenza_,
mostrando come la prima consistesse principalmente negli ordini civili
interni, la seconda nell'affrancazione della patria dalla servitù
straniera; prestammo impertanto la opera nostra nei consigli e sui
campi. Prima dicevamo: attendiamo ad essere, che al modo di vivere
provvederanno poi il tempo, i costumi e la buona fortuna. Tra noi non si
conobbe Giuda; più tardi taluno dei principi, per onestare il proprio
tradimento, trascorse fino ad accusare altrui di traditore: sciagurato!
Si aguzzò il cavicchio sul ginocchio, e ben gli stette. Pare
impossibile, ma io ho provato che la cosa, la quale a lungo andare
maggiormente si vendica nel mondo, è il pudore offeso. Magistrati che
spolverizzassero la cosa con la cenere di giustizia, non fecero difetto:
suprema ancora della società pericolante, la magistratura! Lo dicono
tutti i libri stampati.
Le armi al cimento inferme, e forse altra causa più rea, prostrarono le
fortune italiche a Novara: allora principi e preti imbandirono la mensa
sopra il cataletto della libertà, e vi si ubbriacarono col sangue dei
martiri: ogni coniglio fatto sicuro della impunità, diventò gatto; ma la
libertà vive anche nel sepolcro, e chiamato a sè l'odio ella gli disse:
— Ripiglia a ordire la trama della vendetta! E l'odio così bene fece il
compito, che indi a dieci anni in ogni villa fu udito suonare a stormo
per la riscossa: cotesti pusilli feroci cascarono come croste secche di
lebbra guarita. Il principe casalingo era rientrato nell'ombra, dalla
quale sarebbe stato meglio non fosse uscito mai: gli subentrava il
figliuolo; senno fosse, o vaghezza, avendo egli tenuto in alto la
bandiera del risorgimento italiano (comecchè improntata della sua marca,
quasi cavallo delle regie mandrie), successe, che a lui il popolo
incerto dei propri destini si voltasse, chiamandolo a parte dei pericoli
e della gloria.
Sarebbe riuscito a noi repubblicani sviare il popolo da cotesto
sdrucciolo, gridandogli dietro: — Mala via tieni! — non so; fatto sta
che ce ne astenemmo, anzi crescemmo il moto alla corrente, sempre fermi
nello intento di raccogliere tutte le forze in un braccio solo per la
redenzione della patria. Ci furono pegno di sicurezza il principe di
stirpe domestica, la eredità delle offese, la vendetta delle ingiurie
proprie, il premio maggiore del desiderio, ed anco la voluttà dell'opera
veramente grande.
Questo eccelso mandato, noi istando, noi sovvenendo, noi minacciando,
noi con ogni estremo conato eccitando, a stento, a pezzi e a bocconi, a
spizzico, a miccino, a male in corpo, a spilluzzico, che peggio non va
biscia allo incanto, fra bene e male, tentennando, cincischiando e
ciondolando, fu nella massima parte conseguito. La monarchia senza noi
non seppe fare, e fare repugnava con noi: s'ingegnò staccare quanti più
potesse raggi dal capo della democrazia, per fregiarne il suo, ma le si
spensero in mano, onde scemò la democrazia di splendore, e a sè non lo
crebbe: se io dicessi che ella ci volle bene come il fumo agli occhi,
non direi mezzo del vero; però il nostro aiuto accettato e ad un punto
aborrito; le vittorie della Italia meridionale astiate e temute,
quantunque i frutti di quelle non con due, con quattro mani agguantati;
le armi volontarie per sospetto congiunte alle stanziali e a disegno
avvilite: le nuove imprese attraversate, comecchè conoscesse i promotori
di quelle non ribelli a lei nel concetto, nè nel modo; al contrario
avessero sempre depositato gli acquisti fatti nelle mani della
monarchia, con l'amore col quale l'uccello porta al nido il cibo ai suoi
nati.
Tali e tanti e così manifesti gli smacchi contro i volontari, che taluno
ebbe a pensare, nè lo pensò solo, ma lo disse, che venissero mandati in
campo per levarli dalle città onde non le mettessero a rumore, e le
cimentassero in fortune pericolose pel principato: insomma fra la
monarchia e la democrazia rinnovata la storia antica di Euristeo e di
Ercole.
