Il maggiore lesse tutta la predetta lettera con tale indignazione che
non si studiò certamente a nascondere.
»Oh l'uomo ingrato! oh l'uomo perfido! (andava esclamando nel rimettere
la stessa lettera a lord Evandale). Ribelle per calcolo, senza avere nè
manco la scusa dell'entusiasmo che trascina quegli altri sciagurati
fanatici! Ah stolto io! non dovea mai dimenticarmi ch'egli era di
schiatta presbiteriana. Doveva accorgermi ch'io accarezzava un giovine
lupo; pronto nell'ingrandire a volermi sbranare. Non v'è che dire. Se
san Paolo tornasse sulla terra, e fosse presbiteriano, in tre mesi
diventerebbe un ribelle. La semenza della ribellione, costoro l'hanno
nel sangue.»
»Certamente io sarei l'ultimo, soggiunse lord Evandale, a proporre la
resa del castello. Ma... e se ne verranno a mancare i viveri, se non
riceviamo i promessi soccorsi!.. Non potremmo almeno profittare di
questa via di corrispondenza, che la sorte or ne appresenta, per
assicurare una ritirata alle signore del castello?»
»Le signore del castello, rispose il maggiore, soffriranno qualsivoglia
estremità, anzichè dovere salvezza a questo ipocrita dalla lingua
dorata. Ma s'incominci dal congedare lo spettabile ambasciatore. —
Tornate a' vostri comandanti, disse indi a Langfern, e dite loro che
ogni qualvolta non avessero una fiducia, di nuovo genere affatto, sulla
durezza de' propri cranii, non li consiglio venirli a fregare contra
queste vecchie muraglie[6]. Avvertiteli ancora di non mandarne oltre
parlamentari, o li faremo appiccare in contraccambio della morte del
tenente Graham, vittima di un loro assassinio.»
[6] Uno fra' tanti pregi del nostro romanziere storico è quello
di dare uno stile lor proprio a tutti i suoi personaggi e di
trovare in ciascun stile, ov'è duopo, le fonti della sublimità.
La grandezza d'animo qui spiegata dal vecchio Bellenden è quella
stessa che sarebbesi addetta a Nestore e al re dei re.
Con sì fatta risposta ritornò il messo ai suoi commettenti. Giunto che
fu all'esercito, tumultuose grida s'intesero per ogni dove, e dispiegata
immantinente la bandiera rossa orlata d'azzurro, tutti presero la via
del castello.
Nello stesso tempo sventolarono sulla torre di Tillietudlem e lo
stendardo reale e l'antica bandiera della famiglia Bellenden; ed una
scarica generale di tutta l'artiglieria del castello portò nelle prime
file de' sollevati tal perdita, che disordinò per qualche istante
l'esercito.
»Credo, disse Gudyil nel far ricaricare i cannoni, che abbiano trovato
il nido del falco tropp'alto per potervi arrivare.»
Cionnullameno l'esercito continuava innoltrandosi, e già una delle sue
divisioni trovavasi nel viale che guida al castello. Quand'ella si pensò
a gittata d'archibuso, sparò tutte le sue armi da fuoco contro la torre,
fazione che tornò inutile affatto; indi una smannata di picchieri
condotta da Burley s'avanzò risoluta sino al primo palizzato, e
forzatone l'ingresso ferì alcuni di quelli che il difendeano,
costrignendo gli altri a ritrarsi fino al secondo. Ma qui si ristette
tutto il buon successo ottenuto allora dai Puritani. Perchè il
guadagnato terreno li mettea scoperti e senza difesa contro il trarre
de' cannoni della torre, intanto ch'essi non poteano nuocere ad un
nemico difeso dalle fortificazioni e trinceratosi dietro de' palizzati.
Furono quindi obbligati a ritrarsi con perdita; il qual partito però non
presero se prima non ebbero distrutta la prima trincea in guisa tale da
renderne impossibile il restauramento.
