S. Enrico Morton.»

Il maggiore lesse tutta la predetta lettera con tale indignazione che

non si studiò certamente a nascondere.

»Oh l'uomo ingrato! oh l'uomo perfido! (andava esclamando nel rimettere

la stessa lettera a lord Evandale). Ribelle per calcolo, senza avere nè

manco la scusa dell'entusiasmo che trascina quegli altri sciagurati

fanatici! Ah stolto io! non dovea mai dimenticarmi ch'egli era di

schiatta presbiteriana. Doveva accorgermi ch'io accarezzava un giovine

lupo; pronto nell'ingrandire a volermi sbranare. Non v'è che dire. Se

san Paolo tornasse sulla terra, e fosse presbiteriano, in tre mesi

diventerebbe un ribelle. La semenza della ribellione, costoro l'hanno

nel sangue.»

»Certamente io sarei l'ultimo, soggiunse lord Evandale, a proporre la

resa del castello. Ma... e se ne verranno a mancare i viveri, se non

riceviamo i promessi soccorsi!.. Non potremmo almeno profittare di

questa via di corrispondenza, che la sorte or ne appresenta, per

assicurare una ritirata alle signore del castello?»

»Le signore del castello, rispose il maggiore, soffriranno qualsivoglia

estremità, anzichè dovere salvezza a questo ipocrita dalla lingua

dorata. Ma s'incominci dal congedare lo spettabile ambasciatore. —

Tornate a' vostri comandanti, disse indi a Langfern, e dite loro che

ogni qualvolta non avessero una fiducia, di nuovo genere affatto, sulla

durezza de' propri cranii, non li consiglio venirli a fregare contra

queste vecchie muraglie[6]. Avvertiteli ancora di non mandarne oltre

parlamentari, o li faremo appiccare in contraccambio della morte del

tenente Graham, vittima di un loro assassinio.»

[6] Uno fra' tanti pregi del nostro romanziere storico è quello

di dare uno stile lor proprio a tutti i suoi personaggi e di

trovare in ciascun stile, ov'è duopo, le fonti della sublimità.

La grandezza d'animo qui spiegata dal vecchio Bellenden è quella

stessa che sarebbesi addetta a Nestore e al re dei re.

Con sì fatta risposta ritornò il messo ai suoi commettenti. Giunto che

fu all'esercito, tumultuose grida s'intesero per ogni dove, e dispiegata

immantinente la bandiera rossa orlata d'azzurro, tutti presero la via

del castello.

Nello stesso tempo sventolarono sulla torre di Tillietudlem e lo

stendardo reale e l'antica bandiera della famiglia Bellenden; ed una

scarica generale di tutta l'artiglieria del castello portò nelle prime

file de' sollevati tal perdita, che disordinò per qualche istante

l'esercito.

»Credo, disse Gudyil nel far ricaricare i cannoni, che abbiano trovato

il nido del falco tropp'alto per potervi arrivare.»

Cionnullameno l'esercito continuava innoltrandosi, e già una delle sue

divisioni trovavasi nel viale che guida al castello. Quand'ella si pensò

a gittata d'archibuso, sparò tutte le sue armi da fuoco contro la torre,

fazione che tornò inutile affatto; indi una smannata di picchieri

condotta da Burley s'avanzò risoluta sino al primo palizzato, e

forzatone l'ingresso ferì alcuni di quelli che il difendeano,

costrignendo gli altri a ritrarsi fino al secondo. Ma qui si ristette

tutto il buon successo ottenuto allora dai Puritani. Perchè il

guadagnato terreno li mettea scoperti e senza difesa contro il trarre

de' cannoni della torre, intanto ch'essi non poteano nuocere ad un

nemico difeso dalle fortificazioni e trinceratosi dietro de' palizzati.

Furono quindi obbligati a ritrarsi con perdita; il qual partito però non

presero se prima non ebbero distrutta la prima trincea in guisa tale da

renderne impossibile il restauramento.