I posteri stupiranno della inaudita costanza della democrazia a
promuovere la monarchia, nonostante gli strazi, le prigionie, le ferite
e le morti; più della costanza maraviglieranno della fede per virtù
della quale, in onta alle ingiurie atrocissime, persistesse nel suo
proposito: forse non le capiranno neppure, però che nati liberi, essi
non potranno formarsi idea dello spasimo che mette in cuore ai cittadini
la vista della povera patria lacerata dagli oppressori stranieri. Se i
posteri mediteranno le parole, che certe volte disse l'antico Alberti,
cioè, — ch'egli per la patria avrebbe dato anco l'anima — intenderanno
la nostra pazienza e la dura necessità.
Rammentatevi San Filippo Neri chiedente a due gentiluomini romani un po'
di carità per sollevare una famiglia ridotta in estrema miseria: mandato
con Dio, insisteva; di nuovo dimesso, improntava finchè ad uno dei
gentiluomini saltata la muffa al naso gli affibbiò tale un ceffone, che
per poco il muro non gliene diede un altro: il Santo, tuttochè Santo
fosse, strabuzzò gli occhi, e si sentì le mani chiuse a pugno, pure si
tenne, e umile proseguì: «Questo è per me, ma la povera famiglia aspetta
pane.» Noi per amore di patria abbiamo durato la pazienza del Santo; e
Cristo sa se abbiamo sofferto, e Cristo sa se la pazienza ci costi!
Giunti a questo orlo della nostra vita ci volgiamo indietro ed esultanti
consideriamo scomparso dai nostri occhi il punto donde prima movemmo. La
Italia è quasi compita; l'_upas[2] sacerdotale_ è quasi abbattuto. Ora
la filosofia giova più della scure; e tuttavia vivete tranquilli, il
filo della filosofia non taglia meno di quello dell'acciaio: benigno è
il fuoco, che emana da lei, però non si acqueta se prima non abbia
incenerito l'errore. Se lo stormo dei preti continua a schiamazzare, non
vogliate temerne; quando scendete in una grotta con la torcia accesa, i
pipistrelli accecati fuggono via stridendo e battendovi l'ale in faccia.
Voltate un'altra pagina; questa del papato è letta.
[2] _Upas pohon_. Albero che stilla presso i Malesi
terribilissimo veleno; e non pertanto ne cavano altri più
mortifero dalla _liana tietek_; una tigre punta, trema,
irrigidisce e in meno di un minuto muore.
Noi non ci lamentiamo del popolo, nè ripeteremo per lui il lagno che
messer Francesco Petrarca moveva contro l'amore:
Ho servito un Signor crudele e scarso;
grande, anzi maravigliosa noi abbiamo ricevuto mercede nello esercitarci
per tutta la vita in nobilissimo intento, e nel vederlo conseguito:
forse non moriremo interi; e tanto basta; molto meno accuseremo la
monarchia d'ingratitudine, perchè veramente noi tutto operammo per la
patria; nulla per lei: fino al riscatto d'Italia abbiamo potuto andar
con essa d'accordo; dopo no: non ce n'era punto mestieri; pure esempi
nuovi vennero a confermare la esperienza vecchia, che i fini della
monarchia e della democrazia sono essenzialmente diversi, naturalmente
contrari. Chi di noi, o esperto poco, o fiducioso troppo, s'industriò
conciliarle, perse l'opera e il consiglio, e si attortigliò involontario
viticchio alle gambe della umanità, la quale nel suo indefesso cammino
ha bisogno di procedere senza impacci.
Orsù, — è dolorosa l'ora dell'addio; l'orgoglio nostro repugna a
condannarci alla inerzia, mentre il sangue ci pulsa sempre nelle
arterie, ma confessiamolo aperto, il nostro cômpito è fornito. Anco ai
Romani entrati nel _senio_ concedevasi che dalle faccende pubbliche si
appartassero: dopo i sessanta anni le domande dell'ufficio di giudice
vietate; e ci era una legge a posta[3]. La gente non lodava, all'opposto
tentennando il capo, deplorava Mario, il quale fatto vecchio si mesceva
fra i giovani ad armeggiare[4]. Noi abbiamo respirato un'ora l'aria
benedetta della libertà; noi lavata la patria col sangue dei martiri
dalla secolare contaminazione, ella adesso può inalzare con animo sereno
la sua preghiera al padre delle cose, e comparire con dignità nel
concilio dei popoli. Riposiamo; altre menti, altri cuori desiderano le
sorti future. A modo che Giacobbe usciva dal seno di Rebecca, tenendo
agguantato pel calcagno Esaù, così dalla nostr'anima proruppero gemelli
l'odio e l'amore. La nostra voce di troppo ingrossò nel concitato impero
e nella smaniosa maledizione, onde da un punto all'altro diventi blanda
per benedire e per pregare: sovente nelle nostre pupille balenò il
raggio del genio della umanità, ma più spesso parve che le furie vi
agitassero le loro fiaccole: un dì premeva che sopra la bandiera degli
antesignani si leggesse: _Odio_, _Forza_; oggi deve portare lo scritto:
_Amore_, _Scienza_. Riposiamo, riposiamo: è dolce il sonno sopra
l'avello, che chiude la tirannide sacerdotale; giova addormentarci sotto
l'arbore glorioso di cui le fronde ventilate pare che mormorino: —
Salute all'Italia redenta dal pensiero e dal sangue dei suoi figliuoli!