Burley non solamente fu l'ultimo a ritrarsi, ma solo un istante vi
rimase, armato d'una picozza di cui si valse ad atterrare l'ultimo
pilastro del palizzato senza scompigliarsi per le molte palle che gli
fischiavano attorno.
L'infruttuoso assalto rialzò il coraggio dei difensori del castello
altrettanto quanto fece accorti i Puritani della saldezza di quella
piazza che avean divisato intraprendere. Quindi al tentativo d'un
secondo assalto posero innanzi maggiori cautele. Intanto una banda
d'ottimi cacciatori che avea Enrico Morton per duce fe' un giro intorno
a que' boschi ed aggiunse tal sito, d'onde potea tribolare i difensori
del secondo palizzato, intantochè Burley con più forte corpo di truppa
gli assaliva di fronte.
Compresosi dagli assediati in qual pericolo tale fazione ostile li
conducesse, si diedero ad impedire l'avvicinamento di Morton col trarre
sulla banda de' suoi tutte le volte che rimaneva scoperta. E questi per
parte loro oppose coraggiosa intrepidezza e valore, del che doveasi
soprattutto la lode al giovine duce, il quale facea parimente mostra di
sua perizia, e nel collocare i propri soldati quanto al sicuro poteasi
dal fulminar del castello, e nell'arrecar molestia ai nemici.
Più volte ingiunse ai suoi combattenti di far bersaglio alle scariche
dei loro archibusi piuttosto i dragoni che qualunque altro difensor del
castello, e massimamente di risparmiare i giorni del vecchio maggiore,
trasportato sempre dalla sua intrepidezza ai siti i più perigliosi. Per
tal guisa continuò il suo cammino di macchia in macchia, di dirupo in
dirupo fra 'l continuo trarre dei nemici archibusi, sintantochè pervenne
al campo ch'egli intendea ad occupare. Potè allora indirigere i tiri
contro coloro che difendevano il palizzato, e Burley vantaggiando della
confusione cui portò fra essi l'assalto laterale, fece furioso impeto di
fronte, e forzata la seconda trincea, spinse i nemici fino alla terza,
ed entrandovi insieme con essi gridò con quanto avea fiato »Uccidete!
Non quartiere ad alcuno! È nostro il castello.» I più intrepidi fra'
suoi soldati, animati da questo grido, precipitosamente il seguirono,
mentre gli altri impiegavano il tempo a distruggere il secondo ed il
terzo palizzato.
Lord Evandale non potè rattenere più a lungo la propria impazienza. Col
suo braccio al collo si fe' capo di quelli che tuttavia rimanevano nel
castello, e incoraggiandoli colla voce e col gesto, operò una sortita in
soccorso de' suoi che in quel punto Burley strettissimamente incalzava;
il qual rinforzo restituì l'equilibrio alla pugna. Perchè certamente
stava pe' sollevati una superiorità, a proporzione immensa, di numero;
ma tale vantaggio era di pochissimo conto nel terreno ove era la
battaglia e dove non potea presentarsi un fronte maggiore di otto o
dieci uomini. Male armati oltre a ciò i Puritani, aveano soprappiù lo
svantaggio d'ignorare i principj degli assalti e delle difese. La lotta
rimase per qualche tempo indecisa, nè alcuna delle due parti potea
vantarsi d'un buon successo di qualche importanza; ma in mezzo a cotale
scena di confusione poco mancò che un incidente non preveduto ponesse
nelle mani degli assedianti il castello.
Cuddy era nel numero de' cacciatori capitanati da Enrico Morton; Cuddy
che conoscea a perfezione fino l'ultima macchia, fin l'ultima punta di
rupe che trovavasi ne' dintorni di quel castello. Cento volte egli era
stato in compagnia di Jenny a raccorre nocciuole ne' boschi di
Tillietudlem. Non difettava già di coraggio; ma ad un tempo non era
studioso di cercare i pericoli pel diletto semplice d'affrontarli, o per
l'ardor della gloria che glie ne potesse derivare. Al primo accorgersi,
poichè egli perteneva al retroguado, che dal castello si traeva su la
sua banda, prese la sinistra seguito da tre o quattro compagni; e
attraversando un fitto bosco che gli era notissimo, pervenne sotto le
mura del castello ad un fianco d'esso opposto diametralmente a quello
cui l'assalto s'indirigea; angolo di rocca cui nemmeno si era pensato di
affortificare, perchè, situato sull'altura d'una scoscesa montagna e
cinto d'ogni lato di precipizi, credeasi che la natura lo avesse
affortificato a bastanza. Certamente niun esercito avrebbe avvisato di
assalire il castello da tale punto, d'onde bastavano gli sforzi di pochi
fra gli assediati a precipitare giù dal monte quei che fossero giunti ad
inerpicarsi fin là; nè que' di dentro solamente sognavano che pochi
uomini affronterebbero tale rischio, mossi da studio di evitarne uno men
rilevante.
Quivi appunto era quella tal finestra, d'onde raccomandatosi ai rami
d'un vicino salice[7] Gibby uscì furtivo del castello per portare al
maggiore una lettera di miss Editta.
[7] Tom. 1, pag. 153.
»Eccoci ad una stazione ch'io conosco assai bene, disse Cuddy,
appoggiandosi per pigliar fiato al moschetto. Sono pur tante le volte
che ho aiutato Jenny Dennison a calare di contrabbando da questa
finestra per venir meco ne' boschi a diporto!»
»E chi ne impedisce ora d'entrare di contrabbando per la medesima via?»
soggiunse tosto un compagno di Cuddy, un di que' galeoni non avvezzi a
misurar troppo le imprese che affrontano.
»Chi ce lo impedisca non vedo, rispose Cuddy. Ma che cosa poi ne
ritrarremo?»
»Che cosa ne ritrarremo? siamo in cinque. Tutti sono fuor del castello.
Ce ne impadroniremo intanto che gli altri si battono fra i palizzati.»
»Sia! disse Cuddy; ma badate bene che nessuno di voi tocchi solamente, o
Jenny, o miss Editta, o la vecchia signora, o il vecchio maggiore, o
nessuno in somma di quei che son del castello. Lavorate addosso ai
dragoni, non m'oppongo. Di questi, fatene quel che volete, ma...»
»Su via! rispose l'altro; incominciamo dall'andar dentro, poi vedremo
quel che torni meglio operare.»
Spinto così da' suoi compagni Cuddy sembrava avanzarsi di mala voglia.
La voce segreta della coscienza gli rimprocciava tale atto come un mal
guiderdone alla bontà che lady Margherita usò per lungo tempo così a lui
come alla sua famiglia; per altra parte ei non sapea quale accoglienza
lo aspettasse nella stanza ove parlavasi di penetrare. Cionullameno
ascese il salice. Due compagni vennero dietro lui e a far lo stesso si
apparecchiavano gli altri. Angustissima era quella finestra, guernita un
tempo di una grata di spranghe di ferro, poi staccatesi, fosse per forza
di tempo, o fosse per quella de' subalterni che trovassero tal cosa
espediente alle uscite loro clandestine. Divenia quindi facilissimo
l'introdursi semprechè non si trovassero di dentro persone ad impedire,
ed era di quanto Cuddy, prudente in ogni occasione, voleva accertarsi
innanzi commettersi a questa impresa pericolosa. Sordo quindi alle
preghiere e alle minacce di quelli che lo seguivano, allungava il collo
per fare le sue osservazioni al di là della finestra, allorchè la testa
di lui fu veduta da Jenny Dennison, postasi allor di piè fermo in quella
stanza, siccome luogo della rocca il più di tutti appartato. Ella mise
uno spaventevole grido e corsa al cammino s'impadronì d'una pentola di
minestra bollente che stava apparecchiandosi per la colezion de'
soldati, e ne irrugiadò il capo a Cuddy e a' suoi compagni.
Fin quando ne udì il primo grido, Cuddy non pensò che a fare la sua
ritirata. Buon per lui che in quel momento aveva abbassata la testa, e
coperta in oltre dall'elmetto di Bothwell, ereditato da Cuddy unitamente
al farsetto di cuoio di bufalo che aveva addosso. Tutto il suo male
quindi si ridusse ad alcune vesciche di scottatura nelle poche parti del
suo corpo non riparate; ma i colleghi di lui che, per farlo andare
innanzi e impedirgli d'indietreggiare, tenevano il naso in alto, furono,
qual più, qual meno, arsi dal bollente liquido, talchè pensarono
certamente a tutt'altro fuorchè ad impacciare la ritratta a Cuddy, il
quale si lasciò cader giù dall'albero ben più presto che non v'era
salito, e insieme agli altri tenne il sentiero più breve e men
pericoloso onde raggiugnere l'abbandonato retroguardo.
In questo mezzo Jenny, che il solo terrore avea spinta a compiere tale
impresa, non cessava pel cessato pericolo dal mandar grida di spavento,
e trascorreva tutta la rocca gridando, »al ladro! al fuoco!
all'assassino! È preso il castello»! Voci cui ripeteano, tutte l'altre
ancelle senza conoscerne la cagione; e ne crebbe tanto il romore che
giunse all'orecchio sin del maggiore, comunque inteso alla battaglia de'
palizzati. Così questi come lord Evandale vennero allora in timore di
una sorpresa sopra qualche altro punto operata; laonde giudicarono buon
partito il limitarsi alla difesa dell'interno del castello, ove
rientrarono co' propri soldati, abbandonando ai Presbiteriani tutte le
esterne fortificazioni.
Fu un trionfo pe' secondi tale ritratta dei Reali, ma un trionfo sol di
amor proprio, perchè oltre all'aver provata gravissima perdita,
coll'occupare i palizzati non aveano gran che progredito nella
probabilità d'impossessarsi del castello, le cui mura grosse e
saldissime opponevano tal resistenza che il solo cannone poteva
atterrare. L'esercito presbiteriano adunque dopo d'avere compiutamente
distrutte quelle trincee, si mise fuor di gittata del cannone della
torre a fine di risolvere sul partito che conveniva meglio in appresso.
Per altra parte lo stato degli assediati era tale da ispirar loro
tutt'altro che sicurezza. Oltre a' molti feriti, aveano perduti tre de'
lor combattenti. Del certo contavano una perdita senza confronto
maggiore i nemici, ma considerando di più che l'esercito ogni dì ne
ingrossava, sì fatta perdita non poteva tornare ad essi funesta, siccome
una, comunque più tenue, lo diveniva ad una guernigione di già
affievolita, e priva d'ogni modo di reclutare.
L'accanimento dato a divedere nel secondo assalto dai Presbiteriani
poteva giustamente far credere che i capi fossero venuti nella ferma
risoluzione di impadronirsi di quella fortezza, tanto più che se
avessero avuto tale divisamento, ben secondavali lo zelo de' lor
soldati. Quanto offeriva maggiore motivo di tema a que' del castello si
era la penuria, nella supposizione che il nemico avesse ricorso ad un
blocco per farlo cadere. Perchè tutte le ordinanze date dal maggiore non
ottennero che la piazza fosse vittovagliata quant'egli avrebbe voluto,
nè v'era vigilanza che fosse atta ad impedire il giornaliero e continuo
rubacchiar dei dragoni. Fu pertanto in mezzo a tali sconfortanti
meditazioni che il prode Bellenden pensò a far chiudere la finestra
d'onde poco mancò a Cuddy che non sorprendesse il castello, e ad
estendere tale provvedimento a tutte l'altre finestre, che avessero
potuto presentare occasione a non dissimile tentativo.