Burley non solamente fu l'ultimo a ritrarsi, ma solo un istante vi

rimase, armato d'una picozza di cui si valse ad atterrare l'ultimo

pilastro del palizzato senza scompigliarsi per le molte palle che gli

fischiavano attorno.

L'infruttuoso assalto rialzò il coraggio dei difensori del castello

altrettanto quanto fece accorti i Puritani della saldezza di quella

piazza che avean divisato intraprendere. Quindi al tentativo d'un

secondo assalto posero innanzi maggiori cautele. Intanto una banda

d'ottimi cacciatori che avea Enrico Morton per duce fe' un giro intorno

a que' boschi ed aggiunse tal sito, d'onde potea tribolare i difensori

del secondo palizzato, intantochè Burley con più forte corpo di truppa

gli assaliva di fronte.

Compresosi dagli assediati in qual pericolo tale fazione ostile li

conducesse, si diedero ad impedire l'avvicinamento di Morton col trarre

sulla banda de' suoi tutte le volte che rimaneva scoperta. E questi per

parte loro oppose coraggiosa intrepidezza e valore, del che doveasi

soprattutto la lode al giovine duce, il quale facea parimente mostra di

sua perizia, e nel collocare i propri soldati quanto al sicuro poteasi

dal fulminar del castello, e nell'arrecar molestia ai nemici.

Più volte ingiunse ai suoi combattenti di far bersaglio alle scariche

dei loro archibusi piuttosto i dragoni che qualunque altro difensor del

castello, e massimamente di risparmiare i giorni del vecchio maggiore,

trasportato sempre dalla sua intrepidezza ai siti i più perigliosi. Per

tal guisa continuò il suo cammino di macchia in macchia, di dirupo in

dirupo fra 'l continuo trarre dei nemici archibusi, sintantochè pervenne

al campo ch'egli intendea ad occupare. Potè allora indirigere i tiri

contro coloro che difendevano il palizzato, e Burley vantaggiando della

confusione cui portò fra essi l'assalto laterale, fece furioso impeto di

fronte, e forzata la seconda trincea, spinse i nemici fino alla terza,

ed entrandovi insieme con essi gridò con quanto avea fiato »Uccidete!

Non quartiere ad alcuno! È nostro il castello.» I più intrepidi fra'

suoi soldati, animati da questo grido, precipitosamente il seguirono,

mentre gli altri impiegavano il tempo a distruggere il secondo ed il

terzo palizzato.

Lord Evandale non potè rattenere più a lungo la propria impazienza. Col

suo braccio al collo si fe' capo di quelli che tuttavia rimanevano nel

castello, e incoraggiandoli colla voce e col gesto, operò una sortita in

soccorso de' suoi che in quel punto Burley strettissimamente incalzava;

il qual rinforzo restituì l'equilibrio alla pugna. Perchè certamente

stava pe' sollevati una superiorità, a proporzione immensa, di numero;

ma tale vantaggio era di pochissimo conto nel terreno ove era la

battaglia e dove non potea presentarsi un fronte maggiore di otto o

dieci uomini. Male armati oltre a ciò i Puritani, aveano soprappiù lo

svantaggio d'ignorare i principj degli assalti e delle difese. La lotta

rimase per qualche tempo indecisa, nè alcuna delle due parti potea

vantarsi d'un buon successo di qualche importanza; ma in mezzo a cotale

scena di confusione poco mancò che un incidente non preveduto ponesse

nelle mani degli assedianti il castello.

Cuddy era nel numero de' cacciatori capitanati da Enrico Morton; Cuddy

che conoscea a perfezione fino l'ultima macchia, fin l'ultima punta di

rupe che trovavasi ne' dintorni di quel castello. Cento volte egli era

stato in compagnia di Jenny a raccorre nocciuole ne' boschi di

Tillietudlem. Non difettava già di coraggio; ma ad un tempo non era

studioso di cercare i pericoli pel diletto semplice d'affrontarli, o per

l'ardor della gloria che glie ne potesse derivare. Al primo accorgersi,

poichè egli perteneva al retroguado, che dal castello si traeva su la

sua banda, prese la sinistra seguito da tre o quattro compagni; e

attraversando un fitto bosco che gli era notissimo, pervenne sotto le

mura del castello ad un fianco d'esso opposto diametralmente a quello

cui l'assalto s'indirigea; angolo di rocca cui nemmeno si era pensato di

affortificare, perchè, situato sull'altura d'una scoscesa montagna e

cinto d'ogni lato di precipizi, credeasi che la natura lo avesse

affortificato a bastanza. Certamente niun esercito avrebbe avvisato di

assalire il castello da tale punto, d'onde bastavano gli sforzi di pochi

fra gli assediati a precipitare giù dal monte quei che fossero giunti ad

inerpicarsi fin là; nè que' di dentro solamente sognavano che pochi

uomini affronterebbero tale rischio, mossi da studio di evitarne uno men

rilevante.

Quivi appunto era quella tal finestra, d'onde raccomandatosi ai rami

d'un vicino salice[7] Gibby uscì furtivo del castello per portare al

maggiore una lettera di miss Editta.

[7] Tom. 1, pag. 153.

»Eccoci ad una stazione ch'io conosco assai bene, disse Cuddy,

appoggiandosi per pigliar fiato al moschetto. Sono pur tante le volte

che ho aiutato Jenny Dennison a calare di contrabbando da questa

finestra per venir meco ne' boschi a diporto!»

»E chi ne impedisce ora d'entrare di contrabbando per la medesima via?»

soggiunse tosto un compagno di Cuddy, un di que' galeoni non avvezzi a

misurar troppo le imprese che affrontano.

»Chi ce lo impedisca non vedo, rispose Cuddy. Ma che cosa poi ne

ritrarremo?»

»Che cosa ne ritrarremo? siamo in cinque. Tutti sono fuor del castello.

Ce ne impadroniremo intanto che gli altri si battono fra i palizzati.»

»Sia! disse Cuddy; ma badate bene che nessuno di voi tocchi solamente, o

Jenny, o miss Editta, o la vecchia signora, o il vecchio maggiore, o

nessuno in somma di quei che son del castello. Lavorate addosso ai

dragoni, non m'oppongo. Di questi, fatene quel che volete, ma...»

»Su via! rispose l'altro; incominciamo dall'andar dentro, poi vedremo

quel che torni meglio operare.»

Spinto così da' suoi compagni Cuddy sembrava avanzarsi di mala voglia.

La voce segreta della coscienza gli rimprocciava tale atto come un mal

guiderdone alla bontà che lady Margherita usò per lungo tempo così a lui

come alla sua famiglia; per altra parte ei non sapea quale accoglienza

lo aspettasse nella stanza ove parlavasi di penetrare. Cionullameno

ascese il salice. Due compagni vennero dietro lui e a far lo stesso si

apparecchiavano gli altri. Angustissima era quella finestra, guernita un

tempo di una grata di spranghe di ferro, poi staccatesi, fosse per forza

di tempo, o fosse per quella de' subalterni che trovassero tal cosa

espediente alle uscite loro clandestine. Divenia quindi facilissimo

l'introdursi semprechè non si trovassero di dentro persone ad impedire,

ed era di quanto Cuddy, prudente in ogni occasione, voleva accertarsi

innanzi commettersi a questa impresa pericolosa. Sordo quindi alle

preghiere e alle minacce di quelli che lo seguivano, allungava il collo

per fare le sue osservazioni al di là della finestra, allorchè la testa

di lui fu veduta da Jenny Dennison, postasi allor di piè fermo in quella

stanza, siccome luogo della rocca il più di tutti appartato. Ella mise

uno spaventevole grido e corsa al cammino s'impadronì d'una pentola di

minestra bollente che stava apparecchiandosi per la colezion de'

soldati, e ne irrugiadò il capo a Cuddy e a' suoi compagni.

Fin quando ne udì il primo grido, Cuddy non pensò che a fare la sua

ritirata. Buon per lui che in quel momento aveva abbassata la testa, e

coperta in oltre dall'elmetto di Bothwell, ereditato da Cuddy unitamente

al farsetto di cuoio di bufalo che aveva addosso. Tutto il suo male

quindi si ridusse ad alcune vesciche di scottatura nelle poche parti del

suo corpo non riparate; ma i colleghi di lui che, per farlo andare

innanzi e impedirgli d'indietreggiare, tenevano il naso in alto, furono,

qual più, qual meno, arsi dal bollente liquido, talchè pensarono

certamente a tutt'altro fuorchè ad impacciare la ritratta a Cuddy, il

quale si lasciò cader giù dall'albero ben più presto che non v'era

salito, e insieme agli altri tenne il sentiero più breve e men

pericoloso onde raggiugnere l'abbandonato retroguardo.

In questo mezzo Jenny, che il solo terrore avea spinta a compiere tale

impresa, non cessava pel cessato pericolo dal mandar grida di spavento,

e trascorreva tutta la rocca gridando, »al ladro! al fuoco!

all'assassino! È preso il castello»! Voci cui ripeteano, tutte l'altre

ancelle senza conoscerne la cagione; e ne crebbe tanto il romore che

giunse all'orecchio sin del maggiore, comunque inteso alla battaglia de'

palizzati. Così questi come lord Evandale vennero allora in timore di

una sorpresa sopra qualche altro punto operata; laonde giudicarono buon

partito il limitarsi alla difesa dell'interno del castello, ove

rientrarono co' propri soldati, abbandonando ai Presbiteriani tutte le

esterne fortificazioni.

Fu un trionfo pe' secondi tale ritratta dei Reali, ma un trionfo sol di

amor proprio, perchè oltre all'aver provata gravissima perdita,

coll'occupare i palizzati non aveano gran che progredito nella

probabilità d'impossessarsi del castello, le cui mura grosse e

saldissime opponevano tal resistenza che il solo cannone poteva

atterrare. L'esercito presbiteriano adunque dopo d'avere compiutamente

distrutte quelle trincee, si mise fuor di gittata del cannone della

torre a fine di risolvere sul partito che conveniva meglio in appresso.

Per altra parte lo stato degli assediati era tale da ispirar loro

tutt'altro che sicurezza. Oltre a' molti feriti, aveano perduti tre de'

lor combattenti. Del certo contavano una perdita senza confronto

maggiore i nemici, ma considerando di più che l'esercito ogni dì ne

ingrossava, sì fatta perdita non poteva tornare ad essi funesta, siccome

una, comunque più tenue, lo diveniva ad una guernigione di già

affievolita, e priva d'ogni modo di reclutare.

L'accanimento dato a divedere nel secondo assalto dai Presbiteriani

poteva giustamente far credere che i capi fossero venuti nella ferma

risoluzione di impadronirsi di quella fortezza, tanto più che se

avessero avuto tale divisamento, ben secondavali lo zelo de' lor

soldati. Quanto offeriva maggiore motivo di tema a que' del castello si

era la penuria, nella supposizione che il nemico avesse ricorso ad un

blocco per farlo cadere. Perchè tutte le ordinanze date dal maggiore non

ottennero che la piazza fosse vittovagliata quant'egli avrebbe voluto,

nè v'era vigilanza che fosse atta ad impedire il giornaliero e continuo

rubacchiar dei dragoni. Fu pertanto in mezzo a tali sconfortanti

meditazioni che il prode Bellenden pensò a far chiudere la finestra

d'onde poco mancò a Cuddy che non sorprendesse il castello, e ad

estendere tale provvedimento a tutte l'altre finestre, che avessero

potuto presentare occasione a non dissimile tentativo.

I Puritani di Scozia, vol. 2 · 第 11 / 19 题