[3] La legge Servilia.
[4] PLUTARCO, in Mario.
*
— E ora, via, torni al soggetto, mi ammonisce un lettore.
— Torniamoci pure, rispondo io.
— E tanto più presto ci torni, soggiunge egli, inquantochè a lei non
mancarono i buoni consigli fino dalla gioventù sua prima[5].
[5] V. ANTOLOGIA del 1827, art. del _Tommaseo_.
— Ella ha ragione da vendere, ma ormai il vizio mi si è fitto nelle
ossa, e rinfacciarmelo adesso che sono vecchio non mi pare discrezione.
I vecchi nestoreggiano, mio caro signore, ed ella sa che essi acquistano
in lingua, quanto persero in denti.
— Certo non si può negare, il vizio da lei fu sempre confessato, ma
senza attrizione, nè contrizione, imperciocchè tornasse sempre a fare
peggio di prima: pensi, che se è suo il peccato, la penitenza è nostra,
e si ravveda una volta.
— Ebbene, signor lettore, senta un po' me: se un giorno, per non
bisticciarmi co' miei critici, e per amore di menare buono per la pace,
convenni con essi, che nei romanzi si ha da ragionare poco, e se punto,
meglio che mai: i drammi senza impaccio devono precipitare al fine; lo
scrittore flagellare il sangue di chi legge, come il fantino il cavallo
che ha sotto se vuol vincere il palio, per poi gelarglielo a un tratto
con la catastrofe inopinata; se un giorno, dico, consentii così, non per
questo affermai cosa giusta, nè vera: parlai a modo degli altri, a patto
che mi lasciassero fare a modo mio.
E primamente, consideri di grazia, le digressioni posi sul principio dei
capitoli, onde a cui piace possa metterle da parte, e proseguire nella
lettura del racconto; come appunto fece l'Ariosto:
Lasciate questo canto, che senz'esso
Può star la storia, e non sarà men chiara.
E noti poi la diversità grande che passa fra il dramma e il romanzo; in
quello concorrono le arti del musico, del pittore, del coreografo, del
sarto, del macchinista, e via discorrendo; anzi, si avvantaggia fino
dell'arte di coloro che fanno da _mare_[6]; mentre il romanziere bisogna
che a tutto provveda da sè. Nè il dramma stesso procede scevro da
digressioni, a mo' di esempio dei soliloqui, i quali se levi, co' sogni
e le descrizioni, il dramma ti apparirà un ombrello senza seta. O pensi
un po', che sia benedetto, al Byron e al Balzac per tacere degli altri;
dai sedici canti del _Don Giovanni_, del primo, se levi le digressioni,
gli è bazza se te ne resta in mano la materia di otto; e se il Balzac
non menava il can per l'aia, o come avrebbe potuto fornirti quelle sue
maravigliose e ad un punto desolanti analisi del cuore umano?
[6] A certo francese, che si vantava artista drammatico, fu
domandato quali parti facesse, al che rispose superbamente: _je
fais le flot_, vale a dire l'arte di quelli che, mettendosi
sotto la tela grigia, coll'alzare e abbassare del groppone danno
immagine agli spettatori delle onde del mare in burrasca.
La censura della frequente allusione alle vicende della propria vita, ai
suoi nemici, a se stesso per me giudico più che di giustizia priva di
carità; chi reputa nello scrittore elettiva la qualità di obiettivo e di
soggettivo, s'inganna: ella viene di natura, che il Dante, l'Alfieri e
il Byron non potevano essere diversi da quello che furono; e obiettivo
fra i germani fu il Goëthe, non già lo Schiller; nei primi prevale il
cuore, nei secondi il cervello: a chi pertanto sortì da natura
prevalenza soggettiva, la rampogna dell'uso di quella equivale a
criticare l'aquila perchè adopera l'ale. — E perchè redarguite l'offeso,
se di tratto in tratto si lamenta? Voi dite: Le sono piaghe antiche: ma
io vi rispondo che le piaghe dell'anima non sanano mai: